Le Civiche Benemerenze osimane 2018: Mosca Mario

Questa la motivazione della Civica Benemerenza che ha reso omaggio all’uomo e all’artista osimano che con la sua arte ha fatto e continua a fare  onore alla nostra città: Mario Mosca.

“Nella sua carriera artistica, in oltre cinquant’anni non è mai venuto meno al legame con Osimo e le Marche, presenti spesso come tema, sempre come sguardo, nell’evolversi della sua opera di pittore e incisore. I suoi lavori sono stati esposti per la prima volta nel 1957 a Jesi, e da lì in tutta Italia fra Bologna, Ravenna, Taranto, Genova, Arezzo, Benevento, Roma, Milano, Torino e Verona. Per poi approdare a Madrid  (1983) , Boston (1990), New York ( 1991 e 1995). Tokyo ( 1993). Nel 2017 è stato invitato ad esporre alla Biennale di Milano. Ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti: nel 1962 in Ancona il Premio Riviera del Conero, poi il Premio Jesi nel ’62, il Premio De Pisis a Ferrara nel 1990 e La Telaccia d’oro a Torino nel 1991, onorando il nome della sua città, con la descrizione e la laboriosità che sono tra le qualità migliori del carattere marchigiano”.

 

Quella che segue è la risposta  di ringraziamento del maestro Mario Mosca che visibilmente commosso ha letto alla platea dei presenti in Teatro.  Parole come pennellate intense che parlano, con gli occhi di un artista, della nostra città.

Ti racconto, dopo quasi una vita, perché un lontano giorno nel tempo, ma non nella memoria, mi trascinai nella città per vedere come era fatta la cosiddetta culla dei miei pensieri. La città e la sua campagna tu l’hai dipinta e disegnata quasi da sempre. Io ora riscopro le sensazioni nella tua arte. E mi chiedo qual è il senso dell’immutato sortilegio, e per quali ragioni “anteriori” alla finzione dell’arte, rinasce sempre viva l’emozione di trovare nell’aria la pulizia delle anime/cose, le case pulite, gli slanci dei rami degli alberi nel cielo issati come stendardi, le strade tagliate dal vento; insomma quella forma “oggettiva” che va sotto il nome di Osimo. E’ la tua Osimo che oggi vedo e rivedo, conto e ripercorro, attraverso la visione della tua arte. La tua arte mi ha fatto capire, ad esempio, una cosa: il nesso tra casa e città, la sinergia tra habitat e campagna, il rapporto dentro-fuori, il fiato segreto che tiene insieme come un cuore questa città/castello: una favola tanto grande quanto misteriosa, una castellina appena più grande. Attraverso i tuoi segni “osimani” si comprende anche e soprattutto che oltrepassare una soglia non è un evento brusco ed immediato. Le antiche vie sono corridoi di un grande “modulare”, e senza marciapiedi. Qui si compie il miracolo della tua “segnatura” sulle lastre, come l’attuazione di una religione della mano e dell’intelligenza. Le tue case, hanno deboli porte di poveri che non debbono difendersi da nessuno, nemmeno accorrere sulle mura, di un ipotetico assedio. Porte che si aprono da sole, ed all’imbrunire diventano nicchie di santi. La strada tu sai rappresentarla come autenticamente luogo non ostile, capace cioè di trasmettere senso di “transito” e non inganni, di trasmettere cadenze e linguaggi.
Le tue figure vanno sempre sole in un domestico labirinto che ti riporta eternamente al centro di quel luogo originale dove si lega la vita di tutti in una “trama”. La prima volta che da Osimo giunsi a Milano mi venne da piangere per la solitudine che respirai improvvisamente e per il rumore che mi emarginava. La “tua” Osimo, la campagna che la circonda e la sorveglia, è una certa idea del “prossimo”, una diversa idea del “privato”. E tu riesci a rappresentare ciò, con l’umiltà, ed anche la forza: invenzioni e conquiste, errori e correzioni, slanci e ripensamenti. I tuoi soggetti portano dentro un locus-teatro, un happening inesauribile vietato ai silenzi. Mi sembra così di vivere nel ventre di una “persona collettiva” che per certuni diviene prigionia intollerabile ed inclina i più fragili nel cerchio di passioni mediocri; ma la “tua” Osimo spesso diventa sacralmente il grembo dove tanta rabbia di esistere diventa amore ed anche lotta e riscatto per l’esistenza. Penso ai tetti delle tue case incise e mi domando perché sono così inclinati, perché non ci si può camminare sopra? Poi scatta la mia meraviglia di “cittadino” consolidato, e quasi sterile, a scoprire che sono fatti così (Osimo è una città splendida che ti protegge e ti tiene caldo come un mantello) proprio per non camminarci sopra, o meglio, per poggiarvicisi con l’anima e la riflessione perché si possa raccogliere acqua purissima di dio ai piedi dei muri. Il tuo amore per il paesaggio osimano ti consente di far scendere atmosfere senza ristagni sulla pietra incalpestata, per gli spigoli sfiorati soltanto dai cieli leggeri della collina, basse nuvole grigiorosa dell’autunno. Sono proprio queste le ambientazioni semplici che definisco “converse” facendo derivare il termine da “cum vertice”. Leggo i tuoi paesaggi brevi, urbani, civilissimi e ricchi di umanità per l’oggetto: rivedo Osimo così com’era un tempo davvero felice in cui le parole erano segni evidenti del cuore e della volontà di essere uniti in un’ipotesi di crescita. Allora le vecchie case dei borghi osimani non avevano balconi per ostentare al passante interi profili di donna, ma solo discrete finestre per la beltà degli sguardi e l’eterno gioco di chi “mira ed è mirato”. Ma non sto parlando di una vita come relitto, di cose che fra poco nemmeno i vecchi ricorderanno. Queste cose, come i tuoi segni incisi a testimonianza di una autentica civiltà, appartengono all’età del pane, al tempo dei bisogni elementari. La forma di una città dell’anima. Ti ho molto amata mia Osimo e sempre sarai nel mio cuore!”

di Mario Mosca


Grazie maestro a nome di tutta la città.
Paola

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#OSIMANI con l’hashtag: m°Mario Mosca pittore, incisore e litografo del 21 ottobre 2017

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