#OSIMANI con l’hashtag: Umbertì e Sandra

Continua la campagna #OSIMANI , volta a far conoscere il nostro territorio e la sua gente attraverso una galleria di volti e di storie raccontate in 140 caratteri (e oltre). Storie semplici ma veramente straordinarie.

 

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Ci sono vite di gente comune che vale la pena raccontare per recuperare una parte della nostra storia, quella personale  e quella collettiva della nostra piccola comunità osimana. Storie spesso sommerse che vengono ricostruite attraverso un mosaico  di sguardi , di anch’io c’ero, li  incontro tutti i giorni, di avvenimenti comuni a cui non facciamo, a volte, attenzione perchè presi dalla frenesia del quotidiano.
E’ questa la storia di Umberto Paoletti per gli osimani “Umbertì” e di sua moglie Sandra Cantarini.
Ma andiamo in ordine. Umbertì con la sua bottega in via Fuina è stato uno dei storici barbieri osimani. I barbieri non sono, forse, come per noi donne le parrucchiere di fiducia  in grado di tagliare i capelli alla cliente dandone una personalità, un look, ma è pur sempre un artista in grado di dare un’immagine ed uno stile ad un uomo. Con il trascorrere degli anni, la figura del barbiere è cambiata, un po’ come tutte le figure professionali, ma la sua sensibilità e attenzione verso i clienti rimane intatta.
Quella del barbiere rimane una figura romantica, anche se è cambiata la vecchia bottega con i suoi strumenti di lavoro: le caratteristiche poltrone da barbiere,  il rasoio a mano,  lo spruzzatore a pompetta per il dopobarba, gli affila rasoi in cuoio, i calendarietti profumati, … restando, comunque,  nel cuore e nella mente dei clienti che hanno potuto assaporarne i servizi.
La bottega del barbiere era il luogo degli incontri,  dei pettegolezzi al maschile, di confronto politico, di fusione e confidenza  tra il cliente e il barbiere e gli altri clienti in attesa. La vecchia bottega ha forse, un potere e un sapore inarrivabile per tantissimi aspetti ma quel legame stretto tra barbiere e cliente , in moltissimi casi, ancora oggi , non si è mai dissolto.

Ad Osimo sono state numerose ed attive le botteghe che esercitavano l’antico mestiere artigianale di barbiere. La maggior parte di queste botteghe ( alcune si chiamavano “salone”, in verità non meritavano l’accrescitivo in quanto erano, solitamente, una stanza di poco più di sedici metri quadrati dotata di uno sgabuzzino posteriore. Dentro ci stavano una o due poltrone  da barbiere , alcune sedie per i clienti  in attesa, un portaombrelli e un attaccapanni) con i loro capomastri e i loro allievi erano collocate al centro.
In via Lionetta c’era Gino POLVERIGIANI con Elvio soprannominato “Sverzi. In piazza del Comune esercitava l’attività di barbiere Carlo SGARDI al quale è subentrato il figlio Diego. In piazza Boccolino un tempo c’era il salone di Memo LUCHETTI, dove lavorava come giovane apprendista Mario VICARELLI.  Sempre in Piazza del Comune c’era il salone di barbiere di Peppe RAVAIOLI che aveva due aiutanti-barbieri, Alessandro MORRONI detto “Lesa” e Alberto CARBONARI.
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In via Fuina vicino alla panetteria di Ubaldina Sopranzetti c’era la barbieria di  Mario PAOLETTI poi rilevata da Umbertì il 9 settembre 1952. Per il Corso Mazzini c’era la bottega barberia di Ettore CAMPANELLI con il figlio Nino con il quale entrò poi in società Pippo MONTICELLI. Sempre in centro per il corso Mazzini di fronte al Teatro c’era il salone barberia di Lodovico CECCONI al quale subentrò poi il figlio Renato CECCONI, il decano dei barbieri osimani, oggi in pensione ma la cui  attività e tradizione familiare prosegue con il  nipote Mauro per il   vicolo Leon di Schiavo. In piazza Dante esercitava il mestiere di barbiere Augusto CANTIANI, mentre in piazza Leopardi al civico 8 c’è il salone barberia di Enzo e Francesco FORMICONI.
Al civico n. 10 di via Leopardi operava il mastro barbiere Antonio AMBROSONI, mentre per il corso Mazzini c’era anche Egidio CASTELLANI detto “Pirolello“. In Piazza del Comune c’era un altro barbiere,  Umberto CECCONI detto “Combi” che esercitava l’attività insieme al cugino Cesare CECCONI.
Altro barbiere per il Corso Mazzini era MONTEVECCHI padre di Giorgio, portiere dell’Ospedale osimano di SS.Benvenuto e Rocco. Per via Matteotti, la via che collega il centro al rione San Marco ci sono stati  ben quattro saloni da barbiere: Bruno CAPRARI detto “Buricchio“, Ettore TULLI con il figlio Oberdan, PRESENTI ( il nonno di Sergio Presenti) soprannominato “Zibino“; DEL COLLE ( padre dell’orologiaio di corso Mazzini 10). In via Malagrampa c’era un altro bravo e molto professionale barbiere-acconciatore, Gerardo SERLONI, una brava persona recentemente scomparsa.
A San Marco nella piazzetta e nei locali dove oggi Bruna, la moglie di Zazzera, regala il pane del giorno prima ai poveri, tagliava i capelli e la barba l’artigiano barbiere Marcello MIGNANI.
Al borgo per la costa c’era la bottega barberia di Carlo CAPORALINI e c’è la bottega di Fabio Guido FRANCHINI  mentre alle piane, sempre del Borgo,  hanno lavorato tre barbieri:   Vincenzo BIANCHI con Roberto CECCONI detto “Cinigiadove lavorava anche il giovane apprendista Gianni BRAZZONI ( oggi con una propria bottega in via Ungheria al civico 82), Tinuccio CASTELLANI  al quale alla sala da barba di via Trento 64 è subentrato poi il nipote Mauro. In via 5 Torri svolgeva il mestiere di barbiere Gianni SEVERINI prematuramente deceduto al quale è subentrato nel 1978 il figlio Carlo.
Alla Pietà ci sono stati due  barbieri:  Solideo BARTOMIOLI un personaggio e GIAMPIERI poi passato a fare lo scopino. MARZOCCHINI  Giuseppe è il parrucchiere-barbiere che ha il salone in via Don Sturzo al civico 45 al così detto “Colosseo”, in via Strigola c’era un altro storico barbiere osimano, Adolfo BALERCIA. In via Olimpia ci sono due barbieri, o per meglio dire per effetto dei tempi moderni, due acconciatori per uomini: Massimo PESARESI il figlio dello storico custode del PalaBellini, Graziano, e MENGONI Marcello con il suo salone “Hair professional“.
In zona Sacra Famiglia al civico 25 di via Einaudi  c’è il mastro barbiere-acconciatore Luigi GIAMBARTOLOMEI. Nelle frazioni esercitano l’attività di barbiere-acconciatore a San Biagio in via Goldoni l’Acconciatore Sandro, alla Linguetta c’è un altro barbiere-acconciatore, Massimo GRACIOTTI.
Negli anni passati anche a Osimo Stazione c’erano due botteghe artigiane dove svolgevano il mestiere di barbiere Luigi CECCONI  e un altro barbiere di nome Peppe che veniva da Camerano. A Passatempo si divideva tra il mestiere di barbiere e quello di ferracciaio un tal Bruno SABBATINI.
Spero di non aver dimenticato nessuno, i nomi  dei colleghi Umbertì li ricorda tutti e per ognuno di loro mi ha raccontato un aneddoto e  un ricordo affettuoso.

Umberto classe 1939, alle soglie degli ottantanni ma  lo spirito ancora di un ragazzino, ricorda con commozione gli anni della fanciullezza, aveva  circa 8 anni quando andava a scuola la mattina e poi correva il pomeriggio a lavorare dietro il bancone del caffè di mio nonno Eugenio ANDREONI e nella profumeria Gabbanelli  per cercare di portare a casa qualche soldo, in tempi in cui la miseria la faceva da padrone.
Dopo una breve esperienza di meccanico ( come riparatore di vespe e lambrette) nella officina Mazzuferi di via Zara,  a 13 anni entra in bottega come apprendista barbiere dallo zio Mario PAOLETTI. Quest’ultimo dopo aver lavorato per diversi anni come dipendente della bottega da barbiere di ANTONELLI, ( in capo al Corso) la più rinomata di Osimo chiamata anche  “la barberia dei signori” ( in questa bottega ci ha lavorato anche Roberto MUTI poi stimato ragioniere all’Astea)   aveva deciso di mettersi in proprio. Acquistato un piccolo locale in via Fuina al civico 16  Mario Paoletti l’abbellì e l’attrezzò con  due poltrone da barbiere. In poco tempo  si conquistò e ritagliò subito una bella fetta di clientela. Oltre al giovane “garzone-apprendista” Umbertì, nella  bottega da barbiere ci lavorava anche un altro esperto mastro barbiere, PIETRONI soprannominato “Miserì” e  faceva da jolly, veniva chiamato a rafforzare lo staff della bottega quando ce n’era bisogno, Nanni DORGILLA ( un barbiere esperto, ma invalido di guerra, che poteva rendersi utile solo per il servizio taglio dei capelli).
Umbertì non poteva trovare ambiente migliore per imparare il mestiere. Dallo zio Mario, dagli altri due validissimi collaboratori in poco tempo, Umbertì,   impara tutti i segreti e l’arte del mestiere di barbiere. Tecnica poi perfezionata, anche, partecipando ( nei giorni di riposo e con altri apprendisti osimani come:Diego SGARDI, Gianni SEVERINI, Renato CECCONI )  alla Scuola Professionale di taglio dei capelli che era in Ancona diretta dal maestro barbiere Gilberto Santarelli.
Un mestiere che Umbertì ha amato molto e che lo ha visto nella sua bottega di via Fuina fino al dicembre del 1999, per più di 47 anni.

Un barbiere all’antica, come lo è stato  il suo collega e amico Cecconi Renato, entrambi sempre rimasti fedeli ai riti ed alle tecniche di questa antica e nobile professione appresa da ragazzi: il taglio di capelli sartoriale, la rasatura con panno caldo, e con gli unici strumenti da lavoro che  sono stati pettine, forbici e rasoio. Un mestiere che ha fatto di Umberto e degli altri  barbieri di una volta,  personaggi pubblici, perchè dal barbiere non si andava solo per barba e capelli, ma la loro bottega era un luogo di incontro, di lettura e di conversazione. Ai tempi in cui non esisteva “facebook”  la bottega di Umbertì, come degli altri barbieri osimani, era un ritrovo tra amici, dove si parlava di politica, di calcio. La bottega del barbiere era il luogo del riposo, della pausa, dove facile regnava l’ironia, dove si inventavano soprannomi e si passava al setaccio tutto il paese, nei suoi avvenimenti buoni e cattivi: morti, matrimoni, fidanzamenti e i pettegolezzi  vari. Se si voleva sapere qualcosa o sondare “il polso politico di Osimo” non ‘c’era che miglior posto che andare dal barbiere, l’ “agenzia stampa cittadina”.

La clientela di Umbertì era composta da persone appartenenti a tutte le diverse categorie: ricchi, poveri, contadini e impiegati. Umberto, però, mi ha raccontato anche di clienti speciali: Fagioli detto Bazzarò che veniva appositamente da Ancona alle 7 della mattina per farsi due volte la settimana la barba ( e in quei giorni Umberto apriva la bottega prima per scaldare l’acqua); il maestro Antonio CREMONESI che oltre insegnare controllava e gestiva il Cinema Concerto e spesso il servizio  del taglio dei capelli e la cura della barba era barattato con qualche biglietto gratis per entrare al cinema al lunedì e con le  artistiche scritte di auguri di Natale che il bravo maestro disegnava sugli specchi della bottega; Dario MAGNALARDO che era il Presidente dell’Associazione dei barbieri; IPPOLITI Peppino ( figlio dello stimato prof. Ippoliti) e Giuseppe MARCHETTI detto “Mattaccino” un tipo solitario che non amava fare la fila  e allora andava su appuntamento  tutti i Sabati e i Mercoledì puntuale alle 21 ultimo cliente  con il quale si concludevano i due giorni più duri del lavoro.
C’erano anche clienti speciali ai quali il servizio veniva fatto a domicilio: il conte Marchese Honorati presso la cui abitazione ( vicino la rotatoria “la Gironda”) Umberto andava  tutti i sabati mattina all’alba, a piedi, prima di aprire la bottega; Budini il ragioniere della Fornace Fagioli, il sig. Filippo ROSSI ( operaio storico della Fornace Fagioli) e padre Biagio Anastasi ( grande figura carismatica della chiesa osimana) presso la chiesa della Misericordia due volte la settimana prima della messa mattutina; Gaetano MIGLIARINI il grande industriale dell’alimentare osimano proprietario dei supermercati Vegè.
” Il sig. Gaetano – mi racconta Umberto – oltre che  essere  una persona squisita e generosa era anche un grande cattolico, e dato che si era informato che presso le barberie erano solito offrire in lettura ai clienti in attesa,  riviste moralmente poco edificanti, fece dono a Umberto dell’abbonamento della rivista “Presenza” e del quotidiano “Avvenire” con preghiera di tenerli sempre ben in vista per i clienti”. La bottega di Umbertì ha avuto anche questo singolare primato, era l’unica barberia ( forse in tutt’Italia) dove si poteva leggere, in attesa del taglio,  la voce  ufficiale dei Vescovi italiani.
Ad Umberto Paoletti va anche il merito, grazie al  suo carattere conciliante ma anche risoluto e determinato, di aver fatto “battaglie” in favore della categoria dei barbieri osimani. E’, infatti, grazie a lui se dalla domenica del 28 febbraio 1978 i barbieri osimani non hanno più tenuto aperte le botteghe la domenica mattina.  Prima, infatti, i barbieri lavoravano anche la domenica mattina, mentre il lunedì per tradizione è stata sempre la giornata di chiusura delle botteghe. Ricorda Umberto tuttavia che il lunedì giorno di festa per i barbieri  era comunque giorno di lavoro dedicato alla pulizia del locale, delle poltrone, dei ferri del mestiere con Sandra, la moglie, che provvedeva a fare il cambio  della biancheria utilizzata per i clienti.
Ad Umberto ( che era stato nominato a capo di una commissione comunale ) si deve, anche,  l’ accordo sulla istituzione  di un tariffario comunale che impegnava tutti  i barbieri osimani ad applicare   tariffe concordate per ogni servizio di barberia: ad esempio si era concordato che il taglio dei capelli doveva essere di lire 1.500.

Una bella storia  di passione ed  attaccamento al proprio lavoro,  quella di Umbertì, e mi raccomando quando lo incontrate per via  Torri, salutatelo ma non fatelo arrabbiare chiamandolo “acconciatore”, Umbertì è stato e vuol essere ricordato come  “barbiere”, il “Barbiere di Padre Biagio“.

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Quella di Umberto e Sandra è anche una bella storia d’amore. Si sono conosciuti o per meglio dire “schivati” al Caffè di nonno Eugenio dove Umberto era di casa perchè fin da piccolino aiutava nel pomeriggio nonno e nonna nelle piccole attività del caffè e, anche se 16enne era diventato apprendista barbiere nella bottega dello zio Mario, andava spesso al caffè degli Andreoni e spesso lì si fermava a mangiare con mio padre Fausto e zio Amleto. Sandra, invece appena 16enne era stata assunta da nonno Eugenio come commessa del Caffè e da brava ed attenta addetta al bar quando, un giorno, quel “ragazzotto” di Umberto entrò in negozio  gli chiese: “Scusi cosa desidera ? “. Umberto  offeso ( per essere stato scambiato per un cliente) non le rispose per niente andando diritto, con far sicuro nel retrobottega come uno di casa, chiedendosi: “Ma chi è mai questa ? “.

E’ bastato così poco, che si sono subito fidanzati e pochi anni dopo, nel 1963, già  si promettevano amore eterno davanti  a Dio e al prete di San Marco. Con il cuore pieno di speranze, probabilmente non immaginavano un futuro così lungo assieme: quest’anno contano 54 anni di vita comune.

Come in tutte le famiglie le difficoltà non sono mancate, ma la solidarietà, la complicità  e la gioia di condividere ogni momento della propria vita, quelli sereni al pari di quelli difficili, ed affrontare insieme ogni giornata, ha consentito loro sempre di superare ogni ostacolo.

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Lo staff del “ristorante dei poveri dell’ECA”dove per poche lire si assicurava un pranzo decente, detto in osimano “il pappò”, agli indigenti osimani.
Le cuoche erano: MAGNALARDO Gina, BAIOCCO Clara, CANTARINI Sandro, CECCONI VIGIANI Aida, SASSO Francesca, MARSILI Francesca, COTOLONI, e con la superiore suor LUIGINA

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Artigiano barbiere lui, mentre lei è stata commessa al bar di Antonio SERRANI, poi aiutante cuoca al ristorante dei poveri gestito per più di 10 anni dall’ECA , poi operaia in fabbrica a Castelfidardo ( fisarmoniche Moreschi) e da ultimo commessa al nuovo bar , “4+1” di San Marco. E’ questa la storia semplice di una solidissima coppia osimana

Un augurio sincero a Sandra e Umbertì, osimani fin nel midollo, un bell’esempio di famiglia e  di vicinanza reciproca.

La Presidente del Consiglio Comunale di Osimo
………………….Paola Andreoni


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#conPietroGrassoconunabravapersona

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Pietro Grasso lascia il PD, sicuramente un gesto di non poca rilevanza politica da parte della seconda carica dello Stato.
Una presa di distanza verso chi, in giro con il suo trenino, ha voluto far approvare con arroganza una legge elettorale senza discussione e senza possibilità di apportare miglioramenti.
Abbiamo un segretario che ogni giorno riesce nell’intento ( dalla “cattiva scuola”, alla demolizione della sanità pubblica, dalla cancellazione dei diritti sanciti dallo Statuto dei lavoratori, alla continua conflittualità con le istituzioni dello Stato, ….) di demolire e di far perdere credibilità a questo partito che tanta speranza e fiducia ha suscitato nei nostri elettori e negli italiani.
Paola
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#SiamotuttiAnnaFrank

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Quando l’abissale ignoranza arriva ad usare il volto di Anne Frank per “insultare” i tifosi di una squadra avversaria e quando la stupidità la fa da padrona su molti tifosi divertiti dall’idea e non si rendono conto di quale sia il problema ed arrivano a dire sulla rete ed alla radio: «e che sarà mai ?»,
allora credo che sia arrivato il momento per tornare a parlare, di rispetto, di educazione.
C’è da chiedersi anche, preoccupati, dov’è stata la scuola, se sia passata mai da quelle parti e cosa avrà lasciato mai nelle teste di quei stupidi ragazzi ?
Stupidi ragazzi, solo sapessero qualcosa di Anne Frank! Se solo la sapessero davvero! Anne Frank che muore nel campo di concentramento nazista di Bergen-Belsen, nella Bassa Sassonia, nei primi mesi del 1945, a sedici anni non ancora compiuti.
Paola

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21 ottobre 2017 #NONèreato: insieme all’umanità che ci unisce.

Oggi alle 14,30 a Piazza della Repubblica davanti alla Chiesa di S. Maria degli Angeli e dei Martiri, per la manifestazione:
Migrare, accogliere, povertà, solidarietà, dissenso #NONèREATO

Pubblico e faccio anche mio, l’appello e la lettera di sostegno alla manifestazione che ha come primi firmatari:Monsignor Raffaele Nogaro, don Luigi Ciotti, Andrea Camilleri, Moni Ovadia, Toni Servillo, Giuseppe Massafra, Luciana Castellina, Carlo Petrini, Enrico Ianniello

Rifiutiamo le distinzioni e le etichette con le quali si classificano gli sventurati che attraversano l’Africa e il Medio Oriente sperando nell’accoglienza dell’Italia e dell’Europa.

I rifugiati come i cosiddetti migranti economici tentano tutti di sfuggire alla morte: morte per guerra o morte per fame. Ma la risposta europea è stata la chiusura della rotta balcanica prima e della rotta libica poi, e il Mediterraneo è diventato il cimitero di oltre cinquantamila migranti.

La strada degli accordi con i regimi dei paesi dell’altra sponda non solo implica aiuti economici a governi opachi dalla democrazia malconcia, ma il prezzo dell’alleanza con le milizie libiche vuol dire costruire un inferno dove i migranti sono torturati, stuprati o mandati a morire di sete nel deserto, come ha denunciato l’ONU.

Noi non vediamo, non sappiamo o fingiamo di non vedere e non sapere?

Siamo consapevoli di avere una parte di responsabilità in questo disastro?

Il surriscaldamento del globo terrestre correlato al nostro sistema di vita aggraverà i problemi climatici, e la crisi alimentare in Etiopia, Somalia, Sud Sudan, Nord Kenya e Lago Ciad creerà altra fame.
Le armi vendute in Sudan, Somalia, Eritrea, Centro Africa, Mali contribuiscono ad incrementare guerre sempre più feroci. E non si dica «Aiutiamoli a casa loro» perché – colmo di ipocrisia – la politica economica verso l’Africa è un saccheggio di materie prime e, in seguito ad accordi a svantaggio dei paesi africani, sarà causa di ulteriore impoverimento.

Se questo si tace, non si capisce perchè tanta gente fugge e si diffonde la paranoia dell’invasione. Da qui alla xenofobia e al razzismo il passo è breve.

Quando criminalizziamo i migranti definendoli clandestini, neghiamo l’umanità delle persone. Calpestiamo quei diritti sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, per cui si ha diritto ad una vita sicura, alla libertà di movimento e ad una esistenza dignitosa. Svalutiamo quanto abbiamo raggiunto, dopo il buio delle guerre mondiali che hanno devastato l’Europa, mentre invece la Convenzione di Ginevra vieta il respingimento se vita e libertà sono minacciate.

Ma non sono queste le prospettive peggiori: negando l’uguaglianza e la libertà delle persone, diventando discriminanti di fronte alla diversità e alla povertà, rischiamo di distruggere quei valori che i nostri padri hanno difeso creando l’Europa patria dei diritti. Il danno potrebbe essere enorme ed imprevedibile, e potrebbe ricadere anche su di noi.

Non siamo di fronte a nessuna invasione, invenzione mediatica, e di altro invece ci si dovrebbe preoccupare. Non solo le nascite sono scarse, ma l’Italia è tornata ad essere un paese di emigranti: giovani soprattutto che espatriano deprivando il paese di energie vitali. Per il momento, ancora nessuno osa dirgli che vanno a rubare il lavoro all’estero.

Abbiamo bisogno di giovani, ragazze e ragazzi italiani e nuovi cittadini, per costruire il futuro di questo paese; abbiamo bisogno di accoglienza, solidarietà e speranza.

Di responsabilità e lealtà nel servizio della politica, dell’informazione e della creazione di coscienza pubblica contro chi semina odio, paure e violenza. Per questo ci appelliamo alle persone di buona volontà.

Senza timore di testimoniare, manifestiamo l’umanità che ci unisce.


Paola Andreoni

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#OSIMANI con l’hashtag: m°Mario Mosca pittore, incisore e litografo.

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La persona che merita, questa volta,  la nostra attenzione per essersi particolarmente distinta nello svolgimento del proprio lavoro e per il contributo reso alla città  nella  promozione culturale e artistica è Mario MOSCA.
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Un artista della nostra città, cresciuto  tra i nostri vicoli e colline con  la bellezza della nostra campagna negli occhi.
Mario Mosca nasce il 26 settembre 1940 ad Osimo dove vive e incessantemente lavora. Cresce in una famiglia di artigiani, il padre Sisinio era uno stimato ed onesto artigiano-imbianchino abituato a guadagnare il pane da vivere  nella fatica del  duro lavoro quotidiano. Una famiglia semplice e solidale ma anche molto sensibile alle varie espressioni dell’arte: il teatro, la musica classica e sinfonica. Finito  il lavoro Sisinio si immergeva nella sua passione per  lo studio e la pratica della  musica quale  apprezzato “cornista” della banda musicale cittadina. I due figli Mario e Sandro sono cresciuti in questo ambiente  povero dal punto di vista economico ma ricco di valori  interiori e spirituali, incline  al senso della bellezza ( ascolto della buona musica, frequentazione del teatro ed ammirazione per tutto ciò che era espressione artistica: i monumenti cittadini, le nostre chiese, i panorami che le varie stagioni offrivano, alcune belle riviste che Sisinio non faceva mancare agli occhi attenti e curiosi dei suoi due figli).
Sisinio forse non avrà mai letto Dostoevskij e sarà stato all’oscuro del suo motto: “Il mondo sarà salvato dalla bellezza”; ma grazie a questo clima familiare stimolante verso gli orizzonti dell’interiorità, dell’immaginazione e della bellezza,  ha favorito nei suoi ragazzi la ricerca del buon gusto, l’attitudine dello spirito e dei sensi  a gustare e apprezzare le cose belle e raffinate.
Non c’è da stupirsi, quindi, se fin da piccolissimo ( 9-10 anni) Mario riproduceva  già molto bene i vari personaggi che comparivano su “Il Corriere dei Piccoli” e su “Il Vittorioso”. A 12 anni, a scuola, sotto la guida dell’ottimo professore di disegno Sardus Tronti, dipinse con i colori a tempera una splendida natura morta con tante varietà di pesci che sembravano veri, tanto che l’insegnante (che apprezzava con entusiasmo le grandi capacità artistiche del suo allievo) volle farla appendere alle pareti dell’istituto.

Mi racconta Mario che fin da piccolissimo eraffascinato dall’opera di Michelangelo, e che di notte, al lume di candela, leggeva le storie dei grandi maestri del Rinascimento, ne studiava ed ammirava le opere, provando a riprodurle  su fogli a carboncino centinai di volte. Fin da piccolissimo dipingeva ad olio e non avendo soldi necessari per acquistare i colori si arrangiava, impastando i colori – come un maestro del Rinascimento – con le terre colorate e l’olio di lino, mentre per i bianchi impastava la biacca di zinco con risultati stupefacenti per la bellezza e compattezza dei colori che, a distanza di tanti anni hanno mantenuto ancora una freschezza incredibile.
Ha dovuto sempre arrangiarsi per i materiali. Per le tele, ad esempio, aveva scoperto che sua madre conservava dentro il  comò diversi rotoli di tela tessuta a mano  per lenzuola ( era il corredo delle spose  di un tempo che tutte le donne portavano in dote). All’insaputa di tutti, ogni volta che aveva necessità di dipingere un quadro, ritagliava grossi pezzi di tela che inchiodava su di un rudimentale telaio realizzato con quattro strisce di legno racimolate nella bottega dello zio Vittore che faceva il falegname.
Il fratello Sandro più piccolo di tre anni, ancora lo ricorda giovanissimo partire la mattina di buon’ora armato di pennelli, tavolozza, colori e cavalletto diretto “ai piedi” del borgo per ritrarre “en plein air” scorci di via Trento e di via Roncisvalle. La campagna osimana, la vita cittadina, infatti,  sono stati i primi soggetti dei dipinti di Mario Mosca.
Ricorda Mario l’emozione e la felicità per il primo dipinto venduto, ( aveva all’incirca 14 anni) che fu acquistato dalla moglie di un bancario osimano per 500 lire e tre uova fresche. Seguirono,  con grande soddisfazione, altre importanti negoziazioni: il Presidente di allora della Banca Popolare di Osimo, il dott. Tullio Alessandrini, gli commissionò due tele per il salone della banca: entrambe di notevoli dimensioni raffiguranti, una il Duomo di Osimo, l’altra il campanile di San Marco dalla piazza del mercato dei buoi. Anche il Direttore della “banchetta popolare”, avv. Ugo Sinibaldi,  è stato uno dei primi acquirenti, una bella tela, raffigurante Osimo, che per tanti anni ha abbellito l’ufficio direzione della banca di piazza Gallo.
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Tanti bei attestati di stima che incoraggiarono il giovane pittore osimano nel proprio talento. Il primo riconoscimento importante  arrivò alla prima mostra a cui Mario, nel lontano 1957, partecipò. Si trattava di  una mostra nazionale che si teneva a Jesi, presso il palazzo della Signoria, Mario ci partecipò partendo da Osimo con il suo “scassatissimo” motorino. A questo primo concorso ne seguirono altri, tutti coronati da  successi ed apprezzamenti che contribuirono a rafforzare la motivazione che quella dell’arte era la sua strada e la forte motivazione che quella passione poteva diventare anche la sua professione che gli avrebbe permesso di che vivere.
Importanti sono stati per la sua crescita artistica alcuni incontri, primo tra tutti quello con il grande artista xilografo osimano,  Bruno da Osimo.

L’incontro con Bruno da Osimo, avvenne grazie ad un amico e grande  suo estimatore: Giuseppe Bardezzi.
Mi racconta Mario: “In poco tempo ebbi la fortuna di accedere allo studio di villa “Stella Maris” dove, Bruno Marsili, il grande xilografo osimano  con un basco che gli scendeva fin sulla guancia era intento a creare sulla tavoletta di bosso le sue opere. Avere conosciuto Bruno da Osimo, uomo piccolo di statura ma grande di cuore, fu per me una esperienza indimenticabile. Mi accolse con affetto ed ebbe buona considerazione verso la mia espressione artistica”.

Altra esperienza vitale per la  crescita artistica di Mario Mosca  è stata la frequentazione a Roma delle principali gallerie d’arte  di Piazza del Popolo, via del Babuino, via Margutta e piazza di Spagna. Allora, fine anni 50, era in voga il neo-realismo, e a Roma  il nostro artista osimano, ancora “alle prime pennellate”,   aveva avuto la fortuna di incontrare i principali pittori come Guttuso, Treccani, con i suoi contadini calabresi, Domenico Purificato. “Ciò che mi interessava allora – racconta Mario – era quella pittura, una vera ricerca innovativa verso l’espressionismo definita “Scuola romana”, che aveva come massimi esponenti Scipione e Mafai. Ammiravo l’opera di Scipione, una notte dipinsi dal vero Piazza Navona proprio in omaggio a Scipione. Tutto ciò mi portava ad amare l’espressionismo.”
E’ del 1959 la prima mostra personale, e non poteva che essere allestita in Osimo, sua città natale, presso  il locale adibito a biblioteca popolare ( era ubicata nel palazzo della mensa Vescovile, in Piazza del Comune, dove si trova attualmente la Banca Popolare di Ancona). Negli anni ’50 erano rare le mostre d’arte ad Osimo, la prima di Mario Mosca richiamò un buon numero di visitatori.
Ricorda Mario che una delle tele esposte, raffigurante una natura morta, fu acquistata da mons. Domenico Brizi per impreziosire le sale del Palazzo Vescovile.

Nel 1960 espone le sue opere alla mostra “giovani firme” presso la Galleria Puccini di Ancona. Una collaborazione quella con la galleria dorica che durò per parecchi anni  con diverse esposizioni come quella del 1961 con tema ” il paesaggio marchigiano” che permise al giovane talentuoso artista osimano di venire in contatto con i principali artisti marchigiani.

Altre esposizioni di rilievo, di quel periodo,  sono state quelle di Sassoferrato  per il premio internazionale “G.B.Salvi” ed a Macerata nel 1962 per la mostra d’arte sacra.

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Altro incontro determinante per la crescita artistica di Mario Mosca è stato quello con il maestro Luigi Bartolini. Mi racconta Mario: “non avrei mai fatto l’incisore se non avessi incontrato , giovanissimo, sulla mia strada Luigi Bartolini , fui folgorato da quelle incisioni così immediate “.  E da quell’importante incontro risalente agli anni 1961,  infatti,  l’incisione  – con una incessante e severa ricerca di approfondimento della sua tecnica – ha accompagnato sempre l’attività artistica di Mario Mosca. Non più solo pittore ma anche grande ed apprezzato incisore.
Ventenne Mario perfeziona il proprio tratto artistico iscrivendosi all’Accademia di Belle Arti di Macerata frequentando i corsi di studio sul nudo.
Nel frattempo i suoi quadri e le sue incisioni sono richieste dalle  principali gallerie di tutt’Italia e aumentano le occasioni  per  le mostre personali anche fuori dei confini nazionali. Inizia ad esporre le sue opere – tele ed incisioni in Italia e in Europa. Tra le principali mostre e personali da ricordare quelle di:   Ferrara nel 1963 mostra personale alla galleria “Borgoleoni”, alla “Biennale dell’Incisione  Contemporanea” di Taranto in vari anni, alla “IV  Mostra di Grafica Italiana” di Milano, a Bologna in vari eventi e in particolare al “Concorso Nazionale di Pittura e Bianco-Nero” del 1966, in Spagna per la “Fiera Internatcional de Madrid” Arte contemporanea del 1983, alla Hynes Convention Center di Boston, all'”Atrexpo 1991 e all’ ” JacobJavits Convention Center” di New York, alla Valley Forge Convention Center di Philadelphia, a Tokyo al Tias Trade Center Harumi, ad Amsterdam – nel 1963 – alla Graphil Gallerie, ….
L’associazione nazionale incisori che aveva come Presidente il mitico Carlo Carrà e che conta come membri  i più grandi maestri dell’incisione da Luigi Bartolini a Giorgio Morandi, a partire dal 1963, lo riconosce come  proprio esponente e come tale viene invitato a tutte le più importanti mostre e biennali dell’incisione contemporanea.

Il successo e l’apprezzamento per le sue opere non modificarono lo stile di vita e i valori di Mario Mosca che rimane sempre legatissimo alla sua città natale. E ad Osimo l’artista pittore e incisore “senza testa” non ha mai negato le sue mostre ed esposizioni personali. Nel 1965 il Sindaco Vincenzo ACQUA e l’assessore alla cultura m° Carlo GOBBI offrirono a Mario Mosca la possibilità di esporre i suoi quadri e manufatti d’incisione  nella sala Consiliare ( la sala gialla ). Un onore ( mai tali spazi del civico consesso sono stati in seguito offerti ad altri artisti )  e un ringraziamento in pregio al giovane artista  osimano la cui fama si stava diffondendo a livello nazionale.

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Alla fine degli anni sessanta la vita artistica  di Mario Mosca ha una svolta importante,  lascia Osimo per approdare a Milano.
Nella capitale italiana dello sviluppo economico ed industriale, centro vitale  del così detto “miracolo economico”,  ma anche fulcro della vita culturale del nostro Paese, Mario Mosca inizia la sua ricca attività di litografo con la stamperia “La Spirale” di Milano.  Lavorare per “La Spirale” significava essere riconosciuto come uno dei maggiori artisti italiani, nella zona più artistica di Milano, in quella che veniva e viene definito ” il cortile dei Pittori”.  Qui l’appena ventottenne osimano  che aveva imparato a disegnare dal balcone della  finestre del vicolo  Croccano conosce e lavora con i più affermati e famosi artisti italiani e non solo: maestri come Ennio Morlotti, Cazzaniga, Cascella, Giuseppe Ajmone, Cassinari, Fiume, Guttuso, Orfeo Tamburi e Franco Rognoni.
In questo stimolante clima  e “corte di artisti”, Mario Mosca era conosciuto da  tutti come il “più giovane artista della Spirale” e sono stati , per il nostro pittore -incisore osimano, anni di grande crescita, ricerca  e maturazione artistica. Un rapporto con Milano che poi è proseguito negli anni, con la partecipazione a Mostre e Personali che ha suscitato  l’apprezzamento,  e la nascita di un profondo  rapporto di stima con il critico d’arte Vittorio Sgarbi. In più occasioni, il famoso critico d’arte nonchè noto personaggio televisivo,  ha voluto nella sua attività di promozione di Mostre e Gallerie, la presenza di opere del nostro Mario Mosca. L’ ultimo invito,  in ordine di tempo,  risale a questa  estate,  in occasione del “Festival Internazionale dei due Mondi di Spoleto” dove anche le opere di Mosca sono state ammirate da numerosi visitatori e turisti.

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Oggi Mario Mosca, da pochi giorni fresco dei suoi 77 anni, come tutti i grandi artisti non è una persona appagata dei tanti riconoscimenti e premi acquisiti.  La pittura e l’incisione sono per lui stile di vita ed esigenza primaria e quindi continua, con la passione di sempre,  a dipingere e ad incidere esportando nelle sue opere la sua stessa anima.  Il suo stile e interesse artistico è cambiato, non più opere figurative che per tanti anni hanno rappresentato i suoi quadri, con la raffigurazione  delle vedute più belle e caratteristiche  di Osimo, di Numana e della nostra  civiltà contadina. In questi ultimi anni  la sua sete di ricerca artistica è approdata ad un’espressionismo cromatico,   “una gioia, onirica,  esplosiva di colori” come ama lo stesso autore definire le sue recenti tecniche di pittura.
Una ricerca di sempre nuovi bisogni espressivi e ancora tanti progetti nel cassetto che giorno dopo giorno non abbandonano l’artista osimano al pur  meritato riposo o nel cullarsi dei ricordi dopo quasi 60 anni di pittura ed incisione. Per Mario Mosca un quadro o il completamento di una incisione non rappresentano, infatti,  una meta raggiunta ma solo una tappa del viaggio e, forse, una direzione verso spiagge e luoghi sconosciuti, ovvero una personale Odissea.
E’ questo il messaggio che traggo dalla conoscenza di questa brava persona e grande artista.
Agli osimani e in particolare ai lettori di questo blog rivolgo l’invito a visitare, ammirare, e farsi descrivere dallo stesso autore, le tele che il m° Mario Mosca espone presso la chiesetta di San Gregorio in Piazza Dante  accanto al Collegio Campana nel centro di Osimo.  Ne uscirete ricchi, sorpresi per la profondità dei messaggi visivi,  carichi di spunti letterari, musicali, paesistici e per la padronanza del tratto artistico. Ne uscirete appagati nell’anima per aver visto le opere di un grande artista della nostra terra. Scoprirete anche, come è successo a me, una persona sensibile e dolce, una persona e un artista alla ricerca dei valori veri della vita, nelle sue tele non mancherete di trovare anche un po’ della vostra anima quella più intima.

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Il Centauro e la Ninfa, acquaforte su zinco del 2011

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Da mercoledì  11 ottobre le migliori opere del nostro artista saranno in esposizione alla Biennale International Art Meeting di Milano, curata dal manager della cultura Salvo Nugnes, mentre   si è da poco conclusa la partecipazione ad  altre due prestigiose esposizioni: a Londra al The Crypt Gallery e a Malta.
Complimenti al nostro infaticabile e poliedrico artista osimano,  m° Mario Mosca,  pittore, incisore e litografo.

La Presidente del Consiglio Comunale di Osimo
………………….Paola Andreoni


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Osimo invasa dai Maestri Pasticceri

Oggi ad Osimo si sono incontrati i più famosi Maestri Pasticceri d’Italia….. m’è stato dolce esserci
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La meritata ovazione al m° Pasticcere Armando Lombardi già campione pasticcere d’Italia.
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Giancarla è dalle sue ricette tradizionali che è iniziata questa storia
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Grazie Armando e tutta la famiglia Lombardi,  per questa bella, simpatica e gustosa  iniziativa.
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Articoli correlati:
– 23 ottobre 2015 E’ un nostro concittadino, Armando Lombardi, il Maestro Pasticcere dell’Anno 2015

 

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La deportazione degli ebrei di Roma: 16 ottobre 1943

La “soluzione finale” per gli ebrei romani arriva il 24 settembre 1943 con l’ordine da Berlino di “trasferire in Germania” e “liquidare” tutti gli ebrei “mediante un’azione di sorpresa”. Il telegramma riservatissimo è indirizzato al tenente colonnello Herbert Kappler, comandante delle SS a Roma. Nonostante il colpo delle leggi razziali, gli ebrei a Roma non si aspettano quello che sta per accadere: Roma è “città aperta”, e poi c’è il Papa, sotto l’ombra della cupola di San Pietro i tedeschi non oserebbero ricorrere alla violenza. Le notizie sul destino degli ebrei in Germania e nell’Europa dell’Est sono ancora scarse e imprecise. Inoltre, la richiesta fatta il 26 settembre da Kappler alla comunità ebraica di consegnare 50 chili d’oro, pena la deportazione di 200 persone, illude gli ebrei romani che tutto quello che i tedeschi vogliono sia un riscatto in oro. Oro che con enormi difficoltà la comunità riesce a mettere insieme e consegnare due giorni dopo in Via Tasso, nella certezza che i tedeschi saranno di parola e che nessun atto di violenza verrà compiuto. Nelle stesse ore le SS, con l’ausilio degli elenchi dei nominativi degli ebrei forniti dall’Ufficio Demografia e Razza del Ministero dell’Interno, stanno già organizzando il blitz del 16 ottobre.
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C’è una lapide sulla facciata della Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte a Via del Portico d’Ottavia, quasi di fronte alla Sinagoga. Ricorda che “qui ebbe inizio la spietata caccia agli ebrei”. Qui, in un’alba di 56 anni fa, si radunarono i camion e i soldati addetti alla “Judenoperation” nell’area del ghetto, dove ancora abitavano molti ebrei romani. Il centro della storia e della cultura ebraiche a Roma stava per vivere il suo giorno più atroce. «Era sabato mattina, festa del Succot, il cielo era di piombo. I nazisti bussarono alle porte, portavano un bigliettino dattiloscritto. Un ordine per tutti gli ebrei del Ghetto: dovete essere pronti in 20 minuti, portare cibo per 8 giorni, soldi e preziosi, via anche i malati, nel campo dove vi porteranno c’è un’infermeriao», così Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, ha ricordato  quella mattina del 16 ottobre 1943.
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Alle 5,30 del mattino di sabato 16 ottobre, provvisti degli elenchi con i nomi e gli indirizzi delle famiglie ebree, 300 soldati tedeschi iniziano in  contemporanea la caccia per i quartieri di Roma. L’azione è capillare: nessun ebreo deve sfuggire alla deportazione. Uomini, donne, bambini, anziani ammalati, perfino neonati: tutti vengono caricati a forza sui camion, verso una destinazione sconosciuta. Alla fine di quel sabato le SS registrano la cattura di 1024 ebrei romani.
“Quel 16 ottobre -racconta uno degli scampati alla deportazione- era un sabato, giorno di riposo per gli ebrei osservanti. E nel Ghetto i più lo erano. Inoltre era il terzo giorno della festa delle Capanne. Un sabato speciale, quasi una festa doppia… La grande razzia cominciò attorno alle 5.30. Vi presero parte un centinaio di quei 365 uomini che erano il totale delle forze impiegate per la “Judenoperation”. Oltre duecento SS contemporaneamente si irradiavano nelle 26 zone in cui la città era stata divisa per catturare casa per casa gli ebrei che abitavano fuori del vecchio Ghetto. L’antico quartiere ebraico fu l’epicentro di tutta l’operazione… Le SS entrarono di casa in casa arrestando intere famiglie in gran parte sorprese ancora nel sonno… Tutte le persone prelevate vennero raccolte provvisoriamente in uno spiazzo che si trova poco più in là del Portico d’Ottavia attorno ai resti del Teatro di Marcello. La maggior parte degli arrestati erano adulti, spesso anziani e assai più spesso vecchi. Molte le donne, i ragazzi, i fanciulli. Non venne fatta nessuna eccezione, né per persone malate o impedite, né per le donne in stato interessante, né per quelle che avevano ancora i bambini al seno…”.
“I tedeschi bussarono, poi non avendo ricevuto risposta sfondarono le porte. Dietro le quali, impietriti come se posassero per il più spaventosamente surreale dei gruppi di famiglia, stavano in esterrefatta attesa gli abitatori, con gli occhi da ipnotizzati e il cuore fermo in gola”, ricorda Giacomo Debenedetti.
“Fummo ammassati davanti a S. Angelo in Pescheria: I camion grigi arrivavano, i tedeschi caricavano a spintoni o col calcio del fucile uomini, donne, bambini … e anche vecchi e malati, e ripartivano. Quando toccò a noi mi accorsi che il camion imboccava il Lungotevere in direzione di Regina Coeli… Ma il camion andò avanti fino al Collegio Militare. Ci portarono in una grande aula: restammo lì per molte ore. Che cosa mi passava per la testa in quei momenti non riesco a ricordarlo con precisione; che cosa pensassero i miei compagni di sventura emergeva dalle loro confuse domande, spiegazioni, preghiere. Ci avrebbero portato a lavorare? E dove? Ci avrebbero internato in un campo di concentramento? “Campo di concentramento” allora non aveva il significato terribile che ha oggi. Era un posto dove ti portavano ad aspettare la fine della guerra; dove probabilmente avremmo sofferto freddo e fame, ma niente ci preparava a quello che sarebbe stato il Lager”, ha scritto Settimia Spizzichino nel suolibro “Gli anni rubati”.
Per la prima volta Roma era testimone di un’operazione di massa così violenta. Tra coloro che assistettero sgomenti ci fu una donna che piangendo si mise a pregare e ripeteva sommessamente: “povera carne innocente”. Nessun quartiere della città fu risparmiato: il maggior numero di arresti si ebbe a Trastevere, Testaccio e Monteverde. Alcuni si salvarono per caso, molti scamparono alla razzia nascondendosi nelle case di vicini, di amici o trovando rifugio in case religiose, come gli ambienti attigui a S. Bartolomeo all’Isola Tiberina. Alle 14 la grande razzia era terminata. Tutti erano stati rinchiusi nel collegio Militare di via della Lungara, a pochi passi da qui. Le oltre 30 ore trascorse al Collegio Militare prima del trasferimento alla Stazione Tiburtina furono di grande sofferenza, anche perché gli arrestati non avevano ricevuto cibo. Tra di loro c’erano 207 bambini.
Due giorni dopo, lunedì 18 ottobre, i prigionieri vengono caricati su un convoglio composto da 18 carri bestiame in partenza dalla Stazione Tiburtina. Il 22 ottobre il treno arriva ad Auschwitz.
Dei 1024 ebrei catturati il 16 ottobre ne sono tornati solo 16, di cui una sola donna (Settimia Spizzichino). Nessuno degli oltre 200 bambini è sopravvissuto.
Dopo il 16 ottobre 1943, la polizia tedesca catturò altri ebrei: alla fine  scomparvero da Roma 2091 ebrei. Uno dei momenti più tragici fu il massacro delle Fosse Ardeatine; in queste cave di tufo abbandonate, fuori dalle porte della città e contigue alle vecchie catacombe, il 24 marzo 1944 furono trucidati 335 uomini di cui 75 ebrei.
Roma fu liberata il 4 giugno 1944 e la capitolazione finale di tedeschi e fascisti si ebbe il 2 maggio 1945. Nel 1946, le vittime accertate per deportazioni da tutta Italia furono settemilacinquecento e quelle per massacri mille; gli abbandoni per emigrazione, cinquemila. Dalla comunità di Roma, oltre ai 2091 deportati e morti, mancavano alla fine della guerra anche molti emigrati. Nel biennio 1943-1945 le perdite della popolazione ebraica in tutta Italia furono all’incirca 7.750, pari al 22% del totale della popolazione ebraica nel nostro Paese.

(tratto dal sito     www.storiaxxisecolo.it/Resistenza/resistenza2c6.html )