Eugenio Scalfari: Una scomparsa che ci rende tutti più poveri.

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari, • 21 Febbraio 2016. L’ultima lezione di Umberto Eco lascia il segno nel mondo
Sapevo che Umberto stava male. Lo sapevo da una decina di giorni, quando nell’indice dell’Espresso era apparsa una breve notizia: «”La Bustina di Minerva” è sospesa perché l’autore non è disponibile». Capivo che dietro a quella frase c’era una preoccupante situazione: l’ospedale presso il quale era in cura l’aveva rimandato a casa non per smaltire la convalescenza ma come un ammalato nella fase terminale.
La notizia della sua morte nella notte di ieri è arrivata comunque come una mazzata che al tempo stesso suscita dentro una lacerante sofferenza insieme alla luce accecante d’un fulmine. Perché Umberto ed io ci conoscevamo dalla metà degli anni Cinquanta dello scorso secolo, diciamo da sessant’anni e dal 1963 lui aveva cominciato a scrivere sui nostri giornali, l’Espresso e Repubblica.
Ma il nostro rapporto era andato anche più in là. Per qualche tempo fu perfino un rapporto di baldoria; quando lui veniva a Roma da Milano dove abitava o da Bologna dove insegnava, la sera ci trovavamo al piano bar di Amerigo dove dopo le dieci della sera c’era tutta l’intellighenzia della nostra sinistra, della quale Umberto faceva parte. E lì si chiacchierava, si beveva, si cantavano canzoni e si ballava fino alle due del mattino. Ricordo questo aspetto della nostra amicizia che conviveva con una stima profonda e reciproca per il ruolo che ciascuno di noi aveva nella cultura e anche nella politica.
Lui, già allora, era una riconosciuta autorità nel campo della semiologia e della filosofia moderna e antica, medievale specialmente. La sua memoria era un archivio formidabile, assistito da una biblioteca che occupava gran parte della sua casa milanese con opere ed edizioni d’ogni genere. La sorpresa più grande che ci dette avvenne però quando, improvvisamente, apparve il suo romanzo intitolato Il nome della rosa. Un successo italiano, poi europeo, poi mondiale, compresi paesi completamente diversi dalla nostra cultura e civiltà occidentale. Fu largamente venduto perfino in Cina, in Giappone, in India, insomma in tutto il mondo per milioni di copie e dette luogo anche ad un bellissimo film con Sean Connery come protagonista. Umberto romanziere? Questo nessuno l’avrebbe mai pensato. E invece la sua fervida immaginazione gli aveva aperto anche questa strada. Da allora ne scrisse molti, tutti di grande successo anche se nessuno raggiunse le vette ed anche il fascino del Nome della rosa.
Questa duplice capacità di Umberto, di proseguire e approfondire i suoi studi e il suo insegnamento scientifico portando avanti contemporaneamente anche la sua capacità narrativa, produsse un intreccio intellettuale che arricchì l’una e l’altra. Il nostro rapporto è durato, fresco ed intenso come era nato. Ancora qualche giorno fa, ragionando con l’editore del nostro gruppo giornalistico, dicevo che il giornale del futuro dovrebbe trascurare le informazioni quotidiane che la Rete e le televisioni comunicano al pubblico prima che arrivi in edicola il giornale scritto, il quale dunque, per mantenere la sua autorevolezza ed i suoi lettori, dovrebbe avere molti Eco che approfondiscono sulle sue pagine i temi attuali della letteratura, della filosofia, delle scienze e della politica.
Molti Eco, dicevo. In realtà del suo vigore intellettuale c’era lui soltanto. Il 15 luglio del 2004 scrissi su di lui un articolo che celebrava il carattere del tutto particolare della sua attività e i contributi che ha dato alla scienza, alla letteratura, al romanzo ed anche alla politica. Lo ripubblichiamo perché sembra scritto oggi. Adesso se n’è andato e ci sentiamo tutti più poveri.
*****
Da, qualche settimana sono alle prese con Umberto Eco. Dovrei forse dire con l’ultimo romanzo di Umberto Eco, La misteriosa fiamma della regina Loana. Mi è arrivato per posta celere con tre parole di dedica: a Eugenio, su tempi comuni. È vero, tempi comuni e ormai remoti. I giochi che facevamo una quarantina d’anni fa, quando tra un whisky e un Cuba libre ci sfidavamo con le citazioni a memoria dai Tre moschettieri e dai testi delle canzoni degli anni Quaranta io li ho ancora nella mente come fossero di ieri. Tempi comuni. Eccome.
Dunque sono alle prese con La regina Loana. Ho letto il libro, 456 pagine. Illustrate. Ho letto le recensioni diciamo così colte, che analizzano e scompongono i vari livelli della narrazione, la qualità della memoria di Eco, del personaggio protagonista, nella voce narrante, che è l’Autore ma non è necessariamente Eco, così come Yambo, il protagonista, è una via di mezzo tra l’autobiografia di Eco e l’Autore. Insomma c’è un’ambiguità voluta in quel gioco delle parti e — dicono le recensioni colte — quello è il bello della Regina Luana (che poi era uno dei nomi tipici delle ragazze che allora lavoravano nei bordelli dove gli studenti “under eighteen” cercavano di entrare abusivamente ).
Ho letto anche i resoconti delle serate di presentazione del libro. In particolare quella fatta al teatro Dal Verme a Milano, gremito da oltre duemila persone in gran parte giovani, attratti non tanto dai tempi comuni ( i loro sono molto diversi dai nostri) ma da te, caro Umberto, dalla tua maniera così nuova, così diversa dalle fottutissime presentazioni editoriali delle quali se dio vuole non frega niente a nessuno salvo che agli amici costretti ad andarci per dovere di cortesia e di possibile reciprocità. Tu invece fai spettacolo, esibisci videocassette, fai suonare e cantare canzoni d’epoca e perfino gli inni del Guf Fuoco di Vesta che fuor dal tempio irrompe e Roma rivendica l’Impero e La saga di Giarabub.
A quell’epoca tu eri poco più che bambino, io avevo già i miei seventeen e marciavo con la mia divisa di fascista universitario, figlio del regime che mi conteneva e mi aveva covato per tutti quegli anni come le galline covano le uova. «Una maschia gioventù con romana volontà».
Come vedi il tuo libro mi riguarda, Cino e Franco mi riguardano, Gordon e l’impero di Mongo mi affascinavano molto di più del Balilla che nessuno di noi ragazzi di allora ha mai letto. Da questo punto di vista i propositi che tu dichiari nell’introduzione li hai perfettamente realizzati ed hai risvegliato i ricordi d’un paio di generazioni.
Ma è solo questa la motivazione del tuo libro? La tua necessità di scriverlo? Il costrutto che il lettore — vecchio o giovane che sia — ne ricava? No, non credo che sia questo. E il libro m’intriga proprio perché desidero scoprire, quella ragione, quella necessità. Desidero scoprire chi è Umberto Eco, che cosa veramente rappresenta nella cultura italiana ed europea, qual è l’immagine che proietta e soprattutto qual è l’immagine che Eco ha di sé.
Mi si può chiedere, da te o da altri, perché mai io persegua questa testarda idea di voler esplorare la ‘terra di Eco”, ma la risposta è facile e anche veritiera. Tu sei un personaggio a tutti gli effetti singolare nella cultura moderna. Maestro in semiologia e in scienza della comunicazione. Autore di romanzi che hanno fatto il giro del mondo tradotti in non so quante lingue, alcune delle quali scritte con strani alfabeti, cirillici, conici, addirittura geroglifici. Accademico di non so quante accademie. Premiato di non so quanti premi. Caposcuola. Esperto di Internet. A tuo modo uomo politico. Educazione cattolica. Vagamente ateo. Razionalista. Illuminista con palesi venature romantiche. Per certi versi gnostico. Ludico, soprattutto ludico. Pietro Citati, recensendo su Repubblica un tuo romanzo qualche anno fa, incominciò con un incipit che allora mi fece saltare sulla sedia «Eco — scrisse — è un grande buffone». Poi chiarì il senso della parola che non era affatto un insulto ma la presa d’atto della tua maniera. Insomma ce n’è abbastanza perché ci si interessi alla tua opera e al suo autore. Tu del resto, con una fedeltà che dura ormai da quarant’ anni ( ti invitai a collaborare all’Espresso nel 1963 ) hai sempre riservato la tua attività giornalistica ai giornali da me fondati e diretti. E vuoi che non mi interessi capire chi è, nel profondo, Umberto Eco e qual è il suo ruolo nella cultura contemporanea?
Ti dirò qual è l’immagine che io ho di te: l’ideatore e il costruttore di un grande cantiere dove si sperimentano nuove architetture culturali utilizzando nuovi materiali e nuove tecnologie. E dove si educano studenti, studiosi, letterati e artisti. A nuovi linguaggi. A nuovi modi di associare idee. Possibilmente perfino a nuovi comportamenti civili. Strada facendo il cantiere — pur restando tale — ha assunto la forma d’una cattedrale della quale tu sei il solo o il principale officiante. E poiché l’officiante fa tutt’uno con la cattedrale-cantiere tu, badando a portare avanti il lavoro, ti sei dovuto inevitabilmente occupare anche della tua immagine di officiante che fa parte integrante dell’opera. È tutt’uno con l’opera.
Non sei il solo che si dedica alla coltivazione dell’opera e di se stesso in quanto parte dell’opera. In un certo senso lo facciamo tutti, intendo dire tutti quelli che hanno un certo concetto di sé. Ma lo facciamo, quasi tutti, da dilettanti, tra ventate di narcisismo e di sopravveniente umiltà. Tu sei un professionista in materia; ti consideri tale e come tale sei universalmente riconosciuto. Se debbo pensare ad un artista, a un uomo di lettere, ad un poeta totalmente dissimile da te che del resto poeta non sei, ma al quale mi viene spontaneo riferirmi nel considerare il rapporto tra opera e autore, mi viene in mente D’Annunzio. Lui usava i levrieri, le avventure guerresche, gli amori, i debiti, la ricercatezza, la décadence, ma lavorava come un forsennato, maneggiava uno sterminato vocabolario, era culturalmente prensile come una spugna. In quell’epoca fu il solo artista italiano che avesse circuito europeo.
Anche tu lavori come un forsennato, usi il computer, possiedi anche tu un immenso vocabolario di segni, giri il mondo come una trottola, tieni lezioni nelle più sofisticate università d’Italia, Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Giappone, Argentina e forse ne scordo qualcuna. Detesti la guerra e ami la pace. Sei moderatamente ma fermamente di sinistra. Rifletti e lavori in treno, in taxi, in aereo, in automobile. Quando il semaforo segna il rosso tu metti mano al taccuino nella pausa e ci fissi qualche appunto.
Nelle Faville del maglio D’Annunzio racconta che mentre componeva il Centauro si accorse di star mimando la lotta tra l’uomo-cavallo e il grande cervo che lo aveva aggredito e nella mimesi involontaria si piegò a terra trascinando con sé il cervo che aveva afferrato per il ramaggio delle corna fino a spezzargli il cranio. Ecco, cosa non ti ci vedo. La tua mimesi con l’opera tua si svolge attraverso una liturgia da letterato borghese e non da artista decadente e scapigliato. Ma si tratta pur sempre d’una liturgia amministrata con scrupolosissima attenzione e attinenza al fine. Resta da vedere qual è l’opera che ne deriva e il cantiere-cattedrale che la produce.
Ho già detto che l’immagine da te proiettata è quella dell’imprenditore d’un grandioso cantiere sperimentale. Quindi di un innovatore. Non a caso hai sfiorato a suo tempo la neoavanguardia del Gruppo ’63 pur restando ai margini di quell’esperienza, come l’altro grande innovatore letterario della stessa tua generazione, Alberto Arbasino. La neo avanguardia del ’63 si occupò della parte destruens, produsse piuttosto dichiarazioni di intenti che non opere creative. Arbasino ed Eco erano al di là delle dichiarazioni e dei manifesti programmatici. Innovavano con le opere, producevano testi, operavano sul linguaggio e sulle formule letterarie. Con una differenza notevole tra i due che mi fa venire in mente il rapporto tra Matisse e Picasso (si parva licet…). Disse Matisse: «Siamo stati entrambi due innovatori delle forme pittoriche con la differenza che io ho cercato di modificarle dal di dentro e lui dal di fuori».
È illuminante questa distinzione critica. Qualche cosa di analogo era accaduto negli stessi anni tra Proust e Joyce: il primo modificò il romanzo dal di dentro, il secondo dal di fuori attraverso un’operazione radicale sul linguaggio. Se ora volessimo applicare questa lettura critica ad Arbasino ed Eco, dovremmo dire che il primo ha innovato la forma-romanzo dal di fuori operando soprattutto sul linguaggio, il secondo dal di dentro operando sulla struttura e sull’assemblaggio senza toccare la lingua. Con tutto ciò che vi può essere di arbitrario in questo genere di approccio critico.
Il prodotto più riuscito di Eco è stato Il nome della rosa. Coniugò una trama narrativa letterariamente tradizionale con il “gotico” e insieme con il “giallo”. Fu questa la grande innovazione e la ragione dell’immenso successo commerciale. Da quel momento il “giallo” è entrato a far parte stabile del genere letterario dal quale era stato rigorosamente escluso, con l’eccezione dell’esperimento rivoluzionario di Poe che però era innestato su una struttura letteraria e su una poetica di tutt’ altra natura. La regina Loana (tralascio i titoli intermedi tra quelle due opere che a me sono sembrati di minor peso anche se sono certamente serviti alla preparazione di Loana) è un’operazione del tutto diversa. Non è un romanzo, non esiste trama e non esistono personaggi. Il protagonista di fatto non ha un carattere, non ha veri rapporti con gli altri che sono altrettante ‘comparse”, non ha passioni tali da consentire al lettore un’identificazione. Insomma non suscita emozioni. Alla lunga suscita un certo senso di noia. Allora qual è l’operazione? La regina Loana in realtà distrugge, o se volete supera, la forma-romanzo e colloca al suo posto una sceneggiatura multimediale assemblando canzoni, poesie, citazioni, reperti, figurine, fumetti, che hanno punteggiato mezzo secolo di storia della comunicazione. Un corsivo al vetriolo pubblicato giorni fa sul Foglio sostiene che La regina Loana è in realtà un copione da affidare a Pippo Baudo perché lo trasformi in una trasmissione televisiva a puntate di sicuro successo. Non è così o non è soltanto così. II corsivista del Foglio non considera il nucleo fondamentale del montaggio di Eco. Dopo La regina Loana la forma-romanzo incontrerà le stesse difficoltà ad essere riproposta che incontrò la pittura figurativa a ritornare sulla scena dopo il lungo dominio dell’astratto, dell’informale. Ci ritornò ma attraverso la “pop art”, la raffigurazione degli oggetti e dei volti-oggetto, da quello di Marilyn alla bottiglia della Coca cola. Questo è secondo me La regina Loana.
Debbo dire: in contro tendenza con il romanzo americano dei De Lillo, dei Franzen, dei Roth che in modi stilisticamente nuovi descrivono una realtà sociale nel suo stato di implosione, di ferocia, di disperata mancanza di senso. Forse la società europea non offre materia a quel tipo di letteratura. Forse noi siamo alla meticolosa raccolta di reperti da rimasticare con una memoria sdentata che non comunica emozioni e non suscita sentimenti. O forse, dopo questa ‘pop art” letteraria e dopo il minimalismo di molti nostri autori giovani, arriveremo anche noi al recupero d’una forma-romanzo che esprima il senso o il dramma della sua assenza?

Evento 'Il Cortile dei Giornalisti'

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