Eugenio Scalfari: Il pifferaio magico fa miracoli e prende cantonate

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari, • 15-Giu-14.  Di pifferai magici l’Italia ne ha avuti più d’uno. Siamo un Paese che è molto sensibile al pifferaio e dove ci sono molti topi da stanare e tanti bambini da sequestrare. Adesso di pifferai ne abbiamo contemporaneamente tre. Il pifferaio magico di Hamelin è il protagonista di una celebre favola tedesca, anzi per l’esattezza transilvana, immortalata dai fratelli Grimm. Quando aveva scelto chi desiderava che lo amasse e lo seguisse suonava il suo piffero e le turbe affascinate, ammaliate e stregate gli andavano appresso. A volte lo faceva con buone intenzioni come quando i cittadini di Hamelin gli chiesero di stanare i topi che infestavano la città e lui suonò il suo magico strumento e li condusse fin dentro a un fiume dove i topi annegarono tutti. Altre volte invece le intenzioni erano a suo profitto: portò tutti i bambini di Hamelin in una caverna e disse alle famiglie di quel paese di pagargli il riscatto per liberarli. Forse i bambini si divertivano con lui ma i genitori li volevano indietro e li riebbero dopo averlo pagato.
Di pifferai magici l’Italia ne ha avuti più d’uno. Siamo un Paese che è molto sensibile al pifferaio e dove ci sono molti topi da stanare e tanti bambini da sequestrare. Adesso di pifferai ne abbiamo contemporaneamente tre: uno è piuttosto avanti con gli anni e il suo piffero è alquanto stonato; un altro lo strumento non ce l’ha e lo sostituisce con le urla e gli insulti contro il governo di Hamelin; i bambini si divertono a sentirlo urlare e parecchi gli vanno dietro anche se da qualche mese danno segnali di noia alle continue urla che li rintronano.
Il terzo è perfetto, suona meravigliosamente bene, diverte, interessa, piace. È arrivato da poco ma era molto atteso non solo dai bambini ma anche da molti adulti. Perfino l’Europa ce lo invidia.
Pensate che piace perfino alla Merkel e addirittura all’inglese Cameron e al francese Hollande. Evidentemente suona il suo piffero anche a Bruxelles ma lì la faccenda è più complicata. Lui comunque ci prova. E poiché ha una grande fiducia in sé è andato a suonare perfino a Mosca e a Pechino.
In sua assenza però sono accadute alcune perturbazioni ad Hamelin: qualche giorno fa una cinquantina di parlamentari ha votato contro nel segreto delle urne; l’indomani un rompiscatole di professione senatore, ha inscenato una protesta a cielo aperto con altri 13 colleghi. Tutti e due sono brutti segnali e il pifferaio è rientrato in tutta fretta dalla Cina. Stavolta però non ha preso il piffero ma un nodoso bastone. Nei prossimi giorni si vedrà come andrà a finire. La favola dei fratelli Grimm termina qui.
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Personalmente i pifferai mi piacciono poco ma talvolta servono e lavorano a fin di bene; se ne può avere molto bisogno se mancano alternative migliori.
Nel caso dei 50 franchi tiratori Matteo Renzi ha pienamente ragione. Si votava nell’aula della Camera una legge di riforma della giustizia e c’era un emendamento del partito di Berlusconi che voleva instaurare la responsabilità civile personale dei magistrati per gli errori che possono commettere emanando sentenze o ordinanze esecutive. L’imputato o il condannato che si sente innocente e quindi ingiustamente sospettato o punito può, secondo l’emendamento in discussione, chiamare il magistrato a risponderne dinanzi a un altro. Dunque un processo contro il processo: logica eminentemente berlusconiana.
La legge in vigore non prevede questa ipotesi: la persona che sia convinta della propria innocenza non può attaccare direttamente il magistrato ma può rivalersi nei confronti dello Stato. Spetterà poi allo Stato, cioè al ministro della Giustizia, rivalersi sul magistrato se avrà indizi di colpevolezza. Naturalmente passando attraverso un comitato di disciplina che delibera in proposito.
La motivazione di questa norma che pone lo Stato come intercapedine tra il cittadino e il magistrato è pienamente condivisibile: se non ci fosse quell’intercapedine i processi diretti tra cittadini e magistrati sarebbero continui e influirebbero sulla giurisdizione intimidendo la magistratura e violando la Costituzione che ne riconosce la totale indipendenza. Quindi chi ha sostenuto e votato contro quell’indipendenza ha sbagliato e in particolare hanno sbagliato i franchi tiratori del Pd. Resta comunque il fatto che il Senato correggerà quell’errore. Renzi si dice sicuro che questo avvenga. Speriamo che sia così ma osserviamo, come molti commentatori hanno già fatto prima di noi, che l’errore della Camera sarà corretto dal Senato che però lo stesso Renzi vuole abolire. Dove è la logica? Non c’è. Se e quando il Senato fosse abolito e la Camera sbagliasse, nessun altro organo potrebbe emendare l’errore. È evidente che così non va bene.
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L’altro caso che ha come protagonista Corradino Mineo e altri 13 senatori del Pd che si sono autosospesi dal partito e tra i quali si annoverano nomi illustri come Chiti e Mucchetti, è del tutto diverso dal precedente. Riguarda la riforma del Senato, di fatto la sua abolizione come seconda Camera del potere legislativo.
Nel progetto Renzi il Senato dovrebbe occuparsi soltanto degli Enti territoriali, della legislazione di loro competenza e degli eventuali conflitti dei suddetti Enti nei confronti dello Stato centrale. La loro elezione non avverrebbe direttamente ma in secondo grado, avendo come elettori i Consigli delle Regioni e dei Comuni. Di fatto si instaurerebbe un sistema monocamerale opportunamente rafforzato per quanto riguarda il potere esecutivo (cioè il governo) e notevolmente indebolito per quanto riguarda il potere legislativo.
Qualche cosa di simile avviene con il Cancellierato tedesco e la premiership inglese con la differenza – non da poco – che le leggi elettorali in quei Paesi sono basate in gran parte in Germania e totalmente in Gran Bretagna su collegi uninominali.
Si sostiene da parte governativa che la Camera dei deputati avrebbe una solida maggioranza e controllerebbe a vista l’operato del governo al quale, in qualunque momento, potrebbe togliere la fiducia. Ma – a parte che in quel caso si dovrebbe inevitabilmente andare a nuove elezioni con tutte le difficoltà che ciò comporta – si ritorna alla presenza di un pifferaio d’eccezionale bravura, sicché non è il governo a dipendere dalla Camera ma esattamente il contrario. Il governo pertanto sarebbe sicuramente autorevole e altrettanto sicuramente autoritario. Ne deduco, nell’interesse della democrazia parlamentare, che in questo caso dalla parte della ragione ci sono i 14 senatori autosospesi i quali hanno anche dalla loro l’articolo della Costituzione che esonera ogni membro del Parlamento dal vincolo di mandato. Certo un partito può espellere chiunque – parlamentare o no – si renda colpevole di scorrettezze etico-politiche, ma certo non chi si avvale di un diritto sancito dalla Costituzione. Il capogruppo del Senato Luigi Zanda, queste cose le sa. Lo conosco e lo stimo da almeno 35 anni e sarei stupito e deluso se questi diritti non fossero tutelati.
Nel frattempo l’Assemblea del Pd, su proposta di Renzi, ha eletto presidente del partito Matteo Orfini, capo della piccola corrente chiamata dei Giovani Turchi. Zingaretti, che sembrava in “pole position” per quella carica, se ne è scartato avendo capito che per lui non c’era spazio. Ma chi erano storicamente i Giovani Turchi? Erano giovani ufficiali che appoggiavano il laicismo di Ataturk contro l’islamismo dei califfi e dei sultani. Francamente non vedo somiglianze tra i giovani ufficiali di Ataturk e i seguaci di Orfini, ma posso sbagliare, chissà quante sorprese positive ci darà Orfini. Prima di lui c’era la Bindi e lei sì, qualche buona sorpresa ce la dette. Poi fu rottamata.
Plaudo invece di gran cuore a Renzi quando ha esortato il partito a tirar fuori tutti gli scheletri che possono esserci negli armadi del Nazareno. Su questo tema il pifferaio ha suonato molto bene e speriamo sia seguito.
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Poche parole sull’Europa e le nomine che si debbono fare: la nuova Commissione, i commissari, cioè il governo dell’Unione, e il presidente europeo, attualmente Van Rompuy che dovrà esser sostituito nella carica che dura una legislatura.
Ho letto l’altro ieri il discorso di Cameron contro la candidatura di Juncker proposto come presidente della Commissione dal Ppe che ha superato di qualche voto il Pse che aveva Schulz come candidato.
Cameron non sceglie tra l’uno e l’altro e tantomeno indica altri nomi, ma contesta interamente la sovranità del Parlamento europeo. Non la riconosce. La sovranità, secondo il premier inglese, sta soltanto nei governi dell’Unione. Il Parlamento è per Cameron un organo figurativo che collabora con pareri ma senza poteri alla Confederazione europea. Non si può trasformare in un potere legislativo vero e proprio; soltanto i governi di comune e unanime parere, potrebbero riconoscergli questa sovranità.
Da questo punto di vista i conservatori inglesi guidati da Cameron sono su posizioni quasi identiche a quelle della Le Pen e della Lega Nord di Salvini. Questa concezione è aberrante e dovrebbe essere denunciata dagli europeisti e dai governi che a quegli ideali si ispirano, tra i quali da sempre c’è il governo italiano. Tuttavia una parola di Renzi in proposito non si è sentita. È vero che è in tutt’altre faccende europee affaccendato e giustamente: la crescita, la flessibilità economica, gli investimenti europei. Ma è vero anche che pochi giorni fa il Pd ha stipulato un accordo con la Lega per una revisione del Capitolo V della Costituzione in senso leghista e quindi esattamente il contrario del progetto iniziale di riforma fin qui annunciato.
Berlusconi sarà felice: nell’accordo sulle riforme finora c’erano il Pd, Forza Italia, Alfano. Adesso c’è anche Salvini con la Lega. Ma non è Salvini che si è mosso verso gli altri, sono gli altri cioè il Pd, che si è mosso verso di lui.
“Ça je l’aurais jamais cru”, dice la Piaf nella canzone “Milord”. Se ne vedono di belle e di brutte in questo Paese ma spesso le brutte sono molto più numerose.

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