Calendario scolastico 2014/15 della Regione Marche

Calendario scolastico 2014/15

CALENDARIO-ANNO-SCOLASTICODate di inizio e periodi di sospensione delle scuole

Calendario scolastico unificato per:

  • scuole dell’infanzia statali,
  • scuole primarie(ex elementari),
  • scuole secondarie di 1° grado(ex medie),
  • scuole secondarie di 2° grado(ex superiori)

L’inizio delle lezioni negli Istituti di Istruzione di ogni ordine e grado funzionanti nella Regione Marche sarà lunedì 15 settembre 2014 e termineranno mercoledì 10 giugno 2015 (martedì 30 giugno 2015 per le scuole dell’infanzia statali).

Chiusure scolastiche

periodi

festa del Santo Patrono giovedì 18 settembre
festività tutti i Santi sabato 1 novembre 
festa dell’Immacolata lunedì 8 dicembre 
festività natalizie da mercoledì 24 dicembre a martedì 6 gennaio 
festività pasquali da giovedì 2 aprile a martedì 7 aprile
anniversario della Liberazione 25 aprile
ponte festa del Lavoro da venerdì 1 maggio a sabato 2 maggio
ponte esta della Repubblica da lunedì 1 giugno a  martedì 2 giugno 
 

Le Istituzioni scolastiche hanno a disposizione per ulteriori sospensioni 1 giorno.
E’ previsto un anticipo delle lezioni, solo per gli istituti scolastici secondari di secondo grado della Regione Marche per rispondere a particolari esigenze didattiche relative ai percorsi di studio che ne documentino la necessità.

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Il “covo” di San Pietro, benedetto da Papa Francesco

Il “covo”, di San Pietro è soltanto l’ultima di una lunga serie di realizzazioni, sempre a tema religioso, fatte interamente di spighe di grano ad opera di abili  maestri di Campocavallo di Osimo.
Lungo sette metri e largo quattro, la realizzazione del Covo di San Pietro ha impegnato circa trenta artigiani per sei mesi di intenso lavoro.

 

 

Il Piano Cottarelli sulle Società partecipate

Pubblicato l’indice di efficienza, calcolato come rapporto percentuale tra risultato netto e mezzi propri sulle Partecipate elaborato dal Commissario Cottarelli.

Il rapporto sulle Società partecipate degli Enti locali reso noto il 7 agosto sul sito della Revisione della Spesa sottolinea che la pubblicazione di indici che misurino l’efficienza delle partecipate può costituire un importante stimolo al miglioramento delle attività di queste società. Come punto di partenza, è stato oggi pubblicato sul sito della revisione della spesa un fondamentale indice di efficienza, il “Return on Equity” (Roe) calcolato come rapporto percentuale tra risultato netto e mezzi propri.
L’indice quindi descrive l’importo dei profitti o delle perdite per unità di capitale investito. I dati si riferiscono al 2012 e sono tratti dalla banca dati del Dipartimento del Tesoro del Ministero dell’Economia e delle Finanze pubblicata a inizio agosto. Non si tratta quindi di indicazioni numeriche nuove ma di una elaborazione di quanto già disponibile.
Al fine di consentire un confronto omogeneo, sono state pubblicate diverse classifiche, a seconda della classe dimensionale delle partecipate misurata sulla consistenza del patrimonio netto.
I dati sono consultabili all’indirizzo web revisionedellaspesa.gov.it/documenti.html
Sono 1430 su 5.268 (il 27%) le società partecipate dagli enti locali che nei bilanci 2012 hanno presentato un patrimonio negativo o nullo. 1.075 società con sede in tutte le regioni italiane non hanno fornito i dati.
Sono 1.424 (circa 1 su 4) le partecipate da enti locali con un rendimento negativo rispetto al capitale investito.

Il programma di razionalizzazione del Commissario straordinario per la Revisione della spesa Carlo Cottarelli

Eugenio Scalfari: Il califfato ci minaccia ma l’Europa pensa ad altro

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari, • 24-Agosto-14.  Un treno in corsa gremito di gente ma privo del personale che dovrebbe guidarlo.
Quella che non a caso papa Francesco ha definito la terza guerra mondiale sta sconvolgendo tutto il mondo occidentale. Poiché supera i confini tradizionali, conviene individuare i luoghi con nomi più antichi: i punti centrali sono la Mesopotamia, il Mediterraneo, l’Europa fino agli Urali e l’America del Nord. È una guerra di religione e di contrapposte civiltà. Bernardo Valli e i numerosi inviati del nostro giornale ne seguono gli accadimenti giorno per giorno e ne danno un quadro che cambia di continuo. Vittorio Zucconi ne ha fornito un’immagine molto efficace: un treno in corsa gremito di gente ma privo del personale che dovrebbe guidarlo su un terreno accidentato e in ripida discesa, punteggiato da gallerie oscure e da fragili ponti.
Ma l’Europa che ne è il continente più coinvolto è – strano a dirsi – quello i cui governi meno se ne interessano. I governi che fanno parte dell’Unione europea si limitano a qualche generica dichiarazione di solidarietà con le minoranze sotto tiro, ma la loro propensione – così sembra – è di tenersene alla larga. Il primo e forse l’unico baluardo sono gli Usa, ma anche Washington si muove con estrema circospezione e moderazione.
L’attore principale, anzi unico almeno per il momento, è il Califfato, il movimento islamico che discende da Al Qaeda ma si è molto allontanato dalle finalità e dalle strategie di Bin Laden e dei suoi successori. Al Qaeda era una centrale al tempo stesso terroristica e religiosa. Non si proponeva di modificare la geografia degli Stati. Bensì di imporre l’interpretazione radicalizzata del Corano e delle scritture profetiche che l’avevano preceduto e accompagnato. Il fondamento era sunnita ma non prevedeva una guerra santa contro gli sciiti. La guerra santa era contro i cristiani ma, unita ad essa, c’era anche una guerra sociale dei poveri contro i ricchi; in particolare contro il capitalismo.
L’Is, la sigla che designa il Califfato, è un movimento del tutto diverso. Non è una centrale terroristica anche se il terrorismo è ben presente nella sua tattica di guerra; è un esercito vero e proprio, dotato di mezzi di guerra moderni, dispone di ampi mezzi finanziari ottenuti in parte con i rapimenti e i ricatti ma soprattutto con finanziamenti che vengono da potenze arabe (Emirati e monarchia Saudita) desiderose di guadagnarsi l’intangibilità geopolitica poiché l’alleanza ufficiale con gli Usa ha cessato da un pezzo dal rassicurarli.
Il Califfato vuole conquistare un territorio strategicamente decisivo: una parte della Siria, una parte dell’Iraq possibilmente fino a Baghdad, la regione del Kurdistan e da questo nucleo iniziale ripercorrere le strade che in poche decine d’anni portarono gli arabi maomettani alla conquista di tutta la costa del Mediterraneo fino all’Emirato spagnolo di Cordova e di Granada.
Il contenuto – l’abbiamo già detto – di questo movimento è religioso e sociale: contro i cristiani, contro i laici, contro i ricchi. Eccitando e seducendo anche molti giovani occidentali che amano l’avventura, le novità, la rivoluzione. Non importa molto contro chi e contro che cosa, ma la rivoluzione.
Quelle che scoppiarono due tre anni fa e furono definite primavere arabe erano composte da giovani animati da due diverse spinte: una parte voleva applicare nei loro Paesi i principi e i diritti di libertà e di giustizia imparati dall’Occidente liberal-democratico, e un’altra parte voleva invece una rivoluzione che colpisse e mettesse fuori gioco le dittature logore e corrotte.
Questa parte dei giovani che animarono le primavere arabe è pronta ad aderire al Califfato; in parte l’ha già fatto, in parte lo farà e sarà un apporto numericamente e moralmente fondamentale.
L’America di Obama vede la minaccia ma non ha molta voglia di impegnarsi a fondo nel Mediterraneo e in Mesopotamia. Il suo obiettivo in una società multipolare è l’intesa con l’America Latina e il Pacifico. Non le sfugge l’estrema pericolosità del Califfato ed è pronta a sostenere lo sforzo di quanti dovrebbero essere più interessati e più direttamente coinvolti in questa terza guerra mondiale. Ma, come abbiamo già notato, l’Europa non ha le forze. Di fronte al treno in discesa e senza chi lo guidi, l’Europa è un treno in salita con una quantità notevole di guidatori. Molti più guidatori che passeggeri.
I passeggeri non sono in quel treno; stanno a casa loro, mugugnano, protestano, aspettano l’Uomo della Provvidenza vero o supposto che sia. Del Califfato li terrorizzano le gesta ma lo guardano come un “horror”, una favola. Per alcuni giovani perfino affascinante. C’è sempre e dovunque, nelle guerre, una quinta colonna e c’è anche qui.
L’Europa insomma pensa ai suoi guai ed è con questi che ora vuole e deve misurarsi.
***
I governi che contano di più e che fino a qualche anno fa rappresentavano una sorta di Direttorio, e cioè la Germania e la Francia, sono ancora per ovvie ragioni storiche, economiche, geografiche, le due più importanti del continente. Ad esse, nelle elezioni europee del 25 maggio scorso, si è aggiunta l’Italia di Renzi. Ma non sono certamente i soli. C’è la Spagna, l’Olanda, l’Austria e – fuori dall’Eurozona – ci sono la Gran Bretagna e la Polonia. Ma se dovessi dire qual è la persona che conta più di tutte le altre farei il nome di Mario Draghi, per la competenza economica che ha e per la carica che ricopre di presidente della Banca centrale europea, della quale le Banche centrali nazionali sono (o dovrebbero essere) importanti articolazioni contemporaneamente dotate di sovranità in quanto membri del Consiglio direttivo della Bce.

Ho scritto domenica scorsa che Draghi ai primi di settembre avrebbe dato applicazione ad una serie di interventi sulla liquidità, alcuni dei quali non convenzionali. Lo scrissi perché Draghi l’aveva pubblicamente dichiarato e quindi non era una previsione ma una certezza, ripetuta venerdì scorso dal medesimo Draghi dopo l’incontro con i principali banchieri centrali di tutto il mondo a Jackson Hole, sulle Montagne Rocciose.
L’obiettivo è di battere la deflazione che imperversa in Europa e la recessione – cioè una fase ancora tenue ma già assai allarmante di depressione economica. Su quest’ultima Draghi può far poco se non esortare i governi (e quello italiano in particolare) a varare leggi di riforme economiche soprattutto riguardanti il lavoro, la diminuzione della spesa pubblica improduttiva e a rilanciare investimenti e occupazione nell’ambito d’una flessibilità che i governi e la Commissione europea (la Germania in particolare) dovrebbero consentire.
Queste sono esortazioni; preziose ma purtroppo non affidate alle mani di Draghi. Il suo compito specifico riguarda la liquidità. Lo scopo (previsto dallo statuto della Bce) è di aumentare il tasso d’inflazione, attualmente prossimo allo zero, portandolo verso il due per cento. Lo può fare in vari modi: acquistando titoli pubblici sui mercati secondari, finanziando a bassissimi tassi le banche affinché destinino la maggior parte del finanziamento alla clientela che ne faccia richiesta. Infine finanziare obbligazioni di aziende creditrici e quindi immettendo nelle predette aziende una preziosa liquidità.
Ma lo strumento numero uno cui Draghi mira e di cui ha lungamente discusso con la presidente della Federal Reserve americana è il tasso di cambio dollaro-euro. L’euro fino a poche settimane fa quotava 1,40 dollari con punte fino a 1,45. Da qualche giorno è gradualmente disceso a 1,32, quindi un risultato positivo sebbene la Fed americana non sia disposta per ora a collaborare. La Fed dovrebbe aumentare il tasso d’interesse e dovrebbe diminuire l’acquisto di Bond del Tesoro Usa, ma aspetta d’esser sicura di una solida ripresa del lavoro e fino ad allora non si muoverà dalla politica attuale. Ci vorrà circa un anno, fino alla seconda metà del 2015.
E Draghi? Gli basta un cambio di 1,32 col dollaro, quindi una diminuzione di 8-10 punti? No, non può bastare. Non basta a rilanciare l’import-export dell’Europa verso l’area del dollaro. Il tasso di cambio ideale sarebbe 1,10 ma quello accettabile è intorno a 1,20 cioè un’altra diminuzione di 10-12 punti. Con quali strumenti può ottenere questo risultato con quella rapidità che provoca uno shock positivo nelle aspettative per quanto riguarda soprattutto l’esportazione europea?
È molto semplice: vendendo sul mercato dollari in quantità sufficiente a premere efficacemente sulle quotazioni. La vendita avrebbe un triplo risultato: svalutazione dell’euro, aumento dell’inflazione, investimenti causati dalle esportazioni, cioè da una accresciuta domanda estera.
Quanto al governo italiano, dovrebbe destinare almeno dieci miliardi alla diminuzione dell’Irap a favore delle imprese. Con quali risorse? Stornando la medesima cifra dal finanziamento dei famosi 80 euro i cui risultati di rilancio dei consumi non sono avvenuti; oppure tassando i ricchi il cui reddito sia da 130mila euro in su.
La cattiva distribuzione del reddito è una delle cause più importanti delle depressioni economiche. Possibile che, non dico Renzi – impegnato nelle secchiate d’acqua gelata anti-Sla – ma dico Padoan non si renda conto di quali sono le manovre da fare?
Un’osservazione voglio ancora aggiungere che riguarda l’inclusione che si farà in tutta Europa ma che è un vero e proprio shock per l’Italia, del reddito malavitoso nella contabilità nazionale. Contabilizzando il reddito che le varie mafie ricavano dalla droga, dagli appalti, dai bordelli, dalle sale da gioco, il Pil nazionale aumenterà di almeno 60 miliardi di euro. Non combattendo il formarsi di quel reddito ma contabilizzandolo. Ne avranno un vantaggio e ne saranno tutti contenti all’Istat, all’Eurostat, al Tesoro.
A me sembra una pura e semplice vergogna.

P. S. Roberto Calderoli, come al solito, prima fa i Porcellum e poi li definisce porcate come infatti sono.
Questa volta la porcata è la legge approvata in prima lettura sulla riforma del Senato. Il senatore leghista che ne ha redatto il testo insieme alla Finocchiaro, una volta approvata l’8 agosto come Renzi voleva a tutti i costi, l’ha definita una merda (sic) ed ha aggiunto: “È stato consumato uno scempio estetico e lessicale che è difficile far funzionare”.
Il “24 ore “di lunedì scorso gli ha dedicato una pagina intera che documenta “lo scempio estetico e lessicale”. Basta leggere quella pagina per averne conferma. Uno scempio che le Alte autorità preposte al controllo delle leggi costituzionali non hanno contestato al governo e alle competenti commissioni parlamentari auspicando che quella legge deve essere profondamente emendata nelle future letture senza di che – immagino io – difficilmente il Presidente della Repubblica potrebbe promulgarla.
Lo ripeto ancora una volta: meglio di questo sgorbio sarebbe abolire il Senato. De Gasperi si rivolterebbe nella tomba, anzi è presumibile che lo stia già facendo perché per lui il bicameralismo perfetto era indispensabile al buon funzionamento della democrazia.

Evento 'Il Cortile dei Giornalisti'

Con il cuore che batte altrove… Wish you were here

 

    Una nota per ogni domenica

                                                                                       

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Buona Domenica a tutti Voi.
La nostalgia di come sono andate le cose e questo nastro che è la vita che non possiamo riavvolgere.
Con i Pink Floyd, Wish you were here

So, so you think you can tell Allora, pensi di saper distinguere
Heaven from hell  il paradiso dall’inferno? 
Blue skies from pain  I cieli azzurri dal dolore? 
Can you tell a green field  Sai distinguere un campo verde
 From a cold steel rail?    da una fredda rotaia d’acciaio? 
A smile from a veil?    Un sorriso da un pretesto? 
Do you think you can tell?  Pensi di saperli distinguere?
And did they get you to trade Your heroes for ghosts?
Ti hanno portato a barattare i tuoi eroi per dei fantasmi?
Hot ashes for trees?  Ceneri calde con gli alberi? 
Hot air for a cool breeze? Aria calda con brezza fresca? 
Cold comfort for change?  Un freddo benessere con un cambiamento? 
And did you exchange a walk on part in the war For a lead role in a cage?
 e hai scambiato un ruolo di comparsa nella guerra
con il ruolo da protagonista in una gabbia?

How I wish, how I wish you were here  Come vorrei, come vorrei che fossi qui 
We’re just two lost souls   Siamo solo due anime sperdute 
Swimming in a fish bowl  Che nuotano in una boccia di pesci 
Year after year  Anno dopo anno 
Running over the same old ground  Corriamo sullo stesso vecchio terreno 
What have we found?   E cosa abbiamo trovato? 
The same old fear.  Le solite vecchie paure 
Wish you were here Vorrei che fossi qui  …

Un abbraccio Paola

Le doccie gelate di una estate bagnata

Che ne pensate  del  fenomeno “virale” del momento sul web, la doccia gelata a sostegno della raccolta di fondi per la ricerca contro la Sla, la sclerosi laterale amniotrofica. ?

img_50555_81710Gli adolescenti americani lo fanno da tempo e ora la si propone nobilitandola nei fini: destinare delle risorse alla ricerca contro la SLA.

Personalmente non mi convince molto questa campagna Ice Bucket Challenge, ci intravedo molto  “esibizionismo”, l’ombra di una buffonata che nel rispetto dei malati devastati dal dolore di questa malattia, si poteva evitare.
Ritengo  esista il  rischio di far prevalere la forma sulla sostanza. Far prevalere il dito (la foto mentre si è docciati) rispetto alla luna (la lotta alla SLA), con il conseguente esito di dimenticarsi di tutto appena passata la moda.
Credo che abbia un senso partecipare a questa catena di Sant’Antonio solo se si è consapevoli e si condivide una preoccupazione comune che è  la volontà di contribuire al tentativo di raggiungere un obiettivo importante: sconfiggere, o almeno contenere al massimo, una grave malattia.
Inoltre, fatto non del tutto irrilevante,   l’esibizione pubblica  di   selfie di doccie gelate dovrebbe servire a raccogliere fondi,  una raccolta considerevole di risorse da destinare alla ricerca contro la SLA.
Ma di cifre raccolte, di quanto ogni partecipante   vip, che si rovescia addosso una secchiata d’acqua facendosi riprendere, versa a favore degli obiettivi dell’iniziativa  non sento ancora parlarne, ma forse mi sbaglio e questo è solo un irrilevante dettaglio.
Paola

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Cos’è la sclerosi laterale amiotrofica,
la malattia della IceBucketChallenge

Ma che cos’è la Sla? E cosa significa per una persona essere colpita da questo disturbo?
La sla è una malattia neurodegenerativa che colpisce imotoneuroni, cioè le fibre nervose che collegano il sistema nervoso ai tessuti muscolari e che comporta una paralisi progressiva del corpo con effetti devastanti sulla salute, così come sulla qualità e l’aspettativa di vita. Il termine amiotrofica, derivante dal greco “a” (privativo), “mio” (muscolo), “trofico”(sviluppo) significa infatti indebolimento, atrofia della muscolatura, mentre per “laterale” si intende l’area principalmente coinvolta dalla patologia, che oltre alla corteccia motoria e iltronco spinale abbraccia proprio i fasci nervosi laterali del midollo spinale.

Chi colpisce
La sla fa parte delle cosiddette malattie rare e colpisce circa una persona su 20mila, con un nuovo malato su una popolazione di 50mila ogni anno (dati Orphanet). In Italia le diagnosi sono attualmente almeno 3.500, con un’incidenza di circa 1.000 nuovi casi all’anno (dati O.Ma.R.). Insorge generalmente dopo i 50 anni, con una maggior frequenza attorno alla sessantina. È particolarmente rara dopo gli 80 e in età giovanile, mentre non si segnalano casi in età pediatrica. Complessivamente, ha una maggior diffusione negli uomini rispetto che nelle donne, con un rapporto maschi/femmine di 1,5/1.

Le cause della malattia
Le origini della sla sono ancora in fase di studio poiché si tratta di una malattia multifattoriale, la cui insorgenza dipende da una serie di concause tra cui la predisposizione genetica, un eccesso di glutammato (dannoso per le cellule nervose), la carenza di alcuni fattori di crescita neuronali e probabili cause ambientalicome l’esposizione ad agenti tossici.
Non esiste un kit diagnostico: la patologia può essere identificata solo quando insorgono i sintomi ed è quindi impensabile per ora prevenirla o bloccarla sul nascere. Proprio per questo la ricerca è indirizzata non soltanto allo sviluppo di trattamenti e cure, ma molto anche alla diagnostica e alla comprensione delle dinamiche precise con cui i motoneuroni iniziano a perdere la loro funzionalità.

Cosa significa avere la sla
I sintomi della sclerosi laterale amiotrofica sono molto vari e molto spesso vengono confusi con quelli di altre malattie o, perlomeno in un primo stadio, trascurati. Solitamente i primi segni sono debolezza e difficoltà di deambulazione a carico di una o di entrambe le gambe o all’altezza delle braccia, imprecisione nei movimenti, crampi o piccoli spasmi muscolari. Le zone del corpo dove i sintomi si fanno più evidenti coincidono con i muscoli legati ai motoneuroni che vengono danneggiati per primi: una condizione che varia a seconda delle diverse forme della malattia e che, manifestandosi in modo diverso da persona a persona, complica ulteriormente il quadro diagnostico e rallenta le tempistiche d’intervento.
In una fase più avanzata, la sla interferisce con la capacità di articolare suoni e parole, con la deglutizione, la masticazione e progredisce fino a una progressiva atrofia e paralisi di tutti i muscoli del corpo che, negli ultimi stadi, conduce spesso a una morte per soffocamento.
Uno degli aspetti più terribili della malattia è che chi ne viene colpito non perde, nemmeno nella fase finale, la capacità di pensare e relazionarsi e rimane perciò cosciente della sua condizione fino all’ultimo, intrappolato in un corpo sempre più immobile.

Le prospettive terapeutiche
Non esiste ancora una terapia capace di guarire la sla, e la maggior parte dei farmaci disponibili ha semplicemente azione sui sintomio come palliativo: rimane perciò ancora una malattia ad altissimoimpatto sociale. Esiste però un medicinale, il riluzolo, in grado di rallentare la progressione del danno ai neuroni dovuto al glutammato (e quindi l’avanzamento della malattia), ed è dimostrato che il supporto con un apparato per la ventilazione è efficace nel prolungare le aspettative di vita dei pazienti.
Ci sono poi attività e stili di vita che aiutano a resistere meglio al disturbo e prolungare l’indipendenza del paziente, come l’esercizio aerobico (camminare, nuotare, andare in bici) per rafforzare i muscoli e mantenere attiva la circolazione, così come solitamente hanno effetto benefico l’intervento di un logopedista per i problemi di articolazione del linguaggio e il supporto psicologico per contrastare i frequenti stati di ansia e depressione in cui incorrono i malati.

Come si muove la ricerca
Negli ultimi anni le ricerche (e le conoscenze) sulla Sla si sono moltiplicate, rendendo più concreta la speranza di trovare presto una soluzione definitiva. I trial clinici sono numerosi in tutto il mondo e di recente alcuni interventi hanno registrato casi di successo, anche se il parere dei medici è ancora molto cauto in proposito. La complessità e i tanti lati oscuri della Sla rendono necessario per gli scienziati lavorare su molti piani paralleli e attraverso approcci anche molto differenti che vanno dallo studio delle cause dell’insorgenza della malattia e dei meccanismi coinvolti nella sua progressione, che potrebbero suggerire precisibersagli clinici, fino allo sviluppo di nuovi principi attivi e all’ideazione di un’opportuna terapia genica.
Uno dei campi dove la lotta alla Sla sembra più promettente è quello delle cellule staminali, dove la recente sperimentazione clinica di uno studio italiano (ancora in corso) ha dato risultati preliminari davvero molto incoraggianti.

Dalla parte di tutti i “Nazareni” del mondo, perseguitati a ragione della propria fede.

Pace e NLa  “N” come “Nazareno” – cioè cristiano – apposto  come un “marchio della vergogna” sulle case dei cristiani in Iraq, dai fondamentalisti musulmani sunniti dell’Isis. Quella “N” la voglio portare anche io, nell’anima e in questo blog, come piccolo segno di solidarietà e partecipazione alla sorte delle donne e degli uomini cristiani di Mosul e non cristiani  di ogni altro  posto del mondo perseguitati a ragione della propria fede o dal colore della loro pelle: Nazareni nel mondo.
Quella “N”  – oggi incisa in Iraq e in tante altre parti del Mondo per infamare, per umiliare e per prevaricare –  diventi  un simbolo di speranza, un principio di una nuova regola   di fraternità che si fondi su:

nessuno aggredisca il fratello, nessuno su di lui commetta ingiustizia.

Mi è venuto, allora naturale accanto a  quella “N”  accostarci la bandiera della Pace  e tutto quello che questa rappresenta per ribadire  quali sono i valori sui quali va costruita la convivenza fra i popoli.  Scriveva  Leone Tolstoj: “Come non si può spegnere il fuoco con il fuoco, né asciugare l’acqua con l’acqua, così non si può eliminare la violenza con la violenza”.
Sono dalla parte di  tutti i “Nazareni” del mondo.
Paola

 

Tre buoni motivi per farcela

Speranza, Fiducia e Concretezza

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Un prelievo di solidarietà sulle “pensioni d’oro”, come aiuto ai lavoratori esodati: quale il tuo giudizio ?

pensioni-doroAll’inizio della settimana, il governo Renzi, al fine  di far quadrare i conti  del Paese,  aveva  lanciato la proposta, di un contributo di solidarietà sulle “pensioni d”oro“. La conferma di questa proposta arriva anche dalle parole del Ministro del Lavoro Giuliano Poletti. In una intervista il ministro rivela l’intenzione del Governo di introdurre un prelievo sulle “pensioni d’oro”, considerando tali quelle  superiori ai 3.000 euro nette mensili, da riservare come contributo ai lavoratori esodati.
Una proposta che tutto sommato mi è sembrata sensata in una logica di  solidarietà per chi soffre di più e che poteva essere ulteriormente migliorata prevedendo di colpire in particolare la parte delle  pensioni non derivante dai contributi versati.
Anche perchè le pensioni d’oro sono poche,  la maggior parte dei pensionati italiani prende un assegno da 800-900 euro al mese bloccato da rivalutazioni istat e  neanche  incrementato ad esempio dal  contributo degli  80 euro che il Governo Renzi ha riservato ai lavoratori.

La proposta ( ripeto a mio giudizio sensata) ha scatenato un putiferio politico, i deputati di Forza Italia hanno  attaccano  duramente il Governo così come hanno gridato allo scandalo  alcuni  giornali a partire dal Corriere della Sera.
Sta di fatto che della proposta di toccare le “pensioni d’oro” non c’è più traccia sui giornali, il Governo tace e sembra essersi rimangiato sul nascere il progetto, mentre riaffiora l’idea di bloccare fino al 2018 i rinnovi contrattuali degli stipendi degli statali ( già bloccati da quattro anni).

Ti sembra giusto colpire le pensioni sopra i tre mila euro netti per aiutare gli esodati ? La ritieni una proposta  sensata  o la ritieni ingiusta ed iniqua ?
Paola

 

Sempre più famiglie e aziende non riescono ad onorare le scadenze con il fisco, boom di rateizzazioni: segnali di un Paese stremato.

imagesI dati sulle rateizzazioni delle cartelle esattoriali, che parlano di rate attive per 2,4 milioni di contribuenti per un controvalore di 26,6 miliardi di euro, sono la fotografia di un Paese stremato, ben oltre i soli effetti cagionati dalla crisi internazionale e dalla recessione interna: se così tante famiglie e aziende non riescono a onorare le scadenze con il fisco, vuol dire che tutto il sistema non funziona. Dilazionare i pagamenti dei tributi può essere utile, nell’immediato, per dare ossigeno in frangenti assai complicati, come può essere la perdita di un lavoro o una crisi aziendale. Tuttavia, le rate non fanno altro che rimandare l’appuntamento con i versamenti di imposte, denaro che lo Stato, prima o poi, pretende con tanto di interessi.
La situazione di fronte alla quale ci troviamo, pertanto, impone una seria riflessione al governo e al Parlamento, in modo che sia avviato quanto prima un piano serio e concreto volto all’abbattimento della pressione tributaria.   Il Paese  annaspa, pressato da tassazione nazionale e locale, a cui vanno aggiunti i costi dei servizi, la Politica deve capire che sono queste le priorità assolute.

Messaggi privi di politichese e burocratichese nostrano

Mi piacerebbe vedere appesa ai nostri  muri una di queste ordinanze scritte in italiano.   Un esempio che varrebbe davvero la pena di diffondere e promuovere. La comunicazione dell’ordinanza emessa dal sindaco della cittadina francese di Les Eyzies è semplice, sintetica, molto diretta e dice perfettamente quel che c’è da dire, molto distante  dal politichese o burocratichese nostrano. Un esempio di buone pratiche che dovremmo seguire  qui in Italia anche in ordine all’attenzione per l’ambiente e del buon esempio dato ai cittadini da parte  delle pubbliche amministrazioni.

Il testo dell’ordinanza comunale :

               INFORMAZIONE

Non utilizziamo più prodotti fitosanitari (diserbanti),
i viali ritorneranno verdi e verranno falciati.
Inoltre domandiamo a tutti di utilizzare lo stesso criterio nella manutenzione dei propri fondi.
Ritorniamo alla natura per l’avvenire di tutti.

Il sindaco
Philippe Lagarde

ordinanza

Mandare in pensione il Pil ( il misuratore della ricchezza calcolato sul Prodotto Interno Lordo): ambiente e povertà per misurare la qualità della vita

La Cina  – con coraggio – manda in pensione il Pil.  Pechino sperimenterà, in una delle sue provincie più ricche, un nuovo  misuratore della ricchezza che sarà legato ad indici legati  all’agricoltura, alla protezione dell’ambiente, alla protezione delle foreste ed a piani anti-povertà.

Già 46 anni fa in America un giovane politico, Robert Kennedy, parlava della  reale ricchezza delle Nazioni e del PIL.  Solo oggi ( ma ancora   in pochi lo riconoscono) ci si rende conto che non esiste l’equazione  PIL = ricchezza.
Il COSTO del PIL nessuno vuole prenderlo in considerazione. I danni dei capannoni vuoti, delle merci inutili, dei camion che percorrono migliaia di chilometri , della distruzione del pianeta. Nessuno ha mai stimato il valore del tempo perduto per le code, per gli anni sprecati a lavorare per produrre oggetti inutili. Per gli anni buttati per comprare oggetti inutili creati dalla pubblicità. Il tempo, la Terra, la vita, la famiglia (gli unici importanti) sono concetti troppo semplici per il PIL. Un mostro che divora il mondo. Lo mangia e lo accumula. Lo digerisce e lo trasforma in nulla.

Il breve discorso di Robert Kennedy sul PIL pronunciato il 18 marzo 1968 all’Università del Kansas

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL).

Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti.

Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.

Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani.”

Robert Kennedy 

 

Eugenio Scalfari: Roosevelt non ci riuscì, ora ci prova lo scout italiano

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari, • 17 Agosto 2014. Non c’è alcun dubbio che l’Italia stia attraversando una fase di recessione e di deflazione e non c’è del pari dubbio che la stessa fase la stiano attraversando quasi tutti gli altri Paesi membri dell’Unione europea, in particolare la Francia e la Germania per citare i due principali: cala il Pil, aumenta il deficit, languono esportazioni e importazioni intraeuropee, sono fermi consumi e investimenti. Del resto fenomeni analoghi si manifestano perfino in Cina e in Brasile, il che accentua il carattere mondiale della crisi.

Il nostro presidente del Consiglio non sembra dare molta importanza a questi fenomeni. Punta sulle riforme istituzionali: Senato, Regioni e Province, legge elettorale, giustizia civile e Sblocca Italia. E punta soprattutto sull’Europa, ancora dominata da una politica rigorista che lui vuole capovolgere.
L’appuntamento culminante si prevede per il 30 agosto quando Renzi parlerà nella sua veste di presidente pro tempore del Consiglio europeo. Parlerà cioè con i rappresentanti degli altri Stati nazionali, nei quali risiede tuttora il potere di governare l’Ue, alla faccia degli altri organi di questa strana Confederazione composta da 28 membri, 18 dei quali hanno una moneta comune.
Renzi ha parlato a lungo nei giorni scorsi con Napolitano e con Draghi. Napolitano lo consiglia e lo appoggia, non si ha notizia d’alcuna critica salvo l’invito a non usare se non in casi estremi toni ultimativi. Del colloquio con Draghi, durato oltre due ore nella casa di campagna del presidente della Bce, si conosce soltanto una sobria versione di Renzi che è notevolmente positiva.
Draghi non parla con i “media”, soprattutto con quelli italiani. Alcune sue tesi sull’Europa le aveva indicate in una pubblica comunicazione d’una settimana fa, dalla quale risultava – per quanto di pertinenza all’Italia – l’esortazione a privilegiare le riforme economiche su quelle istituzionali e – per quanto riguardava tutti gli Stati aderenti all’Ue – ad affrontare alcune importanti cessioni di sovranità all’Unione in materia di politica economica.
Nel colloquio con Renzi parrebbe – secondo la versione del Nostro – che su quest’ultimo tasto i due abbiano sorvolato; sulle riforme invece sono stati d’accordo. Draghi non ha detto nulla; evidentemente quando è in vacanza in campagna preferisce andare a caccia di farfalle non sotto l’arco di Tito ma a Città della Pieve e dintorni.
Una cosa però è certa e su questo il presidente della Bce era stato particolarmente facondo la scorsa settimana: l’Europa rischia di affondare sotto il peso della deflazione, ormai presente in tutto il continente. I prezzi diminuiscono, la domanda diminuisce, l’occupazione si restringe.
Contro la deflazione Draghi darà battaglia, cominciando a quanto pare a settembre, con misure anche “non convenzionali” e cioè lo sconto non solo di titoli pubblici ma anche di obbligazioni emesse da imprese che vantano crediti verso le pubbliche amministrazioni e verso la propria clientela; obbligazioni naturalmente garantite dai rispettivi debitori. E poi un’immissione di liquidità in favore delle banche purché esse la reinvestano in buona parte sulla clientela. La premessa dalla quale Draghi parte (così sembra) è che la predetta clientela, cioè le imprese manifatturiere e di servizi qualificati, reinvesta la liquidità che gli arriva. Del resto la scuola ci insegna che la deflazione si combatte così.
Qui però c’è un aspetto che forse è sfuggito all’attenzione dei più: la deflazione è un fenomeno estremamente pericoloso ma non va confuso con la depressione. Spesso vanno insieme, ma talvolta no. Quella del 1929 per esempio non fu un’accoppiata deflazione-depressione, soprattutto negli Usa. Non c’era deflazione, la liquidità non mancava ma non era utilizzata a dovere; i prezzi dei beni e dei servizi non diminuiva, ma la domanda mancava. Bisogna consultare Keynes per capir bene la differenza tra questi fenomeni e anche John Kenneth Galbraiht nel suo Il Grande Crollo. Non c’era deflazione in Usa, ma depressione. Oggi in Europa e in Italia i due fenomeni sono appaiati ma noi, il nostro governo, la Bce, le istituzioni dell’Europa confederata e soprattutto i possessori di capitale si propongono di battere la deflazione ma guardano con palese distrazione alla depressione. Ecco una questione sulla quale converrà soffermarsi e riflettere.
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La depressione ha varie cause che la determinano. La prima, fatalistica e al tempo stesso consolatoria, la spiega con la teoria del ciclo economico; sarebbe una sorta di respiro: la depressione ha una pausa nel corso della quale la società decresce, la miseria aumenta e si diffonde fino a quando, toccato il fondo, tutta l’attività si rimette in movimento, il benessere torna a diffondersi, il progresso sociale raggiunge vette ancor più alte di prima. Si discute tra i sostenitori di questa tesi quale sia la durata del ciclo; secondo alcuni la depressione arriva ogni 25 anni, secondo altri 50 ed altri ancora prevedono che avvenga ogni 70 anni.
I sostenitori della seconda tesi escludono la teoria del ciclo e ne sostengono un’altra molto più convincente: la cattiva e a volte pessima distribuzione della ricchezza. Il liberismo in realtà genera rapidamente sistemi economici monopoloidi, dove il 10 e a volte perfino il 5 per cento della popolazione possiede il 40 e a volte il 50 per cento della ricchezza nazionale. La depressione sarebbe causata da questa diseguaglianza, una sorta di ribellione improvvisa dei ceti più bassi che sperano di ottenere l’intervento dello Stato per modificare in senso più egualitario le classi della società. Il “New Deal” di Delano Roosevelt puntò su questo aspetto. Lo fece però con molta prudenza e rispettando i privilegi dei ricchi ma sostenendo i bisogni primari dei poveri e affidando allo Stato alcune iniziative economiche.
Del resto tutto il pensiero marxista nacque sulla tesi della pessima distribuzione della ricchezza che avrebbe provocato, una volta compiutasi la rivoluzione borghese, la rivolta proletaria e l’instaurazione d’una società comunista.
C’è però una terza tesi che spiega la depressione dandone la responsabilità principale ai possessori del capitale, ai capi delle aziende e al management; questa rappresenta la vera classe dirigente d’un paese e si comporta come una classe chiusa nella forza dei suoi privilegi. Non reinveste i profitti ma li incassa come dividendi e/o come bonus destinati al management. Questa massa di ricchezza viene affidata alle banche d’affari che investono e speculano su determinati asset, sulle industrie del lusso, miniere non utilizzate, mutui all’edilizia popolare, nuove invenzioni tecnologiche che puntano sul restringimento della base occupazionale. Insomma speculazione; a volte positiva perché fa avanzare il nuovo, altre volte negativa perché sottrae risorse all’industria, all’agricoltura, ai servizi e le destina alla finanza e al suo arricchimento.
Questi comportamenti generano inevitabilmente corruzione, evasione fiscale, disoccupazione, potenza delle lobby, demagogia politica, capitalismo selvaggio. Schumpeter vedeva al tempo stesso l’aspetto positivo di questi comportamenti e l’aspetto negativo dovuto a una distruzione di ricchezza a danno dei molti e a favore dei ricchi. Non a caso sia quella del 1929 sia quella del 2008 sono nate a Wall Street. La deflazione non aveva nulla a che vedere con quegli eventi.
L’Europa dal 2011 a oggi ha importato la depressione (ricordate il fallimento di Lehman Brothers come campanello d’allarme?) ma in Italia questo percorso era già cominciato nientemeno che a metà degli anni Settanta del secolo scorso, si era rafforzato socialmente ed economicamente negli anni Ottanta e Novanta; infine fu ed è infinitamente accresciuto dalla sopravvenuta crisi americana.
Mettete insieme le tre tesi sopra esposte e aggiungetevi come sovrappiù la crisi di deflazione nel frattempo esplosa a causa del credit crunch delle banche, il malgoverno politico e avrete fotografato la situazione.
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Il 30 agosto Matteo Renzi rivendicherà davanti ai capi di governo europei e al neo presidente della Commissione, la necessità di una nuova politica europea fondata sulla flessibilità, la crescita, la diminuzione della pressione fiscale in Italia e il necessario taglio della spesa pubblica. Rivendicherà inoltre il ruolo di Alta rappresentante della politica estera e della difesa per l’attuale nostra ministra degli Esteri.
Quest’ultima partita è già quasi persa in partenza ma qualora fosse vinta è pura e semplice fuffa. L’ho già scritto tre volte nei miei articoli domenicali: è una carica di semplice apparenza, non ha alcun potere su 28 paesi ciascuno dei quali ha un suo ministro degli Esteri e un suo ministro della Difesa. Avrebbe un senso se ci fosse in quei due settori la cessione di sovranità all’Europa, ma questo è allo stato dei fatti un’ipotesi di terzo grado, cioè irrealizzabile. Debbo dire che, almeno ai miei occhi, sarebbe quanto mai opportuna coi tempi che corrono; ma ove mai da qui a una decina d’anni si realizzassero gli Stati Uniti d’Europa, questa degli Esteri e della Difesa sarebbe l’ultima delle cessioni di sovranità.
Le altre richieste sulla flessibilità, sul rinvio della diminuzione di debito pubblico, sul taglio della spesa pubblica e la diminuzione della pressione fiscale, a me sembrano bubbole.
Bisognerebbe destinare risorse cospicue al taglio dell’Irap. Bisognerebbe che le imprese scoprissero nuovi prodotti e li lanciassero sui mercati, bisognerebbe che investissero in imprese nuove. Bisognerebbe creare un solido sistema di ammortizzatori sociali, bisognerebbe che i contratti aziendali avessero la meglio sui contratti nazionali, sempre che le aziende al di sotto dei 50 dipendenti stipulassero contratti di gruppo con sindacati di gruppo per non lasciare le aziende con pochi dipendenti alla mercé dei padroncini.
E bisognerebbe che Draghi mantenesse i suoi impegni e ai primi di settembre cominciasse la battaglia di fondo contro la deflazione.
Nel frattempo temo che il governo impieghi una parte preziosa del suo tempo alla riforma della legge elettorale che così come la stanno pensando servirà soltanto a rafforzare il potere esecutivo. Ma di questo ho già parlato e ormai me ne è passata la voglia. Un esecutivo forte è quanto ci vuole per farci uscire dalla depressione; se invece il suo principale miraggio è quello di rafforzarsi sempre di più, allora bisognerà ridiscutere non solo di depressione e di deflazione ma anche di democrazia individuale e sovranità popolare fittizia, una strada che rischiamo d’aver già imboccato riducendo il Senato a un’istituzione che prima sarà del tutto abolita e meglio sarà.

Evento 'Il Cortile dei Giornalisti'

“Insolentita” dalle parole di Alfano

Presentando il piano “Spiagge sicure” contro l’abusivismo commerciale, ( un’azione giusta che condivido) il Ministro dell’interno Angelino Alfano, ha usato queste parole: “Credo che tutti gli italiani siano parecchio stanchi di essere insolentiti dai vù cumprà nelle spiagge”.

Non mi sarei mai aspettata da un Ministro dell’Interno  parole così dispregiative che pensavo ormai desuete e passate. Invece ritornano queste espressioni a sfondo razzista, che certo non favoriscono una corretta visione delle cose e tanto meno la soluzione di un problema.
Credo si possa agire in direzione della tutela della legalità senza per questo alimentare con parole e affermazioni di pessimo gusto, già fin troppo diffusi nella nostra società, l’odio, il disprezzo e le paure.
Li vedo passare davanti l’ombrellone questi uomini e queste donne che lavorano anche duramente per guadagnarsi da vivere, non sono affatto “insolentita” dalla loro presenza e basta dire loro un “no grazie” per ricevere in cambio – spesso – un sorriso e un saluto.
Paola

3apr15

Buon Ferragosto

10450971_10203454609317395_6980210831147210255_nBuon ferragosto,  se volete tenere la mente fresca e i corpi e i pensieri liberi, non perdetevi, l’appuntamento musicale di ferragosto con Franco Cerri e Marco Santini, ad Osimo in  Piazza Duomo, alle ore 21,30.
Paola

Solidarietà alle comunità cristiane perseguitate in Iraq.

Quello che sta accadendo in questi giorni in Iraq ricorda un vero e proprio sterminio, scientificamente organizzato e realizzato. Come osimani, italiani, donne e uomini non possiamo far finta di nulla. Come dice Papa Francesco, l’Occidente non può continuare a volgere lo sguardo altrove, illudendosi di poter ignorare una tragedia umanitaria.

Il fondamentalismo è una maschera che nasconde odio, intolleranza, interessi economici inconfessati e inconfessabili ed anche la nostra  città, che ha combattuto per i diritti di donne e uomini, non può non schierarsi dalla parte di chi, in questo momento, soffre persecuzioni e stermini.

Come Presidente del Civico Consesso osimano e come donna esprimo la vicinanza della nostra città alle comunità cristiane e yazidica perseguitate e mi unisco idealmente al momento di riflessione e di preghiera del 15 agosto,  in occasione delle celebrazioni liturgiche per l’Assunzione,   così come proposto da Papa Francesco e dalla CEI.

Paola

 

Sant’Anna di Stazzema, era la mattina del 12 agosto 1944

SantannaA Sant’Anna di Stazzema, la mattina del 12 agosto 1944, si consumò uno dei più atroci crimini commessi ai danni delle popolazioni civili nel secondo dopoguerra in Italia.
La furia omicida dei nazi-fascisti si abbattè, improvvisa e implacabile, su tutto e su tutti. Nel giro di poche ore, nei borghi del piccolo paese, alla Vaccareccia, alle Case, al Moco, al Pero, ai Coletti, centinaia e centinaia di corpi rimasero a terra, senza vita, trucidati, bruciati, straziati.
Quel mattino di agosto a Sant’Anna uccisero i nonni, le madri, uccisero i figli e i nipoti. Uccisero i paesani ed uccisero gli sfollati, i tanti saliti, lassù, in cerca di un rifugio dalla guerra. Uccisero Anna, l’ultima nata nel paese di appena 20 giorni, uccisero Evelina, che quel mattino aveva le doglie del parto, uccisero Genny, la giovane madre che, prima di morire, per difendere il suo piccolo Mario, scagliò il suo zoccolo in faccia al nazista che stava per spararle, uccisero il prete Innocenzo, che implorava i soldati nazisti perché risparmiassero la sua gente, uccisero gli otto fratellini Tucci, con la loro mamma. 560 ne uccisero, senza pietà in preda ad una cieca furia omicida. Indifesi, senza responsabilità, senza colpe. E poi il fuoco, a distruggere i corpi, le case, le stalle, gli animali, le masserizie. A Sant’Anna, quel giorno, uccisero l’umanità intera.

La strage di Sant’Anna di Stazzema desta ancora oggi un senso di sgomento e di profonda desolazione civile e morale, poiché rappresenta una delle pagine più brutali della barbarie nazifascista, il cancro che aveva colpito l’Europa e che devastò i valori della democrazia e della tolleranza. Rappresentò un odioso oltraggio compiuto ai danni della dignità umana.
Quel giorno l’uomo decise di negare se stesso, di rinunciare alla difesa ed al rispetto della persona e dei diritti in essa radicati.

Una lettera al premier Renzi da parte della maestra Rosalinda

Ho ricevuto questa lettera che   sottopongo anche alla Vostra riflessione. Si tratta della lettera di Rosalinda G. – maestra di una primaria – al premier Renzi ed è pubblicata anche nel sito di Silvia Chimienti (M5S).

Caro Matteo,
scusami se mi permetto di usare un tono così confidenziale ma siamo coetanei, anzi tu sei anche più giovane di me, e il tuo modo di fare è molto “social” e quindi penso con difficoltà ad un approccio più formale.
Ti dico subito che non sono un’elettrice del Pd, lo sono stata, ma attualmente appartengo alla folta schiera dei disillusi della politica, pur avendo molti amici militanti e riconoscendo che al suo interno ci sono persone di un certo valore. Se tu sia una di queste, ti dico in tutta onestà non l’ho ancora capito.
Ci sono cose che dici che mi fanno sperare bene (prima fra tutte la necessità di mettere in busta paga un po’ di soldi ai redditi bassi, credimi 80 euro, se non li toglierete in fase di conguaglio, fanno davvero comodo, altrimenti saranno una iattura) ed altre che mi lasciano molto perplessa.
Quando è iniziato il tuo tour nelle scuole mi ha molto colpito il fatto che tu abbia mandato una mail in cui chiedevi di segnalare i problemi della scuola e mi sono sempre ripromessa che lo avrei fatto. Sono un’insegnante da che mi ricordi, pur avendo appena 40 anni, lavoro da 22 e ho visto e vissuto tutte le sue trasformazioni. In questi giorni i rumors su una possibile riforma della scuola diventano sempre più insistenti e dato che di solito, storicamente, tra luglio ed agosto si sono consumate le peggiori nefandezze politiche ai danni della scuola, vorrei porgerti il punto di vista di un’insegnante, pedagogista e mamma.
Mi permetto però di cominciare non da un’analisi di tipo politico – sono certa che avrai chi saprà fartela molto meglio di me – ma di parlarti partendo dal mio vissuto personale e familiare, che in parte è anche il tuo. Penso che l’errore più grande quando si mette mano politicamente alla scuola sia che non ci si ricordi che dietro un capitolo di spesa importante, perchè a garanzia di un servizio importante, ci sono persone : alunni, docenti, famiglie. Non sono molto amante di gossip, ma tempo fa leggevo su un sito di informazione scolastica, che Agnese, la tua signora, nostra collega, ha scelto di sospendere la sua attività d’insegnante perchè i tuoi figli soffrivano la mancanza del padre.
So che difficilmente ci troveremo d’accordo su questa cosa, perchè il mio disappunto nei tuoi confronti è nato quando, nel bel mezzo della battaglia legale che noi docenti meridionali abbiamo dovuto intraprendere per vederci riconosciuto il diritto alla mobilità territoriale, sottratto dalla Gelmini riprendendo un’idea di Fioroni (lei non ha pagato per la norma introdotta e riconosciuta incostituzionale, noi pur avendo vinto la battaglia legale stiamo ancora pagando) tu affermasti in tv che, avendo una moglie precaria, conoscevi la faccenda e ritenevi ingiusto che ci venisse riconosciuto il diritto alla mobilità, perchè questo toglieva lavoro ai docenti del luogo.
E’ proprio questo il fatto: noi abbiamo fatto ricorso, i tribunali ci hanno riconosciuto vincitori e siamo partiti separando spesso le nostre famiglie ma non Firenze- Roma, nel mio caso specifico Palermo-Bologna. Tu dirai “è stata una tua scelta”, il problema è proprio questo: noi non scegliamo mai. La tua signora ha potuto scegliere, noi siamo sempre obbligati, perchè l’alternativa nel mio caso era, dopo 20 anni d’insegnamento, laurea e vari diplomi post laurea, nutrire la grossa fila di disoccupati presenti al sud. Noi abbiamo fatto le valigie e siamo partiti, noi abbiamo asciugato le lacrime dei nostri figli, abbiamo gestito le loro altalene emotive, abbiamo rassicurato i nostri mariti lontani, abbiamo pagato con i nostri 1250 euro affitti e trasferte, sotto il fuoco incrociato di chi, come te, non ci voleva al nord perchè toglievamo lavoro e di chi desiderava che mai più tornassimo al sud per non “togliere lavoro” (ai precari rimasti).
E ti posso assicurare che il mio è il lavoro più bello del mondo ma svolto per pochi spiccioli al netto di queste enormi spese economiche, emotive e spesso anche fisiche può diventare veramente usurante. Ti dico questo, non per puro populismo, ma per farti capire che la politica va esercitata nel rispetto delle persone e delle leggi.
Le riforme vanno contrattate, studiate, sperimentate e per essere efficaci il più delle volte devono partire da un investimento e non da un taglio imposto.
Altrimenti si cerca di spacciare una economia per riforma. Inoltre non basta avere una “opinione su una faccenda”: in questo caso la tua opinione e quella della Gelmini e di Fioroni erano sbagliate. La legge è stata fatta lo stesso, anche se incostituzionale, nessuno ha pagato tranne noi che l’abbiamo subita. Nella scuola ciò succede spesso. E’ questo uno dei motivi per cui sono contraria alla valutazione a cui affidare eventuali “avanzamenti di carriera”.
Gradirei che prima di valutare magistrature e insegnanti, il Parlamento si facesse oggetto stesso di valutazione e nel caso in cui si commettono degli errori ne rispondesse, senza alcuna immunità. Perchè questi non sono “reati di opinione”, queste sono inefficienze, danni erariali.
Altro motivo è che la scuola martoriata dai tagli si basa molto sulla “solidarietà” tra colleghi: lo scambio di materiali, il regalo di tempo, lo scambio d’informazioni. Far diventare gli alunni il terreno di scontro, per una manciata di soldi in più, a discrezione del dirigente, che in quanto persona potrebbe non essere scevra di pregiudizi, errori di valutazione o preferenze, non mi sembra una buona idea. E nemmeno legare le retribuzione al rendimento. Perchè concorrono moltissime variabili a tale obiettivo: condizioni economiche, sociali, culturali… e spesso il “successo scolastico” assume connotazioni diverse in ambienti diversi. La prima cosa che farei io, al tuo posto, sarebbe cercare di offrire una medesima offerta di servizio, ad esempio un tempo pieno uguale al sud e al nord: questo aiuterebbe le famiglie, senza sostituirsi ad esse.
La scuola è infatti un luogo di cultura dove si costruiscono persone e menti, non un parcheggio. Non mi sembra una buona idea tenere i ragazzi dalle 7 alle 22, con 30 giorni di “ferie”. Non sarebbe più un luogo a misura di bambino, forse sarebbe più economico, anche per le famiglie, ma di certo non rispondente alle esigenze del ragazzo.
La scuola, dobbiamo ricordarci, non è dei genitori, non è della politica, la scuola è dei ragazzi. La sospensione delle attività didattiche, che come saprai è in linea con gli altri paesi europei, diventa per i nostri ragazzi il “laboratorio” in cui, rielaborando le conoscenze acquisite, sperimentandole nel quotidiano, diventano competenze.
Sono maestra di primaria, ogni volta che inizio una prima i bambini studiano fino a dicembre, poi c’è la pausa. E succede il miracolo….nei giorni successivi alle vacanze anche chi era più in difficoltà nell’acquisizione del processo di letto-scrittura, spesso riesce. Cosa è successo? Niente…ha soltanto avuto tempo di “sedimentare” e rielaborare in un contesto diverso. Tutte le maestre lo sanno.
Il contesto extrascolastico diventa laboratorio, luogo per rielaborare le conoscenze acquisite, sperimentarle, trasformare l’ “ozio” (nella concezione greca) in apprendimento. Perchè i ragazzi hanno bisogno di “annoiarsi”, di non avere la vita programmata sette giorni su sette, 11 mesi l’anno con 32 giorni di ferie. Sono ragazzi non impiegati o detenuti. In Francia, ad esempio, oltre al sabato e alla domenica, c’è il mercoledì libero. Sono mamma di bambine piccole, conosco la necessità di noi genitori di “parcheggiare” i nostri figli, ma so anche che la scuola non è il posto giusto e che noi insegnanti non siamo i “parcheggiatori” giusti.