Il prossimo 17 APRILE salviamo il nostro mare: #STOPTRIVELLE

Stop TrivelleCon decisione del Consiglio dei Ministri adottata il 10 febbraio è stata determinata la data del 17 aprile 2016 per il REFERENDUM ABROGATIVO della norma che prevede che i permessi e le concessioni a esplorazioni e trivellazioni dei giacimenti di idrocarburi entro dodici miglia dalla costa abbiano la “durata della vita utile del giacimento” (referendum popolare per l’abrogazione del comma 17, terzo periodo, dell’art. 6 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 [Norme in materia ambientale], come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 [Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato − legge di stabilità 2016], limitatamente alle seguenti parole: «per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale»).

Elettori residenti all’ estero ed iscritti all’AIRE

Gli elettori residenti all’estero ed iscritti nell’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) riceveranno come di consueto il plico elettorale al loro domicilio. Si ricorda che è onere del cittadino mantenere aggiornato il Consolato circa il proprio indirizzo di residenza. Chi invece, essendo residente stabilmente all’estero, intende votare in Italia, dovrà far pervenire al consolato competente per residenza un’apposita dichiarazione su carta libera che riporti: nome, cognome, data e luogo di nascita, luogo di residenza, indicazione del comune italiano d’iscrizione all’anagrafe degli italiani residenti all’estero, l’indicazione della consultazione per la quale l’elettore intende esercitare l’opzione. La dichiarazione deve essere datata e firmata dall’elettore e accompagnata da fotocopia di un documento di identità del richiedente, e può essere inviata per posta, per telefax, per posta elettronica anche non certificata, oppure fatta pervenire a mano al Consolato anche tramite persona diversa dall’interessato entro i dieci giorni successivi alla data di pubblicazione del Decreto del Presidente della Repubblica di convocazione dei comizi elettorali, ossia ENTRO IL 26 FEBBRAIO 2016 (con possibilità di revoca entro lo stesso termine).

Elettori temporaneamente all’estero (minimo tre mesi)

A partire dalle consultazioni referendarie del 17 aprile 2016 gli elettori italiani che per motivi di lavoro, studio o cure mediche si trovano temporaneamente all’estero per un periodo di almeno tre mesi nel quale ricade la data di svolgimento della consultazione elettorale, nonché i familiari con loro conviventi, potranno partecipare al voto per corrispondenza organizzato dagli uffici consolari italiani (legge 459 del 27 dicembre 2001, quale modificata dalla legge 6 maggio 2015, n. 52).
Tali elettori che intendano partecipare al voto dovranno far pervenire AL COMUNE d’iscrizione nelle liste elettorali entro i dieci giorni successivi alla data di pubblicazione del Decreto del Presidente della Repubblica di convocazione dei comizi elettorali, ossia ENTRO IL 26 FEBBRAIO (con possibilità di revoca entro lo stesso termine), una OPZIONE VALIDA PER UN’UNICA CONSULTAZIONE.
L’opzione può essere inviata per posta, per telefax, per posta elettronica anche non certificata, oppure fatta pervenire a mano al comune anche da persona diversa dall’interessato.

La dichiarazione di opzione, redatta su carta libera e obbligatoriamente corredata di copia di documento d’identità valido dell’elettore, deve in ogni caso contenere l’indirizzo postale estero cui va inviato il plico elettorale, l’indicazione dell’ufficio consolare (Consolato o Ambasciata) competente per territorio e una dichiarazione attestante il possesso dei requisiti per l’ammissione al voto per corrispondenza (trovarsi per motivi di lavoro, studio o cure mediche in un Paese estero in cui non si è anagraficamente residenti per un periodo di almeno tre mesi nel quale ricade la data di svolgimento della consultazione elettorale; oppure, essere familiare convivente di un cittadino che si trova nelle predette condizioni [comma 1 dell’art. 4-bis della citata L. 459/2001]). La dichiarazione va resa ai sensi degli articoli 46 e 47 del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445 (testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa), dichiarandosi consapevoli delle conseguenze penali in caso di dichiarazioni mendaci (art. 76 del citato DPR 445/2000).

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Eugenio Scalfari: Una scomparsa che ci rende tutti più poveri.

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari, • 21 Febbraio 2016. L’ultima lezione di Umberto Eco lascia il segno nel mondo
Sapevo che Umberto stava male. Lo sapevo da una decina di giorni, quando nell’indice dell’Espresso era apparsa una breve notizia: «”La Bustina di Minerva” è sospesa perché l’autore non è disponibile». Capivo che dietro a quella frase c’era una preoccupante situazione: l’ospedale presso il quale era in cura l’aveva rimandato a casa non per smaltire la convalescenza ma come un ammalato nella fase terminale.
La notizia della sua morte nella notte di ieri è arrivata comunque come una mazzata che al tempo stesso suscita dentro una lacerante sofferenza insieme alla luce accecante d’un fulmine. Perché Umberto ed io ci conoscevamo dalla metà degli anni Cinquanta dello scorso secolo, diciamo da sessant’anni e dal 1963 lui aveva cominciato a scrivere sui nostri giornali, l’Espresso e Repubblica.
Ma il nostro rapporto era andato anche più in là. Per qualche tempo fu perfino un rapporto di baldoria; quando lui veniva a Roma da Milano dove abitava o da Bologna dove insegnava, la sera ci trovavamo al piano bar di Amerigo dove dopo le dieci della sera c’era tutta l’intellighenzia della nostra sinistra, della quale Umberto faceva parte. E lì si chiacchierava, si beveva, si cantavano canzoni e si ballava fino alle due del mattino. Ricordo questo aspetto della nostra amicizia che conviveva con una stima profonda e reciproca per il ruolo che ciascuno di noi aveva nella cultura e anche nella politica.
Lui, già allora, era una riconosciuta autorità nel campo della semiologia e della filosofia moderna e antica, medievale specialmente. La sua memoria era un archivio formidabile, assistito da una biblioteca che occupava gran parte della sua casa milanese con opere ed edizioni d’ogni genere. La sorpresa più grande che ci dette avvenne però quando, improvvisamente, apparve il suo romanzo intitolato Il nome della rosa. Un successo italiano, poi europeo, poi mondiale, compresi paesi completamente diversi dalla nostra cultura e civiltà occidentale. Fu largamente venduto perfino in Cina, in Giappone, in India, insomma in tutto il mondo per milioni di copie e dette luogo anche ad un bellissimo film con Sean Connery come protagonista. Umberto romanziere? Questo nessuno l’avrebbe mai pensato. E invece la sua fervida immaginazione gli aveva aperto anche questa strada. Da allora ne scrisse molti, tutti di grande successo anche se nessuno raggiunse le vette ed anche il fascino del Nome della rosa.
Questa duplice capacità di Umberto, di proseguire e approfondire i suoi studi e il suo insegnamento scientifico portando avanti contemporaneamente anche la sua capacità narrativa, produsse un intreccio intellettuale che arricchì l’una e l’altra. Il nostro rapporto è durato, fresco ed intenso come era nato. Ancora qualche giorno fa, ragionando con l’editore del nostro gruppo giornalistico, dicevo che il giornale del futuro dovrebbe trascurare le informazioni quotidiane che la Rete e le televisioni comunicano al pubblico prima che arrivi in edicola il giornale scritto, il quale dunque, per mantenere la sua autorevolezza ed i suoi lettori, dovrebbe avere molti Eco che approfondiscono sulle sue pagine i temi attuali della letteratura, della filosofia, delle scienze e della politica.
Molti Eco, dicevo. In realtà del suo vigore intellettuale c’era lui soltanto. Il 15 luglio del 2004 scrissi su di lui un articolo che celebrava il carattere del tutto particolare della sua attività e i contributi che ha dato alla scienza, alla letteratura, al romanzo ed anche alla politica. Lo ripubblichiamo perché sembra scritto oggi. Adesso se n’è andato e ci sentiamo tutti più poveri.
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Da, qualche settimana sono alle prese con Umberto Eco. Dovrei forse dire con l’ultimo romanzo di Umberto Eco, La misteriosa fiamma della regina Loana. Mi è arrivato per posta celere con tre parole di dedica: a Eugenio, su tempi comuni. È vero, tempi comuni e ormai remoti. I giochi che facevamo una quarantina d’anni fa, quando tra un whisky e un Cuba libre ci sfidavamo con le citazioni a memoria dai Tre moschettieri e dai testi delle canzoni degli anni Quaranta io li ho ancora nella mente come fossero di ieri. Tempi comuni. Eccome.
Dunque sono alle prese con La regina Loana. Ho letto il libro, 456 pagine. Illustrate. Ho letto le recensioni diciamo così colte, che analizzano e scompongono i vari livelli della narrazione, la qualità della memoria di Eco, del personaggio protagonista, nella voce narrante, che è l’Autore ma non è necessariamente Eco, così come Yambo, il protagonista, è una via di mezzo tra l’autobiografia di Eco e l’Autore. Insomma c’è un’ambiguità voluta in quel gioco delle parti e — dicono le recensioni colte — quello è il bello della Regina Luana (che poi era uno dei nomi tipici delle ragazze che allora lavoravano nei bordelli dove gli studenti “under eighteen” cercavano di entrare abusivamente ).
Ho letto anche i resoconti delle serate di presentazione del libro. In particolare quella fatta al teatro Dal Verme a Milano, gremito da oltre duemila persone in gran parte giovani, attratti non tanto dai tempi comuni ( i loro sono molto diversi dai nostri) ma da te, caro Umberto, dalla tua maniera così nuova, così diversa dalle fottutissime presentazioni editoriali delle quali se dio vuole non frega niente a nessuno salvo che agli amici costretti ad andarci per dovere di cortesia e di possibile reciprocità. Tu invece fai spettacolo, esibisci videocassette, fai suonare e cantare canzoni d’epoca e perfino gli inni del Guf Fuoco di Vesta che fuor dal tempio irrompe e Roma rivendica l’Impero e La saga di Giarabub.
A quell’epoca tu eri poco più che bambino, io avevo già i miei seventeen e marciavo con la mia divisa di fascista universitario, figlio del regime che mi conteneva e mi aveva covato per tutti quegli anni come le galline covano le uova. «Una maschia gioventù con romana volontà».
Come vedi il tuo libro mi riguarda, Cino e Franco mi riguardano, Gordon e l’impero di Mongo mi affascinavano molto di più del Balilla che nessuno di noi ragazzi di allora ha mai letto. Da questo punto di vista i propositi che tu dichiari nell’introduzione li hai perfettamente realizzati ed hai risvegliato i ricordi d’un paio di generazioni.
Ma è solo questa la motivazione del tuo libro? La tua necessità di scriverlo? Il costrutto che il lettore — vecchio o giovane che sia — ne ricava? No, non credo che sia questo. E il libro m’intriga proprio perché desidero scoprire, quella ragione, quella necessità. Desidero scoprire chi è Umberto Eco, che cosa veramente rappresenta nella cultura italiana ed europea, qual è l’immagine che proietta e soprattutto qual è l’immagine che Eco ha di sé.
Mi si può chiedere, da te o da altri, perché mai io persegua questa testarda idea di voler esplorare la ‘terra di Eco”, ma la risposta è facile e anche veritiera. Tu sei un personaggio a tutti gli effetti singolare nella cultura moderna. Maestro in semiologia e in scienza della comunicazione. Autore di romanzi che hanno fatto il giro del mondo tradotti in non so quante lingue, alcune delle quali scritte con strani alfabeti, cirillici, conici, addirittura geroglifici. Accademico di non so quante accademie. Premiato di non so quanti premi. Caposcuola. Esperto di Internet. A tuo modo uomo politico. Educazione cattolica. Vagamente ateo. Razionalista. Illuminista con palesi venature romantiche. Per certi versi gnostico. Ludico, soprattutto ludico. Pietro Citati, recensendo su Repubblica un tuo romanzo qualche anno fa, incominciò con un incipit che allora mi fece saltare sulla sedia «Eco — scrisse — è un grande buffone». Poi chiarì il senso della parola che non era affatto un insulto ma la presa d’atto della tua maniera. Insomma ce n’è abbastanza perché ci si interessi alla tua opera e al suo autore. Tu del resto, con una fedeltà che dura ormai da quarant’ anni ( ti invitai a collaborare all’Espresso nel 1963 ) hai sempre riservato la tua attività giornalistica ai giornali da me fondati e diretti. E vuoi che non mi interessi capire chi è, nel profondo, Umberto Eco e qual è il suo ruolo nella cultura contemporanea?
Ti dirò qual è l’immagine che io ho di te: l’ideatore e il costruttore di un grande cantiere dove si sperimentano nuove architetture culturali utilizzando nuovi materiali e nuove tecnologie. E dove si educano studenti, studiosi, letterati e artisti. A nuovi linguaggi. A nuovi modi di associare idee. Possibilmente perfino a nuovi comportamenti civili. Strada facendo il cantiere — pur restando tale — ha assunto la forma d’una cattedrale della quale tu sei il solo o il principale officiante. E poiché l’officiante fa tutt’uno con la cattedrale-cantiere tu, badando a portare avanti il lavoro, ti sei dovuto inevitabilmente occupare anche della tua immagine di officiante che fa parte integrante dell’opera. È tutt’uno con l’opera.
Non sei il solo che si dedica alla coltivazione dell’opera e di se stesso in quanto parte dell’opera. In un certo senso lo facciamo tutti, intendo dire tutti quelli che hanno un certo concetto di sé. Ma lo facciamo, quasi tutti, da dilettanti, tra ventate di narcisismo e di sopravveniente umiltà. Tu sei un professionista in materia; ti consideri tale e come tale sei universalmente riconosciuto. Se debbo pensare ad un artista, a un uomo di lettere, ad un poeta totalmente dissimile da te che del resto poeta non sei, ma al quale mi viene spontaneo riferirmi nel considerare il rapporto tra opera e autore, mi viene in mente D’Annunzio. Lui usava i levrieri, le avventure guerresche, gli amori, i debiti, la ricercatezza, la décadence, ma lavorava come un forsennato, maneggiava uno sterminato vocabolario, era culturalmente prensile come una spugna. In quell’epoca fu il solo artista italiano che avesse circuito europeo.
Anche tu lavori come un forsennato, usi il computer, possiedi anche tu un immenso vocabolario di segni, giri il mondo come una trottola, tieni lezioni nelle più sofisticate università d’Italia, Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Giappone, Argentina e forse ne scordo qualcuna. Detesti la guerra e ami la pace. Sei moderatamente ma fermamente di sinistra. Rifletti e lavori in treno, in taxi, in aereo, in automobile. Quando il semaforo segna il rosso tu metti mano al taccuino nella pausa e ci fissi qualche appunto.
Nelle Faville del maglio D’Annunzio racconta che mentre componeva il Centauro si accorse di star mimando la lotta tra l’uomo-cavallo e il grande cervo che lo aveva aggredito e nella mimesi involontaria si piegò a terra trascinando con sé il cervo che aveva afferrato per il ramaggio delle corna fino a spezzargli il cranio. Ecco, cosa non ti ci vedo. La tua mimesi con l’opera tua si svolge attraverso una liturgia da letterato borghese e non da artista decadente e scapigliato. Ma si tratta pur sempre d’una liturgia amministrata con scrupolosissima attenzione e attinenza al fine. Resta da vedere qual è l’opera che ne deriva e il cantiere-cattedrale che la produce.
Ho già detto che l’immagine da te proiettata è quella dell’imprenditore d’un grandioso cantiere sperimentale. Quindi di un innovatore. Non a caso hai sfiorato a suo tempo la neoavanguardia del Gruppo ’63 pur restando ai margini di quell’esperienza, come l’altro grande innovatore letterario della stessa tua generazione, Alberto Arbasino. La neo avanguardia del ’63 si occupò della parte destruens, produsse piuttosto dichiarazioni di intenti che non opere creative. Arbasino ed Eco erano al di là delle dichiarazioni e dei manifesti programmatici. Innovavano con le opere, producevano testi, operavano sul linguaggio e sulle formule letterarie. Con una differenza notevole tra i due che mi fa venire in mente il rapporto tra Matisse e Picasso (si parva licet…). Disse Matisse: «Siamo stati entrambi due innovatori delle forme pittoriche con la differenza che io ho cercato di modificarle dal di dentro e lui dal di fuori».
È illuminante questa distinzione critica. Qualche cosa di analogo era accaduto negli stessi anni tra Proust e Joyce: il primo modificò il romanzo dal di dentro, il secondo dal di fuori attraverso un’operazione radicale sul linguaggio. Se ora volessimo applicare questa lettura critica ad Arbasino ed Eco, dovremmo dire che il primo ha innovato la forma-romanzo dal di fuori operando soprattutto sul linguaggio, il secondo dal di dentro operando sulla struttura e sull’assemblaggio senza toccare la lingua. Con tutto ciò che vi può essere di arbitrario in questo genere di approccio critico.
Il prodotto più riuscito di Eco è stato Il nome della rosa. Coniugò una trama narrativa letterariamente tradizionale con il “gotico” e insieme con il “giallo”. Fu questa la grande innovazione e la ragione dell’immenso successo commerciale. Da quel momento il “giallo” è entrato a far parte stabile del genere letterario dal quale era stato rigorosamente escluso, con l’eccezione dell’esperimento rivoluzionario di Poe che però era innestato su una struttura letteraria e su una poetica di tutt’ altra natura. La regina Loana (tralascio i titoli intermedi tra quelle due opere che a me sono sembrati di minor peso anche se sono certamente serviti alla preparazione di Loana) è un’operazione del tutto diversa. Non è un romanzo, non esiste trama e non esistono personaggi. Il protagonista di fatto non ha un carattere, non ha veri rapporti con gli altri che sono altrettante ‘comparse”, non ha passioni tali da consentire al lettore un’identificazione. Insomma non suscita emozioni. Alla lunga suscita un certo senso di noia. Allora qual è l’operazione? La regina Loana in realtà distrugge, o se volete supera, la forma-romanzo e colloca al suo posto una sceneggiatura multimediale assemblando canzoni, poesie, citazioni, reperti, figurine, fumetti, che hanno punteggiato mezzo secolo di storia della comunicazione. Un corsivo al vetriolo pubblicato giorni fa sul Foglio sostiene che La regina Loana è in realtà un copione da affidare a Pippo Baudo perché lo trasformi in una trasmissione televisiva a puntate di sicuro successo. Non è così o non è soltanto così. II corsivista del Foglio non considera il nucleo fondamentale del montaggio di Eco. Dopo La regina Loana la forma-romanzo incontrerà le stesse difficoltà ad essere riproposta che incontrò la pittura figurativa a ritornare sulla scena dopo il lungo dominio dell’astratto, dell’informale. Ci ritornò ma attraverso la “pop art”, la raffigurazione degli oggetti e dei volti-oggetto, da quello di Marilyn alla bottiglia della Coca cola. Questo è secondo me La regina Loana.
Debbo dire: in contro tendenza con il romanzo americano dei De Lillo, dei Franzen, dei Roth che in modi stilisticamente nuovi descrivono una realtà sociale nel suo stato di implosione, di ferocia, di disperata mancanza di senso. Forse la società europea non offre materia a quel tipo di letteratura. Forse noi siamo alla meticolosa raccolta di reperti da rimasticare con una memoria sdentata che non comunica emozioni e non suscita sentimenti. O forse, dopo questa ‘pop art” letteraria e dopo il minimalismo di molti nostri autori giovani, arriveremo anche noi al recupero d’una forma-romanzo che esprima il senso o il dramma della sua assenza?

Evento 'Il Cortile dei Giornalisti'

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Verità per Giulio Regeni: che anche il nostro Comune aderisca alla campagna di Amnesty e Repubblica

Giulio RegeniChiedo a tutte le osimane ed agli osimani di aderire all’appello  – lanciato da Amnesty International, da Repubblica e da altre associazioni –  per la  campagna “Verità per Giulio Regeni” per non permettere che l’omicidio del giovane ricercatore italiano venga dimenticato o peggio, sia archiviato con la “versione ufficiale” del governo del Cairo. La Realpolitik, le ragioni di Stato e la scusa dei buoni rapporti con l’Egittto non devono prevalere sulla verità dell’atroce uccisione di questo giovane italiano barbaramente assassinato per le sue idee e per le sue ricerche.
Vogliamo non chiudere gli occhi, di fronte alla morte di Giulio e più in generale di fronte alle sparizioni, torture, esecuzioni sommarie e altre gravi violazioni dei diritti umani che si verificano ogni giorno nell’Egitto del generale Sisi. Dal momento che i governi occidentali cercano la cooperazione dell’Egitto nella lotta al terrorismo, questi stessi non possono restare in silenzio. E nemmeno noi, è un nostro dovere pretendere la verità per Giulio, per la sua famiglia e per tutti i nostri giovani.
Come Presidente del Consiglio comunale e con quanti si uniranno a questo appello, invito il nostro Comune ad esporre uno striscione sulla facciata dell’ingresso del Palazzo comunale con la scritta ” Verità per Giulio Regeni“.
Paola Andreoni
Verità per Giulio

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Ciao Professore, grazie per tutti i tuoi insegnanmenti

Grazie, Professore.

SPETT.UMBERTO ECO A NAPOLI (SUD FOTO SERGIO SIANO)

“CARO NIPOTE, STUDIA A MEMORIA! ”

È vero che se ti viene il desiderio di sapere chi fosse Carlo Magno o dove stia Kuala Lumpur non hai che da premere qualche tasto e Internet te lo dice subito. Fallo quando serve, ma dopo che lo hai fatto cerca di ricordare quanto ti è stato detto per non essere obbligato a cercarlo una seconda volta se per caso te ne venisse il bisogno impellente, magari per una ricerca a scuola. Il rischio è che, siccome pensi che il tuo computer te lo possa dire a ogni istante, tu perda il gusto di mettertelo in testa. Sarebbe un poco come se, avendo imparato che per andare da via Tale a via Talaltra, ci sono l’autobus o il metro che ti permettono di spostarti senza fatica (il che è comodissimo e fallo pure ogni volta che hai fretta) tu pensi che così non hai più bisogno di camminare. Ma se non cammini abbastanza diventi poi “diversamente abile”, come si dice oggi per indicare chi è costretto a muoversi in carrozzella. Va bene, lo so che fai dello sport e quindi sai muovere il tuo corpo, ma torniamo al tuo cervello.

La memoria è un muscolo come quelli delle gambe, se non lo eserciti si avvizzisce e tu diventi (dal punto di vista mentale) diversamente abile e cioè (parliamoci chiaro) un idiota. E inoltre, siccome per tutti c’è il rischio che quando si diventa vecchi ci venga l’Alzheimer, uno dei modi di evitare questo spiacevole incidente è di esercitare sempre la memoria.

Quindi ecco la mia dieta. Ogni mattina impara qualche verso, una breve poesia, o come hanno fatto fare a noi, “La Cavallina Storna” o “Il sabato del villaggio”. E magari fai a gara con gli amici per sapere chi ricorda meglio. Se non piace la poesia fallo con le formazioni dei calciatori, ma attento che non devi solo sapere chi sono i giocatori della Roma di oggi, ma anche quelli di altre squadre, e magari di squadre del passato (figurati che io ricordo la formazione del Torino quando il loro aereo si era schiantato a Superga con tutti i giocatori a bordo: Bacigalupo, Ballarin, Maroso eccetera). Fai gare di memoria, magari sui libri che hai letto (chi era a bordo della Hispaniola alla ricerca dell’isola del tesoro? Lord Trelawney, il capitano Smollet, il dottor Livesey, Long John Silver, Jim…) Vedi se i tuoi amici ricorderanno chi erano i domestici dei tre moschettieri e di D’Artagnan (Grimaud, Bazin, Mousqueton e Planchet)… E se non vorrai leggere “I tre moschettieri” (e non sai che cosa avrai perso) fallo, che so, con una delle storie che hai letto.

Sembra un gioco (ed è un gioco) ma vedrai come la tua testa si popolerà di personaggi, storie, ricordi di ogni tipo. Ti sarai chiesto perché i computer si chiamavano un tempo cervelli elettronici: è perché sono stati concepiti sul modello del tuo (del nostro) cervello, ma il nostro cervello ha più connessioni di un computer, è una specie di computer che ti porti dietro e che cresce e s’irrobustisce con l’esercizio, mentre il computer che hai sul tavolo più lo usi e più perde velocità e dopo qualche anno lo devi cambiare. Invece il tuo cervello può oggi durare sino a novant’anni e a novant’anni (se lo avrai tenuto in esercizio) ricorderà più cose di quelle che ricordi adesso. E gratis.

C’è poi la memoria storica, quella che non riguarda i fatti della tua vita o le cose che hai letto, ma quello che è accaduto prima che tu nascessi.

Oggi se vai al cinema devi entrare a un’ora fissa, quando il film incomincia, e appena incomincia qualcuno ti prende per così dire per mano e ti dice cosa succede. Ai miei tempi si poteva entrare al cinema a ogni momento, voglio dire anche a metà dello spettacolo, si arrivava mentre stavano succedendo alcune cose e si cercava di capire che cosa era accaduto prima (poi, quando il film ricominciava dall’inizio, si vedeva se si era capito tutto bene – a parte il fatto che se il film ci era piaciuto si poteva restare e rivedere anche quello che si era già visto). Ecco, la vita è come un film dei tempi miei. Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo; serve per capire meglio perché oggi succedono molte cose nuove.

Ora la scuola (oltre alle tue letture personali) dovrebbe insegnarti a memorizzare quello che è accaduto prima della tua nascita, ma si vede che non lo fa bene, perché varie inchieste ci dicono che i ragazzi di oggi, anche quelli grandi che vanno già all’università, se sono nati per caso nel 1990 non sanno (e forse non vogliono sapere) che cosa era accaduto nel 1980 (e non parliamo di quello che è accaduto cinquant’anni fa). Ci dicono le statistiche che se chiedi ad alcuni chi era Aldo Moro rispondono che era il capo delle Brigate Rosse – e invece è stato ucciso dalle Brigate Rosse.

Non parliamo delle Brigate Rosse, rimangono qualcosa di misterioso per molti, eppure erano il presente poco più di trent’anni fa. Io sono nato nel 1932, dieci anni dopo l’ascesa al potere del fascismo ma sapevo persino chi era il primo ministro ai tempi dalla Marcia su Roma (che cos’è?). Forse la scuola fascista me lo aveva insegnato per spiegarmi come era stupido e cattivo quel ministro (“l’imbelle Facta”) che i fascisti avevano sostituito. Va bene, ma almeno lo sapevo. E poi, scuola a parte, un ragazzo d’oggi non sa chi erano le attrici del cinema di venti anni fa mentre io sapevo chi era Francesca Bertini, che recitava nei film muti venti anni prima della mia nascita. Forse perché sfogliavo vecchie riviste ammassate nello sgabuzzino di casa nostra, ma appunto ti invito a sfogliare anche vecchie riviste perché è un modo di imparare che cosa accadeva prima che tu nascessi.

Ma perché è così importante sapere che cosa è accaduto prima? Perché molte volte quello che è accaduto prima ti spiega perché certe cose accadono oggi e in ogni caso, come per le formazioni dei calciatori, è un modo di arricchire la nostra memoria.

Bada bene che questo non lo puoi fare solo su libri e riviste, lo si fa benissimo anche su Internet. Che è da usare non solo per chattare con i tuoi amici ma anche per chattare (per così dire) con la storia del mondo. Chi erano gli ittiti? E i camisardi? E come si chiamavano le tre caravelle di Colombo? Quando sono scomparsi i dinosauri? L’arca di Noè poteva avere un timone? Come si chiamava l’antenato del bue? Esistevano più tigri cent’anni fa di oggi? Cos’era l’impero del Mali? E chi invece parlava dell’Impero del Male? Chi è stato il secondo papa della storia? Quando è apparso Topolino?

Potrei continuare all’infinito, e sarebbero tutte belle avventure di ricerca. E tutto da ricordare. Verrà il giorno in cui sarai anziano e ti sentirai come se avessi vissuto mille vite, perché sarà come se tu fossi stato presente alla battaglia di Waterloo, avessi assistito all’assassinio di Giulio Cesare e fossi a poca distanza dal luogo in cui Bertoldo il Nero, mescolando sostanze in un mortaio per trovare il modo di fabbricare l’oro, ha scoperto per sbaglio la polvere da sparo, ed è saltato in aria (e ben gli stava). Altri tuoi amici, che non avranno coltivato la loro memoria, avranno vissuto invece una sola vita, la loro, che dovrebbe essere stata assai malinconica e povera di grandi emozioni.

Coltiva la memoria, dunque, e da domani impara a memoria “La Vispa Teresa”.

f.to Umberto Eco

riga 1Su questo blog ho fatto riferimento a scritti e pensieri di Umberto Eco:
– 13 giugno 2015 “Un’ invasione di imbecilli”. Ma per nostra fortuna nella rete ci sono anche tanti coraggiosi blogger, a loro tutta la mia solidarietà.
– 10 ottobre 2013  “Ai cittadini di Lampedusa campioni di solidarietà: spediti i libri degli osimani “;
– 21 novembre 2013  “Libri per Lampedusa: chiusa la raccolta stiamo lavorando per la spedizione“;
– 13 maggio 2012 ” Perchè la Lega fa orrore“;

 

Ci ha lasciati in silenzio una barava persona

luttoCon dolore ho appreso della morte del prof. Rossano Graciotti, una persona mite segnata da tempo dalla malattia ma sempre supportato da profonde conoscenze e da un intelletto sempre vivo.
Un uomo e un collega buono che ha lasciato la nostra comunità che profondamente amava, in silenzio con la semplicità dell’uomo grande e profondo.
Ciao Rossano

Auguri a tutti Voi

San Valentino***
Oggi è San Valentino, Auguri a tutti gli innamorati della vita. Che non sia una delle tante feste commerciali che, facendo leva sui sentimenti, serve solo ad arricchire il mercato.
A riguardo vi segnalo una pagina del bellissimo blog di Adriano Marzi, scrittore e fotogiornalista, che denuncia che una rosa su 4, tra quelle che molti italiani compreranno per festeggiare la propria persona amata arrivi dall’Etiopia e dal Kenia.
Luoghi dove la coltivazione delle rose vede lo sfruttamento di lavoratrici in condizioni di schiavitù, dentro serre roventi, in cui la temperatura può arrivare sino a 35 gradi e dove si respira un’aria malsana, causata da un massiccio uso di pesticidi e fertilizzanti.
Serre intensive dove donne e uomini  lavorano 16 ore al giorno per tre euro.
Le  multinazionali del settore sono state denunciate più volte per violazione dei diritti sindacali, sfruttamento e assenza di misure che proteggano la salute di chi lavora in queste serre a ritmi massacranti per poco più di 60 euro al mese.
Ma, nonostante il passare degli anni, le “spine” delle rose africane rimangono intatte, non arrivano a pungere l’Europa del diritto. Forse il primo passo potremmo farlo noi, decidendo di acquistare piante e fiori locali, di questa stagione, da produttori e vivai della zona, sarebbe un bel modo per festeggiare i nostri sentimenti più cari ed aiutare le “spine” dei diritti di donne e uomini africani.
Buon San Valentino a tutti Voi.
Paola
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Eugenio Scalfari: Le onde di gravità cambiano da Einstein fino a Renzi

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari, • 14 Febbraio 2016. Universi cangianti. Quella appena conclusa e quella che seguirà sono settimane mai vissute prima d’ora, almeno negli ultimi trent’anni. Credo sia dunque necessario un elenco per ordine di importanza e al primo posto credo si debba mettere la conferma ottenuta nei giorni scorsi da due équipe di ricercatori scienziati americani ed europei per quanto riguarda le onde gravitazionali, immaginate e predette cent’anni fa da Albert Einstein ma fino ad ora mai dimostrate.
I giornali hanno dato ampia notizia dell’avvenuta conferma ed anche hanno tentato di mettere in chiaro il suo significato; secondo me però in questo non sono riusciti. Personalmente ho avuto la fortuna di innamorarmi a diciott’anni dei libri di Einstein. Li ho letti quasi tutti e hanno contribuito alla mia formazione mentale. Perciò tenterò adesso di spiegare con brevità e chiarezza il significato di questa scoperta finalmente dimostrata.
La struttura gravitazionale è un equilibrio che cambia di continuo di attimo in attimo, quando i corpi celesti, ciascuno dei quali ha una sua propria densità, entrano in contatto e il corpo più denso attira quello più leggero fino a modificare le orbite della gravitazione e talvolta addirittura a inghiottirlo.
Questi fenomeni avvengono continuamente in ogni punto dell’universo e modificano la struttura gravitazionale repercuotendone gli effetti sullo spazio che li circonda sia dal punto di vista della macrocosmica che da quello della microcosmica, dagli astri alle particelle elementari che viaggiano in tutto l’universo cambiando di continuo i loro rapporti specifici e quelli con la curvatura spazio-temporale.
Questo è quanto avviene e la conclusione è che l’universo è cangiante. Se vogliamo applicare queste verità scientifiche ai valori che interessano più da vicino la nostra specie, ne deduciamo che il potere domina l’universo intero, le sue densità, le sue gravitazioni, le sue velocità fino a quando quel potere passerà di mano ad altri corpi celesti, ad altri buchi neri, ad altre stelle e galassie. Ma la natura cangiante non avrà nessuna modifica: il cambiamento resta agganciato alle onde gravitazionali. A queste conclusioni Einstein era già arrivato nel 1915. Prima di lui Copernico e Galileo avevano dato inizio alla storia della scienza nuova che sta attualmente continuando.
Il secondo evento di questi giorni è stato l’abbraccio di papa Francesco con Kyril, il patriarca ortodosso di tutte le Russie. Sarà un percorso lungo ma finalmente è cominciato. E porterà prima o poi all’affratellamento di tutte le religioni cristiane all’insegna del Dio unico e del Cristo, sua incarnazione.
Ho già più volte ricordato che il prossimo 31 ottobre Francesco incontrerà i rappresentanti di tutta la Chiesa luterana per siglare la pace dopo mezzo millennio di guerre religiose. Ciò che penso di questo Papa è noto: un profeta, un rivoluzionario, un diplomatico, un politico, un gesuita e un devoto di Francesco d’Assisi. Il suo vero Vangelo è quello che dettò al Santo il “Cantico delle creature”. La fede del santo era quella ed è quella che gli accomuna il Papa che ha preso il suo nome. Ama tutti, a cominciare dai poveri, dai deboli e dagli esclusi. Se c’è una persona che oggi rappresenta il cambiamento è lui. Tuttavia l’obiettivo di comprendere la modernità e avviare la Chiesa missionaria a predicare e incoraggiare la vocazione del bene rispetto a quella del male, accade talvolta che ci sia una retroguardia desiderosa di rallentare se non addirittura di fermare questa visione della Chiesa missionaria. Un segnale di questi problemi è avvenuto pochi giorni fa: la dichiarazione del cardinale Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, sulle modalità che il Senato deve adottare a suo avviso per impedire le adozioni alle coppie omosessuali.
Bagnasco ha provocato una reazione molto ferma e veramente giustificata dai rappresentati dello Stato laico italiano, Renzi e i presidenti del Senato e della Camera. Quanto a Francesco, per lui ha parlato l’arcivescovo Galantino, segretario della Cei, il quale ha preso con la necessaria diplomazia le distanze da Bagnasco. Era la voce di Francesco per interposta persona.
Così l’incidente è chiuso. È augurabile che Bagnasco privilegi la preghiera e tenga conto che se la retroguardia non solo cerca di rallentare i processi di cambiamento in corso nella Chiesa ma addirittura si inoltra su un percorso completamente diverso, allora volutamente esce da questa Chiesa missionaria e sinodale.
Il mio ultimo tema riguarda la politica e l’economia in Italia e in Europa. Riguarda soprattutto la lettera che Renzi ci ha inviato e che è uscita su questo giornale giovedì scorso. Nelle prime righe il presidente del Consiglio si rivolge a me e lo fa con gentilezza cortese. Lo ringrazio, ne sono onorato e – fatta questa premessa – vengo ai fatti e alle considerazioni che meritano di essere esposte.
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Primo: la legge sulle Unioni civili, i diritti che vengono riconosciuti, le coppie omossessuali, le adozioni dei figli naturali del partner o di figli contrattati con donne che affittano l’utero in cambio di adeguate ricompense. Questa è la materia sulla quale si discute ma sull’ultimo punto il governo è decisamente contrario e anzi si propone di estendere la nostra posizione proponendone l’approvazione da parte dell’Onu.
A parte il tema dell’utero in affitto, su tutto il resto il governo è fermissimo e vuole ottenere al più presto l’approvazione di entrambe le Camere.
Ho detto il governo, ma debbo modificare: è Renzi che vuole e una parte rilevante del suo partito, con qualche voto in più proveniente da senatori e deputati di altri gruppi. Contro la legge Cirinnà, che è il testo base su cui si discute e su cui si voterà, ci sono invece riserve e contrasti con la componente cattolica del Pd, con la Nuova destra di Alfano e con le opposizioni di destra. Grillo è d’accordo su molte norme ma contrario su altre. E poi ci saranno alcune votazioni segrete che potrebbero capovolgere gli schieramenti emersi dai voti palesi.
Renzi per ora è fermo su tutto (salvo l’utero in affitto) ma ha preso qualche giorno in più di tempo per riflettere. È possibile che la settimana prossima conceda qualcosa che plachi sia Alfano sia i cattolici del Pd.
Personalmente ritengo che stia operando molto bene su questo tema e anche se farà qualche piccola concessione, sarà comprensibile. L’importanza viene dal fatto che con un ritardo di trent’anni da quando il tema delle Unioni civili si pose, ci sarà finalmente un governo che sarà stato capace di realizzare l’obiettivo. È una battaglia di civiltà e di modernità e questo merito a Renzi ed ai suoi collaboratori va riconosciuto.
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Ed ora il secondo tema, che a differenza del primo riguarda l’assetto economico e politico dell’Europa e dell’Italia nell’ambito europeo. Il tema ha preso il via da una proposta di qualche tempo fa, formulata da Mario Draghi nella sua qualità di presidente della Bce e dalla pubblicazione avvenuta pochi giorni fa di un documento firmato dai governatori della Banca centrale tedesca e di quella francese, di cui il nostro giornale ha pubblicato il testo integrale, uscito sulla Süddeutsche Zeitung e su Le Monde.
La proposta di Draghi prevede la creazione di un ministro del Tesoro europeo, incardinato nell’Eurozona. I poteri sarebbero esattamente quelli di un ministro del Tesoro: un bilancio da amministrare, un debito sovrano da gestire, la facoltà di emettere titoli del Tesoro, facilitare l’emissione di azioni da parte delle imprese, il finanziamento di investimenti pubblici, una politica di crescita e di stretto coordinamento tra le economie dei 19 paesi dell’Eurozona. Ed anche d’essere l’interlocutore diretto della Bce che finalmente, come le Banche centrali di tutti gli Stati, avrebbe un solo riferimento e non 19 come finora avviene o addirittura 28 come alcune volte è già avvenuto.
Inutile dire che una riforma del genere è subordinata ad una cessione di sovranità dei 19 paesi dell’Eurozona e forse addirittura dei 28 dell’Ue ed è altrettanto inutile sottolineare che una novità del genere rappresenterebbe un passo della massima importanza per realizzare l’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa che fu alla base dell’europeismo di Spinelli, Rossi, Colorni, con un principio d’attuazione che portò alla Comunità del carbone e dell’acciaio e poi ai Trattati di Roma e alla nascita della Comunità europea, poi Unione e infine, nel 2000, alla moneta comune.
Ebbene, a questa proposta, della quale mi ero permesso di incoraggiare Renzi di farla propria e a sostenerla, la risposta del presidente del Consiglio è stata negativa. Non ha escluso che in un lontano futuro possa diventare realizzabile, ma non ora. I problemi di oggi riguardano molti temi, primo tra tutti quelli degli immigrati e del Califfato terrorista. Ma riguardano anche soprattutto la politica di crescita e di flessibilità che ogni paese deve perseguire con i propri criteri, rispettando ma forzando in qualche modo le regole europee e sottolineando l’autonomia di ciascuno Stato nazionale. Di qui il dissenso con Juncker, con la Commissione di Bruxelles, con la Germania e il suo rigore che secondo Renzi può forse giovare alla Germania ma non certo agli altri paesi dell’Unione.
Bene. Anzi male. Personalmente sono rimasto deluso dall’atteggiamento di Renzi. Pensavo che capisse l’importanza politica della proposta Draghi, tanto più che nel frattempo era avvenuto un altro fatto, prevedibile e infatti previsto: i due firmatari del documento in favore della tesi Draghi avevano formulato nel documento suddetto una alternativa: qualora la creazione d’un ministro del Tesoro non fosse stata accettata, si sarebbe dovuti tornare ad una politica più meticolosa delle regole emanate dalla Commissione e approvate dal Parlamento, con un controllo più rigoroso delle politiche nazionali, nella gestione dei rispettivi debiti, nel deficit rispetto al Pil, nella produttività industriale e insomma ad una crescita abbinata al rigore.
Molti ritengono (ed io tra questi) che questa fosse la vera motivazione di quel documento. In realtà il governatore della Bundesbank, con l’aiuto del fraterno suo amico della Banque de France, aveva usato la mossa pro-Draghi perché sapeva che non sarebbe stata approvata proprio per l’opposizione degli Stati nazionali a cedere sovranità su un tema di quell’importanza. Questa mossa rafforzava la loro posizione diventando protagonisti di una politica del rigore.
Questo è il quadro. Che cosa dovrebbe fare Renzi? Forse non mi ero spiegato bene o forse lui non ha capito, perciò brevemente mi ripeterò.
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Renzi sa che la proposta Draghi per ora non passerà perché i diciannove Stati dell’Eurozona diranno di no. Non solo: con loro ci sarà anche il governo di Gran Bretagna come ha già preannunciato Cameron il quale come condizione per aderire alle proposte di rafforzare i vincoli con l’Europa, chiede che il suo governo possa intervenire anche quando si discute dell’euro. Questa sua richiesta è ritenuta inconcepibile da un gruppo di grande autorevolezza in una denuncia pubblicata ieri da Repubblica e firmata da personaggi come Bini Smaghi, Saccomanni, Toniolo, Tosato, e parecchi altri. È concepibile che il governo inglese amministri la sterlina e la più grande Borsa del mondo insieme a Wall Street, ed abbia anche il potere di dettar legge sulla sorte dell’euro? Il vantaggio di Renzi a sostenere la proposta Draghi è evidente: il Tesoro dell’Eurozona per ora non si farà ma sostenere decisamente quell’ipotesi darebbe all’Italia un ruolo di ben altro livello che quello di rivendicare autonomia: ce la concederanno tutt’al più col contagocce. L’Italia diventerebbe l’alternativa europea e potrebbe rivendicare il ruolo di interlocutore col fascio di luce che le viene dal Manifesto di Ventotene, da un passato di avanzamento sia pur lento verso l’Europa federale, che prima o poi dovrà comunque essere realizzata in una società globale dominata da Stati di dimensioni continentali.
Ricordi, Matteo Renzi, la legge gravitazionale di Einstein e si comporti in conformità. Questo mi auguro
e soprattutto gli auguro.
“Sull’orlo del precipizio / giochiamo danzando / sull’orlo del precipizio /
giochiamo sorridendo / e sull’orlo
del precipizio / continua l’orizzonte /
di chi continua a restare”.
Fernando Pessoa, 1927.

Evento 'Il Cortile dei Giornalisti'

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