Eugenio Scalfari: Piccole grandi cose, dalla Francia nazionalista alla Leopolda.

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari, • 13 Dicembre 2015. Parigi, vittima del terrorismo, diventa il centro della politica estera europea. Con l’Ue l’Italia di Renzi è ormai in aperto contrasto. Il nostro è il Paese in maggiore dissenso con le Autorità di Bruxelles e con la Germania. Siamo l’unico Stato occidentale che non si considera in guerra con il Califfato. Ma i guai con l’Europa riguardano anche la politica economica, la flessibilità, la gestione del debito pubblico.
Accadono parecchie cose importanti mentre mi accingo a scrivere quest’articolo. In Francia si sta per votare il ballottaggio per i governatori delle regioni che videro domenica scorsa il trionfo del Fronte Nazionale. La sfida è tra i lepenisti e i repubblicani di Sarkozy appoggiati dai socialisti di Hollande. Una specie di “union sacrée” che contiene però un’anomalia: sono due nazionalismi dei quali uno è fortemente xenofobo e l’altro non lo è. Il risultato avrà effetti dovunque in Europa, ma una vittoria del lepenismo darebbe maggior forza alle destre razziste mentre una sua sconfitta produrrebbe l’effetto contrario.
Se parliamo di quanto avviene in Italia ricorderò che siamo nel secondo giorno del raduno alla Leopolda e alla seconda settimana dello scandalo delle quattro piccole banche che hanno messo in gioco molti milioni di euro e mostrato gravi difetti di sistema. Nel frattempo continua la guerra al Califfato e si è aperto un terzo fronte dopo quelli siriano e iracheno: si combatte ora su un fronte libico-tunisino, che interessa direttamente l’Italia per ragioni geopolitiche. Infine papa Francesco dopo aver aperto la porta del Giubileo a San Pietro aprirà quelle di San Giovanni in Laterano e di Santa Maria Maggiore. Di quest’ultimo argomento parleremo soltanto dopo il discorso che papa Francesco farà il 21 prossimo davanti alla Curia. Siamo alla vigilia del Natale ma il Papa non farà un intervento latte e miele. Credo che sarà piuttosto più rivoluzionario del solito. Comunque lo esamineremo subito dopo averlo letto nel suo testo integrale. Ora andiamo ad approfondire gli altri temi elencati all’inizio.
Il Fronte Nazionale guidato da Marine Le Pen e da sua nipote Marion non è più da tempo un movimento territoriale di natura simile alla Lega italiana. Del resto anche la Lega di Matteo Salvini ha cambiato pelle rispetto a quella di Bossi, l’esempio di Marine Le Pen ha fatto scuola sebbene la Lega non sia di fatto uscita dalla Pianura padana che è il suo insediamento storico. Il Fronte Nazionale comunque è ormai un partito di destra che si completa con un nazionalismo antieuropeo e con la netta chiusura alle immigrazioni. Ovviamente è anche contro la moneta europea e in favore del ritorno alle monete nazionali. Intona la Marsigliese insieme a Hollande ma utilizza il terrorismo islamico in tutt’altro modo dei socialisti francesi. Per di più riesce a coinvolgere e ricevere voti provenienti anche dall’estrema sinistra, percorsa da una sorta di rabbia sociale e politica contro le élites e l’attuale classe dirigente. La vittoria al primo turno elettorale proviene infatti soprattutto dalle regioni del Nordovest francese dove abbondano operai senza più lavoro e speranza. Non è un caso se la presenza del Fronte Nazionale a Parigi e nell’Île-de-France è pressoché nulla.
Va detto tuttavia che il nazionalismo non è monopolio del Fronte Nazionale ma alligna (eccome) perfino nel partito socialista. Ha le sue radici nella “Grandeur de la France” che esiste a dir poco dai tempi del cardinale di Richelieu ed ebbe come simboli di continuità il Re Sole nel Seicento e Napoleone nell’Ottocento, ma è tuttora pienamente esistente. Hollande è europeista se e soltanto se è la Francia a guidare l’Europa, o magari il tandem Francia-Germania purché quest’ultima si limiti alla politica economica e lascia a Parigi la politica estera. La Gran Bretagna è periferica e isolazionista. Il resto d’Europa deve seguire e seguirà oppure ne sopporterà le conseguenze.
Gli attentati terroristici del Califfato hanno scatenato la guerra, questo è fuori dubbio. Una guerra strana e asimmetrica. Una guerra, e questo è l’aspetto positivo per la Francia anche se il prezzo pagato è tutt’altro che lieve. La Francia vittima del terrorismo diventa il centro della politica estera europea e Hollande detta infatti direttive e s’incontra bilateralmente con gli altri membri dell’Ue trattando anche con Obama e con Putin. Il suo partito conta assai poco, ma lui ottiene molto perché lui è la Francia ancora per due anni e forse anche dopo. Il voto di oggi sarà molto importante da questo punto di vista. La “souveraineté” è comune a tutti i partiti francesi ma tocca al popolo stabilirne la titolarità e sono in tre ad aspirarvi da posizioni molto diverse l’uno dall’altro.
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Con l’Europa l’Italia di Matteo Renzi è ormai in aperto contrasto. La verità è che il nostro è il Paese dell’Europa in maggiore dissenso con le Autorità di Bruxelles e con la Germania. La Francia ci tratta come il padre tratterebbe un figlio con desiderio di autonomia e un orgoglio che non corrisponde alla realtà: difetti che il padre comprende e spesso perdona ma talvolta bacchetta.
Siamo – tanto per fare un esempio – il solo Paese dell’Eurozona e dell’intero Occidente che non si considera in guerra con il Califfato. Abbiamo quattro aerei Tornado e droni che sorvolano alcune zone dell’Iraq per fotografare possibili obiettivi da bombardare e basta. Guerra? Niente guerra se prima non ci sia una coalizione mondiale che indichi l’obiettivo politico finale quando il Califfato e le sue propaggini terroristiche saranno state distrutte e i confini della regione mediorientale opportunamente modificati. Vien da dire a “babbo morto”.
Questo significa che qualcuno la guerra dovrà pur farla, ma noi no. Mettiamo insieme le “intelligence” questo sì; mandiamo cento militari in più al posto di altrettanti francesi richiesti per altri più importanti impegni, nel contingente Onu in Libano. Basta così. Hollande del resto non ha chiesto nulla più di questo dopo un incontro con Renzi durato venti minuti a Parigi. Il figlio è simpatico ma un po’ discolo. Pretendere di più sarebbe tempo perso.
Ma, guerra a parte, i guai con l’Europa riguardano la politica economica, la flessibilità, la gestione del debito pubblico. La Germania lesina, la Commissione europea lesina, il presidente dell’Eurozona lesina, la Francia si occupa d’altro. Dal punto di vista della flessibilità e della gestione del debito anche la Francia è in difetto con Bruxelles ma il debito francese è assai minore del nostro e poi la Francia è in guerra e noi no, differenza non da poco.
Noi vogliamo fare una politica neo-keynesiana, governare col deficit. Il ministro tedesco dell’Economia, Schaeuble non vuole, Merkel non vuole, Juncker non vuole. Neppure Draghi vuole, anche se sta comprando titoli e obbligazioni private in Europa e quindi in Italia a tutto spiano. Il prezzo del petrolio scende e per noi è un buon risparmio. Il tasso di cambio incoraggia le nostre esportazioni verso l’area del dollaro e questa è crescita. Il tasso di interesse scende e questa è una buona carta che crea un avanzo nei prezzi di collocamento dei vari buoni del Tesoro. Questo lo fa Draghi, non Renzi, ma il nostro presidente del Consiglio nel frattempo non è stato con le mani in mano, anzi ha mosso la nostra società con cambiamenti che aspettavano da trent’anni di essere attuati ma nessuno c’era riuscito. Lui sì e l’elenco è lungo: “In un anno e mezzo di governo – ha scritto Marcello Sorgi sulla Stampa di venerdì – è riuscito a fare approvare da un Parlamento ingovernabile la riforma elettorale, quella del lavoro, la legge sulla responsabilità dei giudici, la riforma della scuola e sta per ottenere la riforma costituzionale (cancellazione del bicameralismo) e quella della Rai. E poi la rottamazione ai vertici delle aziende pubbliche”.
Tutto vero caro Sorgi, ma sono riforme buone per il popolo oppure indifferenti o dannose? Non mi pronuncio in materia perché l’ho fatto più volte proprio in quell’anno e mezzo in cui venivano proposte e approvate. Risultati? Ancora non sappiamo perché non li hanno prodotti. In compenso è scoppiato lo scandalo bancario e di questo occorre approfondire qualche aspetto.
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Ho la sensazione che molti non abbiamo ben chiaro il rapporto tra la banca e la moneta. Storicamente si tratta di questo: l’intermediazione tra chi ha bisogno di prestiti e chi ha la capacità di trovare il denaro necessario. Si chiama banca, il banchiere riesce a trovare chi presta soldi e lui a sua volta li presta a chi glielo chiede. Il banchiere cioè riceve prestiti e li presta a sua volta; naturalmente preleva una commissione a suo favore e così ne nasce un profitto e nuove iniziative. Il prestito ricevuto dal banchiere si chiama deposito, cioè moneta risparmiata e depositata che produce reddito.
L’intera operazione crea moneta e dà frutto a tutti. Ma non mancano incidenti di percorso: debitori del banchiere che non riescono a utilizzare con profitto il prestito ricevuto e non sono in grado di restituirlo; i banchieri che perdono i loro crediti e rischiano di fallire, i depositanti il cui deposito non solo non rende più ma rischia di scomparire del tutto.
E poi ci sono operazioni truffaldine, del banchiere e/o del suo debitore a danno dei depositanti che possono anche avere investito i loro depositi in titoli il cui acquisto è stato suggerito o addirittura imposto dal banchiere in questione.
Nel caso specifico delle quattro banche di cui si tratta la gestione è stata molto spensierata da parecchi anni a questa parte, i prestiti sono spesso andati in sofferenza, i depositi sono stati indirizzati con mano dura verso acquisto di titoli che non potevano né dovevano essere offerti ad una clientela di modeste dimensioni ed infine ulteriori appropriazioni indebite sono state effettuate dai dirigenti delle banche medesime.
Sulla cattiva gestione che la vigilanza della Banca d’Italia dotata di ampi poteri ha attentamente indagato, la stessa Banca d’Italia ha decretato, forse con qualche ritardo, il commissariamento. Ma gran parte delle operazioni sopraindicate sono dei reati veri e propri e su quelli interverrà sicuramente la magistratura ordinaria. Quanto alla Banca centrale la quale detta i criteri con i quali le Banche centrali nazionali debbono esercitare la vigilanza, Draghi da tempo chiede all’Europa la garanzia sui depositi di tutti i Paesi dell’Eurozona e questo è il nucleo di quella che l’Europa ha già accettato in linea di principio e cioè l’Unione Bancaria.
Il governo italiano potrà ricorrere a questa garanzia europea quando essa sarà stata attuata, cosa che ancora non è avvenuta anche perché la Germania è piuttosto contraria. Ricordo che quando ci fu il fallimento del Banco Ambrosiano, dopo la gestione disastrosa del banchiere Calvi che fu poi ucciso dalla mafia, l’allora governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi e l’allora ministro del Tesoro Nino Andreatta separarono la banca fallita dalla banca rifatta e presieduta da Bazoli. In quell’occasione Ciampi inventò il metodo di consentire ai depositanti della banca fallita di chiedere che il loro deposito si trasformasse in un deposito presso la banca rifondata la quale a sua volta avrebbe dovuto assumere una parte delle responsabilità di fronte al liquidatore giudiziario e ricevere contemporaneamente un supporto dalla Banca centrale. Bisognerebbe rivedere quel passato e trarne qualche spunto operativo.
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Ed infine: esiste ancora la sinistra in Italia? Merita d’esser rifondata e opportunamente rappresentata? La sinistra esiste certamente come valore. In Italia c’è un partito di centrosinistra che sta cambiando pelle nel bene e anche nel male, in proposito i punti di vista sono diversi ed è normale che così avvenga. Ma c’è una questione sulla quale la sinistra dovrebbe battersi unita, un punto fondamentale fatto di valori e non di parole: l’unità dell’Europa. Invece la sinistra italiana ed europea, in tutte le sue correnti, movimenti, partiti e partitini, non fa assolutamente nulla in quella direzione come se il problema o non esistesse o non la riguardasse.
Cito in proposito quanto ha scritto pochi giorni fa la presidente della Camera, Laura Boldrini sul Corriere della Sera: “C’è una grave difficoltà che sta attraversando l’Europa sotto la pressione della spinta nazionalistica e populista. A questo si aggiunge che troppo spesso è vincente l’interesse nazionale ad ispirare l’azione dei governi e del Consiglio europeo che tutti li comprende. È ora di agire. Chi vuol far credere che gli Stati nazionali possano competere su scala globale con i giganti dell’economia e della politica è un illusionista che non ha come obiettivo risolvere i problemi ma vuole soltanto capitalizzarne il beneficio elettorale. Servono invece proposte percorribili che vadano incontro ai bisogni delle persone a cominciare dalla crescita e dalla creazione di nuovi posti di lavoro”.
Questo sarebbe il compito della sinistra italiana e di quella europea ma per ora nulla si vede. Sarebbe venuto il momento che si svegliassero.

Evento 'Il Cortile dei Giornalisti'

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