Eugenio Scalfari: Il califfato ci minaccia ma l’Europa pensa ad altro

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari, • 24-Agosto-14.  Un treno in corsa gremito di gente ma privo del personale che dovrebbe guidarlo.
Quella che non a caso papa Francesco ha definito la terza guerra mondiale sta sconvolgendo tutto il mondo occidentale. Poiché supera i confini tradizionali, conviene individuare i luoghi con nomi più antichi: i punti centrali sono la Mesopotamia, il Mediterraneo, l’Europa fino agli Urali e l’America del Nord. È una guerra di religione e di contrapposte civiltà. Bernardo Valli e i numerosi inviati del nostro giornale ne seguono gli accadimenti giorno per giorno e ne danno un quadro che cambia di continuo. Vittorio Zucconi ne ha fornito un’immagine molto efficace: un treno in corsa gremito di gente ma privo del personale che dovrebbe guidarlo su un terreno accidentato e in ripida discesa, punteggiato da gallerie oscure e da fragili ponti.
Ma l’Europa che ne è il continente più coinvolto è – strano a dirsi – quello i cui governi meno se ne interessano. I governi che fanno parte dell’Unione europea si limitano a qualche generica dichiarazione di solidarietà con le minoranze sotto tiro, ma la loro propensione – così sembra – è di tenersene alla larga. Il primo e forse l’unico baluardo sono gli Usa, ma anche Washington si muove con estrema circospezione e moderazione.
L’attore principale, anzi unico almeno per il momento, è il Califfato, il movimento islamico che discende da Al Qaeda ma si è molto allontanato dalle finalità e dalle strategie di Bin Laden e dei suoi successori. Al Qaeda era una centrale al tempo stesso terroristica e religiosa. Non si proponeva di modificare la geografia degli Stati. Bensì di imporre l’interpretazione radicalizzata del Corano e delle scritture profetiche che l’avevano preceduto e accompagnato. Il fondamento era sunnita ma non prevedeva una guerra santa contro gli sciiti. La guerra santa era contro i cristiani ma, unita ad essa, c’era anche una guerra sociale dei poveri contro i ricchi; in particolare contro il capitalismo.
L’Is, la sigla che designa il Califfato, è un movimento del tutto diverso. Non è una centrale terroristica anche se il terrorismo è ben presente nella sua tattica di guerra; è un esercito vero e proprio, dotato di mezzi di guerra moderni, dispone di ampi mezzi finanziari ottenuti in parte con i rapimenti e i ricatti ma soprattutto con finanziamenti che vengono da potenze arabe (Emirati e monarchia Saudita) desiderose di guadagnarsi l’intangibilità geopolitica poiché l’alleanza ufficiale con gli Usa ha cessato da un pezzo dal rassicurarli.
Il Califfato vuole conquistare un territorio strategicamente decisivo: una parte della Siria, una parte dell’Iraq possibilmente fino a Baghdad, la regione del Kurdistan e da questo nucleo iniziale ripercorrere le strade che in poche decine d’anni portarono gli arabi maomettani alla conquista di tutta la costa del Mediterraneo fino all’Emirato spagnolo di Cordova e di Granada.
Il contenuto – l’abbiamo già detto – di questo movimento è religioso e sociale: contro i cristiani, contro i laici, contro i ricchi. Eccitando e seducendo anche molti giovani occidentali che amano l’avventura, le novità, la rivoluzione. Non importa molto contro chi e contro che cosa, ma la rivoluzione.
Quelle che scoppiarono due tre anni fa e furono definite primavere arabe erano composte da giovani animati da due diverse spinte: una parte voleva applicare nei loro Paesi i principi e i diritti di libertà e di giustizia imparati dall’Occidente liberal-democratico, e un’altra parte voleva invece una rivoluzione che colpisse e mettesse fuori gioco le dittature logore e corrotte.
Questa parte dei giovani che animarono le primavere arabe è pronta ad aderire al Califfato; in parte l’ha già fatto, in parte lo farà e sarà un apporto numericamente e moralmente fondamentale.
L’America di Obama vede la minaccia ma non ha molta voglia di impegnarsi a fondo nel Mediterraneo e in Mesopotamia. Il suo obiettivo in una società multipolare è l’intesa con l’America Latina e il Pacifico. Non le sfugge l’estrema pericolosità del Califfato ed è pronta a sostenere lo sforzo di quanti dovrebbero essere più interessati e più direttamente coinvolti in questa terza guerra mondiale. Ma, come abbiamo già notato, l’Europa non ha le forze. Di fronte al treno in discesa e senza chi lo guidi, l’Europa è un treno in salita con una quantità notevole di guidatori. Molti più guidatori che passeggeri.
I passeggeri non sono in quel treno; stanno a casa loro, mugugnano, protestano, aspettano l’Uomo della Provvidenza vero o supposto che sia. Del Califfato li terrorizzano le gesta ma lo guardano come un “horror”, una favola. Per alcuni giovani perfino affascinante. C’è sempre e dovunque, nelle guerre, una quinta colonna e c’è anche qui.
L’Europa insomma pensa ai suoi guai ed è con questi che ora vuole e deve misurarsi.
***
I governi che contano di più e che fino a qualche anno fa rappresentavano una sorta di Direttorio, e cioè la Germania e la Francia, sono ancora per ovvie ragioni storiche, economiche, geografiche, le due più importanti del continente. Ad esse, nelle elezioni europee del 25 maggio scorso, si è aggiunta l’Italia di Renzi. Ma non sono certamente i soli. C’è la Spagna, l’Olanda, l’Austria e – fuori dall’Eurozona – ci sono la Gran Bretagna e la Polonia. Ma se dovessi dire qual è la persona che conta più di tutte le altre farei il nome di Mario Draghi, per la competenza economica che ha e per la carica che ricopre di presidente della Banca centrale europea, della quale le Banche centrali nazionali sono (o dovrebbero essere) importanti articolazioni contemporaneamente dotate di sovranità in quanto membri del Consiglio direttivo della Bce.

Ho scritto domenica scorsa che Draghi ai primi di settembre avrebbe dato applicazione ad una serie di interventi sulla liquidità, alcuni dei quali non convenzionali. Lo scrissi perché Draghi l’aveva pubblicamente dichiarato e quindi non era una previsione ma una certezza, ripetuta venerdì scorso dal medesimo Draghi dopo l’incontro con i principali banchieri centrali di tutto il mondo a Jackson Hole, sulle Montagne Rocciose.
L’obiettivo è di battere la deflazione che imperversa in Europa e la recessione – cioè una fase ancora tenue ma già assai allarmante di depressione economica. Su quest’ultima Draghi può far poco se non esortare i governi (e quello italiano in particolare) a varare leggi di riforme economiche soprattutto riguardanti il lavoro, la diminuzione della spesa pubblica improduttiva e a rilanciare investimenti e occupazione nell’ambito d’una flessibilità che i governi e la Commissione europea (la Germania in particolare) dovrebbero consentire.
Queste sono esortazioni; preziose ma purtroppo non affidate alle mani di Draghi. Il suo compito specifico riguarda la liquidità. Lo scopo (previsto dallo statuto della Bce) è di aumentare il tasso d’inflazione, attualmente prossimo allo zero, portandolo verso il due per cento. Lo può fare in vari modi: acquistando titoli pubblici sui mercati secondari, finanziando a bassissimi tassi le banche affinché destinino la maggior parte del finanziamento alla clientela che ne faccia richiesta. Infine finanziare obbligazioni di aziende creditrici e quindi immettendo nelle predette aziende una preziosa liquidità.
Ma lo strumento numero uno cui Draghi mira e di cui ha lungamente discusso con la presidente della Federal Reserve americana è il tasso di cambio dollaro-euro. L’euro fino a poche settimane fa quotava 1,40 dollari con punte fino a 1,45. Da qualche giorno è gradualmente disceso a 1,32, quindi un risultato positivo sebbene la Fed americana non sia disposta per ora a collaborare. La Fed dovrebbe aumentare il tasso d’interesse e dovrebbe diminuire l’acquisto di Bond del Tesoro Usa, ma aspetta d’esser sicura di una solida ripresa del lavoro e fino ad allora non si muoverà dalla politica attuale. Ci vorrà circa un anno, fino alla seconda metà del 2015.
E Draghi? Gli basta un cambio di 1,32 col dollaro, quindi una diminuzione di 8-10 punti? No, non può bastare. Non basta a rilanciare l’import-export dell’Europa verso l’area del dollaro. Il tasso di cambio ideale sarebbe 1,10 ma quello accettabile è intorno a 1,20 cioè un’altra diminuzione di 10-12 punti. Con quali strumenti può ottenere questo risultato con quella rapidità che provoca uno shock positivo nelle aspettative per quanto riguarda soprattutto l’esportazione europea?
È molto semplice: vendendo sul mercato dollari in quantità sufficiente a premere efficacemente sulle quotazioni. La vendita avrebbe un triplo risultato: svalutazione dell’euro, aumento dell’inflazione, investimenti causati dalle esportazioni, cioè da una accresciuta domanda estera.
Quanto al governo italiano, dovrebbe destinare almeno dieci miliardi alla diminuzione dell’Irap a favore delle imprese. Con quali risorse? Stornando la medesima cifra dal finanziamento dei famosi 80 euro i cui risultati di rilancio dei consumi non sono avvenuti; oppure tassando i ricchi il cui reddito sia da 130mila euro in su.
La cattiva distribuzione del reddito è una delle cause più importanti delle depressioni economiche. Possibile che, non dico Renzi – impegnato nelle secchiate d’acqua gelata anti-Sla – ma dico Padoan non si renda conto di quali sono le manovre da fare?
Un’osservazione voglio ancora aggiungere che riguarda l’inclusione che si farà in tutta Europa ma che è un vero e proprio shock per l’Italia, del reddito malavitoso nella contabilità nazionale. Contabilizzando il reddito che le varie mafie ricavano dalla droga, dagli appalti, dai bordelli, dalle sale da gioco, il Pil nazionale aumenterà di almeno 60 miliardi di euro. Non combattendo il formarsi di quel reddito ma contabilizzandolo. Ne avranno un vantaggio e ne saranno tutti contenti all’Istat, all’Eurostat, al Tesoro.
A me sembra una pura e semplice vergogna.

P. S. Roberto Calderoli, come al solito, prima fa i Porcellum e poi li definisce porcate come infatti sono.
Questa volta la porcata è la legge approvata in prima lettura sulla riforma del Senato. Il senatore leghista che ne ha redatto il testo insieme alla Finocchiaro, una volta approvata l’8 agosto come Renzi voleva a tutti i costi, l’ha definita una merda (sic) ed ha aggiunto: “È stato consumato uno scempio estetico e lessicale che è difficile far funzionare”.
Il “24 ore “di lunedì scorso gli ha dedicato una pagina intera che documenta “lo scempio estetico e lessicale”. Basta leggere quella pagina per averne conferma. Uno scempio che le Alte autorità preposte al controllo delle leggi costituzionali non hanno contestato al governo e alle competenti commissioni parlamentari auspicando che quella legge deve essere profondamente emendata nelle future letture senza di che – immagino io – difficilmente il Presidente della Repubblica potrebbe promulgarla.
Lo ripeto ancora una volta: meglio di questo sgorbio sarebbe abolire il Senato. De Gasperi si rivolterebbe nella tomba, anzi è presumibile che lo stia già facendo perché per lui il bicameralismo perfetto era indispensabile al buon funzionamento della democrazia.

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