Manuale di sopravvivenza familiare: ritornano gli incentivi statali per GPL e metano

Ritornano gli incentivi statali per GPL e metano
 
Dallo scorso 9 marzo sono nuovamente disponibili gli ecoincentivi statali per la trasformazione dei veicoli a GPL e metano. I contributi sono di 500 euro per il GPL e 650 euro per il metano e saranno direttamente scontati dalla fattura delle officine che svolgono il lavoro.
L’elenco delle officine aderenti all’iniziativa e tutte le informazioni necessarie sono a disposizione su http://www.ecogas.it/public/MSE2011/MSE2011.html
Attivo anche un numero verde:800.500501.
Possono beneficiare degli ecoincentivi sia gli autoveicoli M1 (trasporto persone con massimo 8 posti oltre il conducente) che quelli N1 (trasporto merci massa inferiore a 3,5 tonnellate).

Le autofficine osimane autorizzate sono:
1) autofficina PRO-SERVICE sita in via Manin 23 tel.071781225;
2) autofficina S.B. di Severini e Biondini snc sita in via Montefanese, 141 tel. 071 0717231074;
3) autofficina CARDINALI DANIELE sita in via Camerano, 42 tel 071781054;
4) autofficina M.G. di Mengoni e Galassi sita in via d’Ancona, 8 tel 071717931;
5) autofficina Mengoni srl sita in via d’Ancona, 63 tel. 0717108190.

YAB SERA “dono di Dio”: ce lo meritiamo ?

Il vento di libertà e di diritti che sta scuotendo l’Africa del Nord e tutto il Medioriente, ci riguardano. Il conflitto che si è aperto recentemente in Libia e che sta infuocando quello Stato, un Paese che ospitava migliaia e migliaia di nostri connazionali, ha colto il nostro Governo e la sua maggioranza completamente impreparati. Di più: divisi e riottosi nel trovare una linea comune con la quale andare a trattare al tavolo dell’Onu e dell’Unione Europea.
In Libia, alla richiesta di riforme democratiche che hanno avuto successo in Tunisia ed Egitto (solo per fare due esempi) il regime ha risposto con una inaudita ed inaccettabile repressione militare che ha provocato migliaia di vittime civili ed immani distruzioni. Il 17 marzo 2011 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una Risoluzione, con la quale si richiede l’adozione delle misure necessarie per la protezione dei civili libici dalla sanguinaria repressione attuata dal regime.

Ma in Italia il dibattito pare essere esclusivamente un altro: che fare degli immigrati che scappando da quel conflitto approdano sulle nostre coste? Rimandarli indietro, intimare l’alt in mare aperto ai barconi di disperati, o addirittura pagarli perché se ne vadano via? ( come l’’offerta del ministro degli Esteri, Franco Frattini, di dare agli immigrati 1.500 euro per farli rientrare nei Paesi di origine).
Il capogruppo alla Camera del PD Dario Franceschini domenica scorsa ha ricordato come il nostro Ministro degli Esteri l’11 gennaio scorso avesse in un’intervista sostenuto che Gheddafi “è un modello di democrazia da esportare in tutta l’Africa”.
A coloro i quali, e non sono pochi nel centrodestra, ancora in queste ore suggeriscono di bloccare i profughi in mare aperto e abbandonarli a se stessi, consiglio la visione della foto del bimbo (chiamato dalla madre, Yab Sera che significa “Dono di Dio” )venuto alla luce due giorni fa, proprio durante uno di questi “viaggi della speranza”. Il parto ha avuto un esito felice solo grazie ai medici della guardia costiera, che sono accorsi a bordo del barcone, dopo essere stati avvertiti tramite Sos. Fra le donne di Lampedusa, appena si è diffusa la notizia, è scattata una commevente gara di solidarietà. Hanno preparato borse con tutine, coperte, bavaglini e tutto l’occorrente per il piccolo. Un ospite da accogliere con i dovuti onori.  Questo gesto di vicinanza e di solidarietà delle madri di Lampedusa è stata volutamente sottaciuto dalle “nostre tv di regime”, che evidentemente hanno l’ordine di far vedere solo le proteste degli isolani.

Per qualcuno non è politicamente opportuno che immagini come queste entrino nel dibattito su ciò che sta accadendo, e su cosa fare. Io continuo  a credere che la dignità della persona umana, soprattutto se debole e indifesa, sia inviolabile e che, come ha ricordato anche il Presidente della Repubblica: respingere i profughi di guerra non è  atto  da Paese civile.

Paola

 

Le strutture religiose facciano la loro parte nell’accogliere gli immigrati

di Chiara Saraceno • 27 marzo 2011. In un periodo di tagli alla spesa sociale, tutti devono fare la loro parte, soprattutto chi è beneficiario di sostanziosi sconti fiscali.
Sarebbe bello che le istituzioni religiose aprissero almeno una parte delle proprie strutture per dare un´ospitalità decente alle migliaia di immigrati, in primis ai minori non accompagnati, che arrivano a Lampedusa in fuga dall´incertezza e dai pericoli dei loro paesi in conflitto. Sarebbe non solo una doverosa compartecipazione all´azione di solidarietà collettiva cui tutti siamo chiamati a fronte di questa emergenza umanitaria, ma un atto di restituzione di un mancato introito per il bilancio pubblico (stimato in 70-80 milioni di euro) in un periodo di tagli alla spesa sociale che colpiscono soprattutto i cittadini più vulnerabili. Soprattutto sarebbe una, sia pure temporanea, dimostrazione che effettivamente quelle strutture hanno finalità religiose e assistenziali e non commerciali e quindi la giustificazione formale del sostanzioso sconto Ici di cui beneficiano gli immobili destinati “esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive o per uso culturale” ha un effettivo fondamento. Ricordo che, nonostante il parere contrario della Corte di giustizia Europea che giustamente ha parlato di trattamento di favore lesivo della concorrenza, il governo lo ha mantenuto e introdotto anche nel decreto sulla fiscalità municipale, anche se, specie per le “strutture ricettive”, è spesso davvero difficile non definirle commerciali. Non basta la pur benemerita opera della Caritas, oggi in prima linea anche a Lampedusa, a giustificare perché i vari conventi trasformati in strutture alberghiere a Roma come a Venezia  ( aggiungo Loreto ) e in altre città debbano pagare meno Ici di qualsiasi altro albergo, pensione o bed and breakfast, facendo anche concorrenza sleale. Questo è il momento di dimostrare che sono innanzitutto dedicate allo svolgimento di attività assistenziali ed anche ricettive non commerciali.
Sarebbe anche opportuno che il governo ripensasse alla sua decisione di non avere un unico election day, buttando al vento centinaia di migliaia di euro. E´ stata una scelta sconsiderata in sé, appunto in un periodo di tagli dolorosi, ma lo è tanto più ora, quando le immagini dei profughi ridotti in condizioni disumane non possono non lasciarci pieni di vergogna. Lo scarto tra spreco e bisogno è letteralmente intollerabile.
Sarebbe infine bello che quest´anno lo Stato, a fronte di tagli alla spesa sociale e viceversa crescenti domande di sostegno in una situazione in cui una emergenza sociale non ne cancella un´altra, indicasse due-tre priorità sociali su cui si impegna a spendere l´8 per mille che gli verrà destinato nelle dichiarazioni dei redditi. Offrirebbe ai cittadini una alternativa effettiva, invogliando una quota maggiore di contribuenti ad indicare il proprio destinatario di elezione: tra le diverse chiese e confessioni religiose e, appunto, lo Stato. E´ bene ricordare, infatti, che solo una minoranza dei contribuenti indica un destinatario dell´8 per mille. Chi non sceglie, è convinto che i soldi rimangano nel bilancio pubblico. Ma non è così. L´intero ammontare dell´8 per mille delle entrate è ripartito sulla base delle scelte effettuate. Chi conquista la maggioranza della minoranza che sceglie, conquista perciò anche la maggioranza dell´intero ammontare. Come nelle elezioni, chi si astiene di fatto è come se votasse con la maggioranza. In una situazione di risorse scarse e bisogni gravi crescenti, mi sembra davvero non solo poco democratico, ma uno spreco non mettere i cittadini di fronte a possibilità di scelta effettiva sugli obiettivi concreti, in campo sociale, su cui distribuire l´8 per mille.
La Repubblica 27 marzo 2011

Tutta la città ne parla

Un’amministrazione comunale, quella “Simoncini&Latini”,  che non fa nulla.  

No,  sarei  “troppo generosa” nel dire che non fa nulla,

qualcosa ha fatto nel 2011:

1) ha mantenuto l’addizionale Irpef all’ aliquota massima consentita dalla Legge;

2) ha aumentato la Tariffa Rifiuti del 6%;

3) ha aumentato le tariffe della mensa scolastica;

4) ha aumentato  le tariffe per la frequenza di frequenza degli asili nido;

5) ha aumentato il costo del trasporto scolastico;

6) ha aumentato il costo dell’assistenza domiciliare agli anziani;

7) ha aumentato le tariffe per la frequenza delle colonie estive e dei centri di
      aggregazione per minori;

8 )  ha aumentato la tariffa del servizio illuminazione votiva;

9) ha aumentato le tariffe per la concessioone dei loculi cimiteriali.

Paola

Il PD c’è, per far ripartire l’Italia

 

 

Il PD ha deciso di dare il proprio contributo, presentando un progetto di 92 pagine di proposte per far ripartire l’Italia.

Un piano corposo che vede al suo centro questioni come lavoro, redditi, servizi, e che si basa principalmente su “due obiettivi-guida”, capaci di sollecitare e dirigere la ripresa:
1. l’innalzamento del tasso di occupazione femminile fino a raggiungere in un decennio il 60% (ossia circa 3 milioni di donne occupate in più rispetto ad oggi);
2. l’innalzamento della specializzazione produttiva dell’Italia.

Paola

Sogni e illusioni

Testo  sogni e illusioni  di Francesco Renga

E dimmi cosa pensi quando chiudi gli occhi prima di dormire
e il resto non importa più come va a finire
quando tutti i sensi ti abbandonano
ed il cuore tuo si fa sentire
quando sei sola veramente
e non c’è nessuno che ti sente

ed io poso la mano sopra ai tuoi sogni
e mi avvicino  piano per non svegliarli
così vicino che mi sembra quasi di accarezzarli

scriverò di te su ogni musica e ogni volta tornerò
e conserverò a ogni briciola di questo tempo che non so
e dipingerò la mia anima di colori
di sogni e illusioni

che cos’è che cerchi quando frughi dentro ai miei pensieri?
nelle pieghe della mia anima tu cosa vedi?
noi così diversi che soltanto uniti siamo interi
ed io che non lo so spiegare
ma voglio fartelo vedere

scriverò di te su ogni musica e ogni volta tornerò
e conserverò a ogni briciola di questo tempo che non so
e dipingerò la mia anima di colori
di sogni e illusioni

io poso la mano sopra ai tuoi sogni
e mi avvicino piano per non svegliarli
così vicino che mi sembra quasi di accarezzarli

scriverò di te su ogni musica e ogni volta tornerò

dimmi cosa pensi quando chiudi gli occhi prima di dormire
e il resto non importa più come va a finire

150 anni italiani

Il piccolo scrivano fiorentino

 Cuore di Edmondo De Amicis, Racconto mensile. Faceva la quarta elementare. Era un grazioso fiorentino di dodici anni, nero di capelli e bianco di viso, figliuolo maggiore d’un impiegato delle strade ferrate, il quale, avendo molta famiglia e poco stipendio, viveva nelle strettezze. Suo padre lo amava ed era assai buono e indulgente con lui: indulgente in tutto fuorché in quello che toccava la scuola: in questo pretendeva molto e si mostrava severo perché il figliuolo doveva mettersi in grado di ottener presto un impiego per aiutar la famiglia; e per valer presto qualche cosa gli bisognava faticar molto in poco tempo. E benché il ragazzo studiasse, il padre lo esortava sempre a studiare. Era già avanzato negli anni, il padre, e il troppo lavoro l’aveva anche invecchiato prima del tempo. Non di meno, per provvedere ai bisogni della famiglia, oltre al molto lavoro che gl’imponeva il suo impiego, pigliava ancora qua e là dei lavori straordinari di copista, e passava una buona parte della notte a tavolino. Da ultimo aveva preso da una Casa editrice, che pubblicava giornali e libri a dispense, l’incarico di scriver sulle fasce il nome e l’indirizzo degli abbonati e guadagnava tre lire per ogni cinquecento di quelle strisciole di carta, scritte in caratteri grandi e regolari. Ma questo lavoro lo stancava, ed egli se ne lagnava spesso con la famiglia, a desinare. – I miei occhi se ne vanno, – diceva, – questo lavoro di notte mi finisce. – Il figliuolo gli disse un giorno: – Babbo, fammi lavorare in vece tua; tu sai che scrivo come te, tale e quale. – Ma il padre gli rispose: – No figliuolo; tu devi studiare; la tua scuola è una cosa molto più importante delle mie fasce; avrei rimorsi di rubarti un’ora; ti ringrazio, ma non voglio, e non parlarmene più. Il figliuolo sapeva che con suo padre, in quelle cose, era inutile insistere, e non insistette. Ma ecco che cosa fece. Egli sapeva che a mezzanotte in punto suo padre smetteva di scrivere, e usciva dal suo stanzino da lavoro per andare nella camera da letto. Qualche volta l’aveva sentito: scoccati i dodici colpi al pendolo, aveva sentito immediatamente il rumore della seggiola smossa e il passo lento di suo padre. Una notte aspettò ch’egli fosse a letto, si vestì piano piano, andò a tentoni nello stanzino, riaccese il lume a petrolio, sedette alla scrivania, dov’era un mucchio di fasce bianche e l’elenco degli indirizzi, e cominciò a scrivere, rifacendo appuntino la scrittura di suo padre. E scriveva di buona voglia, contento, con un po’ di paura, e le fasce s’ammontavano, e tratto tratto egli smetteva la penna per fregarsi le mani, e poi ricominciava con più alacrità, tendendo l’orecchio, e sorrideva. Centosessanta ne scrisse: una lira! Allora si fermò, rimise la penna dove l’aveva presa, spense il lume, e tornò a letto, in punta di piedi. Quel giorno, a mezzodì, il padre sedette a tavola di buon umore. Non s’era accorto di nulla. Faceva quel lavoro meccanicamente, misurandolo a ore e pensando ad altro, e non contava le fasce scritte che il giorno dopo. Sedette a tavola di buonumore, e battendo una mano sulla spalla al figliuolo: – Eh, Giulio, – disse, – è ancora un buon lavoratore tuo padre, che tu credessi! In due ore ho fatto un buon terzo di lavoro più del solito, ieri sera. La mano è ancora lesta, e gli occhi fanno ancora il loro dovere. – E Giulio, contento, muto, diceva tra sé: «Povero babbo, oltre al guadagno, io gli dò ancora questa soddisfazione, di credersi ringiovanito. Ebbene, coraggio». Incoraggiato dalla buona riuscita, la notte appresso, battute le dodici, su un’altra volta, e al lavoro. E così fece per varie notti. E suo padre non s’accorgeva di nulla. Solo una volta, a cena, uscì in quest’esclamazione: – È strano, quanto petrolio va in questa casa da un po’ di tempo! Giulio ebbe una scossa; ma il discorso si fermò lì. E il lavoro notturno andò innanzi. Senonché, a rompersi così il sonno ogni notte, Giulio non riposava abbastanza, la mattina si levava stanco, e la sera, facendo il lavoro di scuola, stentava a tener gli occhi aperti. Una sera, – per la prima volta in vita sua, – s’addormentò sul quaderno. – Animo! animo! – gli gridò suo padre, battendo le mani, – al lavoro! – Egli si riscosse e si rimise al lavoro. Ma la sera dopo, e i giorni seguenti, fu la cosa medesima, e peggio: sonnecchiava sui libri, si levava più tardi del solito, studiava la lezione alla stracca, pareva svogliato dello studio. Suo padre cominciò a osservarlo, poi a impensierirsi, e in fine a fargli dei rimproveri. Non glie ne aveva mai dovuto fare! – Giulio, – gli disse una mattina, – tu mi ciurli nel manico, tu non sei più quel d’una volta. Non mi va questo. Bada, tutte le speranze della famiglia riposano su di te. Io son malcontento, capisci! – A questo rimprovero, il primo veramente severo ch’ei ricevesse, il ragazzo si turbò. E «sì, – disse tra sé, – è vero; così non si può continuare; bisogna che l’inganno finisca». Ma la sera di quello stesso giorno, a desinare, suo padre uscì a dire con molta allegrezza: – Sapete che in questo mese ho guadagnato trentadue lire di più che nel mese scorso, a far fasce! – e dicendo questo, tirò di sotto alla tavola un cartoccio di dolci, che aveva comprati per festeggiare coi suoi figliuoli il guadagno straordinario, e che tutti accolsero battendo le mani. E allora Giulio riprese animo, e disse in cuor suo: «No, povero babbo, io non cesserò d’ingannarti; io farò degli sforzi più grandi per studiar lungo il giorno; ma continuerò a lavorare di notte per te e per tutti gli altri». E il padre soggiunse: – Trentadue lire di più! Son contento… Ma è quello là, – e indicò Giulio, – che mi dà dei dispiaceri. – E Giulio ricevé il rimprovero in silenzio, ricacciando dentro due lagrime che volevano uscire; ma sentendo ad un tempo nel cuore una grande dolcezza. E seguitò a lavorare di forza. Ma la fatica accumulandosi alla fatica, gli riusciva sempre più difficile di resistervi. La cosa durava da due mesi. Il padre continuava a rimbrottare il figliuolo e a guardarlo con occhio sempre più corrucciato. Un giorno andò a chiedere informazioni al maestro, e il maestro gli chiese: – Sì, fa, fa, perché ha intelligenza. Ma non ha più la voglia di prima. Sonnecchia, sbadiglia, è distratto. Fa delle composizioni corte, buttate giù in fretta, in cattivo carattere. Oh! potrebbe far molto, ma molto di più. – Quella sera il padre prese il ragazzo in disparte e gli disse parole più gravi di quante ei ne avesse mai intese. – Giulio, tu vedi ch’io lavoro, ch’io mi logoro la vita per la famiglia. Tu non mi assecondi. Tu non hai cuore per me, né per i tuoi fratelli, né per tua madre! – Ah no! non lo dire, babbo! – gridò il figliuolo scoppiando in pianto, e aprì la bocca per confessare ogni cosa. Ma suo padre l’interruppe, dicendo: – Tu conosci le condizioni della famiglia; sai se c’è bisogno di buon volere e di sacrifici da parte di tutti. Io stesso, vedi, dovrei raddoppiare il mio lavoro. Io contavo questo mese sopra una gratificazione di cento lire alle strade ferrate, e ho saputo stamani che non avrò nulla! – A quella notizia, Giulio ricacciò dentro subito la confessione che gli stava per fuggire dall’anima, e ripeté risolutamente a sé stesso: «No, babbo, io non ti dirò nulla; io custodirò il segreto per poter lavorare per te; del dolore di cui ti son cagione, ti compenso altrimenti; per la scuola studierò sempre abbastanza da esser promosso; quello che importa è di aiutarti a guadagnar la vita, e di alleggerirti la fatica che t’uccide». E tirò avanti, e furono altri due mesi di lavoro di notte e di spossatezza di giorno, di sforzi disperati del figliuolo e di rimproveri amari del padre. Ma il peggio era che questi s’andava via via raffreddando col ragazzo, non gli parlava più che di rado, come se fosse un figliuolo intristito, da cui non restasse più nulla a sperare, e sfuggiva quasi d’incontrare il suo sguardo. E Giulio se n’avvedeva, e ne soffriva, e quando suo padre voltava le spalle, gli mandava un bacio furtivamente, sporgendo il viso, con un sentimento di tenerezza pietosa e triste; e tra per il dolore e per la fatica, dimagrava e scoloriva, e sempre più era costretto a trasandare i suoi studi. E capiva bene che avrebbe dovuto finirla un giorno, e ogni sera si diceva: – Questa notte non mi leverò più; – ma allo scoccare delle dodici, nel momento in cui avrebbe dovuto riaffermare vigorosamente il suo proposito, provava un rimorso, gli pareva, rimanendo a letto, di mancare a un dovere, di rubare una lira a suo padre e alla sua famiglia. E si levava, pensando che una qualche notte suo padre si sarebbe svegliato e l’avrebbe sorpreso, o che pure si sarebbe accorto dell’inganno per caso, contando le fasce due volte; e allora tutto sarebbe finito naturalmente, senza un atto della sua volontà, ch’egli non si sentiva il coraggio di compiere. E così continuava. Ma una sera, a desinare, il padre pronunciò una parola che fu decisiva per lui. Sua madre lo guardò, e parendole di vederlo più malandato e più smorto del solito, gli disse: – Giulio, tu sei malato. – E poi, voltandosi al padre, ansiosamente: – Giulio è malato. Guarda com’è pallido! Giulio mio, cosa ti senti? – Il padre gli diede uno sguardo di sfuggita, e disse: – È la cattiva coscienza che fa la cattiva salute. Egli non era così quando era uno scolaro studioso e un figliuolo di cuore. – Ma egli sta male! – esclamò la mamma. – Non me ne importa più! – rispose il padre. Quella parola fu una coltellata al cuore per il povero ragazzo. Ah! non glie ne importava più. Suo padre che tremava, una volta, solamente a sentirlo tossire! Non l’amava più dunque, non c’era più dubbio ora, egli era morto nel cuore di suo padre… «Ah! no, padre mio, – disse tra sé il ragazzo, col cuore stretto dall’angoscia, – ora è finita davvero, io senza il tuo affetto non posso vivere, lo rivoglio intero, ti dirò tutto, non t’ingannerò più, studierò come prima; nasca quel che nasca, purché tu torni a volermi bene, povero padre mio! Oh questa volta son ben sicuro della mia risoluzione!» Ciò non di meno, quella notte si levò ancora, per forza d’abitudine, più che per altro; e quando fu levato, volle andare a salutare, a riveder per qualche minuto, nella quiete della notte, per l’ultima volta, quello stanzino dove aveva tanto lavorato segretamente, col cuore pieno di soddisfazione e di tenerezza. E quando si ritrovò al tavolino, col lume acceso, e vide quelle fasce bianche, su cui non avrebbe scritto mai più quei nomi di città e di persone che oramai sapeva a memoria, fu preso da una grande tristezza, e con un atto impetuoso ripigliò la penna, per ricominciare il lavoro consueto. Ma nello stender la mano urtò un libro, e il libro cadde. Il sangue gli diede un tuffo. Se suo padre si svegliava! Certo non l’avrebbe sorpreso a commettere una cattiva azione, egli stesso aveva ben deciso di dirgli tutto; eppure… il sentir quel passo avvicinarsi, nell’oscurità; – l’esser sorpreso a quell’ora, in quel silenzio; – sua madre che si sarebbe svegliata e spaventata, – e il pensar per la prima volta che suo padre avrebbe forse provato un’umiliazione in faccia sua, scoprendo ogni cosa… tutto questo lo atterriva, quasi. – Egli tese l’orecchio, col respiro sospeso… Non sentì rumore. Origliò alla serratura dell’uscio che aveva alle spalle: nulla. Tutta la casa dormiva. Suo padre non aveva inteso. Si tranquillò. E ricominciò a scrivere. E le fasce s’ammontavano sulle fasce. Egli sentì il passo cadenzato delle guardie civiche giù nella strada deserta; poi un rumore di carrozza che cessò tutt’a un tratto; poi, dopo un pezzo, lo strepito d’una fila di carri che passavano lentamente; poi un silenzio profondo, rotto a quando a quando dal latrato lontano d’un cane. E scriveva, scriveva. E intanto suo padre era dietro di lui: egli s’era levato udendo cadere il libro, ed era rimasto aspettando il buon punto; lo strepito dei carri aveva coperto il fruscio dei suoi passi e il cigolio leggiero delle imposte dell’uscio; ed era là, – con la sua testa bianca sopra la testina nera di Giulio, – e aveva visto correr la penna sulle fasce, – e in un momento aveva tutto indovinato, tutto ricordato, tutto compreso, e un pentimento disperato, una tenerezza immensa, gli aveva invaso l’anima, e lo teneva inchiodato, soffocato là, dietro al suo bimbo. All’improvviso, Giulio diè un grido acuto, – due braccia convulse gli avevan serrata la testa. – O babbo! babbo, perdonami! perdonami! – gridò, riconoscendo suo padre al pianto. – Tu, perdonami! – rispose il padre, singhiozzando e coprendogli la fronte di baci, – ho capito tutto, so tutto, son io, son io che ti domando perdono, santa creatura mia, vieni, vieni con me! – E lo sospinse, o piuttosto se lo portò al letto di sua madre, svegliata, e glielo gettò tra le braccia e le disse: – Bacia quest’angiolo di figliuolo che da tre mesi non dorme e lavora per me, e io gli contristo il cuore, a lui che ci guadagna il pane! – La madre se lo strinse e se lo tenne sul petto, senza poter raccoglier la voce; poi disse: – A dormire, subito, bambino mio, va’ a dormire, a riposare! Portalo a letto! – Il padre lo pigliò fra le braccia, lo portò nella sua camera, lo mise a letto, sempre ansando e carezzandolo, e gli accomodò i cuscini e le coperte. – Grazie, babbo, – andava ripetendo il figliuolo, – grazie; ma va’ a letto tu ora; io sono contento; va’ a letto, babbo. – Ma suo padre voleva vederlo addormentato, sedette accanto al letto, gli prese la mano e gli disse: – Dormi, dormi figliuol mio! – E Giulio, spossato, s’addormentò finalmente, e dormì molte ore, godendo per la prima volta, dopo vari mesi, d’un sonno tranquillo, rallegrato da sogni ridenti; e quando aprì gli occhi, che splendeva già il sole da un pezzo, sentì prima, e poi si vide accosto al petto, appoggiata sulla sponda del letticciolo, la testa bianca del padre, che aveva passata la notte così, e dormiva ancora, con la fronte contro il suo cuore.