Emergenza neve, determinazione tariffe mense scolastiche

    Le eccezionali nevicate di febbraio, con le conseguenti ordinanze sindacali di chiusura delle scuole cittadine, hanno creato forti disagi alle famiglie osimane.

  Dodici giorni di chiusura forzata delle scuole, senza aver potuto usufruire del servizio mensa assicurato da nidi, scuole d’infanzia e scuole primarie hanno rappresentato per molte famiglie, problemi logistici di dove “collocare” i figli e un impegno economico per sostenere spese per baby sitter o per altre soluzioni alternative.
Mi sembra giusto chiedere al Comune di intervenire,  riducendo – per il mese di febbraio – della metà il costo della retta degli asili nido e di tagliare ugualmente della metà la quota fissa del servizio mensa a carico delle famiglie che hanno figli iscritti alle scuole d’infanzia ed alle scuole primarie. Non si può chiedere di pagare mensa e trasporto scolastico come se non ci fosse stata alcuna interruzione dei servizi.

Far pagare in modo ridotto i servizi non utilizzati, credo sia un segnale che va incontro alle famiglie riconoscendo loro un piccolo,  ma significativo risparmio economico per i disagi subiti.

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Al Sig. Presidente del Consiglio Comunale  Comune di Osimo

INTERROGAZIONE CONSILIARE

Oggetto: emergenza neve e chiusura scuole, determinazione in ordine alle rette asili nido e spesa servizio mensa a carico delle famiglie per il mese di febbraio 2012

La sottoscritta consigliere comunale, Paola Andreoni

Premesso che

le abbondanti precipitazioni nevose che hanno interessato il territorio del Comune di Osimo nel corso del mese di febbraio hanno portato con sé una serie di disagi di carattere organizzativo e di mobilità, che hanno interessato tutte le categorie di cittadini.
Per molte famiglie con bambini che frequentano gli asili nido, le scuole primarie e dell’infanzia si è aggiunto in molti casi, oltre al problema logistico – di dover collocare i figli nei giorni in cui l’ordinanza del Sindaco ha stabilito la chiusura delle scuole -, un impegno economico, per sostenere spese per baby sitter o altre soluzioni alternative;

Rilevato che

Per i genitori dei bambini degli asilo nido, delle scuole d’infanzia e delle primarie, oltre ai disagi di cui sopra rischia di aggiungersi il pagamento del servizio mensa non usufruito;

Considerato che

Mentre nelle scuole medie il pagamento della mensa avviene con una tariffa calcolata su ogni singolo pasto consumato, nelle scuole d’infanzia, nelle scuole primarie e lo stesso vale per la retta dell’Asilo Nido è previsto invece un pagamento forfettario mensile, una quota fissa, che prevede riduzioni solo in particolarissime condizioni e da una parte variabile legata al numero di pasti effettivamente consumati;

Preso atto che

Nel mese di febbraio, dettata dall’emergenza neve, l’ordinanza del Sindaco ha determinato la chiusura forzata delle scuole per 12 giorni;

Considerato quanto sopra

Si CHIEDE AL SINDACO

1) Se non ritenga opportuno ridurre, per il mese di febbraio 2012, tagliandola della metà, la quota fissa del servizio mensa a carico delle famiglie che hanno figli iscritti presso  le scuole d’infanzia e le scuole primarie e tagliare della metà la retta dell’asilo nido;

2) Se non ritenga opportuno dare questo segnale che vada incontro alle famiglie generando un piccolo ma significativo risparmio economico per le famiglie stesse.

Osimo lì, 29 febbraio 2012

            Il consigliere comunale
capogruppo del Partito Democratico
…………Paola Andreoni

Italie parallele

  I salari degli italiani sono tra i più bassi di Europa: la metà di quelli tedeschi e inferiori anche a quelli della Grecia.
La conferma arriva  dall’Eurostat.
Ma il divario più marcato è quello tra lo stipendio dei lavoratori italiani e il compenso dei nostri parlamentari e consiglieri regionali, con un rapporto di 1:6 che non ha eguali in altre parti d’Europa.
Stipendi d’oro anche per i nostri manager (sia pubblici che privati), visto che risultano tra i più pagati d’Europa. E qui il divario con le buste paga dei normali dipendenti è davvero incolmabile.

Malattie rare

Domani 29 febbraio si terrà  la giornata mondiale delle malattie rare. Lo scopo della manifestazione è quello di rendere l’opinione pubblica più sensibile al problema legato alle malattie rare. Le malattie rare sono quelle patologie che hanno una prevalenza nella popolazione generale inferiore ad una soglia indicata dalle normative vigenti di ogni Paese. In Europa la soglia tocca i duemila abitanti.

Luca resisti

Abbiamo appreso tutti con sgomento quanto è accaduto ieri nei cantieri della Tav,  in Val di Susa. Un giovane,  leader storico del movimento no TAV, Luca Abbà, è precipitato da un traliccio dell’alta tensione, sul quale era salito per protestare contro gli espropri dei terreni.
Il giovane è ancora oggi in condizioni stazionarie. Ancora grave, ancora in coma farmacologico, ricoverato resta ancora in rianimazione con prognosi riservata.
Nell’esprimere tutta la mia solidarietà e vicinanza al giovane Luca tuttavia credo che la “pur legittima protesta ” non debba arrivare a tali estremi episodi. Sulla questione Tav si sono già espressi i Parlamenti, gli enti locali della vallata, e l’opera finanziata con risorse comunitarie prosegue perchè questa è stata la decisione democraticamente assunta. Protestare, manifestare il proprio dissenso è legittimo, tuttavia c’è sempre un limite. Non si può mettere a repentaglio la propria vita e quella degli altri.

Per queste ragioni non condivido l’iniziativa di  Luca, ma ho anche grande rispetto per questa persona, per le sue motivazioni ideali, etiche, per la sua passione civile, per l’attaccamento verso la sua valle, per la sua voglia di non arrendersi.

Se questi sono i fatti (e responsabilmente non mi sono sottratta nell’esprimere  il mio pensiero sulla questione),  voglio condannare e biasimare quanto oggi riportato sull’episodio, del gravissimo incidente accaduto a Luca Abbà, dal giornale – massima espressione della destra italiana – e di proprietà di S.Berlusconi: il Giornale .

Non potevano fare di peggio, in ferocia e in malvagità.

Non credo che servano altre parole per una prima pagina,   ignobile come questa.

Mi unisco a quanti, manifestanti NO Tav, semplici cittadini, da ieri sono raccolti davanti all’ospedale in una veglia di solidarietà. Luca resisti.

Paola

Siria, il Governo spara anche sui bambini

Continuano senza sosta le proteste in Siria. Anche i bambini partecipano alle proteste e il Governo non fa’ differenze di trattamenti: spara anche su di loro.  Secondo l’Unicef almeno trenta bambini sarebbero stati uccisi dall’inizio delle manifestazioni contro Bashar al-Assad.

Il governo Monti tra destra e sinistra

Il governo Monti tra destra e sinistra di Eugenio Scalfari • 26-Feb-12
Fino a poco tempo fa si diceva che l’Europa avesse molti problemi, uno dei quali era la Grecia ma i più preoccupanti erano la Spagna e soprattutto l’Italia. Oggi però risulta chiaro che il vero problema è l’Europa, anzi l’Europa tedesca perché è la Germania a dare il “la” a tutta l’orchestra delle istituzioni europee. Il presidente del Consiglio, Herman Van Rompuy, il presidente della Commissione Manuel Barroso, i commissari, i direttori generali e i loro vice, i segretari del Parlamento di Strasburgo e i funzionari delle commissioni parlamentari: una vasta e potente burocrazia plurinazionale dove i posti-chiave sono in mano a tedeschi e francesi e ai loro stretti alleati e dove le funzioni politiche sono esercitate da una tecnostruttura che ha gli occhi costantemente rivolti a Berlino.
Il voto all’unanimità, che è ancora la regola per le decisioni più importanti dell’Unione, costituisce una delle varie armi a disposizione della Germania. È vero che esso conferisce un diritto di veto a tutti i Paesi dell’Unione, ma quei veti possono essere controllati, ammorbiditi, aggirati quando a porli sia uno degli altri 26 Paesi membri; ma quando è la Cancelliera tedesca a dire “no”, quel no è insuperabile perché – tutti ormai l’hanno capito – è Berlino che fa la legge. Anche la Francia infatti ha ormai piegato la testa riconoscendo d’esser figlia di un Dio minore. La Germania è il Paese europeo più ricco, più produttivo, più innovativo dell’Unione; è il centro geopolitico del continente ed è ormai l’alleato privilegiato degli Stati Uniti.
Questo è lo stato dei fatti anche se formalmente non appare, anzi non appariva fino a qualche anno fa, ma adesso l’egemonia tedesca sulla politica economica dell’intero Continente è conclamata. Purtroppo si tratta d’una politica ottusamente deflazionistica, ottusamente “virtuosa”, ottusamente manichea e quindi socialmente crudele. Per conservare ed accrescere la sua egemonia la Germania rifiuta o rallenta il percorso che dovrebbe portarci alla nascita di un’Europa federale come previsto dallo spirito dei trattati fondativi della Comunità. Rifiuta che l’Europa sia rappresentata da una sola voce e che un suo rappresentante (dell’Europa) entri a far parte come membro permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Rifiuta che lo stesso avvenga nel Fondo monetario (Fmi) e nelle altre istituzioni internazionali. Rifiuta infine che la Banca centrale europea abbia lo “status” delle Banche centrali di tutto il mondo.
La Germania vuole invece che l’Unione rimanga a mezza strada tra una semplice Confederazione di libero scambio e un vero Stato con elezioni popolari dirette e organi federali. A mezza strada significa una struttura intergovernativa dove i governi più forti fanno la legge e dove gli Stati nazionali mantengano piena autonomia salvo alcuni spicchi di sovranità trasferiti all’Unione (vedi il rigorismo economico) se quel trasferimento rafforza l’egemonia dello Stato-guida. La situazione attuale si può dunque riassumere così: la Germania impedisce che ai cittadini degli Stati nazionali siano riconosciuti tutti i diritti che una piena cittadinanza europea comporta. Questo è il problema europeo.
Da qualche mese però si è aperta una falla nella carena dell’Europa tedesca. L’hanno aperta Mario Monti da un lato e Mario Draghi dall’altro. Non credo che ci sia un accordo tra loro, ma una convergenza oggettiva la si vede senza bisogno di lenti d’ingrandimento. L’obiettivo di Monti è di far tornare l’Italia in prima fila sulla scena della politica europea e di favorire ulteriori cessioni di sovranità dagli Stati nazionali alle istituzioni dell’Unione. Il documento firmato da Monti e da Cameron, dalla Spagna e dalla Polonia, dall’Olanda, dalla Repubblica Ceca e dagli Stati Baltici, che chiede di concentrare nella Commissione europea la gestione della concorrenza e delle regole che la tutelino soprattutto nel settore dei servizi fin qui trascurato, marcia in quella direzione. Non a caso Germania e Francia per ora non hanno aderito a quell’iniziativa. I “media” dal canto loro l’hanno sottovalutata sebbene essa possieda una forte carica di liberalizzazione intra-europea, mirata non più al rigore già acquisito ma alla crescita. Si tratta in realtà di un’iniziativa contro le “lobby” a livello continentale.
Monti conosce bene quel tema, fa parte della sua lunga esperienza di commissario dell’Unione. Non è un caso che la sua iniziativa europea avvenga in sintonia con il decreto sulle liberalizzazioni in discussione nel Parlamento italiano e non è un caso che proprio l’altro ieri il presidente del Consiglio abbia deciso di disconoscere tutti gli emendamenti che le lobby hanno tentato di introdurre nel decreto attraverso la compiacenza dei partiti di riferimento.
Il presidente della Repubblica – che segue con la massima attenzione quanto sta accadendo su questo tema sia in Italia sia in Europa – è intervenuto giovedì scorso contro la pioggia di emendamenti eterogenei sul decreto delle semplificazioni ed ha contemporaneamente ricordato l’importanza della politica di liberalizzazioni. Anche il Partito democratico s’è schierato sullo stesso terreno che del resto fu proprio Bersani ad anticipare come ministro dell’Industria all’epoca del governo Prodi. Mario Draghi batte anche lui su quel tasto ad ogni sua uscita pubblica. I veri nodi strategici di questa politica non sono i tassisti, le farmacie e neppure gli ordini professionali. I veri nodi da sciogliere sono i costi dell’energia, la rendita metanifera dell’Eni, l’intreccio degli interessi tra le banche, le fondazioni, le compagnie d’assicurazione. E anche, ovviamente, il mercato del lavoro.
La battaglia delle liberalizzazioni non ha niente a che vedere con l’ideologia liberista. Soltanto una sinistra becera e aggrappata alle mitologie e alle ideologie del secolo scorso può identificare la lotta contro le corporazioni e contro gli intrecci d’interesse con il thatcherismo e il reaganismo. Il capitalismo democratico e la politica sociale di mercato furono l’esatto contrario del liberismo selvaggio che porta sempre nel suo ventre l’oligopolio e il monopolio. L’economia globale ha riaperto questo problema ponendolo su basi del tutto nuove. Il capitalismo democratico rese possibile l’incontro con il riformismo socialista nel felice trentennio che va dal 1945 alla metà degli anni Settanta. Ora quel modello va ricostruito su nuove basi.
Nuovo modello ma identici obiettivi. Per questo è un’assurdità porre la domanda se Mario Monti sia di destra o di sinistra. Monti è un riformista e un innovatore. Ci può essere una destra riformista e innovatrice (la Destra storica lo fu) e una sinistra riformista e innovatrice e così pure un sindacato e un’imprenditoria con quei medesimi obiettivi. Qualche nome del nostro passato, tanto per avere concreti riferimenti? Li ho già fatti in altre occasioni quei nomi ma forse è bene ripetersi per chi non ha orecchi per ascoltare o cervello per intendere: Luigi Einaudi, Ezio Varoni, Ugo La Malfa, Bruno Visentini, Raffaele Mattioli, Altiero Spinelli, Riccardo Lombardi, Antonio Giolitti, Luciano Lama, Pasquale Saraceno, Nino Andreatta, Carlo Azeglio Ciampi. L’elenco è assai più lungo, per fortuna c’è stata e c’è ancora un’Italia perbene, responsabile e consapevole, che antepone l’interesse generale a tutti gli altri. Credo che i nostri due Mario facciano parte di questo elenco.
La riforma del mercato del lavoro fa parte della politica di liberalizzazione la quale non si limita a liberalizzare le merci e i servizi. Questa è la parte più facile ed è già in gran parte avvenuta in Europa con la nascita della Comunità e i trattati di Roma del 1957. Può e dev’essere migliorata e completata, ma il nodo da sciogliere ora è un altro e riguarda le persone. Il mercato del lavoro non è uno spazio unitario ma uno spazio segmentato. C’è un mercato del Sud e uno del Nord, un mercato del lavoro per gli uomini e uno per le donne, uno per i giovani e uno per gli anziani, uno a tempo indeterminato e uno a tempo determinato, uno alla luce del sole e uno sommerso, uno per le piccole imprese e uno per le grandi, uno per i privati e uno per lo Stato e gli enti pubblici, uno per i cittadini e uno per gli immigrati. Infine ci sono gli occupati, i sotto-occupati e i disoccupati e ci sono tutele sociali per alcuni e nessuna tutela per altri.
Si può dire che il mercato del lavoro in Italia in queste condizioni di intensa segmentazione fatta di veri e propri compartimenti-stagno non comunicanti tra loro, sia un mercato libero dove liberamente si confrontano la domanda e l’offerta di lavoro? Certamente no e lo sanno benissimo le rappresentanze sindacali dei lavoratori e quelle degli imprenditori. Un vero mercato libero e unitario non ci sarà mai perché alcune segmentazioni dipendono dalle diverse tipologie di lavoro; ma l’intensità delle segmentazioni attuali è irrazionale e insostenibile, impastata da privilegi e da rendite di posizione. Un governo che voglia modernizzare la società e accrescerne la produttività puntando sulla liberalizzazione del sistema ha dunque tra i primi obiettivi quello di riformare il mercato del lavoro, gli strumenti contrattuali che ne costituiscono le nervature, i meccanismi di tutela sociale e la parità di accesso e di recesso privilegiando i settori più sfavoriti e più deboli, cioè i giovani e le donne.
In un quadro di queste dimensioni la discussione sull’articolo 18 dovrebbe essere del tutto marginale. Forse simbolica, ma nella sostanza marginale sia per il governo sia per le parti sociali riunite intorno a quel tavolo. Quell’articolo sta per tutela della giusta causa. È evidente a tutti che la giusta causa in un Paese moderno e civile è un canone da rispettare. Non si può licenziare un lavoratore solo perché è antipatico al padrone; tanto meno per le sue opinioni o per il colore della pelle. Ma si deve poter licenziare se il lavoratore non rispetta i ritmi di lavoro previsti dal contratto, se rompe la disciplina che il contratto prevede, se l’azienda deve ridurre la produzione per ragioni economiche dimostrate. Questo complesso di elementi che configura sia l’accesso al lavoro sia il recesso, sono tutelabili in vari modi. L’articolo 18 è alquanto generico ed ha generato una giurisprudenza discutibile e discussa. Può esser sostituito da un testo diverso oppure modificato oppure lasciato tal quale chiarendo meglio la giurisprudenza. In ogni caso – come giustamente ha detto Anna Finocchiaro in una pubblica e recente intervista – le norme che regolano l’entrata e l’uscita dal lavoro vanno estese a tutte le aziende e a tutti i lavoratori mentre l’articolo 18 restringe la tutela agli occupati in aziende che occupano più di 15 dipendenti. I dipendenti di imprese al di sotto di quella soglia sono privi di tutela e questo non è ammissibile.
Il mercato del lavoro non è mai stato così frastagliato. Lo è da vent’anni in qua. Bloccare l’orologio agli anni Ottanta dell’altro secolo è una richiesta irricevibile e se questo fosse lo spirito del sindacato bisognerebbe concluderne che esso è fuori dal tempo; ma ancor più fuori dal tempo sono coloro che in Confindustria o in altre consimili associazioni vorrebbero tornare all’epoca del “padrone delle ferriere”. Le basi per un accordo ci sono perché l’obiettivo comune non può che essere liberalizzazioni moderne, coesione sociale e tutele per i più deboli. Due parole sul governo tecnico e quello politico. In una democrazia parlamentare questa distinzione non può esistere, ogni governo deve avere la fiducia del Parlamento e perciò tutti i governi sono politici. Ci sono invece vari modi per scegliere il Capo del governo. Lo può scegliere direttamente il popolo, lo possono scegliere i partiti e i loro gruppi parlamentari, lo può scegliere il Capo dello Stato. Nel primo caso – scelta popolare diretta – siamo però fuori dalla democrazia parlamentare. Nel secondo e nel terzo caso ci siamo dentro. La nostra Costituzione prevede il secondo e il terzo caso. Durante la prima Repubblica si praticò la scelta affidata ai partiti e ratificata dal presidente della Repubblica. Nella seconda Repubblica il sistema si avvicinò a quello presidenziale e si distaccò notevolmente da quello parlamentare. Complessivamente sono stati molto rari i casi nei quali è stato rispettato il dettato costituzionale. Avvenne durante il settennato di Luigi Einaudi, un paio di volte in quello di Scalfaro (l’incarico a Ciampi e l’incarico a Dini) e con la nomina di Monti e del suo governo da parte di Giorgio Napolitano.
Chi continua a sostenere che il governo Monti sia soltanto “tecnico” e dettato dall’emergenza, sostiene una cosa giusta (l’emergenza) e un’altra falsa (il governo dei tecnici). A mio avviso il meccanismo adottato da Napolitano è quello che meglio corrisponde al dettato costituzionale e deve dunque sopravvivere al governo Monti diventando norma stabile visto che è l’unica prevista in Costituzione. Nel frattempo il governo governi. L’economia soprattutto, perché l’emergenza lo richiede, ma anche tutti gli altri temi e problemi che riguardano la vita del paese e del suo futuro.

Post scriptum. Il processo Mills-Berlusconi si è concluso con la prescrizione, decisa in sentenza dal Tribunale di Milano. È prassi consolidata che se l’imputato è giudicato innocente, il dispositivo della sentenza ne dia atto. Se invece è giudicato colpevole o se seriamente indiziato di colpevolezza, ma sia caduto in prescrizione, la sentenza applichi la prescrizione nel dispositivo e parli della colpevolezza nelle motivazioni. Attendiamo dunque di leggerle. La difesa dell’imputato sembra orientata ad appellarsi contro le motivazioni della sentenza se esse accogliessero la tesi della colpevolezza. È evidente tuttavia che non ci si può appellare contro le motivazioni se non si fa formale rifiuto della prescrizione. Se questo fosse la decisione della difesa e dell’imputato prescritto, essa sarebbe altamente apprezzabile e noi saremmo pronti a riconoscerlo, ma qualche cosa ci fa pensare che questo non avverrà.

Se sei “pulito”

Se sei “pulito”  e non hai problemi con la giustizia, 

rinuncia alla PRESCRIZIONE

Il Governo presenta la proposta per le elezioni dei nuovi Consigli Provinciali

Il Governo Monti, sempre nell’ottica di contenere i costi della politica e della burocrazia, ha presentato un disegno di legge per la  definizione delle nuove modalità di elezione dei Consiglieri provinciali e dei Presidenti delle Province.

Come sarà il nuovo "Palazzo di vetro" ?

 Al sistema elettorale attuale, basato sull’elezione diretta del Presidente e del Consiglio provinciale, si sostituisce un sistema proporzionale, fra liste concorrenti. La riforma non prevede nuovi oneri a carico della spesa pubblica. Il risparmio presunto per lo svolgimento delle elezioni è quantificato in  circa 118 mila euro per lo Stato e di circa 120 mila euro per le Province. Gli aspetti essenziali  prevista dal disegno di legge sono quattro:

1)  Si riduce il numero massimo di consiglieri provinciali. Per le province con più di 700.000 abitanti saranno 16, per quelle con popolazione compresa tra i 300.000 e i 700.000 saranno 12, mentre per quelle con meno di 300.000 abitanti il numero massimo di consiglieri previsto è di 10 unità. I nuovi limiti sono stati pensati per consentire l’accesso in Consiglio di tutto l’arco di forze politiche, garantendo la rappresentatività di tutte le opinioni e la tutela delle minoranze.  La Provincia di Ancona che in totale conta circa 500.000 abitanti, si ritroverebbe  con Consiglio composto da 12 componenti, rispetto agli attuali 30.

2) Elettorato attivo e passivo a sindaci e consiglieri comunaliI candidati al seggio di consigliere provinciale potranno essere solo i sindaci e i consiglieri comunali della provincia interessata. Le “elezioni di secondo grado”, secondo il disegno del Governo, riducono i costi. Gli eletti, infatti, mantengono la carica di sindaco o consigliere comunale per tutta la durata del quinquennio provinciale di carica. Le elezioni, inoltre, si svolgeranno in un solo giorno.

3) Il Presidente della Provincia è eletto direttamente dal corpo elettorale composto dai Consiglieri comunali per abbinamento di lista.

4) Per preservare l’equità di genere tra gli eletti, si prevede la presenza necessaria di candidati di entrambi i sessi in ciascuna lista, nel rispetto del principio di pari opportunità.

Stabilita anche la data delle prossime elezione amministrative. Si svolgeranno  il 6 maggio.

Insomma, tante novità.

NO all’acquisto degli F-35

Personalmente e anche con il presente blog aderisco alla iniziativa  UN MESE DI MOBILITAZIONE CONTRO L’ACQUISTO DEGLI F-35 ed alla Giornata nazionale di mobilitazione contro l’acquisto degli F-35 che si tiene oggi sabato 25 febbraio in tutta Italia.
Il Ministro della Difesa Di Paola ha dato ascolto alla proteste mosse dalla società civile,  che hanno chiesto a gran voce un ripensamento sull’acquisto previsto dei 131 caccia F-35.
“Acquisteremo 40 caccia F-35 in meno” ha affermato il Ministro, confermando anche un programma di tagli sulle spese militari ”Oggi ci sono 183.000 militari e 30.000 civili: per orientare lo strumento, dovremmo progressivamente scendere verso 150.000 militari e 20.000 civili, con una riduzione di 43.000 unita”.
Un passo importante che va nella direzione auspicata e richiesta, mettendo sul tavolo della discussione anche le spese militari, ma non sufficiente a fermare la campagna di mobilitazione. Pur con l’importante modifica nel numero, resta comunque in programma l’acquisto di 90 caccia F-35, velivoli il cui costo singolo si aggira sui 115 milioni di euro.

Prosegue dunque la mobilitazione contro l’acquisto dei caccia F-35.

Associazioni, singoli cittadini sostengono la campagna ” Taglia le ali alle armi ” per chiedere al Governo di non procedere all’acquisto dei caccia bombardieri Joint Strike Fighter F-35.

La petizione online  è  raggiungibile all’indirizzo www.disarmo.org/nof35

Oltraggio a Napolitano, a Monti, al Tricolore

Ho una grandissima ammirazione per questo grande “vecchio” di 81 anni che risponde al nome di  Ermanno Olmi. Lo considero un “sapiente”, un grande saggio e naturalmente amo i suoi film:   “L’albero degli zoccoli”, il bellissimo e spirituale “Centochiodi” e ” Il villaggio di cartone”.  Dopo averlo visto nella trasmissione  Che tempo che fa, di questo “grande vecchio” e “maestro” del cinema italiano sto apprezzando non solo la creatività artistica, ma anche l’impegno civile. E’ un uomo del nord e un ITALIANO ( con la maiuscola ) vero, di Bergamo. Leggete l’ intervista rilasciata al giornalista  Giancarlo Bosetti e pubblicata pochi giorni fa su Reset.

Si può cominciare da una denuncia a cambiare il corso delle cose che non cambiano mai?

ASIAGO (Vicenza) – Si può cominciare da una denuncia a cambiare il corso delle cose che non cambiano mai? Ermanno Olmi e con lui tanti anonimi cittadini pensano di sì. Vediamo di che cosa si tratta.
L’elenco delle scurrilità e violenze verbali di Umberto Bossi è lungo e ripetitivo. Ma uno degli ultimi episodi, il 30 dicembre ad Albino nella Bergamasca, quando gli insulti, le corna e i “vaff” a Napolitano, al tricolore, a Monti sono finiti nei Tg e su Youtube – dove si possono tuttora vedere – ha messo in moto una reazione a catena di denunce contro il segretario della Lega, per vilipendio, offesa all’onore personale, oltraggio nei confronti del presidente della Repubblica, del Primo ministro, della bandiera nazionale. La moltiplicazione delle denunce alle procure, finora dieci (Verona, Bassano, Vicenza, Trento, Bergamo, Brescia, Milano, Roma, Napoli, Bari) è avvenuta attraverso il passaparola, e-mail, social networks, e grazie alla mobilitazione di gruppi di cittadini che hanno deciso che la misura era colma.
Andiamo a trovare Ermanno Olmi, il regista di Bergamo che vive ad Asiago, l’autore dell’«Albero degli Zoccoli», un uomo che ha titoli per rappresentare la terra lombarda e padana, compresi i suoi dialetti, e che con il suo cinema ha parlato un linguaggio sottovoce, con molti silenzi, eppure preciso e forte, come sa essere chi tiene in grande considerazione il peso delle parole.
Questa volta Olmi ha deciso di appoggiare il ricorso alla giustizia e di sottoscrivere la denuncia: «Ma non faremo la sfilata delle personalità, semplicemente ci mettiamo in fila come cittadini». Ha compiuto ottant’anni l’anno scorso quando ha presentato il suo ultimo film, «Il villaggio di cartone»; una chiesa che diventa ricovero per gli immigrati clandestini, un apologo sulla tempesta della globalizzazione che spazza l’Italia, sull’accoglienza e con una morale: «O cambiamo il corso della storia o sarà la storia a cambiare noi». Il regista ci riceve in ottima forma, malattie e cadute sono solo un ricordo, fuori sull’altipiano il gelo di stagione, dentro il camino acceso.
Perché la denuncia?
«Non si tratta tanto di fermare la scurrilità: se l’individuo Bossi, per esempio, usasse termini volgari sulla sua persona o per giudicare situazioni degne di insulti, potrebbe essere anche tollerato. Il fatto invece che li usi per denigrare persone che rappresentano dei valori – come quelli insiti nel simbolo della bandiera italiana – esige una ribellione. Insultare ciò che per qualcuno ha valore è una bestemmia. L’atto di denuncia verso Bossi non riguarda la Lega Nord, che essendo stata votata ha diritto di esistere come tutti gli altri partiti, avendo anche al suo interno persone di grande qualità. La politica è una cosa seria e sacra, e comportamenti come questi di Bossi o come quelli di Borghezio e Calderoli con il loro “maiale day” contro la costruzione delle moschee non possono essere tollerati. Maroni ad esempio è una persona seria e, da nonno, gli direi di andare avanti con coraggio sottolineando la differenza che c’è tra lui e coloro che fanno male anche alla Lega».
Presa di posizione chiarissima, ma in questi anni abbiamo ben visto quanto sia radicato l’involgarimento del linguaggio dei politici, di quelli che dovrebbero rappresentare l’élite. Difficile cambiare il corso di questa storia.
«Quando il fascismo ha sottoposto la popolazione alle architetture e alle parate di regime, solo dodici accademici (rimasti poi in otto) su duemilacinquecento si sono ribellati alla prevaricazione dittatoriale, mentre il resto dei cittadini si lasciava trastullare dalle lusinghe che il potere metteva a disposizione dei cedimenti morali del popolo. Quando s’inventavano slogan offensivi contro coloro che non aderivano a questa stupidità generale con un linguaggio altrettanto stupido, il popolo non se ne accorgeva. “Che Dio stramaledica gli inglesi” era uno degli slogan. C’è gente che siede in parlamento e che per avvalorare una posizione marginale rispetto ai grandi problemi parla della Padania come colonia o delle differenze razziali tra lombardi e veneti. Ci troviamo di fronte ad una realtà talmente stupida che non può durare a lungo. Vista la debolezza concettuale di questi discorsi, si ricorre ad una terminologia spinta. Il cittadino comune, però, che non ha perso l’orientamento nei confronti delle istituzioni, sente che posizioni che spetterebbero ai migliori sono ricoperte da persone che insultano lo Stato e il governo e non lascia che le cose vadano in questo modo. Proprio per questo la denuncia nei confronti dell’individuo Bossi ha riscosso moltissime adesioni. No, non è indignazione generica, è un richiamo al rispetto delle istituzioni e di chi le rappresenta, Napolitano e Monti, da parte degli italiani tutti».
Bossi non sopporta l’idea che l’Italia si sia riempita per il 150esimo dell’Unità nazionale di bandiere tricolori.
«L’affermazione di Bossi che mi ha creato più sgomento, e da cui provengono tutte le altre, è stata “Io con la bandiera italiana mi pulisco il c.”. Mi piacerebbe ricordare a tutti gli italiani più che a Bossi, che non credo capirebbe il valore delle mie parole, che dietro quella bandiera c’è gente che ha sofferto, che è morta, che ha creduto nella libertà, nella democrazia e nella civiltà. E questo signore non ha nessun diritto di offendere questi morti, che sono nostri parenti e amici, che più di noi si sono esposti. Se si desse a questa bandiera lo stesso valore che si dà ad una bandiera del tifo calcistico, forse la denuncia non avrebbe senso. Ma la bandiera italiana esige rispetto».
Stiamo formulando dei pensieri che saranno giudicati buoni e giusti, ma forse anche poco realistici. Chi scommette sull’Italia che non cambia di solito in politica vince.
«Ma è realismo quello di chi misura tutte le cose in relazione ai numeri e non al loro valore? Vorrei citare nella galleria dei personaggi che hanno onorato l’Italia Cesare Pavese. Quando i comunisti del dopoguerra lo accusavano di non essere concreto perché parlava di pensieri, rispondeva che non esiste nulla di più concreto dei pensieri. I pensieri sono la capacità dell’uomo di assegnare valore alle cose al di là del loro prezzo e del loro peso fisico».
Abbiamo visto, da italiani, quanto la politica incoraggi condotte viziose. Il linguaggio di Bossi e quello delle cricche d’affari sono simili.
«E se la politica premia queste cose, io mi ribello. Se penso a una figura come il nostro Presidente mi domando chi, da Einaudi in poi, sia stato alla sua altezza. Hanno ricoperto quella carica brave persone, e anche dei furbi, ma la differenza con Napolitano è netta. Lui ha una qualità spiccata nell’assumersi le responsabilità di un capo di Stato visto e nell’uso delle parole e del pensiero. Nei primi anni dopo la Liberazione, galantuomini come Parri, Lussu, Terracini, De Gasperi avevano la forza di un pensiero che usciva dal dolore della guerra. Certo quei galantuomini e quella politica erano vulnerabili di fronte alla prevaricazione di chi offendeva la libertà e la dignità, di chi avrebbe trasformato la politica in terreno dei furbi, degli opportunisti, delle trame».
Come ribellarsi a una politica che non vola un millimetro sopra la rappresentanza degli interessi immediati? Per qualunque riforma impegnativa, sembra meglio passare il governo ai tecnici che aspettarsi che la facciano i partiti.
«È una politica che non riesce ad avere un pensiero superiore ai numeri e ai pesi. Eppure De Gasperi era De Gasperi, e Napolitano è Napolitano. Ma il nuovo governo, che è fatto di professori, è politica anch’esso, compie atti politici veri e propri, che hanno ripercussioni sulle persone. I professori agiscono in una situazione di emergenza: in Italia stiamo affondando, non abbiamo le scialuppe di sicurezza e bisogna nuotare tutti, bagnarci i piedi pur di venir fuori dalla crisi. Eppure ci sono ancora persone che si ostinano a cesellare la loro furbizia, ma la furbizia è la più alta forma di stupidità».
Una denuncia allora può servire per restituire alle parole il loro valore, per educare a un altro linguaggio. Ma la degradazione di questi anni ha delle radici: un linguaggio educato era anche espressione di un ordine sociale che si è disintegrato.
«Esistono alcune immagini di Milano e della periferia di Milano del 1945 dove sembra ancora di vedere cose da “Miserabili” di Victor Hugo: bambini a piedi nudi, vestiti di stracci. Oggi la grande diversità sta nel fatto che la globalizzazione è fatta di tante differenze non compatibili tra loro. Nella civiltà rurale tutti parlavano lo stesso linguaggio, infatti, nella storia dell’umanità, la civiltà rurale è stata l’unica civiltà a poter essere definita compiuta, mentre le altre civiltà, tra cui quella industriale e quella tecnologica, sono state provvisorie e una volta raggiunto il loro apice sono repentinamente crollate. La civiltà rurale, invece, è sempre viva e anche nella apparente differenza di razze – apparente, visto che discendiamo tutti dalla medesima razza, quella nera – ha un minimo comun denominatore che rende le persone simili e capaci di riconoscersi. Quando in Cina hanno visto «L’Albero degli Zoccoli» nessuno ha avuto difficoltà nel comprendere il film. Quel tipo di globalizzazione, rurale, presupponeva elementi utili a riconoscersi reciprocamente e a dialogare. Oggi invece esiste una sovrapposizione di modelli di società non più reciprocamente compatibili. Alla fine dell’Ottocento tra le situazioni vissute nelle campagne italiane e quelle proprie dei villaggi africani non esisteva una grande differenza; infatti in entrambi i casi si viveva di pastorizia e agricoltura. Con l’arrivo della scienza e l’introduzione di nuove realtà industriali si sono create quelle differenze che non permettono più alle persone di riconoscersi».
Ma anche la realtà industriale aveva una sua uniformità internazionale e una cultura forte della coesione sociale. La grande industria si preoccupava anche di tempo libero, cultura, libri, teatro. Lei ha esordito facendo documentari per la Edison.
«Questo è vero se si fa riferimento ad una determinata area della società. Ma tra la vita di un operaio a Milano e il contadino della Valle Brembana, dopo l’avvento dell’era industriale che ha tolto braccia alle campagne a favore delle fabbriche, è arrivato un momento in cui non esisteva più dialogo. Questa situazione ha acuito anche la differenza esistente tra Nord e Sud, dove al Sud il latifondo è andato avanti fino al dopoguerra. La popolazione che vive nelle periferie delle grandi città oggi non ha più alcun collegamento con coloro che vivono nelle campagne, come invece succedeva prima».
Stiamo rimpiangendo un passato che non ritorna?
«Non si tratta di nostalgia. Se apprezziamo la genuinità di un pezzo di pane di farina di grano duro o un piatto di pasta al pomodoro preparato con dei veri San Marzano, non si tratta di nostalgia ma di lucida conoscenza della differenza che esiste tra questi prodotti e quelli industriali in scatola, che hanno perso il valore nutrizionale degli originali. Non guardiamo al passato in modo decadente con la voglia di tornare indietro, ma arricchiamo il presente di valori ormai dispersi. Oggi non esistono più i veri contadini, sono stati sostituiti da operai che lavorano la terra con modelli industriali».
Parliamo di ribellione alla degenerazione della vita politica e del suo linguaggio. Ma la educazione politica ha bisogno di basi materiali nella società. La solidarietà sociale poteva prosperare nella società agricola e in quella industriale. Nella società frammentata di oggi ha vita stentata.
«La condizione quasi perfettamente ideale di solidarietà è esistita nel dopoguerra visto che bisognava ricostruire e rimettere in moto la macchina del paese. Appena questi ingranaggi hanno prodotto ricchezza, che ci ha concesso di vivere non sull’orlo della miseria, abbiamo sottoscritto un progetto di arricchimento senza limiti e siamo arrivati a vivere in condizioni fasulle, credendoci ricchi e giocando su un’economia del rinvio senza presentare un rendiconto di fine anno, il che ci ha fatto accumulare uno spaventoso debito pubblico. La disonestà non consiste solo nel rubare ciò che appartiene a un altro, ma anche nell’ingannare gli altri con le bugie e noi siamo stati ingannati. E, attenzione, lo siamo ancora adesso, quando lasciamo dire che bisogna far ripartire i consumi per la crescita, mentre bisognerebbe ridurli entrambi per essere realisti e uscire dall’inganno. Il programma di questo governo che cerca un salvagente per tenerci a galla non è abbastanza realistico: visto che la nave sta affondando, per salvarci di certo non bastano solo i salvagente, bisognerebbe tornare a zappare la terra».
La Milano dei suoi film degli anni Sessanta, «Il posto», «I fidanzati» era un emblema del ritmo della città industriale, scandito dalle enormi fabbriche, dai tram strapieni nell’ora di punta, da fiumi di tute blu e colletti bianchi. Sembrava un ordine permanente e si è rivelato transitorio e breve.
«E dobbiamo adeguarci: l’ordine morale deve modificare l’idea che abbiamo delle basi materiali. Non si può più pensare di avere più automobili e televisori per famiglia. Abbiamo vissuto l’idea della ricchezza ignorandone il fondo. Il boom economico dell’Italia alla fine degli anni ’40 e con l’anno Santo del 1950 era caratterizzato dalle biciclette, dalle Lambrette, poi dalle Fiat 500, ma nel 1953 iniziò a circolare la parola “congiuntura” che secondo gli economisti comportava una momentanea pausa a questo travolgente momento di ricchezza. Era invece un segnale che non abbiamo ascoltato. Nel Villaggio di cartone l’ho detto: “O siamo noi a cambiare il corso della storia o sarà lei a cambiare noi”. E in questo momento si sta verificando la seconda ipotesi, il che porta con sé dei veri e propri Tsunami».
La società contadina aveva le sue sicurezze, quella industriale poteva contare sul welfare. Ora siamo esposti ai rischi della globalizzazione e della frammentazione.
«La sicurezza del sistema industriale è fallita mentre quella della civiltà rurale esiste ancora. Noi possediamo pensioni, assicurazioni private e di categoria, ma neanche più quelle sono in grado di rassicurarci. Dopo la fine dei latifondi in alcuni contesti del mondo rurale esistevano “società dei probi contadini” che garantivano per i soci in difficoltà, condividendone i problemi e le disgrazie agendo sempre sulla base della fiducia. Se un contadino perdeva la vacca si faceva una colletta per sostenerlo. Oggi potremmo fare una società dei probi condomini?».
Difficile obiettivo, ma qualcosa ci resta da fare.
«Oggi si può mettere in atto una nuova idea di convivenza che abbia alla base un progetto. La politica, invece, non parla mai di progetti concreti, vivendo di icone ideologiche poco concrete. Il governo attuale è stato costretto a dare risposte concrete provocando l’ira di coloro che non accettano l’idea di non aver pensato prima al fatto che eravamo poveri».
Dove stanno le voci capaci di annunciare la dura verità e l’ardua impresa che ci aspetta? Politici nuovi? Talenti d’artista?
«Se emergesse qualcuno a guidare le coscienze altrui sarebbero guai per tutti. Ognuno di noi fa grande fatica a guidare la propria e ad ammettere le proprie debolezze. L’agire con superficialità ci ha portato alle soglie di una difficile scelta di cambiamento. Dobbiamo guidare le nostre coscienze e dobbiamo avere la consapevolezza che in passato abbiamo creduto nella ricchezza come risolutrice di tutti i problemi. C’è un solo comandamento da rispettare in questa situazione: cambiare vita e con il pensiero e con le parole dare un nuovo valore alle cose».

I diritti di tutti gli uomini “non si respingono”

La Corte di Strasburgo   ha condannato l’Italia per violazione dei diritti di migranti somali ed eritrei, respinti a sud di Lampedusa nel 2009.

 La sentenza ha evidenziato l’obbligo dell’Italia di non rinviare forzatamente le persone in paesi dove potrebbero essere a rischio di persecuzione o di subire un danno grave.

Si tratta del principio del non respingimento (non-refoulement). Le misure di controllo delle frontiere non esonerano gli stati dai loro obblighi internazionali. L’accesso al territorio alle persone bisognose di protezione deve pertanto essere sempre garantito.

  Dopo questa condanna inflitta all’Italia che rappresenta l’ennesima figuraccia e bocciatura  ereditata dalla  politica del “fallito governo” Berlusconi – Maroni,  mi auguro che  il governo Monti si spenda per ridare  credibilità al nostro Paese anche nel campo del riconoscimento dei diritti di tutti.

Il nuovo codice antimafia dell’ex ministro Alfano mette al riparo i beni dei clan.

di Lirio Abbate – l’Espresso – 17/02/2012 Un pezzo alla volta, gli strumenti più efficaci nella lotta alle cosche vengono smantellati. Si ripete che bisogna colpire i patrimoni dei boss, privandoli dei loro tesori. Ma il nuovo codice antimafia, voluto dall’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano, rende di fatto impossibile l’attacco alle ricchezze dei clan. Le richieste di sequestro di grandi aziende colluse con le mafie da Milano a Trapani sono ferme da mesi nelle cancellerie dei tribunali. Perché i giudici temono che il loro intervento si trasformi nella sconfitta dello Stato: le nuove regole infatti rischiano di provocare il licenziamento dei dipendenti in caso di sequestro. E quindi rendono l’azione dei magistrati non un trionfo della legalità a danno delle cosche, ma una condanna per aziende e lavoratori che così finirebbero per rimpiangere i padrini. L’unica alternativa è riconsegnare tutto ai mafiosi, sancendo l’impotenza delle istituzioni.

Il nuovo Codice Antimafia è entrato in vigore a ottobre con decreto legislativo del Consiglio dei ministri. Il governo non ha preso in considerazione le osservazioni critiche (addirittura 66) formulate dalla commissione Giustizia, che comunque non aveva parere vincolante. Il provvedimento ha paralizzato l’attività dei sequestri, ossia il cardine di quella strategia ispirata da Pio La Torre, il parlamentare del Pci ucciso a Palermo trent’anni fa, e perseguita da Giovanni Falcone.
Le regole sono state cambiate con un decreto legislativo fatto approvare in fretta e furia dall’allora Guardasigilli Alfano, oggi segretario del Pdl: introduce una serie di vincoli normativi che – applicati nella crisi della giustizia italiana – di fatto si stanno trasformando in un regalo per le cosche. Ad esempio, obbliga i giudici a confiscare i beni entro due anni e mezzo dall’avvio del procedimento, e nel caso in cui il termine venga superato prevede che si debba restituire il bene al mafioso, impedendone per sempre la confisca.
Principi garantisti, che si scontrano con la situazione attuale: un procedimento di confisca oggi dura dieci anni. Ma i tribunali non sono stati messi in condizione di accelerare i tempi: basta pensare che per alcuni sequestri di grossa rilevanza la perizia effettuata dall’amministratore giudiziario sui beni dura non meno di due anni. Per questo il Codice Alfano rischia di diventare uno strumento prezioso per i prestanome dei padrini, gestori di un patrimonio sempre più grande. Le nuove regole infatti costringono i magistrati a una scelta drammatica: restituire i beni che non si è riusciti a confiscare nei 30 mesi previsti, oppure mettere in liquidazione le grandi aziende, chiudendole e licenziando gli impiegati. In pratica, lo Stato metterebbe i lavoratori sulla strada, spingendoli a sostenere i boss come quando trent’anni fa a Palermo gli operai disoccupati sfilavano con i cartelli inneggianti a Cosa nostra: “Con la mafia si lavora, senza no”.
I problemi del nuovo Codice antimafia sono stati evidenziati subito. Mentre Alfano si dichiarava “orgoglioso e commosso per il risultato”, sbandierando insieme a tutto il Pdl il valore di questo strumento contro la criminalità, opposizioni ed esperti avevano lanciato l’allarme. Il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, il procuratore di Torino, Gian Carlo Caselli, quello di Lanciano, Francesco Menditto avevano fatto presente i rischi. E anche associazioni come Libera di don Luigi Ciotti, in prima fila nella gestione dei beni confiscati, si sono espresse con chiarezza. Adesso i timori sono diventati realtà: lo strumento principale che doveva attaccare i patrimoni della criminalità organizzata è ingolfato da norme sbagliate e contraddittorie.
Ma dietro questa sconfitta c’è un modo di combattere la mafia che ha caratterizzato l’intero governo Berlusconi con la ricerca di spot mediatici, spesso privi di efficacia, e concentrati su una visione antica della mafia, fatta di droga, armi e racket. Mentre oggi le cosche si sono evolute, diventando soprattutto imprenditori. L’eredità di questi spot adesso rischia di vanificare anni di successi contro i boss. Per questo gruppi di magistrati sollecitano la modifica del Codice antimafia, per ottenere “un procedimento finalizzato, nel rispetto delle garanzie, al sequestro e alla confisca dei beni, non alla liquidazione dei diritti, dei creditori (che può avvenire in altre sedi, senza vendere i beni e senza ritardare la loro destinazione a fini sociali)”. I magistrati vogliono che “il bene non sia disperso nel corso del procedimento e che sia rapidamente destinato per finalità sociali”, eliminando tutte quelle norme che possono creare “effetti negativi nell’azione di contrasto alle mafie” […]
Quella dei tesori confiscati rischia di essere una grande occasione perduta dalle istituzioni. L’organismo creato per gestirli non ha fondi e strutture adeguate per portare a termine la sua missione, che potrebbe trasformare gli scrigni criminali in linfa per l’economia, soprattutto a Sud. L’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati dovrà occuparsi presto di circa 11 mila casi con uno staff di sole 30 persone e fondi irrisori: la paralisi appare inevitabile. Il ruolo fondamentale dell’Agenzia guidata dal prefetto Giuseppe Caruso, potrebbe essere messo in crisi dall’assoluta “inadeguatezza delle risorse”. Il prefetto ha presentato i problemi davanti alla commissione parlamentare Antimafia.
Prima della costituzione della sua struttura, l’Agenzia del Demanio si occupava della materia con cento persone mentre adesso l’organico è ridotto a un terzo. E non si riesce a reclutare figure qualificate da altre amministrazioni pubbliche: non sono previsti incentivi. Due le strade per evitare il blocco: aumentare l’organico o trasformarla in un’ente pubblico economico con maggiore autonomia. Caruso chiede pure di spostare da Reggio Calabria la sede (“Perché presenta difficoltà di collegamento ferroviario e aereo”) portandola a Roma oppure a Palermo, “considerato che attualmente più del 42 per cento delle confische si trova in Sicilia e poco meno di un terzo nel palermitano”.
L’Agenzia ha rilevato molte difficoltà operative per la gestione dei beni, basta pensare che il 65 per cento è gravato da ipoteche, e poi ci sono immobili ancora occupati dai mafiosi – agli arresti domiciliari – o dai loro familiari. Le banche sono un problema anche per mandare avanti le aziende confiscate: già in fase di sequestro gli istituti di credito revocano gli affidamenti bancari, non consentendo di proseguire l’attività. Come accade a Roma, al famoso Café de Paris di via Veneto, confiscato alla ‘ndrangheta. Finché era nelle mani dei boss le banche allargavano le maglie del credito, quando l’azienda è finita tra le braccia della giustizia i cordoni si sono stretti e ora gli amministratori giudiziari hanno difficoltà a pagare i fornitori

A tutti i giovani delusi e amareggiati: riprendete a correre, e a “SOGNARE ALTO”

Questo week-end, dopo il grande freddo, regalerà un generoso assaggio di primavera: le previsioni promettono bel tempo e temperature decisamente in rialzo. E’ il tempo giusto per riprendere a “SOGNARE ALTO”.  Come dice il professor Vecchioni:

” Corri ragazzo, corri

..la vita è così grande

che quando sarai sul punto di morire,

pianterai un ulivo,

convinto ancora di vederlo fiorire.. “

comunicato stampa PD Osimo: le bizzarre esternazioni delle liste “Simoncini&Latini”.

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22 febbraio 2012

Ora che la neve torna finalmente a sciogliersi, deve tuttavia  registrarsi con disappunto la ricomparsa delle bizzarre esternazioni delle  liste civiche.

Ma procediamo con ordine: le liste civiche, dopo un mese di distanza,  hanno da ridire su un convegno organizzato dal PD su una nuova e  importante legge regionale sulla riqualificazione urbana, che fa dello strumento perequativo e dello stop al consumo di suolo due assi  portanti e qualificanti  del nuovo intervento normativo.

Scrivono le liste civiche che “Quelli del PD hanno organizzato un convegno sull’urbanistica per dimostrare che, l’ultima norma approvata in Consiglio Regionale aveva ricevuto il voto contrario di Pieroni e Latini”.

Capisco che  qualcuno  si senta  l’ombelico del mondo, e taluni  sciocchi adepti lo considerino tale,  ma a me,  che ho personalmente organizzato il convegno, di che cosa votano  o non votano  Latini e Pieroni non interessa più di tanto,  tant’è che nessuno dei relatori si è soffermato su questo punto.

E veniamo ora all’annosa storia dell’urbanistica a Osimo.

Qui la vicenda è davvero singolare. Siamo all’inizio del 1996 quando, dopo circa 10 anni, tornò dalla Regione Marche l’allora PRG, partorito negli anni ’80 dall’architetto Rozzi, ampiamente “tagliato” e “ridimensionato”, con tutte le famose “zone bianche” che comparivano a macchia di leopardo sulla cartografia della città.

Poichè la città era da troppi anni senza PRG, il consiglio comunale (Sindaco Niccoli) decise di recepire quel PRG perchè era meglio di niente. Ma per dare coerenza a quel Piano, che di coerenza tanta non ne aveva per via dei pesanti tagli operati, si decise di procedere con il famoso Piano quadro, dando l’incarico non ad un oscuro portaborse di un consigliere regionale, come invece oggi capita nel Comune amministrato dalle liste civiche, ma a quello che oggi è il presidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica.

Ma per farla corta, nella campagna elettorale del 1999, un certo Dino Latini, che  dopo alcuni flirt con Di Pietro nel frattempo si era candidato a Sindaco con AN e Forza Italia, fece una feroce campagna elettorale sostenendo, se a torto o a ragione qui non interessa, che il Sindaco Niccoli in quattro anni aveva bloccato l’urbanistica a Osimo!

Ed ora cosa scrivono i buontemponi delle liste civiche? Niente meno che il centro sinistra, quando era Sindaco Niccoli, ha cementificato la città ! Ma siate seri per una volta! Mettetevi d’accordo con voi stessi, pensate un attimo prima di aprire bocca!

Ma discutere queste cose con le liste civiche è davvero impossibile, se non c’è un minimo di onestà intellettuale nell’affrontare le questioni.

Volete un esempio? Eccolo. Quando si discusse dell’impianto di betonaggio di Passatempo, Latini disse che se l’amministrazione comunale aveva dato l’assenso a quell’impianto era colpa di Niccoli, e sapete perchè? Perchè, a dire del Sindaco Latini, il PRG approvato nel 1996 aveva previsto quell’area come agricola! Ma è possibile discutere seriamente delle cose in questa maniera?

Le liste civiche abbiano il coraggio di difendere le loro scelte: se avete  voluto e votato  un PRG che prevede uno sviluppo abnorme e ingiustificato della città, perchè  ora dovete rinnegare questo vostro orientamento e affermare spudoratamente, sfiorando il ridicolo, che chi ha cementificato Osimo è stata l’amministrazione Niccoli ?

L’altra cosa veramente deprimente è che di fronte  a  una questione squisitamente amministrativa posta dal consigliere comunale Severini, circa il comportamento dell’amministrazione comunale in merito alle aree edificabili  osservate dalla Provincia, le liste civiche non dicono come la pensano, ma non sanno far altro che vomitare insinuazioni insulse, oscure e come sempre celate dietro il vigliacco anonimato.

Segretario PD Osimo
Mauro Pellegrini

Partito Democratico Osimo
http://www.pdosimo.it



Con il “decreto liberalizzazioni” arriva la Tesoreria unica.

Il 24 gennaio è entrato in vigore il decreto legge n. 1/2012, detto “decreto liberalizzazioni”.
Tra le pieghe di questo decreto ci sono novità importanti anche per gli Enti Locali.  Il comma 8 dell’articolo 35 comincia così: “Ai fini della tutela dell’unità economica della Repubblica…”.  Si parla delle tesorerie degli enti pubblici e si stabilisce di ritornare alla normativa del 1984; una normativa della quale ci si era liberati per dare autonomia agli enti e permettere a ciascun amministratore di gestire ciò che gli veniva affidato.

Con l’entrata in vigore del decreto legge,  le somme depositate presso le tesorerie di tutti gli enti pubblici vengono trasferite alla Banca d’Italia.    Per essere precisi metà dal 29 febbraio e l’altra metà dal 16 aprile.

In pratica il  29 febbraio e il 16 aprile, Regioni, Province e Comuni dovranno infatti versare alla Banca d’Italia prima il cinquanta, poi il cento per cento della liquidità depositata sui loro conti correnti.
Traduzione? Gli enti non potranno più disporre della propria liquidità da investire in operazioni finanziarie di pronti conto termine, o analoghi strumenti, che garantivano qualche risorsa in più agli enti. Tanto per scendere più nel concreto, come Comune di Osimo,  il servizio di Tesoreria   – scaduto il 31/12/2011 –  con la Banca delle Marche aveva permesso di incamerare, come contropartita, al nostro Comune circa 70.000 € l’anno  di contributi ( a riguardo, un’amministrazione “trasparente” dovrebbe rendicontare l’ utilizzo  fatto di tali risorse) .

In pratica con il ritorno  al regime di tesoreria unica – Banca d’Italia – viene tolta agli Enti territoriali l’autonomia  nella gestione  delle risorse locali.  I conti di comuni, province, regioni, università, eccetera, saranno tenuti unicamente dalla Banca d’Italia.

In conclusione ? L’entrata in vigore dell’art. 35 farà perdere ai Comuni, oltre gli interessi attivi garantiti dal deposito nella tesoreria comunale (dal momento che la Banca d’Italia non offrirà gli stessi tassi favorevoli proposti dalle Banche private),  anche  tutti i benefici che riuscivano ad ottenere mettendo in gara  il servizio di tesoreria fra i diversi istituti di credito.  Le ragioni che hanno spinto il Governo ad adottare tale provvedimento sono ricollegate alla esigenza di maggiore trasparenza, e garantire tutela economica ai conti dello Stato e salvaguardare i conti di alcuni enti territoriali per le  conseguenze di comportamenti poco virtuosi di alcuni amministratori locali che hanno utilizzato i fondi a loro disposizione per effettuare   investimenti dubbi e rischiosi.  Si ricorderà a proposito che anche il nostro Comune, si era avventurato in una operazione economica basata sugli strumenti  ”derivati”, un prodotto finanziario ad elevato rischio in quanto direttamente legato all’andamento dei mercati borsistici. La scelta delle liste “Latin&Simoncini” di  sottoscrivere  contratti derivati era stata presa per avere un’immediata disponibilità di liquidi, senza però contare  i rischi futuri che ne sarebbero  derivati  per tutte le famiglie osimane. Determinante è stata la pressione esercitata dalle opposizioni per indurre l’Amministrazione Latini all’estinzione anticipata del prodotto. La chiusura di tale strumento ha rappresentato una vittoria non solo per le opposizioni ma per tutta la città di Osimo.

Paola

Buona maschera a tutti …

Tutta la vita umana non è se non una commedia, in cui ognuno recita con una maschera diversa, e continua nella parte, finché il gran direttore di scena gli fa lasciare il palcoscenico

Erasmo da Rotterdam

Cosa salvo di San Remo 2012

Salvo solo Geppi Cucciari, la vera rivelazione del Festival, una donna che punta sul cervello, sull’intelligenza e sull’ironia e non solo sulla bellezza. La bravura di  Geppi Cucciari va ancora più apprezzata  per  aver saputo trovare uno spazio per ricordare Rossella Urru, la volontaria cooperante italiana ( sarda) rapita da Al Qaeda in Algeria il 22 ottobre scorso.  E’ bene ricordare, che Rossella Urru   in Algeria si occupava della distribuzione del cibo in un campo profughi che trabocca miserabili vite umane. Era andata là in pace, a portare il suo tangibile contributo pacifico. Dopo la rivendicazione del gesto da parte del gruppo che la tiene in ostaggio, avvenuta a Dicembre, della giovane donna, ufficialmente, non si è più parlato. Non ne hanno parlato più i giornali  ne i telegiornali, mentre la Farnesina sembra disenteressarsene.

Geppi ha approfittato del palcoscenico dell’Ariston per ricordare, a tutti gli italiani, questa ragazza, dimenticata dalle autorità, come “una donna di cui vale la pena parlare”.  Donne come Rossella Urru, così distanti dai lustrini della kermesse sanremese e dagli spacchi hot di Belen, vanno ricordate ogni giorno perché sono proprio queste figure che ci fanno sentire orgogliose di essere donne.

Rossella Urru la cooperante sarda da 129 giorni
in mano ai rapitori di Al Qaeda in Algeria

Ritorniamo alle cose serie

Sanremo è finito, Celentano si è portato a casa 700 mila euro per dire banalità, in rete hanno finito di domandarsi se Belen portasse le mutande o meno, Carnevale sta volgendo a termine, e così ritorniamo alle cose più o meno serie.
Per esempio: l’altro giorno la Corte dei Conti denunciava il dilagare della corruzione e i costi della stessa per il nostro paese (sommati a quelli dell’evasione: http://bit.ly/wMI8r5 )

Tra le altre cose, si conclude in questi giorni la raccolta firme “L’Italia sono anch’io” per nuova cittadinanza e voto amministrativo ai migranti ( http://bit.ly/wgrjj6 ) .
Il numero di firme necessario è stato raggiunto.

La campagna proseguirà comunque nei prossimi mesi con iniziative di sensibilizzazione dell’opinione pubblica per far sì che la legge di iniziativa popolare non si fermi in commissione parlamentare