Quando i candidati locali contano più dei partiti

Quando i candidati locali contano più dei partiti di Carlo Galli • 31-Mar-12
Per le prossime elezioni amministrative si annuncia un moltiplicarsi di formazioni e simboli nuovi dovuto alla crisi degli schieramenti tradizionali
È implicito, nel concetto di lista civica, che il rapporto fra politica e città sia problematico. Quel rapporto dovrebbe essere di piena adeguazione – dopo tutto, le due parole sono l´una figlia dell´altra, poiché politica è l´insieme delle cose pubbliche che riguardano la città –; e invece la lista civica si contrappone a liste elettorali non civiche, o almeno non percepite come tali. A liste che esprimono la disgiunzione fra politica e città. Com´è stato possibile ciò? E com´è possibile che una lista civica vi possa porre rimedio?
La politica moderna ha come dimensione più appropriata non la città ma lo Stato; non il libero Comune ma l´intera società civile nella sua vastità e nelle sue interconnessioni. In ogni caso, lo spazio cittadino è uno spazio diverso da quello statale, nazionale; la differenza di scala comporta una differente qualità della politica, che nella città deve confrontarsi con problemi locali, e deve promuovere uno sviluppo e una qualità della vita non necessariamente omogenei a quelli della nazione intera. Anche quando il livello locale è il laboratorio di proposte rivoluzionarie – come nei municipi “rossi” di inizio Novecento –, il “nuovo” vi si presenta con una capacità amministrativa, con un´attitudine all´ascolto ravvicinato, con uno sguardo attento e concreto che ne muta le caratteristiche. Non a caso il socialismo che a livello nazionale era diviso tra massimalisti e riformisti, era poi operosamente riformatore nei municipi e nei territori.
Perfino il tempo delle ideologie ha dovuto prendere atto della differenza municipale, della particolarità della dimensione civica. Nella rossa Bologna dal secondo dopoguerra, e fino al 2000 – oltre quindi la fine del Pci –, il “partitone” alle elezioni amministrative non si presentava nella forma politico-ideologica che assumeva alle elezioni politiche (appunto, come Pci, con tanto di falce e martello), ma col simbolo cittadino delle Due Torri: liste comuniste, ma aperte anche a personalità indipendenti, aperte alla città, che raccoglievano più voti di quelli che la sinistra sommava alle politiche. Segno che la dimensione civica riusciva a superare anche le più aspre contrapposizioni ideologiche.
Ma quella ri-cucitura fra politica e città non era alternativa ai partiti; anzi, questi si rivelavano capaci di saturare l´intera domanda di politica della società, in tutti i suoi ambiti e in tutti i suoi piani, offrendo “prodotti” diversi per pubblici diversi.
Quando, con la crisi della Prima repubblica, alla politica dei partiti si sostituì la politica spettacolo, tutta spostata sulla comunicazione e sul carisma del leader, questa politica, omogenea a livello nazionale, ha perduto la presa sui territori, che sono rimasti consegnati a gruppi locali, a clientele e a cricche ormai autoreferenziali, semplici anelli di cordate politico-affaristiche rispetto alle quali il brand politico nazionale era, ed è spesso tuttora, una copertura ideologica pubblicitaria, di pratiche sostanzialmente private, prive di respiro pubblico e civico. Non dalla forza della politica, ma dalla sua debolezza nascono le nuove liste civiche; la proposta dell´Italia delle “cento città” – poi finita nel nulla – era la manifestazione di un bisogno di civismo, di una nuova stagione della politica che assumeva la dimensione municipale non come chiusura localistica ma come ricerca di concretezza al di là della rissa mediatica, in nome di una partecipazione consapevole alla vita associata.
Oggi, in un tempo ancora diverso, nel tempo cioè della politica inefficace e delegittimata – che proprio sui territori mostra la sua collusione con l´affarismo e la faccenderia, e la sua inettitudine a risolvere i problemi che la crisi mondiale scarica sulle città –, le liste civiche, che potrebbero essere le protagoniste delle prossime elezioni amministrative, sono certamente il segnale della disaffezione fra gli italiani e la politica dei partiti; ma, accanto a una componente qualunquistica e antipolitica – che fa parte molto più del problema che non della soluzione –, accanto a velleitarie chiusure localistiche, quasi che la città potesse immunizzare dal mondo, accanto al rischio di frammentazione del tessuto nazionale, acquistano spesso anche il significato politico di una rivendicazione di autogoverno; come se, insomma, i cittadini presi dall´entusiasmo, o dalla disperazione, fossero spinti al volontariato civico, a rimboccarsi le maniche dall´urgenza di far fronte al degrado delle città e al crollo della qualità della vita.
Certo, c´è la possibilità che le liste civiche siano il palcoscenico per capetti carismatici locali, solo il veicolo di spregiudicati arrivismi, oppure non siano altro che operazioni più o meno credibili di camuffamento di ceti dirigenti locali logori e impresentabili; che improbabili candidature siano destinate a scontrarsi con la complessità della politica e a venire manipolate da vecchi marpioni del mestiere. Eppure, oltre che il segno di una crisi dei partiti – che resta il problema principale della politica (di quella crisi è infatti parte integrante anche la corruzione) – le liste civiche sono il segnale che – dopo la politica astratta delle ideologie, dopo la politica virtuale della comunicazione, dopo la politica inerte della grande crisi che stiamo attraversando – c´è ancora chi vuole invertire il circolo vizioso grazie al quale il globale scarica tutte le contraddizioni sul locale, per fare della dimensione concreta dei territori il punto d´appoggio per riqualificare il rapporto col mondo vasto e terribile. Per far rinascere la politica da dove è nata: dalla città.

1 aprile 1965

Padre da molto tempo non scrivevo più…
sai che un vagabondo
oggi è qui e domani là.
Già dieci anni fa io vi scrivevo addio…
per una volta ancora riprendo il mio cammino.
Padre da molto tempo non scrivevo più…
gli anni sono passati
ma io non sono cambiato.
Forse qualcuno potrà chiamarmi avventuriero,
fino alla fine andrò dietro le mie verità.
Padre da molto tempo non scrivevo più…
la morte non l’ho mai cercata,
ma questa volta forse verrà.
Vorrei farvi capire che io vi ho molto amato
per voi non sarà facile, ma oggi credetemi.
Padre da molto tempo non scrivevo più…
mi sento un poco stanco
mi sosterrà la mia volontà
Abbraccio tutti voi, un bacio a tutti voi
e ricordatevi di me ed io ci riuscirò.

Dalla lettera di Ernesto Che Guevara ai genitori

Al cuor non si comanda, ma all’opportunismo politico sì.

A Verona è sbocciato un amore (altro che Montecchi e Capuleti! ) assolutamente impensabile: Francesco Rutelli ha annunciato in una conferenza stampa che il suo partito (l’Api che nelle Marche è rappresentata in Cons.Regionale da Latini) sosterrà la candidatura del sindaco uscente Flavio Tosi (Lega) alle prossime elezioni amministrative.

*****

 Dalla stampa locale abbiamo letto che i due consiglieri comunali del PDL: Damiano Pirani e Luciano Secchiaroli  hanno deciso di  cambiare casacca, passando con le liste  “Simoncini&Latini-API”.

E pensare che le liste “Simoncini&Latini-API” , grandi professionisti di “patti della crostata”, erano quelle che accusavano gli altri di inciucio.

Paola

Interrogazione: rispetto delle prescrizioni e delle condizioni poste per l’installazione degli impianti fotovoltaici sui terreni agricoli nel territorio comunale.

Sono state rispettate tutte le prescrizioni e le condizioni fissate negli atti autorizzativi relativi all’installazione degli impianti fotovoltaici insediati nelle campagne osimane: a Campocavallo, a San Biagio, a San Paterniano, a Passatempo, a Casenuove ecc ?

Con l’allegata interrogazione chiedo chiarimenti circa il rispetto dei vincoli di impatto ambientale ( alberi e siepi di mitigazione dell’impatto visivo) e idrogeologico che erano subordinati alla realizzazione degli impianti fotovoltaici.

I progetti finalizzati alla produzione di energia pulita e quindi al miglioramento della qualità della vita devono andare di pari passo con la tutela e la valorizzazione del territorio.

Il PD di Osimo si è espresso sempre a favore dell’utilizzo del fotovoltaico sui capannoni, sui tetti, sui parcheggi e sui piccoli impianti per auto sufficienza, criticando fortemente l’Amministrazione osimana delle “Liste Simoncini&Latini” per aver favorito l’espansione del fotovoltaico sui suoli agricoli delle nostre campagne.
Il PAESAGGIO è un patrimonio naturale, culturale e una risorsa economica di TUTTI

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Alla c.a. Sig. Presidente del Consiglio Comunale
Comune di Osimo

INTERROGAZIONE

Oggetto: rispetto delle prescrizioni e delle condizioni poste per l’installazione degli impianti fotovoltaici sui terreni agricoli nel territorio comunale.

La sottoscritta Consigliere Comunale del Partito Democratico, PAOLA ANDREONI;
Premesso che sarebbe stato utile, per il carattere di sostenibilità e di armonioso connubio con la tutela dell’ambiente e del paesaggio, incentivare lo sviluppo delle energie rinnovabili nelle zone industriali, sui tetti delle abitazioni, e degli uffici pubblici, preservando così le aree di pregio, centri storici, terreni con produzioni agricole, parchi, zone di interesse archeologico e naturalistico;
Considerato che i progetti finalizzati alla produzione di energia pulita e quindi al miglioramento della qualità della vita devono andare di pari passo con la tutela e la valorizzazione del territorio;
Tenuto conto che la pianificazione e la gestione del territorio spettano agli organismi che hanno il dovere di vigilare e, se necessario intervenire, affinché non si compiano azioni che vanno a vantaggio di pochi e a discapito di molti anche quando questo sia fatto in nome di sani principi come quello delle fonti energetiche rinnovabili;
con la presente

INTERROGA IL SINDACO
per conoscere

1) Se sono state previste opere – alberature, siepi di mitigazione dell’impatto visivo e quant’altro – come prescrizione alla concessione di realizzazione degli impianti fotovoltaici, atte a ridurre l’impatto visivo, e/o a compensare e mitigare gli effetti ambientali conseguenti alla realizzazione di detti impianti sui terreni agricoli;

2) Se sono state rispettate tutte le prescrizioni e le condizioni indicate negli atti autorizzatori relativi all’istallazione di tutti gli impianti fotovoltaici presenti nel territorio comunale;

3) Se sono stati rispettati tutti i vincoli di impatto ambientale e idrogeologici (regimazione e coinvolgimento delle acque meteoriche ecc.) che subordinavano la realizzazione degli impianti fotovoltaici nel territorio comunale.

Osimo lì, 29 marzo 2012

           Il consigliere comunale
capogruppo del Partito Democratico
———-Paola Andreoni

SALVIAMO INSIEME L’ECONOMIA E IL PAESAGGIO” che equivale a dire “FACCIAMO UN PATTO TRA ECONOMIA ed ECOLOGIA PER SALVARE LE MARCHE E L’ITALIA

Ricevo, Pubblico e Condivido il comunicato del Forum  Paesaggio Marche

Il Forum regionale “Salviamo il Paesaggio – Difendiamo i Territori”, meglio noto come “Forum Paesaggio Marche”, movimento autonomo a cui aderiscono più di 70 tra associazioni e comitati locali delle Marche (blog http://www.paesaggiomarche.net) e aderente al “Forum Italiano dei Movimenti per la Terra ed il Paesaggio” (www.salviamoilpaesaggio.it) con la presente, venuto a conoscenza del comunicato del Collegio dei Costruttori Edili della Provincia di Ancona apparso sul Corriere Adriatico di oggi, vuole esprimere il proprio plauso e la piena condivisione dei contenuti dello stesso comunicato che riprende alcune recenti posizioni espresse dal CODAT di Osimo e dalla VAS Marche.
Il Forum Paesaggio Marche in particolare condivide la necessità di uscire rapidamente e definitivamente da una lunga fase, ora peraltro messa in discussione dall’attuale profonda crisi economica, nella quale i Comuni hanno impostato i loro piani urbanistici sull’espansione delle città, occupando e quindi compromettendo per sempre ampie porzioni di suolo agricolo fertile, piuttosto che puntare sul recupero e riuso di edifici esistenti vuoti o obsoleti e sulla riqualificazione e riabilitazione di aree urbane dismesse.
Tale scelta, più o meno generalizzata in tutta la regione Marche, come dimostrano i chiarissimi e gravissimi dati emersi dagli studi effettuati dal Servizio Ambiente della Regione Marche sul consumo di suolo dal 1954 al 2007 – (dal 1954 al 2007 abbiamo avuto un incremento del consumo di suolo maggiore del 300% a fronte di una crescita demografica di poco superiore al 35% e ci sono ancora moltissimi Piani regolatori che consentono di realizzare su aree agricole enormi quantità di nuove costruzioni) – è stata indubbiamente favorita dalla possibilità data da legge statale di utilizzare gli oneri di urbanizzazione per coprire la spesa corrente dei Comuni.
Ora la scelta del governo Monti di precludere questa possibilità apre scenari completamente nuovi e favorevoli ad una ripresa del settore edilizio basata appunto sulla riqualificazione e ristrutturazione degli immobili costruiti nei primi decenni del dopoguerra (1950-1970); ciò però sarà possibile solo a condizione che vengano adottate misure legislative per avviare e sostenere anche finanziariamente questo auspicabile processo. Per questo crediamo che l’attuale Governo debba reperire ingenti risorse finanziarie da assegnare alle regioni per attuare un “vero piano casa” (sul modello di quello avviato dopo la legge 457/78, noto come “piano decennale per la casa”), non per costruire altre case, destinate per lo più come sappiamo a restare vuote ed invendute, ma per sostenere interventi di riqualificazione urbanistica, con realizzazione di alloggi per le fasce sociali più deboli e di ristrutturazione edilizia, con priorità per la messa in sicurezza sismica e la riabilitazione energetica e impiantistica di edifici già costruiti.
Sulla base di quanto sopra il Forum Paesaggio Marche chiede alla Regione di proseguire con coraggio e determinazione sulla strada timidamente intrapresa con la recente approvazione della legge n. 22/2011, nota per aver istituito i cosiddetti PORU (Programmi Operativi di Riqualificazione Urbana) con la quale è anche stata sospesa l’adozione di varianti ai PRG per quei Comuni che non abbiano attuato almeno il 75% delle previsioni edificatorie. Occorre infatti operare per legge una vera e propria “moratoria” delle previsioni urbanistiche espansive (le zone C e D dei Piani regolatori comunali) non giustificate da esigenze di crescita adeguatamente certificate , e ciò in attesa che si adotti, speriamo rapidamente, il nuovo Piano Paesaggistico Regionale: un piano per troppo tempo annunciato e ancora lontano dal vedere la luce.
Per fortuna, a fronte di una prevalenza di situazioni negative, possiamo registrare anche alcune buone pratiche quale è il caso del Comune di Senigallia che ha recentemente adottato una variante al PRG che prevede la eliminazione di 40 ettari di aree edificabili per più di 500.000 mc di nuove costruzioni; questo dimostra che le stesse amministrazioni comunali stanno riconoscendo che la cementificazione di nuovi suoli, indipendente dai bisogni reali delle persone e dalla qualità della loro vita, è insostenibile per le comunità ed i sistemi locali, e che si possano effettuare scelte coraggiose anche in presenza delle attuali norme e difficili condizioni finanziarie degli enti locali.
In definitiva il Forum Paesaggio Marche auspica, e si impegnerà per questo, l’avvio di un confronto aperto, franco e costruttivo con le associazioni dei costruttori edili e con i sindacati per avanzare alla Regione e allo stesso governo proposte concrete e condivise di un rilancio del settore dell’edilizia, basato su interventi di piccola scala derivanti da reali bisogni emersi da studi approfonditi e dalla partecipazione attiva delle comunità locali.
Il comunicato stampa del Collegio dei Costruttori Edili della provincia di Ancona dimostra, infatti, che siamo ormai in molti -cittadini, associazioni, imprese, professionisti, agricoltori- a pensare che non si esce dalla crisi guardando al passato, ma che invece occorra elaborare progetti di sviluppo locale veramente innovativi e coraggiosi, ancorati al patrimonio umano, culturale, paesaggistico, imprenditoriale dei luoghi per la ricostituzione di saldi e sani sistemi economici territoriali .
Potremmo concludere con uno slogan che suona come un appello e un auspicio:
“SALVIAMO INSIEME L’ECONOMIA E IL PAESAGGIO” che equivale a dire “FACCIAMO UN PATTO TRA ECONOMIA ed ECOLOGIA PER SALVARE LE MARCHE E L’ITALIA”.

Salviamo il paesaggio, difendiamo il territorio

E’ partita in tutta Italia l’iniziativa “Salviamo il paesaggio, difendiamo il territorio“. La campagna è partita con un censimento del patrimonio edilizio esistente. Lo ha voluto il Forum italiano dei movimenti per la terra e il paesaggio, e verrà realizzato in ognuno degli oltre 8mila Comuni del Paese.

Si tratta della prima inchiesta capillare mai realizzata in Italia per quantificare il numero delle abitazioni e degli immobili ad uso commerciale e terziario non utilizzati, vuoti e sfitti.
Tutti i Sindaci italiani hanno ricevuto una scheda di censimento elaborata da amministratori, architetti, urbanisti e professionisti del settore. Gli enti locali sono chiamati a compilarla entro 6 mesi, restituendo così al Forum la mappa degli edifici sfitti su tutto il territorio nazionale.
Il Forum italiano dei movimenti per la terra e il paesaggio è nato a Cassinetta di Lugagnano il 29 ottobre 2011, vi aderiscono attualmente oltre 10.000 persone a titolo individuale e 589 Organizzazioni (64 associazioni nazionali e 525 tra associazioni e comitati locali). È nato con l’obiettivo di fermare il consumo di suolo nel nostro Paese, e il “censimento” dell’esistente è il primo passo per proporre un metodo di pianificazione -da adottare in tempi brevi- per scongiurare piani urbanistici lontani dai bisogni effettivi delle comunità locali, che prevedano sviluppi edilizi inutili ed eccessivi, data l’ampia disponibilità di edifici già esistenti. L’obiettivo: ripensare l’urbanistica, approvando piani a “crescita zero”.
Nelle ultime settimane sono nati oltre 70 comitati locali di “Salviamo il Paesaggio”, e molti altri seguiranno. Saranno le sentinelle attive in tutta Italia, e faranno pressione sulle amministrazioni locali per rendere possibile la compilazione dei censimenti comunali e per sensibilizzare i cittadini italiani sul consumo del territorio.
Ora spetta ai Sindaci, ai tecnici contribuire all’esatta “misurazione” di questa mappa del territorio.
Il Forum nazionale si prepara, nel frattempo, ad elaborare una proposta di legge d’iniziativa popolare per assicurarsi che il metodo di pianificazione individuato diventi il criterio da adottare in ogni Comune, in tutta Italia.

Anche per Te…

Bellissima canzone di Lucio Battisti… interpretata dal grande De Gregori

Altro che, idi di marzo

 Altro che ” idi di marzo “!  Ieri,  27 marzo, giorno di paga per noi dipendenti e per i pensionati, abbiamo  trovato una bella “pugnalata”, visto che con l’applicazione delle addizionali regionali e comunali, abbiamo trovato lo stipendio molto più “leggero”.

I prelievi sono stati dai 51 euro per un salario da 1.200 euro mese, ai 73 euro per uno stipendio da 1.700 euro per l’Irpef Regionale.
Un salasso che aumenterà quando entreranno in vigore Imu e Iva al 23%.

Intanto, non viene introdotta la patrimoniale per “veti” del Pdl, e non si tagliano da subito i vitalizi dei parlamentari, e dei consiglieri regionali, perché “non si possono toccare i diritti acquisiti“.

Osimo, aumentano gli alloggi invenduti

I tanti alloggi invenduti presenti oggi in città, rappresentano un grande problema sia per le imprese di costruzioni sia per la pianificazione urbanistica del Comune.
Il nuovo piano urbanistico fortemente voluto dalle liste “Simoncini&Latini”, non ha tenuto conto del reale fabbisogno di abitazioni.
Mentre esiste, un fabbisogno irrisolto forte e sarà crescente di edilizia sociale e convenzionata ( case popolari), abbiamo un eccesso di edilizia residenziale che non ha mercato.

L’IMU: questo sconosciuta

Dal 1° gennaio 2012 è entrata in vigore in via sperimentale l’ Imposta Municipale Propria (IMU) – (articolo 13 del Decreto Legge 201/2011, convertito con la Legge 214/2011).

L’IMU sostituisce l’ICI e, per la componente immobiliare, l’IRPEF e relative addizionali dovute in relazione ai redditi fondiari attinenti ai beni non locati.

L’IMU si applica anche sull’abitazione principale e relative pertinenze.
Per abitazione principale si intende l’immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, nel quale il possessore dimora abitualmente e risiede anagraficamente. Per pertinenze dell’abitazione principale si intendono esclusivamente quelle classificate nelle categorie catastali C/2 (magazzini e locali di deposito), C/6 (box) e C/7 (tettoie), nella misura massima di un’unità per ciascuna delle categorie catastali indicate anche se iscritte in catasto unitamente all’abitazione.
E’ prevista, dall’imposta dovuta per l’abitazione principale, una detrazione di euro 200, maggiorata di euro 50 per ciascun figlio di età non superiore a 26 anni, purché residente anagraficamente e dimorante abitualmente nell’abitazione. La detrazione per i figli residenti non può superare l’importo di euro 400.

Cambia la base imponibile dell’imposta, ma non il sistema di calcolo.

Per i fabbricati, il valore è costituito da quello ottenuto applicando all’ammontare delle rendite risultanti in catasto, rivalutate del 5% i seguenti moltiplicatori:

160 per i fabbricati classificati nel gruppo A e nelle categorie C/2, C/6 e C7, con esclusione della categoria A/10 (uffici)
140 per i fabbricati classificati nel gruppo B e nelle categorie C/3 (laboratori), C/4 (fabbricati per esercizi sportivi) e C/5 (stabilimenti balneari)
80 per i fabbricati classificati nelle categorie A/10 e D/5 (istituti di credito e assicurazioni)
60 per i fabbricati classificati nel gruppo D, con esclusione della categoria D/5
55 per i fabbricati classificati nella categoria C/1 (negozi e botteghe)

Per i terreni agricoli, il valore è costituito da quello ottenuto applicando all’ammontare del reddito dominicale risultante in catasto, rivalutato del 25%, un moltiplicatore pari a 130. Per coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali iscritti nella previdenza agricola il moltiplicatore è pari a 110.

Per le aree fabbricabili restano invece confermate le modalità previste per l’ICI.

Alla base imponibile, così determinata ai fini IMU, saranno poi applicate le aliquote deliberate dal Comune.

La scadenza per il pagamento della prima rata è il 18 giugno 2012 (il 16 cade di sabato) ed il saldo il 17 dicembre 2012 (il 16 cade di domenica). L’unica modalità di versamento prevista è tramite modello F24.

L’IMU è applicata in tutti i comuni del territorio nazionale in base all’articolo 8 e all’articolo 9 del D.Lgs. 23/2011, in quanto compatibili, ed alle disposizioni del succitato articolo 13.

Ulteriori informazioni più dettagliate sull’applicazione dell’IMU per l’anno 2012 saranno fornite successivamente all’approvazione, da parte del Consiglio Comunale, del Regolamento per l’applicazione del tributo e della deliberazione di determinazione delle aliquote e detrazioni, adottati contestualmente al Bilancio di previsione, il cui termine è stato differito al 30 giugno 2012, ai sensi dell’articolo 29 comma 16-quater del D.L. 216/2011 convertito in Legge 14/2012 nonché delle istruzioni che il Ministero dell’Economia e delle Finanze e del Direttore dell’Agenzia delle Entrate in merito alle modalità di versamento ed agli obblighi dichiarativi.

Collegio dei Costruttori Ancona sostiene le ragioni del Codat Osimo e della Vas Marche

Ricevo, pubblico e condivido

      COMUNICATO STAMPA
 SALVARE LE COSTRUZIONI PER SALVARE L’ECONOMIA
La scorsa settimana si è svolta una manifestazione regionale che ha visto assieme tutto il mondo delle costruzioni (imprese, lavoratori, professionisti), per denunciare la profonda crisi in cui versano le costruzioni, con uno stillicidio di imprese che chiudono e posti di lavoro che si perdono.
L’iniziativa indicava problemi e formulava proposte che ritroviamo in gran parte nel comunicato del CODAT di Osimo (Comitato Cittadino per la Difesa Ambiente e Territorio) e della VAS Marche (Verdi Ambiente e Società), con cui concordiamo pienamente per quanto attiene alle indicazioni per uscire dalla crisi.
Siamo d’accordo con il CODAT e la VAS che oggi è insostenibile continuare a “consumare suolo; si è costruito troppo e spesso male, perché Comuni, banche, ed anche imprenditori improvvisati, quando il mercato “tirava”, hanno spinto sull’edilizia per far cassa; ciò ha creato la nostra “bolla” immobiliare ed ha recato un grave danno anche di immagine all’intera categoria, cui è stata imputata l’intera responsabilità dei danni, ed anche per tale motivo non trova oggi sostegno da parte di nessuno.
Eppure l’edilizia resta il più importante volano per la ripresa, e siamo convinti che non ci sarà ripresa senza edilizia.
La nuova frontiera è la riqualificazione dell’esistente: il 98% delle abitazioni esistenti divora energia e le nostre città, in un mondo che è profondamente cambiato, necessitano di essere riprogettate e rifunzionalizzate, soprattutto nelle aree di maggior degrado ed abbandono.
Siamo d’accordo con il CODAT e la VAS, e lo abbiamo detto a gran voce durante la manifestazione regionale: il più importante investimento per il futuro è la ristrutturazione, la manutenzione e la riqualificazione del patrimonio edilizio esistente, per risparmiare energia e per migliorare le città.
Il ruolo delle Imprese di Costruzioni sarà quindi fondamentale, e l’innovazione, nel progetto e nelle costruzioni, dovrà prevalere sulla pura e semplice speculazione; ciò consentirà al mercato di selezionare imprese vere e non improvvisate.
Per fare questo servono incentivi importanti, perché solo in tal modo i privati saranno stimolati a ristrutturare e ad effettuare le manutenzioni delle proprie case, ma occorre anche eliminare tante difficoltà burocratiche e tanti vincoli non più attuali, dalle norme e dai piani.
Occorre fare una forte pressione a livello regionale, e non solo, per ottenere agevolazioni fiscali come l’ abbattimento netto degli oneri di urbanizzazione (e non aumenti spropositati come quelli che stiamo vedendo applicare dai Comuni della nostra Regione) e l’utilizzo dei proventi per opere per la città, tassi agevolati per tutti gli interventi sul costruito, iva agevolata al 4% invece che la ordinaria al 10% e detrazioni delle spese sostenute per gli interventi (ristrutturazione, messa in sicurezza…).
Occorre tuttavia che cittadini ed operatori incontrino negli uffici tecnici dei Comuni, chi li aiuta a realizzare i propri legittimi obbiettivi, piuttosto che i soliti ostacoli.
Diamo quindi il massimo appoggio all’iniziativa del CODAT Osimo e della VAS Marche perché la loro battaglia è anche la nostra, ed è utile ad aiutare l’uscita delle costruzioni da questa Crisi.
Paolo Alessandroni
Presidente

Due modi di essere operai: Volkswagen – Fiat

Intervista doppia a Franco Garippo, operaio del consiglio di fabbrica dello stabilimento Volkswagen di Wolfsburg, e a Nina Leone, operaia in cassa integrazione di Fiat-Mirafiori, Torino.

La riforma del lavoro non può andare contro i lavoratori

 In questi giorni il Partito Democratico si trova a giocare una partita importante. Si tratta di assicurare una transizione che porti il Paese al di fuori almeno della fase piu’ acuta della crisi che colpisce in vario modo l’intera Unione Europea.
In Italia si e’ deciso di affidare tale transizione ad una larghissima maggioranza parlamentare e ad un governo neutro rispetto alle diversissime componenti politiche chiamate a sostenerlo.
Le proposte del governo sul mercato del lavoro, dopo la dolorosa riforma in materia di pensioni, si prestano a un’obiezione importante. Una riforma impegnativa e attesa non puo’, in nessuna sua parte, indebolire la posizione dei lavoratori nell’ambito del mercato del lavoro.

 Bersani e’ stato chiaro: su questo punto occorre una correzione politica di sostanza. Le soluzioni tecniche per raggiungere l’obbiettivo possono essere numerose e facilmente individuate da un governo tecnico.

Il gruppo dirigente del Pd a tutti i suoi livelli deve sostenere con fermezza l’iniziativa del segretario. Parlamento, Governo e Capo dello Stato devono comprendere che si sta ponendo un problema delicato su cui e’ impossibile sorvolare. Il successo dell’iniziativa del Partito Democratico consentira’ di imprimere un segno non conservatore ad una riforma che tutti considerano utile e matura.

Governo e sindacato uniti nell’errore

di Eugenio Scalfari • 25-Mar-12
Potrà essere una soluzione il sistema tedesco per i licenziamenti motivati da ragioni economiche?
Due simbolismi contrapposti: l’ha detto Giorgio Napolitano definendo perfettamente le posizioni del governo e del sindacato a proposito dell’articolo 18. Noi lo stiamo scrivendo da almeno un mese, da quando quei due simbolismi hanno egemonizzato i media, l’opinione pubblica e il dibattito politico.
I simboli sono una rappresentazione della realtà semplificata all’estremo. E poiché ogni realtà è sempre relativa perché dipende dal punto di vista di chi la guarda e la vive, la sua semplificazione genera inevitabilmente radicali contrapposizioni, una tesi ed una anti-tesi. La soluzione di questa dialettica nel caso migliore dà luogo alla sintesi (in politica si chiama compromesso), nel caso peggiore si risolve con uno scontro.
Affidarsi ai simboli è dunque molto pericoloso. Sono contrapposizioni sciagurate che hanno perfino provocato guerre mondiali: nel 1914 l’uccisione del delfino degli Asburgo da parte d’un terrorista serbo scatenò la prima guerra mondiale che provocò dieci milioni di morti; nel 1939 il simbolo fu Danzica e i morti furono trenta milioni, genocidio della Shoah a parte.
Nel caso nostro non ci saranno per fortuna né morti né feriti, ma lo sconquasso sociale e politico sarà intenso se non si arriverà ad un compromesso: potrebbe cadere il governo Monti, potrebbe sfasciarsi il Partito democratico e la sinistra italiana finirebbe in soffitta, lo “spread” potrebbe tornare a livelli intollerabili con conseguenze nefaste per tutta l’Europa e tutto questo perché le due parti contrapposte vogliono stabilire – mi si passi un’espressione scurrile ma appropriata – chi ce l’ha più lungo.
Infatti il peso e l’importanza dell’articolo 18 è pressoché irrilevante. I casi in cui è stato applicato il reingresso nel posto di lavoro negli ultimi dieci anni non arrivano al migliaio e soprattutto non ha mai avuto ripercussioni sullo sviluppo dell’economia reale e sui suoi fondamentali. In vigenza di quell’articolo gli investimenti, i profitti, il livello dei salari, le esportazioni, i consumi, sono andati bene o male per cause completamente diverse. Quanto alla giusta causa, la cui presenza può consentire un licenziamento e la cui assenza può renderlo possibile, essa è già contenuta in leggi precedenti all’articolo 18 e può essere sempre sollevata dinanzi al magistrato.
Conosco bene l’obiezione di Monti: i mercati vogliono un segnale che li rassicuri sulla fine dei poteri di veto del sindacato, vogliono cioè la fine della concertazione con le parti sociali. Non credo che attribuire ai mercati questa richiesta corrisponda a verità. I mercati non sono un soggetto unitario, ma una moltitudine di soggetti ciascuno dei quali è portatore di una propria visione e d’una propria valutazione. Mi domando piuttosto che cosa accadrebbe se le conseguenze di quella norma determinassero uno sconquasso sociale.
Finora il disagio sociale provocato dai sacrifici (necessari) del “salva Italia” ha trovato una sua barriera nel No-Tav, ma è una bandiera troppo localistica per essere innalzata a lungo da Palermo a Torino. Se però la bandiera diventasse quella del no ai licenziamenti in tempi di recessione, allora la pace sociale rischierebbe di saltar per aria e probabilmente sarebbero proprio i mercati a giudicarla negativamente ai fini della crescita.
Infine osservo che l’articolo 1 della Costituzione recita che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Si tratta d’una banalità o d’un principio che deve ispirare il legislatore?
Mi permetto di ricordare che questo giornale ed io personalmente siamo stati fin dall’inizio e addirittura prima ancora che nascesse, fautori del governo Monti e lo siamo tuttora anche sulla riforma del lavoro, che riteniamo positiva in quasi tutte le sue parti, nella lotta al precariato, nell’estensione delle tutele a tutta la platea dei disoccupati, nell’estensione del contratto a tempo indeterminato, nella flessibilità all’entrata ed anche all’uscita. Rischiare tutto questo per difendere un simbolo di irrilevante significato è un errore politico grave. E poiché questo non è un governo tecnico – come erroneamente molti e lo stesso Monti continuano a ripetere – ma è un governo politico a tutti gli effetti, commettere un errore politico è grave.
Certo, spetta al Parlamento decidere e spetta ai partiti correggere l’errore modificando il testo del governo per quanto riguarda l’articolo 18. I partiti della maggioranza saranno concordi su questa questione?
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Il mio ragionamento sarebbe tuttavia incompleto se non dicessi che le osservazioni fin qui formulate riguardano non soltanto il governo ma anche la Cgil perché anch’essa si sta battendo per un simbolo di irrilevante significato. Capisco che Susanna Camusso deve convivere con la Fiom, ciascuno ha i suoi crucci fuori casa e dentro casa. Ma se si minaccia di mettere a fuoco il Paese per un simbolo irrilevante possono verificarsi conseguenze sciagurate. La Camusso dovrebbe indicare qual è il compromesso sul quale sarebbe d’accordo il sindacato. Il modello tedesco sui licenziamenti motivati per ragioni economiche lo accetterebbe? Alcuni ministri affermano di averglielo chiesto e di averne ricevuto risposta positiva. Se questo è vero, abbia il coraggio di dirlo in pubblico: darebbe gran forza a tutti coloro che vogliono arrivare alla sintesi tra i due simbolismi contrapposti e salvare la parte positiva della riforma del lavoro. Per quanto sappiamo noi la Camusso è ferma sulla posizione che l’articolo 18 sia intoccabile. Ebbene, noi siamo contrari ai cosiddetti valori non negoziabili. Lo siamo nei confronti della Chiesa che può sostenere l’intoccabilità di quei valori quando si rivolge ai suoi fedeli ma non quando pretende che la sua dottrina entri nella legislazione. Non esistono valori intoccabili salvo quelli della legalità, dell’etica pubblica e della parità dei cittadini di fronte alla legge.
Nel campo del lavoro il diritto intoccabile è quello della rappresentanza di tutti i lavoratori nelle aziende in cui lavorano. Quello sì, è un diritto intoccabile e laddove è stato violato va assolutamente recuperato.
L’articolo 18 è stato certamente una conquista ma per quanto riguarda le modalità della sua applicazione non è intoccabile.
Con Susanna Camusso ho avuto su queste questioni una polemica: citai un’intervista fatta nel 1984 con Luciano Lama e lei se ne risentì. Ebbene desidero oggi rievocare ancora la posizione di Luciano Lama che fu anche, allora, quella di Carniti, di Benvenuto e di Trentin. Sto parlando dei dirigenti storici del sindacalismo italiano, dopo Bruno Buozzi e Di Vittorio.
La loro ambizione non fu soltanto quella di conquistare nuovi diritti per i lavoratori ma soprattutto quella di trasformare la classe operaia in classe generale. C’era un solo modo di realizzare quell’obiettivo: fare della classe operaia la principale e coerente portatrice degli interessi generali del Paese e dello Stato mettendo in seconda fila i suoi interessi particolari di classe.
Quei dirigenti sono entrati a giusto titolo nel Pantheon della nostra storia nazionale. Dubito molto che ci si possa entrare soltanto difendendo l’articolo 18.
Se è vero come è vero che i casi di reingresso nel posto di lavoro si contano su poche dita, questo vale per il governo come per il sindacato, vale per Elsa Fornero quanto per Susanna Camusso. Tutte e due su questo punto stanno sbagliando e tutte e due si stanno assumendo grandi responsabilità. Ci riflettano prima che sia troppo tardi. Ci rifletta anche il presidente del Consiglio e i suoi ministri. Alcuni di loro si sono fatti sentire all’interno del Consiglio dei ministri di venerdì scorso. Da Fabrizio Barca a Giarda, a Balduzzi ed è stato un utile campanello d’allarme.
Chiedere riflessione a Di Pietro, a Vendola, a Diliberto è tempo perso. Loro pensano agli interessi di bottega e basta. Ma ai partiti della “strana” maggioranza si deve chiedere di guardare con molta attenzione ciò che potrà avvenire in Parlamento.
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Bersani proporrà di adottare il sistema tedesco per i licenziamenti motivati da ragioni economiche. Quel sistema prevede un tentativo di conciliazione tra l’imprenditore e il sindacato d’azienda; in caso di fallimento (secondo le statistiche le trattative fallite sono soltanto l’11 per cento dei casi) si va dal magistrato del lavoro che può annullare il licenziamento (reingresso) o stabilire un congruo indennizzo.
Su questo punto il Pd è compatto, da Veltroni a D’Alema, a Franceschini, a Letta, a Fioroni. È probabile che anche Casini e Fini confluiranno sulla stessa posizione. Perfino Squinzi, il neo-presidente di Confindustria, sembra disponibile ad accettare questa soluzione.
L’incognita resta il Pdl o almeno una parte dei parlamentari di quel partito. Vedremo il risultato delle votazioni. Il Parlamento è sovrano ed è positivo che in questo caso la fiducia non venga posta dal governo. La posta in gioco è la coesione sociale. I riformisti lottano per difenderla. Auguriamoci che vincano, e che passi la riforma che il governo ha predisposto con questa modifica: sarebbe un passo avanti verso l’equità e la pre-condizione d’una crescita che d’ora in avanti dovrà essere la sola preoccupazione e obiettivo di tutti

Così non si combatte la piaga del precariato

di Luciano Gallino, 25 marzo 2012
E’ dubbio che la riforma in gestazione, salvo modifiche sostanziali in Parlamento, risulti idonea a ridurre il tasso di precarietà che affligge milioni di lavoratori.
Lo scopo più importante di una riforma del mercato del lavoro dovrebbe consistere nel ridurre in misura considerevole, e nel minor tempo possibile, il numero di lavoratori che hanno contratti di breve durata, ossia precari, quale che sia la loro denominazione formale.
Per conseguire tale scopo sarebbe necessario comprendere anzitutto i motivi che spingono le imprese a impiegare milioni di lavoratori con contratti aventi una scadenza fissa e breve. Di un esame di tali motivi non sembra esservi traccia nelle dichiarazioni e nei testi provvisori rilasciati finora dal governo, tipo le “Linee di intervento sulla disciplina delle tipologie contrattuali” o le modifiche annunciate dell´art. 18. Meno che mai si parla di essi nella miriade di articoli che ogni giorno commentano i passi del governo. Pare stiano tutti mettendo mano alla riparazione urgente di un complesso macchinario rimasto bloccato, senza avere la minima idea di come funziona e com´è fatto dentro.
Si suole affermare che le imprese fanno un uso smodato dei contratti di breve durata – in ciò incentivati da leggi e decreti sul mercato del lavoro emanate dal 1997 al 2003 e oltre – perché costano meno. Ma non è affatto questo il motivo principale. Le imprese ricorrono a tali contratti, sia pure in misura variabile da un settore all´altro, soprattutto perché essi permettono di adattare rapidamente la quantità di personale impiegato, in più o in meno, alla catena produttiva, organizzativa e finanziaria in cui si trovano ad operare. Nel corso degli anni l´hanno scientificamente costruita loro stesse, la catena, finendo tuttavia per diventarne schiave. Ogni impresa è ormai soltanto un anello che dipende da tutti gli altri. Nessuna impresa produce più nulla per intero al proprio interno, si tratti di un elettrodomestico, un mobile o un servizio pubblicitario. Ciascuna aggiunge un po´ di lavoro a manufatti o servizi che sono già stati lavorati in parte da imprese a monte, quasi sempre situate in Paesi differenti, e saranno ulteriormente lavorati da un´impresa a valle, in altri Paesi. Questo modo di produrre comporta che la regolare attività di ogni impresa dipende da qualità, prezzo, puntualità di consegna di quel che le arriva dalle imprese a monte, non meno che dalla disponibilità delle imprese a valle ad accettare qualità, prezzo, puntualità di quel che essa consegna loro. Per cui l´imperativo di ciascuna è diventato “assumi meno che puoi, appalta ad altri tutto ciò che ti riesce.”
Oltre a questa intrinseca dipendenza da ciò che fanno gli anelli che la precedono come da quelli che la seguono, ciascuna impresa sa bene di essere oggetto di continue e implacabili valutazioni di ordine finanziario. Il suo prodotto intermedio può anche essere di buona qualità e rendere elevati utili; nondimeno se sullo schermo di un qualche computer compare che nello Utah, in Pomerania o in Vietnam c´è un´impresa che fa la stessa lavorazione a minor costo, o con maggiori utili, è molto probabile che le commesse spariscano, o arrivi dall´alto l´ordine di chiudere.
A causa dei suddetti caratteri le catene globali di creazione del valore, come si chiamano, hanno accresciuto a dismisura l´insicurezza produttiva e finanziaria in cui le imprese, non importa se grandi o piccole, si trovano ad operare. Più che mai ai tempi di una crisi che dura da anni, e promette di durarne molti altri. Un rimedio però è stato trovato, con l´aiuto del legislatore dell´ultimo quindicennio: utilizzando grossi volumi di contratti precari le imprese hanno trasferito l´insicurezza che le assilla ai lavoratori. Fa parte di quelle politiche del lavoro chiamate globalizzazione. Quando i rapporti con gli altri anelli della catena vanno bene, un´impresa assume personale mediante un buon numero di contratti di breve durata; se i rapporti vanno male, non rinnova una parte di tali contratti, o magari tutti, senza nemmeno doversi prendere il fastidio di licenziare qualcuno.
A fronte di simile realtà strutturale, che riguarda l´intero modello produttivo e la sua drammatica crisi, è dubbio che la riforma in gestazione, salvo modifiche sostanziali in Parlamento, risulti idonea a ridurre il tasso di precarietà che affligge milioni di lavoratori, e meno che mai a farlo presto. In effetti potrebbe intervenire una sorta di scambio perverso: le imprese riducono di qualcosa l´utilizzo dei contratti atipici di breve durata, a causa dell´aumento del costo contributivo previsto dalle citate linee di intervento; però grazie allo svuotamento sostanziale dell´articolo 18, perseguito dal governo con una tenacia che meriterebbe di essere dedicata ad altri scopi, licenziano un maggior numero di lavoratori che si erano illusi di avere un contratto a tempo indeterminato, o di altri che nella veste di apprendisti speravano, anno dopo anno, di arrivare ad averlo.
Ma potrebbe anche accadere di peggio: che la precarietà esistente rimanga più o meno tal quale, ma si estenda a settori dove prima ce n´era poca (improvvisi fallimenti aziendali a parte). Lo scenario è pronto: da un lato, dinanzi al cospicuo vantaggio di poter ridurre la forza lavoro senza nemmeno dover licenziare, l´aumento dell´1,4 per cento del costo contributivo dei contratti atipici si configura come uno svantaggio quasi trascurabile. Dall´altro lato, la libertà concessa di licenziare ciascuno e tutti per motivi economici, veri o presunti o inventati, di cui chiunque abbia un´idea di come funziona un´impresa può redigere un elenco infinito, costituisce un formidabile incentivo a modulare quantità e qualità della forza lavoro utilizzata a suon di licenziamenti. Magari assumendo giovani freschi di studi, al posto di quarantenni o cinquantenni tecnologicamente obsoleti, che tanto, una volta perso lo stipendio, non dovranno aspettare più di dieci o quindici anni per ricevere la pensione. Sarebbe un passo verso l´eliminazione del dualismo tra bacini diversi di lavoro, da molti deprecato, ma non esattamente nel modo che la riforma sembrava da principio promettere.
Potrebbe il Parlamento ovviare ai limiti della riforma in discussione? In qualche misura sì, se mai si trovasse una maggioranza. Però v´è da temere non possa andare al di là di qualche ritocco, perché se non si tengono in debito conto le cause reali del guasto di un complicato macchinario, è molto difficile che la riparazione vada a buon fine, quali che siano le intenzioni dei riparatori.

Codat e Vas:la crisi del settore edilizio.

Ricevo e pubblico, comunicato stampa congiunto delle Associazioni Codat e Vas

 LA CRISI DEL SETTORE EDILIZIO
Dalle affermazioni dell’ Amministrazione Comunale di Osimo divulgate nel suo sito istituzionale, è desolante vedere come ancora ci si voglia ostinare a travisare i fatti, imputando la crisi del settore edile a fantomatici avversari non volendo considerare che tutti, ma proprio tutti, in testa la Regione Marche dove nei banchi della maggioranza siede anche il referente politico del raggruppamento del sindaco Simoncini, cioè Dino Latini, stanno sostenendo la tesi che la crisi esiste perché tutti hanno costruito troppo.
Negli ultimi anni si è assistito ad un consumo del territorio eccessivo, abnorme, un consumo frutto di egoismi ed interessi particolari senza che nessun ente pubblico( Comune, Provincia, Regione) abbia voluto porre una limitazione a ciò. Si è utilizzata la rendita fondiaria come leva del consenso politico e per sanare voci di bilancio.
Non capiamo quindi queste sterili polemiche senza capo né coda, come non capiamo di quali rimedi seri questa amministrazione si stia facendo portavoce; invocare una maggiore libertà di credito bancario fa effetto ma non produce nessun risultato pratico.
Sicuramente la riduzione dell’IMU può essere un segnale incoraggiante ma è pur sempre un segnale che difficilmente potrà essere raccolto, per una semplice considerazione:chi ha aree ricomprese nello strumento urbanistico come aeree edificabili vuole che le stesse ritornino ad essere classificate agricole perché nessuno, oggi ha la voglia e/o la possibilità di costruire in quanto l’invenduto è tantissimo.
Oggi non si costruisce perché troppo si è costruito ed i veri imprenditori edili è da tempo che hanno fermato la costruzione di nuovi edifici.
Oggi se il comune di Osimo vuole fare qualche cosa di veramente utile, dovrebbe portare avanti una battaglia a livello regionale con tante altre amministrazioni comunali per allentare il patto di stabilità e programmare una serie di piccoli e medi interventi; occorre che si faccia portavoce per la diffusione della cultura della legalità, della trasparenza, delle regole certe con la semplificazione delle pratiche urbanistiche ed edilizie, riducendo i tempi di risposta, al fine di indirizzare il futuro dell’edilizia verso la ristrutturazione dell’esistente anche eliminando i relativi oneri comunali ( costo di costruzione, diritti ecc…)
Si dovrebbero ampliare le vigenti agevolazioni fiscali.
Ancora, la Banca Centrale Europea ( BCE) presta i soldi alle banche all’1% per il sostegno dello sviluppo per imprese e famiglie; quindi chi  amministra dovrebbe ottenere dagli istituti di credito con delle convenzioni l’applicazione di un tasso leggermente superiore, e le istituzioni ( STATO con l’IRES e REGIONI con l’IRAP) potrebbero accollarsi tale differenziale con politiche di contributi in conto interesse.
Quindi interventi dove imprese e privati ed enti pagherebbero il costo del denaro in modo molto contenuto, ricreando quindi quel sistema virtuoso capace di incentivare i lavori e dunque di assicurare la ripresa anche occupazionale del sistema edile.
Si dovrebbero ampliare le vigenti agevolazioni fiscali per la ristrutturazione: l’IVA da applicare su questi interventi dovrebbe essere anziché quella ordinaria al 10% quella in misura agevolata del 4%.
Tutta la collettività ci guadagnerebbe: infatti con questa aliquota agevolata verrebbe incentivata ad operare miglioramenti sulle proprie abitazioni, rendendole più sicure contro le calamità naturali sempre più frequenti e la stessa collettività risparmierebbe ingenti somme utilizzate per gli ammortizzatori sociali, poiché la ristrutturazione degli edifici esistenti richiederebbe molte maestranze da occupare.
Inoltre si deve evitare, come molto spesso accaduto in passato, che i proventi ai Comuni derivanti dagli oneri di urbanizzazione, così come quelli oggi di provenienza IMU, siano utilizzati non per coprire le spese correnti ma per finanziare i lavori pubblici ( ad esempio interventi per la difesa del territorio dal rischio idrogeologico e sismico, recupero e messa in sicurezza ed efficientemento energetico del patrimonio edilizio pubblico, realizzazione di piani di manutenzione urbani).
Queste sono alcune idee, ma se i comuni, continueranno ad operare come il Comune di Osimo che aumenta gli oneri di urbanizzazione di oltre il 200% anche se dilazionati nel tempo, e ad applicare la nuova IMU sugli immobili invenduti dalle imprese edili, il che vuol dire tassare il loro “ magazzino”, l’edilizia affonderà e non certo a causa dei vari “comitati anti-edilizia” sorti in città.

Ragazze interrotte

Un  film di James Mangold, dedicato alle madri e alle figlie, che vi consiglio vivamente!

Paola

Scatta l’ora legale, lancette un’ora avanti

Lo spostamento nella notte tra oggi sabato 24 e domani domenica 25 marzo. Si perderà così un’ora di sonno ma in compenso si guadagnerà un’ora di luce. L’ora solare tornerà il 28 ottobre. Con lo spostamento delle lancette degli orologi un’ora in avanti, gli scienziati prevedono, nei prossimi 7 mesi, un risparmio complessivo dei consumi di energia elettrica di 630 milioni di kilowattora, pari a circa 95 milioni di euro.