Il governo Monti tra destra e sinistra

Il governo Monti tra destra e sinistra di Eugenio Scalfari • 26-Feb-12
Fino a poco tempo fa si diceva che l’Europa avesse molti problemi, uno dei quali era la Grecia ma i più preoccupanti erano la Spagna e soprattutto l’Italia. Oggi però risulta chiaro che il vero problema è l’Europa, anzi l’Europa tedesca perché è la Germania a dare il “la” a tutta l’orchestra delle istituzioni europee. Il presidente del Consiglio, Herman Van Rompuy, il presidente della Commissione Manuel Barroso, i commissari, i direttori generali e i loro vice, i segretari del Parlamento di Strasburgo e i funzionari delle commissioni parlamentari: una vasta e potente burocrazia plurinazionale dove i posti-chiave sono in mano a tedeschi e francesi e ai loro stretti alleati e dove le funzioni politiche sono esercitate da una tecnostruttura che ha gli occhi costantemente rivolti a Berlino.
Il voto all’unanimità, che è ancora la regola per le decisioni più importanti dell’Unione, costituisce una delle varie armi a disposizione della Germania. È vero che esso conferisce un diritto di veto a tutti i Paesi dell’Unione, ma quei veti possono essere controllati, ammorbiditi, aggirati quando a porli sia uno degli altri 26 Paesi membri; ma quando è la Cancelliera tedesca a dire “no”, quel no è insuperabile perché – tutti ormai l’hanno capito – è Berlino che fa la legge. Anche la Francia infatti ha ormai piegato la testa riconoscendo d’esser figlia di un Dio minore. La Germania è il Paese europeo più ricco, più produttivo, più innovativo dell’Unione; è il centro geopolitico del continente ed è ormai l’alleato privilegiato degli Stati Uniti.
Questo è lo stato dei fatti anche se formalmente non appare, anzi non appariva fino a qualche anno fa, ma adesso l’egemonia tedesca sulla politica economica dell’intero Continente è conclamata. Purtroppo si tratta d’una politica ottusamente deflazionistica, ottusamente “virtuosa”, ottusamente manichea e quindi socialmente crudele. Per conservare ed accrescere la sua egemonia la Germania rifiuta o rallenta il percorso che dovrebbe portarci alla nascita di un’Europa federale come previsto dallo spirito dei trattati fondativi della Comunità. Rifiuta che l’Europa sia rappresentata da una sola voce e che un suo rappresentante (dell’Europa) entri a far parte come membro permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Rifiuta che lo stesso avvenga nel Fondo monetario (Fmi) e nelle altre istituzioni internazionali. Rifiuta infine che la Banca centrale europea abbia lo “status” delle Banche centrali di tutto il mondo.
La Germania vuole invece che l’Unione rimanga a mezza strada tra una semplice Confederazione di libero scambio e un vero Stato con elezioni popolari dirette e organi federali. A mezza strada significa una struttura intergovernativa dove i governi più forti fanno la legge e dove gli Stati nazionali mantengano piena autonomia salvo alcuni spicchi di sovranità trasferiti all’Unione (vedi il rigorismo economico) se quel trasferimento rafforza l’egemonia dello Stato-guida. La situazione attuale si può dunque riassumere così: la Germania impedisce che ai cittadini degli Stati nazionali siano riconosciuti tutti i diritti che una piena cittadinanza europea comporta. Questo è il problema europeo.
Da qualche mese però si è aperta una falla nella carena dell’Europa tedesca. L’hanno aperta Mario Monti da un lato e Mario Draghi dall’altro. Non credo che ci sia un accordo tra loro, ma una convergenza oggettiva la si vede senza bisogno di lenti d’ingrandimento. L’obiettivo di Monti è di far tornare l’Italia in prima fila sulla scena della politica europea e di favorire ulteriori cessioni di sovranità dagli Stati nazionali alle istituzioni dell’Unione. Il documento firmato da Monti e da Cameron, dalla Spagna e dalla Polonia, dall’Olanda, dalla Repubblica Ceca e dagli Stati Baltici, che chiede di concentrare nella Commissione europea la gestione della concorrenza e delle regole che la tutelino soprattutto nel settore dei servizi fin qui trascurato, marcia in quella direzione. Non a caso Germania e Francia per ora non hanno aderito a quell’iniziativa. I “media” dal canto loro l’hanno sottovalutata sebbene essa possieda una forte carica di liberalizzazione intra-europea, mirata non più al rigore già acquisito ma alla crescita. Si tratta in realtà di un’iniziativa contro le “lobby” a livello continentale.
Monti conosce bene quel tema, fa parte della sua lunga esperienza di commissario dell’Unione. Non è un caso che la sua iniziativa europea avvenga in sintonia con il decreto sulle liberalizzazioni in discussione nel Parlamento italiano e non è un caso che proprio l’altro ieri il presidente del Consiglio abbia deciso di disconoscere tutti gli emendamenti che le lobby hanno tentato di introdurre nel decreto attraverso la compiacenza dei partiti di riferimento.
Il presidente della Repubblica – che segue con la massima attenzione quanto sta accadendo su questo tema sia in Italia sia in Europa – è intervenuto giovedì scorso contro la pioggia di emendamenti eterogenei sul decreto delle semplificazioni ed ha contemporaneamente ricordato l’importanza della politica di liberalizzazioni. Anche il Partito democratico s’è schierato sullo stesso terreno che del resto fu proprio Bersani ad anticipare come ministro dell’Industria all’epoca del governo Prodi. Mario Draghi batte anche lui su quel tasto ad ogni sua uscita pubblica. I veri nodi strategici di questa politica non sono i tassisti, le farmacie e neppure gli ordini professionali. I veri nodi da sciogliere sono i costi dell’energia, la rendita metanifera dell’Eni, l’intreccio degli interessi tra le banche, le fondazioni, le compagnie d’assicurazione. E anche, ovviamente, il mercato del lavoro.
La battaglia delle liberalizzazioni non ha niente a che vedere con l’ideologia liberista. Soltanto una sinistra becera e aggrappata alle mitologie e alle ideologie del secolo scorso può identificare la lotta contro le corporazioni e contro gli intrecci d’interesse con il thatcherismo e il reaganismo. Il capitalismo democratico e la politica sociale di mercato furono l’esatto contrario del liberismo selvaggio che porta sempre nel suo ventre l’oligopolio e il monopolio. L’economia globale ha riaperto questo problema ponendolo su basi del tutto nuove. Il capitalismo democratico rese possibile l’incontro con il riformismo socialista nel felice trentennio che va dal 1945 alla metà degli anni Settanta. Ora quel modello va ricostruito su nuove basi.
Nuovo modello ma identici obiettivi. Per questo è un’assurdità porre la domanda se Mario Monti sia di destra o di sinistra. Monti è un riformista e un innovatore. Ci può essere una destra riformista e innovatrice (la Destra storica lo fu) e una sinistra riformista e innovatrice e così pure un sindacato e un’imprenditoria con quei medesimi obiettivi. Qualche nome del nostro passato, tanto per avere concreti riferimenti? Li ho già fatti in altre occasioni quei nomi ma forse è bene ripetersi per chi non ha orecchi per ascoltare o cervello per intendere: Luigi Einaudi, Ezio Varoni, Ugo La Malfa, Bruno Visentini, Raffaele Mattioli, Altiero Spinelli, Riccardo Lombardi, Antonio Giolitti, Luciano Lama, Pasquale Saraceno, Nino Andreatta, Carlo Azeglio Ciampi. L’elenco è assai più lungo, per fortuna c’è stata e c’è ancora un’Italia perbene, responsabile e consapevole, che antepone l’interesse generale a tutti gli altri. Credo che i nostri due Mario facciano parte di questo elenco.
La riforma del mercato del lavoro fa parte della politica di liberalizzazione la quale non si limita a liberalizzare le merci e i servizi. Questa è la parte più facile ed è già in gran parte avvenuta in Europa con la nascita della Comunità e i trattati di Roma del 1957. Può e dev’essere migliorata e completata, ma il nodo da sciogliere ora è un altro e riguarda le persone. Il mercato del lavoro non è uno spazio unitario ma uno spazio segmentato. C’è un mercato del Sud e uno del Nord, un mercato del lavoro per gli uomini e uno per le donne, uno per i giovani e uno per gli anziani, uno a tempo indeterminato e uno a tempo determinato, uno alla luce del sole e uno sommerso, uno per le piccole imprese e uno per le grandi, uno per i privati e uno per lo Stato e gli enti pubblici, uno per i cittadini e uno per gli immigrati. Infine ci sono gli occupati, i sotto-occupati e i disoccupati e ci sono tutele sociali per alcuni e nessuna tutela per altri.
Si può dire che il mercato del lavoro in Italia in queste condizioni di intensa segmentazione fatta di veri e propri compartimenti-stagno non comunicanti tra loro, sia un mercato libero dove liberamente si confrontano la domanda e l’offerta di lavoro? Certamente no e lo sanno benissimo le rappresentanze sindacali dei lavoratori e quelle degli imprenditori. Un vero mercato libero e unitario non ci sarà mai perché alcune segmentazioni dipendono dalle diverse tipologie di lavoro; ma l’intensità delle segmentazioni attuali è irrazionale e insostenibile, impastata da privilegi e da rendite di posizione. Un governo che voglia modernizzare la società e accrescerne la produttività puntando sulla liberalizzazione del sistema ha dunque tra i primi obiettivi quello di riformare il mercato del lavoro, gli strumenti contrattuali che ne costituiscono le nervature, i meccanismi di tutela sociale e la parità di accesso e di recesso privilegiando i settori più sfavoriti e più deboli, cioè i giovani e le donne.
In un quadro di queste dimensioni la discussione sull’articolo 18 dovrebbe essere del tutto marginale. Forse simbolica, ma nella sostanza marginale sia per il governo sia per le parti sociali riunite intorno a quel tavolo. Quell’articolo sta per tutela della giusta causa. È evidente a tutti che la giusta causa in un Paese moderno e civile è un canone da rispettare. Non si può licenziare un lavoratore solo perché è antipatico al padrone; tanto meno per le sue opinioni o per il colore della pelle. Ma si deve poter licenziare se il lavoratore non rispetta i ritmi di lavoro previsti dal contratto, se rompe la disciplina che il contratto prevede, se l’azienda deve ridurre la produzione per ragioni economiche dimostrate. Questo complesso di elementi che configura sia l’accesso al lavoro sia il recesso, sono tutelabili in vari modi. L’articolo 18 è alquanto generico ed ha generato una giurisprudenza discutibile e discussa. Può esser sostituito da un testo diverso oppure modificato oppure lasciato tal quale chiarendo meglio la giurisprudenza. In ogni caso – come giustamente ha detto Anna Finocchiaro in una pubblica e recente intervista – le norme che regolano l’entrata e l’uscita dal lavoro vanno estese a tutte le aziende e a tutti i lavoratori mentre l’articolo 18 restringe la tutela agli occupati in aziende che occupano più di 15 dipendenti. I dipendenti di imprese al di sotto di quella soglia sono privi di tutela e questo non è ammissibile.
Il mercato del lavoro non è mai stato così frastagliato. Lo è da vent’anni in qua. Bloccare l’orologio agli anni Ottanta dell’altro secolo è una richiesta irricevibile e se questo fosse lo spirito del sindacato bisognerebbe concluderne che esso è fuori dal tempo; ma ancor più fuori dal tempo sono coloro che in Confindustria o in altre consimili associazioni vorrebbero tornare all’epoca del “padrone delle ferriere”. Le basi per un accordo ci sono perché l’obiettivo comune non può che essere liberalizzazioni moderne, coesione sociale e tutele per i più deboli. Due parole sul governo tecnico e quello politico. In una democrazia parlamentare questa distinzione non può esistere, ogni governo deve avere la fiducia del Parlamento e perciò tutti i governi sono politici. Ci sono invece vari modi per scegliere il Capo del governo. Lo può scegliere direttamente il popolo, lo possono scegliere i partiti e i loro gruppi parlamentari, lo può scegliere il Capo dello Stato. Nel primo caso – scelta popolare diretta – siamo però fuori dalla democrazia parlamentare. Nel secondo e nel terzo caso ci siamo dentro. La nostra Costituzione prevede il secondo e il terzo caso. Durante la prima Repubblica si praticò la scelta affidata ai partiti e ratificata dal presidente della Repubblica. Nella seconda Repubblica il sistema si avvicinò a quello presidenziale e si distaccò notevolmente da quello parlamentare. Complessivamente sono stati molto rari i casi nei quali è stato rispettato il dettato costituzionale. Avvenne durante il settennato di Luigi Einaudi, un paio di volte in quello di Scalfaro (l’incarico a Ciampi e l’incarico a Dini) e con la nomina di Monti e del suo governo da parte di Giorgio Napolitano.
Chi continua a sostenere che il governo Monti sia soltanto “tecnico” e dettato dall’emergenza, sostiene una cosa giusta (l’emergenza) e un’altra falsa (il governo dei tecnici). A mio avviso il meccanismo adottato da Napolitano è quello che meglio corrisponde al dettato costituzionale e deve dunque sopravvivere al governo Monti diventando norma stabile visto che è l’unica prevista in Costituzione. Nel frattempo il governo governi. L’economia soprattutto, perché l’emergenza lo richiede, ma anche tutti gli altri temi e problemi che riguardano la vita del paese e del suo futuro.

Post scriptum. Il processo Mills-Berlusconi si è concluso con la prescrizione, decisa in sentenza dal Tribunale di Milano. È prassi consolidata che se l’imputato è giudicato innocente, il dispositivo della sentenza ne dia atto. Se invece è giudicato colpevole o se seriamente indiziato di colpevolezza, ma sia caduto in prescrizione, la sentenza applichi la prescrizione nel dispositivo e parli della colpevolezza nelle motivazioni. Attendiamo dunque di leggerle. La difesa dell’imputato sembra orientata ad appellarsi contro le motivazioni della sentenza se esse accogliessero la tesi della colpevolezza. È evidente tuttavia che non ci si può appellare contro le motivazioni se non si fa formale rifiuto della prescrizione. Se questo fosse la decisione della difesa e dell’imputato prescritto, essa sarebbe altamente apprezzabile e noi saremmo pronti a riconoscerlo, ma qualche cosa ci fa pensare che questo non avverrà.

La bandiera nera di un governo in agonia

di Eugenio Scalfari • 31-Lug-2011 Il Paese deve affrontare un mare sempre più tempestoso con al governo un gruppo di naufraghi su una zattera senza timone né timoniere.
Bisogna evitare che le banche italiane, solide e liquide, siano considerate una propaggine del nostro debito pubblico. Bisogna evitare che il nostro Paese conquisti sui mercati agli occhi degli investitori e delle forti mani della speculazione la palma della fragilità a causa di un quadro politico logorato dal suo maxi-debito pubblico e da una malattia ormai strutturale qual è quella della debole crescita.
 Queste parole i nostri lettori le conoscono ormai a memoria per averle lette infinite volte su queste pagine, ma quella qui sopra riportata è una citazione: le ha scritte ieri il direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano, nell’articolo di fondo del suo giornale. È il giornale della Confindustria e Napoletano non è certo un giornalista di sinistra e tuttavia sono nette e impietose e altrettanto impietoso è il seguito dell’articolo. A nostro avviso sono l’esatta rappresentazione dello stato d’animo dei cosiddetti ceti moderati che ormai non esprimono più soltanto disagio ma una vera e propria disperazione.
Un’altra prova di quella disperazione ce la fornisce Sergio Romano in un articolo sul Corriere della Sera con il quale risponde alla lettera che Giulio Tremonti gli aveva indirizzato per giustificarsi sulla questione dell’appartamento a lui affittato dal suo amico e collaboratore Marco Milanese. Romano non è certo un bolscevico, ma l’asprezza del tono e il merito dei suoi giudizi nei confronti del ministro dell’Economia sono tali che Berlusconi l’avrebbe sicuramente ascritto alla genia del Comintern se non fosse che il Cavaliere è animato da un vero e proprio odio verso il suo ministro che vorrebbe veder morto ma del quale non può disfarsi senza mettere a repentaglio il suo governo sempre più traballante.
Questo complicatissimo rapporto, politico e psicologico, tra il presidente del Consiglio e il suo superministro dell’Economia è un altro dei tanti nodi che costringono il nostro Paese ad una assoluta immobilità salvo i pochi provvedimenti che servono a mettere al riparo Berlusconi dalle sentenze della magistratura. Se cade Berlusconi cadrebbe anche Tremonti che dopo lo scandalo Milanese (che tende ad allargarsi giorno dopo giorno) non ha più alcuna “chance” di potergli succedere a Palazzo Chigi. Ma se cade Tremonti comincerebbe a sussultare l’intero edificio governativo. Perciò “simul stabunt, simul cadent” con gli effetti che questa convivenza forzosa proietta sul governo: un gruppo di naufraghi su una zattera senza timone né timoniere.
Il Paese deve affrontare un mare sempre più tempestoso in queste condizioni, dove ad una situazione economica obiettivamente difficilissima si affianca una crisi di credibilità che coinvolge con la stessa intensità il “premier” e il superministro, avvinghiati l’uno all’altro dall’odio e dall’istinto di sopravvivenza.
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Ma perché le banche italiane, solide e solvibili come abbiamo più volte scritto, sono ritenute “propaggini del debito pubblico” e ne sopportano ogni giorno le conseguenze sui mercati finanziari? Al punto di registrare una capitalizzazione di Borsa che in situazioni normali stimolerebbe numerosi tentativi di Opa nei loro confronti?
Secondo stime ufficiali la percentuale dei titoli di Stato nel loro portafoglio e in quello di privati cittadini e imprese italiane affidabili raggiunge il 56 per cento mentre la percentuale dei titoli del nostro debito in mani straniere non supera il 44, un rapporto che dovrebbe evitare la qualifica di “propaggini”.
Purtroppo però le cose non stanno propriamente così. Da un rapporto analitico della Morgan Stanley i titoli italiani in mano a istituzioni, banche e investitori stranieri ammontano a 790 miliardi contro 787 in mano a banche, imprese e investitori italiani. Il rapporto sarebbe dunque del 50 per cento. Ma, osserva la Morgan Stanley, se si aggiungono ai detentori stranieri anche i titoli intestati a italiani ma gestiti dall’estero, la quota “straniera” sale al 56 per cento del totale. Questa proporzione è del tutto anomala ed accresce il rischio che i fondi monetari e le banche d’affari internazionali vendano titoli italiani per alleggerire i portafogli e sostituirli con “asset” più affidabili. Sorge la domanda del perché l’affidabilità dei titoli italiani sia diminuita. Molto dipende dal nostro “spread” con il Bund tedesco che viaggia ormai dai primi di luglio intorno ai 300 punti-base e nelle ultime settimane si colloca al di sopra dei 330.
In più la situazione politica italiana è giudicata universalmente volatile, la credibilità del governo è minima, il tasso di interesse delle nostre emissioni è salito al 6 per cento e tale sarà in autunno quando il Tesoro dovrà emettere una massa notevole di titoli. In queste condizioni l’onere del debito pubblico a carico del Tesoro si è già mangiato un terzo della manovra appena votata dal Parlamento. La crescita è zero. Le previsioni della Confindustria parlano addirittura di un Pil negativo nel 2012.
Speriamo forse che i mercati dormano sonni tranquilli fino alla fine dell’anno?
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È evidente che queste analisi tecniche e politiche che servono a spiegare le reazioni negativi dei mercati finanziari si intrecciano con la questione morale. Il declino della moralità pubblica è ormai un dato oggettivo, testimoniato dalle iniziative della magistratura inquirente e da quella giudicante. Coinvolgono il presidente del Consiglio, il ministro Romano, il deputato Papa, il deputato Milanese, il giudice Capaldo, l’ex capo di Stato Maggiore della Guardia di Finanza, Adinolfi. Lambiscono Giulio Tremonti. Investono anche l’ex capo della segreteria di Bersani, Filippo Penati. Le reazioni di Bersani e del Pd sono state molto ferme. Manca la sospensione di Penati dal partito. Abbiamo già scritto che a noi sembra necessaria e urgente. Ma sull’altro lato dello schieramento i comportamenti sono ben diversi e le iniziative legislative sono vergognose, tanto più perché rappresentano il solo soprassalto di vitalità di un governo morente. Processo lungo e prescrizione breve: questi sono gli scatti del governo. Sembrano gli ultimi segnali, più automatici che vitali, d’un corpo che si disfà. Il Presidente Napolitano è ben consapevole di quanto sta accadendo. Ha incontrato tutte le parti sociali firmatarie del documento che invoca “discontinuità”. Ha incontrato i partiti di maggioranza e quelli di opposizione. Aspetta che anche Bossi si metta a rapporto. Ma il clima è estremamente pesante.
Enrico Berlinguer, nel luglio del 1981, descrisse la questione morale che stava erodendo lo Stato. Abbiamo rievocato giovedì scorso la sua intervista a “Repubblica” e il significato che ebbe allora la sua denuncia. Oggi tuttavia la condizione della moralità pubblica è molto più grave. Il malaffare di allora serviva a pilotare consensi ai partiti; quello di oggi serve invece a procurare benefici personali a chi inalbera la bandiera del Re. Ricordiamo ancora le parole della Minetti quando aspettava una candidatura al Parlamento che fu poi trasformata nella sua partecipazione al consiglio della Regione lombarda: “Potrei rendere gli stessi servizi a Lui e pagherebbe lo Stato”.
Hanno privatizzato i benefici pubblicizzando la corruzione: questi sono i frutti avvelenati del berlusconismo. Nel contratto con gli italiani stipulato a “Porta a Porta” nel 2001 non erano previsti ma aveva già avvelenato le radici del partito azienda dalle quali è nata la Seconda Repubblica.
L’intreccio è dunque perverso: questione morale, questione politica, errori e manchevolezze d’una manovra finanziaria che ha il solo effetto di comprimere il potere d’acquisto del ceto medio-basso, penalizzando consumi e investimenti. In realtà l’anomala accoppiata Berlusconi-Tremonti dovrebbe andarsene a casa lasciando al Capo dello Stato il peso delle necessarie decisioni. Ogni indugio aumenta il costo che peserà sulle spalle degli italiani.

La battaglia della terra, Un interessante articolo sulla questione FOTOVOLTAICO sui terreni agricoli e Impianti Biogas piaga osimana e non solo

di Carlo Petrini • 29-Lug 2011 Il boom delle energie rinnovabili spinge molti agricoltori a cambiare mestiere. E i campi diventano centrali per fotovoltaico e biogas. Agricoltura industriale. Riflettiamo sull´ossimoro. In suo nome, l´uomo ha pensato di poter produrre il cibo senza contadini, finendo con l´estrometterli dalle campagne. Oggi siamo addirittura arrivati all´idea che possano esserci campi coltivati senza produrre alimenti: agricoltura senza cibo. Agricoltura che, se si basa soltanto sul profitto e sulle speculazioni, riesce a rendere cattivo tutto ciò che può essere buono: il cibo, i terreni fertili (che sono sempre meno), ma anche l´energia pulita e rinnovabile. Come il fotovoltaico, come il biogas.
S´è già parlato di come l´energia fotovoltaica possa diventare una macchina mangia-terreni e mangia-cibo. Se i pannelli fotovoltaici sono posati direttamente a terra e per grandi estensioni essi tolgono spazi alla produzione alimentare e desertificano i suoli fino a renderli inservibili. Allora bisogna dirlo chiaro: sì al fotovoltaico, ma sui tetti, nelle cave dismesse, lungo le strade. No a quello sul terreno libero.
Adesso poi è il momento delle centrali a biogas che sfruttano le biomasse, vale a dire liquami zootecnici, sfalci e altri vegetali. Questi materiali si mettono in un digestore, qui si genera gas che serve a produrre energia elettrica e ciò che avanza – il “digestato” – adeguatamente trattato poi può essere utilizzato come ammendante per i terreni. Questi impianti sarebbero ideali per smaltire liquami (problema annoso di chi fa allevamento) e altri rifiuti biologici, integrando il reddito con una produzione di energia che può essere utilizzata in azienda o venduta. Se sono piccoli o ben calibrati rispetto al sistema chiuso dell´azienda agricola funzionano e sono una benedizione – esattamente come può fare il fotovoltaico sul tetto di un capannone o di una stalla. Ma se c´è di mezzo il business, se si fanno sotto gli investitori che fiutano affari e a cui non importa che l´agricoltura produca cibo e che lo faccia bene, allora il biogas può diventare una maledizione. Sta già succedendo in molte zone della Pianura Padana, soprattutto laddove ci sono forti concentrazioni di allevamenti intensivi. È una cosa che stanno denunciando alcune associazioni ambientaliste a livello locale e per esempio da Slow Food Cremona mi segnalano che nella loro provincia ormai la situazione è sfuggita al controllo. Tant´è vero che hanno chiesto alla Provincia una moratoria sull´installazione e autorizzazione di nuove centrali a biogas.
Che succede? Molti agricoltori, stremati dalla crisi generalizzata del settore, si trasformano in produttori di energia, smettendo di fare cibo. In pratica, si limitano a coltivare mais in maniera intensiva per farlo “digerire” dagli impianti a biogas. C´è anche chi lo fa solo in parte, ma sta di fatto che tutto quel mais non sarà mangiato dagli animali e quindi indirettamente neanche dagli umani. Gli investitori li aiutano, a volte li sfruttano. Esistono soccide in cui gli agricoltori sono pagati da chi ha costruito l´impianto per coltivare mais: sono diventati degli operai del settore energia, altro che contadini. Tutto è cominciato nel 2008 con la finanziaria che prevedeva un nuovo certificato verde “agricolo” per la produzione di energia elettrica con impianti di biogas alimentati da biomasse. Impianti “piccoli”, di potenza elettrica non superiore a 1 Megawatt. Ma 1 Mw è tanto: ciò ha incentivato il business, perché a chi produce viene riconosciuta una tariffa di 28 cent/kWh, circa tre volte quanto si paga per l´energia prodotta “normalmente”.
Ecco allora che il sistema degli incentivi, cui si uniscono quelli europei per la produzione di mais, ha fatto sì che convenga costruire impianti grandi e costosi (anche 4 milioni di Euro), che possono essere ammortizzati in pochi anni. Soltanto nel cremonese nel 2007 c´erano 5 impianti autorizzati, oggi sono 130. E lì oggi si stima che il 25% delle terre coltivate sia a mais per biogas. In tutta la Lombardia si prevede che entro il 2013 dovrebbero esserci 500 impianti. Ci sarebbe da riflettere su quante volte un cittadino che versa anche le tasse arrivi a pagare quest´energia “pulita”, ma l´emergenza è di altro tipo: così si minacciano l´ambiente e l´agricoltura stessa.
Primo e lapalissiano: si smette di produrre cibo per produrre energia. Secondo: la monocoltura intensiva del mais è deleteria per i terreni perché deve fare largo uso di concimi chimici e consuma tantissima acqua, prelevata da falde acquifere sempre più povere e inquinate. Senza rotazioni sui terreni si compromette la loro fertilità e si favorisce la diffusione di parassiti come la diabrotica, da eliminare con un´ulteriore aggiunta di antiparassitari. Se il mais non è per uso alimentare, poi, sarà più facile mettere due dosi di tutto invece di una, senza farsi tanti scrupoli. Terzo: chi produce energia coltivando mais può permettersi di pagare affitti dei terreni molto più alti, anche fino a 1500 euro per ettaro, il che crea una concorrenza sleale nei confronti di chi invece ne ha bisogno per l´allevamento. È lo stesso fenomeno che si è creato con i parchi fotovoltaici, dunque sta piovendo sul bagnato. A chi alleva servono terreni soprattutto per rientrare nella “direttiva nitrati”, che dovrebbe regolare lo smaltimento dei liquami in maniera sostenibile. Chiedete ai contadini e agli allevatori: i terreni non sono mai stati così costosi come oggi, e per un´azienda che già subisce i danni di un mercato drogato da speculazioni e imposizioni di prezzi bassi da parte del sistema distributivo può voler dire soltanto una cosa, la chiusura.
Ma andiamo avanti. Quarto: gli impianti stessi, quelli da 1 Mw, sono grandi strutture e per costruirle si consuma terreno agricolo sacrificandolo per sempre. Quinto: ci sono già le prime voci sulla nascita di un mercato nero di rifiuti biologici, come gli scarti dei macelli, venduti illegalmente per fare biogas. Non andrebbero mai utilizzati come biomasse, perché ciò che avanza dalla “digestione” poi viene sparso per i campi come ammendante e in questi casi oltre a inquinare potrebbe anche diffondere malattie.
Il problema è la scala. Diciamo chiaramente che in sé il biogas da biomasse non avrebbe nessun difetto. Ma se è realizzato a fini speculativi ed è sovradimensionato, se fa produrre mais al solo scopo di metterlo nell´impianto, se fa alzare i prezzi del terreno, lo consuma e lo inquina, allora bisogna dire no, forte e chiaro. Da questo punto di vista sarà bene che le amministrazioni (comunali per impianti piccoli, provinciali per quelli più grandi) comincino a valutare i fini reali degli impianti prima di concedere autorizzazioni, e sicuramente questi problemi andranno affrontati e debellati con la nuova PAC, la politica agricola comune, che si è iniziata a discutere a Bruxelles.
Da un punto di vista umano capisco gli agricoltori che hanno intravisto con il biogas un modo per risalire la china di un´agricoltura industriale sempre più in crisi. Ma sono sicuro che ci sono altri modi di fare agricoltura, più puliti, diversificati, che puntano alla vera qualità. Questa agricoltura può essere molto remunerativa e dare futuro ai giovani, mentre è soprattutto quella di stampo industriale che sta collassando. Inoltre, prima o poi gli incentivi finiranno. Il biogas con grandi impianti è una pezza sporca che alcuni stanno mettendo alla nostra agricoltura malata, ottenendo l´effetto di darle così il colpo di grazia. Sarà molto difficile tornare indietro: i terreni fertili non si recuperano, le falde s´inquinano, la salubrità sparisce, chi fa buona agricoltura è costretto a smettere a causa di una concorrenza spietata e insostenibile. Agricoltura industriale, che ossimoro.

Quei due personaggi senza più autore

di Eugenio Scalfari La Repubblica domenica 17 luglio 2011. La presenza di Berlusconi e Tremonti è destabilizzante, debbono dunque esser sostituiti con rapidità da persone credibili e competenti delle quali c’è per fortuna ampia scelta e disponibilità.
Abbiamo tutti lamentato il silenzio assordante di Berlusconi in questi lunghi giorni di tempesta finanziaria e sociale, ma il Cavaliere si conosce bene e sapeva che se avesse parlato avrebbe creato altri e serissimi guai. Infatti così è stato. È intervenuto alla Camera venerdì scorso nella seduta di approvazione della manovra economica ed ha letto una dichiarazione di poche righe nella quale si compiaceva della tenuta della maggioranza e della capacità del governo di governare. Ma poi è sceso nell’emiciclo ed ha parlato con i suoi deputati e con i giornalisti nei corridoi di Montecitorio.
Il succo delle sue dichiarazioni è stato questo: è falso che sia “commissariato” da Napolitano e da Tremonti; la manovra è stata imposta dall’emergenza e così com’è non gli piace affatto ma la colpa è dell’Europa; c’è una congiura dei giudici comunisti contro di lui a cominciare dalla Corte d’Appello civile di Milano che vuole rovinare Fininvest e mettere sulla strada duemila lavoratori di Mediaset; al ministro Romano, presente in aula, ha raccomandato di non dimettersi in nessun caso; ai deputati del Pdl ha raccomandato di difendere compattamente il loro collega Alfonso Papa quando tra pochi giorni l’aula di Montecitorio dovrà votare sul suo arresto chiesto dal Gip di Napoli. Infine ha ammonito Bossi perché receda dal preannunciato voto della Lega in favore dell’arresto di Papa, che sarebbe “un fatto gravissimo con effetti estremamente pericolosi”. Questo è dunque il Berlusconi-pensiero quale risulta non da indiscrezioni più o meno attendibili, ma da sue dichiarazioni che sono state registrate dagli operatori televisivi e dai telefonini dei giornalisti assiepati attorno a lui. Se l’Europa e i mercati avevano bisogno di un’ennesima prova della confusione che aleggia sulla “governance” dell’Italia, la prova è stata ampiamente fornita dal presidente del Consiglio.
A questo punto si pone la domanda: la permanenza di Berlusconi alla guida del governo contribuisce positivamente alla stabilizzazione finanziaria o è invece un fattore altamente destabilizzante? Si può andare avanti in questo modo fino al gennaio 2013 e poi per altri sei mesi fino alle elezioni di maggio con i poteri del Quirinale affievoliti dal semestre pre-elettorale?
Ce la poniamo in molti questa domanda. Immagino che se la ponga soprattutto Giorgio Napolitano la cui attiva presenza è stata uno degli elementi che ha consentito l’approvazione della manovra in appena cinque giorni. “Un miracolo” ha detto il presidente della Repubblica. È vero, un miracolo mai avvenuto prima, ma i miracoli non si ripetono e non bastano per guidare un Paese. Ci vuole un governo credibile, un’opposizione credibile, una classe dirigente credibile.
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L’opposizione credibile c’è e tutti (salvo Berlusconi) l’hanno riconosciuto, dallo stesso Napolitano ai presidenti del Senato e della Camera, dal ministro dell’Economia alla Lega e ai capigruppo del Pdl.
Ma proprio perché l’opposizione è credibile e ne ha dato la prova, proprio nel momento in cui il Parlamento dava il via libera alla manovra il segretario del Pd e tutto lo stato maggiore di quel partito hanno chiesto le dimissioni immediate del presidente del Consiglio ed hanno preannunciato che a cominciare da subito formuleranno un programma per capovolgere l’asse portante della manovra evitando la “macelleria sociale” che essa contiene, fermi restando i saldi che la manovra ha posto come paletti necessari a rassicurare i mercati e a tutelare il debito e i titoli dello Stato.
Il Partito democratico, l’Idv e il Terzo Polo hanno accumulato un credito consistente rendendo possibile il “miracolo”. Ora hanno il diritto e il dovere di mettere questo credito all’incasso nell’interesse generale, ma è evidente che l’opposizione parlamentare da sola non basta.
Per uscire dallo stallo è necessario un più vasto concorso di popolo e di istituzioni, ciascuna nell’ambito della propria competenza. La classe dirigente, le forze sociali, la società civile sono chiamate a dare un fondamentale contributo. Andare avanti così significa che il miracolo compiuto il14 luglio ha cessato di operare.
Un commentatore molto attento, Fabrizio Forquet, ha scritto venerdì scorso su 24 Ore: “La manovra ha tenuto in carreggiata la macchina, ora è tempo di darle benzina per tornare a macinare terreno. Anche perché quando lunedì i mercati si riapriranno la manovra-sprint sarà già passata. E ai desk dei traders si tornerà a guardare all’Italia in cerca di buone ragioni per acquistare o per vendere titoli italiani”. Sarà esattamente così.
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Ma Tremonti non è da meno quanto a improntitudine. Non parliamo dei suoi cinque anni di “finanza creativa” nella legislatura del 2001, basati sui condoni e sulle cartolarizzazioni senza coperture; parliamo di oggi, di questa manovra. Quando la presentò poco meno di due mesi fa era molto diversa e molto più mite di quella approvata il 14 luglio. Per lui bastava così e per la Commissione europea di Barroso anche.
Poi ci fu il nerissimo venerdì e l’altrettanto nero lunedì successivo e la manovra fu radicalmente cambiata sotto la spinta di Napolitano e con i suggerimenti di Mario Draghi. Da 40 miliardi fu aumentata a 48 ma per metterla ancor più in sicurezza, una clausola di salvaguardia ne prevede altri 20 eventualmente riassorbibili nella riforma fiscale. Siamo dunque ad un totale di quasi 80 miliardi, un salasso di quelli che possono ammazzare un Paese se non saranno gestiti con altissima professionalità e con altrettanto solida credibilità. Osserviamo che il rapporto tra tagli di spesa e maggiori imposte raggiunge il 50 per cento. La vera macelleria sociale è questa perché si tratta di imposte regressive.
Domanda: è credibile un ministro dell’Economia costretto a rivoluzionare un’operazione perché non aveva previsto le reazioni negative dei mercati? Nella seduta del 14 luglio alla Camera Tremonti ha pubblicamente ringraziato l’opposizione la quale gli ha risposto che aveva reso possibile l’approvazione per senso di responsabilità ma senza alcuna corresponsabilità perché giudicava pessima la manovra approvata e si preparava a proporne sostanziali modifiche.
Ora Tremonti parla del Titanic e ricorda che in disastri come quello se la nave va a fondo muoiono tutti. Qualcuno ha interpretato quelle parole come un richiamo alla Germania e alla Francia, altri come un richiamo ai ceti abbienti del nostro Paese, i quali tuttavia escono abbastanza immuni dalla macelleria sociale denunciata dall’opposizione. Ma c’è anche un’altra considerazione da fare: se la nave affonda muore anche il comandante che l’ha guidata a cozzare con l’iceberg, ma se la nave miracolosamente si salva, il comandante finisce comunque sotto processo e viene radiato dalla Marina.
A rigor di logica debbono dunque andarsene sia Berlusconi sia Tremonti. Le loro responsabilità sono molto diverse ma della stessa gravità. La loro presenza è destabilizzante, debbono dunque esser sostituiti con rapidità da persone credibili e competenti delle quali c’è per fortuna ampia scelta e disponibilità.
Nel frattempo il ministro dell’Economia è tenuto a spiegare come sia stato possibile che le nomine nei consigli d’amministrazione di società controllate direttamente o indirettamente dal Tesoro siano state affidate a quel Milanese che non aveva altro titolo fuorché quello di essere un consulente del ministero, scavalcando il direttore generale Vittorio Grilli, che peraltro si è fatto tranquillamente scavalcare senza opporre alcuna resistenza.
Tremonti sapeva che Milanese e non Grilli gestiva le nomine? Se lo sapeva la sua responsabilità politica è enorme, se non lo sapeva la sua credibilità politica è sotto zero.
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Va di moda da qualche giorno addossare la crisi dei mercati all’inconsistenza dell’Europa e la prova sta nel fatto che la speculazione attacca con assalti ricorrenti tutte le piazze europee e non soltanto quelle più deboli e disastrate. Luigi Spaventa ha sostenuto questa tesi su Repubblica di ieri con dovizia di argomenti. Non è il solo, l’inconsistenza di un’efficace “governance” dell’Eurozona è evidente a tutti e ne sono altrettanto evidenti gli effetti negativi.
Va detto tuttavia che non tutte le istituzioni europee sono state assenti dalla gestione della crisi. Non è stata assente per esempio la più autonoma e la più europea di quelle istituzioni e cioè la Banca centrale che è nei mesi scorsi più volte intervenuta acquistando o accettando in garanzia titoli dei paesi più disastrati a cominciare dalla Grecia, dall’Irlanda, dal Portogallo. Al bisogno ha acquistato anche titoli spagnoli e austriaci.
Lunedì scorso, quando la turbolenza ha investito in pieno per il secondo giorno consecutivo il mercato italiano, la Bce ha massicciamente acquistato titoli italiani attingendo dalla massa monetaria appositamente accantonata per operazioni sul mercato aperto.
Di questa massa monetaria fa parte anche il Fondo di stabilità per la sicurezza dell’euro; ammonta a mezzo miliardo e potrebbe  –  dovrebbe  –  essere incrementato fino a quattromila miliardi. Si tratta d’un deterrente imponente che la Bce può usare per controbattere la speculazione, purché i paesi con più elevati debiti sovrani procedano alla loro graduale riduzione azzerando i disavanzi di bilancio e recuperando saldi attivi nelle partite correnti.
In Italia in questi ultimi tre anni il debito non ha fatto che crescere e il fabbisogno per finanziarlo ad aumentare e così continuerà fino al 2013. Solo in quell’anno avrà infatti inizio la riduzione netta del disavanzo di bilancio.
Questa è un’altra delle manchevolezze della manovra che è ancora troppo spostata in avanti. Occorre dare inizio all’aggiustamento già da questo esercizio e dal successivo se si vuole veramente recuperare la fiducia dei mercati.
Infine bisogna pensare da subito alla crescita e alle riforme di liberalizzazione. Farsi dettar legge dai notai e dagli avvocati circa la liberalizzazione degli ordini professionali è una prova di impotenza; spostare alla prossima legislatura tutti gli interventi che riducono il costo della politica segnala un’altra impotenza. Questi segnali non aiutano a recuperare la perduta credibilità e la smarrita fiducia.
Ancor meno aiuta l’aria di irrespirabile corruzione all’interno della Guardia di Finanza. Non è un fenomeno nuovo, dura a dir poco da trent’anni. Ma ora la sensibilità della pubblica opinione è finalmente aumentata e quel fenomeno non è più oltre sostenibile. Spetta anche in questo caso al ministro dell’Economia dal quale dipende quel corpo dello Stato fornire un quadro esaustivo della situazione, delle responsabilità, degli eventuali peccati di omissione suoi e dei suoi collaboratori e proporre efficienti terapie. Come si vede non siamo affatto fuori dai rischi che tuttora ci sovrastano. La sola vera buona notizia riguarda il nostro sistema bancario: nessuno dei nostri maggiori istituti di credito ha avuto giudizi negativi nei test europei sul patrimonio delle banche. Bisogna quindi evitare di penalizzarle sia con provvedimenti fiscali sia mobilitandole per l’assorbimento dei titoli alle aste del Tesoro. Le banche debbono destinare le loro risorse al finanziamento degli investimenti. Altri compiti sono impropri e debbono essere evitati.

Post Scriptum. È stato approvato alla Camera un obbrobrioso testamento biologico. Probabilmente contiene disposizioni anticostituzionali. Ma indipendentemente dai rilievi eventuali del Capo dello Stato al momento della firma e dagli accertamenti di costituzionalità della Corte, questo è uno dei casi in cui la società civile e le forze politiche sensibili ai temi di libertà debbono mobilitarsi e lanciare il referendum abrogativo. Subito, prima ancora che il Senato completi l’iter parlamentare della legge. La libera stampa parteciperà a questa mobilitazione. Noi di Repubblica certamente ci saremo.

La Lega vuole il crocifisso alla Camera

Secondo i deputati leghisti Fugatti e Negro è necessario appendere il crocifisso anche all’interno della Camera dei deputati perché “sarebbe imperdonabile ignorare da dove deriva la democrazia, ovvero dalla tradizione cristiana”. Di fronte a questo ridicolo tartufismo (condito di ignoranza) devo dire di preferire di gran lunga lo schietto fanatismo dell’ultradestra cattolica, i vari lefevriani e lepantisti che brandiscono la croce come un’arma propria, e della democrazia se ne infischiano. Loro, almeno, si battono apertamente per una società confessionale e papista, non laica e non separata dalla Chiesa, per la quale democrazia e pluralismo sono un insopportabile cedimento alla secolarizzazione e ai suoi vizi.

La Lega, dopo aver giocherellato per anni con un paganesimo da cartoni animati, da un po’ di tempo ha scoperto le radici cristiane, che pratica con l’impaccio di un hobby troppo impegnativo. Libera di farlo, e libera, anche, di considerare la laicità dello Stato un insignificante dettaglio. Ma non vengano a raccontarci, i leghisti, queste panzane imparaticce sul nesso (inesistente) tra imposizione del crocifisso e democrazia. Siano coerentemente intolleranti e coerentemente di destra, e diano al loro istinto reazionario una congrua base culturale. Meriterebbero almeno il rispetto che si deve a chi sa quello che è e quello che vuole.

Michele Serra
L’amaca di oggi

Un regno che affonda in un mare di scandali

Un regno che affonda in un mare di scandali di Eugenio Scalfari  10 Luglio  2011. La fine d’un regno ha sempre un andamento drammatico e talvolta addirittura tragico. Pensate a Macbeth e a Lear ma anche a Hitler e a Mussolini, dove la realtà sembra imitare i vertici della letteratura.
Talvolta però alla cupezza del dramma si accompagna la sconcia comicità della farsa; sconcia perché inconsapevole e quindi cupa e drammatica anch’essa. Vengono in mente alcuni comprimari del fine regno berlusconiano: Brunetta, Gasparri, La Russa, Quagliariello, Sacconi, Ghedini, Prestigiacomo, Gelmini, Alfano e il suo partito degli onesti. Con Calderoli siamo al culmine della comicità inconsapevole, a cominciare da come si veste e da come cammina: non è un pavone che esibisce la sua splendida ruota e neppure un tacchino con i suoi bargigli, ma ha piuttosto l’andare del gallinaccio, il più sgraziato dei pennuti.
Bossi no, non è comico ma profondamente drammatico: un leader lucido e sensibilissimo a cogliere gli umori della sua gente, cui la malattia aveva addirittura conferito un di più, quella parlata inceppata, quei gesti di una volgarità voluta, quella faccia segnata ma non rassegnata: così era stato fino a un anno fa, ma poi il vento è cambiato anche nella Lega e il Senatur ha cominciato ad annaspare. Ora sembra un timoniere senza bussola e senza stelle che procede alla cieca in una fitta foschia mentre infuria lo scontro per la successione.
Il dramma di Berlusconi è ancora più complesso ed enigmatica la sua comicità. A volte è anche per lui inconsapevole e quindi oscena come nel caso della nipote di Mubarak. Ma poi usa consapevolmente quella stessa comicità, la trasforma in barzelletta con la quale strappare al suo pubblico una risata e un applauso con la duplice intenzione di dimostrare la sua autoironia e la sua calma nella tempesta. A volte però la barzelletta non piace, non provoca la risata liberatoria ma un assordante silenzio e in lui sempre più spesso emerge la sindrome della solitudine, del tradimento, della congiura.
Leggendo l’altro ieri la sua intervista a “Repubblica” tutti questi passaggi sono chiarissimi: c’è la stanchezza d’un leader che preannuncia il suo futuro di padre nobile, il disprezzo verso i nemici esterni, l’ira verso i traditori interni, la volontà di mantenere il potere attraverso i figliocci da lui delegati. Infine il colpo di teatro d’affidare il lascito testamentario ad un giornale da lui attaccato, vilipeso, ingiuriato.
E Tremonti? Qual è la parte di Tremonti in questo fine regno sempre più incombente?
Ha appena varato una manovra finanziaria che avrebbe dovuto mettere al sicuro i conti pubblici e il debito sovrano, ma proprio nei giorni del varo i mercati sono stati scossi da una speculazione che ha il nostro debito, le nostre banche, i nostri titoli, come bersagli primari. Invece di rafforzare la stabilità del governo e della maggioranza la manovra ha aumentato le crepe diventando a sua volta un fattore di instabilità.
Potrà in queste condizioni il ministro dell’Economia restare al suo posto? Potrà reggere al dibattito parlamentare che si annuncia estremamente difficile?
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La storia  –  lo sappiamo  –  non si fa con i se, ma i se a volte ci aiutano a capir meglio i fatti che sono realmente avvenuti. Dove saremmo oggi se il 14 dicembre del 2010 Berlusconi non avesse avuto la fiducia?
Il governo sarebbe caduto, il Presidente della Repubblica avrebbe aperto le consultazioni e molto probabilmente avrebbe nominato un nuovo governo, un nuovo presidente del Consiglio, un nuovo ministro del Tesoro. I nomi non mancavano ed erano tutti di primissimo piano, da Mario Monti a Mario Draghi. I mercati sarebbero stati ampiamente rassicurati da quei nomi e dalla loro politica.
Purtroppo non andò così. Oggi i mercati stanno attaccando i titoli pubblici emessi dallo Stato e i titoli delle banche; il rendimento dei buoni del Tesoro decennali è salito al 5 e mezzo per cento, lo “spread” rispetto al Bund tedesco a 2,48.
Nel frattempo ieri mattina la Corte civile d’appello di Milano ha condannato la Fininvest, nel processo di secondo grado sul Lodo Mondadori, a pagare alla Cir di Carlo De Benedetti 560 milioni di euro. Si tratta d’una sentenza che fa giustizia in sede civile d’uno dei più gravi reati che il nostro codice penale contempla: la corruzione di magistrati. Quel reato fu accertato con sentenza definitiva ma Berlusconi ne fu tenuto fuori perché per lui erano decorsi i termini della prescrizione.
Restava tuttavia il diritto della parte lesa al risarcimento del danno e a questo ha provveduto la sentenza di ieri. Essa certifica che l’impero editoriale del presidente del Consiglio è fondato su un gravissimo reato penale. Noi l’abbiamo sempre saputo e sempre detto e questo è per noi il valore politico e morale della sentenza di ieri.
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Ribadito che la reazione negativa dei mercati è motivata principalmente dall’implosione della maggioranza di centrodestra, occorre tuttavia esaminare la manovra nella sua impostazione politica e tecnica, ambedue estremamente manchevoli.
Il ministro dell’Economia aveva inizialmente spacchettato i tempi dell’operazione: per l’esercizio in corso un intervento di un miliardo e mezzo, di semplice manutenzione. Nel 2012 cinque miliardi e mezzo e tanto bastava secondo il calendario concordato con l’Ue. Il grosso nei due esercizi successivi, 20 miliardi in ciascuno di essi per azzerare il deficit nel 2013 e per realizzare il pareggio del bilancio nel 2014. In totale 47 miliardi, ai quali bisognava aggiungerne circa 32 utilizzati nel 2009-2010 per mettere i conti pubblici in sicurezza.
Sembrò che queste operazioni fossero sufficienti e che il loro risultato finale segnasse il pieno successo di Tremonti e per riflesso del governo di cui egli è il perno economico. Mancavano in questo quadro di rigore finanziario, interventi destinati alla crescita del prodotto interno lordo, ma il superministro non mostrava di preoccuparsene. La crescita sarebbe venuta al momento opportuno. Protestavano le imprese, protestavano i sindacati, protestavano le organizzazioni dei commercianti e dei consumatori e protestavano anche Berlusconi e Bossi, ma Tremonti restava fermo e sicuro con l’appoggio dell’Europa e  –  così sembrava  –  anche dei mercati.
Ma poi le cose sono radicalmente cambiate e una realtà del tutto diversa è venuta a galla. Fermo restando lo spacchettamento temporale, si è venuti a sapere che Tremonti aveva effettuato un altro tipo di spacchettamento: la manovra vera e propria non era di 47 miliardi ma soltanto di 40; di questi, 25 erano contenuti nel decreto firmato quattro giorni fa da Napolitano (dopo che era stata ritirata la vergognosa norma mirata a bloccare la sentenza sul Lodo Mondadori). Altri 15 miliardi sarebbero stati invece reperiti con la legge delega per la riforma fiscale, che dovrà anch’essa esser votata dal Parlamento nelle prossime settimane o nei prossimi mesi.
È proprio la riduzione della manovra che ha indotto Giorgio Napolitano nel momento in cui firmava il decreto a indicare la necessità di ulteriori interventi da prendere al più presto possibile. Senza ancora entrare nel merito, la criticità che ha allarmato i mercati si deve soprattutto a quei 15 miliardi affidati alla legge delega. Dovrà essere approvata dal Parlamento e dovrà poi confrontarsi, nel momento di emettere i decreti delegati, non solo con l’apposita commissione bicamerale ma soprattutto con la conferenza Stato-Regioni. E poiché la parte più rilevante dei 15 miliardi da reperire è prevista proprio a carico delle Regioni e degli Enti locali, è facile prevedere che il negoziato sarà lungo e molto complesso.
La reperibilità e la tempistica restano dunque i punti interrogativi che difficilmente saranno risolti nel prossimo esercizio.
Quanto al merito, la manovra da 25 miliardi e la riforma fiscale per reperirne altri 15 poggiano, come ha più volte osservato Bersani, su prelievi a carico del sociale: il taglio dei contributi agli Enti locali, le maggiori imposte territoriali, il peggioramento dei servizi, il potere d’acquisto delle famiglie, la mancata rivalutazione delle pensioni, i giovani disoccupati, l’età pensionistica delle donne.
Se si dovesse definire con due parole il significato politico di questa imponente operazione, di cui uno degli interventi principali è l’imposta sui titoli depositati nelle banche, si dovrebbe definirla una manovra di classe. Forse questo piacerà al Pdl e per alcuni aspetti anche alla Lega, ma certo non piacerà alle opposizioni e soprattutto a quelle fasce sociali che si sono manifestate nelle recenti elezioni amministrative e nel voto referendario.
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L’ultimo capitolo che marca il fine regno berlusconiano è la marea degli scandali che coinvolge due eminenti deputati del Pdl, Alfonso Papa e Marco Milanese, un ministro di recente nomina, quel Saverio Romano sul quale il Presidente della Repubblica nell’atto di firmare il decreto di nomina voluto da Berlusconi indicò un possibile impedimento giudiziario che in quel momento era soltanto potenziale ma che ora è diventato di stringente attualità perché a suo carico è stato formalizzato dal Tribunale di Palermo un mandato di cattura per associazione mafiosa.
Papa, Milanese, Romano sono i tre terminali sui quali stanno lavorando le Procure di Napoli, Palermo e Roma e che riguardano appalti, nomine in alcune imprese di natura pubblica, dazioni di danaro, gioielli, automobili di altissimo pregio, immobili, informazioni riservate ed usate per ricatti e vere e proprie estorsioni.
Il centro di alcuni di questi scandali e di questi reati è la Guardia di finanza e il suo Comando generale. Il ministro dell’Economia, ascoltato di recente come testimone dalla Procura di Napoli, ha addirittura ammesso che esistono due cordate nella Guardia di finanza che operano per favorire due diversi candidati alla nomina di comandante generale.
Tremonti del resto è coinvolto in pieno dallo scandalo Milanese; un uomo che è al suo fianco dal 2005 e che è stato colto con le mani nel sacco per decine di reati, ricatti, uso di informazioni riservate. Di tutto ciò il ministro garantisce di non essere mai stato al corrente. Delle due l’una: o il ministro non dice il vero oppure la sua dabbenaggine nella scelta dei collaboratori rasenta un livello tale da minare la sua credibilità.
In questa situazione sarebbe estremamente urgente che il Partito democratico producesse una seria proposta alternativa di politica economica, di politica istituzionale e di legge elettorale. Bersani si era impegnato a farlo subito dopo le elezioni del maggio scorso, ma quella promessa non è stata mantenuta, si è restati nel vago di dichiarazioni che non descrivono una politica nella sua completezza e concretezza.
Il Pd rischia di perdere un’occasione storica per ridare un ruolo al centrosinistra e al riformismo. Viene da dire  –  insieme alle donne italiane di nuovo mobilitate  –  se non adesso, quando?

Anche questo è NATALE

Leggo testualmente su LaRepubblica.it

 ” Fim, Uilm, Ugl e Fismic siglano l’intesa. Cancellato il patto interconfederale del 1993: i rappresentanti sindacali saranno nominati dalle sigle firmatarie; niente più elezioni di base.
L’azienda (Fiat)  ha escluso la rappresentanza sindacale per le sigle che non firmano (Fiom).
Dunque con un colpo di mano,di cui dovranno vergognarsi per sempre e di cui dovranno renderneconto alla storia,Fim,Uilm,Ugl e Fismic hanno firmato un accordo con Fiat,mediante il quale chi non
condivide i dictat di Marchionne,non potrà più rappresentare i lavoratori all’interno dell’azienda.
Siamo arrivati ben oltre il ricatto di Pomigliano.
La democrazia,e non solo quella sindacale,si arresterà all’ingresso delle fabbriche.
In Italia esisteranno due stati,quello Italiano e la Fiat,rispettivamente sovrani!!!
Negli anni venti Mussolini abolì il parlamento eletto democraticamente per sostituirlo con uno alle strette
dipendenze dell’esecutivo!Oggi avviene lo stesso per i lavoratori Fiat.
Ora è chiaro che cosa significava per Marchionne il contratto separato.
Dopo la nomina dei rappresentanti parlamentari da parte dei partiti,ecco la scelta dei rappresentanti sindacali
da parte dell’azienda e dei suoi segugi.I diretti interessati,cioè i lavoratori NON contano più nulla!!!
Ormai non ci sono più dubbi: siamo in PIENO FASCISMO,NUOVO FASCISMO ma sempre FASCISMO!

Se, non reagiamo a questo assalto alla convivenza civile, camuffata da strumentale efficientismo, forse è il segno che siamo giunti al termine della nostra esperienza di Repubblica democratica. Paola