Il bivio della politica

Il bivio della politica. di Gian Enrico Rusconi •10-Giu-12 La società civile si sta decomponendo, nel momento in cui tutti parlano in suo nome. Non esiste documento politico o sociale che non faccia riferimento in termini enfatici alla società civile. C’è la rincorsa – urlata – a presentarsi come i veri rappresentanti della società civile. L’indicatore principale è l’antagonismo: contro il sistema partitico, contro la casta dei politici, sino a coinvolgere confusamente l’intero apparato istituzionale e naturalmente la politica sin qui praticata dal governo Monti. Chi fa la faccia più ringhiosa e le spara più grosse è convinto di essere ascoltato. Chi si attiene ad un discorso sobrio e razionale rischia di essere sbeffeggiato. Sarà questa la vittoria della «società civile»? La società civile più che l’interlocutrice, l’interfaccia o il deposito dei valori e delle risorse attivabili per la politica, è considerata e invocata sempre di più come la sua antagonista. O è così soltanto nell’immaginario di chi l’ha sempre sulla bocca? Per non fare confusione, è bene chiarire che non stiamo parlando della società in generale in tutta la sua complessa articolazione, o di quella «società civile» che si sta esprimendo sotto i nostri occhi in questi giorni negli eventi luttuosi legati al terremoto: coinvolgimento, partecipazione, solidarismo, dedizione insieme alle istituzioni. In questi momenti è percepibile quel potenziale di «coesione sociale» (termine che è diventata una formula istituzionale) che dovrebbe essere il segnale del rapporto ottimale tra società civile e sistema politico. Ma non può sfuggire il fatto che proprio in queste circostanze alcune forze politiche, convinte di rappresentare in esclusiva la «società civile», hanno contestato la celebrazione del 2 giugno. Ma c’è il sospetto che dietro agli argomenti avanzati si celino altre intenzioni.
Facciamo un passo indietro tornando alla fase culminante e poi rovinosamente precipitata del berlusconismo. Quella è stata la stagione alta dei movimenti della «società civile» di cui retrospettivamente oggi si colgono i limiti. Dalla famosa e ormai dimenticata manifestazione al Circo Massimo (con Veltroni, se ben ricordo) sino alle altre successive manifestazioni di profilo «civile» più specifico, non si trattava semplicemente di un collettore dell’antiberlusconismo, come si disse. Il berlusconismo intendeva essere una rivoluzione del costume e un modo diverso di concepire la società e la politica, una virtuale mutazione democratica – come ci insegnavano anche seriosi intellettuali che ora si defilano. Contro questa mutazione era inevitabile che si mobilitasse un movimento che si identificava come «società civile», prima ancora che come parte politica. Ma questo era un errore, perché anche quella che credeva nel berlusconismo era «società civile».
Discorso diverso meriterebbe l’ultimo grande movimento, quello delle donne «Se non ora, quando? » la cui successiva dispersione e mancanza di incidenza politica è (stata) una dura lezione molto istruttiva. Se c’era un movimento che poteva avanzare più degli altri il diritto di esprimere valori di «civiltà sociale» trasversali e alternativi all’anima profonda del berlusconismo, era quello delle donne. Proprio per questo è stata clamorosa la sua incapacità di fecondare una nuova politica, una volta che il Cavaliere se n’è andato.
Nel frattempo la «società civile», dispersa e depressa, assiste passiva e apparentemente disarmata all’irruzione sulla scena di chi la solletica in continuazione. Il termine «scena» qui non è un modo di dire. La tanto deprecata «democrazia mediatica» dell’età berlusconiana ha raggiunto paradossalmente la sua maturità. Non c’è più l’intrattenimento politico al servizio di un protagonista principale e della sua corte. Ma il sistema mediatico in tutte le sue forme è il luogo privilegiato della comunicazione politica di massa. La «società civile» è diventata la società degli spettatori o dei fruitori di Internet. Vi si possono vedere tutti: da Mario Monti (più o meno a suo agio) in una Piazza mediatica alle nuove facce – da Beppe Grillo a Roberto Saviano.
In questo contesto è evidente l’ansia con cui si cerca di anticipare – tramite continui monitoraggi demoscopici – l’ipotetico futuro comportamento elettorale. Se da un lato è la conferma che l’appuntamento elettorale rimane in definitiva per tutti l’unico criterio di giudizio della politica, dall’altro è impressionante la dispersione delle forze politiche che parteciperanno alla competizione elettorale – a parte l’immobile montagna delle dichiarazioni di astensione. Al momento è impossibile prevedere quanto significativa sarà la tenuta del Pd, quanto pesante sarà il tasso di dissolvimento del Pdl, e quindi quale sarà l’assestamento delle altre forze che sono già in campo. Ma l’incognita maggiore sarà il presumibile avanzamento del Movimento Cinque Stelle, tanto sicuro di che un ordine di servizio; in risposta il collega, il parigrado o il sottoposto, risponde con una mail per mettersi al riparo da eventuali contestazioni, per «pararsi il c… » (mi si passi l’espressione). La mail non è più parte di una comunicazione biunivoca, bensì tiene il posto della raccomandata, atto che resta, deposizione a futura memoria. In quasi tutte le organizzazioni e aziende la mail ha sostituito il colloquio faccia a faccia, oppure la telefonata, che viene utilizzata tuttora in modo massiccio, ma non per questo scopo (il gossip è per lo più ancora telefonico).
La mail è scritta, perciò resta: verba volant, scripta manent. «Non hai letto, o sé quanto portatore di una strategia politica complessiva ancora troppo confusa (a prescindere dalla punizione esemplare della casta). L’idea che la formula vincente possa essere proprio la combinazione tra voglia di punire e confusione strategica fa rabbrividire. Una cosa è certa: con il passare del tempo e il prevedibile peggioramento della crisi economica, pur di strappare consenso, si farà sempre più forte il radicalismo verbale con proposte dettate dall’emotività anziché da argomentazioni ragionate – compresa l’uscita dall’euro e dall’Ue. L’ultima «pazza idea» di Berlusconi di una zecca italiana dell’euro, anche se subito ritirata, è un segnale da prendere sul serio.
Abbiamo disperatamente bisogno di una forza politica che tenga i nervi a posto, agisca in modo razionale e trasparente e abbia la capacità di convincere la società («civile» è pleonastico) a darle credito. non ti ricordi, la mail che ti ho mandato ieri…? », così ci si apostrofa nelle aziende tra colleghi e collaboratori nelle riunioni (e adesso anche tra genitori e figli, e persino tra coniugi). Le mail sono il perfetto documento della nostra società istantanea che tanto sarebbe piaciuta ad Andy Warhol; sono le polaroid della nuova comunicazione Internet. Lavorare in un’organizzazione complessa come un’azienda è diventato più difficile, e soprattutto più faticoso. Non solo per via delle mail, ma perché le persone si parlano sempre meno in forma diretta e delegano tutto, o quasi, allo scambio di messaggi elettronici. Una forma di deresponsabilizzazione, e insieme una fatica in più. Scrivere è più complesso che parlare e leggere impegna più che ascoltare. Energie sprecate in un mondo che è, sì, istantaneo, ma sempre più mediato da forme comunicative complesse. Le e-mail sono le nostre tavolette d’argilla incise a caratteri immateriali, invece che cuneiformi: pesano meno, ma durano anche meno. E poi si ricordano poco: se ne ricevono sempre troppe. Perché mai dovremmo leggere tutte le e-mail che ci mandano?

Quando i candidati locali contano più dei partiti

Quando i candidati locali contano più dei partiti di Carlo Galli • 31-Mar-12
Per le prossime elezioni amministrative si annuncia un moltiplicarsi di formazioni e simboli nuovi dovuto alla crisi degli schieramenti tradizionali
È implicito, nel concetto di lista civica, che il rapporto fra politica e città sia problematico. Quel rapporto dovrebbe essere di piena adeguazione – dopo tutto, le due parole sono l´una figlia dell´altra, poiché politica è l´insieme delle cose pubbliche che riguardano la città –; e invece la lista civica si contrappone a liste elettorali non civiche, o almeno non percepite come tali. A liste che esprimono la disgiunzione fra politica e città. Com´è stato possibile ciò? E com´è possibile che una lista civica vi possa porre rimedio?
La politica moderna ha come dimensione più appropriata non la città ma lo Stato; non il libero Comune ma l´intera società civile nella sua vastità e nelle sue interconnessioni. In ogni caso, lo spazio cittadino è uno spazio diverso da quello statale, nazionale; la differenza di scala comporta una differente qualità della politica, che nella città deve confrontarsi con problemi locali, e deve promuovere uno sviluppo e una qualità della vita non necessariamente omogenei a quelli della nazione intera. Anche quando il livello locale è il laboratorio di proposte rivoluzionarie – come nei municipi “rossi” di inizio Novecento –, il “nuovo” vi si presenta con una capacità amministrativa, con un´attitudine all´ascolto ravvicinato, con uno sguardo attento e concreto che ne muta le caratteristiche. Non a caso il socialismo che a livello nazionale era diviso tra massimalisti e riformisti, era poi operosamente riformatore nei municipi e nei territori.
Perfino il tempo delle ideologie ha dovuto prendere atto della differenza municipale, della particolarità della dimensione civica. Nella rossa Bologna dal secondo dopoguerra, e fino al 2000 – oltre quindi la fine del Pci –, il “partitone” alle elezioni amministrative non si presentava nella forma politico-ideologica che assumeva alle elezioni politiche (appunto, come Pci, con tanto di falce e martello), ma col simbolo cittadino delle Due Torri: liste comuniste, ma aperte anche a personalità indipendenti, aperte alla città, che raccoglievano più voti di quelli che la sinistra sommava alle politiche. Segno che la dimensione civica riusciva a superare anche le più aspre contrapposizioni ideologiche.
Ma quella ri-cucitura fra politica e città non era alternativa ai partiti; anzi, questi si rivelavano capaci di saturare l´intera domanda di politica della società, in tutti i suoi ambiti e in tutti i suoi piani, offrendo “prodotti” diversi per pubblici diversi.
Quando, con la crisi della Prima repubblica, alla politica dei partiti si sostituì la politica spettacolo, tutta spostata sulla comunicazione e sul carisma del leader, questa politica, omogenea a livello nazionale, ha perduto la presa sui territori, che sono rimasti consegnati a gruppi locali, a clientele e a cricche ormai autoreferenziali, semplici anelli di cordate politico-affaristiche rispetto alle quali il brand politico nazionale era, ed è spesso tuttora, una copertura ideologica pubblicitaria, di pratiche sostanzialmente private, prive di respiro pubblico e civico. Non dalla forza della politica, ma dalla sua debolezza nascono le nuove liste civiche; la proposta dell´Italia delle “cento città” – poi finita nel nulla – era la manifestazione di un bisogno di civismo, di una nuova stagione della politica che assumeva la dimensione municipale non come chiusura localistica ma come ricerca di concretezza al di là della rissa mediatica, in nome di una partecipazione consapevole alla vita associata.
Oggi, in un tempo ancora diverso, nel tempo cioè della politica inefficace e delegittimata – che proprio sui territori mostra la sua collusione con l´affarismo e la faccenderia, e la sua inettitudine a risolvere i problemi che la crisi mondiale scarica sulle città –, le liste civiche, che potrebbero essere le protagoniste delle prossime elezioni amministrative, sono certamente il segnale della disaffezione fra gli italiani e la politica dei partiti; ma, accanto a una componente qualunquistica e antipolitica – che fa parte molto più del problema che non della soluzione –, accanto a velleitarie chiusure localistiche, quasi che la città potesse immunizzare dal mondo, accanto al rischio di frammentazione del tessuto nazionale, acquistano spesso anche il significato politico di una rivendicazione di autogoverno; come se, insomma, i cittadini presi dall´entusiasmo, o dalla disperazione, fossero spinti al volontariato civico, a rimboccarsi le maniche dall´urgenza di far fronte al degrado delle città e al crollo della qualità della vita.
Certo, c´è la possibilità che le liste civiche siano il palcoscenico per capetti carismatici locali, solo il veicolo di spregiudicati arrivismi, oppure non siano altro che operazioni più o meno credibili di camuffamento di ceti dirigenti locali logori e impresentabili; che improbabili candidature siano destinate a scontrarsi con la complessità della politica e a venire manipolate da vecchi marpioni del mestiere. Eppure, oltre che il segno di una crisi dei partiti – che resta il problema principale della politica (di quella crisi è infatti parte integrante anche la corruzione) – le liste civiche sono il segnale che – dopo la politica astratta delle ideologie, dopo la politica virtuale della comunicazione, dopo la politica inerte della grande crisi che stiamo attraversando – c´è ancora chi vuole invertire il circolo vizioso grazie al quale il globale scarica tutte le contraddizioni sul locale, per fare della dimensione concreta dei territori il punto d´appoggio per riqualificare il rapporto col mondo vasto e terribile. Per far rinascere la politica da dove è nata: dalla città.