Geronzi sperava, Tremonti sapeva

di Eugenio Scalfari  11 aprile 2011. Lo Stato ha un solo e vero modo di stare sul mercato: produrre servizi pubblici e infrastrutture efficienti e far rispettare le regole di concorrenza .
Lo chiamano il banchiere di Marino ma è uno sberleffo che Cesare Geronzi non merita: è stato molto peggio che un semplice provincialotto, ma anche molto di più. Ha avuto in mano per lungo tempo le leve che governavano un sistema di potere ed ha ambito che quel sistema prevalesse su tutti gli altri. Non ce l’ha fatta ed è caduto. Gli era già capitato altre volte ma era sempre riuscito a rialzarsi; questa volta è difficile che accada.
Il suo sistema di potere nacque dalla fusione del Banco di Roma con il Banco di Santo Spirito, di proprietà d’una Fondazione di origine vaticana. Il Banco di Roma era una delle tre banche d’interesse nazionale, le altre due erano possedute dall’Iri: la Banca Commerciale Italiana e il Credito Italiano. Le tre Bin avevano il controllo di Mediobanca, guidata da Enrico Cuccia.
Il sistema era questo: l’Iri, le tre Bin, Mediobanca. Cuccia diceva che il corpo di Mediobanca era pubblico ma la testa era privata. La testa privata era la sua, il corpo pubblico era l’Iri, ma il sangue che circolava nel sistema e lo teneva in vita era frutto delle tre Bin perché erano loro a collocare tra i risparmiatori le obbligazioni emesse da Mediobanca per raccogliere i capitali necessari a farla funzionare come banca d’affari. Queste erano le entità societarie, alla testa delle quali c’erano uomini in carne ed ossa con le loro storie e i loro caratteri.
Cuccia era uno di quegli uomini, ma insieme a lui e prima di lui ce n’erano altri, tutti molto speciali: Raffaele Mattioli,Adolfo Tino, Ezio Vanoni, Bruno Visentini, Ugo La Malfa, Pasquale Saraceno. E la Banca d’Italia di Donato Menichella e poi, dal 1960, di Guido Carli.
Questa era la struttura di quel sistema e di quell’intreccio tra finanza e politica: la rete di sostegno che proteggeva l’economia reale, la finanziava e la regolava. I pilastri dell’economia reale erano: la Fiat di Valletta e poi, dal 1968, di Gianni Agnelli; l’Eni di Enrico Mattei, la Edison di Giorgio Valerio, la Montecatini di Carlo Faina, la siderurgia a ciclo integrale, le autostrade, i telefoni e le telecomunicazioni, la Rai, l’Alitalia, la Finmeccanica, tutte dell’Iri insieme alle tre Bin. Ma delle banche l’Iri si limitava a custodire le azioni; la politica bancaria la guidava la Banca d’Italia e nessuno si sognava di metterne il ruolo in discussione.
Così andarono le cose dal 1947 fino agli anni Settanta. Adesso sembra preistoria, sono cambiate le strutture, sono cambiati gli uomini. La spinta in avanti dell’economia italiana cominciò a rallentare fino a quando si fermò del tutto. Il debito pubblico prese a crescere fino a diventare, dagli anni Ottanta ad oggi, una mostruosa montagna. La disoccupazione, dopo esser stata riassorbita per tutto il decennio 1955-65, ricomparve fino a diventare strutturale. La competitività e la produttività scesero a livelli infimi. Ma soprattutto il rapporto tra gli affari e la politica diventò perverso e la sua perversità andò sottobraccio con la corruzione. Fino a quando la Prima Repubblica cadde e la Seconda che la sostituì si rivelò peggiore al punto da far rimpiangere quella che l’aveva preceduta.
* * *
Geronzi diventò un elemento del sistema quando già il rapporto tra affari e politica era imputridito, la rete di protezione e di regolazione era stata strappata in più punti, gran parte delle grandi imprese erano scomparse o avevano cambiato padrone. Per di più era ancora un elemento marginale perché il Banco di Roma che aveva cambiato il nome in Capitalia era molto più debole di Unicredit mentre la Commerciale era addirittura scomparsa nelle ampie braccia di Intesa-Sanpaolo. Tanto debole da mettersi in vendita poiché nella nuova era della globalizzazione le banche italiane non reggevano il confronto; per sopravvivere dovevano assumere ben più ampie dimensioni. La scorciatoia obbligata per Geronzi che guidava Capitalia fu la fusione con l’Unicredit di Profumo.
Nella spartizione dei ruoli a lui toccò la presidenza di Mediobanca, da tempo orfana di Cuccia e poi del suo successore Maranghi.
Non ebbe deleghe, gli amministratori Nagel e Pagliaro se le tennero ben strette salvo il comitato “nomine” che era ed è la cabina di regia delle società partecipate. Ma Geronzi era un bravissimo navigatore ed aveva un suo speciale talento: utilizzava le aziende per accrescere il suo potere. Talvolta le sue iniziative andavano anche a vantaggio dell’azienda, ma più spesso il vantaggio era suo soltanto. Così fece anche con Mediobanca. C’era entrato quasi di soppiatto, per “generosità” di Profumo; ma ne prese sempre più saldamente le redini lasciando le operazioni bancarie alle mani dei manager. Lui si occupò del suo potere. Diventò il referente di Gianni Letta e di Berlusconi; in quella veste si attribuì il ruolo di supervisore di una delle società partecipate, la Rcs-Mediagroup, cioè il Corriere della Sera la Gazzetta dello sport e i tanti settimanali del gruppo.
Strinse un sodalizio con i francesi di Bolloré e di Tarak Ben Ammar, che avevano un piede in Mediobanca e un altro nelle Generali. Vagheggiò una fusione tra Generali e Mediobanca; tenne l’occhio su Bernabè e su Telecom, con la sua importante rete di comunicazioni e la sua televisione La7, la sola esistente fuori dal duopolio Rai-Mediaset. E forse non fu estraneo alla caduta in disgrazia di Profumo e alla sua defenestrazione da Unicredit. A quel punto pose la sua candidatura alla presidenza di Generali. Si era convinto che fosse più agevole guidare Mediobanca dall’alto di Generali anziché guidare Generali da Mediobanca. Forse pensava che il management del Leone (Perissinotto e Balbinot) fosse più malleabile di Pagliaro e di Nagel. Ma su quel punto sbagliò. Non aveva previsto che quei quattro si sarebbero messi d’accordo per farlo fuori. Ci hanno impiegato un anno. Più veloci di così…!
* * *
Chi volesse definire con una sola parola Cesare Geronzi, potrebbe chiamarlo l’Uccellatore, colui che per professione ha quella di catturare uccelli vivi. Non è poi tanto male acchiappare uccelli vivi e metterli in gabbie dorate e provviste di buon mangime. Certo, con poca o pochissima libertà. Ma c’è un altro personaggio di questa storia ed ha anche lui il suo soprannome: chiamiamolo Convitato di pietra o Gran Commendatore, secondo il testo di Da Ponte. Parliamo naturalmente di Giulio Tremonti, ministro dell’Economia. Tremonti non ha armato la mano dei manager di Mediobanca e di Generali, tanto meno li ha ispirati e guidati. Però sapeva. Aveva anche avvertito, ma molto alla lontana, Berlusconi, come se parlasse di un’ipotesi remota e abbastanza facile da bloccare. Invece era questione di ore. Non sapeva nulla Geronzi, non sapevano nulla Bolloré e Tarak Ben Ammar, non sapevano nulla Marina figlia e Silvio padre; ma il Convitato di pietra sì, lui sapeva.
Palenzona sostiene che il nuovo sistema, la nuova astronave, è composta di tre moduli: a valle ci sono le Generali, il comando di Generali è in mano a Mediobanca, il comando di Mediobanca è in mano a Unicredit. Cioè a Palenzona che ne è vicepresidente. Il presidente è il tedesco Dieter Rampl, che sta dietro Palenzona e forse è lui il vero perno alla faccia dell’italianità. Ma probabilmente alle spalle corporalmente possenti di Palenzona c’è il Gran Commendatore, Giulio Tremonti, protettore della Lega e fautore delle banche territoriali. Negli anni Ottanta un’architettura di questo genere avrebbe potuto essere immaginata e costruita, ma oggi non direi. L’economia globale, la finanza globale, la libera circolazione dei capitali non vanno in questa direzione. Le economie nazionali non reggono se non hanno dimensioni continentali. Usa, Cina, India, Russia, Brasile, queste sono le dimensioni. L’Europa le avrebbe ma per ora l’Europa non c’è. I finanzieri, i banchieri, gli industriali debbono immaginare e operare come se l’Europa ci fosse. Le architetture pensate sulla dimensione del cortile di casa non reggono all’urto della realtà, sono attendamenti fabbricati con le carte da gioco dei bambini. L’Uccellatore così come il Convitato di pietra sono anomalie nel paese delle anomalie.
Perciò è più corretto prevedere che i manager di Mediobanca, di Generali, di Unicredit, di Intesa, di Telecom, di Fiat-Chrysler, punteranno sul valore delle aziende e saranno giudicati su quella base. Valori non effimeri, non ottenuti con accorgimenti speculativi, ma di media-lunga durata, aggiornati ogni anno ma proiettati almeno verso il quinquennio o meglio ancora il decennio. Incrementi di valore, ampliamento delle basi produttive, regole di concorrenza, titoli giudicati dal mercato, competitività, creazione di nuovi prodotti, conquista di nuovi mercati. Le “matrioske” immaginate da Palenzona non servono più. Dietro Generali c’è il mercato internazionale delle assicurazioni; dietro Mediobanca c’è il mercato degli affari da intermediare e da finanziare; dietro Intesa e Unicredit c’è la banca generale, il credito da offrire sul territorio e in Europa. Lo Stato ha un solo e vero modo di stare sul mercato: produrre servizi pubblici e infrastrutture efficienti e far rispettare le regole di concorrenza che impediscano monopoli, conflitti d’interesse e rendite non tassate.
Buona giornata e buona fortuna.

UN GOVERNO FANTASMA E UN PAESE ALLO SFASCIO

Eugenio Scalfari da La Repubblica del 3 aprile 2011. Il Presidente della Repubblica questa volta è andato più in là che in altre precedenti esternazioni. Ha raccomandato sempre moderazione di accenti, lealtà tra le istituzioni, condivisione di valori e di decisioni quando riguardino le regole di base della convivenza, ma giovedì scorso ha preso un´iniziativa insolita, un´iniziativa da grandi occasioni: ha convocato i rappresentanti dei gruppi parlamentari informandone per lettera il presidente del Consiglio. A tutti gli interlocutori che hanno varcato la soglia del Quirinale ha ripetuto il suo giudizio sulla situazione riassumibile in cinque parole da lui stesso pronunciate: «Così non si può andare avanti».
Le gazzarre avvenute negli ultimi giorni a Montecitorio sono state l´occasione determinante dell´intervento del Capo dello Stato, ma la motivazione di fondo è un´altra perché le gazzarre parlamentari non sono una novità e non avvengono soltanto in Italia.
La motivazione di fondo sta nella constatazione della paralisi parlamentare che dura ormai da molti mesi e rischia di durare ancora a lungo. Le opposizioni la denunciano da almeno un anno, ma ora l´ammette lo stesso presidente del Consiglio. Contrastano le motivazioni, ma entrambe le parti arrivano alla medesima conclusione.
Dunque il potere legislativo non legifera né esercita i poteri di controllo sull´operato dell´esecutivo che pure la Costituzione gli riconosce; il potere esecutivo dal canto suo usa in quantità anormale strumenti impropri: ordinanze, decreti, voti di fiducia, per abbreviare forzosamente il dibattito parlamentare. In queste condizioni il Capo dello Stato, con la sua iniziativa di giovedì, ha suonato l´allarme; in termini calcistici si direbbe che ha diffidato i giocatori con il cartellino giallo facendo capire che se non cambieranno registro dal cartellino giallo si passerà al rosso, cioè all´espulsione dal campo di gioco. Nel caso nostro il cartellino rosso equivale al decreto di scioglimento delle Camere che la Costituzione prevede tra le attribuzioni del Presidente della Repubblica con la sola modalità di consultare i presidenti delle Camere per un parere non vincolante.
* * *
Temo che l´allarme e la diffida non produrranno alcun risultato perché ne mancano i presupposti e non da oggi.
I presupposti mancano dal maggio del 1994, da quando cioè il proprietario di un impero mediatico, immobiliare, commerciale, finanziario, bancario, calcistico, diventò capo d´un partito, presidente del Consiglio o alternativamente capo dell´opposizione e insomma protagonista della politica italiana. Questa presenza insolita, corredata da una serie di effetti a pioggia che sono stati cento volte elencati e analizzati, hanno determinato la spaccatura in due della pubblica opinione dando luogo a due diversi schieramenti e a due diversi blocchi sociali.
La dislocazione bipolare non configura di per sé nulla di terribile, anzi costituisce la normalità dei reggimenti democratici quando avvenga in un quadro di valori condivisi, ma non è questo il bipolarismo italiano nato in era berlusconiana. Non c´è nulla di condiviso né di condivisibile tra due concezioni opposte della democrazia, della politica, dell´economia, della cultura, dell´informazione. Perfino della libertà e perfino dell´eguaglianza.
Non sono due schieramenti alternativi ma antagonisti. Non vanno d´accordo su niente. Allo stato di diritto che fu recuperato nel 1945 dopo il totalitarismo fascista, il berlusconismo oppone vocazione autoritaria fondata sulla dittatura della maggioranza e rinforzata dal monopolio dell´informazione. L´elenco delle anomalie è lungo e ogni giorno si arricchisce di nuovi capitoli. Non è quindi il caso di ripercorrerlo. Lascio invece la parola ad una fonte non sospetta, Andrea Marcenaro, autore d´una rubrica che compare ogni giorno sulla prima pagina del “Foglio”. Rubrica partigiana ma scapestrata e talvolta veridica. Nel caso nostro così racconta l´ultima comparsata di Berlusconi a Lampedusa.
«L´Amor Nostro rientrato a Roma dallo sprofondo dove aveva appena comprato una villa, ristrutturato un´isola, piantato ortensie, proposto pioppi sugli scogli, vivacizzato le facciate delle case, fondato un casinò, affittato sette navi per la “Crociera dello Sfigato”, pescato due triglie minorenni nonché perforato 18 buche dell´istituendo campo da golf; ma che cazzo – esplose – il mio processo breve? Beh! Capita, Cavaliere, quando si sceglie un ministro che confonde la Difesa con l´offesa».
Così Marcenaro descrive la trasferta lampedusana cogliendo una parte del tutto. Il tutto è molto di più.
* * *
Dovrei ora parlare del processo breve, della responsabilità civile dei magistrati, della riforma della giustizia e del conflitto d´attribuzione che la maggioranza parlamentare intende sollevare con una votazione prevista per martedì 5 aprile, un giorno prima dell´apertura del processo che vede Berlusconi imputato per concussione e prostituzione minorile. Ma mi limiterò a quest´ultimo tema; sugli altri non c´è che ricordarne il contenuto con poche parole. Il processo breve è soltanto una prescrizione brevissima tagliata su misura per azzerare i processi che vedono Berlusconi imputato. La responsabilità civile dei magistrati è un nonsenso, viola il principio del libero convincimento del magistrato nella formulazione delle ordinanze e delle sentenze, pretendendo che quel principio sia sostituito con la prova raggiunta al di là di ogni ragionevole dubbio: sostituzione del tutto inutile visto che anche l´assenza di ogni ragionevole dubbio viene accertata attraverso il libero convincimento del magistrato. Del resto il nostro codice penale prevede già l´incolpabilità dei magistrati, procuratori e giudici, in sede penale con eventuali ripercussioni civilistiche di indennizzo, quando ricorrano gli estremi del dolo o della colpa grave. Aggiungere a queste norme già esistenti da tempo la possibilità di un´incolpazione civile per “violazione di diritti” significa semplicemente consentire a tutti coloro che perdono cause giudiziarie di aprire un percorso parallelo di controversie che produrrebbe il solo effetto di sfasciare la struttura giudiziaria già per varie ragioni insoddisfacente.
Resta il tema del conflitto di attribuzione che andrà in votazione martedì ed ha l´obiettivo di bloccare il processo “Ruby-gate”.
Il conflitto d´attribuzione si verifica quando uno dei poteri dello Stato invada la sfera riservata ad un altro potere. In quel caso la competenza di giudicare chi sia l´invasore ed impedire che l´invasione avvenga spetta alla Corte costituzionale. Ma nel caso specifico chi ha invaso chi?
Il tribunale di Milano darà inizio mercoledì 6 aprile ad un processo penale. I legali dell´imputato contestano la competenza del tribunale di Milano e chiedono che il processo sia trasferito al tribunale dei ministri. Si tratta con tutta evidenza di un conflitto di competenza, non di invasione di un potere su un altro potere. Giudicare sulla competenza territoriale o funzionale spetta unicamente alla Cassazione. Quanto alla Giunta parlamentare delle autorizzazioni a procedere, essa ha il compito di accettare o respingere le richieste eventuali del tribunale o della procura. Nel caso specifico ha respinto la richiesta di perquisizione di un ufficio della presidenza del Consiglio situato in un palazzo di Milano Due. Infatti quell´ufficio non fu perquisito. E questo è tutto.
Vedremo come risponderà la Corte costituzionale alla richiesta del Parlamento di giudicare il conflitto di attribuzione. L´evidenza suggerisce una pronuncia di irricevibilità del ricorso perché – lo ripeto – si tratta di un conflitto di competenza all´interno della giurisdizione che spetta unicamente alla Corte di Cassazione.
* * *
Le vicende della Libia, dell´immigrazione, della lunga e sempre più agitata paralisi del Parlamento, dell´intervento ammonitorio del Capo dello Stato, hanno messo in ombra un altro tema che deve invece essere affrontato per quello che è: una sterzata estremamente grave della politica economica verso un intervento sistemico dello Stato nell´economia e nel mercato, in palese contrasto con la legislazione dell´Unione europea. Parlo del decreto promulgato giovedì scorso dal consiglio dei Ministri e voluto da Giulio Tremonti per impedire che un´impresa alimentare francese assuma il controllo della Parmalat.
Se fosse questo il solo obiettivo di Tremonti, potrebbe anche essere accettato sebbene si concili assai poco con l´auspicio più volte ripetuto di un aumento di investimenti esteri nel nostro paese. Siamo il fanale di coda nella classifica degli investimenti esteri rispetto agli altri paesi europei. Ce ne lamentiamo, se ne lamenta il governo, la Confindustria e gli operatori finanziari e imprenditoriali, ma quando finalmente qualcuno arriva dall´estero per investire i suoi capitali in iniziative italiane viene preso a calci e rimandato indietro dimenticando che oltre di essere cittadini italiani siamo anche cittadini europei. Il mercato comune non è nato per abolire frontiere e consentire il libero movimento delle merci, delle persone e dei capitali?
Ma Tremonti ricorda – ed ha ragione di farlo – che la Francia protegge la nazionalità delle imprese ritenute strategiche e quindi – sostiene il ministro – se lo fa la Francia perché non può farlo l´Italia? Difficile dargli torto. Bisognerebbe sollevare il tema nelle sedi europee e speriamo che venga fatto, per ripristinare il funzionamento del libero movimento degli investimenti contro ogni protezionismo. Comunque, su questo tema, Tremonti per ora ha ragione. Senonché…
Senonché la questione Parmalat è soltanto un pretesto o perlomeno un caso singolo dentro un quadro assai più ricco di possibilità. Infatti il testo del decreto non dice affatto che l´obiettivo è la difesa dell´italianità delle aziende nazionali. Dice un´altra cosa: autorizza la Cassa depositi e prestiti (di proprietà del Tesoro al 70 per cento) ad intervenire in caso di necessità per finanziare aziende ritenute strategiche per fatturato o per importanza del settore in cui operano o per eventuali ricadute sul sistema economico nazionale. Il caso Parmalat rientra in questo elenco ma non lo esaurisce perché il decreto va molto più in là. Praticamente resuscita l´Iri di antica memoria rendendo possibile che lo Stato prenda il controllo delle imprese che abbiano requisiti ritenuti strategici dal governo (da Tremonti) nella sua amplissima discrezionalità.
Tutto ciò avviene per decreto. Dovrà essere convertito in legge ma intanto produrrà effetti immediati sul mercato. Ma se il decreto non fosse convertito in legge? è realistico pensare che il governo, per evitare che quest´ipotesi si avveri, chieda per l´ennesima volta l´ennesima fiducia. Ma se in sede europea quella legge fosse bocciata in quanto aiuto indebito dello Stato ad un´impresa, vietato dalla legislazione comunitaria?
Ho detto prima che la Parmalat è un pretesto. Infatti il vero obiettivo di Tremonti è di far entrare lo Stato non soltanto nelle aziende che hanno necessità di finanziamento ma direttamente nel sistema bancario. In particolare nelle cosiddette banche territoriali: le banche popolari, le banche cooperative, le Casse di risparmio. Quelle più a corto di capitali, quelle alle quali la Lega guarda con occhi avidi, quelle che procurano voti, organizzano interessi e clientele. Una rete immensa di sportelli, di prestiti, di mutui. Di fatto la politicizzazione del credito.
È una delle più gravi malattie la politicizzazione del credito. Il decreto di giovedì scorso ne segna l´inizio. Che cosa ne pensano i partiti d´opposizione? Che cosa ne pensa il governatore della Banca d´Italia? Che cosa ne pensa il Quirinale?
La politicizzazione del credito è un altro modo per deformare la democrazia, forse il più insidioso insieme al monopolio dell´informazione. Chi può manipolare le notizie e il danaro è il padrone, il raìs, il Capo assoluto, circondato da una clientela enorme e solida. Inamovibile. O ci si arruola o se ne è esclusi. La clientela vota. Chi spera di entrarci se ancora non ne fa parte, vota nello stesso modo.
La chiamano democrazia ma in realtà è soltanto un grandissimo schifo.

Gran confusione nei cieli d’Europa

di Eugenio Scalfari • 27 marzo 2011 E’ soprattutto in Europa che la confusione ha raggiunto il massimo.
Giornali di tutto il mondo, i nostri compresi, scrivono da giorni che c’è grande confusione. Lo dicono anche i governi, gli stati maggiori delle varie forze armate, i politici e le persone interrogate per strada.
C’è grande confusione sulla guerra di Libia, sulle sollevazioni africane e mediorientali (alle quali proprio in queste ore si sono aggiunte la Siria e la Giordania), sull’uso del nucleare, sui debiti sovrani, sugli schieramenti internazionali, sui flussi migratori. I grandi paesi emergenti, Cina India Brasile Russia Sudafrica, cominciano ad elaborare una posizione politica comune che sia alternativa a quella dell’occidente, cioè del Nord- America. L’Europa, come sempre, è divisa in due, forse in tre se non addirittura in quattro pezzi. Divisa su tutto: sul caso Gheddafi, sull’immigrazione, sull’energia atomica, sull’economia.
Ma c’è grande confusione anche sui concetti che sembravano chiari, sul significato di parole che sembravano univoche, su valori che sembravano condivisi: il fondamento della morale, il pacifismo, la democrazia, la dignità della donna. Perfino la libertà. Perfino l’eguaglianza. Perfino i diritti e i doveri.
Si direbbe che, quasi d’improvviso, il gomitolo della storia non riesca più a svolgersi, i fili si sono imbrogliati inestricabilmente, i nodi sono arrivati al pettine tutti insieme, la cruna dell’ago è ostruita. Babele trionfa e trionfano la ferocia l’astuzia la Suburra.
Bisogna dunque cercare il capo del filo e svolgerlo per poter capire qualche
E il capo del filo, sul terreno concreto, oggi sta in Europa perché è proprio qui in Europa che il groviglio è diventato più inestricabile e la confusione ha raggiunto il massimo.
                                                                  ***
La risoluzione dell’Onu ha stabilito che la popolazione civile della Libia sia protetta dalla Comunità internazionale contro le operazioni poliziesche e militari di Gheddafi. Protetta con tutti i mezzi disponibili ed efficaci per fermare Gheddafi, con l’esclusione di sbarcare truppe a terra. La “no fly zone” è uno degli strumenti, ma non il solo, anche perché porta con sé logicamente la distruzione degli impianti gheddafiani a terra e in volo: aeroporti, flotta aerea, installazioni radar, batterie contraeree. Ma poiché l’obiettivo è quello di tutelare la popolazione civile bisogna anche distruggere il sistema dei trasporti militari, le armi pesanti di cannoneggiamento, i mezzi blindati. Insomma bisogna disarmare Gheddafi. Infine, sempre ottemperando alla risoluzione dell’Onu fatta propria dall’Unione europea, bisogna applicare sanzioni economiche e impedire che il raìs riceva rifornimenti di armi.
In teoria tutti si sono dichiarati d’accordo con questi obiettivi salvo alcuni membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu (Russia, Cina, India, Brasile, Germania) che però, astenendosi, hanno consentito che l’operazione “protettiva” partisse.
Tralasciamo la bega tra Italia e Francia sul comando dell’operazione: ormai è stato deciso che il comando sarà affidato alla Nato. Ma questo non cambia granché, salvo forse un rallentamento burocratico-operativo sul terreno.
Resta il problema di fondo: che farà Gheddafi?
Se la risoluzione dell’Onu sarà interpretata in modo limitato, Gheddafi resterà al potere a Tripoli e aspetterà che la presenza degli stranieri nei cieli libici e nel mare cessi. La “no fly zone” non potrà durare in eterno, prima o poi la coalizione dei “protettori” si scioglierà, il dispositivo militare sarà smantellato e tutti se ne torneranno a casa. Tutti salvo ovviamente Gheddafi e il suo esercito mercenario. I rifornimenti di armi riprenderanno e in Libia tutto ricomincerà da capo salvo l’alleanza dei “protettori” che una volta sciolta non si riformerà più.
Prima che ciò avvenga bisogna dunque avviare un negoziato.
                                                                      ***
Questa sequenza l’hanno capita tutti, più o meno tardivamente. L’hanno capita gli americani, l’Onu, la Nato, i francesi, gli italiani, la Turchia, la Lega araba, la Lega africana. Tra il capire e il fare c’è però di mezzo… Gheddafi. Non se ne andrà in esilio se non sarà con le spalle al muro. Farà ogni sorta di promesse, giurerà di “fare il buono”, accetterà di emanare una Costituzione democratica e libere elezioni, lo giurerà sulla testa dei figli e dei nipoti. Tutto, pur di restare al comando. L’esilio no, non lo accetterà se non sarà ridotto all’impotenza.
Nel suo caso l’impotenza significa: senza più esercito, senza più mercenari, senza più consenso, senza più macchina di propaganda, senza più ricchezze se non quanto necessario al suo (lauto) sostentamento. Di fatto prigioniero nel suo bunker e con la denuncia alla Corte dell’Aia per crimini contro l’umanità pendente sul suo capo come avvenne per Milosevic.
Solo se ridotto in queste condizioni accetterà l’esilio come salvavita. Perciò se la risoluzione dell’Onu di protezione della popolazione civile libica deve essere rispettata il solo modo praticabile è quello di ridurre Gheddafi in quella condizione. Altrimenti diciamo che è stato tutto un macabro e dispendiosissimo scherzo.
È pienamente comprensibile che i Paesi definiti dalla sigla Bric (Brasile, Russia, India, Cina) puntino a questo risultato: l’umiliazione degli Usa, dell’Europa, di quello che un tempo si definiva Occidente. Ma che sia questo anche l’obiettivo della Germania è incomprensibile a meno che, per la Germania, l’umiliazione della Unione europea sia un punto di passaggio per instaurare l’egemonia tedesca sull’Europa. Egemonia non soltanto economica (quella già c’è) ma anche politica.
Quell’egemonia ha ormai un solo ostacolo: la Francia, guidata da un leader che qualcuno descrive come un personaggio da avanspettacolo. Quanto a noi, in fatto di avanspettacolo non accettiamo lezioni da nessuno. Infatti siamo noi che, dopo i primi tentennamenti, abbiamo considerato la Francia come il nemico o almeno il rivale numero uno. Sarkozy forse fa ridere ma la Francia è la Francia e purtroppo noi facciamo ridere tutti anche in circostanze nelle quali si dovrebbe piangere.         
                                                                  ***
In realtà la sola questione che interessa chi detiene la “golden share” del governo italiano, cioè Bossi, è quella degli immigrati. Lampedusa è stata fin qui l’agnello sacrificale: è stata lasciata sola perché si è voluto che rappresentasse visibilmente, sotto gli occhi delle televisioni di mezzo mondo, una popolazione di cinquemila abitanti ridotti allo stremo ed una popolazione di ottomila immigrati ridotti in condizioni disumane.
Alla fine anche Maroni, che aveva vaticinato l’apocalisse senza aver preparato nulla per fronteggiarla, si è reso conto che la soglia dell’insopportabilità era stata varcata e ha preso (apparentemente) le misure per fronteggiarla requisendo due navi da crociera per sgombrare l’isola. Ci vorrà una settimana ma la sgombrerà, ma fino all’altro ieri non l’aveva fatto. Perché? Non ci vuole una gran fantasia ma a lui non era venuto in mente nulla.
Resta tuttavia un mistero: dove sistemerà, sia pure provvisoriamente, gli ottomila immigrati? E come fronteggerà quelli che nel frattempo continueranno ad arrivare?
Finora sono arrivati dalla Tunisia o meglio dai campi allestiti al confine tra Libia e Tunisia dove novantamila profughi si sono accalcati da quando in Libia è scoppiata la guerra civile. Ma ora le partenze sono cominciate anche dalla costa libica, dai campi di concentramento allestiti da Gheddafi dove a questo punto tutti i paletti sono saltati.
Questi campi erano un inferno e c’era gente di ogni provenienza: africani di Eritrea e di Etiopia, sudanesi e perfino neri provenienti dall’Africa equatoriale e subsahariana. La strada era di migliaia di chilometri e la Libia era la tappa verso il Mediterraneo.
Gheddafi faceva il carceriere. Berlusconi lo pagava per questo, petrolio a parte. Adesso il raìs ha altre cose cui pensare e semmai si serve del flusso di migranti per dimostrare la necessità di rimettere in sella un carceriere della sua stazza.
Voglio qui trascrivere un pensiero di Luigi Einaudi, un liberale conservatore che in realtà fu una grande persona che fa onore al nostro Paese.
“Le barriere giovano soltanto a impoverire i popoli, a inferocirli gli uni contro gli altri, a far parlare a ciascuno di essi uno strano e incomprensibile linguaggio, di spazio vitale, di necessità geopolitiche e a far pronunciare ad ognuno di essi esclusive scomuniche contro gli immigrati stranieri, quasi che fossero lebbrosi e quasi il restringimento feroce d’ogni popolo in se stesso potesse, invece di miseria e malcontento, creare ricchezza e potenza”.
Questo scrisse Einaudi in un discorso pronunciato all’Assemblea Costituente il 29 luglio del 1947. Parole che sembrano scritte oggi. Gettate al vento in un Paese del quale fu il primo presidente della Repubblica appena nata.
                                                                      ***
Questa è la deplorevole, mortificante, lacerante situazione in cui ci troviamo mentre il Parlamento, forte d’una maggioranza che sta in piedi solo perché una ventina di deputati ricatta con successo il presidente del Consiglio, si occupa dei problemi giudiziari dell’imputato Silvio Berlusconi: cancellare i processi colpendoli con la legge “ad personam” sulla prescrizione brevissima, sollevare il conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte costituzionale, intimidire i magistrati con la responsabilità civile personale.
La Lega acconsente perché ha il suo tornaconto e passa all’incasso. Almeno il suo è un ricatto politico ma gli altri sono ricatti di altro genere. Passano all’incasso gli “irresponsabili” dei vari gruppi di parlamentari comprati con cambiali che ora debbono esser pagate per non andare in protesto; passano all’incasso le veline e le escort, passano all’incasso i difensori d’ufficio e anche gli esiliati “pro tempore” come Scajola.
A me a volte Berlusconi fa tenerezza. Ma se penso allo scempio che ha fatto di questo Paese la tenerezza cede il posto ad un sentimento di giustizia che non saranno le aule giudiziarie a soddisfare ma l’isolamento morale e la disfatta politica che le sue azioni e omissioni si sono ampiamente meritate. 
http://www.repubblica.it  (27 marzo 2011)

Don Giovanni all’inferno e Benigni in paradiso

di Eugenio Scalfari 20-Feb-11  E’ accaduto anche che il Parlamento sia stato ridotto ad un “bivacco di manipoli” e poi abolito; ma non era ancora accaduto che si trasformasse in uno spettacolo di guitti. Tanto era stato retorico e melenso il Festival di Sanremo, con le sue canzoni nuove e mediocri e quelle antiche ridotte ad ali di farfalla appiccicate al muro con lo spillo, e tanto si è trasformato in una festa popolare, colorata, irriverente e istruttiva non appena Roberto Benigni è apparso sul palcoscenico dell´Ariston sul cavallo bianco e con in mano la bandiera dai tre colori. Così, per quaranta minuti, 20 milioni di italiani hanno riso, hanno applaudito, hanno preso a cuore il Risorgimento e una patria creata da una minoranza di giovani coraggiosi che hanno dato la vita per far sorgere una nazione. Benigni ha toccato tutti i tasti del suo inimitabile repertorio, ha lanciato bonariamente le frecce della sua micidiale comicità ed ha contemporaneamente dispensato preziosi insegnamenti di etica pubblica che forse molti degli ascoltatori avevano dimenticato. Ha dato anche notizie di fatti antichi probabilmente ignoti ai più; la più commovente è stata quella del ventenne autore del nostro inno nazionale che pochi mesi dopo averlo composto morì nello scontro di Porta San Pancrazio dove caddero insieme a lui i Manara, i Cairoli e i giovani della Legione lombarda guidati da Garibaldi per difendere la Repubblica romana. «Umberto svegliati, italiani svegliatevi» intercalava Benigni rivolgendosi a Bossi mentre raccontava la morte di Mameli e di tanti altri giovani del Nord. Non so come abbiano reagito e che cosa abbiano sentito dentro di loro i tanti milioni di telespettatori. So che io me lo sarei abbracciato quel burattino ridente e sudato che è una grande ed amata persona. Torniamo alle dolenti note di queste tese giornate. Quello che più di tutto avvilisce non noi che serbiamo nel cuore il sentimento della nazione, ma le istituzioni che dovrebbero rappresentarla, è il comportamento di quei 315 parlamentari, anzi 320 dopo l´ultima transumanza, che votano a comando le proposte più incredibili, più scriteriate e più concettualmente impudiche che mai siano state presentate nelle aule parlamentari. Hanno affermato come verità rivelata che la vergognosa telefonata di Berlusconi alla Questura di Milano per liberare la “nipote di Mubarak” fu l´atto d´uomo di Stato che voleva e doveva evitare una grande crisi internazionale. Hanno deciso, non avendone alcun potere, quale fosse il giudice competente a giudicare il presidente del Consiglio, interferendo come mai era avvenuto così platealmente con l´ordinamento costituzionale e con l´autonomia della giurisdizione. Sono pronti ad eseguire senza neppure un sussulto di incertezza gli ordini degli avvocati del premier, decisi a far sollevare dal Parlamento il conflitto di attribuzione del processo di Milano, incuranti dell´avvertimento che la Corte costituzionale ha fatto filtrare sulla irricevibilità d´un ricorso del genere poiché non è la Corte che stabilisce la competenza del Tribunale ma la Cassazione. Quei due avvocati e il ministro della Giustizia che li affianca scopertamente commettendo in questo modo una gravissima irritualità, sono talmente accecati dall´ansia di sottrarre al processo il loro cliente da commettere asinerie professionali che non sfuggirebbero neppure ad un giovane praticante. Ghedini e Longo dovrebbero almeno ripassarsi la procedura penale prima di coinvolgere il loro raccomandato ad errori di tali portata. Nel frattempo il “calciomercato” prosegue a vele spiegate. Bisognerebbe conservare l´elenco dei “transumanti”, quei senatori e deputati che tra il 14 dicembre e il 16 febbraio hanno cambiato gruppo parlamentare due, tre e perfino quattro volte. E bisognerebbe anche prender nota delle motivazioni che di volta in volta hanno – non richiesti – fornito. La più clamorosa è stata quella d´un parlamentare che dopo aver girovagato è approdato al Pdl perché un suo zio era sacerdote salesiano e Berlusconi pare abbia frequentato da ragazzo una scuola di salesiani. Noi festeggeremo il 17 marzo la seduta solenne che si svolse a Torino a Palazzo Carignano nel 1861, dove il Parlamento subalpino proclamò la nascita dello Stato unitario e si trasformò nel primo Parlamento italiano. Ne sono accadute tante in questi centocinquanta anni; è accaduto anche che il Parlamento sia stato ridotto ad un “bivacco di manipoli” e poi abolito; ma non era ancora accaduto che si trasformasse in uno spettacolo di guitti, con tutto il rispetto dovuto ai comici di quella fatta. Con l´ultimo oltraggioso sberleffo lanciato dai ministri leghisti Bossi e Calderoli che hanno definito incostituzionale e non hanno votato sul decreto con il quale venerdì scorso il 17 marzo è stato proclamato per quest´anno festa nazionale. Il ministro dell´interno Maroni ha addirittura disertato il voto nella riunione del Consiglio dei ministri. La cosa incredibile non è che Bossi, Calderoli e Maroni la pensino in questo modo, ma che siano ministri della Repubblica ed abbiamo giurato fedeltà alla Costituzione. * * * Ma il massimo dello sfregio è quello che si sta preparando dopo che il Consiglio dei ministri ha approvato all´unanimità la relazione di Alfano sulla riforma della giustizia e sulle intercettazioni. Il premier vuole che i testi di queste leggi prevedano il processo breve che cancelli le sue vertenze con la magistratura, dividano in due il Csm, separino le carriere dei pubblici ministeri da quelle dei giudici, ripristinino l´immunità dei parlamentari, blocchino la pubblicazione delle intercettazioni e ne impediscano il racconto anche quando le carte non siano più secretate. Pretende infine che il processo del “Rubygate” sia assegnato al Tribunale dei ministri per deliberazione delle Camere e quindi spento con la delibera della Giunta per le autorizzazioni a procedere. Un salvacondotto totale per lui e per la cricca che ha operato all´ombra del suo potere. Se tutto questo dovesse avvenire la trasformazione della nostra democrazia parlamentare in un potere assoluto sarebbe compiuta. Le elezioni si trasformerebbero in un plebiscito e il Parlamento in una sede di passiva registrazione dei voleri del Capo. A meno che…. * * * A meno che le opposizioni non si uniscano per dar battaglia e probabilmente vincerla. Ma lo faranno? Non sembra sia questa l´intenzione di Casini. L´ha detto chiaramente con una recentissima dichiarazione in due trasmissioni televisive. Ha detto che è sua intenzione presentarsi da solo alle elezioni (con Fini e Rutelli) rifiutando l´alleanza con l´opposizione di centrosinistra. Nelle elezioni per la Camera – Casini lo ha ammesso – la coalizione Pdl-Lega sarà vittoriosa e incasserà il premio di maggioranza, ma al Senato, secondo il leader dell´Udc – non vincerà. Ci saranno allora due Camere con maggioranze diverse e quindi una situazione ingovernabile senza un compromesso. Spetterà allora a lui, Casini, proporre una “grande coalizione” che unisca tutte le forze politiche per gestire la crisi, a cominciare dal Pdl e dalla Lega, ma senza Berlusconi premier. Questo è il progetto, probabilmente supportato anche dal Vaticano. Questa non è una mia supposizione: il presidente della Comunità di Sant´Egidio, Andrea Riccardi, l´ha pubblicamente sponsorizzato: un partito di ispirazione cattolica dove tutti i cattolici politicamente impegnati possano, se vogliono, confluire e che diventi il perno di un´alleanza moderata e riformista la cui guida possa ripristinare un´etica pubblica accettabile e garantire alla Chiesa il rispetto di quei diritti non negoziabili che alla Chiesa stanno a cuore. Che dire d´una linea politica e d´un quadro così tratteggiato? * * * Noi pensiamo che sia scriteriato. Per varie ragioni. La prima riguarda l´ipotesi d´una sconfitta della coalizione Pdl-Lega al Senato. Possibile ma tutt´altro che certa, specie dopo le vicende non certo corroboranti del partito di Fini e dopo la formazione del partito del Sud di Micciché, una sorta di lista civica d´appoggio a Berlusconi. La seconda ragione riguarda l´auspicata vittoria al Senato di Udc e Pd, partiti non alleati tra loro e con obiettivi difformi sul seguito da dare a quella eventuale vittoria. La terza – e a mio giudizio la più importante – dipende dalla mano tesa di Casini ad un Pdl senza Berlusconi premier. Casini crede veramente che un Berlusconi vittorioso alla Camera e alla testa d´un partito di cui è lui a cementare la compattezza, rinuncerebbe alla premiership? E con essa allo scudo che lo difende dalla magistratura? Che pensa – Casini – che un´alleanza così composta potrebbe smantellare il berlusconismo ripristinando l´etica pubblica, recuperando la legalità repubblicana, inaugurando una politica economica difforme da quella di Tremonti per quanto riguarda la crescita e la distribuzione del reddito? Infine: Casini ritiene che il Pd si acconcerebbe ad una soluzione di questo genere? Il Pd, se accettasse un quadro simile a quello sopra tratteggiato e non lo combattesse vigorosamente, cesserebbe di esistere. Può darsi che questa ipotesi rientri nelle intenzioni della Chiesa e dell´Udc, ma non sarebbe certo un bene per il paese. Senza una sinistra riformista e responsabile ma forte ed intransigente sui punti cardinali del suo programma, l´Italia diventerebbe un paese guelfo guidato da forze conservatrici. È comprensibile che Casini e la Chiesa abbiano quest´obiettivo, ma non è certo quello dell´Italia giovane che rappresenta la sola vera riserva del nostro futuro. Post Scriptum. Giuliano Ferrara, in un articolo pubblicato sul “Foglio” di venerdì, per difendere i comportamenti libertini dell´Amor suo, si è dedicato ad un argomento insolito: l´esaltazione del melodramma italiano in confronto con la musica sinfonica europea. Verdi e Donizetti da un lato, Beethoven, Schubert e Brahms dall´altro. Sono belle anzi magnifiche le sinfonie di quei grandi – scrive Ferrara – ma agli italiani si addice il melodramma e cita in proposito Massimo Mila nonostante il suo antifascismo azionista. Voi direte: che c´entra tutto questo con la lotta politica della quale Ferrara è uno dei più rumorosi alfieri? Secondo Ferrara c´entra. Per comprendere Berlusconi e amarlo bisogna rivisitare i personaggi del melodramma. Lui è uno di loro nel bene e nel male. “La donna è mobile” con quel che segue. Ma anche il bene, la generosità, la sfida del pericolo, il ballo in maschera che non è necessariamente il bunga bunga. Capisco che quando si è a corto di argomenti si cerchi un´uscita improvvisa e laterale, ma questa del melodramma mi sembra grottesca. E se poi vuole inoltrarsi sul tema, il direttore del “Foglio” s´imbatterà inevitabilmente nel “Don Giovanni”. Non è anche quello un melodramma? La musica è di Mozart ma il libretto dell´italiano Da Ponte. Il protagonista finisce all´inferno. Per me va bene, ma non penso sia una buona soluzione per come auspicherebbe Ferrara.

la bandiera dei tre colori è sempre stata la più bella

E la bandiera dei tre colori è sempre stata la più bella di Eugenio Scalfari 9 gennaio 2011. Il leghismo dalle mani pulite rappresenta un fenomeno corruttivo molto profondo: tollera, anzi puntella il potere delle “cricche” con uno scambio politico ormai chiarissimo: fate i vostri comodi nel Centro, nel Sud, nelle istituzioni ma in contropartita riconoscete che il Nord è cosa nostra Un secolo e mezzo è trascorso da quando nel cortile di Palazzo Carignano a Torino il Parlamento subalpino proclamò la nascita dello Stato italiano. L’anniversario si presta ad alcune riflessioni, rese ancor più attuali e necessarie dopo il discorso di Giorgio Napolitano a Reggio Emilia, luogo storico del Risorgimento, perché fu lì che la bandiera tricolore sventolò per la prima volta, portatavi dall’armata napoleonica che aveva fondato la repubblica Cisalpina su un territorio strappato all’Austria e ai Savoia, più o meno corrispondente a quello che la Lega usa chiamare Padania. Riflettere sulle condizioni dell’Italia dopo 150 anni di storia unitaria, dei quali 85 di monarchia e 65 di repubblica, si presta anche ad un consuntivo che riguarda al tempo stesso le condizioni economiche e politiche del paese e i suoi valori culturali e morali. Il tema consentirebbe molte citazioni, poiché i protagonisti sono tanti e ancor più quelli che hanno studiato quelle vicende, ma prometto di non farne alcuna e di dire ciò che penso con parole mie salvo una di Ingeborg Bachmann, che traggo dal bel libro di Marcello Fedele Né uniti né divisi. Eccola: “In ogni testa c’è un mondo e ci sono delle aspirazioni che escludono qualsiasi altro mondo e qualsiasi altra aspirazione. Eppure noi tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri se vogliamo che qualcosa vada a buon fine”. Si direbbe che il nostro presidente della Repubblica abbia avuto presenti quelle parole quando ha ammonito che trasformare uno Stato centralizzato in uno Stato delle autonomie è un’impresa e una sfida di grande rilievo che ha bisogno della collaborazione di tutti. Ma osservando quanto accade sotto i nostri occhi si direbbe anche che delle due proposizioni della Bachmann sopracitate, la seconda sia stata del tutto cancellata dallo spirito della nazione, mentre la prima domina la scena della politica, dell’economia e del sociale. Si direbbe cioè che si stia svolgendo da anni una lotta di tutti contro tutti per la conquista dell’egemonia e del potere, il suo rafforzamento e la sua estensione, senza più alcun disegno del bene comune. Una lotta che esclude e non include, nella quale ciascuno dei protagonisti si sente depositario della verità e della legalità; ciascuno le plasma a proprio piacimento e se ne vale come armi contundenti; ciascuno si esprime in termini ultimativi chiedendo una resa o la cancellazione degli altri. Quando un Paese in tempi di tempesta dà questo spettacolo di sé, vuol dire che siamo arrivati ad un punto di svolta estremamente rischioso. Ho usato fin qui il verbo al condizionale, sembrerebbe, si direbbe, ma si tratta di un’inutile cautela: la situazione di pericolo e di fragilità che stiamo attraversando richiede il verbo all’indicativo: il pericolo c’è, è evidente e palpabile. Quando un terzo della generazione giovane è escluso dal lavoro; quando le diseguaglianze di reddito e di ricchezza sono arrivate a livelli intollerabili; quando la distanza tra Nord e Sud raggiunge livelli del 40-50 per cento per quanto riguarda l’occupazione, il reddito, le infrastrutture, la criminalità, gli sprechi amministrativi, l’assistenza sanitaria, l’efficienza educativa, l’economia sommersa; quando tutto questo avviene e si aggrava giorno dopo giorno senza che la classe dirigente se ne dia carico e vi ponga riparo, ebbene, occorre che l’allarme sia lanciato affinché gli uomini e le donne, i vecchi e i giovani di buona volontà si uniscano scrollando dalle loro spalle indifferenza e delusione e prendano in mano il proprio destino e quello della comunità, parlino tra loro e si ascoltino. Per risalire la china in cui siamo precipitati, “abbiamo bisogno gli uni degli altri se vogliamo che qualcosa vada a buon fine”. * * * Il Risorgimento, quel tratto di storia patria che ebbe come prologo la repubblica napoletana del 1799, continuò con i moti carbonari del 1821, con la fondazione della Giovane Italia del ’30, con i moti del ’31, con le Cinque Giornate milanesi del ’48 e poi con la prima guerra d’Indipendenza, la repubblica di Roma del ’49, l’insurrezione di Venezia, la sconfitta di Novara, la guerra del ’59 in alleanza con la Francia, la spedizione garibaldina del ’60 e infine la proclamazione dello Stato unitario nel marzo del ’61, fu un esempio della collaborazione degli uni con gli altri affinché qualcosa andasse a buon fine. Le aspirazioni erano diverse, come è normale che sia. I Savoia e Cavour volevano un regno del nord Italia, i Lombardi volevano l’autonomia e l’indipendenza, Carlo Cattaneo voleva il federalismo dei municipi e gli Stati Uniti d’Italia basato su tre o quattro entità territoriali confederate, Mazzini voleva la Repubblica unitaria in una Europa democratica e pacifica, Garibaldi voleva la rivoluzione popolare, l’indipendenza e l’unità conquistate dal basso, la fratellanza e un’idea di socialismo, ma voleva soprattutto l’Italia unita, fosse pure sotto Vittorio Emanuele. Cavour era probabilmente il solo ad avere una visione d’insieme e gli strumenti per guidare pragmaticamente quel movimento i cui molteplici fili passavano tutti tra le sue mani. Aveva una diplomazia, un esercito, denaro, spie e una passione. Usò spregiudicatamente Garibaldi, pose il problema italiano nel consesso europeo radunato a Plombiers, usò la contessa di Castiglione e Costantino Nigra per stipulare l’alleanza con Napoleone III, volle il matrimonio tra la figlia del re e Girolamo Bonaparte, mandò i bersaglieri in Crimea. Cercò perfino di utilizzare Mazzini e Cattaneo. Cercò di bloccare l’impresa dei Mille ritenendola prematura, ma quando le Camicie Rosse salparono da Quarto fece di tutto perché la squadra navale inglese ne favorisse l’arrivo a Marsala. Alla fine mise in marcia l’esercito verso il Sud e lo fece seguire dai plebisciti di annessione. Certo, fu un’annessione cui seguì l’atroce guerra civile del brigantaggio e del borbonismo cattolico. Atroce da ambo le parti, con un solco sanguinoso che inquinò la raggiunta unità per molti anni, aggravato da un centralismo sul modello piemontese, dalle tasse e dalla leva militare. Dall’ostilità del Vaticano e del mondo cattolico e dall’assenza delle “plebi” contadine. La questione meridionale fu posta all’attenzione del Paese pochi anni dopo, da Giustino Fortunato e poi da Nitti cui si affiancò la prima leva del meridionalismo con la grande inchiesta sul Mezzogiorno di Franchetti. Era un punto di vista documentato, ma difficilmente avrebbe potuto trasformarsi in una questione nazionale: anche il Nord aveva necessità e urgenze di modernizzazione e le fece valere con una forza direttamente proporzionale alle industrie e alle banche che ne rappresentavano il tessuto produttivo e finanziario. I confini territoriali e la grande pianura solcata dal Po e dai suoi affluenti fecero il resto, un polo di attrazione che trasferì dal Sud al Nord risorse, talenti e maggior attenzione dei governi. Sarebbe fazioso tacere che un movimento di capitali dal Nord al Sud vi fu: la rete dei trasporti, la rete dell’elettricità, capitali e lavori pubblici: lo Stato non lesinò, ma il grosso di quelle risorse fu intercettato dalle clientele meridionali, in gran parte latifondiste e agrarie. L’alleanza politica fu tra la classe dirigente settentrionale e le clientele del Sud. Le plebi – come allora le chiamavano – presero la via della grande emigrazione verso la Francia e verso le Americhe. * * * Io credo che il dibattito revisionista sul Risorgimento, che fu aperto a sinistra da Gramsci e dalla parte cattolica da Sturzo, sia stato utile e culturalmente fecondo. I continuatori furono liberali e radicali: Luigi Einaudi, De Viti De Marco, Maffeo Pantaleoni. Non altrettanto fecondo è stato il revisionismo più recente, che si trasformò in una denigrazione sistematica del moto risorgimentale con una venatura abbastanza evidente anche se dissimulata di nordismo. Fece da apripista al leghismo becero che ormai è un potere in grado di condizionare l’intero assetto politico del paese. Il leghismo dalle mani pulite rappresenta un fenomeno corruttivo molto profondo: tollera, anzi puntella il potere delle “cricche” con uno scambio politico ormai chiarissimo: fate i vostri comodi nel Centro, nel Sud, nelle istituzioni ma in contropartita riconoscete che il Nord è cosa nostra, il federalismo siamo noi a gestirlo e a farne le leggi e i decreti di attuazione. Così un partito che vale il 12 per cento in termini nazionali ma il 30 per cento nella Padania, è diventato non solo il possessore della golden share nella politica nazionale, ma la forza che sta costruendo un federalismo secessionista con la complice benevolenza del berlusconismo, tanto più eminente quantitativamente e tanto più fragile come potere forte. C’è da discutere se la Lega sia costola del berlusconismo o viceversa. Propendo per il viceversa: il berlusconismo è nordista non meno della Lega, ma da Torino a Treviso, con la sola eccezione del potere aggregato di Formigoni, è Bossi che governa. Se continua così, Berlusconi diventerà il proconsole di Bossi nell’Italia centromeridionale. Le premesse ci sono tutte e Tremonti ne è consapevole e fa parte del gioco. * * * Dice Napolitano che, nonostante queste torsioni costituzionali che deformano il volto della democrazia, il moto risorgimentale sboccato nell’Unità ha di gran lunga migliorato le condizioni non solo del Nord ma anche del Sud. È certamente così in termini assoluti, ma non lo è in termini relativi e infatti è lo stesso Presidente a segnalare – da qualche tempo con accresciuto vigore – quelle criticità. In specie se riguardano i giovani. Se la media nazionale della disoccupazione giovanile segna un pauroso 30 per cento, nel Sud tocca il 40 con punte del 50. Un abisso, nel quale la gioventù meridionale rischia di scomparire diventando un esercito di disperati abbandonato a se stessi, senza futuro e senza presente. La coesione sociale è ormai una lastra di vetro che può infrangersi con conseguenze letali per tutto il Paese. Proprio mentre si celebra l’unità d’Italia, la separazione tra le istituzioni e il popolo ha superato i livelli di guardia e non è un caso se la sola istituzione che raccoglie il massimo consenso sia proprio quella che ha sede al Quirinale: un’istituzione che però ha il solo potere della parola e della testimonianza, così come si era già visto quando toccò a Ciampi lo stesso compito. Il Risorgimento può essere interpretato in molti modi, ma ce n’è uno che sottolinea la continuità ideale tra l’unità del paese e i valori culturali della modernità ed ha la sua icona nella bandiera dei tre colori. I tre colori e i tre principi: libertà eguaglianza fraternità. La rinuncia a quei tre colori e a quei tre principi significherebbe la fine dell’unità perché su di essi si basa il patto costituzionale. Il federalismo agganciato a quei tre principi è un avanzamento; senza di essi ed anche senza uno solo di essi il federalismo disgrega il patto costituzionale, disgrega la convivenza, disgrega l’economia e la coesione sociale. Facciamo voti perché ciò non avvenga, ma l’esito dipende da ciascuno di noi e dalla sua volontà di battersi affinché quei tre colori e i principi che rappresentano non siano cancellati dalla nostra storia.

L’ultima partita a scacchi del Cavaliere

di Eugenio Scalfari 07 novembre 2010 Giochi di fine legislatura. Ma adesso che succede? Questa domanda se la rimpallano tutti, è addirittura diventata una domanda da bar, perfino tra persone che di solito non si occupano di politica e discutono semmai, ai bar dello sport, sulla formazione delle squadre e di Totti o di Cassano. Segno che qualche cosa di nuovo è accaduto, qualche cosa che è fuoriuscita dalla bolla del politichese ed ha raggiunto l’uomo comune, cioè la pancia del Paese.
A conferma di quanto scrivo ci sono i più recenti sondaggi sugli umori del “popolo sovrano”: il livello delle astensioni, quelli che non hanno alcuna intenzione di votare, oscilla tra il 15 e il 20 per cento come è sempre stato. Aumenta invece il numero degli indecisi che viaggia al di sopra del 30 per cento. Gli indecisi sono appunto quelli che ti chiedono: “E adesso che succede?”.
La domanda viene da sinistra, dal centro, da destra. Soprattutto da destra, dove è sempre più diffusa la sensazione che il ciclo berlusconiano sia concluso. È un ciclo che dura da almeno 25 anni, perciò è sbagliato pensare che sia cominciato nel ’94, con il primo governo del Cavaliere. È cominciato molto prima, quando ebbe inizio l’ascesa televisiva della Fininvest e l’incubazione del berlusconismo nelle vene della nazione. Naturalmente anche altri fatti concorsero a cambiare radicalmente il profilo antropologico degli italiani: il ristagno dell’economia, la caduta della competitività nell’industria pubblica e privata, la corruzione diventata sistema di governo, il crescente distacco tra Nord e Sud, l’implosione del comunismo e la caduta del Muro di Berlino.
In una società frastornata da questi traumi e dai conseguenti disagi, il berlusconismo arrivò con un’irruenza imprevista guidando quella mutazione antropologica che ha assunto le dimensioni d’una vera e propria metamorfosi. Scomparvero le classi tradizionali, crollò il modello Iri, la grande industria si ridusse a pochissime nicchie senza più forza propulsiva, aumentarono le diseguaglianze. Tra i ricchissimi e i poveri si frappose un ceto medio gelatinoso con una tendenza all’impoverimento, dominato dalla paura di retrocedere e bisognoso di appoggiarsi alla speranza del miracolo e a qualcuno che su quella speranza costruisse il suo mito. Appoggiati cioè alla favola che ogni sera veniva messa in onda sugli schermi della televisione.
Quel ciclo è finito lasciando un paese pieno di guai materiali e di rovine morali, al punto che la parola “morale” è ormai oggetto di lazzi e sberleffi. Ogni discorso pubblico, da qualunque parte provenga, comincia sempre con la frase: “Non farò del moralismo”, o con l’insulto: “Sei un moralista”. Se si vuole una misura del degrado, sta tutta nell’impronunciabilità di quella parola. E adesso che succede?
____________________________________* * *
Il cambiamento morale, culturale ed economico passa – piaccia o non piaccia – per l’imbuto della politica e si svolge intorno a due nomi, al massimo tre: Berlusconi, Fini, Bossi. Sullo sfondo naturalmente c’è tutta l’opposizione da Casini fino a Di Pietro. Senza l’opposizione nulla si potrà fare ma il suo comportamento è obbligato. Vendola per il momento sta fuori dal perimetro della partita, come pure i vari Chiamparino e Renzi. Entreranno semmai in campo quando si andrà a votare perché nell’agone parlamentare, dove per ora la partita si svolge, loro non ci sono.
Berlusconi è finito, la coscienza nazionale che si sta lentamente risvegliando gli ha già notificato il cartellino giallo, ma il rosso dell’espulsione immediata ancora no; quindi è ancora in campo e giocherà molto duro proprio perché è consapevole che sarà fuori nei prossimi match.
Se volessimo adottare a mo’ d’esempio il gioco degli scacchi, direi che lui è il re che lotta per evitare lo scacco matto, Fini è la regina avversaria che può muovere in molte direzioni, Bossi gioca con una torre in difesa del re. Alfieri e cavalli distribuiteli come vi pare tra gli altri comprimari della partita, tenendo presente che molti di quei pezzi sono stati eliminati dalla scacchiera.
Berlusconi tenta di riagganciare Fini proponendogli un patto di legislatura. Se Fini accettasse, Casini dovrebbe seguirlo perché da solo al centro non ha prospettive. Ma io credo che Fini non accetterà e la ragione è semplice: se rientrasse nell’alleanza lascerebbe al suo avversario due anni di tempo, spunterebbero altri delfini e soprattutto, con questa legge elettorale, nel 2013 Berlusconi potrebbe ancora sperare di scalare il Quirinale. Allora il cartellino rosso non verrebbe mai più.
Fini parlerà oggi a Perugia. Per quello che penso io, e per ciò che abbiamo appreso ieri dalle parole durissime di Italo Bocchino, direi che tra lui e il presidente del Consiglio non c’è più terreno comune. Il nuovo partito finiano voterà i provvedimenti che riterrà utili al Paese e voterà contro per quelli che riterrà dannosi e quando venisse posto il problema della fiducia i finiani decideranno sul merito del provvedimento e non della fiducia. Questo io penso che Fini debba fare e credo che lo farà. Ma potrebbe anche cedere alle lusinghe e alla pressione di quelli dei suoi che non vogliono rompere. Se questo dovesse avvenire, Fini entrerà in un tritacarne e nel 2013 ne uscirà ridotto a una polpetta.
Bossi. Poiché gioca con una torre, può andare soltanto in verticale o in orizzontale sulla scacchiera. Tradotto in termini politici: può sopportare a tempo indefinito che Fini faccia cuocere Berlusconi a fuoco lento e insieme con lui anche la Lega oppure può esser lui a staccare la spina tra gennaio e febbraio. La mia sensazione è che staccherà la spina o obbligherà Berlusconi a farlo. A quel punto (cioè tra tre mesi) che succede?
____________________________________* * *
A quel punto il gioco si sposta nella mani del presidente della Repubblica che ha un diritto-dovere: prima di sciogliere le Camere deve verificare se esista una maggioranza alternativa. Si può star certi che Napolitano quella verifica la farà, crollasse il mondo. Ma esiste una maggioranza alternativa? C’è sicuramente alla Camera se Fini è pronto a dar vita insieme a Casini ad un governo che comprenda ovviamente anche il Pd e l’Italia dei valori. Al Senato questo schieramento non raggiunge la maggioranza ma è più che probabile che parecchi senatori del Pdl passino al centro di Fini-Casini. Questo sarà il punto più difficile della verifica di Napolitano. Molto dipenderà da chi sarà la persona incaricata di sondare i vari gruppi e gruppetti di Palazzo Madama. L’altra volta il sondaggio lo fece Marini e rispose negativamente, la maggioranza alternativa non c’era. Questa volta l’incaricato della verifica dovrebbe essere una personalità del centrodestra che riscuota anche la fiducia di Fini-Casini e dell’opposizione di sinistra affinché il Quirinale e le parti in causa siano sicuri dell’obiettività della verifica.
Se la risposta sarà negativa Napolitano dovrà sciogliere le Camere, se sarà positiva si farà il nuovo governo con il centro e la sinistra. Domenica scorsa scrissi che il presidente di questo governo avrebbe dovuto essere una personalità al di sopra delle parti e dotata del massimo di autorevolezza e lo chiamai “Mister X”. Ma potrebbe anche essere una personalità di centrodestra autorevole e accettata da tutti. Noi possiamo fare previsioni ma ad un certo punto dobbiamo fermarci quando entrano in gioco le prerogative del Capo dello Stato e qui siamo arrivati a quel punto e infatti ci fermiamo.
____________________________________* * *
Possiamo però ipotizzare che quel nuovo governo si faccia e la legislatura non venga sciolta. Per quanto tempo? Con quale programma? Walter Veltroni, nella sua intervista a “Repubblica” di qualche giorno fa, ha ricordato il governo Ciampi quando in piena Tangentopoli il presidente Oscar Luigi Scalfaro incaricò il Governatore della Banca d’Italia di guidare la legislatura fuori dalle secche morali e politiche nelle quali era incappata.
Il ricordo è pertinente, l’emergenza che stiamo attraversando è anche maggiore di quella di allora per la semplice ragione che allora al governo c’era una uomo di notevoli capacità, Giuliano Amato, il quale fu il primo a indicare Ciampi al Capo dello Stato. Oggi a Palazzo Chigi c’è un populista di pessimo conio che per di più da qualche tempo sembra anche piuttosto frastornato di testa. L’ultima uscita sugli omosessuali, se si pensa ai casi specifici, lo dimostra con evidenza.
Un Ciampi è molto difficile trovarlo ma non impossibile. Oppure, come s’è detto, un personaggio del centrodestra che dia garanzie a tutti. È evidente che il Presidente della Repubblica ha l’interesse, anzi l’obbligo costituzionale di fare un governo senza limiti di tempo. L’ipotesi di un Ministero di cento giorni è fuori dal quadro. Quindi il programma. Non può che essere una nuova legge elettorale, un federalismo che rafforzi e non indebolisca l’unità nazionale, una gestione intelligentemente rigorosa della pubblica finanza, una nuova struttura del welfare che tuteli tutti i lavoratori e i giovani e le famiglie in particolare.
Poi, quando si andrà alle elezioni politiche, avremo un centrodestra repubblicano e costituzionale il quale si opporrà ad un centrosinistra riformatore. Il primo batterà sul binomio libertà-eguaglianza e il secondo sul binomio eguaglianza-libertà. La fraternità va bene per tutti e due. Mi direte che questi sono sogni. Rispondo anzitutto che un po’ di sogno ci vuole. E poi rispondo che una nazione è sempre lo specchio della sua classe dirigente. Se il presidente del Consiglio e i ministri si comportano sulla base d’una visione etico-politica del bene comune, anche la nazione non considererà più la morale come una parolaccia.

Post scriptum. Molti lettori mi chiedono che cosa penso di Lupi e di Ghedini che molti di loro hanno visto nei vari salotti televisivi. Che cosa penso di loro e del racconto che fanno di quanto avviene. Io penso così:
Ghedini è l’avvocato del presidente del Consiglio, Lupi è un esponente di primo piano del Pdl ed in più è anche un militante cattolico della cattolicissima Comunione e Liberazione.
Ghedini è diventato patetico nelle sue performance televisive. Ripete costantemente: “Non è vero” anche quando gli leggono un verbale firmato dal questore o da un magistrato inquirente. Sull’aspetto morale delle azioni del suo cliente si limita a dire: “Non è reato”. Del resto è lui l’inventore dell'”utilizzatore finale” una frase che da anni è entrata nel gergo comune.
Il caso di Lupi è più complesso per via della sua militanza cattolica e della sua fede che lui dichiara (e noi gli crediamo) intensa e attuata nella pratica della sua vita. La sua narrazione dei fatti non differisce da quella di Ghedini e fin qui problema loro, anche se contrasta vistosamente con la realtà documentata. Ma ad un cattolico è lecito chiedere anche un giudizio morale. Ebbene, Lupi si rifiuta di darlo. Pubblicamente. Sostiene che il problema non è quello. Il problema non è morale ma di efficienza e lui sostiene che l’efficienza (di Berlusconi) c’è e questo basta perché la morale non ha ingresso nella politica.
Questo non lo diceva neppure Machiavelli che da buon fiorentino era un anti-papista per eccellenza. Non lo diceva neppure il cardinale Mazarino. Lupi invece lo dice: l’efficienza per lui cattolico fa premio sulla morale. Mi pare il massimo. In realtà sia Lupi sia Ghedini sanno che quando Berlusconi uscirà di scena anche loro usciranno è dunque in gioco la loro sopravvivenza come uomini di potere. Perciò sono pronti a dire che l’asino vola e che Berlusconi riceve le “escort” perché ha buon cuore. La sopravvivenza è la sopravvivenza. La morale l’hanno smarrita da tempo, ma io ho scritto qualche anno fa un libro intitolato “Alla ricerca della morale perduta” perciò li perdono sperando che la ritrovino.

Il bunga bunga che segna la fine di un regno

di Eugenio Scalfari  01 Novembre  2010 È stato messo in moto un vero e proprio processo di diseducazione di massa che dura da trent’anni avvalendosi delle moderne tecnologie della comunicazione e deturpando la mentalità delle persone e il funzionamento delle istituzioni.
Le recenti cronache dell’Italia berlusconiana che raccontano l’ennesimo scandalo ormai generalmente etichettato “bunga bunga” mi hanno lasciato al tempo stesso indifferente e stupefatto.
L’indifferenza deriva dal fatto che conosco da trent’anni Silvio Berlusconi e sono da tempo arrivato alla conclusione che il nostro presidente del Consiglio rappresenta per molti aspetti il prototipo dei vizi italiani, latenti nel carattere nazionale insieme alle virtù che certamente non mancano. Siamo laboriosi, pazienti, adattabili, ospitali.
Ma anche furbi, vittimisti, millantatori, anarcoidi, insofferenti di regole, commedianti. Egoismo e generosità si fronteggiano e così pure trasformismo e coerenza, disprezzo delle istituzioni e sentimenti di patriottismo.
Berlusconi possiede l’indubbia e perversa capacità di aver evocato gli istinti peggiori del paese. I vizi latenti sono emersi in superficie ed hanno inquinato l’intera società nazionale ricacciando nel fondo la nostra parte migliore.
È stato messo in moto un vero e proprio processo di diseducazione di massa che dura da trent’anni avvalendosi delle moderne tecnologie della comunicazione e deturpando la mentalità delle persone e il funzionamento delle istituzioni.
Lo scandalo “bunga bunga” non è che l’ennesima conferma di questa pedagogia al rovescio. Perciò non ha ai miei occhi nulla di sorprendente.
Da quando avviò la sua attività immobiliare con denari di misteriosa provenienza, a quando con l’appoggio di Craxi costruì il suo impero televisivo ignorando le ripetute sentenze della Corte costituzionale, a quando organizzò il partito-azienda sulle ceneri della Prima Repubblica logorata dalla corruzione diventata sistema di governo.
A sua volta, su quelle ceneri, il berlusconismo è diventato sistema o regime che dir si voglia: un potere che aveva promesso di modernizzare il paese, sburocratizzarlo, far funzionare liberamente il mercato, diminuire equamente il peso fiscale, sbaraccare le confraternite e rifondare lo Stato.
Il programma era ambizioso ma fu attuato in minima parte negli otto anni di governo della destra ai quali di fatto se ne debbono aggiungere i due dell’ultimo governo Prodi durante i quali il peso dell’opposizione sul paese fu preponderante.
Ma non solo il programma rimase di fatto lettera morta, accadde di peggio. Accadde che il programma fu contraddetto. Il sistema-regime è stato tutto fuorché una modernizzazione liberale, tutto fuorché una visione coerente del bene comune.
Per dieci anni l’istituzione “governo” ha perseguito il solo scopo di difendere la persona di Berlusconi dalle misure di giustizia per i molti reati commessi da lui e dalle sue aziende prima e durante il suo ingresso in politica. Nel frattempo l’istituzione “Parlamento” è stata asservita al potere esecutivo mentre il potere giudiziario è stato quotidianamente bombardato di insulti, pressioni e minacce che si sono anche abbattute sulla Corte costituzionale, sul Csm, sulle Autorità di garanzia e sul Capo dello Stato.
Il “Capo” e i suoi vassalli hanno tentato e tentano di costruire una costituzione materiale incardinata sul presupposto che il Capo deriva la sua autorità dal voto del popolo ed è pertanto sovra-ordinato rispetto ad ogni potere di controllo e di garanzia.
Questa situazione ha avuto il sostegno di quell’Italia che la diseducazione di massa aveva privato d’ogni discernimento critico e che vedeva nel Capo l’esempio da imitare e sostenere.
Il cortocircuito che questa situazione ha determinato nel carattere di una certa Italia ha fatto sì che Berlusconi esibisca i propri vizi, la propria ricchezza, la sistematica violazione delle regole istituzionali e perfino del buongusto e della buona educazione come altrettanti pregi.
Non passa giorno che non si vanti di quei comportamenti, di quella ricchezza, del numero delle sue ville, del suo amore per le donne giovani e belle, dei festini che organizza “per rilassarsi”, degli insulti e delle minacce che lancia a chi non inalbera la sua bandiera. E non c’è giorno in cui quell’Italia da lui evocata e imposta non lo ricopra di applausi e non gli rinnovi la sua fiducia.
Lo scandalo “bunga bunga” è stato l’ennesima riprova di tutto questo. La magistratura sta indagando sugli aspetti tuttora oscuri di questa incredibile vicenda della quale tuttavia due punti risultano ormai chiari e ammessi dallo stesso Berlusconi: la sua telefonata al capo gabinetto del Questore di Milano nella quale chiedeva il pronto rilascio della minorenne marocchina sua amica nelle mani “sicure” di un’altra sua amica da lui fatta inserire da Formigoni nel Consiglio della Regione lombarda, e l’informazione da lui data alla Questura che la minorenne in questione era la nipote del presidente egiziano Mubarak.
Queste circostanze ormai acclarate superano ogni immaginazione e troverebbero adeguato posto nell’ultimo romanzo di Umberto Eco dove il protagonista ricalca per alcuni aspetti “mister B” per le sue capacità d’inventare il non inventabile facendolo diventare realtà.
La cosa sorprendente e stupefacente non è nella pervicacia con la quale Berlusconi resta aggrappato alla sua poltrona e neppure la solidarietà di tutto il gruppo dirigente del suo partito e della sua Corte, che fa quadrato attorno a lui ben sapendo che la sua uscita di scena sarebbe la rovina per tutti loro. La cosa sorprendente è che  –  sia pure con segnali di logoramento e di sfaldamento  –  ci sia ancora quella certa Italia il cui consenso nei suoi confronti resiste di fronte alla grottesca evidenza di quanto accade. Questo è l’aspetto sorprendente, anzi sconvolgente, che ci dà la misura del male che è stato iniettato e coltivato nelle vene della società e questo è il lascito, il solo lascito, di Silvio Berlusconi.
Sua moglie Veronica, in una lettera pubblicata un anno e mezzo fa, lo scolpì in poche righe, stigmatizzò l’uso che il marito faceva del potere e delle istituzioni, i criteri di reclutamento della “sua” classe politica imbottita di “veline” e di attricette che avevano “ceduto i loro corpi al drago” e concluse scrivendo: “Mio marito è ammalato e i suoi amici dovrebbero aiutarlo a curarsi seriamente”.
Quello che sta accadendo lo dimostra e lo conferma: quest’uomo è gravemente ammalato, l’attrazione verso donne giovani e giovanissime è diventata una dipendenza che gli altera la mente e manda a pezzi i suoi freni inibitori.
Dovrebbe esser seguito da medici e da psico-terapeuti che lo aiutassero a riprendersi; ma sembra di capire che sia seguito da persone reclutate con tutt’altro criterio: quello di immortalare le apparenze della sua giovinezza in tutti i sensi. Ma così non fanno che aggravare il male.
                                                                                       * * * 
È ormai evidente agli italiani normali e normalmente raziocinanti, il cui numero sta fortunatamente aumentando, che questa situazione non può continuare. In qualunque altro paese dell’Occidente democratico sarebbe terminata da un pezzo per decisione dello stesso interessato e del gruppo dirigente che lo attornia. Ma qui le cose vanno in un altro modo e sappiamo perché. Tra lui e i suoi accoliti, uomini e donne che siano, esistono vincoli che non si possono sciogliere perché ciascuno di loro (quelli che contano veramente) ha le sue carte sul Capo e lui ha le sue carte su tutti gli altri. Così per Previti, così per Dell’Utri, così per Scajola, così per Verdini, così per Brambilla ed altri ancora.
A questo punto tocca a tutti coloro che ritengono necessario ed urgente porre fine al “bunga bunga” politico, costituzionale e istituzionale, staccare la spina.
Presentare una mozione di sfiducia che vada da Bersani a Fini e da Casini a Di Pietro, che abbia la funzione che in Germania si chiamerebbe “sfiducia costruttiva”. Esponga cioè il programma che quell’arco di forze vuole attuare subito dopo che la sfiducia sia stata approvata e che si può riassumere così:
1. Indicare al Presidente della Repubblica l’esistenza di una maggioranza alternativa che gli consenta di nominare un nuovo governo, come la Costituzione prevede.
2. Elencare alcuni temi programmatici a cominciare dal restauro costituzionale, indispensabile dopo la devastazione compiuta in questi anni e, a seguire, alcune urgenti misure economiche e sociali, un federalismo serio che rafforzi l’unità nazionale e la modernizzazione della società articolandola secondo un disegno federale, una riforma della giustizia che sia utile ai cittadini, una nuova legge elettorale che restituisca ai cittadini il potere di eleggere i propri rappresentanti nei vari modi con i quali quest’obiettivo può essere realizzato.
Uno sbocco di questo genere sarebbe estremamente positivo per il paese e dovrebbe essere guidato da qui alla fine naturale della legislatura da un “Mister X” che abbia le caratteristiche e la competenza necessaria al recupero dei valori etici e politici che la Costituzione contiene nella sua prima parte, ammodernandola nella seconda in conformità alle esigenze che una società moderna richiede.
Noi riteniamo che questo percorso vada intrapreso al più presto anche per riconciliare con le istituzioni un paese stanco e disilluso dal tristissimo spettacolo che è sotto gli occhi di tutti.
Non si tratta di utilizzare lo scandalo della minorenne marocchina strumentalizzandolo per fini politici. Si tratta invece di metter fine ad una rovinosa gestione governativa del “non fare” e del “malfare”, che non è riuscito ad aprire un cantiere, a sostenere i consumi e il potere d’acquisto, a recuperare un centesimo di avanzo nel bilancio delle partite correnti, ad invertire il trend negativo dell’occupazione, a fare un solo passo avanti nella buona riforma della giustizia e del federalismo.
Infine a smantellare la “cricca” che da quindici anni non fa che rafforzarsi prendendo in giro i gonzi con il racconto d’una improbabile favola a lieto fine.
La storia italiana ha visto più volte analoghe “cricche” al vertice del paese. Quando ciò è accaduto, la favola è sempre terminata male o malissimo. L’esperienza dovrebbe aiutarci ad interrompere questo percorso in fondo al quale c’è inevitabilmente la rovina sociale e il degrado morale.

Le promesse bugiarde del ministro senza soldi

di Eugenio Scalfari del 17 Ottobre 2010. Il presidente del Consiglio pensa ai suoi problemi personali e aziendali, il ministro dell’Economia non ritiene di tassare i ricchi per alleviare il ceto medio.
Il rappresentante italiano nella Banca centrale europea, Lorenzo Bini Smaghi, parlando giovedì scorso ad un convegno dell’Aspen è stato lapidario nel formulare la ricetta per uscire dalla stretta della crisi economica che turba con rinnovato vigore i mercati internazionali. Ha detto: “Il voto premia chi coniuga rigore e crescita”. Monsieur de La Palisse non avrebbe potuto dir meglio. Anche il nostro ministro dell’Economia ha stilato la stessa ricetta rinviandone l’esecuzione al decreto “Milleproroghe” che sarà varato alla fine di dicembre. In quella sede  –  ha promesso per placare il crescente malumore dei suoi colleghi di governo  –  troverà i soldi che oggi non ci sono, avviando la fase 2 della politica economica.
La fase dello sviluppo affiancato appunto a quella del rigore. Ma ha anche avvertito che lo “sviluppismo” potrà aver luogo soltanto se l’Europa adotterà quella stessa linea e se gli Usa non aggraveranno ulteriormente la caduta del dollaro sul mercato dei cambi. Giuste riserve. Ma poiché sappiamo già che l’Europa non ha alcuna intenzione di percorrere la strada dello sviluppo per la semplice ragione che la Germania non ne ha alcuna intenzione anzi ha annunciato una politica addirittura opposta; e poiché la Fed americana dal canto suo ha come obiettivo dominante quello di portare il cambio del dollaro a 1,5 in termini di euro; tutto ciò significa che Tremonti non potrà mantenere gli impegni presi nel Consiglio dei ministri di tre giorni fa. Non ha soldi oggi e ne avrà ancora di meno a dicembre.
Alla fine dell’anno infatti, secondo i calcoli della Tesoreria, bisognerà far fronte a 5 miliardi di spese obbligatorie derivanti dal rifinanziamento della cassa integrazione, dalle missioni militari all’estero e da altre spese già impegnate. La sola riserva di cui dispone è la vendita delle frequenze digitali di proprietà dello Stato che varranno sì e no 3 miliardi. Si ritroverà dunque con un buco di 2 miliardi, un’Europa ancorata al rigore della Bundesbank e un dollaro in caduta libera. Le sue promesse dell’altro ieri hanno dunque credibilità zero, salvo forse qualche spicciolo destinato al federalismo che come pompa aspirante di risorse si rivelerà un pozzo senza fondo.
Il 2011 segnerà il culmine della crisi finanziaria e occupazionale: la Banca d’Italia del resto ha compiuto ieri un passo del tutto inusuale; il ministro dell’Economia aveva bollato con l’aggettivo “ansiogeni” i dati della disoccupazione forniti da Via Nazionale, ma la risposta è arrivata subito ed è stato il direttore generale della Banca, Saccomanni, a recapitarlo al mittente rivendicando l’assoluta esattezza del livello di disoccupazione che non è dell’8,5 come sostenuto dal Tesoro ma dell’11 per cento.
Questo è dunque lo stato dei fatti per quanto riguarda il nostro paese; ma per capir meglio quanto sta accadendo e quanto presumibilmente accadrà nei prossimi mesi bisogna allargare l’analisi al quadro internazionale.
_________________________*  *  *
Sembrava un fenomeno marginale la caduta del dollaro e lo sarebbe se non fosse il segnale di un generale disordine economico internazionale e di una crisi che minaccia al tempo stesso il livello dell’occupazione, la recessione della domanda e della produzione, il pericolo incombente d’una deflazione, una nuova crisi del mercato immobiliare americano, la fragilità dei debiti sovrani di molti paesi a cominciare da quello Usa. Infine la determinazione americana di svalutare il dollaro, le resistenze della Cina ad accettare una rivalutazione della propria moneta che penalizzerebbe le esportazioni e lo sviluppo della sua economia.
Ci sono alcune vittime di questo disordine: il Brasile, il Sudafrica, l’Africa povera e soprattutto l’Europa. La scena mondiale che si offre al nostro sguardo è dunque afflitta da problemi inquietanti che fanno prevedere un 2011 di difficoltà che continueranno molto probabilmente fino al 2013 e anche oltre.
La difficoltà numero uno si sta manifestando in America dove la ripresa della produzione dell’occupazione si è bloccata dopo timidi segnali positivi nel 2009. Difficoltà nel sistema bancario che si sperava fossero superate, stasi delle costruzioni, stasi dei consumi e degli investimenti. La perdita di popolarità del presidente Obama e del Partito democratico avrà una probabile sanzione nelle elezioni di medio termine che avranno luogo nelle prossime settimane e che rischiano di trasferire ai repubblicani la maggioranza del congresso. Ciò accrescerà le difficoltà di Obama a governare l’economia. Il debito pubblico Usa è altissimo e così pure il deficit della bilancia commerciale.
In queste condizioni la Fed ha deciso di immettere sul mercato una nuova iniezione di liquidità per rivitalizzare la domanda interna e sostenere le banche. Questa manovra avrà inizio il 3 novembre prossimo  –  così ha annunciato Bernanke, presidente della Fed  –  con l’acquisto di titoli di Stato, di obbligazioni e anche di titoli “tossici” che ancora affliggono i bilanci di alcune grandi banche.
Si ignora il quantitativo di questa operazione ma sarà certamente di notevole rilievo se vorrà avere qualche effetto sul mercato. L’acquisto di titoli avverrà con la stampa di nuova moneta e quindi con l’aumento del deficit pubblico. L’obiettivo non è soltanto quello di rivitalizzare la domanda interna ma anche di svalutare il dollaro che potrebbe presto raggiungere e superare la soglia di 1,5 in termini di euro. L’altro obiettivo è di arrivare ad un’inflazione del 2 per cento se non di più. Sembrerebbe, da questa molteplicità di fini, che le autorità monetarie americane puntino sull’inflazione per alleggerire il peso dell’enorme stock di debito pubblico. È una strada classica, una sorta di imposta regressiva che grava soprattutto sui redditi fissi, lavoratori pensionati e risparmiatori che hanno investito in titoli pubblici i loro risparmi. E se la strategia americana è questa, essa provocherà ripercussioni gravi in Europa.
Nel frattempo, per contrastare la discesa del dollaro, molte Banche centrali hanno deciso di comprare dollari e acquistare buoni del Tesoro americani. Sono dunque due le mani che acquistano Treasury Bond con obiettivi contrastanti: la Fed per immettere liquidità sul mercato e far scendere il cambio del dollaro; alcune Banche centrali straniere per impedire che il dollaro scenda. Il risultato è l’aumento di riserve in dollari in mano a Banche centrali a cominciare da quelle di Cina, Giappone e Emirati del Golfo: una sorta di deterrente che condiziona dall’esterno la politica economica americana.
_________________________*  *  *
Di fronte a questo scontro tra giganti che sconquassano i mercati inseguendo disegni che spesso non sono idonei a riportare ordine e sicurezza, una cosa è certa e avvalorata da tutte le inchieste fin qui effettuate: l’esito più drammatico della crisi è la distruzione mondiale di posti di lavoro. La crescita economica è molto fiacca, specie nei paesi dell’Occidente opulento, ma anche quando riprenderà con maggior vigore non creerà nuovi posti di lavoro. Sarà, come si dice nel gergo economico corrente, una crescita “jobless”.
Il recente rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) è molto chiaro su questo punto. L’occupazione nelle economie avanzate riuscirà a tornare ai livelli pre-crisi non prima del 2015. La differenza tra i livelli del 2007 e quelli attuali in cifre assolute è di 14,3 milioni di posti di lavoro, mentre 8 milioni sono i posti di lavoro perduti nei paesi emergenti. La differenza totale dei posti di lavoro tra il livello del 2007 e quello del 2010 è dunque di oltre 22 milioni.
Il fenomeno si aggrava se si considera la disoccupazione di lungo periodo, dal minimo di un anno a cinque anni e all’uscita definitiva dal mercato del lavoro. Questo fenomeno penalizza in particolare le donne e il precariato giovanile. Nell’Unione europea, secondo il rapporto dell’Ilo, il tasso della disoccupazione di lungo periodo è del 37 per cento rispetto alla disoccupazione totale. La maglia nera spetta purtroppo all’Italia con il 46 per cento.
Questo fenomeno dipende in parte dalla delocalizzazione dell’industria manifatturiera verso paesi che hanno costi del lavoro molto più bassi dei nostri. Pensare di arginare questo fenomeno in un’economia globale è pura illusione. Mi sono sforzato più volte di segnalare questo problema che si può equilibrare non già impedendo le deroghe ai contratti nazionali vigenti ma recuperando una concertazione permanente tra parti sociali e governo che affronti i problemi della politica economica non abbandonandola nelle mani di un solo ministro con tentazioni dittatoriali. Vedo però che queste proposte non fanno strada. E’ più populistico predicare interventi pubblici che impediscano la delocalizzazione, ipotesi peraltro irrealizzabile in un libero mercato. Proseguendo in questo modo avremo la botte vuota e la moglie astemia o se si vuole la beffa e il danno.
_________________________*  *  *
La politica della Bce e della Commissione di Bruxelles è stata finora sostanzialmente passiva di fronte alla crisi. All’inizio alcuni paesi minacciati dalla crisi finanziaria e bancaria intervennero con robusti sostegni di liquidità aggravando i loro deficit di bilancio. La Bce dal canto suo non lesinò liquidità al mercato e al sistema bancario e ridusse i tassi di interesse dopo lunghi indugi, mantenendoli tuttavia di un paio di punti al di sopra dei tassi americani. L’Italia fu risparmiata dalla crisi bancaria perché i nostri istituti di credito sono stati più prudenti negli impieghi in titoli esteri.
L’ora di abbinare rigore e crescita era quella, ma fu sprecata. L’Europa si limitò a galleggiare sul mare tempestoso nella convinzione che le acque tornassero rapidamente calme. Errore grave, di Bruxelles, di Francoforte e anche di Roma.
Adesso di fronte alle minacce d’una nuova crisi e di nuove strategie che richiederebbero da parte europea decisioni dinamiche e appropriate, la Germania e la sua Banca centrale hanno deciso di prendere in mano il timone e attuare una “exit strategy” di rigore ancor più severo: sanzioni automatiche per chi viola il patto di stabilità, diminuzione degli stock di debito pubblico che superino il 60 per cento del Pil (l’Italia è al 118), diminuzione della liquidità, divieto all’acquisto da parte della Bce di titoli di Stato di paesi membri in difficoltà.
Marciamo dunque dritti verso un aumento della disoccupazione e verso un mercato dominato dalla deflazione. Il che significa un aumento del peso reale del debito pubblico e degli oneri che questo comporta.
Il presidente del Consiglio pensa ai suoi problemi personali e aziendali, il ministro dell’Economia non ritiene di tassare i ricchi per alleviare il ceto medio. Perciò andremo a sbattere di brutto nei prossimi mesi. Non vorrei essere anch’io ansiogeno come Draghi, mi limito come Draghi a dire semplicemente la verità.

La sinistra divisa tra realisti e sognatori

di Eugenio Scalfari 19 settembre 10. Nel PD sarà difficile trovare un “federatore” che corrisponda all’identikit, ma questa è la scommessa per vincere questo durissimo scontro in difesa della democrazia, della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità, offese e ferite.
Prima (ma necessaria) premessa. A me non piace il politichese. Non mi piace come linguaggio e cerco infatti di tenermene lontano; ma non mi piace neppure come argomento anche perché  –  ne sono certo  –  non piace neppure ai nostri lettori. Voglio rubare a Franco Marcoaldi le parole con le quali chiude il suo spettacolo “Sconcerto” che ha avuto all’Auditorium di Roma tre serate di grande successo: “Le cose sono quello che sono. Un’arancia è un’arancia. Una casa è una casa. La pioggia che cade è la pioggia che cade”. Ecco. Ai nostri lettori piace questo linguaggio ed anche a me.
Seconda premessa. La comparsata di Berlusconi alla cena che ha concluso il vertice di Bruxelles tra i capi di governo dell’Unione europea è stata semplicemente scandalosa. Si parlava dei “rom”, alias zingari. Sarkozy li sta cacciando dalla Francia ancorché  –  come lui stesso ha detto  –  metà di loro siano cittadini francesi. La Commissione europea è contraria ad una politica che colpisce un’etnia anziché singoli responsabili di eventuali reati. Il nostro premier gli ha fatto eco per ingraziarsi la Lega. La Francia, due secoli e mezzo fa, esportò in Europa e nel mondo lo slogan “fraternità” insieme a quelli di libertà ed eguaglianza. Sarkozy si è messo sotto i piedi la fraternità e Berlusconi ha fatto altrettanto e in più si sta mettendo sotto i piedi anche gli altri due principi che hanno costituito il fondamento della modernità liberal-democratica. Questo modo di comportarsi di chi rappresenta il nostro Paese mi fa vergognare d’essere italiano.
Terza premessa. Il governo italiano, il ministro dell’Economia, le principali agenzie economiche internazionali hanno pochi giorni fa diffuso informazioni secondo le quali il peggio della crisi economica era ormai alle spalle. La Confindustria ha fatto  eco. I vari indici economici, a cominciare dal Pil dei vari paesi, sono stati corretti al rialzo. Ma tre giorni fa la Banca d’Italia ci ha informato che il debito pubblico ha raggiunto nuove vette mentre le entrate tributarie registrano una netta diminuzione rispetto all’anno precedente. La Confindustria dal canto suo ha comunicato che la produzione industriale è ai minimi storici,  l’evasione fiscale è salita ai massimi e nei prossimi mesi saranno distrutti altri trentamila posti di lavoro nell’industria manifatturiera. Per conseguenza i principali indici economici sono stati rivisti al ribasso. Questi Soloni dicono a distanza di pochi giorni o di poche ore una cosa e il suo contrario. Trovo vergognosi questi comportamenti. Lo ripeto: un’arancia è un’arancia e la pioggia che cade è la pioggia che cade.
Fatte queste premesse, oggi è d’obbligo che mi occupi di quanto sta accadendo nel Partito democratico e nel vasto arco della pubblica opinione orientata a sinistra e comunque all’opposizione nei confronti dell’anomalia berlusconiana. Nel centrodestra è in corso una crisi devastante e tutt’altro che conclusa. Sono in corso manovre da calcio mercato di deputati e senatori comprati e venduti, di mini-ribaltoni consumati sotto gli occhi di tutti. Ci potrebbero persino essere estremi di reato per voto di scambio. Ma la sinistra non trae finora alcun beneficio dal marasma della maggioranza. Perché? Questo è il mio tema di oggi. Domenica prossima, se non accadranno sconquassi peggiori, vorrei esaminare il tema dell’amore e della sua storia. Spero proprio di poterlo fare.
_________________________________* * *
I sondaggi, per quel che valgono, danno nelle intenzioni di voto il Pdl leggermente sotto al 30 per cento, la Lega tra l’11 e il 12,  il Pd tra il 25 e il 26, Di Pietro al 5, Vendola al 5, Casini tra il 5 e il 6, Fini al 7. La platea di chi non ha ancora deciso al 30 per cento, quelli che comunque non voteranno, al 20. Perciò le intenzioni di voto sopra indicate riguardano la metà del corpo elettorale. I valori reali di quei numeri vanno dunque ridotti della metà, il che significa che il partito di Berlusconi rappresenta oggi il 15 per cento del corpo elettorale e il Partito democratico il 13. Un’arancia è un’arancia.
Finora il Pd non ha tratto alcun beneficio quantitativo dalla crisi del centrodestra, ma neanche Di Pietro e  –  a guardar bene  –  neanche la Lega. Il deflusso dal Pdl è andato in buona parte a Fini e in altra parte all’area delle astensioni e o a quella di chi non ha ancora deciso se votare e per chi. Il Pd non ha “appeal” (stavo per scrivere “sex appeal”) Bersani da qualche tempo è più incisivo, ma ha ancora un’aria da buon padre di famiglia, di buonsenso, ma non certo da trascinatore. Bersani non fa sognare. Non è il suo genere e credo che non gli piaccia. Shakespeare dice nella “Tempesta” che la nostra vita è fatta della stessa stoffa di cui son fatti i sogni. Beh, Pierluigi Bersani non è fatto di quella stoffa. Berlusconi  –  incredibile a dirsi  –  invece sì. Solo che, come capita a tutti i ciarlatani, spesso la stoffa dei suoi sogni si strappa come il cerone che si mette in faccia e dagli strappi si vedono le vergogne. Questa comunque è la situazione.
_________________________________* * * *
Quello che con un po’ di enfasi possiamo chiamare il popolo di sinistra si divide in due diverse tipologie: chi vuole sognare e chi vorrebbe progetti concreti su temi concreti che interessano la vita di tutti.
I temi concreti, più o meno, coincidono con quelli sui quali Berlusconi il prossimo 28 settembre chiederà la fiducia alla Camera: la riforma fiscale, la giustizia, il federalismo, il Mezzogiorno, la sicurezza. I finiani li voteranno perché, allo stato dei fatti, sono soltanto titoli di cinque temi tutti da svolgere. Lo svolgimento e il consenso sullo svolgimento si vedranno dopo.
Quegli stessi temi interessano anche il popolo di sinistra e i partiti che in qualche modo vogliono rappresentarlo. Specialmente i riformisti del Pd. I quali dovrebbero nel frattempo produrre il loro proprio svolgimento di quei temi. Finora questo svolgimento non c’è stato oppure è stato parziale e generico.
Ma il popolo di sinistra e i partiti hanno anche altri temi non meno importanti: l’occupazione, le tasse sul lavoro e sulle imprese, la crescita dell’economia e dei consumi, la lotta all’evasione, la diminuzione delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito e dei patrimoni. Ed anche il conflitto di interessi e la legge elettorale per sostituire il vergognoso “porcellum” escogitato tre anni fa da quel sinistro burlone di Calderoli.
Come si vede, di carne da mettere al fuoco ce ne sarebbe in abbondanza, ma finora i cuochi si sono occupati d’altro. Non si sa bene di che cosa. E poi c’è quella parte di popolo che vuole sognare. Va detto per la precisione che spesso il desiderio di programmi concreti e di sogni alberga nella stessa persona. Per soddisfare quest’intreccio che anima l’intero corpo elettorale in tutti i paesi liberi e democratici ci vogliono leader carismatici. Carismatici sì, ma anche capaci di governare. Non dico governare nel senso ristretto dei ministeri, ma governare organizzazioni complesse, grandi enti territoriali, processi di forze umane in movimento.
Non sempre le persone che hanno carisma hanno familiarità con strutture complesse da governare e, viceversa, non sempre anzi quasi mai persone capaci di governare possiedono carisma. Per di più il cosiddetto popolo della sinistra considera i volti dei leader di partito come nomenklature spremute e non più utilizzabili. Non tutti ragionano in questo modo, ma molti sì. Il corto circuito di questo modo di sentire è un’ipotesi e un pericolo che va segnalato e analizzato con grande attenzione.
_________________________________* * *
Chi può provocare il corto circuito è Nichi Vendola. In misura molto minore Grillo. In misuraminima, il sindaco di Firenze, Matteo Renzi. Sfasciacarrozze per carattere e/o per convenienza. C’è chi ama gli sfasciacarrozze, ma per fortuna sono pochi. Il popolo di un paese, anche un po’ sballato, è più serio e più intelligente di quanto si pensi. Se è furbo e un po’ malandrino come molti sono, ha sempre una goccia di saggezza nei momenti di svolta e questo è uno di quelli.
Ma Vendola è un’altra cosa e il discorso su di lui va affrontato diversamente. Ha carisma, non c’è dubbio. Il suo strumento è la parola, l’affabulazione, il suo racconto della situazione. Vendola racconta benissimo la situazione. Chi cerca il sogno, nelle sue parole lo trova. Sa governare? Non c’è prova, né pro né contro. Solo questo: la maggioranza dei pugliesi, anche molti che non amano la sinistra lo hanno votato. Come amministratore non lo approvano un granché e la situazione della sanità in Puglia non gioca certo a suo favore.
Ce lo vedo poco un Vendola a Palazzo Chigi alle prese con i capi di governo stranieri, con le banche, con gli imprenditori, con Marchionne. Comunque non è questo  il punto. Il punto è che Vendola vuole fare a pezzi il Pd e tutti i partiti e con i frammenti sparsi sul terreno costruire intorno a lui la sinistra italiana. La sinistra, non il riformismo. Il suo obiettivo non è di battere Berlusconi. Avere Vendola come avversario per Berlusconi sarebbe una carta vincente. Lui lo sa ma non è questo che lo interessa. Vuole costruire la sinistra. Vuole fare le primarie, ma dove e contro chi? Per fare le primarie di coalizione dovrebbe prima costruire un’alleanza con il Pd, ma non ci pensa neppure. Le primarie le farà con se stesso o comunque alle sue condizioni.
Esercita notevole attrazione sul popolo di sinistra, stufo delle nomenklature e qui sta il corto circuito. Vendola può costruire una nuova sinistra intorno a sé che starà però per vent’anni all’opposizione sfrangiandosi un anno dopo l’altro. Oppure Vendola dovrebbe fare un programma e una squadra capace di governare. Ma non pare sia questa la sua strada, ragione per cui il corto circuito è possibile e sarebbe una iattura. Lo scrivo con molta simpatia per il governatore della Puglia che in Puglia ha vinto, ricordiamocelo, perché la Poli Bortone ottenne l’8 per cento dei voti e non li portò a Fitto ma se li tenne ben stretti.
_________________________________* * *
Chi può provocare il corto circuito è Nichi Vendola. In misura molto minore Grillo. In misuraOra sulla scena del Partito democratico, già notevolmente affollata, è ritornato anche Veltroni con un suo documento-proposta che è stato firmato da 75 deputati, circa un quarto dei parlamentari del Pd.
Non è un documento di rottura anche se giornali e televisioni (con l’eccezione di Mentana e nostra) si sono precipitati a dipingerlo come tale. Per il complesso del circo mediatico infatti l’equilibrio è fatto non tanto di verità ma di equidistanza e quindi niente di meglio che affiancare allo sfaldamento del centrodestra l’analogo sfaldamento del centrosinistra. Questo sfaldamento minaccia di esserci e ne ho indicato prima alcune ragioni e alcune rilevanti personalità che puntano in quella direzione, ma non mi pare che il rientro di Veltroni ne sia la causa.
L’ex segretario e in qualche modo fondatore al Lingotto del Pd è partito dalla constatazione dello scarso “appeal” del suo partito e dalla necessità di riportare in linea i tanti che se ne sono allontanati. Le intenzioni sono buone se contenute in questi limiti. Purtroppo per il Pd, Veltroni non è un uomo nuovo e soffre quindi del logoramento di tutta la classe politica italiana. Sarà pure un errore discriminare i politici con questo semplicissimo criterio del nuovismo, un errore di incultura e di semplicismo, ma è un dato di fatto come attesta l’area dell’indifferenza e dell’assenteismo che i sondaggi hanno quantificato. Proprio perché se ne rende conto Veltroni parla di un “papa straniero” come fu a suo tempo Romano Prodi, che guidi il riformismo di centrosinistra mettendo insieme il carisma del leader e le capacità di governo che la politica richiede.
Sarà difficile trovarlo un “federatore” che corrisponda all’identikit, ma questa è la scommessa per vincere questo durissimo scontro in difesa della democrazia, della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità, offese e ferite.

Perché il Cavaliere non vuole più le elezioni

di Eugenio Scalfari 13 settembre 2010 10. Si dimettera’ oppure no? Gli voteranno contro o troveranno un compromesso per tirare avanti e guadagnar tempo? Napolitano sarà costretto a sciogliere le Camere oppure troverà una maggioranza alternativa per non strozzare un’altra volta la legislatura come già accadde con la crisi del governo Prodi?
Mentre scrivo sembra che tutto stia volgendo al meglio, almeno dal punto di vista di chi vede (e noi siamo tra questi) lo scioglimento anticipato del Parlamento come una iattura. Prima di procedere oltre spiego perché.
Anzitutto l’economia. Mi aveva stupefatto – lo confesso – la tranquillità con la quale pochi giorni fa il ministro Tremonti aveva pubblicamente affermato che l’economia e la finanza pubblica italiana erano completamente salvaguardate e blindate e che quindi una campagna elettorale anticipata non avrebbe procurato alcun danno.
Un’affermazione del genere fatta dal titolare di un ministero che tra la fine di settembre e i primi di dicembre vedrà scadere e dovrà rinnovare circa 160 miliardi di titoli di Stato e sul quale incombe uno stock di debito pubblico che ha superato il 117 per cento del Pil, dimostra un senso di responsabilità molto leggero.
Ma quella leggerezza si trasforma addirittura in irresponsabilità se si pensa ai probabili risultati di elezioni anticipate. Quand’anche la coalizione Pdl-Lega vinca con questa legge le elezioni alla Camera, resta assai alta la possibilità che le perda al Senato.
Questa è una delle ragioni particolarmente presenti al Capo dello Stato : l’ingovernabilità di una legislatura con maggioranze diverse tra una Camera e l’altra. È incredibile che un pensiero analogo non abbia neppure sfiorato il ministro dell’Economia.
Ma c’è un altro elemento ancora che avrebbe dovuto allarmarlo fin dall’inizio di quest’assurda girandola di fuochi d’artificio: uno scioglimento anticipato della legislatura che avvenisse entro ottobre per poter votare prima della fine dell’anno, interromperebbe la sessione di bilancio dedicata all’approvazione della legge finanziaria. Il bilancio dello Stato andrebbe in esercizio provvisorio e ci resterebbe fino all’entrata in carica di un nuovo governo, il che significa da ottobre fino a febbraio nel migliore dei casi.
Tremonti sa, come tutti noi sappiamo, che quei quattro o cinque mesi di esercizio provvisorio sarebbero un pascolo pingue per la speculazione internazionale contro i titoli pubblici italiani e contro l’euro e aprirebbero nelle maglie di Eurolandia un buco ben più grave del temuto “default” della Grecia.
In una tardiva dichiarazione di mercoledì scorso finalmente anche Tremonti ha dichiarato di esser contrario allo scioglimento anticipato. Ha aspettato che lo dicesse Bossi. Non è proprio questo un teatro dei pupi?
______________________________________* * *
Il teatro dei pupi, del resto, sta dilagando in tutta la politica italiana. Qualche esempio di questi giorni per tener sveglia la nostra spesso latitante memoria.
1. All’indomani del discorso di Fini a Mirabello, Berlusconi e Bossi dichiararono che avrebbero portato il caso Fini dinanzi al presidente della Repubblica cui avrebbero chiesto di obbligare Fini a dimettersi da presidente della Camera.
2. Il Capo dello Stato ha precisato dal canto suo che i presidenti di Camera e Senato non possono essere sfiduciati da nessuno e restano in carica per tutta la legislatura salvo che siano essi stessi a dimettersi.
3. Berlusconi e Bossi hanno reiterato la loro intenzione di sollevare il caso Fini al Quirinale.
4. Tutta la stampa italiana e tutti i giuristi, Costituzione alla mano, hanno definito Berlusconi, Bossi e i loro fedeli seguaci come altrettanti analfabeti costituzionali.
5. Berlusconi ha dichiarato che la volontà a lui attribuita di voler sollevare il caso Fini dinanzi al Quirinale è una delle tante falsità della stampa italiana e si è rimangiato tutto chiudendo la questione. Non è la prima volta e purtroppo non sarà l’ultima.
6. Nel frattempo tutto l’apparato berlusconiano e leghista è stato mobilitato per affrontare le elezioni entro la fine dell’anno. Il ministro dell’Interno leghista Maroni ha indicato il 27 e 28 novembre come la data probabile; il ministro della Semplificazione Calderoli ha spostato la data al 3-4 dicembre. Tutti e due evidentemente se ne infischiano delle prerogative del Capo dello Stato in materia di scioglimento anticipato delle Camere.
7. Berlusconi nel frattempo si è rivolto ai suoi “legionari della libertà” allertandoli per votazioni immediate entro l’anno per prendere contropiede sia Fini sia i partiti d’opposizione. Ma resta il problema di come mettere fine a questo Parlamento.
8. Il presidente del Consiglio esclude le sue dimissioni. Non vuole che la gente pensi che sia lui il responsabile di quella morte anticipata.
9. Bossi è stufo di queste lentezze e annuncia che sarà la Lega a votare la sfiducia al governo ammazzando così il Parlamento. Per chiudere in bellezza quell’annuncio fa una sonora pernacchia al microfono in stile Totò e la dedica a Fini.
10. Sia Berlusconi sia Bossi sia Tremonti dichiarano tra martedì e mercoledì scorso che non vogliono affatto le elezioni immediate e cercheranno invece di governare al meglio nonostante i finiani. Naturalmente se le Camere voteranno la fiducia al programma berlusconiano che sarà presentato al Parlamento il 28 di settembre.
Non è un teatrino di pupi? Un dire oggi cosa diversa ed anzi opposta a quella detta ieri ed a quella che sarà detta domani su questioni del massimo rilievo? È questo il modo di infondere negli italiani fiducia nella politica e nelle istituzioni?
_____________________________________* * **
Nel frattempo Berlusconi cerca un manipolo di ascari che rafforzi la sua pericolante maggioranza e dia fiducia al programma quando lo esporrà a fine mese alla Camera.
La ricerca finora si è indirizzata verso tre o quattro cani sciolti del gruppo misto e verso Raffaele Lombardo detto il siciliano che ne controlla altri otto. Ci sono poi quattro deputati eletti nelle liste del Pdl ma iscritti fin dall’inizio in un gruppo chiamato “Noi-Sud” per confondersi con l'”Io-Sud” della Poli Bortone. In sostanza si tratta di contare due volte una manciata di trasformisti di professione che hanno sempre votato Berlusconi e che ora si ripresentano mascherati da autonomi che tornano alla casa madre. Voteranno la fiducia al governo con i finiani. La prova che il governo ha in suo rinforzo questo gruppetto dunque non si avrà.
Resta da spiegare per quale ragione Berlusconi si è improvvisamente convinto ad evitare le elezioni anticipate anziché volerle a tutti i costi subito come pensava e diceva appena pochi giorni fa. Ebbene la ragione è chiara: c’è il rischio di perdere la maggioranza al Senato.
Questo rischio è reale anche con l’attuale e pessima legge elettorale. Il risultato dipende dalla probabile alleanza elettorale tra Fini e Casini in alcune Regioni-chiave come la Sicilia, la Campania, la Sardegna, il Lazio, il Piemonte. In queste Regioni l’accoppiata Fini-Casini potrebbe ottenere la vittoria o favorire quella del centrosinistra togliendole comunque a Berlusconi e realizzando al Senato una maggioranza diversa da quella della Camera.
In tal caso si renderebbe necessario un governo di quelli che si chiamano di “unità nazionale” che veda unite insieme tutte le maggiori forze politiche presenti in Parlamento. Un governo cioè del tipo delle “grosse coalizioni” tedesche, che potrebbe nascere soltanto se il nuovo presidente del Consiglio fosse persona diversa da Berlusconi, il quale diventerebbe semplicemente un deputato leader di un partito importante ma in fase – a quel punto – di un sommovimento interno di incalcolabili esiti. Per cinque anni in questa condizione e senza più alcuno scudo che possa difenderlo dai processi in corso.
Il rischio per Berlusconi è insomma enorme e per questa ragione egli farà di tutto per scongiurarlo. Ci riuscirà? Accetterà di essere cotto a fuoco a lento per due anni e mezzo? E come reagirà l’opinione pubblica, le categorie sociali più colpite dalla crisi, i giovani, le forze politiche d’opposizione? Come reagirà la Lega che scalpita per incassare l’incremento di voti tolto nel Nord al Pdl?
Queste sono le domande dei prossimi mesi. Diciamo: tutto a posto, niente in ordine, proprio così dopo 15 anni di anomalia berlusconiana. 

Il fisco classista che blocca il Paese

di Eugenio Scalfari • 05-Set-10 C’è una crisi dell’occupazione con 200 mila precari della scuola e 500 mila lavoratori a rischio. Serve una manovra che punti ad un trasferimento tributario dalle fasce deboli a quelle opulenti.
La recessione e la crisi economica a w sono dunque scongiurate: parola di Bernanke e di Trichet, cioè dei due banchieri centrali più potenti dell’Occidente. I tassi del Pil e della produzione industriale (automobile escluso) vengono rivisti al rialzo sia in Usa che in Eurolandia. Insomma il peggio sarebbe passato anche se sono gli stessi Bernanke e Trichet a metter le mani avanti: sì, il peggio è passato, dicono, ma camminiamo tuttora su terre incognite, la crisi sociale è ancora davanti a noi, la ripresa c’è ma non è omogenea; inoltre è aumentata la disparità di intenti tra i governi e specie in Europa ogni paese va per conto suo, perciò non si può allentare la guardia.
Del resto, appena quindici giorni fa sia Bernanke sia Trichet in pubbliche dichiarazioni avevano affermato esattamente il contrario. Prevedevano rallentamento produttivo, rivedevano al ribasso i tassi del Pil sulle due sponde dell’Atlantico, temevano stasi degli investimenti e diminuzione dei consumi specie nei settori sensibili delle costruzioni, segnalando con preoccupazione le posizioni debitorie di molti paesi e gli effetti che avrebbero potuto avere sui mercati finanziari e monetari. Il minimo che si possa dire di queste tesi contraddittorie dei due massimi banchieri centrali è che la loro visione della realtà è alquanto confusa e l’arco delle loro divisioni è quanto mai oscillante. Non so se se ne rendano conto, ma il loro comportamento sta diventando grottesco, il barometro di cui dispongono sembra uno strumento impazzito dal quale forse è più saggio prescindere.
 Chi invece non ha dubbi di sorta è il nostro ministro dell’Economia. Intervistato ieri da Repubblica dichiara senza esitazione che siamo fuori dalla crisi. Dai problemi no, ma dalla crisi sì. I problemi per Tremonti consistono nel coordinamento delle politiche economiche tra i governi europei. L’Europa è ancora un arcipelago ma è arrivato il momento che diventi un blocco continentale guidato da un unico cervello, cioè dal Consiglio dei ministri europei (Ecofin) di cui la Commissione di Bruxelles è l’organo esecutivo. L’Ecofin si riunirà domani e varerà questa trasformazione epocale: la nascita del cervello economico europeo cui spetterà il compito di tutelare la stabilità già in atto e di avviare su scala continentale la politica della competitività che consentirà all’Europa di competere con successo sia con l’America sia con i colossi emergenti dell’Asia.
Va da sé che il canone della competitività risiede soprattutto nella fine della lotta di classe e nell’accordo tra capitale e lavoro da realizzarsi azienda per azienda, contratto per contratto. La sorpresa finale nell’intervista del ministro a Massimo Giannini consiste nell’apertura a tutte le parti sociali e a tutte le forze parlamentari, dopo aver comunque ricordato che il governo Berlusconi durerà come minimo fino al 2013 e probabilmente anche di più. Ricapitoliamo: un’Europa ormai in marcia accelerata verso l’unità economica e politica; un’Italia che, a dispetto del suo enorme debito pubblico, viaggia in perfetta e solida stabilità; il traino della locomotiva tedesca, modello di riferimento per tutti; una riforma fiscale nel nostro paese che privilegi le famiglie, il lavoro, le imprese e sposti il prelievo dalle persone alle cose. Nel frattempo bisognerà abolire tutti i divieti e tutte le regole salvo quelli esplicitamente riconfermati. Così Tremonti e così secondo lui l’Europa. Restano però molto lacune in questo paesaggio dipinto di rosa, molti interrogativi ed anche qualche marchiano errore da correggere.
Per cominciare: l’Europa vive in un complesso mondiale e in particolare in un ambito occidentale dove gli Usa giocano una partita decisiva. A parte le montagne russe sulle quali continuano a viaggiare sia Bernanke sia Trichet, il dato certo consiste nell’enorme debito pubblico del governo americano, nel deficit fiscale che continua a gonfiarlo, nel lago di liquidità che la Fed dovrà incrementare per sostenere la ripresa e nel debito con l’estero altrettanto elevato e preoccupante. Washington per ora tira avanti su questa strada in attesa delle elezioni di medio termine del prossimo novembre, ma subito dopo dovrà fare delle scelte. Rigore e rientro del debito in proporzioni accettabili, diminuzione del deficit con l’estero, dollaro debole per scoraggiare le importazioni, oppure inflazione. Inflazione consapevole, inflazione voluta e manovrata per diminuire il peso dei debiti e svalutare i crediti.
Queste scelte, quali che saranno, non risparmieranno l’Europa la quale a sua volta dovrà affrontare in modi appropriati le decisioni americane. Chi deciderà le risposte europee? L’Ecofin, risponderebbe Tremonti. La Germania, risponde la realtà. Deciderà la Germania, concedendo alla Francia qualche compenso in termini di cariche nella gestione dell’Unione. Ma se questo non bastasse è molto improbabile che l’arcipelago europeo possa trasformarsi nell’auspicato blocco continentale. In realtà lo schema tremontiano sembra ancora scritto sull’acqua, in attesa di eventuali incognite che non dipendono dall’Europa e tantomeno dall’Italia.
Su quanto sta accadendo nel nostro paese la diagnosi del ministro dell’Economia è a dir poco parziale. C’è una crisi dell’occupazione che coinvolge soprattutto i giovani e i precari. C’è una crisi del Mezzogiorno. C’è una stasi nei consumi e negli investimenti. E non ci sono risorse disponibili. Ne ha parlato con lucida competenza Tommaso Padoa Schioppa in un’intervista a 24Ore di venerdì scorso, nella quale tra l’altro loda il rigore di Tremonti. L’intervistatore domanda: «In Italia c’è chi rilancia i tagli fiscali. è una ricetta possibile?». Risposta: «Quando si fanno proposte che invece di ridurre il deficit lo aumentano, mi piacerebbe che si spiegasse come si fa a mantenere i conti a posto. Altrimenti la risposta è «no». «Sembra di sentire Tremonti» commenta l’intervistatore. Padoa Schioppa risponde: «Tremonti è stato fin dall’inizio consapevole del fatto che l’Italia non aveva margini di manovra. E questo è un fatto positivo».
L’ex ministro dell’Economia di Prodi vede una continuità con la politica del suo successore, basata su un dato di fatto: l’Italia non ha margini di manovra. Ma è un dato di fatto immodificabile? In un paese che comunque si colloca tra i primi dieci paesi ricchi del mondo? Qual è la risposta e c’è una risposta plausibile? E una ricetta attuabile? Prima di affrontare questo tema è però opportuno fornire ancora una fotografia di quanto sta per accadere nelle prossime settimane, anzi nei prossimi giorni. Ci sono 200 mila precari nella scuola che per decisione del ministro Gelmini saranno lasciati col sedere per terra. Ci sono 500 mila lavoratori che si troveranno di fronte a problemi occupazionali molto complicati da risolvere. Infine, in attesa che sia nominato il titolare del ministero dello Sviluppo dopo quattro mesi di vuoto, il calendario dei tavoli di crisi aziendali che riguardano il destino di 14 mila lavoratori è affollatissimo. Tra questi segnalo il caso Eutelia, l’Ideal-Standard, lo stabilimento Fiat di Termini Imerese, il caso Oerlikon, Indesit, Burani, Merloni e molti altri.Dal 7 al 23 settembre queste vertenze dovranno esser decise in un modo o nell’altro. Questo è il quadro. Tutto in ordine, ministro Tremonti? Fruttifera cooperazione tra capitale e lavoro sotto l’egida dell’intramontabile governo Berlusconi?
Le risorse ci sono, bisogna solo aver voglia di trovarle. La prima via da perseguire riguarda la lotta contro l’evasione che in gran parte si identifica con il mercato sommerso. Dette i primi risultati quando il fisco era nelle mani di Vincenzo Visco, adesso continua a darne: nell’esercizio in corso siamo nell’ordine di nove miliardi di recupero, non è poco ma in queste dimensioni somiglia a una goccia d’acqua nel mare anche perché al recupero dell’evasione esistente fa da controfaccia un’evasione nuova è aggiuntiva, sicché lo stock che si sottrae al fisco rimane più o meno immutato.
La seconda strada da percorrere per recuperare risorse consiste nella lotta contro gli sprechi. Qui ci sarebbe molta polpa, gli impieghi improduttivi rappresentano una quantità ingente della spesa pubblica e i tagli disposti nelle leggi finanziarie 2009 e 2010 avevano infatti questa motivazione. Il metodo adottato tuttavia è stato piuttosto infelice. I tagli ai ministeri sono stati disposti in modo lineare, sicché sono state penalizzate nella stessa proporzione sia spese improduttive sia spese necessarie che anzi avrebbero dovuto essere accresciute. Quanto ai tagli su personale, la scelta di spremere gli impiegati pubblici fu giustificata dal fatto che gli aumenti stipendiali ottenuti in passato erano maggiori di quelli ottenuti dagli impiegati privati. Giustificazione assai difficile da provare e comunque contestatissima. L’insieme di queste misure non ha recuperato molto in fatto di sprechi ma abbassando il livello complessivo della spesa ha comunque compresso ulteriormente la domanda interna con effetti visibili sui consumi. Altri effetti depressivi provengono dal taglio dei trasferimenti ai Comuni e alle Regioni, con conseguenze sulle tasse locali e sulla qualità dei servizi.
Esiste infine una terza strada da percorrere per recuperare risorse ed è un trasferimento del carico tributario dalle fasce deboli alle fasce opulenti e dal reddito al patrimonio. In un paese dove le diseguaglianze sono enormemente aumentate negli ultimi vent’anni, un’operazione del genere dovrebbe esser fatta ma la casta politica fa finta che sia impraticabile. Diciamo che non è popolare perché colpirebbe in modo continuativo le corporazioni più potenti, le clientele più spregiudicate e una fascia di elettori preziosa per l’attuale maggioranza. La verità è che la politica fiscale in atto ha connotati tipicamente classisti, colpisce in basso anziché in alto ed ha di fatto trasformato la progressività fiscale in una vera e propria regressività, con tanti saluti al principio costituzionale. Eppure una modifica fiscale nel senso d’un ritorno al principio della progressività contribuirebbe fortemente al rilancio della domanda e della crescita. Contribuirebbe altresì al taglio effettivo degli sprechi e all’aumento della competitività. Però non sta scritta nelle tabelle di questo governo, perciò fino a quando non ci saranno mutamenti politici sostanziali la finanza e la fiscalità classiste resteranno inalterate, con buona pace per chi sostiene che la lotta di classe non esiste più.

Siamo tutti stufi di questa politica

di Eugenio Scalfari  16-Ago-2010  Sono maledettamente stufo di dover seguire i miei obblighi professionali commentando la ripetitiva rissosità e inconcludenza dei politici, l’incontenibile pulsione anticostituzionale di Berlusconi, l’uso dei dossier nei confronti di Fini e le controaccuse dei finiani contro il Cavaliere, gli sbraiti di Di Pietro contro tutto e tutti, il bastone secessionista della Lega che spunta dai borbottii di Umberto Bossi, l’attesa del Partito democratico e Godot che non arriva perché ce ne sono troppi e si paralizzano reciprocamente.
Sono maledettamente stufo e non sono il solo. Sono stufi la maggioranza schiacciante degli italiani con il pessimo risultato che il distacco dalle istituzioni è diventato un abisso. Ed è stufo e molto preoccupato il Presidente della Repubblica, come lui stesso ha detto con parole sue nell’intervista rilasciata tre giorni fa all’Unità.
Napolitano ha segnalato il vuoto che si è aperto da quando la rissa politica si è trasformata in rissa istituzionale; ha chiesto ai responsabili di questo stato di cose di mettervi fine al più presto; ha osservato che una crisi di governo al buio e un’eventuale campagna elettorale «selvaggia» rischierebbero di avere esiti nefasti per la democrazia. Quanto a lui, ha confermato quanto già sapevamo del suo modo di pensare e di agire: farà tutto ciò che la Costituzione gli consente e gli impone di fare se si aprirà una crisi di governo. Niente di più e niente di meno.
Questo suo rispetto degli obblighi costituzionali ai quali ha giurato di attenersi (l’hanno giurato anche tutti gli altri “pubblici ufficiali” a cominciare dal presidente del Consiglio, dai membri del governo e dai presidenti delle Camere, ma sempre più spesso se ne scordano) gli ha infatti procurato un livello di fiducia popolare che sfiora l’unanimità e rappresenta uno dei pochi elementi positivi, forse il solo, della pessima situazione che stiamo vivendo.
La Costituzione stabilisce che spetta al capo dello Stato il potere di sciogliere le Camere se il Parlamento non è in grado di esprimere una maggioranza, così come è in suo potere nominare il presidente del Consiglio e su sua proposta i ministri rinviando il governo alle Camere per ottenerne la fiducia.
Da questo punto di vista ha ragione Napolitano di ricordare che non esiste un governo tecnico: i governi debbono ottenere la fiducia del Parlamento e quindi sono tutti e sempre governi politici, quali che siano il presidente del Consiglio e i ministri che ne fanno parte. Purtroppo gran parte dei politici ignorano o dimenticano questi principi costituzionali e le norme che li configurano. Di qui lo stucchevole teatrino che va in scena ogni giorno con poche varianti.
………………………………………………………* * * * * * * * *
Una variante notevole era sembrata la separazione dei finiani dal Pdl. Le motivazioni erano chiare, il dissenso su punti decisivi – a cominciare col rispetto della legalità – e la mancanza di luoghi e strumenti per renderlo palese all’interno del partito giustificavano la secessione. Essa però non fu portata alle logiche conseguenze. Si volle mantenere una fittizia appartenenza dei finiani al Pdl «per non tradire la volontà degli elettori che li avevano votati».
Va detto – e Fini lo sa perfettamente – che uno dei cardini portanti della nostra Costituzione è l’articolo 67 che stabilisce che «i membri del Parlamento rappresentano la nazione e sono eletti senza vincolo di mandato». Quest’articolo è fondamentale perché è il solo strumento che impedisce alle oligarchie dei partiti di asservire gli eletti dal popolo. Il popolo trasferisce ai suoi delegati la propria sovranità fino a quando si tornerà a votare. Non c’era dunque alcun bisogno della finzione finiana che il cordone ombelicale con il Pdl non potesse essere tagliato. Quella finzione è stata adottata affinché fosse evidente chi era stato il responsabile della secessione: un’evidenza però talmente plateale da non richiedere percorsi così tortuosi e sterilizzanti.
Ma ora, dopo che è cominciato e continua ad andare avanti il massacro mediatico che i giornali berlusconiani infliggono a Fini con l’evidente supporto dei dossier dei Servizi segreti, si è delineata un’altra anomalia di segno opposto: i finiani, per difendere il loro leader dall’attacco di cui è vittima, sono partiti al contrattacco non solo ricordando fatti antichi e non sanate illegalità del Cavaliere, ma indicando temi recenti di gravissima portata e cioè: l’uso dei Servizi di sicurezza per distruggere gli avversari politici del premier, rapporti di comparaggio del presidente del Consiglio con il primo ministro russo Putin; analoghi rapporti di comparaggio di Berlusconi con il leader libico Gheddafi.
Se i finiani dispongono di prove o almeno di gravi indizi su queste presunte e gravissime illegalità, hanno a nostro avviso l’obbligo di esibirle informandone la competente Procura della Repubblica; non possono invece tenerle in serbo come potenziale deterrente. Chi ha sollevato una questione di legalità deve anzitutto difendere se stesso esibendo prove certe contro le accuse che gli sono state lanciate, ma non può a sua volta ritorcerle senza provarne la consistenza. Qui risiede il coraggio e la forza della propria coscienza morale.

Il bastone della Lega deciderà la partita: scenari politici prossimi futuri.

di Eugenio Scalfari • 8-Agosto-10 Chi pensava con timore oppure con gioia che l’espulsione di Fini e dei finiani fosse l’inizio della fine del berlusconismo e ne aveva avuto conferma dal voto della Camera di mercoledì scorso che aveva trasformato la maggioranza in minoranza, dovrà invece ricredersi?
Dopo l’ira per la sconfitta subita il Capo dei capi dalle cento vite sembra infatti aver riacquistato lucidità e starebbe mettendo a punto una duplice strategia, un programma di governo su quattro punti concreti sui quali chiedere la fiducia di Fini e perfino di Casini, oppure elezioni a marzo per cogliere l’opposizione impreparata e spazzarla via, Fini e Casini compresi.
I quattro punti rappresentano un ponte per raccogliere intorno a sé tutti i moderati, una sorta di Berlusconi-bis con annesso rimpasto ministeriale e si articolano su altrettante riforme: Fisco, Federalismo, Giustizia, Mezzogiorno. Gli scrivani incaricati di metterle in carta sono Tremonti, Calderoli, Alfano, Fitto. Poi il vaglio dei finiani ed eventualmente di Casini. Infine il voto. Un patto di legislatura. E perfino (perfino) un’apertura verso i riformisti del Pd, quelli veri, identificati con gli ex popolari (Rosy Bindi esclusa) ma anche con D’Alema, Enrico Letta e forse Bersani.
Che ne dite? Non è un fior di strategia? Non volevate, voi arrabbiati e decisi a far fuori l’Orco ad ogni costo e ad ogni prezzo, un governo d’unità nazionale da chiunque presieduto, perfino da Tremonti se necessario? Eccolo il governo d’unità nazionale. Solo che a presiederlo ci sarà Berlusconi in prima persona e governerà fino al 2013. Provare per credere.
Il senatore Pisanu  –  l’ha detto venerdì a “Repubblica”  –  è convinto che questa sia la sola via percorribile. Casini del resto fu il primo a proporlo mentre si accingeva a concordare con Fini l’astensione dei 75 sulla sfiducia a Caliendo. Quanto al presidente della Camera, un patto di legislatura all’interno del Pdl del quale tuttora dichiara di far parte l’aveva proposto martedì mentre preparava la formazione dei gruppi parlamentari separati.
Chi dirà la verità e qual è la verità? Le lingue dei politici sono biforcute per definizione, ma mai come ora il gioco degli inganni è stato lo strumento-principe per la conquista del potere. Neanche ai tempi d’oro di Andreotti. E meno che mai all’epoca del trasformismo di Depretis e poi, un secolo fa, a quello di Giolitti.
Giolitti aveva un obiettivo: portare dentro le istituzioni liberali le masse cattoliche e le masse socialiste. Lo fece in due tappe e allargò il suffragio elettorale per render possibile quella trasfusione di sangue dentro l’esangue oligarchia della vecchia destra. Fu intelligenza politica, non trasformismo e non fu colpa sua se cattolici e socialisti sprecarono malamente l’occasione.
Berlusconi si inscrive in una fenomenologia del tutto diversa. Non è un fenomeno nuovo nella nostra storia nazionale. Interpreta quel fiume carsico, come più volte l’abbiamo definito, che rappresenta una delle costanti della nostra vicenda politica, prima ancora della nascita dello Stato unitario, riapparso poi in modi diversi ma con analogo spirito illiberale con Crispi, Di Rudinì, Pelloux, Mussolini, Tambroni, Craxi. Alcuni si affidarono alle sciabole, altri al populismo, altri ai dossier e ai ricatti e ci fu chi utilizzò tutti questi strumenti spolverandoci sopra una bella manciata di corruzione. Infine ci fu perfino chi non esitò neppure a negoziare il silenzio-assenso o addirittura l’amichevole benestare delle organizzazioni mafiose e camorristiche.
Berlusconi appartiene a questa tipologia. È il figlio imbarbarito dell’antipolitica, del qualunquismo, dell’anarchismo, che sono le tre condizioni preliminari che conducono alla delega di tutto il potere all’uomo della provvidenza. E questo è quanto è accaduto negli ultimi quindici anni e in particolare negli ultimi otto.
Sperare di trasformarlo in un leader liberal-democratico non è un crimine e non è neppure un errore; piuttosto è il tentativo – in chi formula questi progetti – di procurarsi un lasciapassare per entrare a far parte di quel sistema di potere cercando di mantenere un’apparenza di dignità. Questi sono i veri trasformisti e non sono l’ultimo dei pericoli che minacciano la nostra sgangherata democrazia.
*********************
Quando avrà fine il gioco degli inganni e chi avrà in mano il manico del bastone per chiudere a proprio vantaggio la partita che si sta svolgendo tra Berlusconi da un lato e Fini-Casini dall’altro?
C’è un quarto giocatore ed è lui che tiene in pugno fin da ora il manico del bastone. È Umberto Bossi, il convitato di pietra che ha già piantato saldamente i paletti che delimitano il campo da gioco.
La riforma della Giustizia gli interessa poco o niente: per la Lega quella riforma è una merce di scambio e l’ha già ceduta a Berlusconi assicurandogli il suo appoggio per chiuderla come a lui conviene.
Gli altri due temi, del Fisco e del Mezzogiorno, sono due sfaccettature della questione principale, quella del Federalismo sulla quale la Lega gioca l’intera sua posta. Sul Federalismo la Lega vuole carta bianca e non accetta condizionamenti.
Non è certo Berlusconi che potrà intralciarla: per lui il Federalismo è merce di scambio così come per la Lega lo è la riforma della Giustizia, tu dai una cosa a me e io do una cosa a te.
Il condizionamento può venire da Fini. Non a caso Calderoli ha preannunciato un incontro con il presidente della Camera nei prossimi giorni. Gli porterà le carte sui costi-standard dei servizi pubblici nelle varie regioni, i calcoli sulla perequazione tra le Regioni povere e quelle ricche, le imposte attribuite agli Enti locali; insomma il meccanismo federalista finora fotografato nello stato in cui si trova. E chiederà anche a lui carta bianca affinché sia la Lega a gestirne la costruzione che è ancora tutta da fare.
Neppure Calderoli conosce le vere cifre che il Federalismo comporta. Luca Ricolfi, in un articolo di tre giorni fa sulla “Stampa” afferma che ci vorranno almeno altri due anni di studi per dare vera sostanza alla trasformazione dello Stato centralizzato in Stato federale e forse la sua valutazione è ottimistica.
Perciò l’importante per la Lega è di assicurarsene la gestione in esclusiva. Il voto di fiducia che il governo chiederà su questo punto ha questo significato. Fini è disposto a darla questa cambiale in bianco, insieme a quella sulla giustizia di Alfano e Ghedini?
Certo può darla oggi e smentirla e rimangiarsela domani quando sarà più rafforzato sul territorio per tentare un’altra spallata decisiva contro il berlusconismo. Ma in che modo può rafforzarsi? Se dovrà cessare di logorare il suo avversario, se dovrà votare la fiducia quattro volte su quattro capitoli, se dovrà stipulare un patto di legislatura dopo aver digerito quattro rospi di quella portata, la credibilità di Fini sarà ridotta a zero e si sarà anche dovuto separare da Casini per la semplice ragione che Casini la Lega non lo vuole nell’alleanza. Accetta un Fini con quattro rospi in pancia ma senza Casini.
Fini potrebbe rivalersi negoziando le future liste per le elezioni del 2013. Affidandosi alla parola di Berlusconi? O ad un rogito notarile? Sono possibili e pensabili queste due ipotesi?
Finora il presidente della Camera ha dimostrato di essere un ottimo tattico, una dote che gli si conosce da tempo. Ma la strategia difetta. Quando il più fedele dei suoi luogotenenti, Italo Bocchino, afferma che “Futuro e Libertà” non sarà mai alleata con la sinistra, la strategia gli fa evidentemente difetto: l’area finiana ha un senso se può giocare su due sponde, altrimenti sarà riassorbita in poche settimane.
È anche vero che l’altra sponda non versa in condizioni migliori.
 *********************
L’altra sponda, cioè il centrosinistra, per ora aspetta. Con l’arma al piede, dice chi vuole incoraggiarla. In realtà annaspa perché ha un suo progetto solo nel caso in cui Berlusconi si dimetta e chieda le elezioni anticipate. Qualora si arrivasse a questa eventualità il centrosinistra chiederebbe l'”Union sacrée” di tutte le opposizioni, Fini compreso, per mettere quelle forze a disposizione del presidente della Repubblica il quale deciderà sulla base dei suoi poteri-doveri costituzionali.
In realtà quando diciamo centrosinistra diciamo soltanto Partito democratico e Italia dei valori. Il resto (che equivale più o meno all’8 per cento del corpo elettorale) è rimasto fuori dal Parlamento salvo uno spicciolame di poche unità.
Manca però ogni traccia di strategia nel caso che Fini rifluisca sul programma berlusconiano e il governo duri fino al 2013. E manca altresì ogni strategia sul che fare in caso di scioglimento della legislatura. Bersani dice in proposito cose accettabili ma non è riuscito finora a guadagnare maggiore consenso nel bacino elettorale del suo partito. Forse perde troppo tempo con inutili mediazioni. Dovrebbe spostare la sua attenzione verso gli elettori potenziali e occuparsi poco o niente dei vari Fioroni, Marini, Letta, D’Alema, Veltroni, Chiamparino. Se il partito resta nei limiti dei soli iscritti e dell’oligarchia che ne è l’espressione, la partita è chiusa, sia che ci siano tre anni di tempo sia che ci siano soltanto 3 mesi.

La vera storia del caso Marchionne

di Eugenio Scalfari • 25-Lug-10
Fa piacere a tutti quelli che fanno il mio mestiere poter dire ogni tanto: “l’avevo scritto prima di tutti” anche se molte volte ci sbagliamo nelle previsioni e nei giudizi. E allora: quando Marchionne annunciò che la Fiat aveva conquistato il controllo della Chrysler, gran parte della stampa magnificò quell’operazione come un’offensiva in grande stile della società torinese per proporsi come uno dei quattro o cinque gruppi automobilistici mondiali che sarebbero sopravvissuti nell’economia globale. Io scrissi invece che l’operazione di Marchionne era puramente difensiva. La Fiat stava affondando; aggrappata alla Chrysler sarebbe sopravvissuta, sia pure con connotati industriali e territoriali completamente diversi.
Ma perché proprio la Chrysler e non invece la Peugeot e magari la General Motors che sembrava anch’essa sull’orlo del disastro? La Peugeot non si poneva il problema di sopravvivenza planetaria e non stava affatto affondando; quanto alla GM, aveva un programma di rilancio che infatti è andato a buon fine con l’aiuto dei fondi messi a sua disposizione dal governo Usa. Chrysler era completamente decotta e il governo americano non l’avrebbe rifinanziata, l’avrebbe lasciata fallire. L’arrivo della Fiat e del piano industriale di Marchionne la salvò, Obama decise il rifinanziamento e in questo modo tenne a galla Chrysler e indirettamente la stessa Fiat. Il capolavoro di Marchionne è stato questo. Ma poi arrivarono allo stesso pettine altri nodi.
Massimo Giannini, trattando ieri questo stesso tema, ha scritto che la questione di Pomigliano è stata una “provocazione” di Marchionne per saggiare la risposta dei sindacati. L’errore dei sindacati (Cisl e Uil) – ha scritto – è stato di pensare che la provocazione riguardasse soltanto Pomigliano; invece no, riguardava l’assetto di tutto il gruppo Fiat a cominciare dal Lingotto. In effetti è così. È vero che nell’accordo firmato con Cisl e Uil la Fiat ha preso l’impegno che le nuove regole non saranno applicabili in nessuno degli altri suoi stabilimenti in Italia; Marchionne infatti non ne applicherà ma semplicemente trasferirà in Serbia l’attuale lavoro previsto per Mirafiori.
Ma perché in Serbia? La differenza di costo salariale tra la Serbia e Torino è molto forte ma la componente salariale non pesa più dell’8 per cento sul prodotto finale. La ragione del trasferimento dunque non è questa; la ragione sta nel fatto che lo stabilimento Fiat in Serbia sarà pagato per tre quarti dall’Unione europea e per il resto da incentivi fiscali del governo di Belgrado. Quello stabilimento non costa nulla alla Fiat; per di più la sua gestione è vantaggiosa e genera utili. Perché Marchionne dovrebbe rinunciarvi?
Quanto al governo italiano, non ha assolutamente nulla da dare alla Fiat. L’azionista della società torinese non ha soldi per nuovi investimenti automobilistici; tanto meno ne ha il governo Berlusconi-Tremonti. Quindi liberi tutti, checché ne pensino Chiamparino e la Regione Piemonte a guida leghista. Bossi vuole il federalismo, della Fiat non gliene frega niente. Il tavolo aperto dal ministro Sacconi per mercoledì prossimo si limiterà ad auspicare qualche dettaglio; sotto l’auspicio niente.
 Tutto questo era prevedibile ed infatti era stato previsto. Come era stata prevista la mossa fondamentale di scorporare l’automobile dalla Fiat e quindi dal gruppo Agnelli. In gergo borsistico quest’operazione è stata chiamata “spin off”, un termine che richiama in qualche modo lo “spinnaker”, la vela di prua che viene alzata quando il vento soffia da poppa. Se quel vento è forte la barca vola sulle onde. Infatti la Borsa ha accolto con molto favore lo scorporo. Il significato strategico è chiaro a tutti: gli azionisti del gruppo e “in primis” la famiglia Agnelli, vogliono disfarsi dell’automobile. Lo “spin off” serve appunto a questo: predisporre la vendita dell’automobile ex Fiat a chi vorrà comprarlo. Nel frattempo preparare la fusione con la Chrysler. La Fiat resta a Torino, ma senza più l’auto. Questa è la prospettiva del futuro prossimo.
Fin qui abbiamo considerato la questione Fiat misurandola su tre dimensioni successive: Pomigliano, Lingotto, scorporo dell’auto. Ma c’è una quarta dimensione ancora più importante e ancora più globale. Ne scrissi due mesi fa e non l’ho chiamata “provocazione” ma “apripista”. Il caso Pomigliano cioè, e ciò che ne sta seguendo, funziona da caso “apripista” per un’infinità di operazioni analoghe che possono coinvolgere l’intero apparato industriale italiano, soprattutto quello delle imprese medio-piccole e piccole, quelle che occupano tra i 300 e i 20 dipendenti e che rappresentano il vero ed unico tessuto industriale italiano soprattutto nel nord della Lombardia, nel Triveneto, nell’Emilia-Romagna, nelle Marche, in Puglia, in Campania, nel Lazio.
Queste imprese esportano nell’euro e fuori dall’euro. Avevano registrato una grave crisi nel 2007-2008, poi si sono riprese, aiutate dalla svalutazione dell’euro, dal lavoro nero e precario e dal lassismo fiscale. Non sappiamo quanto reggeranno all'”austerity” di Tremonti e alla ripresa dell’euro nei confronti del dollaro. Il rischio è che adottino anch’esse la delocalizzazione di cui Pomigliano ha funzionato come apripista. Nelle imprese medio-piccole e piccole il sindacato è molto più debole che nelle grandi e grandissime. Quindi il problema non è di disciplinare il sindacato, ma di disciplinare direttamente i dipendenti. La minaccia della delocalizzazione servirà a questo e sarà estremamente difficile resistervi. Andiamo dunque verso un rapido azzeramento delle conquiste sindacali e dell’economia sociale di mercato degli anni Sessanta fino all’inizio di questo secolo?
Io temo di sì. Temo che la direzione di marcia sia proprio quella ed ho cercato di definirla parlando della legge chimico-fisica dei vasi comunicanti. In ogni sistema globalmente comunicante il liquido tende a disporsi in tutti i punti del sistema allo stesso livello, obbedendo all’azione della pressione atmosferica. In un’economia globale questo meccanismo funziona per tutte le grandezze economiche e sociali: il tasso di interesse, il tasso di efficienza degli investimenti, il prezzo delle merci, le condizioni di lavoro.
Tutte queste grandezze tendono allo stesso livello, il che significa che i paesi opulenti dovranno perdere una parte della loro opulenza mentre i paesi emergenti tenderanno a migliorare il proprio standard di benessere. La prima tendenza sarà più rapida della seconda. Al termine del processo il livello di benessere risulterà il medesimo in tutte le parti, fatte salve le imperfezioni concrete rispetto al modello teorico. La Fiat ha fatto da apripista. Marchionne disse all’inizio di questa vicenda che lui ragionava e operava nell’epoca “dopo Cristo” e non in quella “ante Cristo”. Purtroppo il “dopo Cristo” è appena cominciato.
C’è un modo per compensare la perdita di benessere che il “dopo Cristo” comporta per i ceti deboli che abitano paesi opulenti? Certo che sì, un modo c’è ed è il seguente: far funzionare il sistema dei vasi comunicanti non solo tra paese e paese, ma anche all’interno dei singoli paesi. L’Italia è certamente un paese ricco. Anzi fa parte dei paesi opulenti del mondo, che sono in prevalenza in America del nord e nella vecchia Europa. Ma l’Italia è anche un paese dove esistono sacche di povertà evidenti (e non soltanto nel Sud) e dislivelli intollerabili nella scala dei redditi e dei patrimoni individuali.
Tra l’Italia dei ceti benestanti e quella dei ceti poveri e miserabili il sistema dei vasi comunicanti è bloccato, non funziona. Il benessere prodotto non viene redistribuito, rifluisce su se stesso e alimenta il circuito perverso e regressivo dell’arricchimento dei più ricchi e dell’impoverimento dei poveri. Una politica che volesse perseguire il bene comune dovrebbe dunque smantellare il circuito perverso e far funzionare il circuito virtuoso. Attraverso una riforma fiscale che sbloccasse il meccanismo e redistribuisse il benessere. E poiché la mente e lo stomaco dei ceti poveri e medi reclamano un meccanismo meno iniquo dell’attuale, la riforma del fisco può e deve essere anticipata da misure specifiche di pronta attuazione, stabilite dalla concertazione tra governo e parti sociali che funzionò egregiamente tra il 1993 e il 2006, finché fu abolita con un tratto di penna all’inizio di questa legislatura.
Le opposizioni dovrebbero a mio avviso concentrarsi su questo programma. Bersani ne ha parlato recentemente, ma le opposizioni dovrebbero convergere su un programma concreto con questo orientamento per uscire da una situazione caratterizzata da vergognosi privilegi e diseguaglianze. Si parla molto di riforme. Questa delle ingiustizie sociali da combattere è la madre delle riforme. Perciò mi domando: che cosa aspettate? Che la casa vi crolli addosso? 
http://www.repubblica.it  (25 luglio 2010)

Il grande albero delle bande di malaffare

di Eugenio Scalfari   La Repubblica di domenica 18 luglio 2010.

La ricostruzione fatta ieri sul nostro giornale da Roberto Saviano di come sia nato il falso dossier contro il governatore della Campania, Stefano Caldoro, per impedirgli di candidarsi, è impressionante. È una ricostruzione basata sui fatti e sulla trascrizione letterale delle intercettazioni effettuate dalla Polizia giudiziaria, dalle quali emergono non solo i nomi di chi preparava il fango da gettare sul volto di Caldoro, a cominciare da Nicola Cosentino sottosegretario all’Economia e coordinatore del Pdl in Campania, ma il loro linguaggio, la loro tecnica delinquenziale, la loro disponibilità al malaffare, la rete delle loro relazioni politiche e giudiziarie. Saviano scrive che guardare a fondo in quella sentina “ti prende allo stomaco”. È verissimo. Mentre leggi quelle conversazioni, ascolti quel dialetto che è l'”argot” di una banda, sei afferrato dal disgusto. Per andare avanti fino alla fine devi fare forza a te stesso. Ti sfilano davanti non soltanto i faccendieri della “malanità” ma personaggi del massimo rilievo politico e professionale, dirigenti del partito di maggioranza e lo stesso leader del Pdl e capo del governo nazionale. Ma se volti le pagine del giornale lo squallido scenario si ripete e addirittura si aggrava. Non è più soltanto la calunnia usata per appaltare un governo regionale al clan dei Casalesi, ma l’assedio ai supremi custodi della legalità: la Corte costituzionale e la Corte di Cassazione.
Lo scopo è quello di piegare quei collegi al volere del Sovrano – non a caso definito Cesare nel gergo della banda. E si snoda attraverso un continuo “pressing” corruttivo che mette sul tavolo la commercializzazione delle carriere contro la legalità repubblicana. Qui la “malanità” tocca il culmine, si infiltra al vertice della Suprema Corte, coinvolge giudici costituzionali e membri del Consiglio superiore della magistratura. Dall’altra parte di quel sordido risiko i giocatori sono i massimi dirigenti del partito, quelli che il partito lo fondarono nel 1993 e quelli che ci arrivarono quando già aveva conquistato il potere e poteva essere usato come strumento eccezionalmente utile per soddisfare appetiti privati favorendo la nascita di bande, di Cricche, di svergognate massonerie del malaffare. Marcello Dell’Utri e Denis Verdini sono i punti di riferimento di questa losca architettura criminogena che occupa da mesi, anzi da anni le Procure di Roma, Firenze, Perugia, Milano, Palermo, Caltanissetta, Reggio Calabria, Napoli, L’Aquila e il procuratore antimafia Ilda Boccassini. Intercettazioni durate anni, effettuate da Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza che spesso si sono imbattuti in colleghi insospettabili e insospettati che giocavano su due o tre e perfino quattro tavoli, depistando, avvertendo, consigliando. Questa è la melma che sta montando, il puzzo che emana dai palazzi del potere alimentando la sfiducia e l’indifferenza antipolitica degli italiani.
                                                                 *****************
Voglio qui citare un brano dell’articolo di fondo pubblicato dal “Corriere della Sera” di giovedì scorso e firmato da Massimo Franco, una delle firme più importanti di quel giornale. Scrive così commentando le dimissioni di Nicola Cosentino da sottosegretario all’Economia: “È come se nella penombra del grande albero berlusconiano si fossero annidati segmenti di società che usano il governo come guscio dentro al quale ingrassare i loro comitati d’affari. Si tratta d’un problema che sarebbe ingeneroso considerare un’esclusiva del Pdl. Ma anche per il modo con cui reagisce, la coalizione berlusconiana tende ad apparire più coinvolta di altri. La difesa a oltranza dei suoi esponenti chiamati in causa nelle inchieste, la sovraespongono fino a schiacciarla su una questione morale che ha delegittimato la Prima Repubblica e che alla lunga non può non logorare l’attuale”.
Franco è un giornalista avveduto e prudente. Scrisse qualche anno fa un libro su Giulio Andreotti che viene considerato un classico su un tema ed un personaggio così complessi. Dopo questa denuncia in piena regola di quanto sta accadendo, si rivolge direttamente a Berlusconi affinché si svegli dall’abulia che sembra averlo pervaso e spazzi le famose stalle che Ercole riuscì a ripulire come ultima delle fatiche che il Fato gli aveva imposto.
Capisco il valore retorico di quel suggerimento, ma esso nasconde una verità che non può sfuggire a nessuno: i comitati d’affari che ingrassano annidati nel “grande albero berlusconiano” non sono lì per caso, non hanno invaso e inquinato un luogo che altrimenti avrebbe avuto radici solide e fronde verdi e colme di frutti.
L’albero berlusconiano è nato esattamente come abitazione privilegiata degli affari di chi l’ha piantato e coltivato con grande e sapiente cura. Per questo è diventato il guscio dentro al quale ingrassano le bande. Non le correnti, che sono vietate, ma le bande che non possono esserlo perché tutte fanno riferimento al Capo dei capi, tutti se ne disputano il favore, tutti considerano quell’albero come la loro casa naturale.
Pensare e sperare che sia il Capo dei capi a bonificare quelle stalle è come affidare a Dracula la presidenza dell’Associazione dei donatori di sangue. Non funziona perché non può funzionare e far finta che non sia così non aiuta a risolvere il problema. Noi non siamo massimalisti e non li amiamo, ma siamo consapevoli che i galli e le galline d’un pollaio non possono stringere ampie intese con le volpi e con le faine. C’è una contraddizione di natura che lo impedisce. Se la legalità è la base dello Stato di diritto e se lo Stato di diritto è la condizione necessaria all’esistenza d’una democrazia, l’obiettivo è quello di recuperare la legalità e lo Stato di diritto. Questo è uno spartiacque che non può in nessun caso essere dimenticato.
                                                                *****************
In teoria la Legislatura dovrebbe procedere fino alla sua fine naturale, cioè fino al maggio del 2013. Questo afferma il premier e questo sostiene anche Bossi che è il suo determinante alleato. Molti tuttavia sono convinti che la vera intenzione di Berlusconi (ed anche di Bossi) sia di andare alle urne anticipatamente per evitare i danni d’una troppo lunga fase di logoramento. Naturalmente non basta che la maggioranza si dichiari desiderosa d’un voto anticipato; occorre che si formi un’altra diversa maggioranza.
Quest’ipotesi non è impossibile; potrebbe quindi formarsi un governo di transizione sostenuto da uno schieramento parlamentare che vada da Casini fino alla sinistra, con l’appoggio anche di Fini e dei suoi seguaci. L’obiettivo dovrebbe essere limitato: cambiare la legge elettorale in senso uninominale, affrontare nel segno della continuità la crisi economica perseguendo l’obiettivo di stabilizzare il debito pubblico e se possibile sostenendo i redditi più deboli e diminuendo il carico tributario su imprese e lavoratori dipendenti. La Cricca vede una soluzione siffatta come il fumo negli occhi: sancirebbe infatti la sua fine non per via di giustizia ma per via politica.
Anche per il Cesare una soluzione del genere equivarrebbe alle Idi di marzo, salvo che non ci sarebbero i pugnali di Bruto e di Cassio ma una semplice evoluzione politica diventata ormai indispensabile. C’è un solo personaggio nel centrodestra interessato a non interrompere la legislatura anzitempo ed è – o dovrebbe essere – Giulio Tremonti.
Il ministro dell’Economia ha legato il suo nome alla politica europea di stabilizzazione del debito. Un’interruzione traumatica della Legislatura proprio in coincidenza con massicce scadenze di titoli del debito pubblico italiano, potrebbe mettere il Tesoro in gravissima situazione. Dal punto di vista dell’interesse nazionale sarebbe un’avventura estremamente rischiosa della quale sembra strano che Tremonti possa rendersi corresponsabile. La domanda allora è questa: è ipotizzabile un governo Tremonti senza Berlusconi e senza la Cricca, cui non risulta che Tremonti appartenga? Oppure un governo Monti? Oppure ancora un governo Draghi? E insomma un governo del Presidente, con una maggioranza di “chi ci sta ci sta”? Questa partita si giocherà probabilmente all’inizio della prossima primavera e chi darà le carte sarà il presidente della Repubblica come prevede e sancisce la Costituzione.
L’obiettivo, come ha detto in questi giorni Bersani, è quello di chiudere un ciclo nefasto e recuperare legalità e Stato di diritto, pulire le stalle, disperderne i miasmi, sciogliere i comitati d’affari criminogeni, modificare la zona grigia che fa da cuscinetto tra le mafie e le istituzioni. Tutti gli altri obiettivi passano in seconda linea salvo quello di non far precipitare il paese in una crisi finanziaria che l’interruzione della Legislatura provocherebbe. Qui si porrà il problema d’un riscatto della classe politica.
Il fondo si è ormai toccato e un’apnea prolungata rischia di provocare la dissoluzione d’un paese.

La Mafia, Dell’Utri e Berlusconi

di EUGENIO SCALFARI – Repubblica – 4 luglio 2010
Per fortuna c’è ancora qualche giudice, c’è ancora un’opposizione, c’è ancora qualche giornale ad impedire che la democrazia si spenga sotto una cappa di piombo.
Come cittadino non so se augurarmelo o temerlo.
Ma mi sono convinto dopo attenta riflessione che la sentenza della Corte d’appello di Palermo che ha condannato Dell’Utri sia comunque arrivata all’accertamento d’una terribile verità, trasformando ciò che era una ipotesi in una certezza giudiziaria che accomuna, attraverso la mediazione di Dell’Utri ma non soltanto, la Cupola di Cosa Nostra e Silvio Berlusconi per un periodo di vent’anni, un arco di tempo che abbraccia l’intera carriera imprenditoriale del “signore” di Arcore, la nascita del suo successo nel settore immobiliare, poi in quello televisivo, poi in quello commerciale, da Milano 2 fino a Fininvest, senza soluzione di continuità.
Vale ovviamente per Dell’Utri e quindi per l’intera fattispecie giudiziaria la presunzione di innocenza ancora in piedi in attesa del  giudizio della Cassazione. Il quale tuttavia riguarderà soltanto questioni di legittimità e non di merito. Non si può escludere l’ipotesi che la Suprema Corte – come è nei suoi poteri – ravvisi errori di legittimità che affidino ad un’altra Corte d’appello il compito di un nuovo giudizio.
Tutto ciò è ancora possibile. Ma allo stato dei fatti una prima certezza sul merito è stata acquisita e confermata in due gradi di giurisdizione con dovizia di testimonianze e riscontri.
Quanto a Berlusconi, che nel processo di Palermo ha rifiutato di rispondere nonostante fosse citato come semplice testimone, non è mai riuscito a fornire una credibile spiegazione alternativa ai finanziamenti con i quali intraprese la sua scalata imprenditoriale.
La presenza di capitale riciclato di origine mafiosa, il ruolo della Banca Rasini, dotata di un unico sportello a Milano ma di solidi agganci con società-fantasma situate a Lugano e in altri paradisi fiscali, la nebulosa mai chiarita delle ventisei società fiduciarie che si spartirono le quote di Fininvest, infine la presenza di personaggi mafiosi nel più intimo “entourage” berlusconiano, sono fatti sui quali la sentenza di Palermo ha fornito una concretezza di tale solidità e coerenza che dovrebbero provocare un dibattito politico e storico di amplissime dimensioni.
Al centro di questo dibattito c’è il ruolo di Marcello Dell’Utri. Ruolo finanziario, organizzativo, politico, a fianco di Silvio Berlusconi dai primi anni Settanta fino ad oggi. Giuseppe D’Avanzo nel suo articolo di martedì scorso di commento alla sentenza di Palermo ha ricordato quali sono stati i due angeli custodi di Berlusconi lungo tutto quel periodo:
Cesare Previti e appunto Marcello Dell’Utri.
Il primo condannato con sentenza definitiva per corruzione di magistrato, il secondo colpito ora in appello per associazione mafiosa.
Entrambi gli angeli custodi e le condanne che li riguardano coprono un periodo che precede l’ingresso in politica di Berlusconi: fatti antichi che hanno tuttavia costituito la premessa necessaria anche se non sufficiente del successo politico berlusconiano.
Questo è il tema del dibattito che tuttavia stenta ad avviarsi. Perché? Qual è l’elemento frenante che spinge su un binario morto un tema essenziale per comprendere quanto è accaduto in Italia nel corso di un ventennio che ha gettato le basi della situazione politica tuttora in corso?
———————————————————* * *
Questa domanda ci porta direttamente al cuore dell’azione di governo di questi due anni: l’occupazione completa della Rai, la legge bavaglio sulla stampa, la messa sotto accusa della magistratura e la riforma che approderà nei prossimi giorni in Parlamento, gli insulti quotidiani contro la Corte Costituzionale degradata ad organo fazioso e politicizzato, l’intento di abolire l’obbligatorietà dell’azione penale trasformando di fatto i magistrati della pubblica accusa in funzionari del governo.
Questa politica ha un senso e una lucida coerenza se la si mette in rapporto con i vent’anni che precedono l’ingresso dell’imprenditore Berlusconi nell’agone politico.
Il controllo della Rai e la legge bavaglio servono a impedire che il pubblico sia informato di quanto realmente è accaduto e accade. Per sviare l’attenzione del pubblico si usa un diversivo: quello di contrapporre all’articolo 21 della Costituzione che tutela la libertà di stampa l’articolo 15 che tutela la privatezza delle persone: due principi che potrebbero facilmente integrarsi e che vengono invece contrapposti affinché il secondo prevalga sul primo o almeno lo elida.
Basterebbe infatti, come più volte abbiamo proposto, affidare ad un collegio di magistrati l’esame preliminare delle intercettazioni eliminando quelle che riguardano soggetti estranei ai reati perseguiti e occasionalmente ascoltati. Basterebbe questa semplice e doverosa cautela per risolvere la questione, lasciando tutto il resto inalterato. Ma non è questo che vuole il potere berlusconiano ed è stupefacente vedere l’avallo che gli viene dato su questo delicatissimo tema da intellettuali che si professano liberali mentre offrono le loro firme per un’operazione palesemente liberticida.
L’altro punto cruciale riguarda il progetto di abolire l’obbligatorietà dell’azione penale. Ricordate il film Z-L’orgia del potere che raccontò il regime dei colonnelli greci? Uno dei protagonisti di quel film era un giudice istruttore decisamente apolitico ed anzi di idee conservatrici, il quale scoprì le malefatte della “cricca” dei colonnelli e non ebbe tregua fino a quando non accertò la verità.
Ne parlò anche Paolo Barile per sostenere la necessità dell’azione penale obbligatoria, unica vera salvaguardia dell’indipendenza del pubblico ministero: “Senza l’obbligatorietà, il pubblico ministero cessa di essere un magistrato indipendente e diventa un semplice funzionario al servizio del governo o, nel migliore dei casi, del Parlamento”.
La dipendenza dal Parlamento era ipotizzata da Barile come un’ipotesi accettabile, se i deputati fossero stati eletti dal popolo. Ma non lo sono. La legge elettorale “porcellum” affida al governo in via esclusiva la scelta dei candidati, inseriti in liste bloccate. Ogni tentativo da parte delle opposizioni di modificare quella legge è fin qui caduto nel nulla.
Questo significa che il potere esecutivo ha smantellato completamente l’autonomia del potere legislativo e le sue funzioni di controllo. Il Parlamento è ormai ridotto ad una camera di registrazione dei voleri del principe. Come se non bastasse una maggioranza clonata, si aggiunge la decretazione d’urgenza ormai diventata normalità e il potere di ordinanza che sfugge perfino al vaglio del presidente della Repubblica.
———————————————————* * *
La conclusione è questa: quando un imprenditore che ha subìto fin dall’inizio della sua carriera un condizionamento e una soggezione mafiosa durata almeno vent’anni, conquista il potere, il suo obiettivo non può essere altroché quello di blindarlo, affievolendo tutti i contropoteri di garanzia e di libera informazione, asservendo il Parlamento attraverso una legge elettorale vergognosa, smontando l’indipendenza della magistratura, intimidendo la Corte Costituzionale, infine degradando la pubblica accusa retrocedendola dal ruolo giurisdizionale a quello di un’avvocatura che opera su commissione.
Questo è il quadro. La sentenza di condanna di Marcello Dell’Utri ne illustra le premesse e ne spiega la logica evoluzione. Per fortuna c’è ancora qualche giudice, c’è ancora un’opposizione, c’è ancora qualche giornale ad impedire che la democrazia si spenga sotto una cappa di piombo. E c’è un presidente della Repubblica che fa fino in fondo quello che deve fare.
Gli elementi per combattere una buona battaglia ci sono dunque tutti.

Caccia al tesoretto nella foresta di Tremonti

di Eugenio Scalfari
L
a crisi greca costerà all’Italia nel 2010 poco meno di sei miliardi di euro; poco più di sette necosterà alla Francia e poco più di otto alla Germania. Si tratta di prestiti, la data del rimborso non è nota ma è noto invece che nel 2011 i membri dell’Unione europea dovranno erogare una seconda “tranche” ad Atene per far fronte alle scadenze del suo debito.
Si poteva far fallire la Grecia? Tecnicamente sì, si poteva. Politicamente avrebbe significato una perdita di prestigio dell’Unione europea (che già ne ha ben poco), ma anche della Banca centrale e della moneta unica, nonché perdite delle banche europee che hanno sottoscritto obbligazioni greche. Insomma uno sconquasso, per evitare il quale anche la cancelliera Angela Merkel ha dovuto inghiottire il rospo dopo aver traccheggiato fin che ha potuto, lasciando spazio alla speculazione e danneggiando i mercati. Sarkozy e Tremonti sono stati i soli a veder giusto, insieme a Trichet e al direttivo della Bce. Gliene va dato atto.
Per quanto ci riguarda, in prima battuta quei cinque e rotti miliardi di euro che verseremo nei prossimi giorni alla Grecia, il Tesoro li prenderà dalla sua provvista di cassa che dovrà però essere reintegrata nei mesi successivi. Il ministro dell’Economia non ha ancora detto come, ma è facile prevedere che lo farà con operazioni di pura cassa poiché, trattandosi di un prestito, non modificherà le poste del bilancio e neppure lo stock del debito pubblico. Tremonti è maestro di movimenti di cassa: compenserà il credito fatto ad Atene con qualche debito di pari importo e scommetto che spunterà tassi vantaggiosi con un saldo positivo per noi. L’uomo è sagace e l’ha più volte dimostrato. Dove non è altrettanto capace è in tutto ciò che riguarda la crescita, l’occupazione, il sostegno dei redditi di lavoro. Non è che non sappia che cosa fare, ma è che non può farlo. Solo che, al punto in cui siamo giunti, la sua impotenza politica rischia d’avere ripercussioni molto serie sulla coesione sociale. Bisogna dunque aprirlo questo dossier sulla crescita, sull’occupazione e sul fisco, perché è diventato assai scottante. Tra qualche mese sarà probabilmente immaneggevole, “immanageable” come dicono gli americani.
* * *
Se il nostro debito pubblico fosse in condizioni meno disastrate delle attuali potremmo adottare – per stimolare la crescita del Pil – la politica keynesiana del “deficit spending”, ma al livello del 115 per cento in cui ci troviamo, per di più in marcia verso il 117 se non oltre, quest’ipotesi è del tutto irrealistica.
Le alternative possibili per costruire una copertura alternativa con la quale finanziare gli stimoli alla crescita e all’aumento della produttività, sono le seguenti: una riduzione della spesa improduttiva e/o un recupero dell’evasione fiscale e contributiva e/o una riforma tributaria che sposti il prelievo dal lavoro e dalle imprese al patrimonio. La vendita di alcuni settori del patrimonio pubblico potrebbe fiancheggiare queste politiche soltanto se destinata a ridurre lo stock di debito pubblico; altre destinazioni sono a nostro avviso da escludere perché finirebbero col trasformare cespiti patrimoniali in spese correnti, con effetti di declassamento del bilancio nazionale.
Quanto all’innalzamento dell’età pensionabile, esso è certamente un obiettivo da perseguire per adeguare l’età anagrafica alle nuove aspettative di vita, ma i suoi effetti sul gettito tributario si realizzerebbero con uno o due anni di ritardo rispetto al momento della decisione legislativa e quindi non utilizzabili per una politica della crescita che abbia effetti rapidi. Il taglio delle spese improduttive è almeno in parte già avvenuto con la Finanziaria in corso. Si è trattato di un taglio orizzontale: un 10 per cento a ciascuno di tutti i ministeri e i centri di spesa pubblica; quindi un taglio nient’affatto selettivo e per queste ragioni criticato da varie parti e non soltanto dall’opposizione. Sono stati colpiti allo stesso modo settori la cui spesa avrebbe dovuto essere incrementata anziché ridotta e settori che avrebbero potuto sopportare tagli ben più drastici.
Comunque spese improduttive ce ne sono ancora nei bilanci delle pubbliche amministrazioni. Le principali sono annidate soprattutto nei bilanci delle Regioni, nella pletora del personale dipendente e delle consulenze allegramente distribuite con criteri quasi sempre clientelari. Ma qui si entra nell’inesplorata foresta del federalismo, nei trasferimenti dalla finanza centrale a quella periferica, nella costruzione dei costi standard: una foresta della quale nulla ancora si sa e che sarà probabilmente un terreno di accesi contrasti politici nei prossimi mesi. Chi volesse entrare in quella foresta con il solo intento di cercare in essa il tesoretto per finanziare una politica di crescita economica, non ne uscirebbe vivo. Soltanto il ministro Tremonti da un lato e lo staff leghista dall’altro stanno prendendo le misure contabili di questa avventura esplorativa. Azzardare che i conti, da valutarsi poi politicamente in sede parlamentare, saranno pronti nella primavera del 2011, cioè tra un anno, è già un’ipotesi assai spericolata.
* * *
Resta dunque, come terreno più solido sul quale muoversi, quello d’uno spostamento del carico tributario dal lavoro ad alcuni cespiti patrimoniali e contemporaneamente una ripresa in grande stile della lotta all’evasione. Si può dire una scomoda verità, e cioè che la politica di Vincenzo Visco fu in questo campo molto più efficace di quella fin qui perseguita dal suo successore? Esiste un’economia sommersa e un lavoro sommerso che sfuggono parzialmente e perfino totalmente agli oneri fiscali e contributivi. Ci sono vari modi per scoprirne le tracce, tra i quali segnalo l’incrocio dei dati tra la consistenza patrimoniale e il reddito dichiarato. La dinamica della consistenza patrimoniale (a valori costanti) confrontata con il livello del reddito rappresenta una traccia estremamente eloquente per addentrarsi nel territorio del sommerso. È vero che anche in questo campo esiste un tempo tecnico per coglierne i frutti; ragione di più per porvi immediatamente mano.
In realtà di strumenti rapidamente disponibili non c’è che lo spostamento di una parte dell’onere tributario (e contributivo) dai redditi di lavoro ad alcuni cespiti patrimoniali al di sopra di un certo livello di consistenza. Anche qui esiste un intervallo di tempo tecnico che tuttavia si riduce di molto considerando che le ritenute d’acconto sul lavoro dipendente (che rappresenta il grosso dell’imposizione sul lavoro) hanno scadenza mensile. Per di più una decisione legislativa di questa natura creerebbe aspettative positive sui consumi e sull’offerta dei medesimi che influenzerebbero rapidamente il mercato, le decisioni relative alle scorte e agli investimenti. Su questa via hanno già fatto da apripista Bersani ed Enrico Letta con proposte politiche, Carlo De Benedetti con proposte tecnicamente incisive e, sulla stessa scia, imprenditori, economisti, operatori.
So bene che Tremonti tiene molto all’autoreferenzialità, ma se volesse applicarsi su questi suggerimenti sono certo che arriverebbe a risultati apprezzabili. È stato un creativo discutibile in passato; adesso è un esperto galleggiatore. Nulla vieta che decida di nuotare animato da realistica fantasia. Noi gli batteremmo le mani se lo facesse.
* * *
Non lo applaudiamo, viceversa, per le sue troppo frequenti interferenze sul sistema bancario: un campo delicatissimo, sempre molto adocchiato dai partiti e sempre, almeno fino all’era berlusconiano-leghista, tenacemente difeso dalla cultura liberale e dalle poche forze che vi si richiamano. Il caso che abbiamo sotto gli occhi riguarda Banca Intesa, il primo istituto italiano nato sulle ceneri del vecchio Banco Ambrosiano di sinistra memoria (Calvi, lo Ior, la banda della Magliana, la mafia) e portato da Bazoli e dai suoi collaboratori al successo attuale. Banca Intesa ha come base azionaria, insieme ad un consistente apporto di piccoli azionisti, un gruppo di banche locali e di potenti Casse di risparmio e Fondazioni, tra le quali eccellono la Compagnia Sanpaolo di Torino e la Cariplo di Milano. La sua clientela è addensata nel Nord dove operano le entità locali raccolte nel nucleo duro del suo azionariato; ma le dimensioni dell’Istituto l’hanno da tempo proiettato su tutto il territorio nazionale e internazionale. Partecipa in misura elevata all’azionariato di Telecom ed è presente nel finanziamento dei maggiori gruppi italiani e di molti internazionali.
In questa situazione si è delineata qualche mese fa una “pelosa” (direbbe il Manzoni) attenzione del potere politico sulla Compagnia Sanpaolo cui spetta il diritto – a termini di statuto – di indicare al consiglio di sorveglianza i due rappresentanti della Compagnia nel consiglio di gestione dell’Istituto. Tremonti da un lato (come “persuasore non occulto”) e il sindaco di Torino dall’altro come elettore importante della Compagnia, segnalarono l’ex ministro del Tesoro, Siniscalco al presidente della Sanpaolo e questi lo segnalò al consiglio di sorveglianza. Gioì il Cota leghista, per una volta sulla stessa lunghezza d’onda di Chiamparino: due poteri forti della politica alleati con il potere fortissimo del ministro dell’Economia: il programma era di localizzare il credito a Torino, nel Piemonte, in Padania, utilizzando anche la dimensione nazionale e internazionale di Banca Intesa per scopi politico-politichesi. Si varcava cioè la soglia ambita da almeno sessant’anni. Ebbene, questa soglia è stata efficacemente difesa da Bazoli ed ha portato infine al ritiro di Siniscalco dalla competizione. Personalmente ho stima di lui per le prove di eccellenza che la sua biografia professionale contiene.
L’errore suo è stato di accettare sponsorizzazioni politiche che in un settore delicatissimo come quello del credito non sono accettabili. Per questa ragione riteniamo che in questo caso il buon senso abbia vinto il che, con i tempi che corrono, avviene molto di rado.
http://www.repubblica.it  01 maggio 2010

Presidente Napolitano: ho sentito un messaggio carico di speranza e di giustizia.

Il  messaggio del nostro Presidente della Repubblica è stato – io l’ho percepito così – forte e autorevole, pieno di speranza e determinato nell’indicare le priorità del nostro Paese.
Per riuscire a superare la crisi e uscirne con un’Italia più giusta, ci ha esortato a guardare con coraggio alla realtà nei suoi aspetti più critici, ponendo mano a quelle riforme e a quelle scelte che non possono più essere rinviate.
Riforme, facendoci guidare dai grandi valori: solidarietà umana, coesione sociale, unità nazionale, partendo dalla realtà che  porta a guardare i problemi di coloro che hanno avuto  e stanno avendo i maggiori problemi dalla crisi.Dunque, l’esigenza di riforme sociali e istituzionali. Il richiamo al lavoro dei giovani ed alle condizioni del Mezzogiorno e all’inclusione per gli immigrati e non solo, ha ricordato anche la situazione drammatica delle nostre carceri.Il Paese ha bisogno che Governo e Parlamento si diano una agenda sui temi sociali a partire dal punto di vista delle nuove generazioni colpite in modo più pesante dalla crisi.  Il Pd  da tempo chiede,  attenzione a queste tematiche e quindi mi sembra in linea che i temi che il Presidente ha tracciato. Il suo intervento non lascia spazio ad interpretazioni di sorta. Tutti si sono dichiarati d’accordo, a partire da berlusconi. Lo vedremo dai prossimi giorni!

L’Editoriale di Eugenio Scalfari Berlusconi deve dare una risposta a Napolitano  pubblicato su Repubblica il 3 gennaio 2010