Con Alessia, una delle tante escluse

Mentre le ferie stanno terminando è paradossale quanto sta accadendo nel mondo della Scuola. Colleghi costretti ad allontanarsi per avere il posto tanto atteso,  per non dire poi,  di quanto sta accadendo ai colleghi impegnati nel così detto “concorsone scuola 2016”.
Ad appena un mese dalla conclusione degli scritti, giungono i primi dati sulle promozioni e le bocciature: molti hanno definito quello che sta accadendo una ‘carneficina’ con un numero di idonei all’orale quasi sempre inferiore al numero di posti messi a bando. In alcune regioni l’80% dei colleghi candidati sarebbe stato “bocciato” agli scritti.
Una prova scritta che è stata criticata da più parti per il poco tempo a disposizione per la preparazione (da leggere a proposito l’intervento di Galli della Loggia sul Corriere della Sera a proposito della prova scritta della classe di concorso di Storia), al poco tempo concesso per le risposte durante le prove…
La ministra Giannini – lontana dalla realtà dei tanti colleghi precari che quest’anno hanno, prima garantito il regolare svolgimento dell’anno scolastico, per poi mettersi a studiare in brevissimo tempo –  ha parlato con toni trionfalistici della riuscita del concorso.
Nel felicitarmi con quanti hanno superato questa non scontata prova, il mio pensiero e vicinanza va ai tanti colleghi precari che in questi anni hanno garantito il regolare svolgimento delle attività scolastiche ma che oggi, a seguito della bocciatura nel concorso, si trovano ad essere esclusi dall’insegnamento.
Ad Alessia ed a tutti gli esclusi tutta la mia solidarietà. Segue la lettera ironica e amara che Alessia, una delle escluse dal concorsone della scuola, ha indirizzato al Ministro Giannini:

“Onorevole ministro Giannini,
Sono un’insegnante che ha sostenuto il concorso docenti 2016 e che è stata bocciata alla prova scritta.
Ora Lei crederà che questa sia una lettera di protesta o di lamentele, al contrario, sono qui a esprimerLe la mia più totale gratitudine, unita ad una sconfinata ammirazione nei Suoi riguardi per il rigore e l’implacabilità con cui non è scesa a patti con nessuno: né con i sindacati, né con gli insegnanti che pure si erano uniti durante l’anno in un grande sciopero che voi avete deciso di ignorare, nella migliore tradizione di un governo forte e deciso, di cui ormai da anni sentivamo la mancanza. Ebbene, sono qui a elencarLe i passaggi fondamentali della mia vita negli ultimi mesi, per poi concentrarmi sull’evoluzione epifanica che ho avuto nelle ultime 24 ore, sperando di non annoiarLa o di non rubarLe troppo del Suo prezioso tempo dedicato alla causa della “Buona Scuola”.
In modo molto sintetico Le dirò che per anni, gli anni in cui ho insegnato come precaria nella scuola (sono almeno cinque annualità nello stesso istituto che non sono valse a niente per l’accesso al ruolo) ho talvolta avuto il dubbio di essere sempre una buona insegnante, presumendo tuttavia, in modo del tutto arbitrario, che un buon insegnante fosse quello che mette in discussione se stesso, che si rivaluta giorno per giorno, mese per mese, anno per anno, per garantire agli studenti un miglioramento degli aspetti meno positivi del proprio insegnamento, e un rafforzamento di quelli già positivi. Tuttavia, questo stare nel dubbio e nell’incertezza, talvolta pesa molto di più di una triste certezza: ebbene, io adesso finalmente so di appartenere ad una categoria ben precisa, finalmente niente più dubbi, dilemmi o incertezze di sorta: nell’ambito degli insegnanti io adesso so di appartenere alla categoria degli insegnanti immeritevoli! Ecco, sarà una certezza sgradevole, ma è molto meglio del dubbio, Lei non pensa? Insomma, io Le devo la mia gratitudine, perché finalmente Lei, attraverso una rigorosa prova scritta, ha fatto capire a tanti “presuntuosi” insegnanti come ero io, chi è che davvero vale qualcosa e ha dei meriti e chi no. In effetti, talvolta, le dimostrazioni di gratitudine di molti genitori e di molti ragazzi che ho ricevuto personalmente; le affermazioni di insegnanti delle superiori (secondarie di secondo grado) che i ragazzi che uscivano dalla scuola in cui anche io insegnavo, avevano una marcia in più (che presunzione il credere di avere avuto un ruolo in questo!); e ancora la gioia di molti ragazzi che scoprivano di avere delle possibilità in più rispetto a ciò che credevano in origine, bè, devo confessare con una certa vergogna, che tutte queste cose mi avevano un po’ fuorviata, lasciandomi talora pensare che fossi davvero una buona insegnante, o avessi la possibilità per esserlo. Ma adesso, vede, adesso tutto è cambiato, perché so di avere immeritatamente insegnato per questi anni, di non aver meritato quelle dimostrazioni di gratitudine. D’altra parte il concorso serviva a questo, no? Com’è che si è espressa Lei tempo addietro? Ah sì, ecco: “nascerà una nuova generazione di insegnanti più preparati”. Finalmente posso uscire allo scoperto e dire che io non faccio parte di quella corte privilegiata, di quelli che hanno decisamente due o tre marce in più di me. Io che credevo che aver superato gli esami di accesso al TFA significasse qualcosa! Se mi guardo indietro, quasi provo fastidio per la soddisfazione che ho vissuto nel passare subito la preselezione: non potevo immaginare che esistessero prove molto più rigorose e selezionanti di quelle del TFA. D’altra parte chi ha passato lo scritto del 2016, ha ben donde di essere fiero di sé: egli sa, non soltanto di sapere (e qui caro Socrate, noi ti diamo un bello stacco), ma di essere in grado di rispondere alle richieste in tempi brevissimi e rapidissimi, in modo efficiente, come si conviene ad un “leader” che intraprende la sua “mission”. Non sono forse questi i termini (assai poco italiani, mi scusi se faccio questo appunto) che ricorrono nel testo della mirabile legge 107? “Leader” e “mission”, due termini che non lasciano dubbi alle intenzioni del nostro governo illuminato (forse possiamo parlare di “dispotismo illuminato”?), le intenzioni di rendere la scuola, non più un territorio libero per i ragazzi, dove essi possano sperimentare il gusto della cultura, ma un luogo dove essi capiscano che usare il cervello per esaminare, comprendere e formarsi un’idea e formare il proprio carattere, non è più sufficiente, né rappresenta la priorità della scuola: essi qui finalmente capiranno di essere clienti della scuola che ha come compito primario, non il formare delle menti, ma delle mani che lavorino, poiché adesso vige il concetto del “saper fare”, che ha soppiantato quello del semplice “Sapere”. La scuola azienda, la scuola che segue la logica dell’utile al di sopra di tutte le altre.
Non vorrei dilungarmi o uscire dal tema della lettera, perciò torno a ribadirLe che sono felice che finalmente qualcuno mi abbia messo davanti alle mie responsabilità, abbia dimostrato che io non ho le carte in regola per fare l’insegnante nella scuola. Però a questo punto si apre una contraddizione non indifferente, che purtroppo fa vacillare quella sicurezza che il concorso mi aveva appena aiutato a maturare in pochissime ore: come mai la scuola fino alla secondaria di secondo grado compresa, deve garantire pari opportunità a tutti, tenere in considerazione che siamo tutti diversi, con bisogni che variano da persona a persona, con abilità anch’esse differenti, tali che siamo arrivati anche a parlare di un vasto gruppo di Bisogni Educativi Speciali, quando poi, una volta usciti dalla scuola e immessi nel mondo del lavoro, ci troviamo a essere trattati come esseri tutti uguali? Esseri che, o sanno rispondere a temi vastissimi come quelli proposti dal concorso in un tempo ridicolmente breve per domanda e sanno tenere sotto controllo il livello di stress, ulteriormente aumentato dalla barra del tempo che scorre inesorabile, o, anche se sono insegnanti bravissimi, che si mettono in discussione e che realizzano buoni rapporti con i ragazzi, in realtà non hanno il diritto di essere presi in considerazione. Diciamoci la verità, non siamo stati messi veramente nella condizione di poter rispondere bene a quelle non brevi tematiche. Tuttavia c’è chi ci è riuscito, chi ha dimostrato che dal concorsone si può uscire vincitori e questo pone chi non ci è riuscito nella condizione di doversi giustificare o di sentirsi una nullità (senza togliere niente a chi ce l’ha fatta e che ha la mia solidarietà e il mio sostegno morale). Perché noi insegnanti dobbiamo essere considerati tutti uguali, come sputati fuori da una fabbrica di insegnanti ed educatori in serie, da sottoporre all’occhio clinico di “esperti” giudici e poi scartati a ogni minimo difetto, e perché invece non vengono messe in risalto le capacità specifiche, le caratteristiche personali di ogni insegnante, che è necessariamente diverso dagli altri e per questo portatore di varietà e ricchezza, sia esso vedente oppure no, veloce nel dattilografare oppure no?
La prego di sciogliere questo nodo, insieme agli altri che forse Lei non avrà mancato di leggere fra le righe di questa lettera, perché alla mia condizione di insegnante immeritevole, io tengo molto e desidero ancora poter guardare al concorso e al ministero che l’ha indetto e progettato, come ad un faro che risplende nel suo stesso fulgore di saggezza e rigore, capace di discriminare i capaci dagli incapaci, i meritevoli dagli immeritevoli, la nuova generazione di insegnanti più competenti, dalla generazione di insegnanti incompetenti.
Adesso posso guardare al mio futuro con occhi nuovi, di chi ha perso la fiducia in sé (o forse ancora no?), ma non la fiducia nel governo (o forse si?). Tutto questo per rassicurarLa, perché non volevo che il seme del dubbio attecchisse dentro di Lei e nel suo staff, perché possiate dormire tutti il sonno del giusto.

Grazie ancora,                                                                                                                                    firmata: Alessia, un numero dell’88% degli esclusi.

P.S. Ho parlato a titolo personale, anche se forse ho dato voce ai sentimenti di amarezza di altri, cercando di avere rispetto sia verso il resto dell’88%, che verso coloro che sono riusciti a passare lo scritto.

Concorsone

***

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