A 70 anni dall’assassinio sempre attuale il messaggio di Gandhi: religione e politica contro ogni guerra.

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Gandhi, nel corso di tutta la sua azione sociale e politica si è sempre sforzato di far capire che ciò che lui ha fatto poteva farlo chiunque altro, che “la verità e la nonviolenza sono antiche come le montagne”. Gandhi ha trasformato la nonviolenza da fatto personale a fatto collettivo, da scelta di coscienza a strumento politico: con Gandhi la nonviolenza non è più solo un mezzo per salvarsi l’anima, ma diventa un modo per salvare la società.
Forse non è un caso che Gandhi avesse una grande ammirazione proprio per due italiani, San Francesco d’Assisi e Giuseppe Mazzini, un religioso e un laico.

Gandhi è stato un grande innovatore, è stato l’uomo che ha riscattato il ventesimo secolo che altrimenti sarebbe stato consegnato alla storia come un secolo buio, per gli orrori delle guerre mondiali e per l’olocausto nei campi di sterminio. Gandhi è la preziosa eredità per il nuovo secolo.

Oggi che il mondo è nuovamente sull’orlo del baratro atomico il messaggio di Gandhi è più che mai  attuale.

Solidarietà al dottor Andi Nganso

Il  degrado culturale,  è questo uno dei  uno dei problemi più evidenti e dilaganti del nostro Paese. Una decadenza triste, segnata dal ripetersi di episodi  squallidi ed inqualificabili.

L’ultimo episodio di questo degrado,   ha visto come  vittima un giovane, Andi Nganso, 30 anni nato in Camerun,  da 12 anni in Italia, di professione medico. Questo giovane come tanti nostri giovani laureati in medicina – per cercare di guadagnare  qualcosa ed aiutare i genitori nel sostegno alle spese universitarie di specializzazione –  presta la sua attività presso l’ambulatorio della guardia medica ( in questo caso a  Cantù).
Poche sere fa gli si è presentata davanti una paziente che, senza girarci troppo intorno, gli ha vomitato addosso un glaciale e sprezzante esclamazione razzista: “Non mi faccio visitare da un negro”.

Non possiamo che rimanere esterrefatti in silenzio, di fronte a questi gravi episodi di razzismo, e non possiamo non domandarci il perchè di questi fatti.
Basta con il ripetersi degli episodi di razzismo.

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Al dottor  Andi Nganso tutta la mia solidarietà e vicinanza e l’invito ad andare avanti nei propri studi ed impegno, l’Italia non è quella imbecille che purtroppo ha incontrato. In nessun settore lavorativo, e in particolare in quello medico, devono esistere distinzioni di colore della pelle, cultura o religione. Siamo tutti uguali, tutti esseri umani che abbiamo bisogno del nostro reciproco aiuto e competenze.

Paola
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Corriere della Sera del 24 gennaio u.s.: Osimo, apre la nuova sede della Lega del Filo d’Oro.

Apre il nuovo Centro nazionale per sordociechi a Osimo

Grazie alla Lega del Filo d’Oro segue pazienti come Agostino, 6 anni e la sindrome di Charge, Sara di 14 anni e Francesco, laureato in Giurisprudenza

Il Corriere della Sera del 24-01-2018


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OSIMO. Agostino ha 6 anni e la sindrome di Charge, una malattia rara che può colpire diverse parti del corpo e viene riconosciuta come una delle maggiori cause di cecità e sordità. Ma ha imparato a farsi capire grazie alla lingua dei segni e a un piccolo residuo visivo in un occhio. Sara invece ha 14 anni ed è nata a Firenze, dove la famiglia si era trasferita dalla Puglia per via del lavoro di infermiere del papà. «Dopo un anno e mezzo ci dissero che nostra figlia era sorda e aveva un ritardo psico-motorio, ma nessuno riusciva a spiegarsi il perché – racconta il padre –. Così decidemmo di tornare a Ruvo, in provincia di Bari, per affrontare meglio questa situazione grazie anche al supporto dei nostri parenti. Poi tanti anni senza una diagnosi definitiva e moltissimi medici visitati. Diverse figure professionali e varie associazioni che ci seguivano avevano insegnato a Sara la comunicazione aumentativa alternativa, basata sull’utilizzo di immagini o foto per comunicare, ma non bastava. Sul nostro lungo e difficile cammino abbiamo incontrato la Lega del Filo d’Oro di Molfetta, che ci ha consigliato di portare Sara a Osimo, nelle Marche, dove c’è la sede centrale, per una valutazione più completa».

Previsti 80 posti letto.
Ed è proprio qui, in provincia di Ancona, che ha inaugurato il primo lotto del nuovo Centro nazionale dell’associazione, costituito dai servizi educativo-riabilitativi e sanitari, dal centro diagnostico e dai trattamenti intensivi per l’assistenza, la cura e la riabilitazione delle persone sordocieche e pluriminorate psicosensoriali. A progetto completo, ci saranno anche la piscina e la palestra, verranno incrementati i posti letto per i ricoveri a tempo pieno (da 56 a 80) e quelli per la degenza diurna (fino a 20), saranno raddoppiati i posti del centro diagnostico (da quattro a otto) e di conseguenza dimezzati i tempi di attesa per la valutazione iniziale e il proseguimento della presa in carico dei pazienti, con la possibilità di ospitare temporaneamente anche i familiari. «Oggi Sara va a scuola a Ruvo di Puglia, dove interagisce con i suoi compagni di classe ed è seguita da un insegnate di sostegno, va a catechismo, ha ricevuto la prima comunione e io, come padre, mi esalto ogni volta che c’è un piccolo avanzamento, una piccola conquista».

Ma i bambini crescono.
Anche quella di Francesco è una storia a lieto “fine”. Cieco dalla nascita, a soli 6 anni è entrato in un istituto per non vedenti di Napoli. A 10 anni è diventato anche sordo, scivolando nell’isolamento: «È stata durissima – ricorda – ma dovevo sopravvivere, resistere, combattere». A 15 anni l’incontro con gli operatori della Lega del Filo d’Oro. Circondato da altri ragazzi come lui, Francesco ha iniziato un percorso lungo e faticoso, imparando a utilizzare la barra Braille e a comunicare con il metodo Malossi, che utilizza le dita della mano come una tastiera. Nonostante la sua grave disabilità Francesco si è laureato in Giurisprudenza, ha fatto il praticantato forense e oggi lavora come legale all’interno dell’associazione. La Lega del Filo d’Oro, fondata nel 1964, è presente in otto regioni con cinque centri residenziali a Osimo, Lesmo (Monza e Brianza), Modena, Molfetta (Bari), Termini Imerese (Palermo) e tre sedi territoriali a Padova, Roma e Napoli, offrendo servizi a circa 800 persone ogni anno.

di Michela Trigari
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Per non dimenticare MAI: 27 gennaio 1945

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Il 27 gennaio 1945, nel freddo inverno polacco si aprivano alla libertà i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz. Ricordando quell’avvenimento storico, nella giornata ufficialmente istituita per commemorare le vittime dell’Olocausto, rivolgiamo il nostro pensiero innanzitutto ai bambini, alle donne e agli uomini che da quella prigione non fecero ritorno a casa. Il nostro abbraccio stringe coloro che di quell’ orrore sono stati superstiti e testimoni, trovando la forza di affrontare la vita nonostante il dolore, nonostante le ferite mai rimarginate, nonostante quel numero impresso sulla pelle che tentava di negare l’umanità, la dignità e l’individualità della persona.
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Il Paese a bassa velocità

Il deragliamento ferroviario di Pioltello con le sue tragiche conseguenze ci ricorda che il nostro è un Paese a due velocità. Divario di investimenti  tra Nord e Sud ma anche performance diverse fra treni ad alta velocità e regionali.  Pare ormai evidente che il deragliamento del treno sia stato causato dalla rottura di una rotaia.
A rimetterci gli studenti, i pendolari, migliaia di  italiani che ogni giorno si spostano su carrozze vecchie, sovraffollate, in ritardo  che corrono su linee obsolete.
A quando forti investimenti per garantire sicurezza e manutenzione su tutta la rete ferroviaria ?.  La sicurezza è un diritto di tutti  al di là di qualsiasi logica economica e di profitto.

Esprimo  a nome dell’Istituzione che rappresento, sicura di interpretare  il sentimento dell’intera comunità osimana,  tutto  il dolore e la vicinanza alle famiglie delle vittime dell’incidente ferroviario.

                  Paola Andreoni
La Presidente del Consiglio Comunale

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Il dott. Ferruccio Osimo, di Ruggero Giuseppetti

Le leggi razziali del 1938 è  uno dei, tanti, capitoli dolorosi della storia del Ventennio fascista. L’antisemitismo che diventa discriminazione, mortificazione, esclusione dalla vita pubblica, fino alle deportazioni. Ogni ebreo e le loro famiglie così come quanti, con coraggio, decisero di opporsi al regime fascista  hanno in comune storie dolorose di violenze, abbandoni e sopraffazioni.

Quella che segue è la storia di un farmacista di Alessandria “colpevole” di essere di origini ebraiche,e per questo privato della propria dignità di persona e professionale: il dottor Ferruccio Osimo.
La storia,  che con piacere pubblico, è stata raccolta e scritta da un nostro concittadino, Ruggero Giuseppetti, da anni trasferitosi in Piemonte.
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Il Dottor Ferruccio Osimo fu il proprietario di una farmacia in corso Roma ad Alessandria che ancora oggi pur avendo cambiato proprietà continua a portare nell’insegna il suo nome come – Farmacia Osimo
Sposato con una sua cugina, che portava anche lei il suo stesso cognome, ebbe due  figli Felice e Arturo.
Sia la farmacia che il suo titolare erano ben conosciuti tanto che Umberto Eco nel romanzo La misteriosa fiamma della regina Loana, a pagina 309 parla di lui: «Il dottor Osimo è il farmacista di corso Roma, con la testa pelata come un uovo e gli occhiali cilestrini. Ogni volta che la mamma mi porta con sé a fare le commissioni ed entra in farmacia, il dottor Osimo, anche se si compera solo un rotolo di garza idrofila, apre un contenitore di vetro altissimo, pieno di palline bianche profumate, e mi regala un pacchettino di caramelle al latte. So che non si deve mangiarle tutte e subito, e bisogna farle durare almeno tre o quattro giorni».
Nel 1938, quando le leggi razziali lo costrinsero a vendere la farmacia venne destinato dalle autorità fasciste alla pulizia delle strade. Mentre spazzava i marciapiedi, molti gli manifestavano la propria simpatia, e in questo modo esprimevano l’ostilità al regime, andando a salutarlo con un – Buongiorno dottor Osimo -.
Anche a suo fratello Giuseppe, dentista, le stesse leggi lo costrinsero a cessare l’attività.
Nel 1940 i figli del dott. Ferruccio sono anche loro in una situazione drammatica in conseguenza delle leggi razziali: Arturo viene espulso dal liceo mentre Felice continua a frequentare ingegneria al Politecnico di Milano. In un primo tempo lo stesso Politecnico per qualche motivo non ha applicato a lui la norma razziale, anche se la Casa dello studente lo espelle.
Il Dott. Ferruccio solo nel 1943 e in pieno inverno purtroppo, e dopo aver aspettato troppo tempo a cercare una via di scampo, tenta la fuga in Svizzera con tutta la sua famiglia, suo fratello e una loro zia.
Arrivati miracolosamente in Svizzera egli viene trattenuto perché ha un principio di congelamento ai piedi e perché è farmacista e può fare comodo la sua presenza lì. Gli altri sono respinti e si perdono nei boschi, quasi muoiono di freddo ( riescono ad accendere un fuoco con l’ultimo cerino di Felice, grande fumatore); alla fine sono talmente stanchi, infreddoliti e affamati che non sanno più dove sono. Il rischio di essere rastrellati dai tedeschi è altissimo. Ma la fortuna li salva e finiscono per trascorrere un anno e mezzo nascosti in casa di una famiglia di Nembro un paese in provincia di Bergamo nella Valle Seriana. Possono uscire solo di notte in modo da non farsi vedere da nessuno. Alla fine della guerra si scoprirà che in paese sapevano ma nessuno li denunciò. Il gesto eroico di quella famiglia che li nascose sarà da loro ricordato per sempre.
Una nota lieta dopo tanto orrore: La figlia della famiglia che li nascose, dopo la guerra sposerà Arturo, uno dei due fratelli. Felice nel ’45-’46 si laurea in ingegneria, nel ’48 si sposa e nel ’50 nascerà suo figlio chiamato Ferruccio, oggi medico e psichiatra.
Quale fu la fine del dottor Ferruccio Osimo in seguito non mi è dato sapere ma se potrò avere un incontro con una sua nipote, figlia di Arturo, in virtù di questa omonimia tra il suo cognome e il nome del nostro paese, le chiederò la conclusione di tutta questa loro storia e chissà che non mi sappia dire anche da dove deriva questo loro cognome.
di Ruggero Giuseppetti
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27 gennaio 2017 per non dimenticare

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Nei lager nazisti sono morte almeno 15 milioni di persone, di cui tra i 5 e i 6 milioni erano ebrei, 500mila rom e sinti, almeno 200mila disabili, 10mila omosessuali. Avversari politici, prigionieri di guerra, civili rastrellati, preti cattolici, testimoni di Geova … È l’Olocausto, la strage che ha travolto milioni di persone di nazionalità e religioni diverse.

Nei regimi fascisti il terrore e il genocidio furono funzionali ad un modello di società senza conflitti e senza diversi, e in cui il razzismo e la disuguaglianza costituivano il fondamento dell’ordine interno, dell’imperialismo, della sottomissione e dell’annientamento di altri popoli sul piano internazionale.
I campi di concentramento sorsero sul territorio tedesco dopo poche settimane dalla presa del potere da parte di Hitler e la costruzione dell’universo concentrazionario seguì i successivi sviluppi della politica nazista di esclusione e persecuzione che investì prima gli oppositori politici (quando non furono ammazzati subito), poi i portatori di handicap, i devianti e gli “asociali”, e infine gli ebrei.
Portatori di handicap e malati incurabili furono i primi ad essere uccisi in camere a gas e poi cremati, pratica che verrà utilizzata su vasta scala a partire dal 1942 nei campi di sterminio, nell’ambito della “soluzione finale” contro gli ebrei.

La repressione contro tutte le minoranze non assimilabili fu sempre più violenta: i Testimoni di Geova furono deportati in massa perchè la loro fede non consentiva il servizio militare; nei Lager finirono anche molti esponenti cristiani e sacerdoti cattolici. Intere categorie di individui, “asociali” – alcolizzati, vagabondi, mendicanti, rom, prostitute, omosessuali, delinquenti abituali – erano ritenuti dal Terzo Reich irrecuperabili, portatori di tare sociali ereditarie e quindi destinati al lavoro forzato nei Lager e all’eliminazione fisica immediata, come per i portatori di handicap.

In Italia Mussolini, conquistato il pieno controllo e il consenso nel paese attraverso l’uso massiccio della violenza, il monopolio sui mezzi di informazione e una martellante propaganda politica, ottenuto anche il riconoscimento della Chiesa cattolica, nel 1935 decide la conquista dell’Etiopia, conclusasi nel 1936. La guerra di Etiopia fu affiancata dalla diffusione di una cultura razzista, sostenuta dal concetto della superiorità della razza e dalla missione civilizzatrice che spettava all’Italia. Furono varate quindi le prime norme antiebraiche. La persecuzione degli ebrei si protrasse fino al 1945 e riguardò tutti gli ambiti della vita sociale: esclusione dall’insegnamento, divieto di iscrizione a scuole statali, espulsione dalle Accademie, Istituti Scientifici, ecc.
A partire dal 1943, con la costituzione della Repubblica di Salò, iniziò anche in Italia la deportazione di massa verso i Lager degli ebrei italiani, ormai sottoposti alle leggi del Terzo Reich.

Furono circa 40mila i deportati dall’Italia, di cui solo 4.000 tornarono per testimoniare. Di questi circa 12mila erano operai accusati di boicottaggio della produzione bellica, di collaborazione con la Resistenza e di aver partecipato a scioperi. Gli ebrei deportati dall’Italia furono circa 8.000; soltanto pochi di loro fecero ritorno.

Ci furono poi gli internati militari italiani, cioè i militari rastrellati e arrestati dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43. I circa 600mila militari italiani catturati dai tedeschi furono messi di fronte ad una scelta: o aderire alla Repubblica Sociale di Salò e continuare a combattere o essere inviati al lavoro coatto. Solo un’esigua minoranza aderì alla RSI; gli altri furono privati della dignità militare e furono considerati “schiavi militari”. Almeno 70mila di loro morirono per le condizioni disumane di vita, le angherie e le violenze.
Per non dimenticare.
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La Presidente del Consiglio Comunale
*********Paola Andreoni

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