Addio 2009, non ci mancherai.

articolo del giornalista-sindacalista Davide Orecchio.

” Nessuno rimpiangerà il 2009. Anno di fregature collettive, posti di lavoro bruciati e intrighi sessuo-politici. Anno tutto all’insegna del meno. Meno soldi, meno lavoro, meno sinistra e meno tolleranza (omosessuali, immigrati e carcerati d’Italia ne sanno qualcosa). Un anno da lasciar passare in fretta come una chiazza di sporco nel mare, sperando sia rapida la corrente che lo porta lontano. A questo 2009, ennesima tappa di transizione verso un futuro chissà quando migliore, si può dire addio senza nostalgia. E se qualcuno, nel suo privato, ha conosciuto momenti di felicità o addirittura azzeccato una qualche svolta, non potrà negare che nella dimensione comune, nel generale rousseauviano, Mister 2009 è stato solo un calcio nel sedere.

Non poteva che salutarci con una legnata globale, un brutto ceffo simile. E la legnata è arrivata, col flop di Copenaghen, dove le classi dirigenti hanno dimostrato al mondo (casomai il mondo avesse bisogno di prove ulteriori) di non essere quasi mai all’altezza delle proprie responsabilità, senza prendere uno straccio di decisione contro il riscaldamento globale. Il fatto che il presente articolo venga redatto sul pc in una città con una temperatura vicina al sottozero non cambia le cose: global warming, local freezing and… zero leadership.

Se non fosse per le importanti celebrazioni che lo hanno scandito (vent’anni dal crollo del Muro di Berlino e da Piazza Tiananmen, quarant’anni dall’autunno caldo, dall’uomo sulla luna, da Woodstock), sarebbe il caso di candidare il 2009 a essere rimosso come il peggiore dei traumi infantili. Invece ci ha costretto a ricordare, a fare il punto storico, e quindi a essere ricordato. Intanto guardavamo indietro con rabbia. Non per colpa del passato ma del presente, che ci riservava una brutta sorpresa dietro l’altra. Troppo pessimismo ?. Ma nei dodici mesi passati difficilmente avremmo potuto dare molte buone notizie, e le poche le abbiamo pubblicate sempre volentieri.

Eravamo già preparati al peggio, quando l’annus horribilis entrava in scena. La crisi finanziaria del 2008 si era già trasformata in economica, i governi di mezzo mondo correvano ai ripari per arginare keynesianamente il crollo della produzione. Iniezioni di soldi pubblici nell’economia mentre gli istituti statistici facevano a gara nel dare pessime (e realistiche) previsioni. Iniezioni da tutti i governi tranne che da quello guidato da Silvio Berlusconi. A peggiorare il quadro, Cisl, Uil e Ugl firmavano con le imprese l’accordo separato sul nuovo modello contrattuale. L’esecutivo in cabina di regia e promoter. La Cgil esclusa. Bastava quest’evento tutto italiota a far capire che andazzo avrebbe preso l’anno. Eppure il sindacato (anzi un solo sindacato: la Cgil) ha provato a incalzare il governo mentre migliaia di persone perdevano il posto, ha chiesto contromisure e un dialogo che è sempre stato negato dall’esecutivo (forte della divisione di cui sopra), anche all’indomani di una delle più partecipate manifestazioni degli ultimi anni, quella del Circo Massimo.

Tragedie come il terremoto dell’Aquila, seguito dal disastro della ricostruzione a rilento e dalla morte certificata di un’intera città, ed eventi di distrazione di massa come gli scandali sessuali esplosi attorno a Palazzo Grazioli, hanno costellato i mesi successivi, deprimendo progressivamente il paese.

Dall’estero, nulla di confortante. L’anno esordiva con la campagna militare di Israele a Gaza, che lasciava macerie e morti tra i civili. Pochi mesi dopo le elezioni europee avrebbero certificato non solo la sconfitta delle nostre sinistre cosiddette radicali e ormai neutrinizzate, ma anche la crisi strutturale della socialdemocrazia tedesca e del socialismo francese, insomma della sinistra europea moderata e (un tempo) di massa. Ed ecco che in Iran scoppiava la protesta degli studenti contro il regime di Khamenei e Ahmadinejad: documentata in modo e stile rivoluzionario grazie ai social network, ma pur sempre repressa nel sangue. Chi aveva ancora dubbi sul fatto che fosse un anno micidiale?

Con l’estate, poi, sono arrivate notizie inquietanti dalla Francia. Laggiù i lavoratori se la passano male: si uccidono (France Telecom), sequestrano i manager, oppure piazzano bombole a gas negli impianti, minacciando di farli saltare in aria. Gli operai si rivoltano. Iniziamo a chiederci: e in Italia cosa faranno? Esploderà anche qui la violenza su di sé, contro gli altri, contro il mondo intero? Non si fa in tempo a cercare una risposta che a Milano quattro operai della fabbrica Innse salgono su una gru e ci restano per più di una settimana. E’ agosto, vogliono difendere la loro fabbrica e alla fine ci riescono. È l’innesco della protesta italiana del lavoro, che aumenta con l’autunno, va avanti fino a Natale e si articola in nomi ormai conosciuti da tutti: Alcoa, Eutelia, Nortel, Merloni, Lesme, Thyssen e tanti altri. Per non parlare della Fiat, i cui stabilimenti italiani sono destinati a un futuro ancora tutto da chiarire. Una protesta che decide di essere vitale, sceglie tetti e gru, non il suicidio. Tra le cattive notizie, è una buona notizia. In un’economia alluvionata come New Orleans i lavoratori escono da grotte e seminterrati nei quali il disinteresse dell’opinione pubblica li aveva rinchiusi, e salgono, salgono, salgono. Si arrampicano per farsi vedere. Chiedono attenzione. Rivendicano la propria identità mentre sta sfuggendo loro di mano insieme a posto e stipendio.

Il governo quell’attenzione la presta solo nell’episodico e contingente delle vertenze, una dopo l’altra, ma non in modo organico. Licenzia l’ennesima “Finanziaria poca cosa”, mentre i fuochi d’artificio preferisce farli con lo scudo fiscale, consentendo ai grandi evasori un lauto e conveniente recupero dei capitali portati all’estero. Roba da scappare tutti in Nuova Zelanda e non tornare mai più. Mentre il Partito democratico risponde assente all’appello e si lascia distrarre per mesi da lotte interne e regicidi prima di eleggere un segretario, qualcuno, nell’Italia della politica che assomiglia sempre più a una foresta pietrificata, a un cimitero di elefanti, prova a fare un briciolo di opposizione sociale e ci riesce mettendo insieme due piazze che non passano inosservate: quella del 3 ottobre per la libertà di informazione e quella del 5 dicembre per il No B Day. Poi un matto getta un souvenir in faccia al premier e si diventa tutti teppisti. Anche questo è stato il 2009: piazze criminalizzate, vendette, ritorsioni, “assassinii” politici (da Marrazzo a Boffo, e in attesa di nuovi protagonisti). Un anno il cui unico pregio è che è finito.

Un anno che passa alla storia anche per l’accanimento del governo su Eluana Englaro, la cui non vita si è provato ad allungare con un ddl ad personam; e per la fine inaccettabile di Stefano Cucchi e di altri 172 detenuti lasciati morire in carcere in stato di abbandono terapeutico o peggio ancora deceduti per cause “da accertare” (definizione che nasconde l’ipocrisia di indagini che spesso non indagano un bel niente). E non dimentichiamo le aggressioni sempre più frequenti a persone omosessuali. Non dimentichiamo il pacchetto sicurezza che ha istituito le ronde di cittadini e trasformato gli immigrati clandestini in criminali. L’anno che si è chiuso col White Christmas del comune di Coccaglio, questo è stato il 2009. Una sberla alla tolleranza. Un calcio in faccia al dialogo. Tanto vale lasciarlo andare via come un cadavere nelle acque del Gange e ricordarlo per sempre come un pasto indigesto.
Prima di chiudere: era ancora gennaio e Barack Obama pronunciava il suo giuramento presidenziale a Washington. Un momento da pelle d’oca e di una storicità inaudita. Con triplo salto mortale l’America slittava dagli otto anni di Bush Jr. a un presidente nero. Le promesse di Obama agli Stati Uniti e al mondo intero, formulate o inespresse, erano troppo grandi perché potessero essere mantenute tutte. E così è andata. Il presidente democratico chiude il suo primo anno di mandato con molti successi sul fronte interno: il piano per il lavoro, il salvataggio delle case automobilistiche e soprattutto la fondamentale riforma della sanità. Ma non ha curato il mondo, e probabilmente non ha mai avuto l’intenzione di farlo. Il suo ridimensionamento, sul piano internazionale, va registrato. Il premio Nobel per la pace è sembrato fin troppo eccessivo per un capo di stato che ha deciso di rafforzare la presenza militare in Afghanistan. E in nessuno dei vertici ai quali ha partecipato (dal G8 a Copenaghen) Obama ha saputo imprimere cambi di marcia. Anche lui ci ha un po’ deluso. Ma, a differenza del 2009, non gli manca il tempo per rifarsi.