Referendum del 17 aprile. C’è da sapere…

triv MediterraneoIl prossimo 17 aprile 2016 gli italiani saranno chiamati alle urne per un referendum abrogativo contro le trivellazioni nei mari nazionali per l’estrazione di idrocarburi. Una battaglia promossa da nove consigli regionali (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise), movimenti e associazioni ambientaliste (tra cui il coordinamento no Triv), sotto la guida ufficiosa del Presidente della Puglia, Michele Emiliano.

Un sondaggio commissionato da Greenpeace all’istituto Ixè e pubblicato a dicembre, ha rivelato che soltanto la metà degli italiani è informato sulla questione; e di questi, tranne nelle regioni di riferimento, il numero di chi ha la percezione di possedere una conoscenza specifica scende al 21%. Perché il referendum sia valido deve votare almeno il 50% degli aventi diritto più uno. Stando alla statistica (ma bisogna tenere conto che ci si riferisce ad alcuni mesi fa), tra chi andrà a votare, oltre gli indecisi, il 47% sarebbe favorevole al sì, il 18% al no.

Come è nato questo Referendum
Nel settembre del 2015 il movimento fondato da Giuseppe Civati, Possibile, promuove otto referendum: uno riguarda le trivellazioni, la durata delle concessioni alle varie società energetiche e le modalità di estrazione nei limiti delle coste italiane. Non riesce però a raccogliere le 500mila firme necessarie (secondo l’articolo 75 della costituzione) per arrivare alla consultazione popolare. Poche settimane dopo, dieci consigli regionali (quelli sopra citati più l’Abruzzo, che poi si ritirerà) presentano sei quesiti referendari sulla ricerca e l’estrazione degli idrocarburi in Italia. E la problematica torna in primo piano. Il 23 dicembre la Camera approva la Legge di Stabilità con alcune norme sulle trivelle pensate per modificare quelle vigenti, e mettere così fuorigioco i sei referendum proposti. L’8 gennaio, dopo una rivalutazione ex-novo alla luce della differente regolamentazione, la cassazione ne boccia cinque. Il 19 gennaio, però, arriva la notizia che un referendum è sopravvissuto: quello sulla durata dei titoli per sfruttare giacimenti lì dove le autorizzazioni sono state rilasciate già negli anni addietro. Si tratta solo della durata delle trivellazioni già in atto entro le 12 miglia dalla costa, e non delle attività petrolifere sulla terraferma, né quelle in mare che si trovano a una distanza superiore alle 12 miglia (22,2 chilometri). Il quesito ufficiale recita: «Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?».
triv MediterraneoREFERDUM-17-APRILE-piattaforme-di-trivellazione

Cosa cambia se vince il sì
Se gli italiani si esprimessero a favore della cessazione delle operazioni al termine contrattuale stipulato con le varie società, sarà abrogato l’articolo 6 comma 17 del codice dell’ambiente, dove si prevede che le trivellazioni continuino fino a quando il giacimento lo consente. La vittoria del sì bloccherebbe tutte le concessioni per estrarre il petrolio entro le 12 miglia dalla costa italiana. Si parla, tra gli altri, del giacimento Guendalina (Eni) nell’Adriatico, il giacimento Gospo (Edison) nell’Adriatico e il giacimento Vega (Edison) davanti a Ragusa, in Sicilia. D’altro canto, se vincesse il partito contrario tutto resterebbe invariato. E quando le concessioni arriveranno a scadenza le compagnie petrolifere potranno chiedere un prolungamento dell’attività delle piattaforme già attive.

Stop Trivelle

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