A 70 anni dall’assassinio sempre attuale il messaggio di Gandhi: religione e politica contro ogni guerra.

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Gandhi, nel corso di tutta la sua azione sociale e politica si è sempre sforzato di far capire che ciò che lui ha fatto poteva farlo chiunque altro, che “la verità e la nonviolenza sono antiche come le montagne”. Gandhi ha trasformato la nonviolenza da fatto personale a fatto collettivo, da scelta di coscienza a strumento politico: con Gandhi la nonviolenza non è più solo un mezzo per salvarsi l’anima, ma diventa un modo per salvare la società.
Forse non è un caso che Gandhi avesse una grande ammirazione proprio per due italiani, San Francesco d’Assisi e Giuseppe Mazzini, un religioso e un laico.

Gandhi è stato un grande innovatore, è stato l’uomo che ha riscattato il ventesimo secolo che altrimenti sarebbe stato consegnato alla storia come un secolo buio, per gli orrori delle guerre mondiali e per l’olocausto nei campi di sterminio. Gandhi è la preziosa eredità per il nuovo secolo.

Oggi che il mondo è nuovamente sull’orlo del baratro atomico il messaggio di Gandhi è più che mai  attuale.

Solidarietà al dottor Andi Nganso

Il  degrado culturale,  è questo uno dei  uno dei problemi più evidenti e dilaganti del nostro Paese. Una decadenza triste, segnata dal ripetersi di episodi  squallidi ed inqualificabili.

L’ultimo episodio di questo degrado,   ha visto come  vittima un giovane, Andi Nganso, 30 anni nato in Camerun,  da 12 anni in Italia, di professione medico. Questo giovane come tanti nostri giovani laureati in medicina – per cercare di guadagnare  qualcosa ed aiutare i genitori nel sostegno alle spese universitarie di specializzazione –  presta la sua attività presso l’ambulatorio della guardia medica ( in questo caso a  Cantù).
Poche sere fa gli si è presentata davanti una paziente che, senza girarci troppo intorno, gli ha vomitato addosso un glaciale e sprezzante esclamazione razzista: “Non mi faccio visitare da un negro”.

Non possiamo che rimanere esterrefatti in silenzio, di fronte a questi gravi episodi di razzismo, e non possiamo non domandarci il perchè di questi fatti.
Basta con il ripetersi degli episodi di razzismo.

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Al dottor  Andi Nganso tutta la mia solidarietà e vicinanza e l’invito ad andare avanti nei propri studi ed impegno, l’Italia non è quella imbecille che purtroppo ha incontrato. In nessun settore lavorativo, e in particolare in quello medico, devono esistere distinzioni di colore della pelle, cultura o religione. Siamo tutti uguali, tutti esseri umani che abbiamo bisogno del nostro reciproco aiuto e competenze.

Paola
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Corriere della Sera del 24 gennaio u.s.: Osimo, apre la nuova sede della Lega del Filo d’Oro.

Apre il nuovo Centro nazionale per sordociechi a Osimo

Grazie alla Lega del Filo d’Oro segue pazienti come Agostino, 6 anni e la sindrome di Charge, Sara di 14 anni e Francesco, laureato in Giurisprudenza

Il Corriere della Sera del 24-01-2018


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OSIMO. Agostino ha 6 anni e la sindrome di Charge, una malattia rara che può colpire diverse parti del corpo e viene riconosciuta come una delle maggiori cause di cecità e sordità. Ma ha imparato a farsi capire grazie alla lingua dei segni e a un piccolo residuo visivo in un occhio. Sara invece ha 14 anni ed è nata a Firenze, dove la famiglia si era trasferita dalla Puglia per via del lavoro di infermiere del papà. «Dopo un anno e mezzo ci dissero che nostra figlia era sorda e aveva un ritardo psico-motorio, ma nessuno riusciva a spiegarsi il perché – racconta il padre –. Così decidemmo di tornare a Ruvo, in provincia di Bari, per affrontare meglio questa situazione grazie anche al supporto dei nostri parenti. Poi tanti anni senza una diagnosi definitiva e moltissimi medici visitati. Diverse figure professionali e varie associazioni che ci seguivano avevano insegnato a Sara la comunicazione aumentativa alternativa, basata sull’utilizzo di immagini o foto per comunicare, ma non bastava. Sul nostro lungo e difficile cammino abbiamo incontrato la Lega del Filo d’Oro di Molfetta, che ci ha consigliato di portare Sara a Osimo, nelle Marche, dove c’è la sede centrale, per una valutazione più completa».

Previsti 80 posti letto.
Ed è proprio qui, in provincia di Ancona, che ha inaugurato il primo lotto del nuovo Centro nazionale dell’associazione, costituito dai servizi educativo-riabilitativi e sanitari, dal centro diagnostico e dai trattamenti intensivi per l’assistenza, la cura e la riabilitazione delle persone sordocieche e pluriminorate psicosensoriali. A progetto completo, ci saranno anche la piscina e la palestra, verranno incrementati i posti letto per i ricoveri a tempo pieno (da 56 a 80) e quelli per la degenza diurna (fino a 20), saranno raddoppiati i posti del centro diagnostico (da quattro a otto) e di conseguenza dimezzati i tempi di attesa per la valutazione iniziale e il proseguimento della presa in carico dei pazienti, con la possibilità di ospitare temporaneamente anche i familiari. «Oggi Sara va a scuola a Ruvo di Puglia, dove interagisce con i suoi compagni di classe ed è seguita da un insegnate di sostegno, va a catechismo, ha ricevuto la prima comunione e io, come padre, mi esalto ogni volta che c’è un piccolo avanzamento, una piccola conquista».

Ma i bambini crescono.
Anche quella di Francesco è una storia a lieto “fine”. Cieco dalla nascita, a soli 6 anni è entrato in un istituto per non vedenti di Napoli. A 10 anni è diventato anche sordo, scivolando nell’isolamento: «È stata durissima – ricorda – ma dovevo sopravvivere, resistere, combattere». A 15 anni l’incontro con gli operatori della Lega del Filo d’Oro. Circondato da altri ragazzi come lui, Francesco ha iniziato un percorso lungo e faticoso, imparando a utilizzare la barra Braille e a comunicare con il metodo Malossi, che utilizza le dita della mano come una tastiera. Nonostante la sua grave disabilità Francesco si è laureato in Giurisprudenza, ha fatto il praticantato forense e oggi lavora come legale all’interno dell’associazione. La Lega del Filo d’Oro, fondata nel 1964, è presente in otto regioni con cinque centri residenziali a Osimo, Lesmo (Monza e Brianza), Modena, Molfetta (Bari), Termini Imerese (Palermo) e tre sedi territoriali a Padova, Roma e Napoli, offrendo servizi a circa 800 persone ogni anno.

di Michela Trigari
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Per non dimenticare MAI: 27 gennaio 1945

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Il 27 gennaio 1945, nel freddo inverno polacco si aprivano alla libertà i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz. Ricordando quell’avvenimento storico, nella giornata ufficialmente istituita per commemorare le vittime dell’Olocausto, rivolgiamo il nostro pensiero innanzitutto ai bambini, alle donne e agli uomini che da quella prigione non fecero ritorno a casa. Il nostro abbraccio stringe coloro che di quell’ orrore sono stati superstiti e testimoni, trovando la forza di affrontare la vita nonostante il dolore, nonostante le ferite mai rimarginate, nonostante quel numero impresso sulla pelle che tentava di negare l’umanità, la dignità e l’individualità della persona.
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Il Paese a bassa velocità

Il deragliamento ferroviario di Pioltello con le sue tragiche conseguenze ci ricorda che il nostro è un Paese a due velocità. Divario di investimenti  tra Nord e Sud ma anche performance diverse fra treni ad alta velocità e regionali.  Pare ormai evidente che il deragliamento del treno sia stato causato dalla rottura di una rotaia.
A rimetterci gli studenti, i pendolari, migliaia di  italiani che ogni giorno si spostano su carrozze vecchie, sovraffollate, in ritardo  che corrono su linee obsolete.
A quando forti investimenti per garantire sicurezza e manutenzione su tutta la rete ferroviaria ?.  La sicurezza è un diritto di tutti  al di là di qualsiasi logica economica e di profitto.

Esprimo  a nome dell’Istituzione che rappresento, sicura di interpretare  il sentimento dell’intera comunità osimana,  tutto  il dolore e la vicinanza alle famiglie delle vittime dell’incidente ferroviario.

                  Paola Andreoni
La Presidente del Consiglio Comunale

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Il dott. Ferruccio Osimo, di Ruggero Giuseppetti

Le leggi razziali del 1938 è  uno dei, tanti, capitoli dolorosi della storia del Ventennio fascista. L’antisemitismo che diventa discriminazione, mortificazione, esclusione dalla vita pubblica, fino alle deportazioni. Ogni ebreo e le loro famiglie così come quanti, con coraggio, decisero di opporsi al regime fascista  hanno in comune storie dolorose di violenze, abbandoni e sopraffazioni.

Quella che segue è la storia di un farmacista di Alessandria “colpevole” di essere di origini ebraiche,e per questo privato della propria dignità di persona e professionale: il dottor Ferruccio Osimo.
La storia,  che con piacere pubblico, è stata raccolta e scritta da un nostro concittadino, Ruggero Giuseppetti, da anni trasferitosi in Piemonte.
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Il Dottor Ferruccio Osimo fu il proprietario di una farmacia in corso Roma ad Alessandria che ancora oggi pur avendo cambiato proprietà continua a portare nell’insegna il suo nome come – Farmacia Osimo
Sposato con una sua cugina, che portava anche lei il suo stesso cognome, ebbe due  figli Felice e Arturo.
Sia la farmacia che il suo titolare erano ben conosciuti tanto che Umberto Eco nel romanzo La misteriosa fiamma della regina Loana, a pagina 309 parla di lui: «Il dottor Osimo è il farmacista di corso Roma, con la testa pelata come un uovo e gli occhiali cilestrini. Ogni volta che la mamma mi porta con sé a fare le commissioni ed entra in farmacia, il dottor Osimo, anche se si compera solo un rotolo di garza idrofila, apre un contenitore di vetro altissimo, pieno di palline bianche profumate, e mi regala un pacchettino di caramelle al latte. So che non si deve mangiarle tutte e subito, e bisogna farle durare almeno tre o quattro giorni».
Nel 1938, quando le leggi razziali lo costrinsero a vendere la farmacia venne destinato dalle autorità fasciste alla pulizia delle strade. Mentre spazzava i marciapiedi, molti gli manifestavano la propria simpatia, e in questo modo esprimevano l’ostilità al regime, andando a salutarlo con un – Buongiorno dottor Osimo -.
Anche a suo fratello Giuseppe, dentista, le stesse leggi lo costrinsero a cessare l’attività.
Nel 1940 i figli del dott. Ferruccio sono anche loro in una situazione drammatica in conseguenza delle leggi razziali: Arturo viene espulso dal liceo mentre Felice continua a frequentare ingegneria al Politecnico di Milano. In un primo tempo lo stesso Politecnico per qualche motivo non ha applicato a lui la norma razziale, anche se la Casa dello studente lo espelle.
Il Dott. Ferruccio solo nel 1943 e in pieno inverno purtroppo, e dopo aver aspettato troppo tempo a cercare una via di scampo, tenta la fuga in Svizzera con tutta la sua famiglia, suo fratello e una loro zia.
Arrivati miracolosamente in Svizzera egli viene trattenuto perché ha un principio di congelamento ai piedi e perché è farmacista e può fare comodo la sua presenza lì. Gli altri sono respinti e si perdono nei boschi, quasi muoiono di freddo ( riescono ad accendere un fuoco con l’ultimo cerino di Felice, grande fumatore); alla fine sono talmente stanchi, infreddoliti e affamati che non sanno più dove sono. Il rischio di essere rastrellati dai tedeschi è altissimo. Ma la fortuna li salva e finiscono per trascorrere un anno e mezzo nascosti in casa di una famiglia di Nembro un paese in provincia di Bergamo nella Valle Seriana. Possono uscire solo di notte in modo da non farsi vedere da nessuno. Alla fine della guerra si scoprirà che in paese sapevano ma nessuno li denunciò. Il gesto eroico di quella famiglia che li nascose sarà da loro ricordato per sempre.
Una nota lieta dopo tanto orrore: La figlia della famiglia che li nascose, dopo la guerra sposerà Arturo, uno dei due fratelli. Felice nel ’45-’46 si laurea in ingegneria, nel ’48 si sposa e nel ’50 nascerà suo figlio chiamato Ferruccio, oggi medico e psichiatra.
Quale fu la fine del dottor Ferruccio Osimo in seguito non mi è dato sapere ma se potrò avere un incontro con una sua nipote, figlia di Arturo, in virtù di questa omonimia tra il suo cognome e il nome del nostro paese, le chiederò la conclusione di tutta questa loro storia e chissà che non mi sappia dire anche da dove deriva questo loro cognome.
di Ruggero Giuseppetti
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27 gennaio 2017 per non dimenticare

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Nei lager nazisti sono morte almeno 15 milioni di persone, di cui tra i 5 e i 6 milioni erano ebrei, 500mila rom e sinti, almeno 200mila disabili, 10mila omosessuali. Avversari politici, prigionieri di guerra, civili rastrellati, preti cattolici, testimoni di Geova … È l’Olocausto, la strage che ha travolto milioni di persone di nazionalità e religioni diverse.

Nei regimi fascisti il terrore e il genocidio furono funzionali ad un modello di società senza conflitti e senza diversi, e in cui il razzismo e la disuguaglianza costituivano il fondamento dell’ordine interno, dell’imperialismo, della sottomissione e dell’annientamento di altri popoli sul piano internazionale.
I campi di concentramento sorsero sul territorio tedesco dopo poche settimane dalla presa del potere da parte di Hitler e la costruzione dell’universo concentrazionario seguì i successivi sviluppi della politica nazista di esclusione e persecuzione che investì prima gli oppositori politici (quando non furono ammazzati subito), poi i portatori di handicap, i devianti e gli “asociali”, e infine gli ebrei.
Portatori di handicap e malati incurabili furono i primi ad essere uccisi in camere a gas e poi cremati, pratica che verrà utilizzata su vasta scala a partire dal 1942 nei campi di sterminio, nell’ambito della “soluzione finale” contro gli ebrei.

La repressione contro tutte le minoranze non assimilabili fu sempre più violenta: i Testimoni di Geova furono deportati in massa perchè la loro fede non consentiva il servizio militare; nei Lager finirono anche molti esponenti cristiani e sacerdoti cattolici. Intere categorie di individui, “asociali” – alcolizzati, vagabondi, mendicanti, rom, prostitute, omosessuali, delinquenti abituali – erano ritenuti dal Terzo Reich irrecuperabili, portatori di tare sociali ereditarie e quindi destinati al lavoro forzato nei Lager e all’eliminazione fisica immediata, come per i portatori di handicap.

In Italia Mussolini, conquistato il pieno controllo e il consenso nel paese attraverso l’uso massiccio della violenza, il monopolio sui mezzi di informazione e una martellante propaganda politica, ottenuto anche il riconoscimento della Chiesa cattolica, nel 1935 decide la conquista dell’Etiopia, conclusasi nel 1936. La guerra di Etiopia fu affiancata dalla diffusione di una cultura razzista, sostenuta dal concetto della superiorità della razza e dalla missione civilizzatrice che spettava all’Italia. Furono varate quindi le prime norme antiebraiche. La persecuzione degli ebrei si protrasse fino al 1945 e riguardò tutti gli ambiti della vita sociale: esclusione dall’insegnamento, divieto di iscrizione a scuole statali, espulsione dalle Accademie, Istituti Scientifici, ecc.
A partire dal 1943, con la costituzione della Repubblica di Salò, iniziò anche in Italia la deportazione di massa verso i Lager degli ebrei italiani, ormai sottoposti alle leggi del Terzo Reich.

Furono circa 40mila i deportati dall’Italia, di cui solo 4.000 tornarono per testimoniare. Di questi circa 12mila erano operai accusati di boicottaggio della produzione bellica, di collaborazione con la Resistenza e di aver partecipato a scioperi. Gli ebrei deportati dall’Italia furono circa 8.000; soltanto pochi di loro fecero ritorno.

Ci furono poi gli internati militari italiani, cioè i militari rastrellati e arrestati dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43. I circa 600mila militari italiani catturati dai tedeschi furono messi di fronte ad una scelta: o aderire alla Repubblica Sociale di Salò e continuare a combattere o essere inviati al lavoro coatto. Solo un’esigua minoranza aderì alla RSI; gli altri furono privati della dignità militare e furono considerati “schiavi militari”. Almeno 70mila di loro morirono per le condizioni disumane di vita, le angherie e le violenze.
Per non dimenticare.
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La Presidente del Consiglio Comunale
*********Paola Andreoni

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Ma dove andiamo ?

Ho appena letto questa notizia:
È cominciata l’operazione militare della Turchia contro i curdi in Siria. L’operazione turca prende il nome di ‘ramoscello d’ulivo’ (!!!!!)
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… dove vogliamo andare ?

#OSIMANI con l’hashtag: Raniero GAGGIOTTI il magistrato d’assalto osimano a difesa dei consumatori

 #OSIMANI ,  il nostro territorio e la sua gente attraverso una galleria di volti e di storie raccontate in pochi caratteri. Storie  veramente straordinarie.

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Osimo, la nostra  città, pur non essendo una grande metropoli, è ricca di Storia,  quella che l’ha attraversata nei secoli, e testimoniata dai manoscritti, dalle pietre, dai monumenti, dalle  Chiese e dalle pareti dei Palazzi del nostro Centro Storico. Ma una città, e in particolare la nostra comunità, è ricca anche delle storie di persone spesso sconosciute o troppo velocemente dimenticate.  Persone, osimane ed osimani, che per le proprie capacità lavorative, per il proprio intelletto, hanno occupato posti di prestigio, o sono stati sotto le luci della ribalta, contribuendo a rendere migliore il nostro Paese.

Questo articolo vuol essere un omaggio a un nostro concittadino, residente nel centro storico, che si è distinto per impegno professionale, per la gentilezza, pur nella sua autorevolezza,  e per l’attaccamento che ha provato e manifestato per il suo territorio.

Mi riferisco al dottor Raniero GAGGIOTTI, nato in Osimo il 13 aprile 1940, dove – dopo una lunga e  prestigiosa carriera nella magistratura è ritornato – prima del meritato riposo, a gestire la giustizia osimana,  ricordato per il suo proverbiale  rispetto verso la gente e gli avvocati.

Andato in pensione nel 2011 dopo quasi 45 anni trascorsi come Pretore, Giudice di Tribunale, Consigliere e poi Presidente della Corte di Appello Penale di Ancona, ancora oggi è ricordato dagli avvocati e dagli operatori della giustizia,  per le sue qualità umane e professionali. Il suo Ufficio è sempre stato un luogo di proposte e idee, un punto di riferimento per la cultura giuridica italiana.

Un legame profondo quello tra Osimo e il Giudice Gaggiotti. Il padre  bancario, la madre casalinga, il dott. Gaggiotti è cresciuto tra la campagna dei possedimenti  di Cingoli e le mura del centro storico osimano dove ha frequentato il Liceo Classico. Una formazione e una crescita  condivisa con gli amici di sempre: i due gemelli Alberto e Giuseppe Balboni ( entrambi poi divenuti Ambasciatori di rango a servizio del nostro Paese),  Livio Bonci ( noto avvocato di Osimo), Fabio Cardinali (titolare della Farmacia di  Corso Mazzini), Carlo Cenerelli ( omeopata, medico, deceduto qualche anno fa), Maria Ludovica Fabiani (poi professoressa di italiano figlia dell’avv. Vincenzo Fabiani), Giuliana Graciotti ( anche lei  professoressa di italiano,  già al tempo del Liceo superlativa nelle materie letterarie)  e Onorato Honorati ( ingegnere, professore all’Università di Roma, grande matematico).

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Inverno 1959, da sinistra: Giuseppe Balboni, Honorato Honorati, Alberto Balboni, Raniero Gaggiotti ( foto credits R.Gaggiotti)

Diplomatosi a 18 anni, il Giudice Gaggiotti,  ha proseguito gli studi presso l’Università di Macerata  laureandosi in Giurisprudenza a soli 22 anni , con una tesi di approfondimento sul diritto assicurativo perchè  l’ambizione  del giovane osimano di tante belle speranze era quella di diventare un affermato avvocato, non aveva, di fatto,  mai pensato, né preso in considerazione,  strade diverse da quella della professione forense.

Spinto dai familiari, partecipa, però,  al concorso nazionale per Magistrati, un concorso che allora, come oggi,  incuteva timore per la vastità degli argomenti da studiare e per le poche speranze di vittoria, erano previsti, infatti,  appena 254 posti a fronte di più di 3.000 candidati pretendenti alla vittoria. Un concorso affrontato con impegno e  una sfida vinta  tanto che a 26 anni – il dott.Raniero Gaggiotti –  viene nominato magistrato ordinario e inizia la carriera di Giudice a servizio della legge simboleggiata dalla bilancia e dalla spada: l’equilibrio e l’equità che è compito della Giustizia conservare e ristabilire.

 Prima il tirocinio in Ancona, poi il primo incarico in seno alla Magistratura giudicante: Pretore a Saronno ( in provincia di   Varese) e dopo circa un anno, la prestigiosa nomina a Pretore di Milano. Nel frattempo, anche, il matrimonio con la sig.ra Emilia Palmieri Lattanzi Tolomei, la nascita della figlia Manuela, oggi avvocato in Osimo.

Milano negli anni ’65- ’70 non era solo città salotto dell’imprenditoria nazionale, città della moda, dei manager, degli industriali e dei finanzieri, dei vip che come oggi,  affollavano i negozi di via Spiga, e  via Montenapoleone.  Milano in quegli anni era anche città dalle gravi tensioni sociali. Il Giudice Gaggiotti era Pretore della  Milano di quei tempi, anni difficili e pericolosi.
Ricorda,  ancora, la cupezza di quel periodo, a causa di vicende drammatiche come la  strage di Piazza Fontana con l’avvio della strategia della tensione, gli attentati e gli assassini dei colleghi giudici uccisi dalle Brigate Rosse e dai gruppi armati di estrema destra. Non è stato facile esercitare la giustizia in quella Milano, teatro delle grandi mobilitazioni studentesche e operaie, in atto in quegli anni.

Il dott. Gaggiotti  quale Magistrato e giurista colto e raffinato ha saputo affrontare e vincere anche questa difficile sfida professionale. Autore ed estensore di Sentenze che hanno fatto Giurisprudenza,  si è guadagnato sul campo l’appellativo di “Giudice d’assalto” a difesa di  tutti i consumatori italiani. In particolare è da ricordare il suo impegno in un settore cruciale della vita quotidiana di tutti gli italiani quale la correttezza dei messaggi pubblicitari e la loro veridicità rispetto ai prodotti che vengono immessi nel mercato al fine di evitare inganni e truffe. Un impegno politico-culturale a difesa del cittadino consumatore e protagonista di  grandi battaglie processuali – tutte vinte – contro i più acclamati avvocati ingaggiati delle grandi industrie e società multinazionali, che ben presto gli fecero guadagnare   le luci della ribalta, articoli e copertine dei più importanti giornali italiani.
Popolarità e clamore mediatico ( tanto che, in quel periodo, fu “corteggiato” dai due più grandi partiti politi dell’epoca, la DC e il PCI, per essere eletto in Parlamento)  che il nostro concittadino-Giudice ha sempre affrontato con la sua solita proverbiale modestia, determinazione e gentilezza.

Per chi non lo sapesse,  è grazie al nostro concittadino Pretore a Milano, se oggi,  quando andiamo a comprare il prosciutto al supermercato, lo paghiamo al “giusto peso” vale a dire paghiamo solo il prosciutto senza l’aggiunta del peso dell’involucro. Una lunga battaglia giudiziaria vinta a favore di tutte le casalinghe   e le famiglie ed applicata su tutto il territorio nazionale, e una vittoria  per nulla scontata che vide il Giudice scontrarsi contro tutti i più grandi gruppi economici abituati a fino a quel momento a far pagare ai consumatori il peso della carta-involucro come se fosse prosciutto.

Nel 1970 il Giudice Gaggiotti fece sudar freddo i panettieri milanesi per la questione del pane, inchiesta dalla quale risultò che per colpa dell’umidità e di certi additivi (autorizzati dallo Stato) il pane a Milano era spesso cattivo,  e che si concluse con l’indicazione di nuove procedure di lavorazione che andarono a migliorare il prodotto: con i panettieri che respirarono rasserenati e  i consumatori contenti di poter avere in tavola un pane di migliore qualità.

 Famosa anche l’inchiesta su alcuni prodotti venduti in Farmacia e pubblicizzati come dotati di eccezionali effetti terapeutici come il così detto  “braccialetto della salute”. Un’inchiesta che alla fine provò la truffa o quanto meno il messaggio pubblicitario ingannevole, infatti emerse che scientificamente  il braccialetto non provocava nessun rimedio contro i reumatismi. Conseguenza  della Sentenza fu, che il prodotto, risultato essere  non altro che un amuleto,  dovette essere ritirato da tutte le Farmacie d’Italia.

Altre iniziative, promosse dal dott. Gaggiotti sempre riguardo la pubblicità ingannevole, soprattutto riguardo la salute, hanno suscitato grande clamore, come le Sentenze contro le pomate vendute in Farmacia e spacciate come toccasana alla caduta dei capelli, o quelle contro le lozioni per la crescita dei capelli nei confronti di una multinazionale americana.

Scriverà il giornalista Lello Gurrado: ” Trentun anni, alto, elegante, distinto, Raniero Gaggiotti appartiene a quella categoria di “giovani leoni” della Magistratura che hanno preso di petto le delicate questioni di loro competenza  con la volontà di risolverle al più presto. Come lui, si battono Gianfranco Amendola (Pretore a Roma impegnato contro le questioni dell’inquinamento), e altri quattro suoi colleghi d’ufficio: Corrado Carnevali, Luca Mucci, Oronzo De Pascalis e Ferdinando Pincioni, i quali costituiscono, con Gaggiotti, il gruppo dei “magnifici cinque” della 6^ Sezione Penale  del Tribunale di Milano. Cinque giudici giovani  che agiscono con uguale entusiasmo in settori diversi.”

A chi pensa che queste battaglie siano state di poco conto,  riporto le parole che lo stesso Gaggiotti riferì in occasione di una intervista ad un giornalista; spiega il Giudice: ” Perchè, vede,  il problema è molto delicato. Per ora si parla di capelli e d’accordo, forse non è un gran male. Ma se un giorno dovessero dire che una qualsiasi porcheria guarisce dal cancro ? Quale prezzo avrebbero le illusioni dei malati e dei loro parenti ? “.

Parole profetiche quelle lanciate dal Giudice Gaggiotti dette negli anni ’70 e  i cui timori hanno purtroppo poi,  trovato riscontro nei fatti di cronaca.

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Dopo cinque anni di intenso lavoro a Milano,  con una media di circa  1.000 sentenze dibattimentali annuali, che hanno fatto giurisprudenza e costituito punto di riferimento su tutto il territorio nazionale, e dopo essersi occupato di tante altre delicate inchieste,   il dott. Gaggiotti, il “Pretore che difende le casalinghe e i consumatori” chiede ed ottiene il trasferimento in Ancona.

 Un trasferimento resosi necessario per stare vicino ai propri cari.

 Un percorso professionale che ha visto il dott, Gaggiotti prima impegnato in  Tribunale ad Ancona, poi Giudice presso la Pretura di Osimo dal 1979 al 1992, ancora Consigliere presso la Corte di Appello di Ancona e,  infine, Presidente della sezione Penale della stessa Corte dal 2009 al 2011.

 Sedi che hanno visto il dott. Gaggiotti sempre impegnato,  con la stessa passione, nella difesa della legalità e della democrazia.

 In particolare, mi ha raccontato di ricordare con affetto i tredici anni passati nella  Pretura di Osimo, la sua Città. La guida della Pretura  gli ha permesso di ammirare e conoscere più approfonditamente la varia umanità che popolava e vivacizzava “la periferia del mondo” e che ogni giorno gli scorreva davanti impegnata in liti, beghe e piccoli imbrogli di poco conto.

Sicuramente,  ed è giusto evidenziarlo, il dott. Raniero Gaggiotti, merita tutta la stima dei cittadini osimani, una persona che con il suo lavoro di amministratore della giustizia è stato di aiuto agli altri. Un magistrato che è stato capace di promuovere una giurisprudenza finalizzata ad una migliore qualita’ della vita. Una persona, un bravo Giudice che ha saputo ben amministrare il difficile compito del giudicare, sempre anteponendo la gentilezza, il rispetto umano  e l’attenzione all’individuo. Un magistrato che ha servito per 45 anni lo Stato e la Giustizia, senza indulgere a facili protagonismi o esternazioni mediatiche, ma lavorando duramente e con grande professionalità.

 Si dice  che un Giudice bravo e scrupoloso lo è “ab origine”. Un Giudice eccellente, come nel caso del nostro stimatissimo concittadino, tende a rimanerlo per tutta la vita, perchè quando si ha umanità, si ha cuore, si hanno dei forti valori di riferimento, si ha rigore etico-morale, e stile comportamentale, ciò viene percepito e rende la figura di un Giudice, un punto di riferimento essenziale di una intera comunità cittadina.
Grazie dott. Gaggiotti per averci fatti partecipi di questa importante storia che contribuisce ad arricchire il patrimonio di valori della nostra città di cui Lei è senza dubbio uno dei figli migliori!.

La Presidente del Consiglio Comunale
*****prof.ssa Paola Andreoni

 

 

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Ho visto: “Un sacchetto di biglie”

Ieri nella piccola saletta del Cinema Goldoni, ho visto il film “Un sacchetto di biglie“, una straordinaria storia vera sull’Olocausto tratta dal romanzo di Joseph Joffo.
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Si tratta della storia  di un bambino ebreo durante la seconda guerra mondiale in Francia. L’abbandono obbligato e improvviso dell’infanzia di fronte al potere nazista. Una sera, infatti,  il papà chiama il piccolo Joseph, e suo fratello e spiega loro che devono lasciare Parigi e andare nel sud della Francia. I bambini, di 10 e 12 anni, partono da soli e si avventurano in un viaggio alla ricerca della salvezza. Fanno venire i brividi le descrizioni di quella realtà vista con gli occhi di un bambino, che non può capire cosa gli sta capitando e soprattutto perchè.

Un film che fa riflettere non solo sulla Shoah, l’orrendo Olocausto, ma anche sui mali sempre attuali di razzismo, guerre, disumane sofferenze inferte ai bambini ancor oggi, in conflitti sempre ricordati o in tante guerre “dimenticate” sulle quali inspiegabilmente si spengono i riflettori.
Bambini, ieri come oggi, costretti a fuggire e famiglie distrutte, ma anche l’incontro con tanti personaggi secondari ma grandiosi che spesso si possono incontrare nel difficile ed imprevedibile cammino della vita.
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Un film che dovrebbero vedere soprattutto i giovani per il suo grande valore educativo.
Paola

Io la penso così: il mio intervento nel settimanale “La Meridiana”, di Valeria Dentamaro

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Il difficile clima politico, economico e sociale del nostro tempo evidenzia una sofferenza da parte di tutti noi cittadini che, spesso, si traduce in un atteggiamento di risentimento diffuso e di ostilità verso tutto ciò che sono regole e obblighi, senza i quali una civile convivenza diventa difficile. Basta pensare alla storia del sacchetto bio per l’acquisto di ortaggi e frutta  a pagamento, che ha fatto ribellare, sui social network, un popolo intero. Lo stesso popolo che, magari, non si interroga e non si ribella, allo stesso modo, per gli aumenti di luce, gas, autostrade ecc.
In questa situazione, di diffusa diffidenza, si inserisce il fenomeno delle  fake news. Le notizie false, i messaggi ingannevoli iniettati nella rete o diffusi con altri strumenti di comunicazione, al fine di gettare discredito su persone, sul “nemico” politico, o per alimentare  situazioni di allarmismo, di paura, di sfiducia istituzionale.
L’intento è quello di condizionare scelte comportamentali anche a fini politici o speculativi a discapito di un corretto convivere sociale, di un sano confronto-scontro di idee.

Una vera sconfitta per la democrazia.

Anche la nostra realtà politica osimana non si risparmia in questo ma, anzi, sembra farne motivo di sopravvivenza. Per avere conferma basterebbe leggere quanto riportato sui social o quanto diffuso con la stampa a proposito della relazione fatta sull’attività annuale del Consiglio Comunale da me presieduto. Per non rimanere sul vago voglio riportare qualche semplice esempio:

  • è stato diffuso che i soldi pubblici spesi per 5 consigli comunali, che non si sono svolti per mancanza di numero legale, ammontano a 4.000 €. Questa è una notizia falsa. Infatti quando le sedute sono dichiarate nulle, il gettone di presenza non viene pagato a nessuno.
  • È stato diffuso che la Presidente del Consiglio Comunale non ha volutamente fatto inviare la convocazione del Consiglio sulla discussione del bilancio ad un gruppo consiliare. Questa non solo è una notizia falsa ma, anche e soprattutto, una paradossale e grossolana baggianata.

L’elenco delle false notizie potrebbe continuare. E’ evidente che esse vengono diffuse per “eliminare”, con tentativi maldestri, qualche avversario politico di inciampo.

Comunque sono, queste, operazioni che non mi appartengono. Non mi troverete mai a confezionare notizie bufale. A sostegno di quanto appena detto e, rimanendo in tema di Consiglio Comunale,  sempre a titolo di esempio riporto, questa volta, qualche vera notizia:

  • E’ vero che il Comune è stato costretto, in questo anno, a sostenere le spese per spedire ad alcuni consiglieri n° 55 raccomandate contenenti la Convocazione del Consiglio Comunale. Eppure per evitare ciò, sarebbe bastato che ogni consigliere avesse dedicato un po’ del suo tempo per aprire la mail, leggere la convocazione e inviare all’ufficio di segreteria conferma di ricevuta, come d’altronde fatto sempre nella precedente consiliatura anche da chi stava allora all’opposizione. Non serve, qui, dire quali consiglieri hanno fatto registrare con più assiduità l’invio della convocazione tramite la raccomandata.
  • E’ vero che sono stati discussi 24 ordini del giorno ( proposte ) presentati da gruppi di minoranza che hanno anche richiesto la convocazione del Consiglio Comunale in seduta straordinaria, come da regolamento, entro 20 giorni e che il costo del Consiglio Comunale ogni volta che si riunisce ( in cui la seduta è dichiarata legale) grava sulle casse comunali per 32,50 € per ogni consigliere che lo percepisce.

Queste non sono false notizie.

In conclusione posso dire a testa alta che ho sempre cercato di svolgere la mia attività politica nei diversi ruoli che ho ricoperto e che ricopro, all’insegna del rispetto delle persone e della verità, puntando di più sulla “fatica” della spiegazione delle idee e dei programmi, sul confronto e sulla discussione piuttosto che su furberie o falsità.

Il  precetto di settembre contenuto nel  bellissimo libro di R.J. Palacio dice:  ” Quando ti viene data la possibilità di scegliere se avere ragione o essere gentile, scegli di essere gentile “.

Dovremmo tutti farlo nostro per non arrenderci alla politica intesa come aggressività, odio e arte della bugia.

Dovremmo riscoprire quel dialogo civile, quell’etica della vita pubblica che i padri costituenti ci hanno dimostrato, mettendo insieme ogni singolo articolo della nostra Carta Costituzionale, frutto di una discussione dove tutti hanno saputo rinunciare a qualcosa.

                La Presidente del Consiglio Comunale di Osimo
************************Paola Andreoni

 

 

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Stagione di prosa 2017/2018, questa sera: “Sisters. Come stelle nel Buio”

Questa sera, sabato 20 Gennaio al Teatro La Nuova Fenice nuovo appuntamento con la stagione di prosa 2017/2018. In scena, alle ore 21.15,  con Isabella Ferrai e Iaia Forte, per la regia di Valerio Binasco,

” SISTERS. COME STELLE NEL BUIO “

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E’  la storia di due sorelle che convivono da anni in una villa immersa nel verde della collina di Posillipo. In passato, entrambe, sono state baciate dal successo. La prima, Gina, come bambina prodigio: ballerina e canterina, che però non ha saputo mantenere le aspettative. La seconda, Bianca, come grande attrice di cinema; la cui carriera, all’apice, è stata spezzata da un gravissimo incidente stradale che l’ha costretta a passare il resto dei suoi giorni su una sedia a rotelle. E così, ora, Bianca vive immersa nella malinconia, ricordando il suo glorioso passato fatto di film, interviste e tappeti rossi. Gina, invece, è sprofondata nell’alcolismo; delira e sfoga la sua frustrazione maltrattando la sorella, mentre progetta, in un crescendo di follia, di ritornare in scena come quando era bambina. Ma, ormai, le luci della ribalta si sono spente per sempre e quello che resta sono i volti di due stelle nel buio della vanità; dove, in un tenebroso chiaroscuro, con tinte da noir, si confondono vittima e carnefice, mentre la vita scorre, ironica e grottesca, senza assoluzione né salvezza. Forse, solo quando il sipario dei giorni sta ormai per calare, in riva al mare, le due sorelle si lasciano cullare da un’inedita tenerezza e, riconoscendosi in tutta la loro umana debolezza, si perdonano, capendo che la vita sarebbe stata diversa se non fosse stata bruciata dall’odio e dal rancore.

 

20 gennaio 2009, Barak Obama Presidente degli Stati Uniti.

Barak Obama giura come Presidente degli Stati Uniti: è il primo afroamericano a ricoprire la carica. La risposta che la “migliore” America ha saputo dare contro le paure, il cinismo, la diffidenza.  “Gli Stati Uniti sono il posto dove tutto è possibile“,  così ha esordito Barack Obama, nel suo discorso subito dopo la vittoria elettorale, dalla piazza esultante e commossa di Chicago.
Un discorso pieno di accenni alla lunga storia dei diritti civili che ha condotto all’elezione del primo presidente nero, incluso un accenno a Martin Luther King, il «predicatore di Atlanta che disse “we shall overcome“.
Qualsiasi sia il vostro giudizio, credo che Barak Obama alla casa Bianca e i suoi anni di Presidenza siano stati un grande periodo di unità, di onestà e di concordia, con tante riforme, a partire da quella sanitaria,  che, pur di fronte ad una gravissima crisi economica mondiale, hanno reso migliore la vita degli americani ed anche  di tutti noi.


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Accanto a questo uomo, una grande donna – Michelle -,  una presenza discreta, spontanea che spesso ha fatto tremare dall’emozione ….. e come si suol dire il resto è storia.
Paola
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Marco, Giuseppe e Arrigo, tre operai morti intossicati, gravissimo un altro

Tragedie sul lavoro che non dovrebbero mai accadere e che pongono grandi interrogativi sul rispetto delle misure di sicurezza. Un pensiero agli operai che hanno perso la vita,ai feriti e alle loro famiglie.
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Paola

Il “moderato” Attilio Fontana, aspirante governatore della Lombardia.

Il candidato per il centrodestra alle regionali in Lombardia, Attilio Fontana, nel corso di una diretta radiofonica  se n’è uscito con questa perla “Dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate, basta immigrati“. Poi resosi conto di quanto l’aveva sparata grossa ha, maldestramente , fatto marcia indietro dando la colpa a un lapsus.

E questo signore viene descritto nei suoi ambienti come un moderato. Chissà gli altri, non moderati, cosa dicono e pensano. Senza lapsus alcuno.

Affermazioni inconcepibili ed inaccettabili nel 2018,  a ottanta anni dalla promulgazione delle leggi razziali,  e gravi se si pensa pronunciate dell’aspirante governatore della Lombardia.
Paola

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16 Gennaio 1969: Jan Palach una speranza nel cielo di Praga

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Jan Palach
era un giovane studente di belle speranze che si appiccò il fuoco, dopo essersi cosparso di benzina, il 16 gennaio 1969, in piazza San Venceslao a Praga. Da quel giorno Jan Palach è diventato il simbolo della “Rivoluzione di Praga” soffocata dai carri armati dell’allora Unione Sovietica.
Praga viveva il quinto mese d’occupazione sovietica (di “aiuto fraterno” secondo la versione ufficiale del regime comunista), e il numero degli esuli cresceva insieme alla rassegnazione. L’Unione Sovietica era intervenuta con i carri armati per cancellare la Primavera di Praga, estremo e vano tentativo di democratizzare il socialismo reale. Il gesto drammatico dello studente in quel giovedì di circa quarantacinque anni fa commosse il mondo intero.
Non è stato il suo un suicidio per disperazione, è stato il gesto drammatico di un giovane che si era sacrificato per gli altri, esortandoli a combattere.

La lettera che Jan Palach temeva bruciasse con i suoi abiti e la sua carne, fu letta subito dopo la sua morte. Era, insieme ai documenti, nel sacco che Jan aveva lasciato cadere qualche metro più in là, prima di accendere il fiammifero. Era scritta su un quaderno a righe da scolaro: “Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo…

Non dimentichiamoci di questi giovani che hanno contribuito a costruire la nostra pace.
Jan “una speranza nel cielo di Praga
Paola

Che ne sarà delle Maestre senza laurea , che da anni già lavorano nella scuola ?

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A seguito di una sentenza del Consiglio di Stato, migliaia di maestri che già da anni insegnano in tutta Italia, vedono sfumare i loro sogni di carriera nell’ambito della formazione scolastica.
Tutti quei docenti diplomati prima del 2001 alla scuola magistrale, che sono iscritti nelle liste ad esaurimento dei vari provveditorati provinciali, secondo la sentenza, devono essere cancellati se non laureati.
Non posso che esprimere tutta la mia solidarietà e vicinanza alle colleghe ed ai colleghi che si sono viste dequalificare il loro titolo di studio in corso d’opera.
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Paola
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Grazie giovani “refusnik”: gocce di speranza in questo mare buio

Una bella notizia, di quelle che danno  speranza …..
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Giovani adolescenti israeliani hanno pubblicamente manifestato, con una lettera aperta al Primo Ministro Netanyahu,  di rifiutare d arruolarsi nell’esercito per via della loro opposizione all’occupazione. Il gruppo si chiama “2017 Seniors’ Letter” e continua una tradizione iniziata nel 1970, con molte lettere simili inviate da studenti dell’ultimo anno delle superiori. L’autore di questo testo è uno dei firmatari della lettera inviata nel 2001.

Lettera di Haggai Matar | 29 dicembre 2017
“L’esercito porta avanti la politica razzista del governo, che stabilisce un sistema legale per gli israeliani e un altro per i palestinesi nello stesso territorio” scrivono gli studenti. “Abbiamo pertanto deciso di non partecipare in alcun modo all’occupazione e all’oppressione del popolo palestinese. Non potremo avere la pace fino a quando la gente vivrà sotto un’occupazione che nega i suoi diritti umani e nazionali.”

I membri del gruppo hanno dichiarato di essere pronti ad andare in prigione come obiettori di coscienza. Uno dei loro, Matan Helman, sta già scontando una condanna. I ragazzi hanno anche annunciato l’intenzione di viaggiare per tutto il paese per parlare con i loro coetanei, sfidandoli a ripensare alla propria posizione sul servizio militare e invitandoli a unirsi al movimento.

L’esercito israeliano non riconosce il diritto all’obiezione di coscienza alla leva basato sul rifiuto dell’occupazione, mentre lo consente in nome del pacifismo e del rifiuto di ogni forma di violenza. E’ dunque probabile che i giovani “refusnik” si vedranno negare l’esenzione e dovranno scontare ripetute condanne alla prigione, ognuna da due a quattro settimane, come è successo ad altri obiettori di coscienza negli ultimi anni.

“Le testimonianze degli ex soldati ci insegnano che la realtà dell’occupazione non permette di fare la differenza da dentro. Il potere di cambiare la realtà non risiede in un singolo soldato, ma nel sistema come insieme. Allo stesso modo, la colpa per questa realtà non riguarda il soldato, ma l’esercito e il governo. Questo è il sistema che vogliamo cambiare.”

Nella loro lettera i giovani “refusnik” citano l’occupazione, l’assedio di Gaza, gli insediamenti dei coloni e la violenza nei confronti dei palestinesi come le principali ragioni della loro decisione. Denunciano anche gli effetti del militarismo sulla società israeliana, che portano ad adottare come valore centrale le soluzioni violente invece della pace e il rafforzamento del capitalismo e della dipendenza dagli aiuti militari americani come conseguenza dell’occupazione.