PAROLE AL VOLO

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PAROLE AL VOLO

Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle,
sentire gli odori delle cose,
catturare l’anima.

Coloro che hanno la carne a contatto
con la carne del mondo.

Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore

Alda Merini
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Ikea una panchina per l’allenatore degli azzurri, Gian Piero Ventura

Dopo l’amarezza per la cocente sconfitta calcistica subita dalla nostra nazionale e la conseguente delusione per l’eliminazione dai campionati mondiali, ora è il momento dell’ironia.

Allo sfottò non si è sottratta l’ Ikea, il colosso svedese dell’arredamento, che è uscita nella sua pagina facebook con la foto di una panchina e la dedica a Ventura.

Carina.

 

Ancora in attesa della verità per Giulio Regeni


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Oggi,  14 novembre, sono trascorsi tre mesi dall’annuncio del ritorno dell’ambasciatore italiano in Egitto e due dal suo effettivo reinsediamento all’ambasciata al Cairo. L’associazione Articolo 21 si è assunta l’impegno ogni 14 del mese, come una  “scorta mediatica”, di rinnovare la richiesta alle competenti autorità italiane  di conoscere i nomi di chi sequestrò, fece sparire, torturò e uccise Giulio Regeni al Cairo ormai quasi 22 mesi fa.

Gli operatori dell’informazione della “scorta mediatica” italiana, con questa iniziativa, hanno intenzione di  fare quello che ai loro colleghi egiziani viene impedito: tenere alta l’attenzione sulle violazioni dei diritti umani in Egitto e fare luce sulle enormi zone d’ombra al cui interno si trovano mandanti ed esecutori dell’assassinio di Giulio.

Compito della “scorta mediatica” è anche quello di proteggere l’azione di chi in Egitto come in Italia quella verità continua a cercarla, e di domandare al governo quali dei “passi avanti” garantiti dal ministro Alfano il 14 agosto, quando annunciò la piena ripresa delle relazioni diplomatiche tra Italia ed Egitto, siano stati finora ottenuti nella ricerca della verità per Giulio.

Aderisco e condivido l’iniziativa #scortamediatica che continua a chiedere #veritapergiulioregeni.

Paola Andreoni 

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12 novembre 2003 – Strage di Nassiriya

12 novembre 2003 – Strage di Nassiriya. Alle 10,40 un camion sfonda la recinzione della base italiana dei Carabinieri a Nassiriya, capoluogo della regione irachena di Dhi Qar, aprendo la strada a un’autobomba caricata con 300kg di esplosivo.
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Sono trascorsi 14 anni, ma il ricordo della strage  è ancora vivo negli occhi e nel cuore di ciascuno di noi,  19 nostri connazionali persero la vita, sono  i “caduti di Nassiriya”:

Tenente Massimiliano FICUCIELLO
Luogotenente Enzo FREGOSI
Aiutante Giovanni CAVALLARO
Aiutante Alfonso TRINCONE
Maresciallo Capo Alfio RAGAZZI
Maresciallo Capo Massimiliano BRUNO
Maresciallo Daniele GHIONE
Maresciallo Filippo MERLINO
Maresciallo Silvio OLLA
Vice Brigadiere Giuseppe COLETTA
Vice Brigadiere Ivan GHITTI
Appuntato Domenico INTRAVAIA
Carabiniere Scelto Horatio MAIORANA
Carabiniere Scelto Andrea FILIPPA
Caporal Maggiore Emanuele FERRARO
Caporale Alessandro CARRISI
Caporale Pietro PETRUCCI
Dottor Stefano ROLLA
Signor Marco BECI

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Paola
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Tutta la mia vicinanza e solidarietà a Matteo Renzi, segretario del PD.

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«Per stendere Renzi bisogna sparargli». Così titola in prima pagina, questa mattina, il giornale “Libero”, cui segue un articolo a firma di Vittorio Feltri.
Un’incitazione alla violenza e all’odio inaccettabile da parte di un giornalista. Un brutto segno di cosa è diventato nel nostro Paese, il confronto politico: violenza e barbaria, espressa con un linguaggio irresponsabile.
Le persone possono piacere o non piacere ma le parole di giudizio nei loro confronti vanno sempre ponderate. Questo titolo e il contenuto dell’articolo non hanno nulla di analisi politica e non sono neanche espressione di libertà di stampa, né rappresentano un esercizio del diritto di critica, sono un’inqualificabile  istigazione all’odio.
Voglio esprimere tutta la mia vicinanza e solidarietà a Matteo Renzi così come a tutte le persona colpite da parole trasformate in pietre.
Paola
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Campagna per la vaccinazione contro l`influenza nella Asur Area Vasta 2

Campagna per la vaccinazione contro l`influenza.
Ricordo che la  vaccinazione protegge se stessi e riduce la possibilità per gli altri di ammalarsi.
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L’Asur Area Vasta 2 ha reso noto alla cittadinanza che è iniziata la campagna per la vaccinazione antinfluenzale stagionale ( tutto il mese di novembre).

La vaccinazione sarà eseguita negli Ambulatori del Servizio di Igiene e Sanità Pubblica e dei Presidi Distrettuali del territori dell’Area Vasta n.2 – sede di Ancona secondo un preciso calendario:
OSIMO – Servizio Igiene e Sanità Pubblica P.zza del Comune, 2 Tel. 071-7130427 – 425  tutti i  Martedì dalle ore 8.30 – 10.00 .

La vaccinazione può essere eseguita  anche presso gli Ambulatori dei Medici Curanti che aderiscono alla campagna di vaccinazione,  l’adesione del medico alla campagna vaccinale risulterà da una comunicazione affissa presso il proprio ambulatorio.

La vaccinazione viene offerta attivamente e gratuitamente, oltre che agli ultrasessantacinquenni, anche a: cardiopatici, diabetici, broncopneumopatici, soggetti affetti da patologie epatiche e renali, tumori, immunodepressi, conviventi di soggetti a rischio, operatori sanitari, ricoverati in strutture a regime di lunga-degenza, soggetti addetti a servizi pubblici di primario interesse collettivo, personale che, per motivi di lavoro, è a contatto con animali che potrebbero costituire fonte di infezione da virus influenzali non umani.

Paola
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Ezio Mauro: La sinistra che non c’è.

giornale La Repubblicadi Ezio Mauro  7 novembre 2017. La sinistra che non c’è. Arrivata esausta all’appuntamento con le urne in Sicilia, deve interrogarsi su cosa c’è di salvabile nella sua traduzione politica italiana dopo la sciagura della scissione che ha infranto il mito fondativo del Pd come casa di tutti i riformisti.

PRIMA di sapere cosa succederà nel Pd dopo la disfatta siciliana, c’è una questione più rilevante e urgente a cui rispondere: cosa c’è di salvabile nel concetto di sinistra e nella sua traduzione politica e organizzativa italiana. La sinistra, o ciò che ne resta, è arrivata esausta all’appuntamento con le urne, con tutti i nodi non sciolti in questi anni che si sono aggrovigliati, fino a trascinarla a fondo. Il peccato originale di sedere a Palazzo Chigi senza mai aver vinto le elezioni ha determinato un pieno di responsabilità nella guida del Paese (negli anni più duri della crisi) e un vuoto nel coinvolgimento emotivo, come se quello del Pd fosse un “governo amico” e niente di più, fino al ministero Gentiloni vissuto come un puro dispositivo tecnico senza colore. La sciagura della scissione ha infranto il mito fondativo del Pd come casa di tutti i riformisti, con un concorso di irresponsabilità, gli scissionisti che la giudicavano inevitabile e Renzi che la considerava irrilevante, come se la politica non fosse stata inventata per governare i fenomeni. Il cozzo del referendum, con una riforma scritta male e trasformata in una guerra.

Il pasticcio della legge elettorale, con una sinistra che ha divorato il maggioritario e il proporzionale per varare una riforma che premia le coalizioni nel momento in cui non è mai stata così divisa e distante. All’inizio e alla fine di tutto, il problema irrisolto che raccoglie in sé tutti questi problemi e spiega gli errori: cos’è oggi la sinistra e qual è la sua idea di Paese.

In tutto l’Occidente, la divisione classica è tra la sinistra di governo, riformista, e quella di opposizione, radicale. Da noi l’eccezione: le sinistre riformiste sono almeno due, forse tre, anche se rischia di mancar loro il governo. Pisapia che si era proposto come ponte o rimorchiatore sembra aver ripiegato su un’idea di forza-cuscinetto insieme con Emma Bonino, caschi blu con buone intenzioni e pochi strumenti d’intervento. Sul campo restano le due parti rotte del Pd, incapaci di proporre una visione d’insieme e un vero progetto riformista, in cui si possano ritrovare le forze disperse che chiedono un progetto di cambiamento con una politica responsabile, europea, occidentale e moderna, accontentandosi di molto meno: Renzi di costruire un partito personale come macchina ubbidiente di conquista del potere (quasi che un secolo di storia della sinistra potesse ridursi a un obiettivo così misero) e Mdp di ostacolare tutto questo, proponendosi come organismo di puro veto al progetto renziano, come se la politica si esaurisse sulla piazza toscana di Rignano.

Questa disarticolazione degli orizzonti avviene mentre la crisi inaridisce di per sé i canali della rappresentanza, soverchia i cittadini facendoli sentire senza tutela e senza garanzie, svalorizza la politica come strumento di controllo e di governo, semina dubbi persino sulla democrazia come cornice di valori e di garanzie, che oggi suonano astratti, senza incidere sulla fatica della vita quotidiana delle persone. È una campana d’allarme per tutto il pensiero liberal-democratico occidentale, che dopo la fine della guerra ha dato vita alle costituzioni e alle istituzioni con cui ci siamo garantiti settant’anni di pace e di libertà. Ma è una campana a morto per la sinistra che nei settant’anni dentro l’ordine liberale del nostro mondo ha potuto farsi forza di governo del sistema, con un progetto di inclusione, e insieme sviluppare un suo pensiero critico e d’alternativa. Oggi invece vede l’alternativa nascere totalmente fuori dal sistema, con i populismi che criticano la stessa democrazia e berciano contro le istituzioni, mentre attaccano il cosmopolitismo, il libero scambio, la libertà di circolazione, le politiche di accoglienza, l’integrazione europea: tutto ciò che si muove, si contagia, si mescola, s’influenza, si somma, tutto ciò che forma l’habitat naturale della cultura progressista europea, a favore di un ritorno dentro i confini delle vecchie carte geografiche, dentro una mentalità da indigeni, dentro il colore bianco della pelle, a un passo dal mito del sangue.

Era chiaro che inseguire i populismi con posture mimetiche dal governo era una contraddizione, ma prima ancora un calcolo sbagliato. Perché la sinistra deve chinarsi – per prima – sulle inquietudini e sullo spaesamento democratico delle fasce più deboli della popolazione, ma non può cavalcare le loro paure, incrementandole come la merce politica più pregiata del momento. Rimane dunque una retorica innaturale di populismo in camicia bianca, ammiccante ma responsabile, alla fine velleitario, oltre che contro natura. La cifra dell’epoca, invece, avvantaggia la destra, abituata e legittimata a trattare il cittadino da individuo, nel suo isolamento e nelle sue nuovissime gelosie del welfare, in questo speciale egoismo della democrazia che chiede alla politica una forma inedita di libertà: non come piena espressione dei propri diritti ma come liberazione da vincoli sociali, soggezioni culturali, obblighi comunitari.

Tutto ciò forma una moderna onda di destra che con Trump prefigura l’inondazione prossima ventura delle terre emerse: dall’Onu, allo spazio di civiltà atlantica, alla Nato, al rapporto storico con l’Europa, col sovranismo che diventa isolazionista e mette al centro della politica il “forgotten man” non per emanciparlo, ma per dargli un riconoscimento antipolitico proprio nella sua esclusione. Una folla di esclusi come nuova massa sociale per la ribellione permanente, guidate dalla moderna élite di destra. Una destra contro la quale in questi anni il Pd non ha mai alzato nessuna barriera, non ha fatto nessuna polemica, non ha costruito un sistema culturale di anticorpi, coltivando a distanza l’eternità di Berlusconi come avversario-stampella. Che infatti oggi ritorna a riscuotere il banco, col conflitto d’interessi perennemente innestato, le sentenze dei magistrati che valgono per l’incandidabilità ma non vengono valutate politicamente, l’ambiguità connaturata nelle alleanze che gli impedirà di governare, ma che intanto adesso lo aiuta a vincere.

Bisognerebbe comprendere che la rottamazione è un escamotage fisico da campagna elettorale muscolare, ma non è una politica e tantomeno un’identità. Che il patrimonio di tradizioni e di valori del Pd è stato lasciato deperire in nome di un mitologico nuovo inizio che non è mai davvero incominciato, che la tensione per il cambiamento senza cambiamento si riduce a tensione, e basta. Che in mezzo a tante narrazioni è mancato il senso della storia, del passaggio tra le generazioni facendosi carico di un’esperienza collettiva, da innovare certamente ma da riconoscere e valorizzare. Che il sentimento di sinistra, a forza di non essere convocato e rappresentato si è infine “privatizzato”, con le persone che non votano perché la loro identità politica non corrisponde più all’insieme. Oppure votano, ma per se stesse, come una conferma individuale staccata dal contesto.

Così la sinistra galleggia, alla deriva, mentre la destra galoppa, nelle sue diverse forme. Il primo leader che coniugasse responsabilità e generosità, mettendo questo orizzonte allarmante per il Paese al primo posto, aprirebbe la vera discussione di cui la sinistra oggi ha bisogno, e ne ricaverebbe le scelte necessarie. E invece con ogni probabilità si annuncerà tempesta, poi tutto si risolverà con un temporale per la spartizione dei posti in lista, nel bicchier d’acqua dov’è ormai ridotto il riformismo italiano.

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