Eugenio Scalfari: L’Europa di Mattarella e di Berlino e l’Italia di Matteo

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari, • 02-Agosto-15.  L’Europa di Mattarella e di Berlino e l’Italia di Matteo
Un ministro del Tesoro europeo. Argomenti da trattare ce ne sono molti questa settimana, europei e italiani. Viene da pensare che siamo ad un punto di svolta, ad un mutamento strutturale economico, sociale, politico in tutto il mondo che ci circonda. Difficile disporli in ordine di importanza, ma per me ce n’è uno che merita l’apertura di quest’articolo ed è la pagina di Roberto Saviano sul nostro giornale di ieri che sotto forma di lettera aperta al presidente del Consiglio parla della terribile crisi che da anni con un inarrestabile crescendo sta devastando il Mezzogiorno del nostro paese.
La Svimez ha fornito le cifre di questa devastazione, la più significativa delle quali riguarda la crescita del reddito. Quella del Sud italiano è la metà della crescita greca e basterebbe questo dato per misurarne la gravità, ma Saviano ne fornisce altri che segnalano perfino la drastica diminuzione delle nascite e paradossalmente un fenomeno del tutto inatteso: le varie mafie del Sud spediscono al Nord e addirittura all’estero i soldi estorti con i sequestri di persona, il racket d’ogni genere, il contrabbando di droga. È al Nord d’Italia e d’Europa che le mafie del Sud inviano i loro denari sporchi, li fanno diventare puliti e li reinvestono in nuovi racket e in nuove corruzioni.
Saviano, come è nel suo stile, ha fatto dei dati Svimez un martello contundente contro il disinteresse del governo, un racconto, un dramma, un fenomeno non solo etico ma estetico, insomma una sorta di tragedia della Grecia classica, che nelle nostre terre del Sud esportò la sua civiltà, la sua arte e la sua politica. Ed anche il suo dramma. Il nostro Mezzogiorno rappresenta la scatola nera dell’Italia e dell’Europa e la scarsa attenzione che il governo Renzi gli ha fin qui riservato è un fatto inspiegabile che Saviano denuncia con estrema e ben meritata durezza. Speriamo che una risposta ci sia, e non sia un’irricevibile smentita ma l’impegno che finora è mancato nella generale indifferenza, salvo analoghe denunce, anch’esse cadute nel vuoto, di Giorgio Napolitano.
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Ed ora l’Europa, la crisi greca e, ovviamente, la Germania poiché “tout se tient”. Tsipras ha condotto con estrema abilità il suo rapporto con l’Europa; ha bluffato fino all’ultimo giorno valendosi della maggioranza politica che aveva alle spalle dopo il referendum; poi ha accettato le condizioni dell’Europa, dettate di fatto dalla Germania; ha silurato Varoufakis, ha ottenuto una nuova maggioranza parlamentare, ha negoziato qualche miglioramento in sede europea. Aggiungo che — a sua insaputa — ha reso all’Europa un grandissimo servigio: quello di risvegliare il nostro vecchio continente a imboccare la via che porterà da una Confederazione di 28 Stati sovrani ad una Federazione che faccia nascere gli Stati Uniti d’Europa.
Non so se Tsipras si proponesse questo scopo, ma so che questo è accaduto. Un evento che ha preso in contropiede gli antieuropeisti alla Salvini, alla Grillo, alla Le Pen, a Podemos. E in casa nostra perfino ad una certa sinistra che era andata addirittura ad Atene per festeggiare il referendum voluto da Syriza (l’ultimo e ben calibrato bluff di Tsipras). Il tema vero non è — come pensa perfino Zagrebelsky — quello di dare diritto di dissenso alla Grecia, ma piuttosto quello di cessioni di sovranità di tutti i paesi membri dell’Unione al Parlamento dell’Ue e trasformarla in uno Stato continentale che sia in grado di competere e di collaborare con pari forza con gli Stati già operanti nella società globale in cui viviamo e sempre più vivremo se ne saremo all’altezza.
Da questo punto di vista va segnalata la mossa di Schaeuble d’accordo con la Merkel e con Hollande: un bilancio europeo molto più consistente di quello attuale e un ministro del Tesoro europeo che lo gestisca e sia l’interlocutore unico nei confronti della Banca centrale europea. La proposta sarà attentamente studiata e discussa poi dal Parlamento, dalla Commissione e dai governi dei 28 paesi, ma appare difficile che sia rifiutata posto che sono d’accordo su di essa la Germania e la Francia. Segnalo a questo proposito un articolo da noi pubblicato di uno dei maggiori dirigenti della politica finanziaria francese, Harlem Désir, che sostiene appunto questa svolta strutturale del nostro continente e segnalo altresì che sia Draghi sia il nostro ministro dell’Economia sono da tempo su questa stessa lunghezza d’onda.
Ma un punto va aggiunto e chiarito: il nuovo bilancio europeo e il ministro del Tesoro che lo gestirà non debbono soltanto avere lo scopo di aiutare i paesi membri in difficoltà, ma debbono anche, anzi soprattutto, effettuare investimenti propri e quindi avere un debito sovrano oltre che un bilancio sovrano ed emettere buoni del Tesoro europeo. Questa è la strada che porta all’Unione politica oltre che economica e fa della moneta comune non già uno strumento di scambi ma anche il nucleo dell’unità politica del continente.
La vera e duplice battaglia sulla quale il governo italiano è impegnato è dunque questa: l’Europa sovrana, il Sud d’Italia riscattato. Matteo Renzi imboccherà questa duplice strada o continuerà a comandar da solo, che è il traguardo che finora lo ha interamente assorbito? E la sinistra del Pd sceglierà di dar voce a una nuova sinistra europea che finora è di fatto scomparsa?
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Il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il tema dell’unità europea l’ha affrontato con forza e chiarezza nel discorso fatto agli ambasciatori italiani. Quell’unità, quello Stato federale con dimensioni continentali, lui lo auspica ed esorta i governi nazionali, a cominciare dal nostro, ad impegnarsi per realizzarlo. Ma non ha detto soltanto questo. Due giorni fa, durante la cerimonia del ventaglio, il Presidente ha affrontato un altro delicatissimo tema: quello di comandare da soli. In una democrazia parlamentare di cui la nostra Costituzione descrive i vari snodi entro i quali si articola, comandare da soli è peggio di un errore, contrasta con l’essenza stessa della democrazia fondata sul “demos”, cioè sul popolo sovrano che non cessa d’esser tale ad elezioni avvenute, ma tale rimane attraverso i suoi diretti rappresentanti che non sono i partiti ma il Parlamento degli elettori.
Per completare il ragionamento del nostro Presidente ogni potere dello Stato nazionale ha il proprio campo di competenza e le prerogative che quella competenza gli consente di esercitare. Le sue sono quelle di assicurarsi che ogni potere costituzionale eserciti il suo mandato correttamente e senza sconfinamenti in territori altrui e così anche le leggi che il Parlamento approva. I poteri solitari ed assoluti sono fuori dalla Costituzione e obbligherebbero il Capo dello Stato a rinviare alle Camere le leggi che andassero contro questa concezione della democrazia.
Questa corretta visione ha come propria fonte storica lo Stato di diritto elaborato da Montesquieu. Si tratta della premessa di ogni democrazia. La legge elettorale e la riforma del Senato sono direttamente coinvolte da questa visione dello Stato di diritto. Se ne parlerà in autunno ma non c’è dubbio che anche la legge sulla riforma della Rai comporta possibili, anzi probabili sconfinamenti che possono indebolire il nostro “demos” portando verso una pericolosa estromissione democratica. Questo non va affatto bene ed occorre impedirlo.
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All’ultimo posto di questo mio sermone domenicale, come alcuni miei amici lo chiamano, restano un paio di quisquilie (ma sono veramente tali?). Una riguarda il voto sull’arresto del senatore Azzollini, richiesto dalla Procura di Trani e respinto da una maggioranza di senatori di cui gran parte del Pd. L’arresto o i “domiciliari” deve essere convalidato o respinto dalla Camera di appartenenza e la motivazione verte sull’esistenza o meno di un “fumus boni iuris”. Cioè se il magistrato che lo chiede ne abbia diritto sulla base di indizi probatori in suo possesso oppure tali indizi non vi siano o non siano probanti.
Nel caso di specie molti senatori hanno ritenuto, dopo aver controllato le carte trasmesse dal Gip di Trani, che il “fumus” non ci fosse e quindi l’hanno respinto. La maggioranza li ha seguiti e l’arresto di Azzollini è stato respinto salvo il processo che avrà luogo e deciderà. Tutto regolare salvo un punto che qui merita di essere ricordato: i senatori che hanno votato sì all’arresto anziché no hanno esercitato una delle loro prerogative sancite da un articolo della Costituzione che stabilisce: “Il membro del Parlamento rappresenta la nazione senza vincolo di mandato”. Se appartiene ad un partito, quel partito può punirlo e perfino espellerlo (dal partito) ma restano ferme le sue prerogative parlamentari che può liberalmente esercitare “senza vincolo di mandato”.
Un’altra quisquilia è la riforma della Rai, la quale è di proprietà del Tesoro che nomina un suo rappresentante come futuro direttore generale con vasti poteri esecutivi autonomi rispetto al consiglio di amministrazione entro limiti finanziari prestabiliti. Quanto ai membri del consiglio, sono nominati con metodo proporzionale dai vari gruppi parlamentari. La riforma Renzi accresce i poteri del direttore generale (o amministratore delegato) e avvia un cambiamento del metodo di elezione del consiglio diminuendone il numero da 9 a 7 membri. Su un emendamento il governo è andato in minoranza al Senato e quindi ha adottato la vecchia legge Gasparri per evitare che il consiglio attuale sia ulteriormente prorogato.
Di fatto il metodo Gasparri consente al governo di avere la maggioranza in consiglio salvo i poteri di controllo del consiglio di sorveglianza che Renzi vorrebbe addirittura abolire o limitarne ulteriormente i poteri. La battaglia è in corso ma, salvo la nomina dell’amministratore e del consiglio che avverranno nei prossimi giorni, il resto verrà dopo. Il rischio vero è che la Rai non dipenda più dai partiti (che è comunque un male) ma dal governo (che è un male ancora più grosso).
Ultimo tema da segnalare: tra maggio e giugno l’occupazione è diminuita di 22mila unità e la disoccupazione giovanile è aumentata del 2 per cento. Mi sembra che anche nelle quisquilie il “demos” stia scomparendo del tutto e questo — l’ho già scritto ma lo ripeto — non va assolutamente bene.
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