Un bel film: MIA MADRE di Nanni Moretti

Mia Madre film di MorettiIeri ho visto il nuovo film di Nanni Moretti. In una sala con sole sei persone, ho visto “Mia madre”, un film bellissimo, molto delicato fatto col cuore, ma che sa anche essere divertente e parlare del tema della perdita di un affetto come quello di un genitore anziano in modo poetico, intimo e vero.
Un pizzico di politica c’è sempre, ma ci sono anche tanti altri contenuti. Mi ha emozionato in particolare i “passaggi” sulla scuola.
Gli attori bravissimi…… grazie Moretti.
Paola

La Giunta regionale di centrosinistra a pezzi per colpa del trasformismo di Spacca.

Nella nostra regione la  giunta regionale di centrosinistra a pezzi, con 5 assessori del PD dimessisi dopo avere sfiduciato il proprio presidente Gian Mario Spacca, che si candiderà per il terzo mandato con una lista di centrodestra sostenuta da Ncd e Forza Italia. L’involuzione della politica, quella che vola “basso basso”, tocca anche la nostra Regione.

Dalla parte dei nostri giovani. Sarà proprio vero che i giovani d’oggi non vogliono lavorare all’Expo ?

La settimana scorsa dopo un articolo del Corriere della Sera nel quale si raccontava di giovani che non hanno confermato la proposta della società incaricata da Expo per cercare personale, è montata una polemica: sotto accusa tutti i giovani italiani presi di mira perchè “bamboccioni”, “senza voglia di fare scrifici” ecc.
Ma stanno effettivamente così le cose ?
Conosco tanti giovani, ed è la storia dei nostri figli ed è la storia di tanti giovani osimani, che in questi anni sono stati pronti ad accettare lavori spesso all’insegna della precarietà e della totale incertezza e/o che hanno lasciato “le comodità” per cercare in Paesi lontani quelle occasioni che nel nostro Paese non ci sono più, che studiano e che non girano le spalle al lavoro anche se remunerato con pochi euro….
Sono rimasta anch’io basita dalla notizia apparsa sui giornali, anch’io penso che l’Expo possa rappresentare un’ottima occasione di lavoro. Ho voluto documentarmi, approfondire la cosa per capire cosa sia successo effettivamente per giungere poi alla conclusione che la notizia non è esattamente come è stata raccontata dal quotidiano di via Solferino.
Le proposte di lavoro di questa agenzia interinale incaricata per l’Expo non erano e non sono affatto chiare e trasparenti e malgrado questo la maggior parte delle offerte di lavoro sono state comunque evase.
giovani ed expoI giovani italiani non sono quelli rappresentati da certa stampa che, invece di prendersela con loro, dovrebbero puntare il dito verso una classe dirigente incapace di fare politiche per i giovani, incapace di attuare una staffetta generazionale per dare loro prospettive e futuro.
Ancora una volta è stato facile prendersela con l’anello più debole per, magari, far passare che i drammatici dati sulla disoccupazione giovanile non sono che una leggenda metropolitana.

Paola

Elezioni amministrative Regionali, on line le istruzioni del Viminale

Il Ministero dell’Interno ha pubblicato sul proprio sito  le istruzioni per la presentazione e l’ammissione delle candidature alle elezioni nelle Regioni a statuto ordinario.
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http://www.interno.gov.it/sites/default/files/degdegpubbl._n._3._el._reg._secondo_discipl._stat._cedevole._istruz._presentaz._e_ammiss._candidature_apr._2015_1-320_.pdf

Eugenio Scalfari: Il Paese smantellò la patria, la Resistenza la ricostruì

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari, • 26 Aprile 2015.  Il Paese smantellò la patria, la Resistenza la ricostruì. Le istituzioni per molti italiani sono estranee rispetto ai loro interessi ed è questa la causa della fragilità democratica che anche ora è tutt’altro che cessata.
L’articolo che ora comincerete a leggere l’ho scritto ovviamente ieri, sabato 25 aprile. L’anniversario ricorda ciò che avvenne settant’anni fa: la liberazione dell’Italia dal giogo nazista ad opera delle armate angloamericane ma con il contributo importante della resistenza partigiana ed anche dei reparti dell’esercito regolare italiano inquadrati nell’VIII Armata a comando inglese.
Le brigate partigiane entrarono per prime a Milano, Torino, Genova dopo 18 mesi di resistenza sulle montagne alpine, prealpine e appenniniche e lo spirito che le unificò fu l’antifascismo. Nelle varie brigate c’era quello spirito comune a tutti e molto variamente rappresentato: le brigate Garibaldi erano comuniste ed erano le più numerose, ma c’erano anche quelle di Giustizia e Libertà del Partito d’Azione, quelle Matteotti socialiste, quelle cattoliche, quelle monarchiche ed anche repubblicane e liberali. Complessivamente erano alcune migliaia di giovani e c’erano anche donne con loro, ma il grosso che comprendeva una parte considerevole della popolazione italiana da Firenze in tutta la valle del Po e all’arco alpino era fatto dalle famiglie che abitavano quei luoghi e che rifornivano di cibo i partigiani e li ospitavano nelle notti in cui scendevano a valle per procurarsi quanto era loro necessario, comprese armi e munizioni.
Fu questo un movimento di popolo che diede vita alla Resistenza e mise la base etica e politica di quell’Italia democratica delle istituzioni repubblicane e della Costituzione che abbiamo votato con le elezioni e il referendum del 2 giugno del 1946.
Venerdì scorso il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha rilasciato un’ampia intervista su queste pagine al direttore Ezio Mauro, chiarendo il significato di quel periodo, mettendone anche in evidenza alcune ombre che non hanno però alterato né indebolito la nascita dell’Italia repubblicana e democratica, la ricostruzione sociale ed economica che ne seguì e i martiri che persero la vita nelle camere di tortura fasciste durante quei mesi terribili e tormentati. Ma l’inizio di tutti quei moti popolari avvenne prima d’ogni altro a Napoli con quattro giornate di rivoluzione; le truppe alleate erano ancora a Salerno e arrivarono nella città partenopea a rivoluzione già avvenuta che aveva messo i tedeschi in fuga.
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Sulla Resistenza bisognerebbe ora raccontare i numerosi episodi già oggetto di libri, articoli, narrazioni di diverso orientamento perché diversi erano i sentimenti degli autori, ma questo lavoro è già stato fatto da altri colleghi sulle nostre pagine. Giorgio Bocca, tra i tanti, dette testimonianze di cose viste e fatte e il suo è un racconto irripetibile. Piuttosto c’è da spiegare perché la Resistenza è considerata da molti storici e politici come il secondo atto del movimento risorgimentale. Questa tesi è stata compiuta dalla Costituzione e approfondita e diffusa da Carlo Azeglio Ciampi e da Giorgio Napolitano.
Gli esponenti principali di quel glorioso movimento risorgimentale furono Mazzini, Cavour, Garibaldi ed anche i Cairoli, Manara, Berchet, Mameli, Bixio, Pisacane e molti altri segregati nelle carceri austriache.
Anche il Risorgimento ebbe le sue ombre che segnarono profondamente il movimento e in parte ancora si protraggono con il dualismo economico tra Nord e Sud che proprio allora ebbe inizio. Proprio in quegli anni si manifestò anche il fenomeno mafioso che è andato via via crescendo fino a diventare un’organizzazione delinquenziale le cui radici restano al Sud ma le cui propaggini sono ormai arrivate fino a Roma, all’Emilia, alla Lombardia, al Piemonte, al Veneto e addirittura a Marsiglia e ad Amburgo.
La storia è sempre e ovunque molto complessa, il che non toglie che nel periodo di cui stiamo ora parlando il contenuto eticopolitico e sociale sia stato comunque positivo. Ma il nostro Paese è arrivato alla sua unità e alla trasformazione economica e sociale con grande ritardo rispetto al resto d’Europa. Questo sfasamento temporale ha avuto effetti profondamente negativi sulla democrazia italiana che è stata fin dall’inizio dello Stato unitario fragilissima. La causa è evidente: molti italiani hanno considerato e tuttora considerano lo Stato come un’entità estranea o addirittura nemica, oppure come strumento da utilizzare per i propri particolari interessi anziché a tutela degli interessi generale e del bene comune.
La diffusione non solo della mafia ma delle clientele e della corruzione così radicata sono fenomeni che hanno come causa prima il ritardo di secoli della nascita dello Stato unitario, sorto centocinquanta anni fa mentre in Francia, in Inghilterra, in Austria, in Spagna era nato quattro secoli prima e con esso economie molto più avanzate rispetto alla nostra.
Ogni tanto ci sono in Italia ventate di patriottismo, ma sono fenomeni passeggeri e non a caso avvengono quando al vertice dello Stato si insedia – col favore di popolo – un dittatore.
Le istituzioni per molti italiani sono estranee rispetto ai loro interessi ed è questa la causa della fragilità democratica che anche ora è tutt’altro che cessata.
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I malanni di un Paese fortemente in ritardo rispetto all’orologio della storia dovrebbero tuttavia produrre degli anticorpi. È così che avviene in ogni organismo. Se vive ma ha batteri e virus che lo minacciano, gli anticorpi cercano di migliorare la situazione e di guarire la malattia. Ma accade qualche volta un fenomeno assai singolare: gli anticorpi invece di aggredire virus, batteri e corpi estranei che minacciano la vita, si rivolgono contro se stessi e finiscono per distruggersi lasciando campo libero al male ed anzi aggravandolo con la loro autodistruzione.
Se guardiamo alla storia dell’Italia moderna questo fenomeno è largamente diffuso. Gli anticorpi dovrebbero mettere riparo alla fragilità della nostra democrazia e dovrebbe essere il Partito democratico a produrli, specialmente ora che alla sua guida c’è un personaggio coraggioso, eloquente, dotato di molte capacità di convincere amici e avversari. Ma il fatto strano degli anticorpi che distruggono se stessi si sta invece verificando con preoccupante intensità ed è proprio Matteo Renzi, che adottando lo slogan del cambiamento, sta cambiando la democrazia italiana non rafforzandola ma rendendola ancora più fragile sì da consentirgli di decidere e comandare da solo. Renzi sta smontando la democrazia parlamentare col rischio di trasformarla in democrazia autoritaria. Forse non ne è consapevole, è possibile, ma quella è la strada che sta battendo e sia la legge elettorale sia la riforma costituzionale del Senato rendono quel pericolo ancora più concreto.
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Prima di esaminare l’altro tema di grande attualità che è quello degli migranti, mi piace ricordare come passai la giornata del 25 aprile del 1945.
Ero a Sanremo dove avevo frequentato il liceo e dove risiedevo con i miei genitori. Nel ’41 andai all’Università di Roma ma per le vacanze estive tornavo a Sanremo dove ritrovato tutti i miei amici, Calvino, Roero, Pigati, Donzella, Cossu, Maiga, Turco e insomma quella che noi stessi chiamavano la banda, e con i quali avevamo vissuto il passaggio dall’adolescenza alla giovinezza.
Quella storia e quella giornata l’ho raccontata nel mio libro “L’uomo che non credeva in Dio” edito da Einaudi nel 2008.
Lo cito qui di seguito, è un piccolo spaccato che rende l’atmosfera di un Paese allo sfascio, in fuga davanti a se stesso, dal quale la Resistenza l’ha riscattato. L’8 settembre ci furono due fenomeni contemporanei: gli italiani distrussero il loro Paese e contemporaneamente una parte di essi lo ricostruì su basi nuove, moderne e democratiche.
Voglio raccontarla quella storia e spero che interessi i lettori.
“Fu una tristissima giornata che per noi arrivò quasi d’improvviso dopo la caduta del fascismo avvenuta nel luglio precedente e la precaria euforia che essa aveva suscitato di una riconquistata libertà.
Dall’inizio di agosto avevamo visto con crescente sgomento le colonne motorizzate tedesche che scendevano sull’Aurelia verso sud e lunghi convogli ferroviari che trasportavano nella stessa direzione i carri armati con la croce uncinata sulle fiancate.
Finché arrivò l’8 settembre e ancora una volta, come tutte i giorni dall’inizio della guerra, ascoltammo la voce che leggeva le notizie del giornale radio dagli altoparlanti di piazza Colombo.
Quella voce la risento ancora quando ci ripenso: leggeva il comunicato di Badoglio con la notizia dell’armistizio e ordinava alle truppe di collaborare con gli angloamericani opponendosi a chiunque volesse impedirlo.
All’annuncio del capovolgimento di fronte, peraltro atteso e già avvenuto nella coscienza di gran parte degli italiani, l’intera nazione visse un attimo di silenzio sospeso. Poi cominciò lo sfascio che in poche ore abbatté lo Stato in tutte le sue simboliche presenze: l’esercito prima di tutto, l’autorità del governo, le leggi, la monarchia.
Il sentimento comune fu la fuga. Disperdersi. Pensare a sé e alla propria famiglia.
Anche il nostro piccolo gruppo di amici si scompose e i nostri destini si separarono. Ma prima facemmo ancora una cosa insieme: ci demmo appuntamento per la mattina dopo e andammo al deposito della Marina, un piccolo edificio di poche stanze, sopra gli scogli sulla strada litoranea per Bordighera. C’erano soltanto quattro marinai che stavano preparando i loro sacchi per andarsene. Noi dicemmo di esser lì per conto del Comune. Loro non sapevano evidentemente nulla dei poteri e delle competenze, ma soprattutto avevano soltanto voglia di lasciare quel luogo al più presto e andarsene a casa propria.
Domandammo se c’erano esplosivi. Risposero: “Esplosivi no, ci sono soltanto proiettili per i cannoni costieri”. “Ci sono anche i cannoni?”. Risposero di no. “I cannoni sono nelle postazioni della guardia costiera. Qui ci sono le munizioni di riserva”. Noi dicemmo che le prendevamo in consegna per conto del Comune e ci offrimmo di fare ricevuta dopo l’inventario. Loro risposero che se ne andavano, della ricevuta non avrebbero saputo che farsene. Ci dettero la chiave del deposito e quella del portone. E via. Lavorammo per tre ore a portar su i proiettili e gettarli sugli scogli. Pesavano un bel po’ e ne buttammo a mare la metà. Non sapevamo perché stessimo facendo quella fatica assolutamente inutile e priva di senso. Probabilmente fu il nostro modo di esprimere smarrimento e rabbia. Alla fine, stanchi e sudati, decidemmo di piantarla lì. Ci salutammo alla svelta e senza abbracci. Io dissi che appena possibile sarei partito per Roma con mio padre e mia madre.
Due giorni dopo telefonai a Italo, gli dissi che partivo col treno delle sei del pomeriggio. Ci salutammo ancora al telefono, ma poi me lo vidi alla stazione. Ero già salito e affacciato al finestrino. Lo ringraziai d’essere venuto. “Ci vedremo presto”, gli dissi. “Non credo” rispose lui. Il treno si mosse. Lui disse “ciau” con la u”.
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Dovrò ora dire qualche parola sulle decisioni dell’Europa (28 capi di Stati e di governo riuniti giovedì a Bruxelles) sul tema posto da Renzi dell’emergenza dell’emigrazione dalla Libia.
Avevano dinanzi, i 28, un problema enorme che doveva e dovrebbe affrontare almeno quattro questioni: portare in salvo i migranti che tentano di raggiungere il Sud d’Europa (praticamente la costa italiana) sfuggendo ad un inferno di povertà, schiavitù, stragi, nell’Africa subequatoriale; sgominare l’organizzazione delinquenziale degli scafisti-schiavisti che organizza i viaggi della morte; stabilizzare la Libia perché fin quando quel Paese non torni ad avere una struttura di governo è impossibile vincere la guerra del mare; infine intervenire a monte dell’emergenza nelle terre del Centroafrica dove milioni di persone sono in condizioni di stentata sopravvivenza e alimentano la fuga verso il benessere che diventa purtroppo una fuga verso la morte.
Ebbene, questi essendo i problemi intrecciati l’uno con l’altro, l’incontro a Bruxelles ha partorito un topolino: hanno deciso di portare l’assegno mensile europeo alla politica dell’immigrazione da 3 a 9 milioni al mese. Sul resto di fatto è silenzio. La Mogherini è stata incaricata di preparare un memorandum che sarà esaminato dal Consiglio d’Europa, con molti Stati membri che hanno però già detto che più di quanto è stato deciso non faranno. Si tratta di Germania, Gran Bretagna, Paesi baltici, Olanda e via numerando.
Renzi è contento. Noi no. Ma non solo noi: basta leggere su il “Sole 24 Ore” di ieri l’articolo di Vittorio Emanuele Parsi che comincia dicendo che “la montagna ha partorito il topolino” e lo dimostra con una lucida analisi di quanto (non) è accaduto a Bruxelles. Lo stesso giorno è uscito l’articolo di Prodi sul “Messaggero” dove si spiega che per stabilizzare la Libia bisogna far intervenire le grandi potenze arabe (l’Egitto, l’Arabia Saudita e gli Emirati) e la Turchia e il Qatar, i soli che possono assicurare in Libia un’autorità senza la quale ogni altra azione è impossibile.
Concludo tornando al tema della Resistenza.
Mi dicono che a Renzi non è simpatica la canzone “Bella Ciao” che è proprio quella dei partigiani. Sarebbe stato bello se l’avesse intonata anche lui alla manifestazione dell’Anpi. Non vorrei che invece di “Bella Ciao” dicesse “Ciao Bella”. È un cambiamento ma non andrebbe affatto bene.

Evento 'Il Cortile dei Giornalisti'

Buon 25 aprile. Da 70 anni la festa dell’Italia libera.

 

    Una nota per oggi, 25 aprile 2015

                                                                                       

                                                                                        –

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Buona 25 aprile a tutti Voi.
La Musica fa vivere…fa sognare … fa sentire speciali.
come questa canzone della nostra Resistenza.


…È questo il fiore del partigiano,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
È questo il fiore del partigiano
morto per la libertà! …. 

Un abbraccio e buona Festa a tutti !  Paola
25 aprile 1945

 

25 aprile 2015, 70° anniversario della Liberazione

25 aprile –  70° anniversario della Liberazione – è  il giorno in cui come italiani siamo chiamati a festeggiare e rievocare: la difesa dei valori della Costituzione ( tema sempre di  grande attualità politica) e il   ricordo di quei giorni che fecero sì che gli italiani, da sudditi, diventassero finalmente cittadini.

La cronaca di questi giorni impone una lettura attuale ed estensiva del 25 aprile, soprattutto partendo dai valori del rispetto sacro per la vita, della difesa degli ultimi ed anche dai valori della libertà, della dignità e della giustizia.
Non è possibile non pensare, anche e soprattutto in questo giorno, alla tragedia delle popolazioni migranti.
Il nostro Paese deve fare di tutto per salvare la vita a coloro che scappano da dittature, da violenza, da disperazione, da fame, da morte, in nome di religioni mal comprese, di interessi economici spietati, di prepotenze.
Oggi festeggiamo la fine della dittatura che è stata, per tutti coloro che si rifiutarono di vivere distratti nel proprio egoismo, violenza e  morte. C’era chi sosteneva le superiorità razziali, praticava gli odi religiosi, istigava violenze politiche. Altri tempi, non  c’erano le navi, ma i treni,  non c’erano gli scafisti, ma i nazisti. La prepotenza, la violenza, la povertà e la morte di migliaia di persone, dopo 70 anni, sono problemi, purtroppo, ancora attuali che accadono sul mare che bagna le coste del nostro Paese.

Il 25 aprile è la festa della libertà della persona con i suoi diritti inviolabili e  credo fortemente  sia un invito a  rinnovare e a vivere il suo messaggio nella drammatica attualità dei nostri giorni.
La Resistenza  antifascista, con il suo tributo di giovani vite spezzate, rese possibile costruire la Repubblica e approvare un patto costituzionale che ancora oggi unisce tutti gli italiani:  l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, l’equilibrio tra i poteri, il valore dell’unità nazionale, la coesione sociale, la solidarietà verso i più deboli, il diritto al lavoro e i diritti nel lavoro,  il ruolo della scuola pubblica, un sistema fiscale equo e progressivo che consenta di riprendere la crescita.

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25 APRILE 1945   –   25 APRILE 2015

Un condiviso sentimento comune:
italiani, liberi e solidali.

                        Paola Andreoni
Presidente del Consiglio Comunale di Osimo