Réclame osimana ( parte 1^)

Nel cercare tra le riviste, i giornali d’epoca, notizie e  materiale per completare la “Storia degli Amministratori osimani” mi sono imbattuta nelle prime  réclame pubblicitarie osimane. Un tuffo nel passato, che tramite le réclame raccontano di una  Osimo che non c’è più ma che ben rappresenta la vivacità commerciale e artigianale, le tradizioni, gli usi e i costumi culturali della nostra città.
Si tratta di  inserzioni pubblicitarie, che compaiono sui primi giornali osimani a partire dai primi anni del  Novecento e a seguire. Illustrano gli albori della pubblicità ad Osimo, e reclamizzano le  prime attività economiche presenti in città.
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Inserzione apparsa sul giornalino “La Festa dei Fiori” del 1952.
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Inserzione apparsa sul giornalino “La Festa dei Fiori” del 1952.
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Inserzione apparsa sul giornalino “La Festa dei Fiori” del 1952, direttore responsabile Pirani Armando. Tipografia Scarponi Osimo tel. 206
***Inserzione apparsa sul giornalino “La Festa dei Fiori” del 1952
***Inserzione apparsa sul giornalino “La Festa dei Fiori” del 1952
***1924 quindicinale “La Sorpresa” del 26 dicembre 1924
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1924 quindicinale “La Sorpresa” del 26 dicembre 1924
***1924 quindicinale “La Sorpresa” del 26 dicembre 1924
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1924 quindicinale “La Sorpresa” del 26 dicembre 1924
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1924 quindicinale “La Sorpresa” del 26 dicembre 1924
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1924 quindicinale “La Sorpresa” del 26 dicembre 1924
***1924 quindicinale “La Sorpresa” del 26 dicembre 1924
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Fake news: una sconfitta per la democrazia.

La storia delle fake news è una storia vecchia e purtroppo molto usata in politica. Le cosidette “notizie bufale” le ho subite anch’io in prima persona, quando, candidata a Sindaco,  il mio competitore anzichè argomentare le proprie idee faceva girare notizie e manifesti calunniosi,  annunciando agli osimani che la mia vittoria avrebbe comportato una invasione degli immigrati con il conseguente aumento di insicurezza e degrado, la realizzazione di Moschee in ogni quartiere e campi nomadi sparsi per Osimo, l’aumento delle tasse, il pagamento del servizio del Tiramisù, ed altre nefandezze che non voglio raccontarvi.
Bugie messe in giro ad hoc, a cui molti elettori si sono lasciati influenzare visto che l’operazione ha funzionato.

Queste cose fanno arrabbiare e alle bugie, alle calunnie, alle cose inesatte o false create appositamente al solo scopo di danneggiare, non è facile difendersi.
Comunque sono operazioni che non mi appartengono. Non mi troverete mai a confezionare notizie bufale, ho sempre svolto e continuo anche oggi a farlo, la mia attività politica all’insegna del rispetto e della verità, tramite la conoscenza dei concetti e delle parole e la “fatica” della spiegazione delle proprie idee e programmi, il confronto e la discussione con chi la pensa diversamente.

Ritornando alle fake news ben vengano “filtri” e regole più severe che garantiscono la correttezza delle informazioni, tuttavia credo che serva e servirà sempre di più, se ci teniamo ai valori della democrazia: l’educazione, il rispetto delle regole, il rispetto delle persone e delle idee.
Questo vale, anche e soprattutto, per la tivù, i giornali e i siti di informazione varia.

Paola

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Questo è uno dei manifesti affissi per Osimo, durante la campagna elettorale 2009 dalle Liste Simoncini&Latini. Un esempio di fake news ( “notizia Bufala”) di cui oggi molto si parla.

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Come oggi, il 27 novembre 1967: l’alba del sessantotto osimano

Il 27 settembre 1967 gli studenti dell’Università di Torino occupano palazzo Campana, sede delle facoltà umanistiche. Di lì a poco seguirà l’occupazione dell’Università di Sociologia di Trento, il 31 gennaio 1968, che apre in Italia la stagione della “contestazione giovanile”.
Nel giro di pochi mesi il numero delle università occupate supererà la trentina. Successivamente il fenomeno della contestazione studentesca si allarga alle scuole superiori che vogliono, così,  solidarizzare con gli universitari.
Il fenomeno della contestazione studentesca si allarga alle scuole superiori che vogliono solidarizzare con gli universitari. La protesta si estende rapidamente ad altre città, come Pavia, Genova e Napoli. Da qualche mese era stato pubblicato il libro di Don Milani, Lettera a una Professoressa, e la riflessione sui contenuti del sapere diventa il filo conduttore delle proteste insieme alla critica dell’autoritarismo delle lezioni cattedratiche e alla richiesta di nuovi modelli di confronto: assemblee, seminari, discussioni sulla didattica.  Anche le vicende internazionali: la Guerra in Vietnam, la repressione delle contestazioni in Messico in occasione delle Olimpiadi, le battaglie civili dei neri d’America promosse da Martin Luther King furono determinanti alla nascita e al diffondersi dei movimenti studenteschi.
Ad Osimo ? Dai documenti e dai giornali locali che ho potuto visionare ho tratto la considerazione  che nella nostra città la “contestazione studentesca”  trovò una sua collocazione sia nel mondo cattolico, sia in quello di sinistra, con la formazione di circoli e gruppi come: “il FARO”, “il GOMERO”, il “circolo di San Marco”; o nei ragazzi che si ritrovavano dietro i giornali come: “l’Osservatore Nuovo” o “Osimo 2”. In questo arcipelago fatto di nuovi movimenti culturali e sociali, si svilupparono le prime forme di protesta verso il mondo dei genitori, il conformismo,  la società borghese. I protagonisti di questi gruppi,  spesso non avevano un’etichetta politica, caratteristica era la comunicavano  tramite ciclostile.
Sicuramente il “sessantotto osimano” ha avuto una sua storia e un suo percorso che pur non essendo contrassegnato dagli eventi eclatanti avvenuti  nelle grandi metropoli italiane, senza dubbio è stato importante per il contesto  nel quale era inserito.
Ad Osimo , a parte il caso isolato dei ragionieri  del “Corridoni” , che  erano scesi in lotta per protestare contro l’inadeguatezza della struttura già nel 1966, – anticipando il maggio francese e la primavera del ’68 -, il Movimento Studentesco appare sulle cronache cittadine nel marzo del  1969. Fa scalpore in città lo sciopero alle Magistrali. I giornali riportano la notizia: “…sciopero perfino alle Magistrali”.
Anche le Magistrali scioperano***
Ho lanciato dalle pagine di FB, un appello a tutti gli ex giovani osimani che vissero, circa 50 anni fa, questi eventi:

Dove eravate, cosa facevate, cosa ricordate e cosa vorreste cancellare di quegli anni.
In poche parole : che cosa è stato, per voi, il ’68 ?  

Queste alcune delle risposte che mi sono pervenute:
Gianni SANTILLI 
 “Un anno importantissimo, surreale: improvvisamente, dall’oggi al domani, cresceva dentro di noi una voglia di cambiamento, di indipendenza, di rabbia verso l’immobilismo dei “grandi”. Noi giovani sentivamo il peso della responsabilità dell’innovazione: avevamo un coraggio che non sapevamo di avere: scioperi; picchetti, proteste per … tutti i nostri desideri sino ad ora inascoltati: dai più futili (diritto di avere la pizza calda a scuola durante l’intervallo), ai più importanti quali essere consultati sulle decisioni programmatiche dell’istituto, sugli orari e sui programmi e sulle scelte gestionali, con tutti i rischi delle sicure conseguenze a cui andavamo incontro. Inoltre le difficoltà di far capire ai nostri genitori il perchè delle nostre proteste, sfidando i loro divieti: Ricordo i mia madre che piangeva e mio padre che mi rimproverava di non riconoscere i sacrifici che facevano per mandarmi a scuola….”
Matteo BISCARINI  “il capo riconosciuto della occupazione del Liceo Campana era Sandro Guercio…… dalla sua classe è uscito gran parte del nuovo gruppo dirigente del Pci osimano che si è affermato negli anni ’70….”
Gloria CASTELLANA  “veramente io nel 1968 ero già a Urbino; quella volta per entrare alla facoltà di Lettere bisognava dare un esame di ammissione: un tema. Se ben ricordo io scrissi del problema dei bambini che aspettavano negli Istituti di essere adottati….All’Università c’era grande movimento, spesso ci si presentava ai cosiddetti esami “di gruppo” … orripilante. Io, tanto per cambiare, stavo dalle suore Pie Venerine, di cui ho un bellissimo ricordo, soprattutto della Superiora sempre allegra e spiritosa, che mandò a chiamare un paio di “anziani” per farmi scrivere il famigerato papiro: un’accozzaglia di disegni e barzellette (anche volgari) in un improbabile latino maccheronico. Grazie a quello potevo girare liberamente e nessuno mi faceva brutti scherzi!!!”
Iside CAGNONI  “Eravamo lì a preparare dopo assemblee varie lo sciopero e la manifestazione che si è svolta sul piazzale della scuola. E’ stato uno sciopero soprattutto a sostegno delle altre scuole superiori di Osimo che avevano occupato per giorni. Presidente del movimento alle magistrali era Fausto Giuliodori”.
Fausto GIULIODORI  ” cara Paola, leggo la tua continuando a meravigliarmi dello stupore generato allora dallo sciopero alle magistrali.Infatti lo lo sciopero fu solo un momento della intensa attività svolta dalle studentesse e dagli studenti. A differenza degli amici del Corridoni fummo meno casinisti ma forse più costruttivi.Durante le assemblee e lo stesso sciopero non rompemmo nulla, non imbrattammo nulla ma riuscimmo a redigere uno statuto che per alcuni anni servì nelle relazioni con la presidenza ed i professori. Ricordo con piacere le fitte riunioni che venivano fatte, sempre costruttive e sempre nel rispetto di tutti. Si contestava anche pesantemente ma non si insultava. Si litigava magari ma alla fine in amicizia si faceva merenda insieme offerta dalla madre superiora. Striscioni e cartelli furono preparati nella palestra della scuola con la Preside che sapeva e non codivideva e lo sciopero fu attuato con un ferreo servizio d’ordine utilissimo quando studenti di altre scuole vennero alla nostra manifestazione più interessati a “pomiciare” le nostre compagne che agli argomenti dello sciopero. Furono eletti per ogni classe i rappresentanti degli studenti che lavorarono allo statuto non in orario scolastico e che prima della fine dell’anno scolastico lo portarono alla assemblea generale per l’approvazione. Fu davvero una palestra di democrazia vissuta da noi studenti con tanto orgoglio ma con altrettanto impegno. Devo dire che non fummo bloccati e nemmeno ostacolati in questo democratico cammino. In quel periodo alle magistrali insegnava don Aldo Compagnucci, suor Amedea Andreini e la Preside era la dolcissima suor Pia Pulcini che oltre ad arricchire il nostro corredo professionale e culturale pensavano a far crescere la nostra voglia di democrazia partecipativa. Furono frutti speciali di quel periodo tanti insegnanti e professionisti donne e uomini che hanno arricchito e continuano ad arricchire la nostra Italia. Aggiungo solo un ricordo personale. All’esame che allora era di stato portai come tesina il nostro statuto e al professore molto conservatore per non dire fascista che mi impediva la corretta esposizione dei vari capitoli chiesi in maniera ferma di non interrompere e di lasciarmi parlare. Il presidente di commissione lo fece tacere ed io vinsi una delle tante battaglie democratiche della mia vita lasciando però sul campo alcuni punti sulla valutazione finale….. ”
Teresa CARLONI : “Il liceo fu occupato, ma la notte le ragazze tornavano a casa.”
Valerio MARCHETTI:  ” Ciao Paola, il tuo invito a scrivere qualcosa sul ’68 osimano mi ha fatto riaprire una finestra che avevo ormai chiuso e nel riaffacciarmi non tutto mi riesce di percepire in modo nitido.
In realtà ad Osimo non c’è stato il ’68 (almeno così mi sembra), ma il ’69.
Nel ’68 ad Osimo era tutto “tranquillo”; giungeva solo l’eco di quanto avveniva lontano.
Ricordo che nelle serate dell’estate del ’68, pur non essendo “comunista”, frequentavo la “Casa del Popolo” in via Cialdini, per ascoltare e confrontarmi con altri ragazzi più grandi di me, già universitari in grandi città fuori regione, i quali trasmettevano quanto avevano vissuto nelle loro facoltà nei mesi precedenti (ho l’immagine dei fratelli Piazzini).
Ricordo che veniva spesso citato con gran rispetto Herbert Marcuse (filosofo, sociologo, politologo e a cui si ispirava il ’68). Mi sembra di ricordare un suo libro (“L’uomo ad una dimensione”) che criticava il modello della società industriale di allora che soffocava l’uomo; da questa premessa gli studenti avevano la missione di rompere il “meccanismo” partendo dalla struttura scolastica e dalle sue rigide/autoritarie regole imperanti. Del libro lessi solo qualche pagina.
In realtà la mia vera formazione avveniva nella “palestra” del Circolo giovanile della Parrocchia di San Marco, frequentato anche da amici studenti delle magistrali e del liceo.
In quel periodo ero stato eletto “Presidente /rappresentante degli studenti di Ragioneria del Corridoni” e mi sono ritrovato a gestire, con altri compagni di scuola, l’occupazione dell’Istituto (fine 1968 oppure inizio 1969 ????)
Per farla breve voglio riportare un piccolo fatto che ha tutto il sapore “nostrano” di allora.
L’occupazione proseguiva regolarmente e in maniera estremamente corretta. Venivano fatte assemblee per decidere il programma della giornata, si incaricavano i compagni che dovevano assicurare il controllo dell’ordine, della pulizia, ecc.
Una domenica mattina (sul presto) mi giunge la soffiata che i carabinieri si stavano apprestando per buttarci fuori. Ero preoccupato. Con un amico, e in gran segreto, vado a casa del Giudice Giuliodori (in via Cesare Battisti) per informarmi quali conseguenze penali potevano derivare nel porre resistenza e a farci trovare dentro la scuola. Il dr. Giuliodori, familiarmente, mi fornì quanto mi necessitava.
Ritornai al “Corridoni” per indire urgentemente un’assemblea nel corso della quale, a maggioranza, si valutò che gli obiettivi dell’occupazione erano stati ormai sostanzialmente raggiunti e che pertanto si poteva porre termine alla contestazione.
Le forze dell’ordine, già da ore presenti numerose in via Pompeiana (raggruppate a un centinaio di metri dal portone principale della scuola), aspettarono la fine della nostra assemblea e la completa uscita di tutti noi (probabilmente avevano dettagliate informazioni su quanto stava avvenendo e ci lasciarono concludere).”
Scrisse Paolo Carnevalini sul giornale “L’ Osservatore osimano” qualche giorno dopo l’evento. Il titolo dell’articolo era:

Sciopero alle magistrali. Un aspetto del “rivoluzionario” evento.

Da un po di tempo in qua alle Magistrali si sentiva che qualcosa era cambiato: non era più quell’istituto estremamente gretto e conservatore tanto criticato dai giovani osimani; vi si era svolta una certa attività che va dall’aver organizzato il ballo di Carnevale a discussioni formative fino all’assemblea.
Gli eventi delle altre scuole hanno fatto riflettere i futuri maestri sul come comportarsi ed hanno agito innanzitutto per coscienza che il paragrafo 5 della Riforma va mutato anzi invertito ( non 5 esaminatori esterni ed 1 interno, ma 5 interni ed 1 esterno) poi per solidarietà, che è un fattore molto importante: Se gli operai hanno ottenuto qualche cosa dai padroni l’hanno potuto per la solidarietà che ha sempre caratterizzato le loro azioni, anche gli studenti otterranno una riforma globale della scuola se sono concordi ed uniti. Marx direbbe: “Studenti di tutto il mondo unitevi per rivendicare i vostri diritti”.
Dopo un esame delle varie forme di protesta, scartata l’occupazione per il carattere privato della scuola e la dimostrazione diventata ormai pane quotidiano è stato deciso di portare avanti uno sciopero totale e compatto di 3 giorni, decisione presa all’unanimità.
Il primo giorno di sciopero tutto è filato liscio, tranne il fatto che un professore ha colto l’occasione per mettere in mostra le sue “alte doti” di maleducazione e villania scagliandosi in maniera degna di un ubriaco contro un giovane che se ne stava tra gli scioperanti tutti suoi amici. Soprassediamo su questo fatto che in noi non ha suscitato alcuna meraviglia conoscendo da molto tempo il professore in questione e ritorniamo alla “cronaca ” dello sciopero.
Intimidazioni varie hanno consigliato gli alunni della scuola in questione a ridurre lo sciopero a 2 giorni, che non è stato inchinarsi ad intimidazioni o altro, ma decisione presa previo esame della situazione venutasi a creare dopo lo sgombero dell’Istituto tecnico e del liceo da parte della polizia e per il martedì 4 si è deciso uno sciopero bianco: cioè tutti a casa per evitare assembramenti e non dare motivo alla polizia di intervenire. Al mercoledì tutti a scuola certi di avere portato avanti qualcosa di positivo e di non averlo fatto quasi senza errori.
( articolo firmato Paolo Carnevalini ).

Nel febbraio  1968 la contestazione giovanile continua ma cosa succede al Liceo Campana di Osimo ?
Scrive Sandro Guercio uno dei “capo-popoli” della contestazione al Liceo Campana:

NO al DECRETO FABIANI.

” Se a maggio gli universitari gridavano “No alla legge Gui” e se ad ottobre gli studenti medi si sono fatti pestare a sangue dai manganelli della polizia per rivendicare il diritto di assemblea, noi studenti del Licep-ginnasio di Osimo alla ripresa delle lezioni dopo le feste natalizie scateneremo la nostra protesta contro il “decreto Fabiani”. E’ inutile scartabellare i giornali o fare sforzi eccessivi di memoria un simile decreto non ha precedenti: è nato dalla testolina di una nostra cara amica di scuola. In un momento in cui gli studenti medi delle più grandi città italiane sono scesi in lotta per esigere il diritto di unirsi in libere assemblee, in un momento in cui Roma ha assistito al grandioso sciopero di circa 50.000 studenti medi che con la loro dimostrazione di forza hanno voluto far valere le loro rivendicazioni, quando il rumore della lotta del liceo Mamiani contro l’autoritarismo di tipica marca fascista, del preside di quella scuola non si è ancora spento nel cuore di tutti coloro che amano la democrazia, qualcuno al liceo Campana ha ancora il coraggio e la sfacciataggine di parlare di delegati. All’indomani della emanazione della circolare Scaglia che riconosceva il diritto di Assemblea ( pur permettendo le più svariate manipolzioni) la Sig.na Fabiani è piombata in classe ed ha cominciato a sfoggiare tutta la sua eloquenza cercando di convincere più gente possibile della necessità di eleggere delegati che andassero a riperire in Assemblea quello che la massa degli studenti voleva; tutto questo per evitare di far troppa confusione che avrebbe potuto nuocere alla salute dei professori e del preside e perchè in certi classi ci sarebbe dei deficienti che sarebbe inutile far parlare. Per la sig.na Fabiani, quindi che il difetto di credersi Cristo tra il popolo o una novella Giovanna d’Arco, l’assemblea non è più un momento di lotta in cui lo studente si scontra con l’autoritarismo e il condizionamento voluti dall’apparato scolastico, ma diviene un passatempo, un diversivo alla vita di tutti i giorni, un nuovo gioco di società da sfruttare finchè è valido. A noi poveri ignoranti che cercavamo di contestare queste sue argomentazioni tentando di farle capire che sarebbe stato meglio, invece di preoccuparci della confusione che sarebbe sorta, aver cura che tutti indistintamente potessero parlare ed esprimere la propria opinione. Lei rispondeva che non potevamo capire, che non valutavamo a fondo le difficoltà, che lasciassimo fare a lei che in fondo valeva molto più di tutti noi messi insieme. Quindi per la sig.na Fabiani l’Assemblea è una specie di gran consiglio a cui gli studenti, o meglio i loro delegati portano un contributo che però va esaminato dal preside ed a lui soltanto spetta il compito di decidere, A questo punto la libera assemblea può anche andare a farsi friggere.
L’atteggiamento da “capo popolo” della sig.na Fabiani a noi non stupisce affatto perchè a conti fatti non è tutta colpa sua. A lei è toccato solo la disgrazia o la fortuna di appartenere ad una determinata sfera sociale che, soprattutto qui ad Osimo, ha sempre potuto fare il proprio comodo, ha sempre comandato incontrastata.
firmato Sandro Guercio

A distanza di quasi 50 anni da quanto scritto da Sandro Guercio risponde la “sig.na Fabiani” : “Salve, …Sono tantissimi i ricordi che mi sono venuti alla mente leggendo i tuoi ….bellissimi scritti. Gli anni sessanta sono gli anni della mia adolescenza e riviverli ha sempre un gusto un po’ agrodolce. Erano gli anni della minigonna, delle prime femministe, della  contestazione. Come li abbiamo vissuti in un paese come Osimo? Credo con molta superficialità e una buona dose di  romanticismo: ci si schierava, non so se per convinzione o per moda, forse per tradizione familiare o, magari, per contestazione della famiglia e delle sue idee, si leggeva Marx o Mein Kampf, Evola o Spengler,si era convinti di essere fedeli estimatori di Russel, ma la domenica facevamo la Comunione da Monsignore, perché al Duomo valeva di più e poi non si sa mai..,si ascoltava De Andrè, ma si piangeva con Battisti, ci si insultava a scuola, ma poi si andava tutti insieme alla festa del sabato pomeriggio. Certo è che eravamo convinti di poter cambiare il mondo, ma l’unico cambiamento che facevamo era arrivare da Fattorini, anziché da Campanelli nello struscio del pomeriggio. In ogni caso ringrazio di essere cresciuta in un paese provinciale, sonnolento, forse anche borghese e conservatore ma dove esistevano valori che andavano oltre gli schieramenti e dove la stima per una persona esulava le idee politiche. Ricordo lo screzio avuto con Sandro, anche se mi sfugge il motivo scatenante, ma ti posso assicurare che, anche dopo la pubblicazione dell’articolo, abbiamo continuato a scambiarci le versioni (corrette!!) di greco o latino.”  f.to Maria Eugenia Fabiani

1968 e Osimo

Febbraio 1968 Istituto Tecnico Commerciale “F.Corridoni” alle nobili motivazioni delle  contestazioni del ’68 si aggiungeva il  forte malcontento causato da altri ragioni forse meno nobili ma molto sentite dai rgazzi dell’istituto di via Pompeiana:
La sezione B era sfavorita rispetto all’altra sezione. Nella B non c’era un professore di ruolo, ogni anno nuovi supplenti e questo comportava una evidente differenza nel grado di preparazione. La mancanza di aule aveva determinato fino a gennaio il doppio turno della scuola: le lezioni si svolgevano dalle 8 alle 10,30 e il secondo turno dalle 10,30 alle 13 con grave pregiudizio sull’andamento scolastico in generale. Altri motivi del malcontento derivavano da divieti assurdi come quello imposto dal preside di vietare dalle 8 alle 10 l’autorizzazione ad andare alla toilette.
Scrissero i ragazzi e fecero girare un volantino anonimo:
” Forse questa misura sarà stata presa per evitare quel “via vai” nelle prime due ore, cioè in quel periodo più fruttuoso per un profiqui insegnamento fors’anche per evitare che “fumatori incalliti” si nascondino nei gabinetti mentre i loro rispettabilissimi professori fumano abbondantemente e liberamente perfino in aula. Altre misure potevano e dovevano essere prese per impedire ciò e non chiudere a chiave le tanto necessarie stanzette con il “buco”. Per le prime due ore si potevano chiudere anche i gabinetti dei professori se è vero che i migliori risultati si ottengono dando il buon esempio”.
Un altro motivo di lamentela “non legata alle motivazioni  sessantottine” era quello della palestra. L’unica palestra a servizio della scuola era la chiesa di San Silvestro, opportunamente adattata, ma priva di un sufficiente sistema di riscaldamento, di un decente spogliatoio ed un pavimento adatto ad una palestra.
Anche sull’orario i ragazzi avevano da protestare, spesso tutte le materie difficili erano concentrate in un solo giorno impedendo agli stessi, di potersi preparare adeguatamente.

Marzo 1968 In chiusura del secondo trimestre al Liceo Campana,  il preside, prof. Alessandro Niccoli, richiamandosi a quanto stava succedendo in molte Università italiana e in alcuni Istituti Superiori, con occupazione delle scuole scrive agli insegnanti del liceo per cercare di venire incontro alle aspettative degli allievi:
” … Al di là di ogni giudizio di merito sui motivi che possono avere determinato le manifestazioni in corso, esse rilevano un profondo senso di disagio della gioventù studiosa  di fronte alle strutture scolastiche che è nostro stretto obbligo professionale ed umano valutare con sereno e spassionata obbiettività. 
Qualsiasi atteggiamento di irrigidimento da parte dei organi collegiali degli Ist.Scolastici o di singoli insegnanti non contribuirebbero in alcun modo a rendere più facile la soluzione dei problemi, così gravi e complessi, che la Scuola italiana è chiamata ad affrontare in una fase particolarmente delicata della vita nazionale.
Dobbiamo renderci conto che i nostri giovani chiedono alla Scuola, ed hanno ragione di chiederlo, preparazione professionale, larghezza di interessi e costante aderenza alle loro aspirazioni ed alle loro esigenze.
A nessuno degli insegnanti di questo istituto fa difetto la preparazione professionale, nè manca la proficua volontà di contribuire positivamente, in armonica collaborazione con le famiglie, alla formazione umana dei giovani. Doti, queste, che il preside è ben lieto di poter riconoscere  nei propri collaboratori; ed è proprio perchè confida sul loro intuito psicologico ancor più che sulla loro cultura, che il capo d’istituto rivolge di nuovo l’invito, cordiale ma responsabile, a tutti gli insegnanti di non ritenere che il loro compito si esaurisca nell’esposizione ed illustrazione dei problemi connessi alle discipline loro affidate.
Primo compito nostro è quello di porci con alacre e vigile sensibilità di educatori di fronte alle contraddizioni, alle inquietudini, alle deluse speranze dell’animo giovanile: alle contraddizioni insite in intelligenze non ancora formate, perchè la nostra maturità culturale può aiutare a risolverle; alle inquietudini rese così intense dalle sollecitazioni del mondo esterno alla Scuola, perchè sono anch’esse inconsapevoli manifestazioni di un desiderio di crescita spirituale; alla delusa amarezza con la quale tanti giovani, e sono spesso i migliori, giudicano l’operato delle generazioni più anziane. perchè in qualche misura ne siamo tutti corresponsabili; alle speranze, perchè nessuno di noi vorrebbe doversi rimproverare di non aver saputo intuirle”.

Paola
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Francesco Mercurio oggi alla Leopolda: La Lega del Filo d’Oro per i cieco-sordi.

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Francesco Mercurio e Vale oggi alla Leopolda per raccontare la Lega del Filo d’Oro. Bravo Francy!!
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#OSIMANI con l’hashtag: Fausto il falegname di Santa Palazia

 #OSIMANI ,  il nostro territorio e la sua gente attraverso una galleria di volti e di storie raccontate in pochi caratteri. Storie semplici ma veramente straordinarie.

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Tra i personaggi illustri di una città non ci sono solamente esponenti di spicco del mondo del lavoro, delle arti e delle scienze. A volte le storie delle persone comuni e della cultura popolare riescono ad emozionare e a diventare anch’esse importanti per una comunità. Tra questi  personaggi di Osimo da menzionare, c’è il falegname di via Matteotti, Fausto Fattorini.
Fausto  falegname, ebanista e restauratore è nato ad Osimo il 28 febbraio 1934, oggi in pensione è stato uno degli ultimi artigiani falegnami del centro storico osimano.

La sua è una famiglia di falegnami, forse  prima ancora che esistessero le falegnamerie,  perchè, come Fausto mi racconta, una volta il falegname non aveva la bottega ma solo i ferri da lavoro.  Falegname era suo nonno Guido  e  poi falegname è stato suo padre Nazzareno apprezzato artigiano anche fuori da Osimo. Ricorda Fausto che la fama e la maestria  del padre era arrivata fino a Jesi dove Nazzareno è stato  chiamato, assieme ai più esperti falegnami della provincia,  per realizzare  i primi aeroplani con  le carlinghe e le fusoliere in legno.
E’ il  padre Nazzareno ad aprire il piccolo laboratorio  in via Matteotti di fronte alla chiesa di Santa Lucia, dove Fausto ha sempre lavorato e vissuto perchè in qualche modo la bottega è stata sempre un  tutt’uno con la sua abitazione.
Vicino al padre, seguendolo pazientemente nei lavori, Fausto ha imparato la passione per questo  mestiere. Un’occupazione umile senza tanti “lustrini” ma sempre esercitata  con tanto impegno e  tanto sentimento. In quei  pochi  metri quadrati del civico 4 di via Matteotti, Fausto conserva i ricordi più intimi, le storie che aleggiano tra le assi,  i chiodi e i tanti attrezzi. Il mondo, per Fausto è passato in questo piccolo laboratorio,  ancora  intriso del profumo della colla scaldata dal padre e dove Fausto fin da piccolino ha imparato ad usare la carta vetrata, a raddrizzare i chiodi, a raccogliere la segatura e i trucioli e poi a piallare, a segare e ad intarsiare i mobili.
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Una bottega che ha permesso a Fausto di vivere fieramente del proprio lavoro. Oltre alla fabbricazione  di piccoli mobili, armadi, consolle, cassapanche e comò, negli anni ’50 il lavoro principale consisteva nella riparazione e rifacimento degli infissi: finestre, persiane e porte di abitazioni; ma anche la realizzazione di piccoli utensili domestici: tavole per lavatoi, forchettoni e spatole. Mentre i restauri di mobili antichi e il lavoro d’intarsio sono cominciati verso gli anni ’70, un lavoro molto impegnativo, non facile, nè semplice dove oltre alla bravura e all’esperienza occorre anche tanta passione. Tanti i lavori ben rifiniti, ripagati principalmente dall’apprezzamento dei clienti.
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Fausto ha scolpito il legno fino alla pensione  con instancabile grinta e grande professionalità.
La bottega di Fausto in via Matteotti è rimasta la falegnameria di un tempo, che non ha niente a vedere con quelle moderne di oggi, dove il falegname è aiutato nel lavoro da seghe elettriche, pialle elettriche, cacciaviti elettrici e via di seguito.
Anche se in pensione, Fausto non riesce a staccarsi dai suoi attrezzi e ancora oggi, per hobby, tutti i giorni  passa gran parte del suo tempo nella sua bottega ingombra e disordinata. Almeno così appare agli occhi incompetenti, come i miei. Pianali e pezzi di legno sono sparsi un po’ dovunque, mobili completati accanto a lavori mai terminati, alle pareti sono appoggiate travi, travicelli e tanti attrezzi attaccati ai chiodi: seghe, punteruoli, trapani a mano, morsette, ma poi alla presenza di Fausto tutto ridiventa utile e pragmatico.

Oggi, la bottega di via Matteotti è un   “buen retiro”, pieno di vissuto, il rifugio dove Fausto incontra amici e vecchi clienti che non  dimenticano il bravo artigiano che con maestria e sapienza ha messo l’anima nei loro mobili, porte, librerie realizzate su misura.
Una soddisfazione per Fausto che più di una volta mi ha ripetuto che nella sua vita da falegname ha lavorato più per se stesso che per i clienti, nel senso che il primo ad essere appagato del lavoro doveva essere lui. Un vecchio modo di concepire la vita e la professione, la necessità di fare bene le cose perchè è così che si doveva fare, l’importanza del lavoro “ben fatto”, della dedizione e  dell’impegno. Concetti e valori  che anche oggi dovremmo riscoprire  per il bene ed il futuro del nostro Paese anche in presenza di un mercato condizionato dal prodotto industriale, che risponde alla logica del minor tempo impiegato e del minor costo, anche quando va a discapito della qualità.

A questo grande amore per il  lavoro, alla propria bottega Fausto,  ha dedicato tutta la sua vita, rinunciando a progetti personali e familiari, vivendo il proprio mestiere come pienezza e testimonianza di una profonda fede cristiana. La preghiera e la lettura della Bibbia, infatti,  sono state sempre, e ancora di più lo sono oggi  ad 83anni,  per Fausto,  compagne, guida e cardini di riferimento.
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Una persona mite, saggia, paziente, profonda nei suoi valori  che con la meritata pensione, dopo anni a trasformare il legno, come lui dice “dono di Dio” in bei manufatti, dopo aver lavorato per una vita dall’alba fino a tarda sera segando e piallando legno,   ha scoperto dentro di se stesso, nella “stagione della vecchiaia”  nuovi linguaggi espressivi: la poesia e la pittura.
La poesia di un falegname, che nella vita non ha avuto tempo da dedicare  alla scuola, ma che ha  sopperito a tale lacuna grazie alla  ricchezza  di una profonda saggezza, l’intelligenza e la spontaneità. Poesie, pensate di giorno scaturite da incontri, passeggiate e da riflessioni derivate dalla lettura della Bibbia.
Anche per la pittura Fausto è un autodidatta, una passione scoperta a tarda età a seguito di un corso frequentato presso la nostra Università della Terza età e che oggi si è trasformata in una inseparabile compagna di viaggio.
***“il mare” di  Fausto Fattorini, 2002
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Da ultimo Fausto nel ritratto che fa di lui il suo grande storico amico, il Giudice dott. Raniero Gaggiotti: ” Conosco Fausto da circa quarant’anni e di lui mi piace ricordare in particolare il talento e la fede: quanto al talento, ha sempre avuto un gusto squisito e sicuro che, unito alla grande professionalità lo porta a consigliare sempre oggetti di qualità che con il tempo acquistano in preziosità , e quindi, in valore; quanto alla fede è generata  e arricchita dalla lettura attenta e frequente dei testi sacri della nostra religione cattolica. Da circa vent’anni Fausto si diletta anche di scrivere delicate poesie e di eseguire pastelli ed acrilici che ne testimoniano la versatilità e la sensibilità.
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Grazie Fausto per questa bella testimonianza di vita.
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La Presidente del Consiglio Comunale
*****prof.ssa Paola Andreoni

Angoscia 
In una mattina di foschia e
cielo grigio come solitudine,
abbattuto dalla sofferenza
come raccolto perduto.
Pensiero profondo come
abisso inaccessibile e
pensiero come turbine indomabile
improvviso come tuono
che desta il profondo dell’animo
dal mistero,
ergendo il capo uno squarcio
radiante come accesso a nuova dimensione
che alletta come madre che allatta il suo bimbo.
In quell’attimo come una
sorgente impetuosa che purifica l’essere,
il dolore è come forgiatura
che dona lucentezza.
****** di Fausto Fattorini, 2005

 

Il sole Amoroso
Attendo con gioia l’aurora,
come sposa per adonarla di luce.
E così mi diletto:
o terra sospesa nell’infinito,
con i tuoi ricami dorati,
brillanti come diamanti,
per questo ti coloro
come quadro prezioso
perchè mi alletti in amore indelebile.
Incomincio a dipingere in svariati colori
che fanno sospirare poeti e pittori.
i primi lampeggi dell’orizzonte,
un rosso come rosa profumata,
che varia in argento brillante,
come manto per il mare,
per addolcire la brezza mattutina.
le nubi a cascatelle di colori
graduali come scale ascendenti,
gira, terra mia diletta, come indossatrice,
perchè ti voglio contemplare,
per l’ultimo ritocco di luci sfumate e brillanti
che scivolano lentamente perchè tu ti allontani.
E aspetto con amore ineffabile
per darti nuovi ornamenti.

***** di Fausto Fattorini, 2004

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25 novembre: il coraggio delle donne

Il 25 novembre ricorre la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Tante le iniziative, in Italia e nel mondo.
La violenza sessuale e  l’arma dello stupro sono terribili: anche se non uccide annienta e stuprare è da secoli strategia di dominio su intere popolazioni.

E’ di pochi giorni fa la condanna di Ratko Mladic e Radovan Karadzic da parte del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. Per l’Osservatorio Balcani e Caucaso, la guerra in Bosnia è stata  una guerra contro le donne. Si contano a migliaia le donne vittime di violenza. La condanna di Ratko Mladic e Radovan Karadzic rende loro giustizia, anche se non risolve la violenza subita.
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Voglio ricordare anche tra le tante testimonianze di vittime di violenza che non si sono rassegnate, Rebecca Masika Katsuva, dal suo immenso dolore, ha rigenerato tante vite annientate.

Nel 1998 Masika e le sue figlie adolescenti sono state violentate dai combattenti dei gruppi armati che terrorizzano le popolazioni rurali al confine tra Rwanda, Burungi e Uganda. Nel 1999 Masika, ha fondato un’associazione per aiutare le donne vittime di violenza. La sede era la sua casa a Buganda, villaggio nella provincia del Sud Kivu, zona di conflitto.
Ascolto, assistenza sanitaria, aiuto per crescere i bambini nati dalle violenze: sono state 6mila le donne assistite da Masika e dalle sue cinquanta – quante sono oggi – case di accoglienza. Masika non si è mai fermata, nonostante abbia vissuto esperienze terribili, come la morte di sua madre che collaborava con l’associazione: rapita, violentata e uccisa.

Una donna coraggiosa, che ha messo a rischio la propria vita, ogni giorno, per tentare di salvare le vite, e la dignità, di tante altre donne ferite, come lei. Senza mai cedere alla paura e alle minacce.

“Ho deciso che dovevo fare qualcosa per rendere più forte me stessa e le altre donne. Per far tornare le donne a essere quello che erano, prima delle violenze. Ho voluto dire alla donne che hanno subito uno stupro come me che non è la fine. Si può iniziare di nuovo, come ho fatto io. Nonostante tutto quello che ho passato, sono ancora in piedi e se ce l’ho fatta io, possono farcela anche loro” Masika 2003

Tre anni dopo se n‘è andata lasciandoci la sua lezione, un seme che resta, ben piantato nella terra sventurata del Congo.
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Insieme ai lavoratori Ikea: più diritti meno precarietà.

Solidarietà e vicinanza ai lavoratori Ikea che a livello nazionale hanno lanciato la vertenza, denominata Cambia Ikea, con una raccolta di firme rivolta ai clienti del colosso svedese dei mobili. Il problema è principalmente l’utilizzo sproporzionato del tempo parziale di lavoro, che oscilla tra 24 e 30 ore settimanali e che riguarda il 70% della forza lavoro. Una forma di lavoro che coinvolge sopratutto tanti giovani, ragazze e ragazzi anche con più di 10 anni di anzianità per un salario che non permette loro la sicurezza della costruzione di un progetto di vita che anzi va ad alimentare la tanta precarietà già presente nel nostro Paese.
Paola
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Questo il testo della petizione  raccolta firma, inviata al Ministero del lavoro.

Il design innovativo, i prezzi abbordabili, il sistema di vendita, l’immagine aziendale, ma la vera base del successo di Ikea sono i suoi dipendenti, siamo noi.
Siamo noi che vi consigliamo, anche se qualche volta vorremmo farlo meglio ma da questa mattina ci hanno cambiato reparto, senza che servisse davvero.
Siamo noi che sistemiamo gli scaffali e gestiamo le casse con turni di lavoro pesanti e sempre diversi (e la nostra vita fuori di qui, perché anche noi ce l’abbiamo, un po’ ne risente).
Siamo noi ad accogliervi con un sorriso, anche se le ore del contratto sono poche, non ce le vogliono aumentare e siamo senza un contratto nazionale dal 2015 (e qualche soldo in più fa davvero comodo a tutti).
Siamo noi che lavoriamo, come altri troppi colleghi della grande distribuzione, anche quando tutti fanno festa ed anche i nostri bimbi vorrebbero giocare nel lettone, ovviamente Ikea.
Siamo noi che qualche idea ce l’abbiamo pure su come si potrebbe lavorare meglio e servirvi meglio e vendere di più, tranne che la dirigenza italiana del grande e affermato gruppo svedese sa già tutto e va avanti per la sua strada.
Siamo noi che con il nostro sindacato siamo stanchi di incontri vuoti e inconcludenti, altro che “partecipazione e protagonismo, armonia e benessere” come sta scritto nei cataloghi.
Siamo noi che non solo vogliamo essere orgogliosi di “essere Ikea“, ma che pretendiamo qualcosa: rispetto, considerazione, diritti, coinvolgimento nelle scelte e nella progettazione di un futuro migliore. Per noi, per voi, anche per Ikea.
Se ci capite, se “effettivamente non hanno tutti i torti”, se il nostro approccio e le richieste vi convincono: ditecelo, sosteneteci, fate girare la voce.
Metteteci un po’ la faccia anche voi e cominciate mettendoci una firma, qui sotto. Grazie.
Noi lo faremo sapere in giro, il consenso che raccogliamo, se permettete. Anche al grande capo che sta fra le renne, anche a quelli che comandano sotto la madonnina, anche al ministro, al presidente, forse anche al Papa.
Già che ci siamo: Auguri di benessere e serenità, ma davvero per tutti.

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