Concita De Gregorio: Il momento della famiglia

Il momento della famiglia, “La Repubblica” Venerdì 6 marzo 2020 di Concita De Gregorio
Tutti a casa, la mattina. Che bella opportunità per parlarci, per starci a sentire, per pazientare, per raccontarci storie. Per i padri, che tuffo nella vita di ogni giorno
Vediamola così: è il momento della famiglia. Un momento di studio, di approfondimento: cos’è, come funziona. Osservarla da vicino, non si può far altro. Va tutto bene, nel vostro privato minimondo? Chi sono le persone con cui viviamo da anni, da decenni, chi siamo noi davvero. Poiché siamo costretti a vivere a un metro e mezzo di distanza da chiunque salvo che dai “nostri cari”, che continuano a entrare nel bagno mentre ci siamo già noi, a bere in bicchieri appena sciacquati con la mano sinistra e in qualche caso a dormire nel nostro stesso letto ecco che la Questione diventa davvero interessante, specialmente di mattina. Quando cioè anziché essere tutti fuori a volte salvo uno, di solito salvo una, sono tutti lì. Tutti qui. A dire hai mica visto, sai dov’è, ad aprire il frigo e dire è finito il latte – come osservazione, in tono neutro. Arrivano per mail i compiti a casa di meritori maestri insegnanti e presidi, accompagnati sovente da lettere magnifiche. Un liceo intitolato ad Attilio Bertolucci ha inviato una lettera collettiva che chiarisce – declinandolo in cronaca – il significato di “assenza, più acuta presenza“. Bello. Poi però c’è l’acuta presenza in presenza: la convivenza obbligata. Un master, praticamente. Per gli uomini soprattutto: o per meglio dire per quegli uomini che danno per scontato che la cura – della casa, dei vecchi genitori al piano di sopra o nella stanza accanto, dei figli bambini – sia qualcosa che si autogenera senza sforzo. Il carico mentale delle donne, siano cassiere al super o amministratrici delegate, prevede che si facciano carico persino del disagio che comporta il loro malessere. Cioè: sto male, ma è meglio che non lo dica fino a che non sto proprio malissimo, ché altrimenti metto gli altri di malumore.

Ho conservato per anni la copia di quella pagina di diario di Madaleine Albraight, allora segretario di Stato americano, dove c’era scritto a penna, in questa sequenza: “Telefonare Arafat, chiamare idraulico“. Mi faceva ridere, ma ero molto giovane. Ecco. Leggo norme igieniche raccomandate. Sono assolutamente sconsigliati i rapporti extraconiugali, per esempio. Immagino rese dei conti, mesti ritorni all’ovile. Con l’eccezione di Silvio Berlusconi, in materia da sempre un passo avanti, sospensione di nuovi fidanzamenti. L’unica comunità frequentabile diventa all’improvviso la meno frequentata. Proprio in termini di ore per giorno, statisticamente: casa propria.
Allora penso, esempi: se le badanti dei vostri genitori, le ragazze alla pari dei vostri figli, le extracomunitarie – sempre donne – che mettono ordine nel vostro disordine dichiarassero da un giorno a un altro di non essere più disponibili a restare in “questo pericoloso Paese”? Perché poi. Il congedo parentale, il permesso, la baby sitter – non c’è scritto, nella norma, che sia questione da femmine. Che grande occasione. Crisi, lo dice la parola: opportunità. La Questione mette alla prova sull’indicibile. Cosa conta, cosa importa, cosa è veramente indispensabile alla vita. Mi corrisponde il posto in cui sto? Sono in grado di starci tutto intero senza deroghe, di farmene carico con piacere? Chi sono io, chi sono loro? Ci conosciamo? Un bambino, nel mio condominio, ha detto ieri: tanto muoiono solo i vecchi. Deve averlo sentito a casa. I vecchi non contano. La signora dell’ultimo piano, vecchia, ha guardato la madre – che si è un po’ vergognata. Enea portava sulle spalle suo padre, i padri contavano più dei figli una volta: perché la saggezza di un padre quando si perde si perde per sempre, un bambino – nel nostro tempo non si può dire – si può rifare, un vecchio no. I vecchi nelle case stanno spesso da soli. Accuditi da estranei, persone pagate per farlo, il portiere. Ora improvvisamente sono pieni di gente attorno.

Tutti a casa, la mattina. Che bella opportunità per parlarci, no? Per starli a sentire, per pazientare dei loro bisogni, per farsi raccontare storie. I bambini sono in carico alle madri. Che grande home-learning per imparare come funzionano. Per i padri, che tuffo nella vita di ogni giorno. Pensavo, fino a ieri, che sulla Questione non ci fosse niente da dire: solo ascoltare chi ne sa di più, anche se alla fine nessuno ne sa veramente granché. Anche questa è una lezione, per la generazione che non ha mai vissuto guerre, calamità catastrofiche, per noi che siamo cresciuti presumendo di governare il nostro destino. Controllarlo. Invece no. Qualcosa si può dire, ed è questo: si sta come d’autunno. Non si sa, a chi capita. Conviene essere gentili, generosi. Fare un gesto che faccia l’altro felice, anche solo un momento. Rischiare qualcosa, pur di dare. Mettersi nei panni, immaginare stati d’animo. Fare cose semplici e concrete. Togliere la password del wifi – mi ha detto un’amica – perché chi vive nel palazzo possa usarlo. Chiedere: cosa ti serve, come ti senti. Pensare ad altro da sé. Il rispetto, l’attenzione, la cura. Il silenzio, anche. Fare silenzio – che leva formidabile il silenzio, in questo tempo saturo di parole inutili. Ricordare chi ci ha amato, accorgersi di chi ci ama. Vuoi vedere che serve, la Questione, anche a fare un po’ di esercizio fra uomini e donne, fra vecchi e bambini. A darsi il cambio, sperimentare la vita dell’altro. Guardarsi negli occhi: in famiglia, a casa. A capire meglio, intendo. Chi sono, chi siamo. Cosa vogliamo che resti, in questo piccolo tempo, del nostro transito. Del senso che ha, e per cosa, per chi.

 

 

 

 

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Le altre DONNE

Manuela e Fausto suggeriscono la lettura di questo articolo della direttrice dell’Unità. Come dice Manuela, si tratta di uno  spunto di riflessione su cose che sappiamo … e come suggerisce Fausto …un consolante articolo. Grazie e grazie a Concita De Gregorio


Le altre donne di Concita De Gregorio . Esistono anche altre donne. Esiste San Suu Kyi, che dice: «Un’esistenza significativa va al di là della mera gratificazione di necessità materiali. Non tutto si può comprare col denaro, non tutti sono disposti ad essere comprati. Quando penso a un paese più ricco non penso alla ricchezza in denaro, penso alle minori sofferenze per le persone, al rispetto delle leggi, alla sicurezza di ciascuno, all’istruzione incoraggiata e capace di ampliare gli orizzonti. Questo è il sollievo di un popolo».
Osservo le ragazze che entrano ed escono dalla Questura, in questi giorni: portano borse firmate grandi come valige, scarpe di Manolo Blanick, occhiali giganti che costano quanto un appartamento in affitto. È per avere questo che passano le notti travestite da infermiere a fingere di fare iniezioni e farsele fare da un vecchio miliardario ossessionato dalla sua virilità. E’ perché pensano che avere fortuna sia questo: una valigia di Luis Vuitton al braccio e un autista come Lele Mora. Lo pensano perché questo hanno visto e sentito, questo propone l’esempio al potere, la sua tv e le sue leader, le politiche fatte eleggere per le loro doti di maitresse, le starlette televisive che diventano titolari di ministeri.
Ancora una volta, il baratro non è politico: è culturale. E’ l’assenza di istruzione, di cultura, di consapevolezza, di dignità. L’assenza di un’alternativa altrettanto convincente. E’ questo il danno prodotto dal quindicennio che abbiamo attraversato, è questo il delitto politico compiuto: il vuoto, il volo in caduta libera verso il medioevo catodico, infine l’Italia ridotta a un bordello.
Sono sicura, so con certezza che la maggior parte delle donne italiane non è in fila per il bunga bunga. Sono certa che la prostituzione consapevole come forma di emancipazione dal bisogno e persino come strumento di accesso ai desideri effimeri sia la scelta, se scelta a queste condizioni si può chiamare, di una minima minoranza. È dunque alle altre, a tutte le altre donne che mi rivolgo. Sono due anni che lo faccio, ma oggi è il momento di rispondere forte: dove siete, ragazze? Madri, nonne, figlie, nipoti, dove siete. Di destra o di sinistra che siate, povere o ricche, del Nord o del Sud, donne figlie di un tempo che altre donne prima di voi hanno reso ricco di possibilità uguale e libero, dove siete? Davvero pensate di poter alzare le spalle, di poter dire non mi riguarda? Il grande interrogativo che grava sull’Italia, oggi, non è cosa faccia Silvio B. e perché.
La vera domanda è perché gli italiani e le italiane gli consentano di rappresentarli. Il problema non è lui, siete voi. Quel che il mondo ci domanda è: perché lo votate? Non può essere un’inchiesta della magistratura a decretare la fine del berlusconismo, dobbiamo essere noi. E non può essere la censura dei suoi vizi senili a condannarlo, né l’accertamento dei reati che ha commesso: dei reati lasciate che si occupi la magistratura, i vizi lasciate che restino miserie private.
Quel che non possiamo, che non potete consentire è che questo delirio senile di impotenza declinato da un uomo che ha i soldi – e come li ha fatti, a danno di chi, non ve lo domandate mai? – per pagare e per comprare cose e persone, prestazioni e silenzi, isole e leggi, deputati e puttane portate a domicilio come pizze continui ad essere il primo fra gli italiani, il modello, l’esempio, la guida, il padrone.
Lo sconcerto, lo sgomento non sono le carte che mostrano – al di là dei reati, oltre i vizi – un potere decadente fatto di una corte bolsa e ottuagenaria di lacchè che lucrano alle spalle del despota malato. Lo sgomento sono i padri, i fratelli che rispondono, alla domanda è sua figlia, sua sorella la fidanzata del presidente: «Magari». Un popolo di mantenuti, che manda le sue donne a fare sesso con un vecchio perché portino i soldi a casa, magari li portassero. Siete questo, tutti? Non penso, non credo che la maggioranza lo sia. Allora, però, è il momento di dirlo.