Alla riscoperta delle vicende umane di giovani osimani durante la Prima Guerra Mondiale: Antonio GIULIODORI

Il 23 maggio 1915 l’Italia dichiarò guerra all’Austria ed entrò nel conflitto aprendo un nuovo fronte. Ben 100 anni ci separano dal quel triste evento che insanguinò l’Europa e l’Italia. Le ostilità, ebbero termine il 4 novembre 1918 con la firma dell’armistizio.
Il bilancio finale fu di 9 milioni di morti tra i soldati e 5 milioni di morti tra i civili, una guerra fratricida senza precedenti.
Anche la nostra città pagò un amaro sacrificio alla guerra. 365 giovani osimani non fecero più ritorno a casa: giovani, alcuni appena 19enni, le cui vite furono stroncate nei combattimenti cruenti o vittime delle malattie e delle ferite contratte al fronte.

Anche il periodo post bellico fu molto difficile, infatti numerosi reduci tornarono a casa mutilati e invalidi e non poterono riprendere a lavorare a causa delle menomazioni; per loro non era prevista nessuna pensione né indennità. Li attendeva una vita di stenti e la miseria più nera.

A cento anni dallo scoppio del conflitto deve essere per tutti noi doveroso il ricordo verso quei giovani che furono obbligati a lasciare la loro casa, i loro affetti, i loro progetti di vita e le loro povere cose, per andare a combattere in una terra lontana per delle ragioni inesplicabili.

Con questo spirito – perchè le storie non vadano dimenticate e i giovani sappiano ciò che è accaduto affinchè la Storia possa essere davvero Maestra di vita – ho raccolto con commozione, e pubblico, la vicenda umana di Antonio Giuliodori, un osimano come noi che il nipote, Fausto, ricorda così:

Erano troppi in quel casolare a mangiare su poca terra tenuta a mezzadria e Antonio, stanco degli stenti sperando in una vita migliore, partì per l’America del sud. Nel 1908 arrivò a Rio de Janeiro e dopo qualche mese faceva il gaucho nelle pampas argentine ricco per la conquistata libertà e autonomia economica. Solo un problema lo affliggeva e questo problema aveva un nome, Rosa, una moretta che aveva lasciato alle pendici della collina osimana.
Ci pensò e ripensò e con i risparmi di qualche anno di lavoro decise di ritornare per sposare la sua bella per poi far ritorno insieme alle pampas argentine. Così fece. Ritornato a casa, dopo poco si sposò e dopo i soliti nove mesi nacque il suo primo figlio. Questo fece ritardare i suoi programmi di ritorno in America, ulteriormente intralciati dalla malattia che colpì il piccolo Marino, la poliomielite.
Il tempo passava così arrivò il 1915 e come tanti contadini analfabeti come lui fu mandato a fare la guerra. Pochi esaltati e un governo di inetti dichiararono una guerra che la maggior parte della popolazione non sapeva perchè fosse stata dichiarata. Antonio partì e si fece tanti assalti alla baionetta rischiando di morire ammazzato come tanti suoi compagni e questo fino all’inverno del 1916 quando per le disumane condizioni gli si congelarono le dita di entrambi i piedi. Mandato in un ospedale delle retrove fu curato e fu fortunato che non gli amputarono le dita o peggio i piedi.
Arrivò il 1917 e la disfatta di Caporetto per l’inezia dello stato maggiore comandato da Cadorna e ad Antonio ancora convalescente ed invalido fu comandato di ritornare al fronte.
Il contadino analfabeta che aveva affrontato l’oceano e le pampas,conscio della sua invalidità, cercò di far capire ai superiori che non era più in grado di affrontare nuovi assalti e alla completa insensibilità e ragionevolezza di questi rifiutò l’ordine e disertò. “Se vado al fronte con ‘sti piedi mi mandate a moriammazzato“.
Con i suoi piedi sanguinanti partì per tornarsene a casa ma non poteva passare sui ponti perchè controllati e dovette passare a nuoto il Piave in piena con un altro disertore sulle spalle che non sapeva nuotare. A piccole tappe, i piedi disastrati non glielo permettevano, raggiunse fra lo sbigottimento della famiglia le sue colline. A casa si fece crescere i capelli e si vestì da donna lavorando come sempre aveva fatto la sua terra. Quando venivano i carabinieri si nascondeva dentro un mucchio di fascine in cui aveva ricavato un piccolo vano fino a quando poco prima della fine della guerra non lo trovarono.In famiglia si dice che ci fu una spiata da parte di un vicino o semplicemente i carabinieri avevano capito che era tornato dal fatto che la santa donna della moglie era incinta. Fu fortunato.
La condanna a morte per fucilazione a causa della vittoria fu amnistiata e dopo un annetto di galera fu mandato a casa giusto in tempo per mettere al mondo mio padre. Non potè più ritornare alle sue pampas, motivi di famiglia e l’essere pregiudicato glielo impedirono. Continuò la vita di stenti da cui aveva cercato di fuggire attaccandosi alle uniche possibilità che aveva, il buon vino della sua vigna e alla sua Rosa che lo suppliva e scusava sempre.
Del nonno ricorderò sempre i tristi occhi azzurri ed il suo passo lento e cadenzato. Ricorderò le sue bellissime vacche di cui conservava i premi appesi alla parete della stalla vicino all’immagine di sant’Antonio e sul letto di malattia che lo portò alla morte, i suoi piedi sanguinanti ai quali nonna Rosa cambiava le pezzole.
Non c’è da noi l’abitudine di chiamare i figli con i nomi dei nonni ma quando nacque il mio, con orgoglio lo chiamai Antonio come il mio coraggioso nonno disertore.

ps: era tanto che volevo scrivere della guerra del nonno e l’opportunità me l’ha data il tempaccio che mi ha chiuso in casa.
Tutte le notizie sono il frutto di tanti dialoghi fatti con nonna Rosa e i suoi figli. Notizie prese a fatica perchè nonno bevitore, a parte nonna. non aveva presso di loro una buona opinione e si stupivano del mio orgoglioso interesse. Addirittura la figlia Maria me lo ricordò che il nonno beveva quando fece visita per la nascita del mio Antonio. Ricordai a lei le parole che il nonno diceva allo zio che lo sfotteva quando era alticcio : “ma te, capisciò, sei mai stato al porto di Rio de Janeiro?“.
Cara Paola, fai di queste poche righe l’uso che credi, un abbraccio Fausto.

1915

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