Eugenio Scalfari: Yes we can, ma Gesù prese anche il bastone

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari da la Repubblica del 30 marzo 2014.
I lacci e lacciuoli di oggi sono soprattutto la mescolanza tra finanza privata e politica, la carenza di innovazioni nelle manifatture, la scarsità del credito, la corruzione e l’evasione e infine, non ultimo, le mafie.
Il governatore della Banca d’Italia, ricordando Guido Carli alla Luiss, ha citato una delle frasi che ripeteva più spesso: «Dobbiamo liberarci dai lacci e lacciuoli che rallentano lo sviluppo dell’economia italiana».
Fui molto amico di Carli e la ricordo anch’io quella frase; i lacci e lacciuoli designavano gli strumenti di cui si servivano le corporazioni, le confraternite del potere, le lobby, gli interessi particolari che spesso avevano la meglio sull’interesse generale e che sussistevano in Italia anche dopo la nascita del mercato comune europeo. L’economia del nostro Paese era in gran parte configurata dall’esistenza di un sistema oligopolistico che creava una serie di ostacoli alla libera concorrenza, al centro del quale chi dava le carte erano la Fiat e l’industria elettrica. Con l’inizio del centrosinistra la vera e anzi unica novità voluta dai socialisti e soprattutto dal leader della sinistra Riccardo Lombardi fu la nazionalizzazione dell’industria elettrica spezzando in questo modo il monopolio più importante mentre l’Europa si apriva anche al mercato internazionale.
Il sindacato operaio di quell’epoca non rientrava affatto nell’elenco delle lobby; rappresentava la classe operaia, i suoi interessi e i suoi valori, ma essi non erano affatto contrari a quelli dello Stato. Luciano Lama nei momenti di difficoltà economica gestiva una politica di moderazione salariale e la stessa politica fu anche quella di Berlinguer e di Giorgio Amendola. La moderazione salariale dei sindacati fu riconosciuta più volte nelle relazioni dei governatori della Banca d’Italia, a cominciare addirittura da Menichella e poi da Carli, da Baffi e da Ciampi.
I lacci e lacciuoli di oggi esistono in un mondo la cui struttura economica e sociale è profondamente cambiata: la popolazione è invecchiata, i giovani tra i 16 e i 29 anni rappresentano meno di un terzo della popolazione, le imprese di grandi dimensioni sono quasi tutte scomparse, le medie imprese devono affrontare mercati dove il costo del lavoro è decisamente più basso che da noi, la delocalizzazione è diventata una prassi, le imprese piccole soffrono di un credito in continua diminuzione e con elevati tassi di interesse, gli imprenditori da trent’anni investono sempre di meno impiegando capitale e dividendi soprattutto nella finanza e sempre meno nell’industria; per conseguenza la base occupazionale si è ristretta e la produttività è fortemente diminuita, il sindacato rappresenta soprattutto i pensionati, la classe operaia come aristocrazia del lavoro non esiste più perché i contratti sono diventati individuali o di piccole categorie diverse tra loro.
Queste sono le condizioni con le quali i lacci e lacciuoli dell’epoca di Carli non esistono più ed hanno cambiato natura. Forse Ignazio Visco avrebbe dovuto spiegarlo alla platea che lo ascoltava.
I lacci e lacciuoli di oggi sono soprattutto la mescolanza tra finanza privata e politica, la carenza di innovazioni nelle manifatture, la scarsità del credito, la corruzione e l’evasione e infine, non ultimo, le mafie.
I contratti aziendali sono una forma idonea per risvegliare le manifatture e le imprese medio-piccole, ma al sindacato resta comunque un compito essenziale: vigilare sui diritti dei lavoratori che non debbono essere lesi ma semmai rafforzati e allargati anche nelle imprese medio-piccole. E al sindacato resta anche il compito e il ruolo di controparte per quanto riguarda il nuovo “welfare” e i nuovi ammortizzatori sociali.
Il governo sembra indirizzato a realizzare questi obiettivi ma non riconosce al sindacato il ruolo decisivo che abbiamo ora indicato. È un grave errore e basterebbe guardare alla funzione dei sindacati in Germania per rendersene conto.
«Yes we can» ha detto Renzi nel suo recente incontro con Obama facendo proprio lo slogan con il quale il senatore di Chicago vinse la sua battaglia per diventare presidente degli Stati Uniti. «Yes we can», ma che cosa esattamente? Adesso si applicherà il decreto di Enrico Letta sul tetto da porre alle retribuzioni dei dirigenti di imprese pubbliche. Sull’occupazione giovanile la legge di Letta ha già prodotto nuovi posti di lavoro per 14 mila giovani e nel 2015 la proiezione statistica prevede un risultato che arriverà ai 60-90 mila. Renzi non lo dice, ma finora i risultati concreti provengono dalle iniziative del suo predecessore. Ora aspettiamo le iniziative che Renzi promette che sono buone e concrete. Do you can? Vi guarderemo con attenzione, ma dovremo aspettare un bel po’ perché la bacchetta magica neanche Renzi ce l’ha.
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Tuttavia, anche se ho cominciato dal “We can” renziano, non è questo il tema principale di questo articolo. Il tema è Gesù che prende il bastone e bastona cacciando dal tempio gli scribi e i farisei che interpretano malissimo la legge di Dio e i corrotti che hanno gestito i loro sporchi commerci addirittura nei luoghi sacri del popolo di Israele.
Gesù che bastona è stato riportato d’attualità alle sette del mattino del giorno in cui Obama è arrivato a Roma per la sua breve ma intensa visita in Vaticano, al Quirinale e a Villa Madama con Renzi. Alle sette del mattino Papa Francesco aveva convocato a messa in San Pietro 500 membri del Parlamento e tutti i ministri del governo e li ha bistrattati di santa ragione. Non li ha abbracciati, non li ha perdonati, non li ha salutati. Li ha soltanto bastonati.
Il circuito mediatico giornalistico e televisivo, con l’eccezione di pochissimi giornali e di Enrico Mentana, ha sottovalutato quella messa molto particolare di Papa Francesco. Il motivo credo sia quello che le parole del Papa potevano esser ritenute simili agli slogan di Grillo, ma non è così. Grillo straparla contro la casta ma ne fa sostanzialmente parte specie quando si impegna ad abolire la libertà di mandato dei parlamentari per meglio tenerli in pugno impedendo proprio a loro la libertà d’opinione. Il Papa invece parlava ai politici italiani di una battaglia che Lui a sua volta sta combattendo in Vaticano contro tutte le forme di temporalismo.
Il potere temporale, così pensa il Papa, ha deturpato la Chiesa per secoli e secoli se non addirittura per oltre un millennio.
Francesco ritiene che la Chiesa non debba essere sporcata e deformata da questo peccato capitale. Ecco la rivoluzione che da un anno sta conducendo e che dovrebbe avvenire anche nel Paese che è la sede del Papato. Di qui la sua invettiva di giovedì scorso. I media hanno privilegiato Obama ma hanno sbagliato. Il presidente Usa è stato a Roma poco più di 36 ore, ha visto a lungo Napolitano, a lungo Papa Francesco, un po’ meno lungamente il presidente del Consiglio, ha visto il Colosseo e sul predellino dell’aereo il sindaco Marino con tanto di fascia tricolore.
Ma Francesco resta qui, per nostra fortuna. È dolce e mite come il suo Gesù Cristo, ma come Lui quando è necessario impugna il bastone e bastona. Lo fa in Vaticano, lo fa in San Pietro, lo fa con la Curia e lo fa con il Parlamento del paese nella città di cui è il Vescovo; ma il bastone che impugna riguarda il peccato del mondo, il solo vero peccato che mette il mondo fuori dalla grazia e dal bene.
Questo è il suo insegnamento e questa è la sua rivoluzione.
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Ho incontrato papa Francesco qualche giorno fa, era il 18 marzo scorso, gli avevo chiesto quell’incontro come già accaduto altre volte, non per scriverne raccontando quel che c’eravamo detti, ma per proseguire il dialogo tra Lui e un non credente come io sono. Poi ho scritto raccontando quel dialogo, ma soltanto per me, per ricordare a me i pensieri che ci siamo scambiati. Ma uno di quei pensieri lo voglio qui riferire perché è strettamente pertinente con quello che ha detto alla messa di giovedì scorso. Ha detto: «In tutte le decisioni che ciascuna persona prende esiste il rischio che le sue convenienze personali e di gruppo prevalgano su considerazioni più alte. Ricordo questi versi di Dante: “Ahi Costantin di quanto mal fu matre…” Quei versi ricordano l’editto dell’imperatore Costantino che nel 313 d. C. fece una donazione alla Chiesa e ne autorizzò il culto, anzi lo fece proprio inserendo la croce sui suoi vessilli. Il peccato del mondo è l’ingiustizia e la prevaricazione. Io la chiamo concupiscenza, cupidigia del potere, desiderio di possesso. Questo è il peccato del mondo che noi combattiamo da due diverse sponde».
Questo pensiero è il medesimo che ha ispirato il Papa nell’allocuzione fatta in San Pietro ai membri del Parlamento italiano e probabilmente ad Obama che ha incontrato poche ore dopo. Obama lo sa anche lui che nel suo paese ha combattuto e combatte questa battaglia.
Se tutti i detentori del potere lo usassero per realizzare questa finalità, il mondo affronterebbe quella che Berlinguer chiamò la questione morale. Due domeniche fa, rievocando Berlinguer, scrissi che tra lui e Francesco esistono molti punti in comune ed è vero.
Pensateci, pensateci a lungo e non scordatevene voi che avete il potere. È vero, «You can», ma Gesù a volte prende il bastone. Anche chi non crede, questa verità la conosce, la condivide e non se la scorda.
Evento 'Il Cortile dei Giornalisti'

Una preghiera

 

    Una nota per ogni domenica

                                                                                       

                                                                                        –

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Buona Domenica a tutti Voi,  con una preghiera
di Fabrizio De Andrè

…Dio del cielo se, mi vorrai amare
scendi dalle stelle e vienimi a cercare…
…E se ci hai regalato il pianto ed il riso
noi qui sulla terra non lo abbiamo diviso
 …

Un abbraccio Paola

La spending review si faccia sugli sprechi della politica non sui servizi di sicurezza e soccorso.

Tutta la mia solidarietà ai Vigili del Fuoco. E’ inaccettabile che il governo Renzi voglia  attuare taglia  sui vigili del  fuoco. Chiudere e depotenziare il corpo dei Vigili del Fuoco vuol dire mettere a rischio la sicurezza dei cittadini

Vigili del Fuoco di Osimo

Vigili del Fuoco di Osimo

Il piano Cottarelli intende tagliare i Vigili del Fuoco non solo con la  limitazione del turnover e delle assunzioni, ma anche con tagli lineari  sui capitoli di spesa per automezzi, attrezzature, addestramento,formazione, uniformi, carburanti e la chiusura di alcuni servizi altamente specialistici  come quelli portuali, sommozzatori,  ecc.
Quando il nostro Paese ha sempre più esigenze di soccorso e di sicurezza ( anche per effetto del grave dissesto idreologico ), mentre alluvioni e calamità naturali sono all’ordine del giorno, il Governo vorrebbe tagliare sui Vigili del Fuoco.
Si tagli dove ci sono privilegi, sugli sprechi della politica e non dove ci sono persone che lavorano a garantirci sicurezza  e soccorso.
Paola

Questa notte torna in vigore l’ora legale e le lancette andranno spostate un’ora avanti.

ORATempo di ora legale. La prossima notte le lancette degli orologi saranno spostati in avanti di un’ora, così da guadagnare in termini di luce naturale per l’attività quotidiana in casa e nelle aziende e risparmiare energia. L’ora legale scatterà formalmente alle 2, quando le lancette dovranno essere spostate sulle ore 3.00. Dormiremo un’ora in meno, ma ci godremo di più le belle giornate.
La festa ci permette di stare a letto anche più tempo e recuperare da subito il sonno perso. L’ora legale resterà in vigore per sette mesi, fino alla notte tra il 25 e il 26 ottobre 2014, quando sarà ripristinata l’ora solare. E’ stimato che il passaggio all’ora legale permetterà di risparmiare in Italia 556,7 milioni di kilowatttora, pari a 92,6 milioni di euro. Vuoi vedere che si abbasseranno il costo della bolletta?

«Quando c’era Berlinguer». Un film dedicato ad un grande uomo.

enricoberlinguer Ieri sera ho visto “Quando c’era Berlinguer”. In una  piccola, ma comoda, salettina dell’ex cinema Goldoni eravamo per la maggioranza spettatori  osimani. Un film-documentario   da vedere.  Da vedere per chi c’era e soprattutto per chi è venuto dopo (un  pugno nello stomaco la sequenza iniziale sui giovani di oggi ).
Si  esce dal cinema con un sentimento condiviso  su chi era Enrico Berlinguer. Una persona per bene, una persona gentile, un politico rigoroso, serio, austero nei modi ( ma no triste) e con grande senso del dovere verso gli altri e verso il proprio impegno ( fino allo sforzo estremo dell’ultimo comizio).
In un passaggio del film, Giovanotti intervistato dice: ” … in Italia la parola comunista  è Berlinguer, è una parola che non mi ha mai fatto paura la parola comunista perchè l’associo con quella correttezza, l’associo con quella faccia , con quelle parole, con quella onestà… una parola bella  che muore con Enrico.”
Condivido e faccio mie anche le parole di Montanelli: «Può anche aver commesso degli errori: mai disonestà o bassezze».

Per stimolare ulteriormente  la vostra curiosità. Ecco come  parla del film  l’Unità in un articolo di Alberto Crespi (l’Unità, 19 marzo 2014)
Quando c'era BerlinguerCe l’ha fatta, il nostro vecchio direttore. Anche da dirigente politico non ha mai nascosto il suo sfrenato amore per il cinema. E non ha mai negato di aver accarezzato, da ragazzo, il sogno di farlo in prima persona.
E finalmente, eccolo qua, il primo film da regista di Walter Veltroni. Ed è il film giusto, al momento giusto, quello che forse solo lui poteva fare. L’11 giugno 1984, quasi trent’anni fa, moriva Enrico Berlinguer. Per voi lettori non serve alcun ripasso: fu un dolore collettivo, un senso di perdita lancinante, qualcosa che si rompeva nei nostri cuori e – a posteriori – nell’Italia tutta.
Quando c’era Berlinguer è un documentario forte e struggente di fronte al quale piangerete tutte le vostre lacrime (il 27 marzo uscirà nei cinema distribuito dalla Bim; a giugno lo trasmetterà Sky, che produce). Veltroni lo costruisce con molto materiale di repertorio, con interviste a testimoni celebri e non, e levandosi due o tre sfizi veramente «d’autore». Uno rischierebbe di passare inosservato, perché è sui titoli di coda, ma siamo sicuri che Veltroni ci tiene e quindi partiamo da lì: dopo aver mostrato i cineasti del picchetto d’onore a Botteghe Oscure (e lì si vedono, attorno alla bara, personaggi quali Antonioni, Fellini, Mastroianni, la Vitti…) vengono montate, mentre scorrono i crediti e qualche proiezionista distratto avrà già acceso le luci in sala (non fatelo!), le immagini della riunione preparatoria per il film sui funerali.
E lì, affranti ma anche accesi nella discussione, si vedono volti ai quali siamo tutti affezionati: Maselli, Magni, Scola, Giuseppe Bertolucci, Gregoretti e tanti altri… è il segno forte di un rapporto intenso tra il cinema italiano e un partito che dai cineasti non pretendeva solo ortodossia ed egemonia, ma dava anche partecipazione, confronto, identità. L’altro momento potente del film è, naturalmente, l’inizio. Feroce, qua e là persino perfido (Veltroni buonista? Ma per cortesia…).
Una serie di rapidissime interviste, realizzate in mezza Italia, in cui persone di varia età ed estrazione (molti studenti, ma non solo) rispondono alla domanda fuori campo: chi era Enrico Berlinguer? Alcuni, per fortuna, lo sanno. Ma altri danno risposte surreali. «Uno scrittore?», «uno che ha fatto una guerra… la guerra di Corea, giusto?», «uno di destra… ma molto di destra!», e così via. E qui, sempre fuori campo, emerge come uno sgradevole riflusso duodenale un’altra epocale domanda: che razza di paese siamo diventati? Dov’è finita la memoria collettiva che dovrebbe essere il collante di una comunità?
La risposta, in qualche misura, arriva dalla bella immagine di piazza San Giovanni vuota, con le copie dell’Unità che svolazzano. E dal successivo tuffo nel passato che Veltroni compie: passato suo, e di una generazione. Una vecchia manifestazione. San Giovanni è gremita. Immagini traballanti di un vecchio super8 girato dallo stesso Walter che sognava il cinema, e un po’ lo faceva! Volti noti e meno noti che passano. Un Giuliano Ferrara con il pugno chiuso. Un’ondata di giovani che, negli anni ’70, vogliono il cambiamento e portano il Pci a risultati elettorali impensabili. Un grande progetto che nasce. E poi… un monocolore Dc. Presieduto da Andreotti. Lì, una speranza fu infranta e qualcuno, anche all’interno della sinistra storica, prese vie di cui si sarebbe pentito.
Ma Veltroni continua a raccontare un’altra storia: quella di un uomo, Berlinguer appunto, che prima rompe con l’Urss e con il comunismo realizzato (rischiando anche di venire ucciso, in Bulgaria) e poi concepisce assieme ad Aldo Moro un progetto ancora più grande e rischioso. Se c’è un messaggio politico, in Quando c’era Berlinguer, ci sembra sia questo: Berlinguer e Moro avevano in mente un futuro politico «alternativo» che avrebbe portato l’Italia ad essere profondamente diversa. Furono fermati. Sul perché di questo stop, c’è ancora molto da studiare e da spiegare.
Una delle cose affascinanti di “Quando c’era Berlinguer” è proprio il suo essere una scaletta di argomenti, uno spunto per approfondire la ricostruzione storica in mille direzioni. Poi, di nuovo, c’è l’aspetto emotivo. Ci sono le testimonianze toccanti di Aldo Tortorella, di Emanuele Macaluso, di Giorgio Napolitano (che alla fine scoppia, anche lui, in lacrime). E ci sono soprattutto i ricordi della figlia Bianca, di Alberto Menichelli (il capo della scorta di Berlinguer, che fu con lui fino all’ultimo) e di Silvio Finesso, l’operaio della Galileo di Padova che era su quel palco maledetto. Qui la commozione si taglia con il coltello, e chiunque fosse allora un militante, un simpatizzante – diciamolo: un compagno – avrà fatto bene a portare con sé una robusta scorta di fazzoletti. Quando c’era Berlinguer è una sonda nel nostro passato e una possibile bussola per il nostro presente. Voi che state leggendo questo giornale, non potete non vederlo.

Interrogazione: strisce blu, nessuna sanzione se il ticket è scaduto.

parcheggi a pagamento OsimoRivoluzione sulle strisce blu: stop alle multe per chi lascia l’auto sulle strisce blu oltre l’orario pagato.  Il Ministero dei Trasporti, tramite il proprio sottosegretario, nel rispondere ad un’interrogazione parlamentare ha confermato che chi prolunga la sosta sulle strisce blu oltre l’orario per il quale ha regolarmente pagato, non può essere multato, ma deve solo pagare la differenza.
Condivisibile o no e per quanto la questione lasci tutti  un po’  perplessi,  tuttavia ritengo che il Comune deve far rispettare le regole stando a sua volta alle regole, e ritengo indispensabile che anche  l’amministrazione Simoncini dia immediata disposizione agli operatori di cessare questo tipo di sanzioni.
Attualmente in Osimo le sanzioni per chi non rispetta i limiti orari dei posteggi sui 890 spazi blu, prevedono l’applicazione di una  ”multina” di 4,60 euro a favore della Park.O. spa ( società partecipata che gestisce i parcheggi), multina che se non pagata nei termini si tramuta  in una sanzione da 25 euro per sosta oltre l’orario di avvenuto pagamento.
Ho presentato apposita interrogazione alla giunta Simoncini tesa a sospendere immediatamente tali sanzioni. Proseguire una pratica, ritenuta dal Ministero, illegittima non solo rappresenterebbe un’ingiustizia nei confronti dei cittadini, ma esporebbe l’amministrazione a possibili ricorsi amministrativi con possibili ulteriori oneri a carico della collettività.
Paola

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Alla c.a. Sig. Presidente del Consiglio Comunale Comune di Osimo

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INTERROGAZIONE

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Oggetto: chiarimenti in ordine alle  multe relative alla  sosta sulle strisce blu oltre l’orario pagato.

La sottoscritta PAOLA ANDREONI consigliere Comunale capogruppo del Partito Democratico,

Premesso  che

– Ad una interrogazione parlamentare che specificamente chiedeva se: “Chi prolunga la sosta nelle strisce blu oltre l’orario per il quale ha regolarmente pagato viola il codice della strada e merita una sanzione o deve solo saldare la parte mancante della tariffa”, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, tramite il sottosegretario Umberto Del Basso De Caro, ha risposto che se un automobilista lascia la macchina in un’area di parcheggio a pagamento oltre l’orario pagato, non incorre in una multa per divieto di sosta, ma in una sanzione minore perché dovrà saldare solo per l’orario in eccesso.
Secondo il parere espresso dal Ministero, l’Amministrazione Comunale può chiedere all’automobilista di saldare le ore di sosta «scoperte» rispetto al pagamento effettuato, ma non può multarlo in quanto l’inadempienza dell’automobilista non è assimilabile a una sosta vietata, ma a una «inadempienza contrattuale che implica il saldo della tariffa non corrisposta.
Risposta che fa chiarezza sui dubbi interpretativi sollevati da molti Comuni e su una presunta, ma inesistente, divergenza tra il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e il ministero dell’Interno;

– La risposta del Ministero fa seguito e si uniforma anche ad una sentenza della Cassazione che boccia le multe stabilite dal Codice della strada per la sosta a tempo scaduto sui parcheggi a pagamento;

– In una successiva intervista il ministro Maurizio Lupi, ha così sintetizzato l’argomento: “La questione è semplice: se ho pagato la sosta e poi sto 10 minuti in più, non posso ricevere la multa, ma dovrò pagare la differenza per il tempo in più. Ai Comuni chiediamo di rispettare le regole che il codice della strada prevede. Non serve una norma, perché abbiamo verificato che l’interpretazione della norma è chiara e quindi il caso è chiuso. Per una volta non complichiamo la vita ai cittadini”;

– Pertanto, nel caso di pagamenti effettuati in misura insufficiente, l’inadempienza implica il saldo della tariffa non corrisposta. Niente multa, insomma, perché “in materia di sosta, gli unici obblighi previsti dal Codice sono quelli indicati dall’articolo 157, comma 6, del Codice della Strada e precisamente l’obbligo di segnalare in modo chiaramente visibile l’orario di inizio della sosta, qualora questa sia permessa per un tempo limitato, e l’obbligo di mettere in funzione il dispositivo di controllo della durata della sosta, ove questo esista; la violazione di tali obblighi comporta la sanzione prevista dal medesimo articolo 157, comma 8, del Codice medesimo”.

– Alle obiezioni poste da alcuni Comuni circa la presenza di pareri controversi da parte del Ministero dell’Interno del 2003 lo stesso Ministero dei Trasporti risponde: “Non risulta alcuna situazione di conflitto interpretativo con il ministero dell’Interno: quest’ultimo, infatti, in seguito a un riesame della propria posizione espressa nel 2003, ha successivamente (nel 2007) condiviso la disamina della tematica svolta dal Mit ed emesso (nel 2010) una serie di pareri in tal senso”, pareri condivisi dal Servizio della Polizia Stradale del Dipartimento di Pubblica Sicurezza”

Ritenuto che
– Il Comune deve rispettare ed adeguarsi alle leggi che il codice della strada prevede-

Fatte queste premesse la sottoscritta,

INTERROGA IL SINDACO
per conoscere

1) se l’amministrazione comunale  intende ottemperare al parere del Ministero dei Trasporti e quindi bloccare le procedure di elevazione di sanzioni amministrative nei casi di ticket per la sosta scaduta;

2) se sta cercando di approfondire ulteriormente la questione e se per questo motivo  abbia chiesto un parere anche alla prefettura locale per eventuali orientamenti;

3) se ha valutato l’opportunità di adeguare gli strumenti per la riscossione della parte residua della sosta non pagata, adottando un apposito regolamento e sistemi di calcolo delle somme non pagate;

Si richiede altresì risposta scritta nei termini di legge.

Osimo lì, 27 marzo 2014

           Il consigliere comunale
capogruppo del Partito Democratico
———-Paola Andreoni

Primavera … nel segno della pioggia

piove

Piove in tutta la penisola, qualcosa di equo l’abbiamo: la distribuzione della pioggia !

Il succo della discordia

succoCon un emendamento, presentato in Commissione Affari costituzionali della Camer, i deputati del PD Nicodemo Oliverio e Michele Anzaldi chiedevano che la quota minima di frutta nelle bevande analcoliche passasse dall’attuale 12% al 20%.
Un provvedimento che sarebbe andato sicuramente a benefico dell’alimentazione di bambini e anziani, ma su cui, inspiegabilmente, il governo, tramite il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina (anche lui PD), ha dato parere contrario. Della serie: i giochi incomprensibili della politica.
Paola

Che dire, Stromae è davvero Formidabile!


Lo abbiamo conosciuto  all’ultimo Festival di Sanremo, mi piace  questo giovane artista belga,  Stromae. In questa bella  ballata “Formidable” interpreta un ubriaco che racconta la fine della sua relazione ai passanti vicino alla stazione di Bruxelles.

 

La spending review di Carlo Cottarelli: che delusione

È una profonda delusione quella che si prova scoprendo come le soluzioni salvifiche che si attendevano dal lavoro di Carlo Cottarelli siano in realtà l’ennesimo esercizio ragionieristico privo di visione. Nemmeno l’ombra di una piano strategico per la Pa. La soluzione è sempre la stessa: blocco del turn-over, questa volta totale ed esuberi, questa volta 85mila.  Non mi sembra di intravedere la svolta buona.

Il Paese delle verità nascoste

“Via Fani: due agenti dei servizi segreti sulla moto che bloccò il traffico per aiutare le BR”. Così titola La Repubblica, che poi nel servizio riporta l’intervista a un ex ispettore, che dice di aver avuto la conferma da una lettera postuma (sei mesi dopo la morte come da testamento) ricevuta proprio dall’uomo che era sul sedile posteriore della moto.

A trentasei anni dall’efferato delitto della scorta di Moro e del suo rapimento, la verità non è venuta fuori. Così come per la strage di piazza Fontana, per quella di Brescia, per la strage di Bologna, l’assassinio dei giornalisti Ilaria Alpi  e Miran Hrovatin e cosi via. E poi ci dicono di avere fiducia nella giustizia. Quale?

24 marzo 1944, eccidio delle Fosse Ardeatine

STA75842Sono passati 70 anni da quando il 24 marzo del 1944 le truppe naziste uccisero 335 italiani, civili e militari, nell’eccidio delle Fosse Ardeatine.
Una ferita sempre aperta per ricordarci, come ha detto il presidente Napolitano che “ la pace non è un regalo o addirittura un dato scontato e per quel che riguarda il nostro e gli altri paesi europei è una conquista dovuta a quella unità europea, a quel progetto europeo che oggi da varie parti si cerca di screditare “.

Chi tace sta zitto: parliamo di calcio.

“Parliamo di calcio”. 

KIEV CHIEVOdi Luca Lanari
( chi tace sta zitto )

La mancanza di buon gusto

Io prendo solo ottocento cinquantamila euro all’anno, il mio omologo tedesco guadagna il triplo. Se il governo Renzi, taglia gli stipendi dei manager, io me ne vado.

Così si espresso Mauro Moretti, amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, subito dopo la ventilata ipotesi, di una riduzione delle retribuzioni ai manager di stato. Incredibile ma vero. Moretti non ha nemmeno il buon gusto di tacere, di fronte a milioni di italiani che il suo compenso annuale non lo prenderanno mai, nemmeno vivendo tre vite. E poi basta fare un viaggio sui treni, come fanno milioni di pendolari, per vergognarsi.
Per la serie caro Moretti: “Ma ci faccia il piacere!!”.
Paola

Se Renzi vincerà vent’anni durerà: Eugenio Scalfari

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari • 23-Mar-14. La crisi della politica, del sistema dei partiti, dei loro rapporti con le istituzioni, sono il tema oggi dominante in Italia e in Europa.
Spero che ai lettori non sembri una stranezza se comincio questa mia predica domenicale con il film di Veltroni su Enrico Berlinguer, proiettato giovedì scorso all’Auditorium di Roma. Ho conosciuto bene quel personaggio sul quale ho scritto un articolo domenica scorsa; poi ho visto il film ed ho letto i commenti che i giornalisti gli hanno dedicato, tra i quali quello bellissimo di Michele Serra sul nostro giornale. Perché dunque ci torno ancora?
Ci torno per chiarire un punto, per rispondere ad una domanda che molti si sono fatta e molti altri si faranno vedendo quel film nelle sale cinematografiche e alla televisione di Sky: Berlinguer e il partito da lui guidato erano comunisti come si chiamavano e credevano di essere, oppure no?
Certamente lo erano ma a loro modo che non somigliava a nessuno degli altri partiti comunisti al di là e al di qua della cortina di ferro che divideva in due non solo l’Europa ma il mondo intero. Il partito comunista italiano guidato da Berlinguer, e prima di lui da Longo e da Togliatti, era nato a Lione, liquidò Bordiga, che l’aveva fondato nel 1921, e si ispirò all’insegnamento di Gramsci. Tra le sue “sacre scritture” non c’erano soltanto Marx ed Engels ma Antonio Labriola, Giustino Fortunato e perfino Benedetto Croce.
Berlinguer accentuò queste caratteristiche e prese le distanze non solo dal partito-guida di Mosca ma anche dal pensiero di Lenin. Il discrimine riguardava una questione fondamentale: la democrazia, quella sostanziale ed anche quella formale, cioè le cosiddette “libertà borghesi”.
La democrazia, secondo il pensiero di Berlinguer, doveva essere rispettata e difesa sempre, nessuno spazio alla “dittatura del proletariato” che Lenin patrocinava come prima fase rivoluzionaria. Una democrazia che prevedeva anche alleanze con forze politiche non comuniste purché anch’esse fossero sinceramente e pienamente democratiche.
Questo fu il partito di Berlinguer e se passò dal 25 per cento dei consensi elettorali ereditati da Togliatti al 34 raggiunto da Berlinguer nel 1977, questo accadde perché una parte dei ceti borghesi si avvicinò a quel partito. In realtà, almeno una parte del suo gruppo dirigente e perfino quella aristocrazia operaia che rappresentava la classe lavoratrice, fece propria la cultura liberal-socialista che aveva ispirato “Giustizia e libertà” e poi il partito d’azione e di cui il maestro coevo alla leadership berlingueriana fu Norberto Bobbio insieme a Galante Garrone, a Calogero, a Omodeo, a Salvatorelli, a La Malfa.
Questo è stato il lascito di Berlinguer. Come e perché questa eredità politica sia poi entrata in crisi è un altro discorso che riguarda la crisi della politica, di tutta la politica, del sistema dei partiti, dei loro rapporti con le istituzioni, quella che Berlinguer aveva già identificato definendola questione morale, occupazione delle istituzioni da parte dei partiti, oggi più che mai intensa e di assai difficile risanamento.
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Questa crisi è il tema oggi dominante in Italia e in Europa. A me sembra che ci sia molta confusione nei pensieri di chi se ne occupa e se ne preoccupa. Ho letto su Repubblica di ieri un’intervista di Paolo Griseri a Marco Revelli sul suo nuovo libro intitolato Post-sinistra e mi ha stupito l’analisi che l’autore fa sostenendo che l’economia nella società globale ha ucciso la politica diventando una sorta di pilota automatico che porterà il mondo verso la catastrofe.
Mi sembra con tutto il rispetto per il pensiero di Revelli, che questa sia una semplificazione sostanzialmente sbagliata. L’economia moderna è una disciplina nata dal pensiero di Adam Smith e di Ricardo tre secoli fa, di fatto agli albori dell’illuminismo e assunse non a caso il nome di economia politica. Non esiste e non è pensabile un’economia senza politica o addirittura antipolitica come non esiste una politica priva di una sua economia. Lo stesso Carlo Marx questa verità la conosceva benissimo e la teorizzò quando scrisse L’ideologia tedesca e il 18 Brumaio. Marx riteneva che la rivoluzione proletaria dovesse essere preceduta dalla rivoluzione borghese per la quale manifestò addirittura simpatia e che considerava necessaria. Quella rivoluzione era ancora in corso negli anni Quaranta del diciannovesimo secolo. È evidente che la rivoluzione borghese aveva un enorme contenuto economico così come l’avrebbe avuto nel pensiero di Marx e di Engels la rivoluzione proletaria che ne sarebbe seguita.
La storia prese una strada diversa: la rivoluzione proletaria che secondo Marx sarebbe nata nei paesi europei economicamente più abbienti avvenne invece in Russia, cioè in un paese dove la borghesia non esisteva neppure. Di qui un suo percorso che Marx se fosse stato vivo avrebbe certamente sconfessato poiché non aveva le condizioni per attuare il comunismo annunciato nel manifesto del ’48.
Ecco perché ritengo che la post-sinistra descritta profeticamente da Revelli come un’economia che distrugge la politica a me sembra un nonsense. Può essere e probabilmente è un’economia politica non accettabile, ma non distrugge la politica che non è distruttibile visto che è una categoria dello spirito e come tale appartiene alla nostra specie e vivrà con essa fino all’avvento del regno dei cieli (per chi ci crede).
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Oggi abbiamo i populismi e l’antipolitica (che sono tutti e due forme di politica e di economia). Abbiamo un partito che cerca di darsi una nuova forma con la guida di Matteo Renzi e avremo il 25 maggio le elezioni per il Parlamento europeo il quale a sua volta avrà il compito di eleggere il presidente della Commissione di Bruxelles, cosa che non era accaduta prima, quando quell’incarico era di competenza dei governi dei paesi membri della Ue.
Il Partito democratico si può a questo punto definire nei suoi quadri, nei suoi gruppi parlamentari e nei suoi militanti un partito renziano. Fino a qualche tempo fa si diceva che fosse l’unico partito italiano (e forse anche europeo) non personalizzato. Non aveva un Re. Adesso ce l’ha. Per simpatia per il personaggio, per la sua energia e voglia di fare, per il suo desiderio di avere successo e quindi di portare il suo partito al massimo della popolarità elettorale e infine per mancanza di alternative.
Ai tempi dei tempi Pietro Nenni, che fu un tribuno d’eccezione, diceva quando ci fu la scelta istituzionale nel giugno del 1946, “O la Repubblica o il caos”. Adesso lo slogan che più corrisponde ai desideri (e alle paure) dei democratici è “O Renzi o il caos”.
Questo slogan ovviamente presuppone che Renzi abbia il successo che desidera, ma è un successo che si gioca contemporaneamente su molti tavoli.
Anzitutto su quello della popolarità e Renzi ha scelto: i 10 miliardi (che nell’anno in corso saranno più o meno sette) andranno interamente nelle buste-paga dei lavoratori a partire da quelle del 27 maggio prossimo, due giorni dopo le elezioni europee che sono l’altro tavolo sul quale si giova il successo. Diminuzione dell’Irpef, due giorni dopo le elezioni: il rapporto è chiaro e perfetto.
Naturalmente alcuni settori della società non sono contenti. Non è contenta la Confindustria di Squinzi, non sono contente le imprese che saranno tassate sulle rendite dei titoli e su altri tipi di entrate mobiliari; non sono contente le piccole imprese del Nord-Est in crisi che vorrebbero sostegni e crediti bancari di favore e non è contenta la Cgil che teme un’eccessiva mobilità del lavoro precario. Infine non sono contenti i manager pubblici i cui compensi, secondo la spending review di Cottarelli dovrebbero avere un tetto che tagli il supero così come anche per le pensioni al di sopra di un limite abbastanza elevato.
Renzi questi scontenti li conosce e farà di tutto per placarli usando qualche attenzione concreta nei loro confronti, ma avrà bisogno di tempo.
In realtà avrà bisogno di tempo per tutta questa politica e dovrà prenderselo salvo che sul taglio dei 10 miliardi (sette) da mettere in busta paga per le tasche dei lavoratori fino a 25mila euro di reddito netto annuo. Questa copertura la deve assolutamente trovare.
Ma c’è un altro obiettivo che deve realizzare a corto respiro ed è la riforma elettorale. Questo è a costo zero dal punto di vista finanziario, ma un costo politico ce l’ha. Alla Camera è già passato, al Senato qualche problema ci sarà ma lui spera di risolverlo ed è probabile che ci riesca. Il che tuttavia non risolve il problema della riforma del Senato e quindi della legge elettorale che rimane zoppa a meno che Berlusconi decida di mettersi contro per ottenere lo scioglimento anticipato delle Camere.
Se questo avvenisse si voterebbe alla Camera con un sistema nettamente maggioritario e al Senato con uno nettamente proporzionale. Una manna per Forza Italia, per la Lega, per Grillo e insomma per quasi tutti ma non per Renzi. Tuttavia qui il manico ce l’ha in mano Berlusconi sempre che si superi l’ostacolo del Quirinale, il che sembra tutt’altro che facile. Napolitano non credo accetterebbe di sciogliere le Camere con due percorsi elettorali così diversi e quindi con maggioranze probabilmente contrapposte. Comunque un rischio c’è perché l’alternativa in questo caso potrebbe essere una crisi di governo.
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Infine c’è il tavolo delle coperture da effettuare, dell’occupazione, del pagamento dei debiti verso le imprese e dell’Europa. Questo gruppo di questioni è strettamente interconnesso ed è qui che si gioca realmente la sorte del governo e del partito renziano.
Segnalo un punto non marginale per capir bene il personaggio Renzi. Fino a quando sembrava che il governo Letta sarebbe durato fino al 2015 e quindi sarebbe stato Letta a presiedere il semestre europeo di spettanza italiana, l’allora (e tuttora) segretario del Pd sosteneva che la presidenza europea semestrale non contava assolutamente niente. Letta diceva il contrario ma Matteo ci rideva sopra. Da quando però è arrivato a Palazzo Chigi Renzi ha immediatamente cambiato linguaggio sostenendo che quel semestre sarà fondamentale per l’Italia e per l’Europa (anche per il mondo?).
È fatto così, il Re del Pd: cambia linguaggio di continuo, secondo con chi parla; dà ragione a tutti, capisce tutti, incanta tutti (o ci prova). La sua vera natura è quella del seduttore. Da questo punto di vista somiglia molto, ma con metà degli anni, a Berlusconi.
Non entro nell’esame delle coperture, dell’accoglienza europea alle proposte renziane, ai tempi necessari per arrivare ad una svolta vera, che certo non è quella dei 10 miliardi (sette) dell’Irpef. Dico solo che sui tagli di Cottarelli bisogna stare attenti perché ci saranno anche effetti negativi sull’occupazione come conseguenza di alcuni dei tagli proposti.
Ma la considerazione con la quale concludo, molto personale, è la seguente: se è vero, ed è vero, che il seduttore Renzi è più bravo del seduttore Berlusconi, esiste l’ipotesi che l’eventuale successo di Renzi sui vari tavoli del gioco porti con sé dopo vent’anni di berlusconismo vent’anni di renzismo. Questa ipotesi la considero un incubo. Ma magari piacerà agli italiani che in certe cose sono molto strani.
Evento 'Il Cortile dei Giornalisti'

La Chiesa vicina a chi combatte per un mondo più giusto, contro le mafie, le ingiustizie e le discriminazioni.

Che bella immagine ci ha regalato, ieri, Papa Francesco: l’abbraccio a don Ciotti, al prete lottatore delle mille battaglie a Torino contro la droga come  nelle terre del sud contro le mafie.
La Chiesa istituzionale che prende per mano il prete di strada in maglione, fondatore di Libera. Che emozione e gioia vedere la chiesa vicina all’ umanità dolorante e vera, fra i poveri a Lampedusa, fra le vittime delle mafie e dei poteri forti. Grazie papa Francesco
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Così, poi, don Luigi Ciotti si è rivolto a Papa Francesco all’inizio della veglia di preghiera per le vittime delle mafie:

“E’ un momento che abbiamo atteso e desiderato tanto. Le persone qui hanno storie e riferimenti diversi, ma sono accomunate dal desiderio di verità e giustizia. Sono solo una rappresentanza dei famigliari di vittime di mafia, che sono tante, tante di più. Vogliamo ricordare il nome di tutti, con un lungo elenco che graffia le nostre coscienze. Ci sono anche 80 bambini, come il piccolo Coco e l’altro giorno Domenico. Ci sono persone che si sono trovate casualmente in mezzo a un conflitto a fuoco. Ci sono tanti giusti, giuste, persone dalla parte di chi aiuta a cercare la libertà. Persone libere e leali che non si sono fatte piegare dalle difficoltà, come testimoniano oggi famigliari di vittime in America latina che sono con noi qui presenti. Le ricordiamo tutte perché lo spirito di giustizia e verità che ha animato la loro esistenza è ancora vivo. Amici! I vostri cari sono ancora vivi. Chi perde la vita per la giustizia e la verità, non dimenticatelo mai, dona la vita, è lui stesso la vita. Vogliamo ricordare anche le vittime del lavoro, perché un lavoro non tutelato è una violazione della dignità umana, e così pure le vittime degli affari sporchi, delle mafie, le vittime di malattie per i rifiuti tossici, quelli che hanno perso la vita per le droghe dei mercanti di morte, le migliaia di persone morte in mare o nei deserti, le vittime della tratta o della prostituzione. Ma – ha proseguito don Ciotti – vittime sono anche i morti vivi, quante persone uccise dentro, quante persone a cui le mafie hanno tolto la libertà e la dignità, persone ricattate, impaurite, svuotate. Le mafie assassinano la speranza, e sono queste speranze spezzate o soffocate che oggi vogliamo condividere. In passato e purtroppo ancora oggi – ha detto il fondatore di Libera – non sempre la Chiesa ha mostrato attenzione a un problema così drammatico: silenzi, resistenze, sottovalutazioni, eccessi di prudenza, parole di circostanza. Ma per fortuna anche tanta, tanta, tanta luce, tanta positività, tante testimonianza”, ha detto don Ciotti, che ha ricordato le parole di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi, quelle di Benedetto XVI a Palermo, e poi, ancora, la testimonianza di sacerdoti anti-mafia come monsignor Raffaele Nogaro, monsignor Giovanni Nervo, don Italo Calabrò, don Pino Puglisi, don Peppe Diana, don Cesare Boschini, “ucciso a borgo Montello, nel comune di Latina, dove domai saremo in migliaia e cammineremo insieme per la giornata della memoria e dell’impegno, senza dimenticare che si fa memoria 365 giorni all’anno”.

Sognate ragazzi

 

    Una nota per ogni domenica

                                                                                       

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Buona Domenica a tutti Voi,  con una canzone del ” professore”
dedicata a tutti i ragazzi che stanno lottando per difendere il loro futuro….
dedicato a miei e a tutti i figli, non mollate !

 

 …Ti ho lasciato un foglio sulla scrivania,
manca solo un verso per la poesia,puoi finirla tu!!!! 

 

Un abbraccio Paola

A venti anni di distanza aspettiamo ancora di conoscere la verità

alpi 2Chi e perché ha assassinato  il 20 marzo 1994 Ilaria Alpi e Miran Hrovatin? Forse perché i due giornalisti stavano indagando su quei traffici illeciti, armi e rifiuti tossici, per cui la Somalia è da tempo tristemente famosa? E forse per aver scoperto la collusione di apparati politico-diplomatico-militari dello Stato italiano ?
Dopo 20 anni di oscuri misteri ancora non sappiamo la verità e non è stata  resa giustizia alla giornalista Rai ed al suo collega operatore.
Il governo ha deciso di togliere il segreto di Stato sul caso , uscirà fuori ora, finalmente,  la verità ?

Scriveva Brecht:

chi non conosce la verità è solo uno sciocco. Ma chi, conoscendola la chiama bugia, è un malfattore.