Era il 27 agosto del 1916

guerraCome oggi,  il 27 agosto 1916, mentre la Guerra semina morti e strazi, Giuseppe Ungaretti, scrive la poesia ‘San Martino del Carso’ dal nome della località in cui egli si trova e che è stata completamente distrutta dai combattimenti.

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
Ma nel cuore
nessuna croce manca
E’ il mio cuore
il paese più straziato

Eugenio Scalari : Quando un Papa cita Ulisse e si oppone al potere temporale

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari, • 23-Agosto-15. Quando un Papa cita Ulisse e si oppone al potere temporale. Da Pio XII a Papa Francesco lo scontro fra potere temporale e quello spirituale. Al di là delle numerose occasioni che papa Francesco offre a tutto il mondo dei cattolici, dei cristiani, dei fedeli di altre religioni ed anche ai non credenti, l’ultima va colta per alcune importanti novità della sua predicazione: è il messaggio da lui inviato al meeting di Comunione e Liberazione il giorno dell’apertura a Rimini, per il tramite del vescovo di quella diocesi.
Francesco siede sul soglio di Pietro ormai da due anni e la sua attività è enormemente aumentata. Vorrei dire il suo lavoro, le sue iniziative, la sua fatica. Eppure non sembra. Viaggia, scrive, parla, prega, incontra e soprattutto pensa e combatte. È un uomo come noi, la sua vecchiaia avanza e sta sfiorando gli ottant’anni, ma sembra miracolato. Forse è la fede ad imprimergli un’energia incommensurabile. Ho scritto più volte che un uomo così la Chiesa non lo vedeva al suo vertice da millesettecento anni. Ma non per sapienza teologica né per scaltrezza politica e neppure per inclinazioni mistiche. Francesco ha dentro di sé un’energia rivoluzionaria e un dono profetico, queste sono le sue eccezionalità.
Qualche settimana fa, nel corso di un lungo colloquio telefonico dopo vari incontri, gli domandai se avesse preso in considerazione l’ipotesi d’un nuovo Concilio, un Vaticano terzo che discutesse e sancisse le novità rivoluzionarie che sta introducendo nella struttura della Chiesa. Mi ha risposto di no aggiungendo che il compito che sta cercando di condurre a termine è il mandato ricevuto dal Vaticano II laddove indica come finalità l’incontro della Chiesa con il mondo moderno. Sono passati cinquant’anni da allora e tre Pontefici si sono susseguiti: Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI senza contare papa Luciani che durò poco più di un mese e papa Giovanni XXIII che di quel Concilio fu il promotore. Alcuni obiettivi previsti dal Vaticano II furono realizzati, ma l’incontro con la modernità no, non è stato affrontato e questo è il compito che Francesco si prefigge. Solleverà, non c’è dubbio, una selva di problemi ma lui ha tutte le qualità e tutta l’energia per portarli a termine. O almeno così sperano quelli che gli sono amici per la tempra, l’umanità e la bontà che gli sono innate.
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“È una ricerca, quella che dobbiamo intraprendere, che si esprime in domande sul significato della vita e della morte, sull’amore, sul lavoro, sulla giustizia e sulla felicità. Le esperienze più frequenti che si accumulano nell’animo umano provengono dalla gioia d’un nuovo incontro, dalle delusioni, dalla solitudine, dalla compassione per il dolore altrui, dall’insicurezza del futuro, dalla preoccupazione per una persona cara”. E più oltre: “Perché dobbiamo soffrire e alla fine morire? Ha ancora un senso amare, lavorare, fare sacrifici e impegnarsi? Che cosa stiamo a fare nel mondo?” E infine: “Il mito di Ulisse ci parla del “nostos algos”, la nostalgia, che può provare soddisfazione solo in una realtà infinita”.
Il testo del messaggio inviato al meeting di Rimini è molto più lungo e si conclude con il sostegno che proviene dal Dio creatore e misericordioso e dall’amore di Cristo verso gli uomini suoi fratelli, ma il tema che sta al centro di questo documento papale è racchiuso secondo me nelle frasi che ho qui citato. Esse colgono i problemi, le domande, la sofferenza e le speranze che gli uomini si sono posti in tutte le epoche e che oggi più che mai la modernità scatena nei cuori dei giovani e degli anziani, degli uomini e delle donne, dei credenti e dei non credenti. Rispondere a quelle domande realizza l’incontro della Chiesa con la modernità, ci fa sentire tutti simili e, anche se le singole risposte sono differenti, risulterà sempre più chiaro che la radice della nostra specie è comunque la stessa: libertà, dignità, fratellanza. Francesco lo dice esplicitamente nel messaggio ma consentirà ad un amico quale io mi sento di ricordare che quei tre valori, con l’aggiunta dell’eguaglianza che anche Francesco più volte evoca, sono quelli che dominarono il pensiero liberale e illuminista inaugurando l’Europa moderna.
Non a caso nel messaggio si parla perfino di Ulisse, della sua nostalgia del ritorno ai valori tradizionali della famiglia e della patria, ma insieme al suo inestinguibile desiderio di “realtà infinita”.
Che io sappia nessun Papa aveva evocato il mito odisseico, l’eroe moderno per eccellenza che Dante, pur collocandolo all’Inferno, eleva alle vette più alte del pensiero: “Considerate la vostra semenza / fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza”. “Una scintilla di divinità c’è in tutti noi” mi disse il Papa in uno dei nostri incontri. Lui a questo crede: in tutti, di qualunque nazione, etnia, condizione sociale, male e bene, fede o miscredenza, peccato e perdono. La scintilla di divinità c’è in tutti e il Dio in cui Lui crede è unico in tutto il mondo. Un solo Dio che nessuno può sostituire con un Dio proprio da opporre agli altri. Il fondamentalismo è l’errore più terribile e porta con sé guerre, stragi, terrore.
La Chiesa predica da duemila anni la fede e l’amore del prossimo e una larga parte di essa mise in pratica quei valori. Ma contemporaneamente quella stessa Chiesa patrocinò guerre, stragi, inquisizioni, crociate, in nome del proprio Dio contro quello degli altri. E quando cessò di far questo, continuò a praticare in varie forme e misura il potere temporale. Contro il potere temporale, questa è la battaglia che Francesco sta conducendo e che incontra opposizioni numerose e potenti dentro la Chiesa. E questo è anche il significato del pensiero moderno che divide la politica dalla religione. Rappresentano entrambe il bene comune, la politica quello del benessere, la religione quello dell’anima. Ho detto più volte a papa Francesco nei nostri incontri che Lui concepisce una libera Chiesa in un libero Stato, esattamente come diceva il conte Camillo Benso di Cavour. Benso e Bergoglio uniti insieme: per un liberale come me non ci potrebbe essere un sodalizio ideale migliore di questo. E chi l’avrebbe mai detto: un miscredente e un gesuita che prende il nome di Francesco d’Assisi? La vita è faticosa, ma a volte ti dà anche soddisfazioni e felicità e per me questo è un caso felice.
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C’è stata finora una sola voce della sinistra che ha chiarito e difeso il segretario della Conferenza episcopale italiana, il vescovo Nunzio Galantino, indicato come traditore del nostro Paese e perfino della Chiesa da gran parte della forze politiche ed è lui che voglio citare per introdurre un tema che coinvolge ancora una volta, sia pure indirettamente, papa Francesco e la politica. Si tratta di Enrico Rossi, governatore della Toscana e comunista come lui ama definirsi nell’intervista rilasciata ieri a Repubblica . “Basta leggere la “lectio” di Monsignor Galantino su De Gasperi per capire che non ce l’ha affatto con la politica ma con il politichese ridotto alla ricerca del consenso e del marketing. Proprio riconoscendo il ruolo cruciale della politica nella società, Galantino l’ha invitata a ritrovare una forte dimensione ideale ed etica. È una sfida lanciata a tutti, nessuno escluso, non a un governo e ad una parte politica. La destra ha risposto in modo sguaiato ma anche dal Pd sono venute repliche segnate dal risentimento. Dobbiamo invece riconoscere che Galantino ha ragione, la politica non ha più una propensione ideale e pensa solo a difendere se stessa. Se la sinistra italiana non si misurerà con questo tema proprio nel senso indicato dalla Chiesa di papa Francesco e di Galantino, è destinata a somigliare sempre più alla destra e quindi a scomparire”.
Ho letto anch’io nella sua integralità la lectio di Galantino su De Gasperi e vi ho trovato una visione sociale e politica che va molto al di là del personaggio, certamente rilevante, che guidò la Dc e la politica italiana dal 1945 al ’54, nel periodo che vide la ricostruzione del Paese dalle macerie lasciate dalla guerra. Quella visione degasperiana è una democrazia governante sulla base di un’alleanza tra la classe operaia e il ceto medio; un obiettivo la cui realizzazione costò a De Gasperi “come una traversata del deserto”, dice Galantino; alla fine De Gasperi riuscì a trasformare l’Italia da un Paese sconfitto in una repubblica democratica che puntò su un’Europa unita, insieme alla Germania di Adenauer e alla Francia della sinistra e degli intellettuali. Naturalmente Galantino ricorda il De Gasperi della legge “maggioritaria” del 1952 ma soprattutto il suo scontro con papa Pio XII, che per le elezioni del 1953 puntava su un’alleanza della Dc con i fascisti del Msi e con i monarchici. De Gasperi rifiutò e il Papa affidò alla rivista Civiltà cattolica il compito di stroncarlo partendo dalla notizia che il Papa non condivideva la linea politica degasperiana e ritirava il suo appoggio alla Dc.
È contro quel tipo di Chiesa pacelliana e temporalistica che ancora esiste e combatte duramente contro Francesco per la propria sopravvivenza, che Galantino ricorda i passaggi fondamentali della politica di De Gasperi e chiama in campo personaggi più recenti, cattolici che sia pur nelle mutate condizioni politiche hanno proseguito quella visione del bene comune cattolico-liberale e cattolico-democratica. Cita Pietro Scoppola, un anti-pacelliano molto acuto; cita Romano Prodi che un anno fa a Trento disse che “la risposta ai problemi del Paese non va cercata in un solo individuo ma nella forza delle idee”. Cita addirittura Rosmini che un secolo prima e in tutt’altra situazione storica delineò una Chiesa che fu respinta e scomunicata dal Vaticano di allora. E ancora il De Gasperi del congresso Dc del 1954, quando disse che “il credente opera come cittadino nello spirito e nella lettera della Costituzione, e impegna se stesso, la sua classe, il suo partito ma non la Chiesa”. Naturalmente Pio XII non fu d’accordo e lo disse pubblicamente. Ad un certo punto improvvisamente nel documento che stiamo esaminando l’autore cita un pensiero di Pascal che è sorprendente; due righe che dicono cosi: “Gesù Cristo senza ricchezze e nessuna ostentazione esterna di scienza, sta nel proprio ordine di santità. Non ha fatto invenzioni, non ha regnato, ma è stato umile, paziente, santo di Dio, terribile per i demoni, senza alcun peccato “.
Dico sorprendente perché Pascal, citato senza commenti da Galantino, descrive Gesù non come un Dio ma come un uomo, “santo di Dio, ma terribile con i demoni e senza peccato “. Un uomo con qualità ammirevoli proprio perché uomo. Così lo concepiscono i non credenti che proprio perché uomo lo ammirano. Così lo considera ormai gran parte dell’Occidente moderno e secolarizzato. Fa parte di quell’incontro con la modernità che Francesco si propone di realizzare. Ed ora il finale di Galantino: “De Gasperi ha avuto il dono di comprendere che nella società contemporanea la politica deve ispirarsi a valori universali, a cominciare dalla carità. La politica non è quella che vediamo oggi, forze che disputano all’interno di un piccolo harem di cooptati e di furbi. Noi vescovi italiani dobbiamo pensare al destino del nostro Paese a cui siamo non solo fedeli ma servitori“. L’atroieri, parlando brevemente al meeting di Rimini, Galantino ha concluso dicendo: “Non va bene la politica guidata da interessi e fini immediati, etichettati spesso dalla ricerca dell’utile e meno da un progetto consapevole. Ma anche la Chiesa è destinata a rinnovarsi “.
Caro papa Francesco, ti faccio gli auguri più affettuosi e mi permetto di abbracciarti. Hai ancora lunga strada da percorrere ma credo e spero che arriverai fino in fondo.

Evento 'Il Cortile dei Giornalisti'

Un richiamo al rispetto delle prerogative del Civico consesso e alla tutela della sua dignità.

Durante il consiglio Comunale di ieri 20 agosto, sono state lanciate da parte della Consigliera Mariani gravissime affermazioni tendenti a delegittimare il lavoro del Consiglio Comunale oltre che dell’Amministrazione. Il culmine dell’assurdità si è raggiunto quando addirittura si è chiesto di fermarsi per istituire un tavolo per trovare accordi con gli assenti (anche ieri i 7 consiglieri della minoranza delle liste civiche si sono astenuti dalla partecipazione al Consiglio Comunale). Affermazioni che fanno rabbrividire. Non ci sono altri tavoli consentiti. Il luogo del confronto c’è già: è il Consiglio Comunale massimo organo istituzionale del Comune. E aggiungo che sulle Istituzioni non si scherza.
In qualità di Presidente del Consiglio Comunale ho quindi sentito forte il dovere di difendere l’impegno di tutti i consiglieri comunali presenti, rivolgendo loro un plauso per il senso di responsabilità e di impegno profuso da quando la nuova Amministrazione Pugnaloni è alla guida della città.
Si pensi solo che la giornata di ieri ha visto svilupparsi un Consiglio convocato alle ore 17,30 e conclusosi oltre le ore 1,00 del giorno successivo.
Sono stata costretta ad affermare ciò che è scontato e ovvio, ma che evidentemente sfugge a qualche consigliere che dimostrando di essere solo interessato alla ricerca di una personale visibilità non si rende conto nemmeno della gravità delle proprie affermazioni, mi riferisco al fatto che il Consiglio Comunale ha agito e agisce a pieni poteri derivanti dalla validità di ogni seduta data dalla presenza, in Sala Gialla, di ben oltre la metà dei Consiglieri compreso il Sindaco deliberando a maggioranza dei voti.
Per quanto riguarda i 7 consiglieri di minoranza ho comunicato al Consiglio che per le loro assenze gli stessi hanno provveduto a presentare, come previsto dal nostro Statuto, la relativa giustificazione. Diversamente sarebbe stato mio dovere e compito presentare all’approvazione del Consiglio Comunale gli atti necessari e conseguenti .
Ritengo che compito di tutti coloro che si sono resi disponibili a mettersi a servizio della città sia quello di lavorare con serietà e forte senso di responsabilità evitando di mettersi alla frenetica ricerca di lanciare falsi allarmi per mettere in campo espedienti che, come nel caso delle dichiarazioni rese ieri sera in Consiglio, vogliono tendere solo a creare tensione in città.
I cittadini vogliono fatti concreti, non chiacchiere da bar. A cosa dovrebbe servire la politica, se non a risolvere i problemi concreti?
Dobbiamo agire tenendo alto il valore della politica e della democrazia consapevoli che ogni nostro agire ha conseguenze sulla vita della collettività. Solo così possiamo crescere insieme ai nostri cittadini restituendo loro la fiducia nelle Istituzioni e nell’agire politico e dimostrando di essere interessati solo ed esclusivamente al bene comune.

Paola Andreoni
Presidente del Consiglio Comunale di Osimo
Sala Gialla Consiglio

Cultura in lutto

La civiltà e la cultura di tutto il mondo hanno appreso con profondo senso di sgomento della brutale uccisione di Khaled Asaad, l’ottantaduenne archeologo siriano che ha difeso fino alla morte i beni di Palmira. Ancora una volta l’Isis si mostra protagonista di fenomeni che ci riportano alle peggiori espressioni di oscurantismo vissute dall’umanità e si rende interprete di un vile esplicito oltraggio ai valori espressi dalla cultura e dalla civiltà.
Dolore e sincera commozione non trovo altre parole per condannare il gesto barbaro di questi saccheggiatori nei confronti di questo indifeso guardiano del patrimonio archeologico.
Assa

Buone VACANZE a tutti

Oggi il sole stenta ad uscire fuori ma, come tanti anni fa in una originaria Numana, niente ferma gli osimani.  A tutti gli osimani in ferie, Buon proseguimento di vacanza e buon riposo.

al mareUna bella foto gentilmente donata dal bravo fotografo osimano, V.Renzoni

De Gasperi un Grande Statista

Alcide_de_GasperiNel 61esimo anniversario della morte  ( 19 agosto 1954) di Alcide De Gasperi desidero ricordare questo grande statista che, con saggezza e lungimiranza, contribuì a fondare lo Stato democratico italiano dopo la tragedia della Seconda Guerra mondiale. A lui si deve anche la lungimiranza di aver contribuito a portare l’Europa a trasformarsi da continente carico di tensioni di stati nazionali autonomi al progetto di un’ unità di stati e di popoli.
Paola

La fabbrica della paura

giornale AvvenireLeonardo Becchetti 14 agosto 2015. La fabbrica della paura. I falsi dati e calcoli anti-immigrati
C’è una “fabbrica della paura” in servizio permanente effettivo che ha costruito una narrativa che alimenta la xenofobia di una parte degli italiani: gli stranieri sbarcano in numero sempre maggiore sulle nostre coste togliendo lavoro e risorse per il welfare agli italiani. Niente di più falso. I gesti concreti di accoglienza e le parole chiare venute ancora una volta dalla Chiesa italiana – soprattutto (ma non solo) per bocca del segretario generale della Cei, il vescovo Nunzio Galantino – hanno il merito di cogliere con particolare lucidità questo problema, particolarmente grave, che si aggroviglia a cavallo tra politica e comunicazione in Italia.
Cominciamo ad annotare, allora, che gli immigrati non sono un peso ma un beneficio per le casse dello Stato pagando 8,6 miliardi di euro di imposte su 45 miliardi di reddito imponibile e ottenendo, nel complesso, risorse pubbliche per 3,9 miliardi in meno. Con un rapporto di 1,06 – praticamente di uno a uno – tra popolazione che lavora e inattivi (il più basso nella Ue dopo la Grecia e contro l’1,76, ad esempio, della Germania) abbiamo, poi, enorme bisogno di “forza lavoro” addizionale. Quanto agli arrivi sta accadendo in realtà l’opposto di ciò che si racconta, perché la crisi economica ha ridotto la desiderabilità del nostro Paese. Gli immigrati si fermano da noi in quantità minori rispetto agli anni passati, approdano e transitano con la speranza di arrivare altrove, e invece noi ne abbiamo bisogno.
E purtroppo li sfruttiamo (come sta raccontando l’impressionante reportage di Matteo Fraschini Koffi pubblicato ieri e oggi a pagina 4, ndr) in filiere agricole dove sono pagati pochi euro al giorno per tenere bassi i prezzi dei nostri prodotti e alti i guadagni degli intermediari. Uno sfruttamento che arriva all’estremo, come le ancora recentissimi notizie di quattro morti per caldo e fatica nella raccolta di uva e pomodori in Puglia.
In una sua riflessione contro «la retorica della paura», Maurizio Ambrosini ricorda che gli ingressi che erano fino al 2009 più di 400mila all’anno sono scesi a circa 250mila (con una quota dominante di ingressi regolari rispetto agli sbarchi irregolari). Molti più stranieri vengono in realtà accolti da Germania, Francia, Regno Unito. Per non parlare di Paesi più “poveri” (ma evidentemente più ricchi di capacità di accoglienza) come Turchia e Libano, alle prese con milioni di di rifugiati senza per questo vedere incepparsi le loro economie. In Libano, oggi, ci sono 200 rifugiati ufficiali (in crescita costante) per 1.000 abitanti, in Italia 1 e in Svezia 9. E come quota di immigrati sulla popolazione in Italia siamo molto al di sotto di altri grandi Paesi come Germania e Francia anche se abbiamo registrato una crescita maggiore dal 2000 ad oggi.
Come ho potuto personalmente osservare in una ricerca condotta in Germania, negli anni di recessione la tolleranza verso gli stranieri tende a diminuire: ciò accade per la percezione che la torta non cresce e che lo “straniero” è colui che arriva per ridurre la tua fetta. I dati sopra citati ci dicono però che in realtà non è così, perché gli stranieri che lavorano contribuiscono a rendere la torta più grande e il loro “voto coi piedi” nei periodi di recessione si dirige in maniera preferenziale verso Paesi dove le torte sono maggiori e continuano a crescere (e i migranti contribuiscono col loro lavoro a farle crescere meglio). Ecco perché l’Italia è oggi meta molto meno appetita e prevalente terra di transito.
Il fatto che alcuni organi di comunicazione si siano trasformati da tranquilli e seri luoghi di approfondimento a “fabbriche del sospetto” e persino a “fabbriche dell’odio” verso gli stranieri dovrebbe allarmarci. L’obiettivo viene spesso realizzato con strumenti rozzi e grossolani, ma comunque efficaci nell’influenzare la sensibilità meno attenta dell’opinione pubblica.
Se il protagonista di un fatto efferato di cronaca è un nostro connazionale l’origine geografica non conta, se è un romeno, un rom o un africano la provenienza finisce subito nel titolo e per giorni apre il dibattito sul carattere della popolazione in questione. Più in generale, per motivi speculativi di posizionamento di mercato mediatico e politico, la “fabbrica dell’odio” fa passare un’associazione falsa e insidiosa: se per molti italiani le cose non vanno come un tempo, se il benessere economico si riduce, se si esce dalla classe media (7 milioni di persone), se per la prima volta questa generazione non crede che il futuro sarà migliore del presente, la colpa è di chi sbarca sulle nostre coste fuggendo da guerre e povertà.
Già in passato il soffermarsi morboso sui fatti di cronaca nera ha prodotto un’alterazione della realtà, con un’insicurezza percepita in grande aumento a fronte di una riduzione secolare degli omicidi nel nostro Paese. Oggi il tragico giochino si ripete con gli immigrati che sbarcano sulle nostre coste: sono in spaventoso aumento, si grida, e gli altri Paesi europei lasciano tutto il fardello e i relativi costi sulle nostre spalle. Le cronache di questo giornale smontano falsità e luoghi comuni, ma la “fabbrica della paura” (e del risentimento) lavora a pieno ritmo.
È evidente che l’immigrazione, oggi come in passato, richiede politiche efficaci a livello nazionale e internazionale relativamente alla distribuzione dei flussi, ai processi d’integrazione e ai criteri di selezione. Ma non è questo il punto su cui vogliamo soffermare l’attenzione. Se la strategia dell’opposizione al governo Renzi – che sta occupando anche spazi sinora tipici del centrodestra, annunciando un piano di riduzione delle tasse – è quella dell’odio contro gli stranieri il gioco è a perdere per l’Italia oltre che per chi lo conduce. La maggioranza degli italiani non si conquista con la retorica della paura. Il che non deve però indurci a ignorare il fatto che i danni che questa campagna può produrre al nostro tessuto sociale possono essere devastanti. Assieme all’annebbiamento delle menti, la “fabbrica della paura” può impoverirci non solo economicamente, ma anche umanamente e spiritualmente.

Eugenio Scalfari: La resistenza è nata l’8 settembre e tutti la ricordino

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari, • 15 Agosto 2015. L’8 settembre i lavori del Senato riprenderanno sul tema della riforma costituzionale.
Spesso mi vengono in mente strane associazioni di idee. Immagino che capiti a molti ed io di solito me le tengo per me, ma quelle di oggi desidero invece dirle: ho letto sui giornali che i lavori del Senato riprenderanno dopo la pausa estiva, l’8 settembre, sul tema — assai contrastato — della riforma costituzionale. Altro nessuno dice. Ebbene, sarà un caso, ma quella dell’8 settembre è una data fatidica nella storia moderna del nostro paese. Era il 1943 e il governo presieduto da Pietro Badoglio dette l’annuncio d’aver firmato l’armistizio con l’America e l’Inghilterra, aggiungendo che l’Italia si sarebbe opposta a chiunque si fosse schierato contro quella decisione. Di fatto (e di diritto) cambiavamo fronte, con un governo legittimo che controllava in quel momento soltanto i territori del Mezzogiorno dagli Abruzzi in giù; tutto il resto era nelle mani del governo di Salò presieduto da Mussolini e presidiato dall’Armata tedesca, dalle Ss naziste e dai fascisti.
In questa situazione accaddero due fatti rilevanti: l’esercito italiano si dissolse come neve al sole, lo Stato si sfasciò, la Patria con la P maiuscola si frantumò (per una trentina d’anni nessuno scrisse più la parola patria). In quegli stessi giorni cominciò la Resistenza nei territori occupati dai nazi-fascisti. Uno sfascio e una nascita. Questo doppio evento ha avuto un grande significato nella storia del nostro paese e venne annualmente celebrato al Quirinale, in Parlamento, all’Altare della Patria e alle Fosse Ardeatine. Ma anche quest’anno sarà così? Me lo auguro e per quanto riguarda il Quirinale ne sono più che sicuro.
Penso anche che ne parlerà la presidentessa della Camera (ancora chiusa) Laura Boldrini. Ma al Senato l’ordine del giorno prevede l’inizio della discussione d’un tema assai controverso che vede un solco profondo tra le varie forze politiche e all’interno del Pd. È probabile che il presidente Grasso ricordi l’8 settembre del ’43 ma l’assemblea sarà comunque in tutt’altre faccende affaccendata. Non so se il regolamento parlamentare glielo consenta, ma auspico che Grasso dia la parola ai senatori che vorranno ricordare quell’avvenimento storico che è sempre estremamente attuale e poi tolga la seduta. Sarebbe un gesto estremamente apprezzabile anche se in palese contrasto con chi ha stabilito di cominciare proprio in quel giorno una querelle che dividerà profondamente gli animi anziché unificarli come il significato storico della Resistenza vorrebbe.
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Gli altri temi di grande rilievo, alcuni di carattere internazionale, altri di carattere interno, sono: la Cina e la svalutazione della sua moneta, la Grecia e le decisioni finali dell’Eurogruppo convocato ieri a Bruxelles, la prospettiva sempre più urgente della nascita di un’autorità europea con una nuova governance, ampie cessioni di sovranità nazionali in economia e in politica. Per quanto riguarda i problemi interni campeggia quello del Mezzogiorno, del fisco e dell’occupazione ai quali altri se ne sono aggiunti: quello della Rai, quello della scuola, quelli della giustizia civile. Li ricordo perché è bene che siano tenuti presente, ma ovviamente cercherò di coglierne il significato con la massima brevità.
Il caso cinese non meritava l’allarme che per dieci giorni ha sconvolto i mercati di tutto il mondo. Più volte governi e Banche centrali dell’Asia, del Giappone, dell’Occidente avevano auspicato una svalutazione dello yuan che, per decisione del governo di Pechino, era stato fissato allo stesso tasso di cambio del dollaro. Un tasso artificiale e politico. Perché? Per incoraggiare gli investitori esteri a scegliere la Cina come loro mercato di espansione. A loro volta le esportazioni cinesi continuavano ad essere incoraggiate dai bassissimi costi di produzione e la moneta cinese comprava titoli pubblici americani in una misura addirittura preoccupante: con quelle riserve, quando l’avesse voluto, la Cina poteva comprare mezza America e mezza metà del mondo (come in parte ha fatto).
Ma ora svaluta la sua moneta. Perché? Perché le esportazioni sono fortemente diminuite, molte imprese private cinesi hanno ridotto il loro lavoro e l’occupazione. Di conseguenza i consumi ristagnano. Questa è la ragione della svalutazione dello yuan, oltre al desiderio di internazionalizzare la sua moneta negli organismi mondiali. Non ci sono dunque motivi di allarme. Tutto può accadere ma non è nelle previsioni.
Della Grecia c’è poco da dire. La trattativa si è alla fine chiusa positivamente anche se la Merkel ha alzato la voce: la Germania va al voto tra due anni e Angela deve fare la faccia feroce per mantenere il consenso della sua pubblica opinione. Gli altri lo sanno, a cominciare da Draghi, e questa è la partita la cui fine positiva è evidente.
Quanto all’Europa, il caso greco è stato provvidenziale per dimostrare la necessità di fare passi avanti verso lo Stato federale. Tra i più autorevoli sostenitori di questa tesi in Italia ci sono Romano Prodi e Guido Rossi. La Boldrini lo scrive esplicitamente sui giornali e ha l’intenzione di convocare i presidenti delle Camere di tutta Europa per una posizione comune. Sarebbe importante se ci riuscisse.
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Dei tre temi che dominano la situazione italiana c’è da dire che non si stanno facendo grandi progressi. Sono entrati nell’agenda del governo è questo è già un apprezzabile risultato, ma non si è andati molto più in là. Le procedure sono lunghe, la semplificazione della pubblica amministrazione comporta anch’essa una procedura assai complessa; Aldo Moro ai tempi suoi sosteneva che fosse necessaria almeno una generazione per rifondare lo Stato, perché di questo in realtà si tratta. In tempi di avanzata tecnologia diciamo pure che ci vorranno tre anni. Il resto, le novità che annuncia il ministro Madia, sono giocattolini da mettere sotto l’albero di Natale.
Questo per quanto riguarda il Mezzogiorno. Il punto che realmente bisognerebbe portare avanti è quello di far nascere ed educare una nuova classe dirigente e politica. I partiti nel Sud sono riserve di caccia, emirati, lobby, “ascari” come Salvemini chiamava i sostenitori di Giolitti. Dopo più d’un secolo i tempi non sono affatto cambiati. La gente onesta e consapevole del Sud è sempre più tentata dall’astensione. Oppure dal votare per gli “sceriffi” e gli “sceicchi”; ma non sarà un bel risultato. Il resto, l’occupazione, il sostegno dei poveri, gli investimenti, l’andamento del reddito, sono, questi sì, obiettivi dove il governo è concretamente impegnato e gode anche del sostegno di Mario Draghi.
Qualche miglioramento c’è ma ancora impercettibile. Le cifre del Pil aumentano in maniera marginale, quelle dell’occupazione non sono ancora positive e i consumi non riescono a ripartire.
Questa è la situazione. In parte dipende dal governo ma anche dall’Europa. Speriamo che consenta quella famosa flessibilità che finora però è parola ma non fatto.
Della riforma costituzionale del Senato non ho alcuna intenzione di parlare. Quello che penso l’ho già detto nelle lettere che ci siamo scambiati recentemente con Giorgio Napolitano e, per quanto mi riguarda, non ho altro da aggiungere. La partita è in mano a Renzi e ai dissenzienti del Pd. Ma una cosa è certa: il premierato, come il nostro presidente del Consiglio lo intende, non è compatibile con la democrazia parlamentare. Che ognuno si regoli come meglio crede.

Evento 'Il Cortile dei Giornalisti'

Massimo Gramellini: STAI BENE ?

La Stampa il Buongiorno• 08-agosto-2015 di Massimo Gramellini. Come Stai ?

Cosa farei se vedessi un uomo sul cornicione di un ponte con i piedi pronti al grande balzo? Jamie Harrington, dublinese di sedici anni, è salito sul ponte, si è seduto accanto all’aspirante suicida e gli ha gettato al collo solamente due parole: «Stai bene?». Per tutta risposta l’uomo si è messo a piangere. In tre quarti d’ora di monologo ha concentrato le miserie di una vita.

La sensazione di essere invisibile, inutile, inadeguato. Jamie gli ha lasciato finire il racconto e poi ha detto: «Stanotte non riuscirei a dormire se ti sapessi in giro da solo per la città. Chiamerò un’ambulanza perché ti porti in ospedale». L’uomo alla deriva si è lasciato trarre in salvo: più per non deludere il nuovo amico che per altro. Si sono scambiati i numeri di telefono. A tre mesi da quella notte lo smartphone di Jamie ha suonato e lui ha subito riconosciuto la voce: «Stai bene? Sono state quelle due parole a salvarmi». «Com’è possibile che ti siano bastate due parole?», gli ha chiesto Jamie. «Immagina se per tutta la vita non te le avesse rivolte mai nessuno».

Stai bene. Nel comunicare col prossimo, persino con le persone amate, si preferisce usarne altre più intrusive. «Come è andata?», «Con chi sei stato?». E quando si chiede a qualcuno come sta è solo per recitare una formula di cortesia che spesso non prevede di prestare attenzione alla risposta. Eppure, se pronunciate a cuore aperto, quelle due parole pare facciano miracoli. L’uomo che voleva togliersi la vita ne ha appena creata una nuova, con la collaborazione decisiva di sua moglie. Dice che aspettano un maschio e che lo chiameranno Jamie.

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Buon FERRAGOSTO  a tutti gli JAMIE  e a tutte le persone di questo mondo che pensano di essere alla deriva
.
Paola
come stai

 

Eugenio Scalfari: L’Europa di Mattarella e di Berlino e l’Italia di Matteo

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari, • 02-Agosto-15.  L’Europa di Mattarella e di Berlino e l’Italia di Matteo
Un ministro del Tesoro europeo. Argomenti da trattare ce ne sono molti questa settimana, europei e italiani. Viene da pensare che siamo ad un punto di svolta, ad un mutamento strutturale economico, sociale, politico in tutto il mondo che ci circonda. Difficile disporli in ordine di importanza, ma per me ce n’è uno che merita l’apertura di quest’articolo ed è la pagina di Roberto Saviano sul nostro giornale di ieri che sotto forma di lettera aperta al presidente del Consiglio parla della terribile crisi che da anni con un inarrestabile crescendo sta devastando il Mezzogiorno del nostro paese.
La Svimez ha fornito le cifre di questa devastazione, la più significativa delle quali riguarda la crescita del reddito. Quella del Sud italiano è la metà della crescita greca e basterebbe questo dato per misurarne la gravità, ma Saviano ne fornisce altri che segnalano perfino la drastica diminuzione delle nascite e paradossalmente un fenomeno del tutto inatteso: le varie mafie del Sud spediscono al Nord e addirittura all’estero i soldi estorti con i sequestri di persona, il racket d’ogni genere, il contrabbando di droga. È al Nord d’Italia e d’Europa che le mafie del Sud inviano i loro denari sporchi, li fanno diventare puliti e li reinvestono in nuovi racket e in nuove corruzioni.
Saviano, come è nel suo stile, ha fatto dei dati Svimez un martello contundente contro il disinteresse del governo, un racconto, un dramma, un fenomeno non solo etico ma estetico, insomma una sorta di tragedia della Grecia classica, che nelle nostre terre del Sud esportò la sua civiltà, la sua arte e la sua politica. Ed anche il suo dramma. Il nostro Mezzogiorno rappresenta la scatola nera dell’Italia e dell’Europa e la scarsa attenzione che il governo Renzi gli ha fin qui riservato è un fatto inspiegabile che Saviano denuncia con estrema e ben meritata durezza. Speriamo che una risposta ci sia, e non sia un’irricevibile smentita ma l’impegno che finora è mancato nella generale indifferenza, salvo analoghe denunce, anch’esse cadute nel vuoto, di Giorgio Napolitano.
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Ed ora l’Europa, la crisi greca e, ovviamente, la Germania poiché “tout se tient”. Tsipras ha condotto con estrema abilità il suo rapporto con l’Europa; ha bluffato fino all’ultimo giorno valendosi della maggioranza politica che aveva alle spalle dopo il referendum; poi ha accettato le condizioni dell’Europa, dettate di fatto dalla Germania; ha silurato Varoufakis, ha ottenuto una nuova maggioranza parlamentare, ha negoziato qualche miglioramento in sede europea. Aggiungo che — a sua insaputa — ha reso all’Europa un grandissimo servigio: quello di risvegliare il nostro vecchio continente a imboccare la via che porterà da una Confederazione di 28 Stati sovrani ad una Federazione che faccia nascere gli Stati Uniti d’Europa.
Non so se Tsipras si proponesse questo scopo, ma so che questo è accaduto. Un evento che ha preso in contropiede gli antieuropeisti alla Salvini, alla Grillo, alla Le Pen, a Podemos. E in casa nostra perfino ad una certa sinistra che era andata addirittura ad Atene per festeggiare il referendum voluto da Syriza (l’ultimo e ben calibrato bluff di Tsipras). Il tema vero non è — come pensa perfino Zagrebelsky — quello di dare diritto di dissenso alla Grecia, ma piuttosto quello di cessioni di sovranità di tutti i paesi membri dell’Unione al Parlamento dell’Ue e trasformarla in uno Stato continentale che sia in grado di competere e di collaborare con pari forza con gli Stati già operanti nella società globale in cui viviamo e sempre più vivremo se ne saremo all’altezza.
Da questo punto di vista va segnalata la mossa di Schaeuble d’accordo con la Merkel e con Hollande: un bilancio europeo molto più consistente di quello attuale e un ministro del Tesoro europeo che lo gestisca e sia l’interlocutore unico nei confronti della Banca centrale europea. La proposta sarà attentamente studiata e discussa poi dal Parlamento, dalla Commissione e dai governi dei 28 paesi, ma appare difficile che sia rifiutata posto che sono d’accordo su di essa la Germania e la Francia. Segnalo a questo proposito un articolo da noi pubblicato di uno dei maggiori dirigenti della politica finanziaria francese, Harlem Désir, che sostiene appunto questa svolta strutturale del nostro continente e segnalo altresì che sia Draghi sia il nostro ministro dell’Economia sono da tempo su questa stessa lunghezza d’onda.
Ma un punto va aggiunto e chiarito: il nuovo bilancio europeo e il ministro del Tesoro che lo gestirà non debbono soltanto avere lo scopo di aiutare i paesi membri in difficoltà, ma debbono anche, anzi soprattutto, effettuare investimenti propri e quindi avere un debito sovrano oltre che un bilancio sovrano ed emettere buoni del Tesoro europeo. Questa è la strada che porta all’Unione politica oltre che economica e fa della moneta comune non già uno strumento di scambi ma anche il nucleo dell’unità politica del continente.
La vera e duplice battaglia sulla quale il governo italiano è impegnato è dunque questa: l’Europa sovrana, il Sud d’Italia riscattato. Matteo Renzi imboccherà questa duplice strada o continuerà a comandar da solo, che è il traguardo che finora lo ha interamente assorbito? E la sinistra del Pd sceglierà di dar voce a una nuova sinistra europea che finora è di fatto scomparsa?
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Il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il tema dell’unità europea l’ha affrontato con forza e chiarezza nel discorso fatto agli ambasciatori italiani. Quell’unità, quello Stato federale con dimensioni continentali, lui lo auspica ed esorta i governi nazionali, a cominciare dal nostro, ad impegnarsi per realizzarlo. Ma non ha detto soltanto questo. Due giorni fa, durante la cerimonia del ventaglio, il Presidente ha affrontato un altro delicatissimo tema: quello di comandare da soli. In una democrazia parlamentare di cui la nostra Costituzione descrive i vari snodi entro i quali si articola, comandare da soli è peggio di un errore, contrasta con l’essenza stessa della democrazia fondata sul “demos”, cioè sul popolo sovrano che non cessa d’esser tale ad elezioni avvenute, ma tale rimane attraverso i suoi diretti rappresentanti che non sono i partiti ma il Parlamento degli elettori.
Per completare il ragionamento del nostro Presidente ogni potere dello Stato nazionale ha il proprio campo di competenza e le prerogative che quella competenza gli consente di esercitare. Le sue sono quelle di assicurarsi che ogni potere costituzionale eserciti il suo mandato correttamente e senza sconfinamenti in territori altrui e così anche le leggi che il Parlamento approva. I poteri solitari ed assoluti sono fuori dalla Costituzione e obbligherebbero il Capo dello Stato a rinviare alle Camere le leggi che andassero contro questa concezione della democrazia.
Questa corretta visione ha come propria fonte storica lo Stato di diritto elaborato da Montesquieu. Si tratta della premessa di ogni democrazia. La legge elettorale e la riforma del Senato sono direttamente coinvolte da questa visione dello Stato di diritto. Se ne parlerà in autunno ma non c’è dubbio che anche la legge sulla riforma della Rai comporta possibili, anzi probabili sconfinamenti che possono indebolire il nostro “demos” portando verso una pericolosa estromissione democratica. Questo non va affatto bene ed occorre impedirlo.
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All’ultimo posto di questo mio sermone domenicale, come alcuni miei amici lo chiamano, restano un paio di quisquilie (ma sono veramente tali?). Una riguarda il voto sull’arresto del senatore Azzollini, richiesto dalla Procura di Trani e respinto da una maggioranza di senatori di cui gran parte del Pd. L’arresto o i “domiciliari” deve essere convalidato o respinto dalla Camera di appartenenza e la motivazione verte sull’esistenza o meno di un “fumus boni iuris”. Cioè se il magistrato che lo chiede ne abbia diritto sulla base di indizi probatori in suo possesso oppure tali indizi non vi siano o non siano probanti.
Nel caso di specie molti senatori hanno ritenuto, dopo aver controllato le carte trasmesse dal Gip di Trani, che il “fumus” non ci fosse e quindi l’hanno respinto. La maggioranza li ha seguiti e l’arresto di Azzollini è stato respinto salvo il processo che avrà luogo e deciderà. Tutto regolare salvo un punto che qui merita di essere ricordato: i senatori che hanno votato sì all’arresto anziché no hanno esercitato una delle loro prerogative sancite da un articolo della Costituzione che stabilisce: “Il membro del Parlamento rappresenta la nazione senza vincolo di mandato”. Se appartiene ad un partito, quel partito può punirlo e perfino espellerlo (dal partito) ma restano ferme le sue prerogative parlamentari che può liberalmente esercitare “senza vincolo di mandato”.
Un’altra quisquilia è la riforma della Rai, la quale è di proprietà del Tesoro che nomina un suo rappresentante come futuro direttore generale con vasti poteri esecutivi autonomi rispetto al consiglio di amministrazione entro limiti finanziari prestabiliti. Quanto ai membri del consiglio, sono nominati con metodo proporzionale dai vari gruppi parlamentari. La riforma Renzi accresce i poteri del direttore generale (o amministratore delegato) e avvia un cambiamento del metodo di elezione del consiglio diminuendone il numero da 9 a 7 membri. Su un emendamento il governo è andato in minoranza al Senato e quindi ha adottato la vecchia legge Gasparri per evitare che il consiglio attuale sia ulteriormente prorogato.
Di fatto il metodo Gasparri consente al governo di avere la maggioranza in consiglio salvo i poteri di controllo del consiglio di sorveglianza che Renzi vorrebbe addirittura abolire o limitarne ulteriormente i poteri. La battaglia è in corso ma, salvo la nomina dell’amministratore e del consiglio che avverranno nei prossimi giorni, il resto verrà dopo. Il rischio vero è che la Rai non dipenda più dai partiti (che è comunque un male) ma dal governo (che è un male ancora più grosso).
Ultimo tema da segnalare: tra maggio e giugno l’occupazione è diminuita di 22mila unità e la disoccupazione giovanile è aumentata del 2 per cento. Mi sembra che anche nelle quisquilie il “demos” stia scomparendo del tutto e questo — l’ho già scritto ma lo ripeto — non va assolutamente bene.
Evento 'Il Cortile dei Giornalisti'

2 agosto 1980: la strage di Bologna, una ferita inguaribile per la storia del nostro Paese.

2 AGOSTO 2015

A 35 ANNI DALLA STRAGE FASCISTA

ALLA STAZIONE di BOLOGNA

NON DIMENTICHIAMO!

Una bruttissima pagina della nostra storia che ancor oggi non ha trovato VERITA’
Non ho parole, siamo di fronte all’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia” così si esprimeva, in lacrime, il presidente Pertini nel pomeriggio del 2 agosto di 35 anni fa.
Credo che il sentimento di oggi non sia differente.
E’ necessario e giusto fare memoria e, nuovamente, commuoverci.
La necessità é quella di ri-dirci umani nonostante quanto é stato affinché non sia più poiché ricordare é fondamentalmente un atto conoscitivo, ricordare e celebrare il ricordo é guardarci allo specchio, sapere chi siamo e non distogliere lo sguardo dall’ombra nera che, ancora, non se n’é andata.
La giustizia dopo la strage di Bologna non c’é ancora. Troppo c’é ancora da dire e da capire.
Il ricordo va ai bambini e alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze, agli uomini e ale donne vittime innocenti di un’Italia ancora oggi ferita.
Paola

Agosto. Improvviso si sente
un odore di brace.
Qualcosa che brucia nel sangue
e non ti lascia in pace,
un pugno di rabbia che ha il suono tremendo
di un vecchio boato:

L’accoglienza è un dovere cristiano

Un plauso a questi due vescovi   di Treviso e di Vittorio Veneto che scrivono ai cristiani sulla questione immigrazione.

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