Matteo e gli altri avevano un sogno: la vita.

Matteo Valenti aveva 23 anni e lavorava come apprendista nella ditta Mobiliol di Pietro Martinelli, che produce cere. Matteo faceva l’operaio, da un mese, e in un giorno del Novembre 2004, mentre maneggiava sostanze chimiche, in seguito ad un’esplosione, fu avvolto dalle fiamme.

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E’ durata una settimana l’agonia di Matteo nel reparto grandi ustionati dell’ Ospedale San Martino di Genova.
Matteo era giovane e forte ma il suo cuore e i suoi polmoni non hanno retto alle ustioni di 2° e 3° grado sul 90% del corpo.

E’ morto come , a distanza di 4 anni, sarebbero morti  Antonio Schiavone, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rocco Marzo, Bruno Santino, Rosario Rodinò, Giuseppe Demasi, operai della Thyssen Krupp.
E’ bene fare i nomi , dare un volto alle vittime della vergogna dei morti sul lavoro, oltre mille ogni anno, un lavoro spesso agognato, cercato e , quindi, per questo, difeso con le unghie e con i denti, sopportando condizioni di sicurezza precaria, così come l’occupazione e lo stipendio.
Fino a che un solo lavoratore morirà perché là dove doveva esserci un’impalcatura c’era il vuoto o perché maneggiava sostanze pericolose senza le necessarie protezioni o , ancora, perché gli estintori erano vuoti questo non sarà un paese civile: non si può morire lavorando per 1000 euro al mese.
Tutto il resto sono discorsi, propaganda, la solita Italia , forte con i deboli e debole con i forti.
Questo Governo, in perfetta sintonia con la Confindustria, intende manomettere il Testo Unico per la sicurezza sul lavoro approvato dal precedente Governo Prodi, che cercava di porre un argine a questa carneficina, a questa vergogna nazionale intensificando  i controlli sulla sicurezza e inasprendo  le pene per i contravventori.

Cosa sono questi lacci e lacciuoli dei controlli e delle sanzioni? Che lo spirito libero e selvaggio del liberismo galoppi, in controtendenza con il resto del mondo e se questo significherà qualche centinaio di morti sul lavoro in più ogni anno , è il prezzo inevitabile da pagare al futuro radioso, che questi signori che , nel frattempo ci portano alla rovina, ci prospettano.

Ecco la vera faccia  del PDL e la vera natura dei suoi valori:  un ulteriore attacco alle condizioni di vita dei lavoratori.

Matteo e gli altri avevano un sogno: la vita.

 

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Oggi è nato ….

Oggi è nato il PdL, acronimo di Pantano delle Libertà; l’acronimo non è mio, ma lo condivido, è di un amico virtuale.
Non è definibile diversamente da “pantano”, trattandosi di un luogo dove abitualmente vivono i caimani. Lì non esiste la democrazia,  come non esistono le libertà, esiste solo il caimano che fagocita chiunque osi avventurarsi nella prossimità della riva. All’interno del pantano bivaccano solo piccoli parassiti, che il caimano non degna di attenzione; questi parassiti si danno un gran da fare, ripuliscono  il dorso del caimano dagli insetti molesti, e, quando possono, attirano i passanti fingendosi libellule, poi il caimano  fagocita gli imprudenti. In quella palude il caimano è solo, non ha amici con i quali dividere le ore della giornata, li ha divorati tutti senza rimpianto, per soddisfare un appetito primordiale.

I parassiti rimangono imperterriti, hanno trovato il loro habitat più naturale e congeniale, oltre alla protezione garantita dalle possenti mascelle che tutto divorano.

Ma in quel pantano non cresce la vita; non se ne parla assolutamente di DEMOCRAZIA  e LIBERTA’ non c’è spazio vitale per ALTRI  se non per  i succubi parassiti, perchè il caimano vuole tutto…Tutto e basta!!!

E’ questa la grande differenza con il PARTITO DEMOCRATICO,  il bisogno di rifondare il nostro, il mio impegno politico sul coinvolgimento, sul valore della democrazia non come rituale ma come abitudine praticata quotidianamente, su appartenenze e condivisioni profonde in un tempo in cui la flessibilità raccontata come quotidiana possibilità di scegliere e cambiare ha prodotto pure precarietà e smarrimento, su un atteggiamento personale che spinga le persone a potersi fidare della politica ma anche ad essere con lei esigenti.

Questi sono i “democratici”, lei si chiama Debora Serracchiani ( sabato 21 marzo Assemblea Nazionale dei circoli del PD):

Non vogliamo e non possiamo che la “meraviglia” passi. Proteggiamo Roberto Saviano

Siamo certi che quello che racconta Roberto Saviano  siano cose “difficilissime”,  estranee alla nostra terra ?

 

 

Grazie Roberto della tua testimonianza, ognuno di noi è chiamato a portare a termine con coraggio e determinazione il proprio  “dovere”.

La CAMORRA

“La camorra distrugge l’immagine, fa circolare voci, suscita diffidenza. E la memoria è sepolta. Così hanno infangato don Peppe Diana, uccidendolo due volte”. ( Roberto Saviano a “Che tempo che fa”, 25 marzo).

L’Unità del 24 marzo queste cinque domande e cinque risposte di Dacia Maraini.

1 – La violenza sulle donne
Gli stupri non sono aumentati. E le violenze più odiose avvengono in famiglia: una zona oscura di cui si tace. Siamo pronti a gridare contro lo straniero, ma bisognerebbe tener conto di questi drammi sotterranei.

2 – L’untore esterno
È più facile trovare un colpevole fuori da sé, un untore che proviene da culture barbare e non è cristiano come noi. È una forma di autoassoluzione che rassicura.

donna3 – Nessuna pietà
Non c’è pietà verso gli stranieri. È sintomo di un razzismo culturale che mi preoccupa. Quanto è successo ai due romeni in carcere per la vicenda della Caffarella a due italiani non sarebbe accaduto. Non sbattendo il mostro in prima pagina. Con gli stranieri è facile: sono fragili, indifesi, esposti.

4 – Colpa dei media
Sono moltissime. In Spagna i giornali non pubblicano la nazionalità di chi commette un delitto fino alla condanna. Lo trovo giusto. Capisco la fretta dell’opinione pubblica di trovare un colpevole, ma non è detto che un sospettato lo sia. Serve un minimo di pudore.

5 – Il governo
Si dirige verso la coltivazione del razzismo. Non so se ideologico, purtroppo storicamente ben noto, o di comodo, per individuare un capro espiatorio.

BASTA alla “chiamata” periodica per vedersi accertato il proprio stato di salute

Avrebbero diritto all’applicazione di una norma che semplifica la loro vita, invece molti cittadini continuano a essere ingiustamente chiamati a visita per vedere riconfermata una patologia che purtroppo non potrà migliorare. È questa in estrema sintesi la situazione paradossale che sta vivendo la maggior parte dei pazienti interessati dalla legge 80 del 2006.

punto-vMolte organizzazioni di volontariato, oltre ad aver avviato una campagna di mobilitazione e informazione, hanno inviato a Ferruccio Fazio, Sottosegretario al Lavoro, alla Salute e alle Politiche sociali e a Renato Brunetta, Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione, una lettera con alcune proposte finalizzate a favorire e sostenere l’applicazione della legge 80. Questo testo, varato grazie anche a una massiccia campagna di mobilitazione di numerose organizzazioni civiche, prevede infatti che tutte le persone affette da patologie o menomazioni destinate ad aggravarsi o stabilizzate, e indicate in un apposito elenco, non debbano più essere sottoposte alla “chiamata” periodica per vedersi accertato il proprio stato di salute.

Con il Decreto 2 agosto 2007, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ed il Ministero della Salute hanno individuato l’ elenco di 12 condizioni patologiche (revisionabile ogni anno) rispetto alle quali sono escluse le visite di controllo.

Ciononostante, i cittadini vengono chiamati a visita e, in attesa della visita, si vedono sospesi i benefici economici legati alla loro patologia, che, invece, spetterebbero loro d’ufficio.

 

i messaggi del nostro premier…

Dobbiamo lavorare di più: questa è la ricetta per superare la crisi, naturalmente a salari e stipendi invariati, che se sei un manager bancario, un parlamentare, un avvocato di Berlusconi, – questi ruoli, a volte sono interscambiabili -, va benissimo ma se guadagni 900 euro al mese e ne spendi 500 o 600 per pagare l’affitto hai due reazioni possibili : la disperazione  o la disperazione.

Questo se lavori. Il problema, per molti, è che non riescono neanche a trovare il lavoro, neanche in un call center a 4 euro l’ora perché l’Italia è il paese d’Europa con il più basso tasso d’occupazione (58%) e questi, giovani ma anche 50enni senza più speranze, come dovrebbero reagire all’invito a lavorare di più?