Le regole di Marchionne e l’etica di Berlinguer

di Eugenio Scalfari 30 agosto 2010 Il Marchionne intervenuto a Rimini al meeting di Comunione e liberazione non ha detto grandi novità rispetto al Marchionne di Pomigliano. Del resto da allora non è accaduto nulla di rilevante che non fosse già stato previsto: il mercato automobilistico mondiale continua a perder colpi in Occidente (e a guadagnarne nei grandi mercati dei paesi emergenti); la Fiat è una delle imprese più penalizzate sia sul mercato italiano sia su quello europeo; la stessa Fiat tuttavia vende in Italia circa il 40 per cento del suo prodotto e quindi in Italia ci deve restare, che lo voglia oppure no, ed anche le più massicce de-localizzazioni non possono cancellare con un tratto di penna tutti gli stabilimenti italiani e la manodopera che ci lavora.
Questa situazione è nota da un pezzo, fin da quando due anni fa Marchionne lanciò l´operazione Chrysler con l´accordo dei suoi azionisti, del presidente americano Barack Obama e dei sindacati di Detroit. Non tutti i commentatori capirono che non era la Fiat a conquistare la Chrysler ma viceversa: la Fiat si aggrappava alla Chrysler, anch´essa in stato pre-agonico, per fare di due debolezze una forza. Questo era il programma di Marchionne che d´altra parte fu onesto nell´ammettere questa verità.
Previde anche – e lo disse – che la Fiat avrebbe scorporato la produzione automobilistica dal resto del gruppo costituendo una nuova società, cosa che è avvenuta secondo le previsioni.
Da allora non ci sono state svolte nuove: Marchionne aveva già dichiarato che lui operava in una nuova era di economia globalizzata; usò anche l´immagine «dopo Cristo» orami diventata famosa.
Di nuovo c´è stata la traduzione nei fatti di questo programma, a Pomigliano, a Termini Imerese, a Melfi e in parte a Mirafiori. Il referendum a Pomigliano, la nuova società diventata proprietaria di quello stabilimento, la resistenza della Fiom-Cgil, lo sciopero di Melfi, i tre licenziati, il ricorso al Tar e il loro reintegro, la decisione della Fiat di non riammetterli al lavoro in attesa del secondo grado di giudizio, l´intervento del presidente Napolitano e il suo auspicio di superare l´incidente con spirito di equità in attesa della sentenza definitiva. Infine il Marchionne di Rimini.
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A Rimini l´amministratore delegato della Fiat ha esposto con la massima chiarezza alcuni suoi «mantra».
1. L´economia globalizzata impone che l´aumento di produttività nei paesi opulenti sia molto più elevato di quanto negli ultimi trent´anni non sia avvenuto, per tenere il passo con quanto avviene nei paesi emergenti e non perdere altro terreno nei loro confronti.
2. La lotta di classe è finita perché non ci sono più classi.
3. La domanda di automobili in Occidente è molto diminuita ed è tuttora in calo, perciò bisogna concentrare la produzione in un numero limitato di imprese, riducendo il numero delle unità prodotte e aumentando la competitività.
4. I lavoratori debbono accettare nuove regole sulla flessibilità negli orari, sul ricorso allo sciopero, sulla struttura del salario e dei contratti.
5. La giurisdizione del lavoro dovrà, di conseguenza, essere aggiornata.
6. Forme di partecipazione dei lavoratori ai profitti derivanti dall´aumento della produttività sono auspicabili e vanno incentivate.
7. Le parti sociali debbono premere sui governi per ottenere nuovi tipi di «welfare» appropriati alle nuove regole.
Alcuni di questi principi sono ragionevoli e meritano di essere discussi. Altri hanno un´ispirazione profondamente reazionaria. Inoltre in questo ragionamento colpiscono alcune omissioni, la più vistosa delle quali riguarda le diseguaglianze retributive che hanno raggiunto livelli inaccettabili. Marchionne può dire che questi problemi non riguardano il suo «campo di gioco» ma negherebbe con ciò l´evidenza: ogni persona e quindi ogni lavoratore vive in un contesto sociale che non può essere parcellizzato, è un contesto globale ed implica in prima fila il tema dei diritti e dei doveri.
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Bisogna riconoscere – e per quanto mi riguarda l´ho scritto più volte – che l´economia globale comporta un trasferimento di benessere dall´area opulenta all´area emergente e povera. Si potrà gradualizzare entro certi limiti questo processo, ma è del tutto inutile cercare di arrestarlo.
Il trasferimento può avvenire in vari modi. Uno di essi è l´immigrazione dall´area povera all´area opulenta, un altro è la de-localizzazione della produzione e del capitale in senso contrario, un altro ancora consiste nella ricerca di analoghi trasferimenti di benessere sociale all´interno dell´area opulenta tra ceti ricchi e ceti poveri, accompagnati da ritmi di produttività più intensi nelle aree povere affinché la loro dinamica sociale accorci le distanze con le aree ricche.
Siamo cioè – e non certo per libera scelta – di fronte ad un gigantesco riassetto sociale di dimensioni planetarie, nel corso del quale bisognerà tenere ben ferma la barra sui due diritti fondamentali: la libertà e l´eguaglianza.
Il riassetto sociale è infatti di tali proporzioni da mettere a rischio quei due diritti. Può cioè dar luogo a forme di governo autoritarie nell´illusione che solo in quel modo sia possibile governare i processi sociali; e può anche dar luogo a discriminazioni inaccettabili sul piano dell´eguaglianza.
Purtroppo in Italia si rischia di caricare gli oneri del riassetto sociale sulle categorie più deboli e di ferire in tal modo sia l´eguaglianza sia la libertà.
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Nel corso del meeting di Rimini, il giorno prima di Marchionne aveva parlato Giulio Tremonti. Un discorso ampio, di economia, di finanza e di politica.
L´intervento di Tremonti è stato ampiamente riferito dai giornali e non ci tornerò sopra, ma c´è un punto che qui m´interessa cogliere: quando il ministro dell´Economia ha parlato di austerità ricordando che in anni ormai lontani quel concetto fu patrocinato da Enrico Berlinguer che propose di farne il cardine d´una nuova politica economica.
È vero, Berlinguer vide con trent´anni di anticipo il grande riassetto sociale che stava arrivando, ne colse alcune implicazioni che riguardavano la politica e le istituzioni, decise di orientare in modo nuovo la politica del suo partito affinché si ponesse alla guida di quel riassetto.
Non fu soltanto Berlinguer a imboccare quella strada. Nel Pci a favore d´una politica di austerità si schierò Giorgio Amendola, nel sindacato Luciano Lama, negli altri partiti Ugo La Malfa, Riccardo Lombardi, Antonio Giolitti, Gino Giugni e Giorgio Ruffolo, Bruno Visentini. Nella Dc, Ezio Vanoni e Pasquale Saraceno. Insomma la sinistra di governo e la sinistra di opposizione.
Il richiamo di Tremonti è stato dunque molto opportuno: la sinistra, quella sinistra, aveva capito in anticipo i tempi e le crisi che si addensavano e ne vide le conseguenze sulla società italiana.
Tremonti però non ha reso esplicito il significato di quella posizione. Berlinguer voleva che fosse la sinistra a guidare il riassetto sociale incombente, per garantire che non fossero solo i ceti più deboli a pagarne il costo.
Questo aspetto del problema è stato oscurato dal nostro ministro dell´Economia ed è invece l´aspetto fondamentale.
Se si deve attuare una vasta modernizzazione istituzionale e un trasferimento di benessere sociale dalle economie opulente verso quelle emergenti; se un così gigantesco riassetto non può essere disgiunto da un riassetto analogo all´interno delle aree opulente; è evidente che i più deboli debbono partecipare in primissima fila a questa operazione. I ceti medi e medio-bassi non possono essere oggetto del riassetto sociale senza esserne al tempo stesso il principale soggetto.
Questo è il punto che manca all´analisi di Tremonti e che Marchionne ha vistosamente omesso come l´ha omesso la Marcegaglia. L´intero meeting di Rimini su questo punto ha taciuto: omissione tanto più vistosa in quanto avvenuta in una occasione promossa da una delle principali Comunità cattoliche, con tanto di benedizione papale e presenze cardinalizie.
Né è accettabile che una così plateale omissione sia giustificata con l´argomento che l´aspetto politico non riguarda gli operatori economici e gli imprenditori.
Grave errore: l´economia politica ha come tema centrale proprio quello dell´etica, cioè dei diritti e dei doveri, della felicità e dell´infelicità, della giustizia e del privilegio.
Una Comunità cattolica dovrebbe mettere al centro delle sue riflessioni questo tema e porlo ai suoi ospiti. Se non lo fa, diventa una lobby come in effetti Cl è da tempo diventata.

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Gran TORINO

E’ partita  a Torino la TERZA FESTA DEMOCRATICA NAZIONALE. Dal 28 agosto al 12 settembre Torino sarà quindi la capitale della politica, dopo essere stata la prima capitale d’Italia. La scelta di Torino come sede della Festa infatti non è casuale: l’appuntamento sarà dedicato al 150° anniversario dell’Unità d’Italia e, per questa ragione, è stato scelto come slogan della Festa: “L’Italia si riunisce a Torino”.
Saranno giorni di dibattiti e show con spazio anche a  ristorazione, giochi e ballo.
E sempre in questa occasione Pierluigi Bersani lancerà l’operazione “porta a porta” annunciata nei giorni scorsi.
Qui trovate il programma completo.

La scusa del processo breve.

Il processo breve anzi brevissimo (quasi non ci fosse) è una priorità solo per Berlusconi e per i delinquenti, visto che manderebbe al macero migliaia di processi. Questo governo travolto dagli scandali, vicino a cricche ed affaristi, protegge solo interessi particolari, che confliggono con quelli del Paese. Pensare a Obama o alla Merkel che inchiodano i rispettivi parlamenti a discutere di processo breve sarebbe surreale, in Italia è la sconcertante realtà “.

Savonarola

Un angelo nell’apocalittico mondo di Calcutta

 

 

100 anni fa nasceva un   ANGELO

 

Campeggio

dalle newsletter di Debora Serracchiani ricevo e pubblico

Ogni anno migliaia di turisti scelgono il campeggio per trascorrere le loro vacanze in Italia. Da un po’ di tempo a questa moltitudine si è aggiunto un personaggio un po‘ particolare: Muammar Gheddafi.
Le sue visite di Stato con l’immancabile tenda beduina sono ormai un classico dei tiggì e domenica prossima si replica a Roma, in occasione dei festeggiamenti del secondo anniversario del Trattato di Amicizia italo-libico.
A giugno del 2009 la tenda fu piantata nel bel mezzo di Villa Pamphili, attuale sede di rappresentanza del Governo Italiano e teatro nell’ 800 della sanguinosa battaglia dei garibaldini a difesa della “Repubblica Romana”.
Questa volta, fortunatamente, è stata scelta una location diversa, e la struttura sarà allestita all’interno della residenza dell’ambasciatore Gaddur, in un elegante quartiere sulla Cassia. E’ da lì i due amiconi, Gheddafi e Berlusconi, si sposteranno in una caserma dei Carabinieri che fungerà da teatro dei festeggiamenti, cui parteciperanno anche i 30 cavalli che il raìs si è portato appresso in charter da Tripoli.
Vi sembrano particolari pittoreschi? Non è tutto: sui nuovi passaporti libici comparirà la foto del premier Silvio Berlusconi e del colonnello Muammar Gheddafi mentre si stringono la mano.
Se questa è la politica estera di un Paese che spera di essere rispettato di fronte all’opinione pubblica mondiale, credo che abbiamo un’ ulteriore buona ragione per mandare a casa Berlusconi il più velocemente possibile. Se vorrà, poi, potrà invitare Gheddafi a piantare le tende nel giardino di Arcore.

di Debora Serracchiani

Solidarietà e vicinanza ai precari della Scuola

 

La protesta dei precari della scuola, ai quali esprimo la mia solidarietà e vicinanza, rappresenta non solo una richiesta di riconoscimento della dignità del proprio lavoro, ma una dimostrazione della scelleratezza della scelta della destra di puntare sulla riduzione  della qualità del servizio scolastico e di voler umiliare i lavoratori che vi operano. Ricordo che sulla scuola il governo ha operato il più grande taglio occupazionale della storia del paese.
La scuola non può essere  considerata un ramo secco da tagliare. Gli altri Paesi Europei – per prima la Germania – puntano, al fine della ripresa economica, sulla qualità della formazione e dell’istruzione e sulla valorizzazione del capitale umano, primaria ricchezza di un Paese.

Paola

E’ successo a CivitanovaMarche: “Sono solo bambini…”

Come dice il vecchio detto popolare in questi casi ?: Tali padri….

Paola