Artigianato nella Valmusone, i numeri della crisi: nel 2013 hanno chiuso 222 imprese.

La Confartigianato oggi ha reso noti i  numeri della crisi, crisi che fa tremare anche nella nostra zona della Valmusone. Nel 2013 hanno chiuso 222 imprese. Attività che si sono “arrese” impovendo ancor di più il già fragile tessuto economico del nostro territorio. Il dato è emerso da una ricerca effettuata dalla Confartigianato di Osimo.
artigianato crisiIvano Gardoni, segretario CGIA Ancona,  nel commentare i dati si spinge a dire che  “non c’è stato alcun tipo di progresso rispetto all’anno passato. Alle 31 imprese nate nel 2013 nella zona  fanno riscontro  un saldo negativo di -32 unità.
Nella zona di Osimo le aziende attive a fine anno 2013 risultano 1052. Soffre in particolare  l’artigianato del comparto dell’edilizia malgrado gli interventi governativi degli incentivi previsti per le ristrutturazioni e per l’efficienza energetica.

Il quadro che emerge è tutt’altro che roseo. La crisi continua e non  si intravede ancora la ripresa, ripresa che potrà  riattivarsi a fine 2014 e solo se  verranno messe in atto misure concrete a supporto del sistema produttivo: riduzione del carico fiscale sul lavoro,   semplificazione  negli adempimenti burocratici, facilitazioni per l’accesso al credito. Interventi ai quali anche l’ Ente Locale è chiamato a dare il proprio contributo.

Se non si farà tutto questo, rischiamo un altro anno di recessione per l’artigianato della Valmusone.
Paola

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– dal Nuovo 5 Torri in distribuzione in questi giorni nelle case degli osimani ” Nessuna buona notizia: nessun aiuto alle attività economiche cittadine.“;
 L’Imu «spreme» le imprese: anche Simoncini e le sue liste ci hanno messo del loro;
– ” Osimo e gli osimani sentono la necessità di avere il 7° assessore ? “;
– ” La critica situazione del commercio osimano“.

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Aiutiamo i nostri ragazzi: questo deve essere l’impegno condiviso di tutti.

abbandoni La profonda crisi economica che da tempo investe il nostro Paese, e non solo, interessa ormai un numero sempre maggiore di cittadini investendo fasce sociali via via più ampie.
L’instabilità del lavoro e la disoccupazione, l’impoverimento delle persone e delle famiglie, la solitudine e la non autosufficienza richiederebbero risorse adeguate e non la riduzione di trasferimenti disponibili per il welfare.
Dispiace vedere che, accanto all’assottigliarsi di risorse per trasferimenti, il  nostro Comune, pur nelle sofferenze dei fondi a disposizione, continua nelle scelte di sprecare importanti energie, e mi riferisco in particolare agli affitti passivi.
Invece di dare risposte adeguate ai bisogni sociali ed assistenziali e alle esigenze di crescita delle persone e delle famiglie, il Sindaco Simoncini insiste per pagare un fitto passivo per un locale in favore di un privato per € 15.000 annuali. Non credo che il Comune di Osimo non abbia un locale da adibire a deposito di materiale cartaceo. In Consiglio Comunale, in risposta ad una specifica interrogazione, il Sindaco Simoncini mi ha risposto in che in fondo si tratta di soli 15.000 €. Ma in questi periodi anche queste cifre devono essere spese con cautela e con dettaglio.

Forse Simoncini e le sue liste non si sono accorti del deficit economico che grava sulle famiglie, sugli operai (se lo sono ancora) o sui poveri disoccupati, che ogni giorno tentano di inventarsi qualcosa pur di arrivare a fine mese.
Il dossier Save the Children 2013 ha messo chiaramente in evidenza, quanto l’attuale situazione Italiana, sta’ incidendo negativamente sulla vita dei nostri bambini, ma soprattutto sul loro futuro.
La povertà sociale, economica, di lavoro e di istruzione sta’ comportando sempre più l’impossibilità di creare prospettive e obiettivi futuri.
Ad incidere maggiormente sulla già pesante situazione, sono stati i tagli alle famiglie ed ai minori, che hanno portato ad un vero e proprio furto di : cibi, vestiti, sport, vacanze. L’Italia infatti si classifica al 18 posto in Europa, per spesa destinata alla famiglia e all’infanzia.
Quasi il 29% dei bambini Italiani, sotto i 6 anni vive in povertà e il 27% vive in stato di deprivazione materiale.
Un altro furto commesso ai danni di questi bambini, forse il più drammatico, è il furto dell’istruzione, infatti una famiglia su 3, oggi, dichiara di non poter pagare le tasse universitarie, anzi addirittura i figli devono cercare lavoro per contribuire alle spese domestiche.
Se siamo arrivati a tanto: l’abbandono scolastico di ragazzi che, a causa di difficoltà economiche delle famiglie, non possono permettersi il prosegui degli studi dopo l’obbligo scolastico, la situazione è veramente drammatica.
Dovrebbe essere evidente a tutti che l’istruzione è la base su cui si fonda il futuro di una nazione e che ogni cittadino dovrebbe avere la reale opportunità di scegliere il proprio futuro attuando quel progetto di vita che gli si confà,
E’ triste pensare che le pari opportunità sono solo sulla carta e che tante famiglie non possono più permettersi di investire nell’istruzione per i propri figli.
Credo che per un genitore sia davvero doloroso dire ad un figlio che lo desidera, che non può continuare la scuola perchè non ci sono i soldi.
Sembra davvero di essere tornati indietro di 50 anni o forse più, quando la scuola superiore e l’università erano appannaggio dei figli delle famiglie abbienti.
Come consigliere comunale di minoranza farò di tutto per denunciare sprechi, che, mai e sopratutto in questo periodo, non si possono tollerare e farò tutto quanto in mio potere perchè il mio Comune possa aiutare chi ne ha bisogno, prima fra tutti i nostri ragazzi e il loro diritto di sognare un futuro migliore.

E’ tempo di cambiare…

Paola

La crisi raccontata papale, papale

Papa Francesco sulla crisi e sul ruolo della politica.

C’è chi non ce la fa più…

Ricevo, manifesto tutta la mia solidarietà  e pubblico.

Sono un piccolissimo imprenditore, sono 5 anni che tiro avanti con sacrificio, ho dato fondo ai pochi risparmi del lavoro dipendente degli anni precedenti, ma i conti sono in rosso.
Quando si riesce ad incassare qualcosina in più (per grazia ricevuta) è in realtà solo un palliativo, perchè a causa dei costi (pur tagliati al minimo indispensabile), tasse, contributi (non avrò mai la pensione…), oneri per una burocrazia indecente, commercialista, ecc….. ecco che i conti tornano in rosso.
Alcuni mi dicono: -ma chi te lo fa fare???? Chiudi ‘baracca e burattini!
Le capacità e la volontà non ti mancano, sei conosciuto, qualcosa trovi di certo, probabilmente ‘a nero’, ma vedrai che la trovi…..>
Che dovrei fare?  Un piccolo imprenditore ( lettera firmata)

126 dipendenti lasciati fuori dalla fabbrica

Questo è quanto  successo alla Best di Montefano e Passatempo di Osimo

( video emittente etv )

Sono 120 i lavoratori della Best, residenti fra Montefano e Osimo che  – senza alcun preavviso  –  sono stati lasciati senza lavoro e fuori dai cancelli della loro fabbrica .
A questi lavoratori, tutta la mia solidarietà e vicinanza.
Il PD è sempre vicino al lavoro. Vicino ai lavoratori ed agli imprenditori coraggiosi che sfidano la crisi senza scaricare, in modo egoistico cieco e sordo i propri lavoratori, come invece si è dimostrato l’atteggiamento avuto dai  titolari della  società Best. Chiudere una fabbrica, cambiare i lucchetti, approfittare del periodo delle  feste per portare via di nascosto  macchinari e le costose attrezzature, non dare alcun preavviso alle proprie maestranze con le quali per anni si è lavorato e grazie alle quali si è ricavato  profitti ed utili, è stato un gesto di viltà e di barbarie contro ogni etica.
Etica che deve guidare e che guida molti imprenditori italiani. Quanto è successo rovina anche l’immagine del ceto imprenditoriale della nostra provincia, diffonde la sfiducia verso la necessaria coesione sociale che invece serve ad affrontare  il delicato momento di crisi che stiamo vivendo  oltre che rappresenta un  grave impoverimento della nostra economia.

Ora mi auguro che la Politica – Regione, Associazioni degli industriali  ( e Governo dal quale  da mesi si aspettano provvedimenti ed interventi economici per la ripresa industriale )   – sappia trovare  risposte alle giuste attese dei  lavoratori della Best .

Paola

La rabbia dei giovani, la miseria del Sud

di Eugenio Scalfari • 09-Ott-11 L’antipolitica non è una risorsa ma un pericolo. Tra le numerose e importanti esternazioni che il presidente Napolitano ha indirizzato nel suo viaggio in Piemonte e in Val d’Aosta ai cittadini che sono accorsi in gran numero a salutarlo ce n’è una che mi ha particolarmente colpito: “Non si debbono dividere gli italiani in buoni e cattivi”.
Secondo me non era un incitamento retorico alla coesione nazionale, che sta giustamente a cuore a chi rappresenta l’unità del Paese, ma conteneva un concetto assai più profondo.
Bontà e cattiveria, egoismo e altruismo, interessi particolari e solidarietà sociale non descrivono una società antropologicamente spaccata in due. Sono piuttosto due vocazioni naturali, due istinti che albergano in ciascuno di noi. In ogni individuo e in tutti i luoghi della Terra quei due sentimenti sono presenti e la storia delle persone, delle comunità, delle nazioni altro non è che il confronto dialettico tra quelle due forze che si contrastano.
Talvolta prevale l’una, altre volte l’altra senza tuttavia che la forza soccombente sia eliminata. Se questo avvenisse l’antropologia della specie risulterebbe radicalmente trasformata: l’umanità della nostra natura diventerebbe in un caso una natura bestiale, nell’altro una natura angelica. L’uomo non è né una bestia selvaggia né un’essenza angelicata.
Queste riflessioni sulla natura della nostra specie non hanno soltanto un valore antropologico, contengono anche un insegnamento politico e una speranza per quanti confidano e lottano per un mondo migliore.
Le divisioni restano, il confronto tra le due vocazioni continua, come continua la contrapposizione tra i diversi modi di concepire il bene comune, ma il valore politico di quell’esortazione è di non disperare del futuro e di non abbandonarsi all’indifferenza e all’apatia.
Credo che questo volesse trasmetterci Giorgio Napolitano e so che questo è stato anche il significato dell’incontro che si è svolto ieri a Milano per iniziativa dell’associazione “Libertà&Giustizia”. È risultato chiarissimo dalle parole rivolte a molte migliaia di cittadini da Giuliano Pisapia, Roberto Saviano e Gustavo Zagrebelsky:

“Non chiediamo niente per noi, ma chiediamo molto per tutti”.

Il vento nuovo che spira con sempre maggior lena in tutto il Paese muove in questa direzione, non spinge verso una o l’altra delle parti politiche in accesa competizione tra loro, ma spinge verso il futuro, verso una nuova modernità che congiunge insieme sobrietà, efficienza, sviluppo, solidarietà. Il logo dei promotori li rappresenta con due valori che dal Settecento ad oggi sono stati il punto di riferimento di quanti hanno combattuto per la democrazia: Libertà e Giustizia. Rendiamo onore a quanti, in anni torpidi e tristi, hanno resistito alimentando la speranza anche quando sembrava ridotta alla luce incerta d’una lucciola nelle tenebre. Ora sta tornando a rifulgere in mezzo alle procelle della crisi che continua a infuriare.
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L’epicentro della crisi è il pericolo incombente della recessione. Nel mondo e in Italia. Gli economisti registrano la recessione analizzando l’andamento della domanda; la domanda crolla a causa della caduta dei redditi; i redditi e quindi il potere d’acquisto diminuiscono per mancanza di lavoro il quale a sua volta cede per la scarsità di domanda. Così il cane si morde la coda, l’effetto diventa a sua volta causa, l’economia reale si avvita e il circolo perverso della stagnazione e poi della recessione si autoalimenta.
Per interromperlo deve entrare in gioco un elemento nuovo, capace di bloccare il ciclo perverso e di cambiare il “trend” e le aspettative dei mercati. Bisogna dunque chiedersi quale sia l’elemento nuovo capace di capovolgere le aspettative. Su questa ricerca si sta discutendo da anni e la discussione negli ultimi mesi è diventata sempre più convulsa. Ora siamo alla stretta finale e, come sempre avviene nei gran finali, il problema è ridiventato politico.
Tutti gli attori che partecipano a questa immane partita mondiale hanno assunto rilievo politico: sono politici per definizione i governi, ma anche le Banche centrali hanno assunto quel ruolo; fa politica il governatore della Federal Reserve americano non meno di Obama; fanno politica Trichet e il suo imminente successore Mario Draghi; fanno politica gli imprenditori e le loro organizzazioni; fanno politica i sindacati; fanno politica i “media”; fa politica la gente che va in piazza. e Fa politica – eccome se la fa – chi propugna l’antipolitica.
La politicizzazione della crisi economica è un fatto naturale: si sta infatti discutendo e decidendo di quale sarà il nostro futuro prossimo che porrà le basi per quello dei figli e dei nipoti. E non si può deciderlo che con la partecipazione responsabile della coscienza collettiva. Oppure con il dominio del dispotismo. Una terza alternativa in questi casi non esiste. Ecco perché l’antipolitica non è una risorsa ma un pericolo.
L’antipolitica può essere generata dalla mediocrità della politica presente, ma deve poi approdare ad una concezione positiva del bene comune altrimenti si incanaglisce nel rifiuto di tutto, esprime l’impulso anarcoide latente in ogni società democraticamente immatura. Il terrorismo degli anni Settanta nacque dall’antipolitica del “vogliamo tutto e lo vogliamo subito” e colpì a morte gli esponenti migliori della democrazia riformatrice, giudici, avvocati, giornalisti, politici, operai, servitori dello Stato.
Ma, senza arrivare a queste forme perverse e fanatizzate, guardate al “Tea Party” americano: non è un movimento di destra repubblicana ma una fanatizzata antipolitica che ha puntato perfino sul “default” dello Stato federale ed ora esalta l’isolazionismo e il razzismo “yankee”.
L’antipolitica è anche l’inevitabile sbocco della disperazione che finisce però, altrettanto inevitabilmente, nell’indifferenza, nella difesa del proprio “particulare” e nella delega in bianco al dispotismo.
L’antipolitica fu l’incubatrice del fascismo. Ed è la natura profonda del “Forza Gnocca” berlusconiano che non è una battuta ma un appello ai peggiori istinti che, appunto, albergano in ciascuno di noi.
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Per scongiurare questi incombenti pericoli bisogna dunque curare la disperazione.
Ce ne sono tante e di varia specie nell’Italia di oggi, ma due sono quelle che fanno massa critica: il futuro dei giovani, la miseria del Mezzogiorno. Ne hanno parlato in questi giorni con accenti preoccupati ed anche accorati Napolitano e Draghi. Ne ha parlato la Chiesa con i suoi maggiori esponenti, dal Papa al cardinal Bagnasco, al nuovo arcivescovo di Milano Angelo Scola. Ne parlano le opposizioni, dal Pd a Vendola, da Casini alla Camusso. Fa senso constatare che quelle due emergenze – Mezzogiorno e giovani – non siano state neppure nominate e prese in seria considerazione nelle quattro o cinque manovre economiche uscite dalle raffazzonate improvvisazioni del governo e della sua maggioranza.
Eppure quelle due disperazioni potrebbero essere due occasioni storiche per lo sviluppo dell’economia italiana, gli elementi di rilancio per farci uscire dallo stagno e impedire che si trasformi in recessione.
La sfiducia dei mercati verso i debiti sovrani è stata per ora attenuata da una saggia decisione della Bce, sorretta (finalmente) dal consenso indispensabile della Germania: garantisce alle banche europee un accesso illimitato al finanziamento della Banca centrale, con tassi favorevoli e la durata d’un anno.
La minaccia sulle banche è stata il punto sensibile della speculazione; la Bce ha spezzato la punta di quella lancia ed ha tranquillizzato i mercati. Ma questa strategia finanziaria cura i sintomi, è una sorta di cortisone, non rimuove le cause.
Le cause si rimuovono investendo sulla domanda di lavoro, cioè sugli investimenti, sugli sgravi fiscali che rilanciano i consumi, sulla rete d’un “welfare” moderno che copra i precari e i disoccupati.
Una riforma delle pensioni che porti subito tutte le pensioni d’anzianità al sistema contributivo è auspicabile anche dalla sinistra responsabile e dai sindacati, ma ad una condizione: non serva a fare cassa bensì ad essere investita nel “welfare” a favore d’un patto generazionale tra padri e figli.
Questo è vero riformismo. Le aziende debbono riguadagnare competitività e produttività, ma lo Stato e la collettività debbono darsi carico di quanti subiscono i contraccolpi della globalizzazione e della concorrenza che essa ha scatenato su tutti i mercati.
Discorsi analoghi valgono per il Sud. La depressione economica di quelle regioni è lo scarto che non solo consente ma impone il rilancio degli investimenti. Le risorse ci sono: lotta all’evasione come la fece Vincenzo Visco e prelievo patrimoniale ordinario con basse aliquote e vasta platea.
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Poche parole sull’interessante ricordo che Napolitano ha fatto qualche giorno fa di Giuseppe Pella, iniziando da Biella il suo viaggio piemontese.
Pella è nato e sepolto a Biella. Fu ministro delle Finanze quando Luigi Einaudi era ministro del Bilancio; poi fu nominato presidente del Consiglio a Ferragosto del 1953 e durò in carica cinque mesi. Dopodiché di Pella non si parlò più.
È giusto che, visitando varie città storiche del Piemonte, il Presidente rievochi la memoria dei loro più illustri cittadini. Biella è stata storicamente importante perché lì nacque, ad opera di un paio di geniali imprenditori, l’industria tessile dell’Italia moderna, ma a Biella è anche nato Quintino Sella che fu uno dei maggiori protagonisti della politica finanziaria durante il quasi ventennale periodo di governo della Destra storica, dal 1861 al ’76.
Napolitano ha scelto di ricordare Pella dedicando agli imprenditori tessili e a Quintino Sella (più che mai attuale nelle vicende di questi mesi) brevi parole di circostanza. Perché questa scelta?
Ieri, parlando a Dogliani e ricordando Luigi Einaudi che lì nacque, il Presidente ha negato che vi fosse alcuna sua intenzione politica nel suo ricordo di Pella. È opportuno che l’abbia detto, ma il fatto obiettivo rimane.
Nell’estate del 1953 ci furono elezioni politiche molto agitate; la Dc e i partiti laici suoi alleati avevano varato una nuova legge elettorale che consentiva l’apparentamento di liste varie e un premio di maggioranza alla coalizione vincente. Doveva raggiungere la soglia del 50 più 1 dei voti e avrebbe ricevuto un premio per governare con piena tranquillità. L’opposizione la chiamò “legge truffa”, certamente esagerando. Ci furono proteste violentissime, nacque una lista guidata da Calamandrei, un’altra di liberali intransigenti guidata da Corbino. La conclusione fu la sconfitta della Dc e dei suoi alleati che non raggiunsero la soglia prevista.
De Gasperi decise di ritirarsi dalla politica. Nella Dc stava emergendo Fanfani ma incontrava molte resistenze; la crisi si presentava insomma assai accidentata.
Vigeva fin da allora la prassi delle consultazioni del Capo dello Stato con tutti i gruppi parlamentari; poi un incarico esplorativo, poi l’incarico formale, poi consultazioni dell’incaricato con i partiti di governo e le correnti per l’assegnazione dei ministeri. Infine la presentazione del nuovo governo al Parlamento. Così andarono le cose durante i quarant’anni della Prima Repubblica. Ma la lettera della Costituzione è molto più breve, dice soltanto: “Il presidente della Repubblica, sentiti i presidenti delle Camere, nomina il presidente del Consiglio e – su sua proposta – i ministri”.
Einaudi, nonostante la prassi, fece esattamente così. Sentì i presidenti delle Camere, poi andò nella villa di Caprarola e convocò Pella informandolo che aveva già scritto e firmato il decreto che lo nominava presidente del Consiglio. Voleva un governo di “decantazione” che preparasse una nuova legge elettorale.
Questo è tutto. Dal che risulta che la lettera della Costituzione consente al Capo dello Stato di saltare ogni prassi restando saldamente nei limiti che la Costituzione prevede. Napolitano esclude che la sua “citazione” contenga una qualunque intenzione. Ho già detto che ha fatto bene ad escluderla ma resta che il precedente einaudiano conferma, ove mai ce ne fosse bisogno, la correttezza procedurale di attenersi interamente e soltanto al dettato letterale della Costituzione. In questo caso ci ha rimesso Quintino Sella, ma noi siamo contenti che, al bisogno, quel comportamento rientri nel novero d’una correttissima procedura e delle prerogative che la Costituzione assicura al Presidente della Repubblica.

L’obiettivo del Governo: isolare la CGIL

In tempi di crisi, in cui c’è un’emergenza in atto di occupazione e precarietà del lavoro, non è paradossale volere inserire nella manovra modifiche allo Statuto dei lavoratori riguardanti la “libertà di licenziare“?
Il fatto è che anche di fronte all’emergenza in cui si trova il Paese, il ministro Sacconi e Berlusconi continuano imperterriti in quello che da sempre è la loro  missione: creare tensione tra le parti sociali e isolare la CGIL.
Mi auguro che i sindacati  non cadino nelle provocazioni di un governo irresponsabile, e sappiano trovare una linea comune su cui muoversi per difendere i diritti dei lavoratori e nello stesso tempo salvaguardare la produttività delle imprese.

Paola