Ciao maestro, ciao zio Claudio.

Ciao maestro Buccetti, ciao zio Claudio.
Classe 1920, il prossimo 6 giugno avrebbe raggiunto la tanto desiderata meta dei 100 anni.
Un grande uomo, ironico e profondo che ho avuto   la fortuna di avere come zio condividendo insieme  tanti momenti di spensieratezza e l’amore per la montagna. Un maestro che ha
 insegnato a scrivere e a leggere  a generazioni di studenti osimani. Una persona che  ha attraversato con immutata eleganza e dolcezza quasi un secolo.

Se ne è andato nel bel mezzo di un’epidemia manzoniana, ma lo voglio ricordare ancora con il suo sorriso e l’instancabile desiderio di stare in compagnia e in  relazione con gli altri.

La sua assenza tocca nel profondo tutti noi che lo abbiamo conosciuto e apprezzato nella sua bontà e generosità. Un abbraccio ad Adriana ed Anna Maria  ed gli amati nipoti, Alice, Elena, Enrico e Giacomo

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Giuseppe e Anna da 50 anni insieme: un amore nato da un fortuito incontro alla “Coin” di Mestre

Oggi come oggi, il concetto di “amore per sempre” sembra essere qualcosa che appartenga solo ai romanzi ed alle favole. Purtroppo molte coppie si sfaldano presto e sembra non esistere più quella forza che le spinge ad andare avanti e a superare le difficoltà.
Tuttavia, nonostante il fatto che molte delle relazioni moderne rispondono a questa descrizione, esistono ancora alcuni esempi di coppie che hanno promesso di amarsi per sempre e che hanno continuato ad avanzare insieme nonostante gli ostacoli.

Questa storia parla proprio di questo, di due persone speciali, che dopo 50 anni sono ancora unite da un vincolo indissolubile di amore: Giuseppe Limoni e la gentile consorte Anna.

Si sono conosciuti alla “Coin” di Mestre. Giuseppe Limoni appena diplomato alla Scuola Agraria di Santa Marinella a Roma (una delle scuole più rinomate  per chi ha  la passione per la botanica, l’entomologia, l’agronomia) aveva ricevuto un’offerta di lavoro di quelle che non si potevano di certo  lasciare: giardiniere alla villa Fürstemberg alle dipendenze della famiglia di Clara AGNELLI ( la sorella maggiore dell’avvocato ) vicino Venezia,  con la responsabilità di gestire il parco e i giardini di una delle più belle e rinomate ville venete, dove la signora Agnelli aveva trasferito da Torino la propria residenza.
Un lavoro  importante professionalmente, per il giovane Giuseppe Limoni aspirante “Giardiniere” ( con la “G” maiuscola)  per la vastità delle piante presenti nell’ampio parco e delle varie tipologie di giardini che doveva curare ( all’inglese, all’italiana e alla francese).  Un lavoro importante per il quale Giuseppe appena 20enne aveva lasciato, a malincuore,  gli anziani genitori e Tolentino (sua città natale), per trasferirsi in Veneto, dove il tempo era scandito ed occupato totalmente dal lavoro. Di quel tempo Peppe ricorda le uniche divagazioni domenicali che erano Venezia con i suoi canali e le “luci” dei negozi di Mestre. In una di queste “lunghe e solitarie  giornate” post lavoro Giuseppe aveva scelto come meta Mestre e in particolare il  negozio della “Coin” situato al centro della città di terra ferma dei veneziani. Era rimasto colpito da una bella giacca che era però, –  per quegli accadimenti incomprensibili e misteriosi che la vita a volte ci presenta –  troppo lunga di manica. Rassicurato dalla commessa che il servizio sartoria dello stesso negozio avrebbe provveduto ad apportare le opportune  sistemazioni, Giuseppe fece convintamente quel bell’acquisto. Come negli accordi pattuiti al momento dell’acquisto, la sera seguente, Giuseppe ritorna alla Coin al reparto sartoria per le misurazioni.

La sarta, “veneziana doc”, che con cura prese le misure e poi confezionò quella giacca di velluto era, per quei disegni del destino a noi tutti ignoti,  Angiolina  Ruffato: la futura Sig.ra Limoni.

E’, infatti li, nella bottega della sartoria della Coin,  tra un tracciare un segno di gesso, colpita dalle affabili maniere di Giuseppe, abituato a “parlare e trattare con i fiori”, tra un ordine impartito in stretto dialetto veneto e una esclamazione tolentinese-maceratese,  tra lo stendere il metro di sarta sulle robuste braccia allungate del giardiniere di casa Agnelli e qualche timido e gentile apprezzamento sulle abili capacità di tagliare  il  risvolto di quella  giacca (che alla fine calzerà “a pennello”), che è nato l’amore tra Peppe Limoni e Angiolina Ruffato per tutti gli osimani Anna.

La sig.ra Anna, nata e cresciuta a  Venezia, città alla quale è tutt’ora  profondamente legata,  in una famiglia  di commercianti di  legno e carbone ( una famiglia numerosa la sua, con la bellezza e la vivacità di 6 fratelli e 6 sorelle)  mai poteva immaginare che il suo futuro sarebbe stato “la città dei Senza Testa” e le Marche.

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Si sono sposati  il 28 dicembre 1969, lui ventiduenne e lei appena venticinquenne,  a Mestre, nella Chiesetta della Madonna del Carmelo.
Dal 1970 ( dopo che Giuseppe ha vinto  il concorso da Giardiniere) la famiglia Limoni si è trasferita e vive ad Osimo. Una famiglia stimata, entrambi si sono adoperati nell’interesse della nostra città, partecipando attivamente nel mondo dell’Associazionismo, del  volontariato. Ricordo, per averci partecipato come volontaria scout,   l’iniziativa ideata da Peppe Limoni di ”una pianta per il Friuli”. Un progetto  che ha riguardato la popolazione del comune di Trasaghis  ( in prov. di Udine) dove, sotto la guida del nostro giardiniere/volontario Peppe Limoni, abbiamo piantato degli alberi nel grande campo delle baracche dei sopravvissuti al terremoto.

Una vita di coppia, quella dei coniugi Limoni costellata, come per tanti, da difficoltà, sacrifici e messe alla prova  che non li ha mai divisi, ma, al contrario li ha uniti e resi ancora più forti.

Se  a Peppe Limoni viene, unanimemente,  attribuito il riconoscimento di “artista della natura” per aver saputo rendere,   nei 40 anni di servizio da Capo giardiniere,   il “belvedere” dei giardini di Piazza Nuova un vero vanto della nostra città,  alla gentile sig.ra Anna, va il merito di essere “l’anima” di questa famiglia – giunta al suo mezzo secolo di vita – grazie alla sua presenza silenziosa ed  incoraggiante che infonde serenità.

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In questi giorni l’amabile coppia – con qualche capello in meno lui, un paio di occhiali sul volto lei – ha festeggiato il  cinquantesimo anniversario di matrimonio. Lo ha fatto pronunciando ancora una volta il “si”, rinnovandosi la promessa  nella Chiesa di Sant’Ignazio, nella piccola omonima frazione  di Filottrano. Assieme a loro hanno festeggiato in armonia ed allegria le figlie, i nipoti, il genero, parenti ed amici.
Un bellissimo evento per Giuseppe, Anna e la loro famiglia, che dimostra ancora una volta  al mondo quanto la compagnia dell’altro, il rispetto, la dolcezza nei  rapporti, nonostante le difficoltà, sono ciò che rafforza l’amore.
Una bella e meritata festa per i 50 anni di matrimonio di Anna e Giuseppe, entrambi nati fuori dalle mura della nostra città ma, a tutti gli effetti,   “Osimani doc”.

A nome mio personale, e a nome  dell’intera comunità  cittadina, porgo a Giuseppe  e ad  Anna gli auguri più affettuosi di un ancor lungo futuro insieme ed un ringraziamento per l’esempio di disponibilità e di condivisione, riconosciuto ed apprezzato dall’intera città.

Paola

Nove vigili storici in pensione: più di 300 anni di servizio, un pezzo di storia della Polizia Municipale Osimana

La Polizia Municipale di Osimo “cambia pelle”, in pensione nove vigili storici. Si tratta  di alcune delle colonne portanti del comando osimano quelle che nel corso dell’anno o recentemente  hanno  dismesso la divisa per tornare agli abiti civili.
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Sommati tutti insieme fanno oltre 300 anni di servizio prestati per accompagnare le trasformazioni urbanistiche, sociali e culturali della città. Una vera e propria memoria storica che ha lasciato  un delicato vuoto da colmare nei prossimi mesi. «Sono dispiaciuto, un sentimento condiviso con gli “anziani” rimasti  – spiega il  comandante Graziano Galassi –  perché hanno lasciato il lavoro tanti uomini e “colleghi di viaggio” in questo lungo periodo di vita passato nella Polizia Locale di Osimo, con un accavallarsi nei nostri pensieri di tanti episodi vissuti insieme belli e brutti, allegri e tristi, ma comunque ormai solo ricordi, che  forse saranno ogni tanto allegramente  rievocati intorno ad un tavola imbandita».

A lasciare il servizio sono stati:

– l’Ispettore Stefano Zoppi. Era il primo giugno 1977, ed aveva 23 anni, quando il giovane maestro elementare Stefano Zoppi, entrò nel Corpo della Polizia Municipale dopo aver vinto il concorso comunale. Lo stesso concorso che aprì le porte della carriera alle prime due vigilesse osimane: Clara Grassetti ed  Anna Maria Mandaliti.
Mercoledì 31 luglio scorso con il suo ultimo turno, l’ispettore Zoppi, ha lasciato  la divisa dopo 42 anni di servizio svolti  a seguire il settore procedure sanzionatorie e le pratiche relative ai ricorsi.  Un record, gli anni di servizio prestati in favore della Amministrazione cittadina, che neanche gli storici dipendenti  della Polizia cittadina come Carlo Nicoletti, Renato  Bellezza, Sandro Magnaterra, Sandro Franchini  detto “Boba”, Aldo Copparini, Gianni Marchegiani, Sergio Pieretti, Franco Gatto, hanno sfiorato.
Autentico pilastro dell’ufficio, dalle buone maniere, sempre cordiale e disponibile con i cittadini soprattutto con il mondo giovanile osimano con il quale ha sempre condiviso umori e spazi di socializzazione.
Stefano Zoppi  ha saputo unire al rispetto della  ferrea regola che impone la  divisa,   la sua proverbiale simpatia e leggerezza. Grazie al  suo spirito goliardico,  ha contribuito a far cementare lo spirito di squadra  all’interno della Caserma di via Molino Mensa.
Nel 2009 ha ricevuto un encomio pubblico da parte dell’Amministrazione Comunale con questa motivazione:
Zoppi Stefano in una attività lavorativa dura, spigolosa e spesso oscura è riuscito a mantenere viva la sua vena culturale ed artistica, ironica ed autoironica, unita ad una arguta satira, che non l’hanno comunque distolto da una costante crescita professionale nell’ambito delle competenze che gli sono state affidate“.
Ora che è in pensione potrà, sicuramente, dedicarsi a tempo pieno alle sue  passioni di eccellente vignettista e bravo musicista, come suonatore di sassofono.
Le sue  caricature ed illustrazioni hanno trovato spazio anche nella pagina di fondo del  notiziario comunale “5 Torri” negli anni ’70-’80 ( apprezzate dagli osimani quanto i disegni di Umberto Graciotti). I suoi disegni sono stati pubblicati, inoltre, anche nel libro che racconta la storia dell’Osimana calcio ( “Una storia giallorossa” di D.Andreucci) e in svariate riviste come: “L’Osservatore Nuovo”, “440 Hertz”, “Il Caffè”, “Le 7”, “La Gazzetta di Ancona”.
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– il sovraintendente  Stefano Paoltroni,  nel Corpo dei vigili urbani dal 2002, in precedenza ha lavorato in Comune come giardiniere e poi come addetto alla segnaletica stradale apprendendo il mestiere dal “veterano” Otello Marconi. Entrato in Comune ad appena 22 anni, il 1 giugno 1982, detiene ad oggi il primato del più giovane dipendente assunto dal Comune di Osimo. Nella sua carriera da poliziotto locale si è fatto ben apprezzare da tutti i colleghi per la sua generosa disponibilità e modestia. Con i cittadini, nell’espletamento del suo servizio che prevedeva prevalentemente il controllo residenziale, ha usato sia il bastone che la carota: intransigente quando non c’era da transigere, ha invece usato il buonsenso quando le situazioni potevano essere risolte pacificamente.
Nel 2010 ha ricevuto un encomio pubblico da parte dell’Amministrazione Comunale con questa motivazione:
Paoltroni Stefano, in pattuglia con il collega Buscarini Luciano, venivano chiamati urgentemente all’interno del Palazzo Comunale dove notavano una persona con accanto un contenitore pieno di liquido infiammabile e in mano un accendino acceso, pronta a darsi fuoco con grave pregiudizio suo e di tutto il Palazzo Comunale molto frequentato a quell’ora del mattino. Data la situazione di estremo pericolo prontamente intervenivano con grande coraggio e spregiudicatezza portando via il contenitore e l’accendino. Riuscendo contemporaneamente a calmare l’individuo in attesa del personale medico e degli assistenti sociali. Dimostrazione esemplare di professionalità e umanità“.
Soprannominato dai colleghi “il fratello Righeira” per il fatto che in caserma ci lavorava anche il fratello Andrea,  ha lasciato la divisa nel 2018 per dedicarsi totalmente alla famiglia, agli innumerevoli hobby e alla passione sportiva per il tennis.
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– il maresciallo maggiore Franco Cola ha lasciato il servizio il 30 giugno 2016 dopo 40 anni alla Polizia Municipale. Quando era entrato, con il suo fisico atletico da ciclista con paletta e fischietto aveva iniziato a girare in lungo e in largo per Passatempo, ma anche a farsi apprezzare dagli osimani, qualche multa a parte ovviamente.
Negli annali della storia del Comando, verrà ricordato, anche,  come il “vigile che va sempre in fuga” per i suoi trascorsi ciclistici che lo hanno visto spesso vittorioso sempre all’insegna delle fughe in solitaria. In particolare vanno menzionati i prestigiosi piazzamenti in occasione del Campionato Italiano ASPMI di ciclismo, kermesse tricolore per polizie municipali, nelle due edizioni svoltesi a Faenza e a Cerignola, dove Franco ha conquistato il quarto e sesto posto assoluto.  In questa ultima edizione dei Campionati italiani,  la squadra osimana era rappresentata da ben quattro portacolori: Franco Cola, Sergio Pieretti, Franco Gatto e Fausto Cedraro.
Un periodo lungo quello di Franco presso i Vigili osimani, durante il quale, questo mestiere via via è diventato parte della sua vita, dedicandosi in particolare, oltre ai servizi generali, alle problematiche relative all’ambiente, al randagismo ed alla buona tenuta  degli animali da affezione.  Lasciata la divisa si è “ritirato” a Passatempo a dedicarsi, a tempo pieno, alle sue passioni: i suoi cani e naturalmente il ciclismo. Attualmente Franco svolge  il compito di  direttore sportivo responsabile della squadra di ciclismo femminile “Gruppo Ciclistico Osimo Stazione”.
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– l’ispettore Claudio Pesaresi per 35 anni consecutivi è sempre stato fedele alla divisa. Maresciallo storico del comando di via Molino Mensa è entrato in servizio nel lontano 1984 quando ancora le rotonde di via Marco Polo, in zona  Crocefisso,  ai “Tre Archi” ed allo “Smindolo” non c’erano. Lì c’erano loro, i vigili, in mezzo alla strada a dirigere il traffico. All’interno del Comando si è occupato di tutte le materie di competenza della polizia locale, maturando notevoli competenze professionali. In particolare, per circa 21 anni ha svolto il servizio di accertamento anagrafico in coppia con Claudio Gatto. Sono stati gli “Starsky & Hutch” della nostra polizia municipale, sempre vincenti, amici inseparabili ancora oggi fuori dal servizio. Persona onesta  e corretta, sempre disponibile anche nei servizi di emergenza o quando si trattava di sostituire qualche collega. Farà strano non incontrarlo più per strada in divisa dopo così tanti anni di servizio. Grande appassionato di caccia e di moto, si racconta che l’ultimo turno  di lavoro, dopo aver riconsegnato la pistola d’ordinanza e la  divisa,   ha salutato i colleghi con le valigie già pronte per partire: meta il mondo.
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– l’ispettore Maurizio Cingolani in pensione dal 1 novembre 2016. Una  carriera, la sua,   iniziata in Ancona nel gennaio del 1984 e poi continuata per gli ultimi 30 anni di servizio in Osimo, suo comune di nascita e di  residenza. Un lasso di tempo durante il quale ha visto passare ed ha avuto modo di collaborare con sei diverse amministrazioni comunali da Cartuccia a Orsetti, da Niccoli a  Latini, da Simoncini a Pugnaloni.
Sportivo ed ottimo calciatore è stato capitano e “faro” della squadra calcio della Polizia Locale. I colleghi in occasione dei tornei calcistici tra corpi delle Forze dell’Ordine hanno imparato ad apprezzarne le doti atletiche nel ruolo di centrocampista per  i suoi  “piedi buoni” e il grande fiuto per il gol. Non a caso nel 2012 ha ricevuto un encomio pubblico da parte dell’Amministrazione Comunale con questa motivazione:
Cingolani Maurizio capitano della squadra calcetto della PM Osimo. Con l’esempio e la tenacia ha portato alla vittoria la squadra di calcetto della P.M. Osimo nel 1° torneo interforze organizzato dalla CRI comitato locale di Osimo, tenendo ancora alto il prestigio sportivo del Corpo Polizia Municipale di Osimo dopo diversi anni dall’ultimo similare successo“. Si sentirà la sua mancanza.
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– il maresciallo maggiore Claudio Gatto. Era il 1980 quando Claudio Gatto, entrò a far parte dell’Amministrazione di Osimo. Diversi, ben 32, sono stati gli anni vissuti in divisa.  La sua carriera come dipendente comunale,  è iniziata, come autista di Scuolabus a servizio dei bambini osimani e si è conclusa il 31/12/2016 ad un gradino dal ruolo di ispettore. In coppia con il suo amico ed inseparabile compagno di lavoro, Claudio Pesaresi, da cui il soprannome loro affibbiato ” il gatto e la volpe“, hanno girato ogni angolo di Osimo per gli accertamenti anagrafici, per il rilascio certificazioni pratiche di immigrazione e nel controllo delle attività delle ditte artigiane osimane.
Nel 2009 ha ricevuto un encomio pubblico da parte dell’Amministrazione Comunale con questa motivazione:
Gatto Claudio per l’impegno e la professionalità con cui svolge le proprie competenze che spesso lo hanno portato ad affrontare situazioni difficili nell’ambito dello sfruttamento della immigrazione e delle problematiche dell’infanzia“.
Da sempre appassionato di caccia in occasione delle ultime votazioni amministrative si è messo in gioco nella politica, candidandosi ad un posto da Consigliere comunale ottenendo un discreto numero di consensi.
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– l’agente  Armando Zagaglia. Il suo ingresso nei vigili risale al 2000, grazie ad un passaggio interno. Prima ha svolto il ruolo di cantoniere comunale assunto, con concorso pubblico, il primo ottobre 1988. Quindici anni – con cappello, fregi, stemma della polizia municipale, alamari sul collo della giacca ed i guanti bianchi –  a garantire la sicurezza degli osimani  oltre che presidiare il traffico delle ore di punta.
Ma Armando, soprannominato dai colleghi “Armaduk“,  ha lasciato il segno in caserma anche per le sue “mani d’oro”, un’autentica figura di riferimento per ogni piccola riparazione ed inconveniente tecnico da risolvere all’interno degli spazi della “gendarmeria cittadina ” di via Molino Mensa 66. Con  la pensione raggiunta, questo umile e bravo agente, è tornato a dedicarsi alle sue passioni: la pesca subacquea in apnea e i viaggi.
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– il sovrintendente  Luciano Buscarini  anche per lui la “prima vita” ( diciasette anni) è stata quella come operaio addetto agli uffici tecnici del Comune. Una vita professionale iniziata  il 3 dicembre 1984.  Nel 2001 è passato al settore della PM con la qualifica di agente motociclista. All’interno del Comando, per altri 17 anni, si è occupato di tante materie di competenza della polizia locale dai controlli edilizi, alle autorizzazioni, agli abusi, alla pubblicità. Nome di battaglia all’interno del Comando: “Pavarotti”.
Nel 2009 ha ricevuto un encomio pubblico da parte dell’Amministrazione Comunale con questa motivazione:
Buscarini Luciano, terminato il servizio a cui era stato comandato, si apprestava a rientrare in sede quando, in prossimità del Maxiparcheggio di via C.Colombo, notava un autobus in fiamme. Visto l’autista in difficoltà e con l’estintore ormai scarico, prontamente si fermava e con l’estintore in dotazione all’auto di servizio in uso, provvedeva a circostanziare l’incendio e a limitarne i pericoli in attesa che arrivassero i VV.FF. Dimostrando esempio di professionalità ed altruismo “.
Fino all’ultimo giorno di servizio, il 30 ottobre 2017, ha indossato con orgoglio l’uniforme e reso il solito puntuale servizio alla città. Uscendo per sempre dall’ufficio ha dato spazio alle passioni: quella di volontario al settore giovanile  dell’Osimana calcio e l’impegno civile  nel proprio quartiere dove con altri cittadini del rione “Roncisvalle” salvaguarda  i tesori monumentali della  chiesa dei SS.Martiri Osimani e collabora a tenere viva la tradizione e la memoria della festa dei Martiri Osimani  dell’ 11 maggio.
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– l’agente  Giorgio Mengoni fratello del vigile Giuseppe ha trascorso diversi anni nella caserma “Bruno Giacconi”. Anche lui entrato in servizio quando i vigili urbani ancora si chiamavano così, oggi sono “agenti di Polizia Locale”.  Un servizio che Giorgio ha svolto con  buon senso, con grande rispetto verso i colleghi ed i cittadini senza mai sottovalutare il dovere di essere giusti. Oggi si dedica totalmente alle sue passioni: la lettura, i viaggi e l’amore per la natura e gli animali.
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Nove  figure,  uomini chiave con esperienza oltre che di  buonsenso ed equilibrio che non vedremo più girare per la città in divisa.
Tanti gli aneddoti, le storie curiose ed anche toccanti di umanità, ma anche numerosi gli avvenimenti difficili professionalmente da gestire che in questi 300 anni di servizio, questi agenti della Polizia comunale hanno vissuto in prima persona: dai contatti con gli osimani, le emergenze ( dal terremoto, alla “bomba d’acqua” ad Osimo Stazione), gli eventi ( Giri d’Italia, feste dei Fiori, balletti, feste del patrono, avvenimenti culturali), gli incidenti stradali di cui molti mortali in cui hanno dovuto prestare i primi soccorsi e fare rilievi, fatti di cronaca e gli interventi richiesti dai cittadini più o meno importanti ( dal sedare una lite condominiale agli interventi in codice rosso per violenze o fatti altrettanti gravi nei quali i nostri Agenti sono dovuti intervenire anche con funzioni di ausiliari delle Forze dell’Ordine), l’introduzione delle armi, l’arrivo delle moto, l’introduzione dei photored, l’introduzione dei controlli notturni, ecc.
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Con i nove vigili se ne parte quindi anche una bella porzione di memoria storica osimana, una parte di vita dietro le quinte, passata quasi di soppiatto a vegliare con costanza e decisione sulla tranquillità e sicurezza di tutti noi cittadini.
A tutti, naturalmente, un in bocca al lupo  e l’augurio di godersi questo secondo tempo della vita, anche se non più da marescialli !!

     Paola Andreoni
Vice Sindaco di Osimo

 

Attualmente sono 21 gli Agenti di Polizia Locale in forza al Comune di Osimo ( oltre il Comandante dott. Graziano Galassi,  il Vice Comandante Danilo Vescovo, e la dott.ssa Graziella Feliziani responsabile amministrativa e “anima” del Corpo), un numero sottodimensionato rispetto alle esigenze dei servizi da compiere. L’estensione territoriale e demografica, della nostra città imporrebbe la presenza di maggiori unità per il monitoraggio del territorio, una emergenza che è all’attenzione sia del Sindaco che dell’Assessore preposto, dott.ssa Federica Gatto, ed alla quale si sta trovando una soluzione con l’arrivo di nuove unità tramite nuove assunzioni o mobilità tra enti.

Hanno composto, negli anni passati,  la “squadra” dei Vigili Urbani ( una volta si chiamavano così) osimani :

Sandro Franchini  detto “Boba”, se lo cercate lo troverete a lucidare la sua barchetta ormeggiata al porto di Numana, ma sempre disponibile anche per le attività di  volontariato;
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Sandro Magnaterra, lasciata la divisa, ha rispolverato lo spirito rock ed ha ripreso a suonare e a fare concerti con le “Anime Nere”;

Renato Bellezza, ora volontario accompagnatore dei giovani calciatori dell’Osimana e responsabile della bocciofila della Sacra Famiglia;

Luigi Squadroni, valido agente della nostra Polizia municipale che ha sempre lavorato al servizio della viabilità cittadina con professionalità e abnegazione, prematuramente scomparso nel maggio del 2011;

Giuseppe Mengoni soprannominato  dai colleghi “lo sceriffo”. Oggi è responsabile della sezione Tiro a Segno osimana ed istruttore federale per chi vuole cimentarsi nell’utilizzo delle  armi.

Giovanni Marchegiani,   per tanti anni ha  controllato il regolare svolgimento delle attività commerciali in città, oggi dedica le sue attenzioni e capacità  al volontariato.

Clara Grassetti Anna Maria Mandaliti (quest’ultima prematuramente scomparsa) che sono state le prime due vigilesse del nostro Comune, entrambe  esempio di onestà e professionalità nei loro specifici compiti di responsabilità;
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Carlo Nicoletti un grande “capitano” che ha guidato per 30 anni  il comando della Polizia Municipale osimana,   scomparso nel 2013 ;

Franco Gatto, ha lasciato la divisa da tempo, ma continua, ancora oggi, ad essere legato alle vicissitudini del Corpo, la figlia, infatti,  in qualità di Assessore è responsabile del settore;

Aldo Copparini  scomparso nell’aprile 2011, il volto buono dei vigili osimani, dai modi sempre garbati e  gentili rimasti indelebili nella gente che lo ha stimato e benvoluto;
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Sergio Pieretti, che rimane nel ricordo degli osimani il sosia del vigile “Celletti” l’indimenticato ghisa in moto, magistralmente portato al cinema  da Alberto Sordi. Oggi affermato libero professionista;

Carlo Biondini, se ne ricorda la cordialità nei modi di interloquire con la gente. Dismessa la divisa non frequenta più Osimo ma solo la sua Castelfidardo.
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I Vigili come li ha disegnati Umberto Graciotti nel 1976 sul notiziario comunale “5Torri”

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#OSIMANI con l’hashtag: Armando ANGELETTI detto “Alvaro” il “maestro falegname” di Via Pompeiana

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Chi si incunea tra le viuzze del centro storico della nostra città scoprirà che in via Pompeiana, di fronte  alla chiesa di San Niccolò e al Monastero delle Clarisse, l’età del “Giuseppe falegname” vive anche nel terzo millennio.

Ha grinta da vendere, poca scuola ma tanta esperienza sul campo e tanta passione per il suo lavoro.  Osimano doc, e 87 anni da compiere; parliamo di Armando Angeletti, per tutti gli osimani “Alvaro“,  il falegname di via Pompeiana, uno dei personaggi più noti in città.

Se, infatti, in Osimo l’età e il fascino delle antiche botteghe artigianali vive ancora,  lo si deve  a Alvaro Angeletti. La sua,  è la  storia degli artigiani e dei vecchi mestieri che resistono al passare del tempo grazie alla passione e al vigore di famiglie che si passano il testimone di generazione in generazione. E’ questo il ritratto di Armando Angeletti, uno degli ultimi falegnami del nostro centro storico che l’arte di lavorare il legno l’ha appresa da piccolino, ottanta anni fa, e ancora oggi – pur avendo abbondantemente tagliato  l’asticella del  pensionamento – quando può, per diletto e passione, aiuta il  figlio Luigi.

Memoria, e non solo, di una Osimo che era, e che per nostra fortuna è ancora.

Bel tipo Alvaro, capace con le sue mani d’oro di intagliare un pezzo di legno, realizzare lavori di pregio, così come in tanti anni di lavoro – partendo col suo carico di attrezzi – ha sistemato  serrature, finestre, seggiole, tavoli e così via,  nelle  case di tanti  osimani.

Quartogenito, di una numerosa famiglia con sei figli ( come ce n’erano tante una volta) Armando nasce ad Osimo, in via delle Scalette, nel 1932. Cinque fratelli : Augusto, scomparso da pochi anni, conosciuto in città per aver lavorato come  geometra in Comune; Arnaldo, oggi 94enne, muratore per una vita; Marino anche lui conosciuto in Osimo per aver prestato servizio per diversi anni come infermiere presso l’Ospedale cittadino; Benito anch’egli uomo d’ingegno e votato per la meccanica, lavorava presso l’Officina Fagioli di Osimo; Vittoria (in Osimo conosciuta con il nome di Elvira) l’unica donna anche lei brava infermiera sempre con il sorriso in volto.

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Papà Adrio muratore, mamma Agnese Borsini filandaia, la loro è stata una famiglia numerosa e felice, ai tempi in cui tutti i componenti  erano chiamati fin da giovanissimi a contribuire a guadagnare il pane.

Armando ad appena 8 anni, dopo aver assolto agli obblighi scolastici, diventa ragazzo di bottega, apprendista falegname.

Lavorare il legno era ciò che desideravo fare. Mi piaceva il profumo del legno, un profumo che mi è rimasto sempre dentro“. Questo è quanto mi ha detto Armando, persona dal carattere umile, di poche parole, meravigliato per questo interessamento alla sua storia.

Storia che prende il via in  “altri tempi”, quando il centro di Osimo era allora un quartiere vivo e popolare, che pullulava di artigiani e osterie.

Il giovanissimo apprendista falegname Armando inizia a scoprire ” l’abc ” di questo mestiere  tra i più vecchi del mondo,  prima nella bottega del falegname Achille Salomoni  che si trovava vicino la filanda Alessandrini, poi passa alle dipendenze del “maestro” Alfredo Riderelli soprannominato “il Paccò” titolare di una falegnameria in Via 5 Torri.

 In ogni bottega c’era un esperto  “maestro falegname”. Lavorare vicino a questi storici artigiani significava acquisire  importanti conoscenze ed abilità. Le mani di Armando diventarono sempre più esperte lavorando e imparando il mestiere  a fianco di questi artigiani osimani. Oltre quelli già citati i “maestri falegnami” che  Armando ha avuto la fortuna di conoscere per esserne stato apprendista e poi  dipendente, sono stati:

Marino Caprari che aveva una piccola  falegnameria sotto Piazza Nuova in via Giulia, Arnaldo Canapa detto “Caccioni” artigiano-falegname che aveva il suo laboratorio per il  vicolo del Buon Villano,   Pasquale Pierelli falegname che aveva il laboratorio in via Zara, e da ultimo Giovanni Marzioli che aveva una falegnameria per la Costa del Borgo.

Una volta acquisita la giusta esperienza e consapevolezza della qualità dei propri mezzi affinati negli anni,   Armando – nel 1974 –  decide di mettersi in proprio ed aprire una  bottega di falegnameria tutta sua.

All’età di quarant’anni aveva deciso che era giunto il momento di lavorare in proprio. Una scelta non facile anche per gli impegni economici che comportava,  per l’acquisto dell’ attrezzatura per  la nuova bottega che aveva realizzato  in un vecchio garage per il vicolo di Santa Lucia, ma anche  per tutti i conseguenti adempimenti  burocratici, amministrativi e fiscali.

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La fiducia nelle proprie capacità, la completa dedizione al suo lavoro, l’entusiasmo di avere una propria bottega e il determinante sostegno della famiglia e di sua moglie  Anna Tortora – in particolare -,  sono stati i fattori  decisivi nella scelta di “mettersi in proprio”.

Una scelta azzeccata perchè  la falegnameria Angeletti, pur partendo dai lavori di semplice riparazione, pian piano ha visto aumentare la propria clientela divenendo in Osimo e non solo, un punto di riferimento anche per importanti commesse  e progetti di lavoro in legno.
Nel 1998 Armando decide di trasferire la propria attività in via Pompeiana 28 in locali più spaziosi  dove poter allocare nuovi macchinari  e dove ancora oggi continua l’attività della falegnameria ora condotta  dal figlio Luigi.

Il lavoro è stato, e continua ad esserlo per passione, la  vita di Armando; raccontano i familiari che per tanti anni entrava in bottega alle 7 del mattino per rivederlo tornare in casa a notte, e questo succedeva spesso anche la domenica, sempre  per accontentare e rispondere puntualmente alle esigenze dei clienti.

Ha riparato e costruito qualsiasi cosa in legno: seggiole, mobili, tavoli.  Forse non possiamo definirlo artista, ma di certo ha sviluppato in modo personale le richieste dei clienti con particolare creatività. Racconta Alvaro che ogni richiesta del cliente è stata e continua ad essere, per lui, meritoria di attenzione e rispetto, sia se si tratta di piccoli lavoretti di riparazione richiesti dalla  pensionata,  sia nei confronti di lavori più impegnativi. Tra le tante cose fatte ricorda i bei lavori realizzati per l’artista, progettista e regista osimano Guglielmo Cappannari per il quale ha realizzato diverse scenografie per il Teatro “La Fenice”, per gli spettacoli estivi al Duomo organizzati dall’Ema ed anche per la Scuola d’Arte di Urbino.

Per il Comune di Osimo ha realizzato diversi lavori: la manutenzione e riparazione di tanti banchi scolastici,  la realizzazione della “buca degli orchestrali” al Teatro La Nuova Fenice, interventi di manutenzione e sistemazione di tante strutture lignee di pregio  presenti nelle numerose chiese cittadine.
Ricorda Alvaro,  con soddisfazione, i tanti  mobili di prestigio realizzati, o ristrutturati nelle principali residenze nobiliari cittadine, e la soddisfazione per essere stato prescelto da diverse ditte prestigiose, anche fuori Osimo,  per la realizzazione di particolari commesse in legno e,  in specie ricorda   la realizzazione e l’addobbo dello stand della ditta Girombelli alla famosa  kermesse fiorentina di  Pitti Uomo. Un lavoro, quest’ultimo, che avrebbe fatto tremare i polsi a qualsiasi ditta  e che, invece,  il nostro falegname osimano, con pazienza e determinazione, ha realizzato con piena soddisfazione dei proprietari della nota ditta di moda anconetana.

Armando, che nel settembre del 2013 ha ricevuto il riconoscimento cittadino “una vita per il lavoro” per il talento e la dedizione alla sua attività artigianale, da diversi anni coniuga la dedizione al lavoro e l’attenzione alla sua famiglia con una nuova passione: quella per lo sport,  in particolare  per la montagna (alpinismo e sci) e il nuoto.

Autodidatta sciatore,  si è cimentato su tutte le piste senza mai aver preso una lezione da qualcuno. Famose le sfide all’interno dello Sci Club Osimano negli anni ’90.  Nella  categoria a loro riservata se la battevano  il “falegname sciatore autodidatta” con il suo stile molto ortodosso ma funzionale, e Vittorio Campanelli dotato di una tecnica raffinata, una sciata pulita bella da vedere.
Epiche alcune gesta, come quando affrontò incurante del pericolo,  le discese “nere” ( le più pericolose) del Monte Sella. Qualcuno ancora lo ricorda sul rifugio Belvedere a Canazei  soddisfatto per aver concluso indenne  il percorso dei tre passi, con una gioia incontenibile,  a pagare da bere per tutti.  Da ricordare anche le belle scalate sulle montagne dolomitiche, anche queste scoperte da Armando a tarda età, riuscendo, tuttavia, a mettere una bandierina sui più prestigiosi ed impervi rifugi alpini come “Capanna Margherita” a quota 4.000 mt. sul Monte Rosa, insomma delle vere e proprie imprese.

 A proposito di  imprese, non si possono non menzionare, quelle fatte da Armando con i suoi amici, i così detti,  “Aquilotti di Ancona” gente ( e tra questi il nostro falegname) che il 26 di dicembre di ogni anno , in pieno inverno,  si dà appuntamento alle 6 del mattino al Passetto di Ancona per inerpicarsi a piedi sul Monte Conero ( nell’impervio sentiero che parte dal cimitero di Sirolo), per poi  tuffarsi in mare e raggiungere a nuoto la   spiaggia Urbani.

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Ritornando alla professione artigianale Armando ancora oggi, senza sentire minimamente il peso dei suoi 87 anni, non riesce a staccarsi dal laboratorio al civico 28  di Via Pompeiana.  E’ lì che troneggia  tra scalpelli, misture, schegge di legno, colle, trucioli, assi, scatole di chiodi consumati, l’inseparabile lapis, antiche pialle e più moderni strumenti di lavoro,  scenario dove l’infaticabile ed estroso artigiano osimano ha trascorso gran parte della sua vita, lavorando sodo e non contando mai le ore. Entrando in questo laboratorio si capisce che tra l’artigiano e la sua materia non solo c’è massima sintonia, ma l’uno completa l’altro e viceversa.

Armando, a conclusione del nostro incontro, nella sua saggezza ermetica si raccomanda: ” la prego – dice – parli di me con moderazione, non usi paroloni, non ho fatto altro che ciò che amavo fare“.
Il lavoro paga sempre è uno degli insegnamenti che l’esperienza di questo artigiano da subito suggerisce, ovviamente quello fatto a regola d’arte, con scrupolo e attenzione. Oggi il laboratorio falegnameria è diretto dal figlio Luigi che segue la tradizione di famiglia.

Grazie Armando di aver condiviso la sua storia, quella di un artigiano, semplice e umile, ma dal carattere determinato, esempio di laboriosità e di concretezza per tutta la nostra comunità.
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La Vice Sindaco  di  Osimo
  prof.ssa Paola Andreoni

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Buone vacanze 2019 e Buon riposo a tutti: #Osimaniinvacanza

Carissimi/e
vi auguro un sano e meritato riposo, dedicato agli affetti e ai legami. Un pensiero particolare a chi passerà l’estate in città, agli anziani soli, a chi si trova a fronteggiare una malattia e alle persone più bisognose e sole, che in questo periodo dell’anno sentono acuire le loro fragilità; Vi sento vicini, a Voi va il mio abbraccio più grande.
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Buon inizio di estate e di ferie a tutti. Chi vorrà mandarmi foto dai luoghi di vacanza,  le pubblicherò nel gruppo #Osimaniinvacanza.
Buon Riposo e Buone vacanze a tutti.
Paola

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Anno 1954, quando ancora non c’era la moda di “Avventure nel Mondo“, già loro: Lamberto Campanelli, Egisto Balloni, per gli osimani “Fulmine”, titolare del negozio di frutta e verdura in piazza, Alberto Campanelli detto “Titti”, Antonio Belli (mio zio), titolare dell’alimentari davanti al Comune,  erano gli Indiana Jones osimani.
Nella foto gli “Indiana Jones osimani” all’arrivo, con la 1100 Fiat dell’Emporio Campanelli”, a Barcellona.

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#Osimani: Massimo Morroni ricercatore e storico di Osimo

Continua la raccolta delle vicende degli #Osimani. Persone note, ma anche  meno note: intellettuali, artisti, studiosi, politici, artigiani, gente comune.
Figure importanti e figure modeste, accomunati però dal fatto di essere o di essere stati in qualche modo dei “personaggi” (nell’accezione più ampia del termine) per la nostra città.
Curiosità, leggende metropolitane, storie vere, che ho “strappato” alle testimonianze scritte o alla memoria di nostri concittadini.

Oggi è la volta di Massimo Morroni,  per antonomasia lo studioso, il ricercatore, lo storico e appassionato cultore delle tradizioni della nostra città, verso la quale ha donato tempo ed impegno intellettuale, offrendo stimoli continui alle Amministrazioni Comunali ed agli studiosi. Massimo ha all’attivo la realizzazione di più di 106 libri ( e di circa 1.600 articoli, saggi e pubblicazioni varie) nella maggior parte dei quali  ha   ricercato e approfondito temi, avvenimenti, personaggi della nostra città.
Le sue ricerche storiche – frutto di attente e meticolose indagini, “scavando” negli archivi pubblici e nella nostra Biblioteca Comunale, ricca di documenti rari ed inediti – meriterebbero tante belle serate di “cenacoli” culturali.  Come solitamente affermava il professore Piero Tassinari ( storico, professore di latino all’Università di Cardiff) “il presente vive attraverso la storia e la storia vive attraverso il presente” questo vale in particolar modo per Massimo, e la storia è da sempre, la sua stella polare.
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Massimo
è nato ad Osimo il 18 marzo 1950, dove risiede. Diplomatosi al Liceo Classico “Campana” nel 1969,  si è laureato presso l’Università  di Macerata  nel 1974 con una tesi sulla filosofia teoretica del filosofo – economista francese
Étienne Bonnot de Condillac. Dopo aver conseguito l’abilitazione in Scienze Umane e Storia, Massimo, ha insegnato per diversi anni per poi preferire il lavoro di impiegato come dipendente della Provincia e poi dello Stato.
Non ne conosco il motivo scatenante, ma Massimo ha in sé il germe del vegetarismo. Da più di 40 anni, infatti, si è avvicinato, rimanendone sempre fedele, alla scelta veg.

Quella di Massimo è una famiglia di letterati e buone penne: la sorella Giuliana, (indimenticata amica), oltre che esercitare la professione forense, è stata corrispondente per il Corriere Adriatico, poi addetta stampa del Comune di Osimo e responsabile, alcuni anni prima della prematura scomparsa, della rivista comunale “5 Torri”; i fratelli Mirco e Ugo anche loro, pur facendo altre professioni,  sono delle “belle penne”, alcuni loro articoli sono apparsi sulle pagine dei giornali locali. E da ultima, la figlia Phillis sta pubblicando poesie in raccolte individuali e collettive.

Massimo, appassionato da sempre di storia locale,  ha potuto interamente dedicarsi a questa sua vocazione quando ha terminato l’attività lavorativa per pensionamento.
Nel 1979 ha pubblicato il suo primo lavoro letterario, “Ipotesi varie sull’origine ed il significato del toponimo Camerano“,  e su Camerano la sua storia, le sue radici, luoghi e personaggi, ha scritto altri libri.
Seguiranno altre pubblicazioni con oggetto un’altra delle passioni della vita di Massimo: l’astronomia.
L’osservazione degli astri è sempre stata una sua passione, una curiosità ed un’emozione nata nei banchi del liceo, che da autodidatta ha approfondito e di cui è ancora oggi affascinato. Il suo  libro “Per seguire la cometa di Halley“, pubblicato nel 1985,  è addirittura, citato nella “Enciclopedia Italiana Treccani” (appendice V (1979-1992), pag. 690). All’osservazione del cielo, Massimo  ha dedicato altre tre belle pubblicazioni: “Il cielo, Istruzioni per l’uso” (2012) “40 anni dell’AMA” (2013) e “Crateri lunari” del 2016.

Massimo è, come si suol dire, “un topo di biblioteca”: lì sviluppa e trova materiale prezioso per le sue ricerche, lì passa gran parte del suo tempo, e lì lo trovate se lo cercate, immerso tra pile di polverosi libri.
E chi frequenta la Biblioteca comunale sa bene che per cercare un libro, un argomento, un vecchio articolo di giornale con riferimento Osimo, la ricerca parte da “Gnigò”, tre pesanti tomi di  complessive 1150 pagine che raccolgono tutto ciò che è presente nella Biblioteca di via Campana, attinente ad Osimo ed agli osimani. Un prezioso, scrupoloso lavoro  e ciclopica  fatica ( “costata” quasi dieci anni di ricerche e lavoro) realizzata da Massimo e pubblicata nel 2014, strumento fondamentale per quanti hanno necessità di trovare materiale e riferimenti per le loro ricerche sulla nostra città.

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Tante le pubblicazioni che Massimo ha dedicato a testimonianze storiche di  Osimo: ” La Misericordia racconta…” (2018),  “I Belli – Tre generazioni di fornai osimani” (2018), “Casa Baldeschi diventa Casa Don Bosco – Storia sulle colline osimane” (2018), “Lungo le mura romane e la fonte Magna di Osimo” (2018), “La valle del Musone ed i suoi mulini” (2018), “Vittorio Pizzichini, osimano, e la consorte Malvina Sperandei, cameranese” (2017) storia di due insegnanti elementari,  “Francesco Giuliodori detto Vinicio” (2017), “Storia della parrocchia di San Marco” (2017), “Il passaggio dei Bretoni ad Osimo ” (2016), “300 anni del Campana” (2016), “Storia del cinema di Osimo dal 1896 al 2015” (2015) che ripercorre le vicende di tutti i cinema che hanno operato ad Osimo, “I primi 25 anni della Unitre Osimana“(2015), “Società di Mutuo Soccorso fra operai osimani” (2015), “Enrico Costantini su tre fronti. Diario di guerra dal 1915 al 1918” (2014), “Passa il fronte nella valle del Musone” (2014), “La Virtus Osimo” ( 2013), “Andar per Osimo” ( 2013), “Chiese osimane” (2012), “99 lapidi osimane“, “Lenco una storia osimana” (2011) libro dove Massimo ripercorre la storia di cinquant’anni della più importante iniziativa industriale osimana, “Osimo e l’Unità d’Italia” ( 2011), “I corsi d’acqua dell’Osimano” (2010), “Le Pupille. L’Orfanotrofio femminile e l’Asilo Montessori” ( 2010), “Borgo San Giacomo e la Misericordia di Osimo” (2009), “Vocabolario del Dialetto osimano” (2008), “Dizionario dei cognomi osimani” (2007), “Oltra pé San Padregnà” (2007), “La Banda del Pelo” (2006), “Abbadia e Osimo Stazione. Storia, memorie e immagini” (2005), “Un secolo del Liceo Campana di Osimo” (2004), “Osimo libera 1943-1945. La Resistenza e la lotta di Liberazione – i verbali del CNL osimano” ( 2004), “Dizionario enciclopedico osimano” ( 2001) scritto in collaborazione di Luciano Egidi, ed anche questo un indispensabile strumento di ricerca su Osimo e gli Osimani,  “Boccolino da Osimo nel suo tempo” (1993) e l’elenco continua.

Massimo è stato  uno dei soci fondatori dell’Unitre ( università della terza Età) osimana, presso la quale si diverte a trasmettere le sue conoscenze ed a insegnare Latino, Greco ed Astronomia.
Attualmente continua ininterrottamente il suo intenso lavoro di ricerca con sempre nuovi progetti editoriali e collabora con diversi giornali: La Meridiana, Pulsar ed altre riviste regionali e nazionali.

Nel 2017 l’ Amministrazione comunale, a nome di tutta la città, lo ha premiato per i suoi meriti culturali con la seguente motivazione: “per il fondamentale e appassionato contributo scientifico offerto alla conoscenza della Città di Osimo

La sua prossima fatica letteraria sarà un approfondimento sugli Statuti di Osimo del 1571. Frutto di ricerche d’archivio iniziate nel 2017, la pubblicazione, che sarà presentata il prossimo 13 aprile, alle ore 17, presso la Sala Consiliare, vuole essere la riscoperta di uno dei tanti tesori che la nostra Biblioteca comunale conserva, ancora oggi poco conosciuti.

Il prof.Massimo Morroni e il prof. Mario Ascheri in occasione della presentazione
del volume  “Gli Statuti di Osimo del 1571”

Le numerose ed interessanti pubblicazioni che hanno impegnato Massimo in tutti questi anni tra ricerche d’archivio, sopralluoghi ed interviste sono la prova tangibile del forte legame che questo storico e ricercatore continua a mantenere con la sua terra natia. Un lavoro così poderoso non è stato mai affrontato da altro scrittore locale. Per la comunità osimana, soprattutto per le nuove generazioni, studenti, studiosi e curiosi, il prezioso lavoro di Massimo Morroni è oggettivamente un punto di riferimento,  e molti dei suoi libri non possono mancare nelle case degli osimani.

Grazie prof. Morroni, a nome di tutta la città, e queste poche righe vogliono essere un piccolo riconoscimento alla tua penna instancabile, al  tuo appassionato, attento e meticoloso lavoro di documentazione storica, che hai messo a disposizione della nostra gente  e della tua amata Osimo, che costituisce e costituirà per le generazioni future, un fondamentale punto di riferimento.
Corre il dovere di ringraziare chi tanto dà nella sua vita per la sua città.

La Presidente del Consiglio Comunale
*****prof.ssa Paola Andreoni

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#OSIMANI con l’hashtag: la barberia Cecconi, testimone del nostro tempo !

In un’epoca in cui i figli spesso non vogliono più fare il lavoro dei genitori, mandando a ramengo aziende, studi professionali, o altre attività bene avviate, la storia controcorrente di Mauro Cecconi, classe 1971, barbiere e parrucchiere al centro di Osimo da più di 30 anni, vale la pena di essere raccontata perchè è la storia di una attività artigianale di barbiere, oggi parrucchieri per uomini,  che ha inizio nel 1863 e che ancora oggi prosegue con successo.
Cinque generazioni di Cecconi  tra forbici, rasoi, e pettini che si sono tramandate i segreti e l’arte del barbiere.  Un po’ l’altra faccia, quella più antica che sta coi piedi ben piantati a terra, di un mondo che oggi insegue ben altri sogni, perdendosi spesso nel nulla,  e quella dei Cecconi non è certo una carriera sul viale del tramonto.
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La storia della barberia “Cecconi” ha, infatti,  aperto i battenti nel lontano  1863,  per volontà e grazie allo spirito di iniziativa di Giovanni Cecconi che, dopo essersi appassionato al mestiere e a seguito di varie esperienze di praticantato, apre la propria bottega in Piazza Gallo.  Dall’anno di fondazione ad oggi, vale a dire in ben 156 anni, la barberia Cecconi cambia sede tre volte, da Piazza Gallo alla storica sede di Corso Mazzini, fino alla attuale collocazione in vicolo Leon di Schiavo, restando però sempre nella stessa zona e diventando un vero e proprio punto di riferimento per il paese e le aree circostanti.
I figli di Giovanni, Carlo e Agostino che già fin da piccolissimi frequentavano come apprendisti la bottega rispondendo sempre prontamente alla parola d’ordine  paterna: “ragazzi spazzola !!…”;  come da buona tradizione familiare continuarono la professione. Carlo Cecconi ha continuato l’attività nella bottega paterna  in Corso Umberto I, poi Corso Mazzini, mentre Agostino, meglio conosciuto in città con il soprannome  “il Canario” ha proseguito l’attività di barbiere spostandosi però ad Osimo Stazione. La terza generazione dei Cecconi vedrà, nel tempo,  i due figli di Agostino proseguire la professione di barbiere. La bottega di Osimo Stazione rimane nella gestione di Luigi, mentre l’altro figlio  Umberto, detto “Combì”,  con il cugino Cesare apriranno una  nuova bottega in centro, in Piazza del Comune, vicino alla tabaccheria Moschini.
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Le redini della barberia storica di Corso Mazzini, come già detto, rimangono nelle mani di Carlo ed alla morte di questi, l’attività viene proseguita dal figlio Ludovico classe 1905 che la porterà avanti fino alla sua morte avvenuta nel 1994, non senza aver prima ben istruito ed avviato ai segreti del mestiere il figlio Renato ( gli altri due figli invece, Fausto e Vittorio, seguendo le tendenze della modernità si sono indirizzati verso l’attività di tipografi aprendo una loro ditta che per svariati anni  è stata operativa in città).

Ai tempi di Ludovico i barbieri non riuscivano a sbarcare il lunario solo con l’attività di barbiere, e molti erano costretti ad arrotondare il guadagno con un secondo lavoro, tipico era quello che si era inventato Ludovico. Nel tempo perso tra una barba e l’altra confezionava stuzzicadenti, servendosi di un coltellino e adoperando un particolare tipo di rametti secchi che raccoglieva per le campagne. 

Con Renato Cecconi siamo giunti alla quarta generazione della premiata storia della barberia Cecconi.
Renato è entrato in bottega a 12 anni;  una gavetta che lo ha visto  svolgere, prima,  le mansioni più umili, poi apprendere i segreti del mestiere: osservando i gesti antichi del  padre, frequentando la scuola per acconciatori promossa dalla Confartigianato, partecipando alle  varie dimostrazioni ed ai corsi di aggiornamento che si svolgevano in tutta Italia.
Il mestiere del lavorare con forbici, pettine e rasoio, imparato come detto, pian piano perchè, diversamente da quanto comunemente si pensa, quello del barbiere è un lavoro in continua evoluzione.
All’età di 17 anni Renato inizia ad affiancare il padre Ludovico nella sua attività unendo l’esperienza e la passione acquisite dal padre con la sua intraprendenza e  le innovazioni delle nuove tecniche di taglio moderne. Anche per Renato, quella del barbiere diventa una professione e una scelta di vita.
Una attività ed una professionalità acquisita in quasi 60 anni di lavoro, con gesti ripetuti e divenuti automatici, come quello, oggi andato perso, di muovere veloce la mano sulla “striscia” di cuoio per affilare finemente le lame dei suoi rasoi, fino al 2004.
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Tantissime le vite sfiorate dal ritmo sapiente delle sue forbici in questi straordinari 60 anni di attività. Una quantità che arriva a migliaia e migliaia di persone, di vite, di racconti. Renato ha conosciuto generazioni di osimani e in qualche modo si è occupato di loro, raccogliendone le storie e condividendo quei momenti di intimità, confidenza e divertimento che solo un barbiere di paese sa fare.

Un ricordo particolare è legato alle persone  che Renato per tanti anni ha  servito  tra i letti e le corsie dell’Ospedale di via Leopardi ( anche questo incarico gli era stato tramandato dal padre Ludovico che lo svolse per 33 anni). Esperienze toccanti che Renato ricorda con emozione e dalle quali è emersa ancor più marcata tutta la carica di umanità e di gioisità che il barbiere di Corso Mazzini ha saputo sempre trasmettere ai suoi clienti.

Renato, sempre disponibile verso i suoi clienti, svolgeva all’occorrenza il suo mestiere anche a domicilio.  Lavorava – come gli altri suoi colleghi – anche la domenica mattina compreso Natale e Pasqua, come succede anche oggi, il sabato era “giornata di punta”, mentre il lunedì ( da tutti considerato giorno di festa per i barbieri) insieme alla consorte, la  sig.ra Giuseppina,   si dedicava alle pulizie del locale, delle poltrone, dei ferri del mestiere e provvedevano al cambio della biancheria utilizzata dai clienti.

La bottega per il Corso Mazzini era sempre piena, perchè molti suoi clienti erano soliti intrattenersi o fare una  visita anche quando non dovevano tagliarsi i capelli o radersi la barba, infatti andavano da Renato e si sedevano nella sua bottega  per fare solo due chiacchiere, passare a setaccio tutto il paese, nei suoi avvenimenti buoni e cattivi e godersi il passeggio delle persone per il corso. Si sa, da sempre, che i saloni dei barbieri sono stati sempre il luogo dove tutto si conosce di tutti, dove le notizie di politica ed i pettegolezzi prendono forma e  in un  “battibaleno”  fanno il giro del paese.

Simpaticamente gli osimani  la chiamavano  la bottega della PBC ( Premiata Barberia Cecconi) perchè di tutto si poteva parlare e discutere, dal pallone alle donne e neanche la politica era tabù, ma  tutti gli avventori e i clienti erano consapevoli  che per non fare innervosire la mano di Renato era meglio trattenersi dall’esprimere   giudizi negativi sul Torino e sulla DC.

Renato oltre ad amare molto il suo lavoro seguiva anche lo sport,  in particolare  – oltre ad essere grande tifoso del Torino – è stato dirigente e promotore della squadra della Libertas Calcio ( con lui Aldo Foresi, Germano Agostinelli, il fratello Vittorio Cecconi, Sandro Campanelli e Pio Fantasia motore ed anima della società sportiva). La Libertas ha rappresentato per diversi anni il calcio minore osimano, rispetto alla più blasonata Osimana,  ma grazie all’impegno profuso dai suoi animatori  ha formato tanti giovani osimani e da essa sono uscite diverse promesse come l’attaccante Claudio Giuliodori oggi Monsignore e Responsabile Ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. 

Renato, il decano dei barbieri di Corso Mazzini, oggi ottantaquattrenne, in pensione, è stato testimone del nostro tempo, come se il negozio fosse stato per lui una vetrina sul mondo. Un mondo che si trasformava, giorno dopo giorno, lasciandosi alle spalle tanti ricordi belli.

Dopo 49 anni di impegno, fatica e anche molte soddisfazioni, Renato nel 1992 ha coinvolto il figlio Mauro ( anche lui cresciuto a forbici e pettine) per lanciarsi in un’altra sfida: il passaggio del testimone, la continuità dell’antico mestiere artigianale di barbiere  e un nuovo, moderno salone. Una passione che Renato ha saputo tramandare al figlio incoraggiandolo nelle scelte, trasmettendogli esperienza e segreti, responsabilizzandolo e lasciando pian piano che l’attività prendesse una nuova impronta ed una immagine più attinente con i tempi ma dove ancora il passato e il presente si uniscono.
Da più di 30 anni, ancora oggi,    è  Mauro,  figlio d’arte ( la quinta generazione dei barbieri Cecconi) a portare avanti l’attività, la tradizione e la nuova scommessa della ” Barbieria Cecconi”:  il mestiere, che per legge oggi si chiama “acconciatore”, che fu del padre, del nonno, del bisnonno e del trisavolo.  Nelle pareti della barbieria, che rinnovata, rispondente alle nuove esigenze della clientela   si è trasferita in via Leon di Schiavo, fanno bella mostra le foto , i riconoscimenti, gli attestati che ricordano gli anni e la storia della centenaria attività.
Una storia di creatività che attraversa cinque generazioni, e che si evolve con intelligenza e sensibilità traendo nuova linfa dalle innovazioni e dalle peculiarità artistiche ed umane di ogni componente della famiglia Cecconi.
Un pezzo di storia di Osimo e dei “mestieri”, quelli del sapere artigiano e della maestria delle mani, che oggi pian piano si stanno estinguendo cedendo il passo ad una modernità che non necessariamente è un passo in avanti.

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Queste righe vogliono essere un riconoscimento ai tanti artigiani  come i Cecconi, ed alla loro storia professionale che conservando e rivitalizzando le proprie competenze  tradizionali contribuiscono  a dare lustro alla nostra città.
Una ringraziamento alla famiglia Cecconi, famiglia di barbieri che da generazioni tramanda non un semplice mestiere ma una vera e propria passione. Un augurio particolare a Renato Cecconi, il  galantuomo di sempre, un personaggio conosciuto e rispettato da tutti gli osimani e a suo figlio Mauro che sta onorando questa storia così bella, importante ed esemplare.

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La Presidente del Consiglio Comunale
*****prof.ssa Paola Andreoni

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#Osimani: Mario Strappato un osimano che si è fatto valere in Australia.

Una  delle pagine più intense del travaglio sociale della Storia del  nostro Paese  è rappresentata dal fenomeno dell’emigrazione. Ieri erano i nostri padri ad abbandonare  le loro case, i loro affetti per trasferirsi lontano in mondi nuovi, alla ricerca di una risposta, di una speranza,  alle loro precarie situazioni economiche. Oggi la storia si ripete. Tanti giovani italiani espatriano in cerca di lavoro: un fenomeno preoccupante che tocca tutte le classi sociali, e i gradi di istruzione, dai diplomati ai ricercatori universitari.

 Vivere lontano dalla propria casa non è una questione di poco conto: non vi è il conforto e la vicinanza dei propri cari e niente è familiare. Significa però anche e soprattutto sperare in una vita migliore.
Anche la nostra città ha conosciuto e conosce storie di emigrazione. Questa è la storia di  Mario Strappato, un osimano che ha fatto dell’emigrazione la sua scelta di vita: prima  in Svizzera e poi in Australia.
Lì con impegno ha raggiunto l’agognata meta di un po’ di benessere per sé, per la sua famiglia e per sua figlia

Mario Strappato è nato in Osimo il 29 marzo 1939, figlio di genitori contadini  ( Gino ed Elisa Capogrossi),   è stato partecipe dei grandi sacrifici che la famiglia stessa ha sofferto nel lavoro ingrato della campagna in mezzadria.  Fin da piccolino,  mentre ancora frequentava le scuole elementari a Santa Lucia e poi  l'”Avviamento” nei locali sopra il loggiato del Comune, aiutava i suoi genitori nel lavoro della terra.

La sua è la generazione che ha conosciuto la fame, i sacrifici, le preoccupazioni ma che ha tirato sempre avanti  con testardaggine e onestà e con tanti sogni e speranze  di cambiamento ma anche con molta  responsabilità verso loro stessi e verso le loro famiglie.

E’ in questo ambiente di campagna, affascinato dall’arrivo dei  primi trattori che Mario si innamora della meccanica. A 14 anni,  lascia la scuola ed inizia subito a lavorare: apprendista meccanico tornitore. E’ nelle ditte osimane di Maracci, Luna Quinto, Borsini che impara i segreti delle macchine utensili  e della meccanica.

A 21 anni Mario decide che era giunto il momento di mettere a frutto il bagaglio di conoscenze ed abilità tecniche acquisite con il tornio e la fresa. Con coraggio e determinazione – letta un inserzione di offerta di lavoro della ditta HispanoSuiza Switserland – decide di emigrare in Svizzera.

A Ginevra Mario lavorerà quattro anni. Saranno  anni molto ricchi dal punto di vista professionale, prima  alla Hispano Suiza dove si fabbricavano motori  per aeroplani, poi alle dipendenze della ditta Edalco che produceva componentistiche meccaniche.

Mario in questo periodo ebbe modo di farsi notare per la sue particolari abilità di  attrezzista e di preparatore degli stampi  che modellavano, poi,  i prodotti finiti.

Le sue mani magiche, – accompagnate da un innato spirito di osservazione e da un carattere teso alla  ricerca di perfezione-,  con il supporto di strumenti e utensili comuni, riuscivano a costruire di tutto e a  risolvere ogni problematica tecnica che gli ingegneri gli sottoponevano.

Anni difficili perchè gli italiani non erano ben visti, anni duri  a causa del rigore del clima svizzero, ma anche importanti anni di formazione per il ricco  bagaglio di conoscenze tecniche acquisite. Anni di sacrifici ripagati dalle ottime paghe ( almeno quattro volte superiori rispetto all’Italia) che permettevano sostanziose rimesse. Mario riusciva ogni mese ad inviare ai suoi anziani genitori cospicue somme di franchi, finalizzate alla realizzazione di un’altra sfida e sogno ( poi realizzati ): la costruzione di una casa di proprietà e l’acquisto di un piccolo appezzamento di terreno.

Tornato in Osimo nell’estate del 1964 per stare vicino i genitori e per dare inizio  ai  lavori di costruzione della nuova progettata casa, con il bagaglio di esperienza acquisita trova subito occupazione a Castelfidardo nella ditta Serenelli e poi in Farfisa. Il progetto casa in via Rossini prendeva sempre più forma ma c’era da pensare anche all’arredamento della casa e gli stipendi italiani stavano stretti a Mario, abituato alle più sostanziose mensilità in franchi svizzeri. Se si aggiunge a tutto questo che Mario è sempre stato uno spirito libero, una persona semplice, solare e responsabile, non meraviglia che nel marzo del 1966 decide di licenziarsi dalla Farfisa, rifare la valigia di cartone, e partire per farsi apprezzare in qualche altra parte del Mondo.
Presenta due domande di emigrazione: una all’ufficio migrazione del Brasile e l’altra all’Australian Migration Agreement,  lasciando  al destino  la decisione  su quale strada si sarebbe diretta  la sua vita.
L’emergente industria australiana, disperatamente alla ricerca di personale altamente qualificato, non lasciò passare neppure un mese, e già Mario pervenne il visto e il biglietto pagato di viaggio in nave, seconda classe, sola andata: Genova – Melbourne.

Un viaggio che gli ha fatto attraversare il mondo, viaggio che ancora Mario ricorda con emozione. Tre settimane sulla nave, prima sosta a Napoli dove altri lavoratori italiani si sono imbarcati, Alessandria, Port Said, sosta al Canale Di Suez, Mar Rosso, Aden ( Yemen), l’Oceano, e poi l’approdo nel nuovo continente australe a Perth e poi Melbourne: era il 2 maggio 1966, Mario Strappato aveva 27 anni ed aveva messo piede letteralmente dall’altra parte del mondo.

L’Australia offriva un’abbondanza di opportunità, e anche questa è stata la leva che ha attirato Mario,  e come lui tanti nostri connazionali, in cerca di una vita migliore. E’ di quegli anni ad esempio il film con Alberto Sordi e Claudia Cardinale: “Bello, onesto, emigrato in Australia sposerebbe compaesana illibata”. Un vero e proprio spaccato di vita dell’emigrato italiano solo in una terra lontana. Mario mi racconta che nella terra dei canguri, di italiani ce n’erano tanti. Numerosi anche i Club e le Associazioni che nei giorni non lavorativi organizzavano incontri con lo scopo di mantenere i legami tra loro e conservare le tradizioni.

Mario nella sua lunga permanenza in Australia ha avuto modo anche di visitarla e conoscerla scoprendo che non c’era regione o grandi e medie città da Melbourne, Sydney, Adelaide e Perth dove non si trovava una presenza italiana, così come scoprì che non esisteva regione o provincia dell’Italia che non fosse rappresentata. Veneti, calabresi, siciliani, campani e tutti emigrati, come si dice oggi con una accezione negativa, per motivi economici. Una cosa accomunava gli italiani ( naturalmente c’erano anche delle minoritarie eccezioni) erano capaci di guadagnarsi il rispetto degli autoctoni grazie alla loro bravura e questo valeva sia per quanti erano occupati nelle disperse fattorie agricole ( si diceva che un italiano era capace di coltivare anche le terre ritenute improduttive), sia per quanti si dedicarono al piccolo commercio, sia per quanti, come lui, facevano valere le proprie competenze tecniche.

Anche per  Mario, prima la  Svizzera e poi l’Australia, sono state terre di speranza rilevatisi luoghi in cui conquistare rispetto e dignità.

 Nelle fabbriche australiane dove ha lavorato, Mario si è costruito nel tempo  una solida reputazione,  considerato  un infaticabile lavoratore ( qualità comune alla maggior parte degli italiani), ricorda ancora  le tante ore straordinarie fatte e i sabati passati in officina. Ma, in particolare,  Mario si guadagnò sul campo,  la fama di eccellente costruttore di stampi, così lo chiamavano “Mr. Mario il mago italiano della costruzione di stampi meccanici” per componenti plastici.
Erano gli anni ’70,  tempi in cui ancora non era arrivata la tecnologia dei software, della stampa 3D e degli applicativi che permettono  oggi l’ingegnerizzazione del particolare, la progettazione dello stampo e la programmazione delle macchine utensili. Allora lo stampo, elemento essenziale per la produzione in linea, era  il frutto di un attento e scrupoloso lavoro di studio ed analisi dei  prodotti per pensare ed elaborare come costantemente migliorarli. La realizzazione di uno  stampo  era il risultato delle osservazioni di ingegneri,  gli schizzi a matita su ritagli di carta riutilizzata più volte appesi nell’officina a cui poi il bravo “attrezzista”doveva con le sue sapienti mani dare corpo. Questa è stata la passione di Mario, quella di un bravo stampista: compiere e trasformare i metalli col lavoro di precisione delle sue mani,  in stampi, pezzi meccanici.

Così è stato per il lavoro svolto alla General Motors Holden’s Pty di Melbourne dove i stampi messi a punto da Mario producevano componenti plastici come paraurti fanaleria per l’industria delle automobili, alla Popolare Metal Stamping di Marrickville specializzata nella predisposizione di stampi per l’industria plastica australiana, alla prestigiosa fabbrica aeronautica “Commonwealth Aircraft Corporation” ( in questa prestigiosa fabbrica Mario, viene riconosciuto capo della produzione della parte meccanica degli aerei e dei bus), alla Production Tooling Pty di Sydney nota ditta di designers, alla Nally Limited di St. Peters affermata compagnia multinazionale specializzata nell’arredamento dove Mario ha lavorato ininterrottamente dal giugno 1975 all’agosto del 1979.

 

L’Australia per Mario Strappato ha rappresentato una seconda Patria, ben voluto da tutti si è impegnato per integrarsi e rispettare il più possibile quelle che erano le tradizioni e i costumi  che questa terra, in termini economici, gli offriva. Mario mi ha raccontato, che alla sera al termine di estenuanti orari di lavoro a cui si aggiungevano spesso ore di straordinari, benchè esausto,  non ha mai saltato una lezione di inglese, ben conscio di quanto era importante parlare e farsi capire. Dopo settimane di solo “good morning” e ” how are you”, Mario riesce,  in breve tempo,  a colloquiare in un inglese fluido e con appropriatezza di linguaggio tecnico,  con i suoi ingegneri.

Mario in Australia non ha fatto propri solo gli usi e i costumi di quella terra, ma spesso, ha importato anche i prodotti tipici del nostro territorio, divenendo, così un “ambasciatore” dei prodotti made in Italy, in Australia. Durante le feste natalizie o quando invitava qualche collega a cena nella sua cucina c’erano sempre i buoni prodotti della cucina marchigiana: olio, insaccati, paste, dolci. E con soddisfazione ci teneva a raccontare che quelle bontà erano l’Italia, erano i sapori delle sue/nostre terre. Un anno acquistò da un Concessionario della nostra zona una “Lancia Beta” rossa e se la fece spedire in Australia. Girava per le strade di Sydney orgoglioso di questo bel prodotto della meccanica made in Italy e gli  australiani grazie al nostro concittadino videro per la prima volta  un’Alfa Romeo “Lancia Beta” nella terra dei canguri.

Nel 1980 Mario al compimento di  41 anni, ricco delle tante esperienze professionali fatte, decide di metter fine alla sua esperienza di migrante in terra Australiana, era il momento di tornare ad Osimo dove l’aspettava una bella casetta, un piccolo appezzamento di terreno dove passare il tempo libero, ed era tempo anche di pensare di metter su famiglia con la fidanzata, la  sig.ra Yohanna conosciuta in Indonesia.

Ritornato in Osimo, Mario che non conosce il senso della parola ozio, ed è uomo di sfide,  decide – anche  confidando sulla esperienza accumulata –  di fare un grande passo:  diventare imprenditore. Con un amico collega costituisce la “Meccanica di Precisione snc” con sede nei locali sottostanti la propria abitazione. Con il solito entusiasmo acquista diversi macchinari ( affilatrice, torni, presse, fresatrici, ….) con un notevole impegno finanziario. All’inizio le cose andarono bene e all’interno della sua officina è cresciuta una generazione di stampisti, che hanno poi sviluppato, negli anni successivi, importanti e riconosciute aziende nel territorio. Poi però a causa del sopraggiungere della crisi del settore, della crescente diffusione delle nuove tecnologie informatiche, la necessità di continui e consistenti  investimenti per l’acquisto di macchinari sempre più sofisticati per rispondere alle esigenze della clientela, la constatazione che un piccolo artigiano non poteva più da solo stare nel mercato,  hanno determinato la chiusura di questa esperienza imprenditoriale nel maggio del 2009.

Mario che ha iniziato a lavorare a 14 anni e che ha portato in giro per il mondo la passione, l’eccellenza e il senso di appartenenza al lavoro del nostro Paese, porta ancora oggi a distanza di dieci anni dalla chiusura della iniziativa imprenditoriale, le ferite causate da una nemica con la quale si è dovuto  scontrare.  Una nemica di cui non conosceva l’esistenza, ( non c’éra in Svizzera nè, tantomeno, ne aveva sentito parlare in Australia) nemica che  ha contribuito pesantemente  alla chiusura  dell’ iniziativa imprenditoriale, lasciando dolore e un senso di irriconoscenza verso il nostro Paese: la zavorra della burocrazia italiana !

Oggi Mario si gode la meritata pensione da artigiano, forse però gli rimane il rimpianto di non  essere rimasto in Australia, rammaricato per la eccessiva burocrazia di cui è vittima il nostro Paese che penalizza, di fatto,  anche i più volenterosi e capaci di provare a fare impresa per creare benessere.


Questa che ho raccontato è la storia del nostro concittadino Mario Strappato, ma con lui voglio ricordare e lanciare un saluto ai tanti altri osimani, uomini e donne – ed è storia anche del presente – che hanno dovuto lasciare la terra che li ha visti nascere, per cercare una vita migliore,  per iniziare una nuova vita in un paese straniero, nel quale essi saranno, con grande probabilità, sempre considerati diversi. Persone costrette a diventare nuove persone, ad adattarsi, a cambiare, a mettersi in gioco. Il distacco da un luogo caro è un’esperienza che stravolge un’intera esistenza. Molti, anche giovani, conoscono questo dolore…, ma c’è anche l’orgoglio di essersi ricostruiti altrove una nuova storia, comunque serena ed appagante. Si dice che il passato sia linfa per il futuro,  che la storia di Mario, dei tanti che hanno lasciato il nostro Paese e dei giovani che ancora oggi cercano altrove le opportunità di vita migliore, ci ricordino chi siamo stati e facciano risvegliare, in chi se l’è dimenticato, lo spirito di solidarietà e fraternità, che ogni essere umano eleva.

La Presidente del Consiglio Comunale
………..prof.ssa Paola Andreoni

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La carica dei centenari osimani: undici donne e un solo uomo.

Sono dodici gli ultra longevi di Osimo che alla fine di questo 2018 hanno oltrepassato il secolo di vita. La carica delle centenarie e centenari comprende cinque nati nel corso del 1918, e che quindi hanno compiuto quest’anno 100 anni, due i nostri concittadini nati nel 1917, una è della classe 1916, due signore sono nate nel  1915 e ancora altre due signore sono nate nel 1913. Sono loro i  più longevi di  Osimo: undici donne e un solo uomo.

Sono persone che hanno alle spalle storie, ricordi e passioni. Quando sono nate Elena ed Adele nel 1913  l’Italia era una Monarchia, re era Vittorio Emanuele III e Presidente del Consiglio era Giovanni Giolitti, Sigmund Freud aveva appena pubblicato Totem e Tabù scandalizzando il mondo con  le teorie dell’incesto e Pio X era vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica. Testimoni di un secolo che ha visto l’orrore delle guerre mondiali e la fatica della ricostruzione, i cavalli e le automobili, la radio e i cellulari.

La sig.ra Elena Giorgetti nata il 3/04/1913 coniugata con il prof.Donnini – candidata nella lista della sinistra (Partito Comunista Italiano, Partito d’Azione e partito Socialista), alle prime elezioni comunali dopo la liberazione che si svolsero la domenica del 24 marzo 1946 – è stata una delle prime donne ad essere eletta e ad occupare gli scranni del Consiglio Comunale della nostra città.

La signora Elena Giorgetti prima consigliera comunale nel 1946

La signora Adele Coppetta nata a Montefano il 24/11/1913 vedova Egidi, invece, è la madre del compianto direttore della Biblioteca, nonché dell’Archivio storico e del Museo Ccivico della nostra città, Luciano Egidi, scomparso prematuramente nel gennaio del 2014. La sig,ra Adele, rimasta vedova a 46 anni, si è trasferita con i figli ad Osimo nel 1960 in via Olimpia. Finché ha potuto si è data sempre da fare, andando a servizio da privati e soprattutto come cuoca, prima presso il Convento dei Servi di Maria di Montefano, poi presso il Collegio Campana di Osimo. Come volontaria ha cucinato per moltissimi campi scuola della Parrocchia di San Marco e per l’Associazione Roller House. In età avanzata ha visitato la Terra Santa e Parigi, mostrando già la sua forte tempra. Una donna semplice ed operosa, da tutti ben voluta.

La signora Coppetta Adele con il piccolo “Ciano”,  a Montefano.

In via Olimpia la casa di Adele era un riferimento e aperta a tutti i bambini  della zona: il figlio “Ciano” era sempre disponibile ad  aiutare a districarsi tra i riassunti e la grammatica e poi la gentile madre offriva sempre la merenda a base di pane bagnato in acqua con lo zucchero sopra.

Ida Antonella è nata il 30 gennaio 1918 ci sente poco, ma in compenso ci vede benissimo. Ida che risiede nella propria casa a San Biagio è una splendida signora e nelle sue cose è ancora perfettamente autosufficiente.  Di una tempra antica, ha passato una vita a lavorare in campagna, cucinare e tirar su cinque figli di cui due, gemelle. Ida ha oggi 12 nipoti, 24 pronipoti, ed è  trisavola di tre bambini. Come una diva è stata festeggiata lo scorso 30 gennaio dalla numerosa famiglia per il raggiungimento del 100° compleanno. Originaria di Campocavallo dove ha frequentato le prime tappe dell’istruzione, la sig.ra Ida  ricorda ancora di quando andava a scuola con gli zoccoli di legno e la borsa di pezza. Si sposa nel 1938, dopo un breve fidanzamento, con Dante Benedettelli muratore e contadino anche lui di San Biagio e insieme hanno realizzato tanti sogni: una bella famiglia, una casa costruita con le loro mani. La signora Ida ricorda quando, ai suoi tempi con Dante, la vita era dura, pochi soldi, tanti sacrifici, privazioni e tanto lavoro, ma ricorda anche di un mondo fatto di semplicità, di calore famigliare, le belle feste di musica e di balli che il  3 febbraio si svolgevano a San Biagio o quando al giovedì partiva per andare a piedi al mercato in Osimo.

La signora Ida con le figlie (anno 1950)

Dante muore nel 2003 e Ida da sola con la sua fibra forte e fiera “made in Osimo” e tanto altro –  qualità che le donne conoscono e portano nel cuore – ha saputo affrontare la vita, anche con i suoi carichi di difficoltà e dolori,  per raggiungere, lucida e con spirito gioioso, questo straordinario traguardo.

Maria Freddo è nata a Assuncion D.Saladill ( in Argentina ) il 3/12/1917  ha, quindi, già raggiunto e superato l’ambito traguardo del secolo di vita e oggi vive, assistita amorevolmente,  nella casa di riposo “Bambozzi” di via Matteotti.
Non si è mai sposata  e non ha figli. Nella sua vita ha fatto  la “perpetua”  prima di don Alfonso Fanesi, storico sacerdote di San Marco e poi di Mons. Primo Principi ( che era anche suo parente ),  a Roma in Vaticano. Ma il termine “perpetua” (che rimanda al personaggio manzoniano) è riduttivo, è stata in pratica la tuttofare  per più di sessantanni dei sacerdoti che ha seguito.
Un lavoro scelto per vocazione, impegnativo e pesante: erano affidati a  “Maria la perpetua” non solo i normali lavori di casa, riassettare, cucinare (pasti semplici con quello che c’era), lavare, ma anche –  in particolare a San Marco – la cura della Chiesa,  la cura dei paramenti sacri, le preghiere ed i canti in latino.

La signora Maria Freddo, una vita da “perpetua”

Fin qui nulla di eccezionale, il fatto diventa singolare se si prende atto che la signora Maria, in famiglia, non è la sola ad avere il segreto della longevità. Ad Osimo vive ancora, e gode di ottima salute, la sorella maggiore Maria Annunziata Freddo  che, il 7 luglio scorso, ha raggiunto il traguardo delle 103 primavere.
Come la sorella Maria, Maria Annunziata  è nata in Argentina (dove il padre Paolo – soprannominato Riccio – era emigrato agli inizi del secolo). Fa  ritorno in Osimo con tutta la numerosa famiglia, poco dopo il  termine della 1^ grande guerra, nel 1920.  Una famiglia numerosa ho detto. Il  padre Paolo di professione agricoltore ma anche eccellente  falegname ed artigiano  – persona a cui la fatica non ha messo mai paura – ( al ritorno dall’Argentina aveva aperto a Casenuove una piccola attività artigianale, la fabbricazione di seggiole pieghevoli in legno); la madre Geltrude Zagaglia anche lei contadina e impegnata nella gestione della casa e quattro fratelli:  Giuseppe classe 1912, Pierina  del 1914, Tullia nata il 28 novembre del 1916  e Maria – la più piccola  – classe 1917.

La signora Freddo Maria Annunziata “la sarta” ( con il figlio Lamberto)

Come la sorte toccata alla maggior parte delle sue coetanee di quel tempo ( 1930 ), Maria Annunziata,  dopo una breve frequentazione della scuola dell’obbligo ( con l’acquisizione della 5^ elementare) giovanissima, prende la via del lavoro: quello di sarta.  Si conteranno,  alla fine, in più di sessanta gli anni che  la signora Maria Annunziata ha trascorso tra stoffe, aghi e filo. Si, perchè Annunziata è stata la sarta del centro di Osimo che tutti conoscevano, a cui tantissime donne, e le ragazze in particolare, ricorrevano   in tempi in cui il “prêt à porter” non era ancora una consuetudine dominante  e che per “incignare” qualcosa di nuovo dovevano fare appello ai suoi consigli e soprattutto alle sue mani esperte. Non  c’era piega, strappo, orlo o ripresa che la signora Maria Annunziata non sapesse rammendare.
In tempo di guerra, da sola con tre figli piccoli da accudire, mentre il marito era stato richiamato alle armi, con le sue mani d’oro aveva imparato, per necessità, anche a confezionare scarpe da morto.
In  piena  lucidità e nell’eleganza del suo portamento nonostante  le sue 103 primavere e mezzo,  Maria Annunziata  ricorda con un ciglio di vanto di aver confezionato ben 48 vestiti da sposa nella sua casa-laboratorio di piazza Dante.
Maria Annunziata è stata la sarta prediletta di gran parte delle osimane più altolocate, era solo di lei  e delle sue abili mani che si fidavano per  i vestiti più eleganti.
Famiglie nobili e facoltose di Osimo – ma ci tiene a precisare – che  anche tante semplici famiglie di contadini che andava a servire a domicilio,  sono stati i suoi clienti, riuscendo a farsi un nome ed a essere apprezzata da tutti anche per la sua immutata cordialità, generosità e simpatia.
Sentendola parlare con soddisfazione di quanto ha fatto come sarta,  sembra di immaginarla ancora all’opera col ditale, aghi, centimetro  e forbici.
La signora Maria Annunziata, la cui storia meriterebbe un racconto a sè stante, è stata  sposata con Luigi PRINCIPI ( deceduto il 27/5/1986) e oggi – in ottimo stato di salute – è amorevolmente accudita nella propria abitazione di via Michelangelo dai suoi cinque figli: Clemente, Maria, Pietro, Lamberto ed Alessandro.

Giovanni Sampaolo è l’unico uomo tra le 11 donne supercentenarie osimane. Indebolito dagli anni in ragione dell’età, ma volitivo e tenace nel carattere, con lo sguardo fiero e ancora in ottimo stato di salute, abita a Osimo Stazione. Il sig. Giovanni è  nato a Polverigi il 10 giugno 1918 – come gli  piace ricordare – lo stesso giorno ed ora in cui, in piena 1^ Guerra Mondiale,  il coraggioso capitano Luigi Rizzo affondava la corazzata austro-ungarica Santo Stefano e così sventava  i piani austriaci che puntavano al bombardamento dei porti italiani.
La sua era una famiglia di fornaciai, un lavoro duro di trasformazione dell’argilla in mattoni e tegole,  che ha permesso di far crescere con dignità e con valori positivi tutti i nove figli di cui Giovanni è stato il  penultimo.
I primi studi a Polverigi, poi il liceo a Fano, e nel 1941 l’Università, corso di Ingegneria,  a Torino. Ma le tragiche vicende della guerra, l’arruolamento e il servizio militare  obbligatorio hanno impedito  al giovane di belle speranze, di completare gli studi.

Sampaolo Giovanni  – a sinistra -, foto del  1942 in piena guerra, accanto a lui il fratello maggiore

Ritornato ad Osimo al termine della Guerra, Giovanni – che diviene quindi Osimano dopo l’armistizio del 1943 – raggiunge la famiglia che nel frattempo si era trasferita da Polverigi alla frazione di  Santo Stefano. Entra nei Gruppi di Azione Partigiana, e partecipa attivamente nelle azioni che con le forze alleate polacche ed inglesi contribuirono alla Liberazione di Osimo e degli altri paesi della valle del Musone. Dopo la guerra ha ricoperto nel 1945, anche , l’incarico di “Censore” (con il m° Claudio Buccetti ) del Collegio Campana. Nel 1946  partecipa e vince il concorso provinciale  per responsabile dei Consorzi Agrari.
Dal 1947 per quarantasei anni  il Consorzio Agrario di via Adriatica  è stato il  lavoro, la casa, il riferimento del sig. Giovanni Sampaolo che ad Osimo Stazione è conosciuto ed apprezzato da tutti  ( anche per via del figlio medico, il dott. Guido Sampaolo).
E quando mi racconta del Consorzio, dei tanti facchini che lavoravano sotto le sue direttive, del sostegno e del servizio generoso reso agli agricoltori osimani e non solo, ( non esisteva il “marcatempo”, e anche durante le feste, se necessario, le porte dei magazzini del civico 180 di via Adriatica erano aperte),  dei tanti aneddoti legati al lavoro, gli occhi di Giovanni si illuminano.  Non occorre sollecitare i suoi ricordi, come un fiume in piena, descrive quanto il Consorzio Agrario ha rappresentato per lui e la sua famiglia,  una esperienza straordinaria: la gestione degli ammassi del grano, le trasformazioni epocali dell’agricoltura, le innovazioni degli anni ’70, i tanti contatti e relazioni umane intessute con i clienti ed i soci del Consorzio, …. ecc.
Se,  come si dice,  la storia è fatta dalle persone, Giovanni Sampaolo è stato un personaggio fondamentale  per la storia del Consorzio,   che si è snodata per quasi mezzo secolo ( 46 anni ), fino alla meritata pensione arrivata nel 1994.
La vicenda secolare  di Giovanni Sampaolo si intreccia  anche con la storia di Osimo Stazione, frazione  che ama e che ha visto crescere in modo  esponenziale  e con le vicende personali, anche particolarmente dolorose,  come la morte della amatissima moglie, Cristina Balducci, sposata nel 1955 e con la quale ha trascorso 62 anni della sua vita.
La passione per i lavori della campagna,  le brevi passeggiate, una dieta sana, l’aria buona, un bicchiere di vino rosso a pasto, tanti piccoli interessi, alcune piccole rinunce ( come la riconsegna della patente di guida  al compimento del 98° compleanno) sono questi   i segreti  che  hanno permesso  al signor Giovanni  di poter raggiungere, lucido, forte e con spirito positivo, questo straordinario traguardo.

Gli altri o per meglio dire le altre superlongeve osimane, sono: Adalgisa Giampieri classe 1918, che  vive nella propria casa nella frazione dell’Abbadia, Ausili Idelma classe 1917 che vive a San Sabino,  mentre quattro sono, invece, le signore ricoverate in Case di Riposo:
Maria Martarelli originaria di Agugliano classe 1915, Teresa Elisei vedova Mattioli classe 1915, Anna Maria Fanesi classe 1918 che abitava nel rione Santa Palazia-San Marco anche conosciuta come la moglie del  dott. Alberto Zoppi e Alda Cacciamani vedova Cantarini anche lei classe 1918 che fino a pochi anni fa si poteva trovare dietro il bancone nella sua minuscola ma rifornitissima bottega di corso Mazzini, così detta “dello Scolaro”, a vendere quaderni, penne e fogli di protocollo.

Infine sono sei gli osimani iscritti all’ A.I.R.E., l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero, che hanno  superato il centesimo anno d’età.  Sono persone che hanno scelto di vivere al di fuori dei confini del nostro paese o nati da genitori che a fine del secolo scorso hanno  – con le valigie di cartone – cercato fortune migliori lontano dalla nostra città. Questi i loro nomi:
Setimio MAGGI nato a Firmat (Argentina) il 21 marzo 1916 e residente a Tigre ( Argentina); Alexandre CANALINI  nato il 4 giugno 1917 a Rio de Janeiro (Brasile) e lì ancora oggi residente; Juan Bautista SCHIAVONI  nato il 5 maggio 1918 a Villa Monte ( Argentina) e residente a Monte Cristo (Argentina);  Emilio MARZIONI  nato in Osimo il 12 giugno 1918 e residente in Spagna a Madrid; la sig.ra Luigia PAGLIARECCI nata in Osimo il 13 luglio 1918 e residente a Alcira ( Argentina) e la sig.ra Leonilda MENGARELLI  nata ad Alvarez ( Argentina) il 22 ottobre 1918 e lì, ancora, risultante residente.
Anche a questi ultracentenari “osimani” mando i miei auguri sperando che la rete, con le sue “magiche possibilità”, possa raggiungerli.


A nome di tutta la nostra comunità, invio ai diciotto concittadini che hanno superato – a fine 2018 – lo straordinario traguardo delle 100 primavere, gli auguri più cordiali.
Donne e Uomini che hanno vissuto i momenti in cui si faceva la storia, e che  anche loro hanno contribuito a farla.
Grazie,  la Vostra vita rappresenta un  “patrimonio umano”  per la nostra città, un valore cui attingere per la costruzione di un futuro migliore.

La Presidente del Consiglio Comunale
………..prof.ssa Paola Andreoni

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#OSIMANE con l’hashtag: Lida, Renata e Mirella

“Imparavo finalmente, nel cuore dell’inverno, che c’era in me un’invincibile estate” (Albert Camus, Ritorno a Tipasa.1952).

Mi sembra la cosa giusta, porre i versi di questa poesia, all’inizio del racconto della storia di Lida, Mirella e Renata. Una dichiarazione luminosa, una magnifica resa a quel nucleo vitale che irriducibilmente ognuno di noi possiede, malgrado il tempo, gli anni, i dolori, le fatiche, il grigiore a volte abbacinanti della vita. Il destino di tre donne diverse e lontane che si intreccia tra loro.
Quella di Renata, Lida e Mirella è la storia di tre persone straordinarie con alle spalle situazioni difficili da gestire che hanno  voluto stare unite, condividere, aiutarsi a vicenda, una testimonianza – la loro – di come l’unione fa la forza.

 Renata Barbarotti Saporiti, Lida Ceriscioli e Mirella Diomira Casari, tre donne coraggiose che hanno scelto Osimo come luogo della loro conquista costante di autonomia e di piena realizzazione. Tre donne con alle spalle storie di “barriere” e di pregiudizi che il destino ha voluto, nel suo misterioso disegno,   far incontrare ed unire per un  grande legame di amicizia e di solidarietà. Tre donne provenienti da luoghi diversi: Renata romana, Lida maceratese e Mirella – la più giovane- della bassa padana; con percorsi di vita  completamente diversi ma unite nella loro vicenda personale a causa della cecità.

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Renata
, la più grande delle tre, classe 1905 nativa di Roma, cieca dall’infanzia a causa di una malattia genetica, si era diplomata in Pianoforte al Conservatorio Santa Cecilia di Roma. Una donna forte abituata a “sbattere contro i muri” e contro le avversità, dal carattere gioviale, diretto e affabile, come quello tradizionale  dei romani, del quale aveva conservato le espressioni lessicali più tipiche, ed anche il coraggio e la determinazione. Amava dire:  “Vedo solo con il cuore, ma niente può fermarmi”. Dopo anni di insegnamento della musica  nelle scuole speciali per ciechi,  lascia Roma e si trasferisce con il marito, Giulio Saporiti ( anche lui musicista) nella provincia di Varese a Gorla Minore. Ma, come nelle parole del poeta: “la vita è davvero conosciuta solo da quelli che soffrono, e incontrano  le avversità”.   Dopo pochi anni di matrimonio Renata, ancor giovane, si ritrova vedova e sola. Sopportando le avversità ritorna ad insegnare pianoforte e non paga,  apre e gestisce, in collaborazione con il Mac ( Movimento Apostolico Ciechi),   un pensionato a Milano in via Romussi per le persone cieche e sole. Da Milano si trasferisce a Bologna  nella struttura “Fusetti” del Mac, un pensionato per persone cieche  gestito dalle suore canossiane. Qui Renata pensava di concludere la sua esistenza nel conforto della benevole assistenza delle suore  ma, così non è andata.

Lida è nata a Loro Piceno il 29/3/1926, in una famiglia di poveri contadini, anche lei cieca fin da piccolina ha vissuto la maggior parte della sua vita in Istituti. Prima a   Spoleto dove ha appreso  il mestiere di lavoratrice a maglia e uncinetto,  e poi a Bologna,  in un istituto gestito da suore canossiane,  dove ha continuato a lavorare come ricamatrice ed anche in una nota fabbrica di camicie. Lavoro e vita comunitaria in istituti amorevolmente assistite da religiose,   un destino comune a tante persone cieche.

Mirella è nata e cresciuta a Volta Mantovana il 06/07/1948, anche lei appena nata viene colpita dalla cecità. Anche per lei, pur se confortata dall’amore e dalle premure  dei suoi, e delle sorelle, si aprono già all’età di  5 anni le porte del collegio,  al fine di avere una educazione,  ed imparare tutti quei strumenti che aiutano le persone senza vista a poter leggere, scrivere, imparare una professione. Anche Mirella, appena ventenne, sceglie di vivere nell’Istituto per donne cieche a Bologna. Una scelta obbligata, confortevole e rassicurante ma i “sogni” erano altri.

Le tre donne, per i misteriosi disegni che il destino sempre riserba, si incontrato e si conoscono a Bologna nell’ istituto per cieche gestito dalle suore canossiane. E’ in questo luogo, dove sono amorevolmente servite e trattate,  che maturano l’idea di una vita diversa, fuori dall’Istituto. Una vita sullo stile di una famiglia, dentro la città, con una propria casa da accudire, e un luogo dove, ai propri interessi e lavoro,   abbinare faccende  e gesti quotidiani come: fare la spesa, preparare il pranzo,  lavare i piatti, fare la lavatrice e le pulizie di casa. Una vita con le preoccupazioni, le scadenze, gli “alti e i bassi”, di una normale famiglia.***
Il progetto di famiglia-convivenza,  da sogno ideale  pian piano si materializza e prende forma.    Giorno dopo giorno, il progetto fa  rinascere nelle tre donne cieche l’entusiasmo di una nuova vita, e  Osimo, la nostra città,  rappresenta il luogo prescelto per questa “boccata di ossigeno”,  o meglio  il luogo dell’indipendenza.
Osimo era, ed lo è ancor di più oggi con la realizzazione delle nuove strutture,  la città sede della Lega del Filo d’Oro, l’Associazione che  grazie ai suoi progetti permette a ragazzi privi di vista e/o con altre gravi menomazioni sensitive, di diventare più indipendenti,  che vuol dire diventare “grandi” e riuscire in qualche modo a cavarsela da soli.

Lida, Renata e Mirella dopo aver conosciuto don Dino Marabini, Sabina Santilli ma anche Iride di Milano ed altre amiche che con coraggio e determinazione avevano deciso di uscire da “ovattati” istituti  per iniziare esperienze di autonomia.   Scelgono di venire a vivere ad Osimo per aiutare idealmente la lega del Filo d’Oro in questo suo progetto educativo e diventare anche loro – in quella che diverrà per oltre 10 anni  la loro casa famiglia – un esperimento e una speranza da proporre a tutte quelle persone cieche che fino ad allora non avevano, in Italia, altre prospettive di vita,  fuori da strutture protette.

Il  9 settembre 1974, Lida, Renata e Mirella lasciano  l’Istituto per cieche di Bologna e iniziano la loro avventura di vita comune  nella loro casa presa in affitto nel centro della frazione di Santo Stefano di Osimo, vicino la piccola chiesetta parrocchiale, non lontano da via Montecerno, la sede della Lega del Filo d’Oro.

Sostenute nel loro progetto dalla Lega del Filo d’Oro ed aiutate  da  tanti volontari come Daniela Pirani, Rossano Rotoloni, Fiorella Pirani, Rossano Bartoli e Dino Marabini, solo per menzionarne qualcuno,  le tre donne lavorano, partecipano alla vita associativa della Lega, promuovendo iniziative e favorendo il contatto con i tanti cieco-sordi presenti, spesso in condizioni di isolamento e solitudine,  in tutta italia.

In particolare Renata diventerà l’anima del giornalino associativo e bollettino ufficiale delle Lega del F.d’O., “Trilli nell’Azzurro”, di cui curava personalmente e con grande impegno fisico la stampa in braille ( ancor prima che uscissero, le funzionali stampanti braille che oggi consentono la stampa in codice braille, su carta, di un qualsiasi testo in formato elettronico).

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Tutto facile ? Assolutamente no – come mi racconta Mirella – tanti i disagi e gli ostacoli  affrontati quotidianamente ma anche la felicità per  l’acquisizione giorno dopo giorno di competenze ( anche nelle piccole cose come: lavare i piatti, fare la lavatrice, cucinare ed invitare gli amici, fare le pulizie) che ha permesso alle tre coraggiose donne di fare grandi conquiste e pian piano di cavarsela da sole.

Da Santo Stefano la “piccola famiglia: Renata, Lida e Mirella” si trasferisce al centro di Osimo, in via Campana. Qui troveranno un appartamento più confortevole, la possibilità di meglio usufruire  dei servizi pubblici con indipendenza, l’autonomia di muoversi per Osimo per andare a fare spesa, andare alla Messa senza dipendere da alcuno.  In particolare, per Mirella la grande conquista di poter andare a lavorare in Comune ( dove nel frattempo era stata assunta lasciando il Provveditorato alle Opere Pubbliche di Ancona e dove  per anni ha svolto le mansioni di centralinista) a piedi, attraverso i  vicoli di Osimo munita solo del suo bastoncino bianco, del suo sorriso e di una buona dose di coraggio e determinazione.

Ad Osimo si moltiplica la rete delle relazioni, la loro casa in via Campana diviene punto di riferimento  di volontari che sempre più numerosi frequentano ed aiutano o per meglio dire “partecipano alla vita” delle tre donne: Maria Blasi, Iole Rossi, Vittoria e Pia Petrini, Guido De Nicola ( presidente della Lega del Filo d’Oro), le sorelle Bartelloni, il gruppo delle terziarie francescane e tanti giovani come Anna Maria Bartoli, MariaPia Pierpaoli, Mariella Bevilacqua, Marcello Mosca, Maria Teresa Bartolini, ecc.

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Nel frattempo Renata, donna eclettica dai mille interessi e infinite risorse, dalla  spontanea simpatia,  continua la sua infaticabile  “missione” di contatti con i soci  sordo cieche della Lega, oltre a coltivare i suoi interessi: la musica con il suo inseparabile pianoforte e lo studio dell’Esperanto, la lingua creata dal polacco Ludwig Zamenhof per la comunicazione internazionale, di cui Renata è stata una delle massime esperte nazionali ( segnalata dalla IABE per la sua attività di promozione) curandone anche la pubblicazione di alcuni libri in Braille per l’apprendimento di questa lingua da parte delle persone prive di vista.
Lida dolcissima donna ed eccellente cuoca, assume, di fatto,  la guida della casa anche per via del suo carattere pratico,  divenendo la riservata ed umile  preziosa padrona ed economa della casa. Non solo brava cuoca, Lida, aveva le  mani d’oro,  era una eccellente ricamatrice, e trovava anche il tempo da dedicare all’Ordine Terziario e al Mac ( Movimento Apostolico Ciechi) di cui diviene la responsabile regionale.
Mirella, la giovane del gruppo, ha seguito sempre con entusiasmo l’affettuosa guida delle sue due amiche, raccogliendone i consigli per vivere con gioia giorno dopo giorno, con il suo mondo di interessi ed abitudini,  “il sogno della normalità”. Un percorso che porterà poi Mirella a coronare con il matrimonio, il 5 luglio 1987,  la storia d’amore con Mario ed altre impegnative sfide come l’adozione di Rodney. Mirella ha inoltre, rivestito per diverso tempo ( dal 14 aprile 1984 al 7 aprile 1990) il ruolo di membro del CdA della Lega del F.d’O.

Renata che va ricordata anche per essere stata una delle socie fondatrici e componente del Consiglio di Amministrazione della Lega del Filo d’Oro, ricoprendo altresì l’incarico di Vice Presidente dal 20 dicembre 1964 al 4 gennaio 1975 e Presidente della benemerita associazione osimana nel periodo dal 4/1/1975 al 27/4/1975,  morirà il 20 giugno 1985.

Mirella con Mario andranno a vivere in via della Pietà, mentre Lida, malgrado le insistenze di Mirella che la voleva con lei e Mario,  decide di trasferirsi a Macerata dove ha vissuto serenamente, in un appartamento al centro storico, fino al termine dei suoi giorni: il 18 febbraio 2013.***
Una bella storia di luce oltre il buio quella di queste tre donne di cui la nostra città è stata testimone e parte attiva offrendo servizi e tante persone volontarie  che hanno condiviso e reso possibile questa esperienza “straordinaria” che per un cieco vuol dire la normalità che fa l’eccezione.

Tre donne coraggiose che con la loro testimonianza hanno incoraggiato altre esperienze simili in tutta Italia. Tre cieche che rompendo consuetudini e schemi – mettendosi alle spalle l’inevitabile dose di vittimismo –  non sono volute “stare al loro posto”, non hanno voluto accettare il loro limite come naturale,  ma hanno puntato in alto,  ad una vita pienamente vissuta, ad una conquista di autonomia possibile ad un sogno senza buio.
Grazie Renata, Lida e Mirella a nome di tutte le persone che vi hanno conosciute ed alle quali avete dato un grande esempio e testimonianza. Osimo e i suoi volontari sono  stati con voi.

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***La Presidente del Consiglio Comunale
*****prof.ssa Paola Andreoni

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#OSIMANI con l’hashtag: Filiberto Diamanti

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Nell’ascoltare la sua storia, la sensazione è di avere a che fare con uno dei personaggi narrati nei libri dello scrittore cinese Mo Yan,  premio Nobel per la letteratura nel 2012.   Quegli eroi di una volta che riescono a uscire da ogni situazione, anche la più difficile. E gli ingredienti di un racconto accattivante  ci sono tutti: ingegno, avventura, passione, invenzioni, genialità.  Sullo sfondo lui, un #Osimano come tanti, ricco della sua bella storia, figlio della nostra città nella quale vive con la leggerezza del geniale risolutore, l’eccesso di un’anima anarchica   e la concretezza tipica dell’indole osimana.  Anche il nome è da personaggio, un po’ da “cinema neorealista italiano” alla Pietro Germi, per intenderci: Filiberto Diamanti.

 “Vengo al mondo nel gennaio del 1955, di sabato” – così Filiberto, con la sua caratteristica autoironia,  inizia a raccontarmi la sua storia con   aneddoti, esclamazioni osimane, vita privata e professionale che si intrecciano – “Forse dovevo nascere nel 1954, ma allora il parto cesareo si faceva solo in casi rarissimi: solo se il nascituro o la gestante rischiavano di morire.  Per questo, forse, quando sono nato ero già vecchio. Mamma si chiama Maria, mia nonna Geltrude e si racconta che quando mi ha visto nascere ha esclamato sconsolata a mamma “Maria, Madonna quanto è brutto  stu bardascio, è tutto naso  e recchie“. Poi con il tempo un po’ mi ripresi, ero diventato quasi bellino anche a detta del fotografo Arduino, (perchè una volta  si usava far fare ai figlioli le foto a Piazzanuova, sotto il monumento dei caduti).  Il giudizio espresso  dal fotografo Arduino – che di figlioli ne aveva immortalati tanti, e quindi se ne intendeva  – tranquillizzò, non poco, i miei genitori.

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Filiberto è nato in via Cesare Battisti al numero 1, vicino le scalette del Foro Boario. La madre Maria Mengoni ha sempre lavorato nelle fisarmoniche a Castelfidardo, mentre il padre Leonello oltre ad essere stato anche lui in fabbrica nel settore delle fisarmoniche, addetto alla parte meccanica per conto della ditta Busilacchi ( ditta osimana che costruiva fisarmoniche negli anni ’50) ha spaziano in altri settori: muratore, carpentiere, salariato alla Fornace Fagioli,  ecc. Una famiglia di lavoratori che non viveva nel lusso ma di essenzialità. Qualità e valori che Filiberto si è sempre portato dietro.

Racconta Filiberto: “I miei genitori – per necessità – sempre impegnati al lavoro mi lasciavano sovente solo e gran parte della mia formazione e crescita sono stati gli amici e alcuni spazi pubblici, caratteristici della nostra Osimo: i giardini di Foro Boario ( oggi Piazza Giovanni XXIII) e via Cappuccini.”
Nel parlarmi degli amici, a Filiberto gli si illuminano gli occhi. Tanti, un lungo ed interminabile elenco di nomi con i quali ha condiviso giochi, confidenze, momenti goliardici, spensieratezza, ragazzate, ma anche il dolore per tragici eventi: Tonino Borsini, Marco Mazzieri, Adriano, Mario Belelli, lo sfortunato Andrea Marchetti detto “Ciaccioni”, Mauro Mezzelani, Alfredo Graciotti, Sandro Bambozzi, Claudio Tabuzzi, Moreno Frontalini,  il povero Luigi Marziani,  Rodolfo Mazzoni.
Riflettendo oggi su quel periodo e sui suoi amici,  Filiberto mi confida che con la  maggior parte di loro, aveva  in comune la grande voglia di stare insieme ( semplicemente per chiacchierare), l’esagerazione nei sentimenti e nelle azioni, la “fame di vita”, una   curiosità mai doma.  Oggi si direbbe, che quei ragazzi erano  un gruppo che viveva volutamente ai margini. Ai margini della parrocchia e dell’oratorio di San Marco  malgrado l’impegno e i tentativi di approccio di don Guerriero e di don Luigi Lucianetti. Lontani dall’impegno scolastico che veniva visto come una “perdita di tempo” ed un’ imposizione più che un’opportunità di crescita e formazione.
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Sicuramente, racconta Filiberto,  il metodo “forte” del maestro Guido Ruzzini non ha aiutato, ma anche quando il maestro è cambiato e la guida è passata al maestro Carlo Gobbi, le sue nuove metodologie pedagogiche –  i suoi disperati tentativi  di coinvolgimento – si sono infranti con il mio e nostro disinteresse per tutto ciò che erano libri e penne, presi come eravamo per i giochi all’aperto, per le battaglie tra bande, per le  avventure e le imprese pomeridiane, per tutto il mondo che c’era e si muoveva con vivacità   fuori dalle “spente” mura scolastiche.

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E così che – con il dispiacere di Maria,  di Leonello (e della zia Viola che con i genitori si era assunta il compito di educare il piccolo Filiberto)  le cui  fatiche del duro lavoro quotidiane erano mitigate dalla motivazione e dalla speranza di poter offrire  un avvenire migliore al loro unico figlio -, a 14 anni Filiberto abbandona definitivamente la scuola e inizia il suo percorso professionale come apprendista in una officina meccanica  di stampi e tranciature per lamiere.

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Nel lavoro, anzi per meglio dire, nei tanti lavori svolti,  perchè Filiberto pur figlio di una stagione, quella degli anni ’60 caratterizzata  dal “posto fisso” e dal “posto di lavoro che rimaneva quello per tutta la vita” è stato – anticipando i tempi e come lo sono i giovani di oggi –  un lavoratore orientato alla  flessibilità.

Trovato un lavoro ed acquisitene tutte le competenze, senza alcun problema ha cambiato  posto e spesso anche tipologia di lavoro,  affrontando le nuove esperienze  con entusiasmo e con  spirito sempre giovanile,   di chi vuole  mettersi di fronte a nuove  sfide e conoscere nuove tecnologie e  nuovi mestieri.

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Con questo atteggiamento “eclettico” nell’ affrontare la vita, sempre pronto con il suo bagaglio ricco di esperienze e competenze  Filiberto ha lavorato, poi,  in diverse ditte artigianali: ad Osimo presso la carrozzeria di Leonardo Rossi in via Pompeiana, a Camerano presso la ditta Mobil Fer dei f.lli Bontempi,  poi a Castelfidardo presso Cintioli Italo e la ditta O.T.S.,  in queste ultime come operaio meccanico imparando ad utilizzare le presse e la tranciatura di lamiere per la realizzazione di stampi. A 19 anni  è carpentiere  presso la ditta “Bugatti e Pizzichini” impegnato a calandrare e saldare putrelle in ferro che servivano per realizzare le  strutture delle gallerie autostradali.  A 20 anni altro lavoro pesante e di precisione, presso la ditta “OSET di Pieralisi Piero” a Castelfidardo, nuovo lavoro e un nuovo mestiere ad arricchire il bagaglio personale delle tante abilità già acquisite.

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A 21 anni per Filiberto “passa il treno della vita” l’opportunità a cui  tutti gli osimani negli anni ’70 aspiravano: viene assunto “fisso” alla Lenco. Occasione che Filiberto non aveva cercato ma che gli è stata proposta dal capo officina Enzo Casavecchia che a quel tempo era alla disperata ricerca di operai specializzati, capaci di lavorare il ferro per la parte meccanica dei mangianastri e dei piatti per giradischi. Cinque anni alla Lenco, cartellino per firmare n° 780, questo per dire l’importanza che rivestiva per l’economia osimana la Lenco, praticamente quasi un osimano per famiglia lavorava nella fabbrica di via Guazzatore.
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Con l’arrivo della  concorrenza  asiatica finisce il “sogno industriale” osimano   della Lenco. La storia è ben nota ed è stata contrassegnata da un lungo e irrefrenabile declino aziendale della fabbrica che ha visto, per i tanti dipendenti , prima la cassa integrazione straordinaria  e poi il licenziamento definitivo di tutte le maestranze occupate.

Filiberto anche in questo caso, in controtendenza rispetto ai più, non ci sta a fare il “cassaintegrato” ( che voleva dire stare a casa per diversi anni, senza fare nulla, con la garanzia di circa l’ 80% dello stipendio). Viste le prime avvisaglie di crisi, – anche stanco della vita di fabbrica, delle presse, del loro rumore assordante, quei 120  “insopportabili” colpi al minuto e inorridito dai tanti incidenti di lavoro ai quali aveva assistito con svariati colleghi rimasti con le dita sotto la pressa, invalidi per tutta la vita – si licenzia.
Con i soldi della liquidazione, del ricavato della vendita della, ancor nuova “Alfa sud” e con l’aggiunta della firma di “un mare” ( come citato  da Filiberto) di cambiali, si compra un camion usato e inizia una nuova attività, da tempo cullata nel cassetto dei sogni: diventa camionista.

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Un lavoro rivelatosi faticosissimo ma svolto sulle ali dell’entusiasmo. Consegne (prioritariamente di mobili)  in tutta Italia da Bolzano alla Sicilia,  con un mezzo vecchio, senza servo sterzo che perdeva acqua e che ogni 300 chilometri richiedeva di essere rimboccata. Inoltre a quel tempo non esistevano i “navigatori”, smartphone e computer.   La guida della strada, per trovare i luoghi e le vie di consegna, era l’atlante stradale. Tante le difficoltà  affrontate: ghiaccio, neve, caldo, nebbia, traffico, strade tortuose, carichi e scarichi, ecc. Un’attività che malgrado il faticoso impegno e il notevole sforzo fisico, Filiberto ha portato avanti con grande passione e soddisfazione dei suoi clienti ( i più importanti mobilieri della nostra zona) per quasi 31 anni, fino al 2012, fino alla meritata pensione.

Anni passati sulla strada, spesso partendo da Osimo il lunedì e rincasando solo il fine settimana. Anni nei quali Filiberto ha perso il contatto con i suoi “vecchi” amici osimani,  ma diventando amico di migliaia di colleghi incontrati sulle strade, nei magazzini, nei ristori e con i quali è scattato un bel rapporto di solidarietà e di generosità. Sentimento quest’ultimo che è innato in Filiberto e che non si estingue facilmente, soprattutto per chi lo pratica.
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Anni passati sulla strada da solo: lui e il suo camion di consegne. Racconta Filiberto: ” sulla strada impari a riflettere, a mantenere la calma, il controllo di qualsiasi situazione che ti può capitare. A volte la sera partivi con la nebbia che ti accompagnava fino a Melegnano Milano. Dormivi tre ore, dentro la cabina del camion,  e l’indomani mattina iniziavi a scaricare , entravi dentro Milano con un camion lungo 12 metri, eri in doppia fila e spesso capitava di fare questione con l’impazienza e l’intolleranza degli automobilisti che volevano passare o dei vigili che non ti facevano sostare. La gente spesso non si rende conto della fatica del lavoro di un camionista, che non eri lì per divertimento,  ma per rifornire i negozi dove facevano spesa.”
In questi anni di camionista Filiberto è incappato anche in alcuni gravi incidenti stradali, il più grave nel 1984 camion distrutto, ma la forza d’animo di questo osimano “eclettico” l’ha sempre fatto ripartire, anche dopo le cadute più rovinose.
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Da una persona  metalmeccanico a 14 anni, ex carpentiere di fatica, addetto alle presse dal rumore insopportabile e da ultimo da ex camionista alla guida di un bestione della strada per oltre 31 anni non puoi che aspettarti una persona con  un carattere duro, determinato, un caratteraccio, “costruito” negli anni, durante quelle giornate infinite passate sulla strada, in mezzo a mille e più imprevisti.

Filiberto Diamanti, invece, non è nulla di tutto questo, è una bravissima persona. Un marito sempre vicino alla sua amata Pamela che gli è stata sempre accanto, anche  nelle sue scelte più difficili,  e con la quale condivide, oggi, le passioni della bicicletta, della moto e della canoa che da pensionati hanno rispolverato.  Filiberto è anche un affettuosissimo padre e un tenerissimo nonno e il premuroso figlio della signora Maria, oggi 93enne.

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Fili ( come lo chiamano i suoi amici) è una persona squisita, un bravo osimano che ho voluto conoscere incuriosita dalle creazioni che spesso mette in bella mostra davanti lo stop,  tra l’incrocio di via Olimpia e piazzale Giovanni XXIII.

Perchè, poi, entrando nel suo laboratorio, vicino la scuola materna del “Foro Boario”,  scopri  un’altra anima di Filiberto: quella dell’artista e del genio. Come Archimede Pitagorico di Walt Disney, Filiberto nella sua tana, crea giochi per la nipote o composizioni artistiche legate a qualche evento. A volte sente accendersi la lampadina in testa e trova la soluzione migliore con la quale risolvere un problema, anche quelli di piccolo conto ma che aiutano la qualità della vita.   In quei momenti immagino Filiberto gridare “Eureka”,  e lo  senti  lavorare di impegno – sempre allegro e divertito –  con le sue  pialle e saldatrice.
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Filiberto è rimasto meravigliato del mio interessamento alla sua storia ritenendola, senza alcun rimpianto, una storia “normale”, di poco conto, come ce ne sono tante in Osimo. Io, invece, ritengo che quella di Filiberto così come  le storie delle persone comuni, della nostra piccola comunità, hanno una forza straordinaria.

Sono storie che soddisfano la nostra curiosità, con le quali  possiamo confrontarci e  trarne ispirazione. Questo non significa che se ne approvano sempre le idee e i valori ( ad esempio come posso da insegnante apprezzare, della testimonianza di Filiberto,  il marinare la scuola o il fatto di considerarla di poco conto per  la formazione personale ?) ma ai miei occhi ( e credo lo sarà anche agli occhi dei  lettori della storia) Filiberto  “l’ eclettico”, rimane una persona vera e credibile  e la sua storia personale  va ad arricchire  quella collettiva della nostra piccola comunità osimana.
Grazie Fili.

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La Presidente del Consiglio Comunale
*****prof.ssa Paola Andreoni

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Sulle pagine de La Meridiana, la storia di un #Osimano:Diamanti Filiberto

Pubblicata sulle pagine del settimanale “la Meridiana” la bella storia che ho raccolto di un osimano che ho definito “eclettico”: Diamanti Filiberto. Una brava persona e un osimano “Archimede Pitagorico” che in occasione di qualche evento cittadino sa con ingegno e fantasia creare con materiale povero o di scarto delle piccole creazioni artistiche. Un altra pagina di #Osimani che va ad arricchire la storia collettiva della nostra comunità osimana.

Da mercoledì la pubblicazione del post integrale dell’ articolo dedicato a Filiberto,  arricchito di foto e dei commenti dei suoi amici.

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#Osimaniinvacanza: Buone vacanze e Buon riposo a tutti.

Anche quest’anno siamo arrivati al momento delle (speriamo meritate) vacanze. Avviso tutti gli attenti osservatori di questo Blog che mi prendo un periodo di pausa/rallentamento da post (fino a venerdì 3 agosto).

Che dire?
Buon inizio di estate e di ferie a tutti. Chi vorrà mandarmi foto dai luoghi di vacanza,  le pubblicherò nel gruppo #Osimaniinvacanza.
Buon Riposo e Buone vacanze a tutti.
Paola


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Anno 1954, quando ancora non c’era la moda di “Avventure nel Mondo“, già loro: Lamberto Campanelli, Egisto Balloni, per gli osimani “Fulmine”, titolare del negozio di frutta e verdura in piazza, Alberto Campanelli detto “Titti”, Antonio Belli (mio zio), titolare dell’alimentari davanti al Comune,  erano gli Indiana Jones osimani.
Nella foto gli “Indiana Jones osimani” all’arrivo, con la 1100 Fiat dell’Emporio Campanelli”, a Barcellona.

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#OSIMANI con l’hashtag: il m° Ugo Novelli

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Non solo storia o grammatica ma anche argilla, e creta.  Sono stati questi gli ingredienti per apprendere, gli strumenti educativi,  che il maestro elementare – rectius: “di scuola primaria” – Ugo Novelli ha adottato e che hanno caratterizzato la sua lunga ed apprezzata carriera didattica, conclusasi nel 2012.
Manipolare e apprendere
, vale a dire, l’arte della ceramica ma anche l’amore e il rispetto per la natura,  stimolare la  curiosità nei bambini  per il successo nella lettura,  come strumenti di apprendimento. Così, sicuramente gli ex allievi e i loro genitori  della scuola a tempo pieno di Casenuove   ricorderanno  il maestro Ugo Novelli, per tutti,  il “maestro dell’argilla”.

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Ugo Novelli è stato un  maestro straordinario e  la passione per la scuola e per i ragazzi  è dimostrata –  ancora oggi – dalla disponibilità  e dalla generosità con le quali mette a disposizione il suo tempo libero per seguire, da volontario,  i laboratori  di scultura, di disegno  da  lui stesso ideati e  creati presso la Scuola di Casenuove e in altri plessi cittadini. “La scuola, la curiosità di conoscere dei ragazzi mi mancano, non riesco a distaccarmene” così mi ha confessato nel mostrarmi i tanti lavori, i progetti e le opere in ceramica realizzate dai suoi ragazzi.

Il maestro Ugo, classe 1951, è nativo di Polverigi, primo di una famiglia numerosa che ha fatto dell’impegno la sua ragione di vita. I genitori, vista la passione e la predisposizione  dei propri figli per gli studi,  decisero di  trasferirsi ad Osimo,  in via Guazzatore,  e qui ad Osimo i fratelli Novelli crescono e si formano nelle nostre scuole.
All’età di 14 anni, Ugo, decide di iscriversi, senza avere ancora una ben precisa idea sul proprio futuro,  all’Istituto Magistrale “Pier Giorgio Frassati”, la scuola di don Igino Ciavattini che proprio in quegli anni iniziava ad essere diretta dalle suore “Oblate dello Spirito Santo” con preside, in particolare,  suor Maria Pia Controni.
Una scelta di indirizzo scolastico che si rilevò   azzeccata, che rispose appieno alla sete di conoscenza del giovane Ugo, e questo grazie ai bravi insegnanti in servizio nella scuola di piazzale largo Trieste,  come: la prof.ssa di matematica Bruna Rinaldi ( meglio conosciuta come la prof.ssa Foresi), don Giuseppe Geronzi, insegnante di filosofia, e don Aldo Compagnucci,  insegnante di italiano e storia, che con le loro spiegazioni riuscivano a rendere affascinanti anche le tematiche più ostiche ed accessibili  i pensieri degli autori più complessi.  Grandi professori che, parole del maestro Ugo,  “hanno indirizzato le mie scelte future e si sono rivelati straordinari testimoni di crescita intellettuale”.
Gli anni  delle Magistrali sono  stati, per il m° Ugo,  gli anni della spensieratezza, condivisi con i compagni di classe: Fausto Giuliodori, Maria Cappellaccio, Pierpaolo Pierpaoli, Daniela Vescovo, Franco Stacchiotti, Maria Ludovica Frampolli, Elisabetta Cardinali, Maria Vittoria Mandolini, Donato Andreucci, Adelaide Bambozzi, Settimia Pesaresi,….. ma anche gli anni  della  conquista di una visione del mondo.  Difatti,  la direzione della scuola da parte di educatrici suore (suor Maria Pia e poi suor Amedea) non impedì di vivere appieno quegli anni,  come l’adesione alle   manifestazioni in solidarietà delle proteste studentesche del ’68, o come la più “disimpegnata” organizzazione della 1^ festa delle Magistrali  presso la piccola discoteca ( “Bloody Mery”) presente all’interno dell’Hotel “la Fonte”. Un evento cittadino, quest’ultimo,   straordinario, una conquista storica da parte di noi studenti e il superamento di un tabù per la nomea di severità e rigore che la scuola delle Magistrali aveva in città.
Terminate le scuole superiori nel 1969 ( Ugo Novelli negli annali dell’Istituto Magistrale “Pier Giorgio Frassati” è il diplomato n° 420), il m° Ugo, inizia a lavorare presso la Lega del Filo d’Oro come educatore nel settore degli adulti,  ma nel contempo, con le idee più chiare su come voleva impegnare il proprio futuro,  continua i suoi studi, consegue la specializzazione in fisiopatologia per insegnare nel sostegno e nel 1974 la laurea in Pedagogia (110 con lode) presso l’Università di Urbino  con una tesi di ricerca storica sulle origini del giornalino cittadino “La Sentinella del Musone”.
L’avventura scolastica del m° Ugo, inizia nel 1975 come insegnante di sostegno, prima presso la scuola speciale di Colle San Biagio, poi alle Grazie di  Ancona presso la scuola primaria Domenico Savio. Solo nel 1983 arriva l’auspicato trasferimento in Osimo, come maestro titolare in ruolo, presso la scuola Montetorto.
Un punto d’arrivo per molti insegnanti, uno stimolante punto di partenza, o meglio di ripartenza per il m° Ugo.
Nella scuola Montetorto di Casenuove,   il m° Ugo, che i suoi allievi affettuosamente chiamavano “il gigante buono  , insegnerà per ventinove anni.
Quasi tre decenni, caratterizzati dal tempo pieno, da sperimentazioni, da innovazioni come l’istituzione del laboratorio di ceramica con tanto di forno attrezzato, del laboratorio dell’orto, del laboratorio di archeologia didattica  ( in collaborazione con l’Archeoclub Osimo e che si è rivelato un fantastico strumento di comprensione del passato, come storia della cultura materiale e della vita sociale dei nostri popoli, con visita ai siti archeologici ed ai monumenti cittadini e la ricostruzione di piccoli manufatti),  di felice e proficua collaborazione con tante colleghe: Emanuela Frontini, Renata Romagnoli, Antonietta Catozzi, Assunta Tittarelli, Cristina Manara, Ester Tombolini, Gabriella Prosperi, Laura Cerquetella, Loriana Baleani, Maurilia Manoni, Nunzia Mele, Patrizia Parisani, Patrizia Posanzini,   Romina Piercamilli,  Stefania Camilloni,     la favolosa cuoca Gina Scarponi.

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Questa scuola, posta alla periferia di Osimo,  in un ambiente molto stimolante dal punto di vista naturalistico, ha costituito terreno fertile  per  il maestro Novelli, per realizzare quei concetti e valori educativi che ha sempre ritenuto fondamentali  per la buona crescita dei suoi piccoli allievi, sintetizzati in due frasi: “imparare divertendosi” e “se vedi dimentichi, se ascolti ricordi, se fai capisci”.  Questi gli obiettivi delle uscite a piedi, dell’ esplorazione ambientale nel lungofiume e nelle vicine campagne,  delle escursioni nei siti archeologici presenti in città, la visita alle ville monumentali, a cui facevano seguito approfondimenti sui testi.
Su questa linea didattica molto incisiva sui ragazzi si inserisce la geniale intuizione e la determinazione nella  creazione del laboratorio di ceramica. Una scelta che il m° Ugo ha affrontato con impegno ( preparazione, corsi di formazione, aggiornamenti, visite ad altre scuole che avevano avviato analoga iniziativa ) nella consapevolezza    dell’importanza che questo progetto avrebbe avuto  sui ragazzi: la curiosità del fare con le proprie mani.
La proposta dell’argilla da maneggiare e manipolare – un apparente gioco dietro il quale il m° Ugo si è posto il raggiungimento di importanti contenuti e fini educativi come:  potenziare l’emotività, la socialità e la possibilità offerta al bambino di esprimere la propria fantasia e  creatività – si è rilevata vincente ed è stata vissuta, nei vari anni, dagli allievi della scuola primaria di Casenuove con entusiasmo, partecipazione e passione.
Sono sicura che molti di questi ragazzi passati per Montetorto saranno grati, ancora oggi,  al m° Novelli per questa bella esperienza che hanno potuto vivere e ricorderanno la soddisfazione per aver  prodotto e realizzato con le loro mani: collane, manufatti vari, fischietti ed anche pregevoli creazioni artistiche (premiate in diversi concorsi artistici riservati alle scuole).

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Una meritata “standing ovation” al  maestro Ugo Novelli, sicuramente una delle migliori espressione della nostra scuola osimana, a cui tenevo esprimere particolare riconoscimento e gratitudine, un maestro ed anche il “maestro dell’argilla”, che sicuramente è stato capace di rendere i giorni in classe  ( e fuori) un’esperienza unica, destinata a lasciare un segno.

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La Presidente del Consiglio Comunale
*****prof.ssa Paola Andreoni

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Arriva il Giro, Osimo è colorata a festa

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Arriva Il Giro.
Gli sportivi tutti sono ormai edotti di ogni particolare dell’imminente svolgimento della chermesse sportiva, ma gli osimani come vivono l’attesa dell’evento ?
In città, in attesa del passaggio della carovana rosa,  si respira aria di festa.
Paola


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foto credits Sauro Strappato

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foto credits Adolfo Adorni

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foto credits Cristian Canalini***
foto credits Marica Catalani
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foto credits Gioia Cingolani
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foto credits Lucia Paoletti
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anche Mario ….c’è

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foto credits Carlo Sorpino
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foto credits Isaita Ghergo
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foto credits Isaita Ghergo
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foto credits Marica Catalani
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foto credits Marica Catalani
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foto credits Gioia Cingolani
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foto credits Gioia Cingolani***
foto credits Bruno Severini
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foto credits Bruno Severini
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foto credits Bruno Severini
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foto credits Bruno Severini
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foto credits Bruno Severini
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foto credits Bruno Severini
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foto credits Bruno Severini
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… negli eventi cittadini e con gli osimani, l’Avis è sempre presente***


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Immagino quanto entusiasmo avrebbe animato il mitico Paolo Piazzini, l’imminente arrivo in Osimo della carovana rosa del Giro d’Italia.

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Paolo de Piazzì“, come lo chiamavano affettuosamente gli osimani, non ha mai alzato una coppa al cielo, nè è salito mai su una bici, ma è stato una grande penna del giornalismo sportivo del settore del ciclismo dilettantistico. Alle due ruote, Paolo ha dedicato gran parte della sua produzione giornalistica e letteraria, come la pubblicazione “Castelfidardo è il  ciclismo” del 2011 ed altri scritti. Il ciclismo  ha “pedalato” con Paolo per quasi 50 anni e dai suoi appassionati articoli e dai racconti delle   storie del ciclismo “minore”  ha saputo far  amare ed avvicinare a questa bellissima e nobile  disciplina sportiva tanti giovani.

 Paolo, non è stato un semplice e preparato cronista del ciclismo, dalla sua penna e dagli articoli che i suoi lettori, comodi nelle poltrone,   leggevano  su “Mondo del Ciclismo”, nelle pagine del  “La Voce Adriatica”, dell’Antenna, della Meridiana e da diverse testate web dedicate al mondo dei pedali,  si coglieva tutta la passione, l’amore, lo  spirito e l’emozione delle gesta del ciclismo epico e vero, sia che si trattasse di professionisti e/o di  dilettanti: eroi uguali di fronte alle fatiche ed alle asperità della strada.

 Paolo con la sua penna ha fotografato il ciclismo e le sue belle storie  con originalità, fantasia e umanità, confezionando bellissimi articoli in un italiano godibile ed effervescente.
Paolo, classe 1942, laureato in giurisprudenza, ma che alle aule dei Tribunali aveva preferito il giornalismo come propria professione, ( rivestendo anche il ruolo di collaboratore del Comitato Regionale Marche  e corrispondente per le Marche dell’organo ufficiale della Federciclismo),  se ne è andato come aveva sempre vissuto: “in punta di piedi”.

Improvvisamente è venuto a mancare  nell’inverno del 2013, lasciando nel mondo del ciclismo e in tutti gli osimani che gli volevano bene un profondo senso di vuoto.

 Oggi Paolo, sarebbe stato orgoglioso di poter scrivere,  che la sua amata Osimo, per la terza volta, dopo l’edizione del 1987 vinta dal corridore francese Robert Forest e quella del 1994 vinta dal campione italiano Moreno Argentin, per due giorni diverrà   la capitale del ciclismo, con immagini e riprese che faranno capolino in tutto il mondo.

 Lo vedo in prima fila a darsi da fare,  indeciso fino all’ultimo se godersi lo spettacolo dell’evento cittadino dell’arrivo della tappa, il  prossimo 16 maggio,  sul “muro di Osimo” nella  difficile rampa  in pavé della Costa del Borgo o se scegliere di andare a fissare le immagini dei volti dei campioni, segnati dalla fatica, sullo strappo finale di via Olimpia.

 Lo vedo schivo davanti al suo popolo, quello del ciclismo, dove lui amato ed apprezzato da tutti, con un sorriso d’imbarazzo si scherniva di fronte alle tante strette di mano, ai tanti saluti ed abbracci e ai tanti complimenti che avrebbe ricevuto.***
Paolo Piazzini è rimasto nel cuore dei sportivi osimani perchè era uno della piazza, cultore orgoglioso di quella osimanità fatta di amicizie, di bontà e di socializzazione. Un osimano di “vecchia” pasta, e nella professione un  esempio di passione, competenza e dedizione.
Credo che una figura come quella di Paolo Piazzini vada ricordata in questi giorni di attesa dell’arrivo della tappa del Giro d’Italia.

 Credo che Paolo Piazzini, l’affabile persona la cui grandezza è ravvisabile nella sua umiltà e nella sua modestia –  il bravo giornalista con la missione per il ciclismo -, meriti l’onore di questa manifestazione sportiva e che, anche a lui, si debbano dedicare queste due giornate di grande ciclismo.

La Presidente del Consiglio Comunale
******prof.ssa Paola Andreoni

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– 5 novembre 2013 Ciao Paolo

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#OSIMANE con l’hashtag: Le commesse di Lamberto e zia Lella Campanelli

 #OSIMANI ,  il nostro territorio e la sua gente attraverso una galleria di volti e di storie raccontate in pochi caratteri. Storie  veramente straordinarie.

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Inizio questo articolo citando un estratto di una lettera del 2002 di Lamberto e Bruna Campanelli, indirizzata alle loro “Commesse”***

Carissime tutte,
facciamo seguito alla graditissima conviviale di domenica scorsa ( Pasqua 2002) ed esprimiamo un sincero ringraziamento per le piacevoli ore trascorse con Voi…. La nostra più grande soddisfazione è stata di aver constatato che il tempo non è passato invano se è riuscito a formare tante sane famiglie nate da un passato onesto e felice. Se il nostro lavoro può aver contribuito ad arricchirVi di esperienza e serietà, tale nostra attività non è stata vissuta inutilmente…. Grazie e tanti auguri per il Vostro Avvenire. Con affetto.
Bruna e Lamberto Campanelli.

Con queste parole Lamberto Campanelli e la consorte signora Bruna, nel marzo 2002 con un biglietto indirizzato a ciascuna di loro,  salutavano le loro indimenticate  “collaboratrici”, per tutti noi osimani: le “commesse di Campanelli“.

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24 ragazze, la maggior parte osimane doc, che negli anni tra il 1960 e il  1992 hanno svolto con impegno e dedizione il lavoro di “commessa” presso l’Emporio e poi nei Grandi Magazzini Campanelli, per il Corso della nostra città.
Anche se per gli osimani erano le “commesse” ( espressione che non aveva alcuna accezione riduttiva), loro si sono sempre sentite privilegiate di aver fatto parte, come collaboratrici, di quello che è stato da sempre il più bel e variegato negozio del nostro centro storico, che gli osimani  chiamavano la “Standa dei senza testa“.
24 ragazze tutte belle ma soprattutto tutte gentili, sempre pronte a dare una mano concreta ai clienti consigliandoli ed aiutandoli negli acquisti. Quello svolto dalle commesse  è stato un lavoro  fondamentale per il successo dell’attività commerciale che i Campanelli  – dalla “zia Lella”, a Lamberto allo scomparso Sandro – hanno sempre riconosciuto ed apprezzato. Spigliate, cortesi ma anche dinamiche e pronte nello spostare pesi o prendere le decisioni più opportune sempre nell’interesse dei proprietari e dell’azienda.
Nel raccontarmi la sua esperienza, Maria Sandra Falcetta  la prima commessa entrata a “servizio” dai Dindano ( così in Osimo vengono soprannominati i Campanelli) all’età di appena 13 anni e mezzo, mi ha raccontato commossa che quella è stata la sua prima esperienza di lavoro poi protrattasi per 31 anni e ricorda ancora le premure della signora Lella che per Lei è stata una maestra di vita e di tanti insegnamenti professionali ma dalla quale, soprattutto, ha ricevuto le attenzioni e la cortesia che poi a sua volta ha sempre saputo trasmettere ai clienti.
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31 anni quelli passati dalla sig.ra Maria Sandra tra i scaffali di Corso Mazzini, anni di sacrifici ma anche ricchi di crescita personale in un ambiente sereno con i titolari: la sig.ra Lella, Cesarino, Sandro e Lamberto che gradualmente Le hanno dato responsabilità e grazie a questa fiducia, ricambiando,  è entrata nei meccanismi del negozio condividendo con i Campanelli i tempi, gli ordini da fare, le scelte sulle vetrine da allestire e la cura di tutto il negozio.
La “zia Lella”, così veniva chiamata la signorina Raffaella, con la saggezza ( un’altra delle sue doti)  e dall’alto della sua esperienza, la lasciava sperimentare  e con l’affetto protettivo di una madre, quando interveniva, lo faceva sempre con un premuroso sorriso sulle labbra.
Con l’ampliarsi degli spazi di vendita è arrivata la seconda commessa, la sig.na Arturina Badaloni anche lei osimana e, nel tempo,  passata a gestire il reparto generi alimentari anche se, come hanno tenuto tutte a precisare, si lavorava in una modalità tale  che spesso comportava l’ intercambiabilità dei  ruoli e degli spazi  di lavoro a seconda anche dei periodi di vendita più o meno intensi.
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Poi,  mano a mano, sono arrivate  tutte le altre a formare quella che affettuosamente Lamberto chiamava “la bella squadra“:
Erminia Mazzieri meglio conosciuta come “Mimma”, di Ancona  ma sposata con l’ osimano Franco Giardinieri, alla quale venne data la responsabilità del reparto giocattoli e casalinghi; Anna Lozzi anche lei una delle prime nel ruolo di commessa; Filiberta Marzioni assegnata al piano terra dove si vendevano i casalinghi; Elisabetta Eusepi anche lei commessa al reparto casalinghi; Marzia Marzocchini assegnata alla vendita dei mobili; Ornella Mazzieri commessa ai casalinghi; Anna Moglie commessa ad assistere i clienti del reparto scuola, pelletteria e scarpe; Marilisa Bastianelli di Chiaravalle ma coniugata con l’osimano Memè; Franca Faccenda figlia del  falegname Elio Faccenda anche lui storico dipendente dei Campanelli; Pina Torcianti assegnata al reparto intimo e neonati; Rosina Pirani assegnata a gestire l’ultimo piano dove si vendevano le carrozzine, i mobili ed arredi vari per neonati; Raffaella Graciotti che prestava servizio ai generi alimentari; Adriana Angeletti in servizio al piano ingresso dove si vendevano generi vari, i dischi ed anche gli ombrelli firmati Campanelli; Mara Biondi, coniugata con il pasticcere Pasquale Pirani,  insieme ad Adriana Cedrati commesse ai generi alimentari; Patrizia Mazzoni assegnata al reparto giocattoli. Seguirono poi Amedea Angeletti che andò a potenziare l’assistenza alle vendite del reparto alimentari insieme a Violante Trillini per tutti “Viola” e Antonella Trucchia.
Adriana Andreucci 
era commessa-ragioniera dividendosi tra gli uffici e il reparto articoli sportivi; Rosanna Costarelli in Orlandini recentemente scomparsa e Francesca Falcetta commessa stagionale nei periodi di ferie.
La “squadra” si completava anche dei “commessi”, per la maggior parte falegnami che seguivano e lavoravano presso il reparto mobili: Alfredo, Ginetto, Guido Agostinelli, Gigio Virgini, Panzetta, Guido, Mengoni, Roberto Graciotti,  Arduino Marchetti, Stefano Graciotti, Bernabei, Sandro Badaloni e Faccenda Elio.

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Ritornando alle “commesse”, sicuramente le osimane e gli osimani, anche se è passato molto tempo, ricorderanno il sorriso, la gentilezza, la pazienza e l’empatia di queste ragazze che stavano dietro i banchi di vendita insieme ai loro titolari e che hanno rappresentato il volto stesso dell’attività commerciale  dei Campanelli.
Donne, persone che ho voluto ricordare e ringraziare – e con loro tutta la più ampia categoria delle commesse osimane anche oggi in attività – che lavorano per molte ore al giorno sempre a contatto con il pubblico con grande professionalità nelle attività commerciali della nostra città.
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Da figlia di  commerciante e da cliente, so quanto questo mestiere sia importante, quanto contano la competenza e la conoscenza del settore al pari dell’educazione, della cortesia, della pazienza ed anche, perchè no, della simpatia che si è in grado di trasmettere.
Non solo saper vendere, ma anche  saper accogliere e consigliare al meglio i clienti, che siano cittadini o turisti, contribuendo così ad una positiva immagine dei nostri negozi e della nostra bella ed ospitale terra.
Loro, le “Commesse di Campanelli”, sono state tutto questo.

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E ora la parola ad alcune di loro:

Amedea Angeletti, la commessa dal sorriso contagioso: “Sono entrata a lavorare in questa splendida “famiglia” nel 1974 direttamente al reparto alimentari che poi è passato in gestione alla ditta Migliarini. Venivamo, comunque, spostate in tutti i vari reparti, dove c’era bisogno o perchè c’era più gente o perchè qualcuna di noi stava male o era in maternità.  Ci aiutavamo tutte con uno spirito di grande collaborazione. Il reparto che a me piaceva di più  era la profumeria, i giocattoli e i dischi perchè la musica è stata sempre la mia passione.
Sono contenta che ancora ci si ricordi di noi. Sarebbe bello rivederci tutte insieme, organizzare un bel evento dedicato al “Grande” Lamberto Campanelli che all’epoca ha dato lavoro a tante famiglie osimane. Sono molto orgogliosa di aver fatto parte di questa storia e di essere stata una loro dipendente. Li porto sempre nel mio cuore”.

Arturina Badaloni, la commessa dei consigli che conquistano: “Il nostro è stato un lavoro onesto e dignitoso, vissuto in un ambiente positivo grazie alla presenza di illuminati titolari. Ho trascorso 29 anni nel negozio dei Campanelli. Ricordo che eravamo come una “grande famiglia”, la sig.na Lella, ogni anno,  al ritorno da Montecatini, dove trascorreva le sue brevi vacanze, portava sempre un pensierino per tutte noi”.

Franca Faccenda, sempre la battuta pronta: “Anni di soddisfazioni quotidiane”.

Adriana Angeletti, la gentilissima: “Ci sarebbero tantissime cose da raccontare, ho ricordi bellissimi. Ho passato, nel negozio di Corso Mazzini 45, tutta la mia adolescenza, dal 1971 al 1985. Sono entrata a lavorare che avevo 14 anni  e lì sono rimasta fino a ventisette anni quando è nato mio figlio, poi per seguire la famiglia, a malincuore, ho dovuto lasciare il lavoro e le colleghe. Ho iniziato a lavorare dai Campanelli con l’apertura del grande magazzino. Ricordo c’erano i preparativi per l’inaugurazione e di notte il  negozio è andato a fuoco, a causa di un corto circuito. Ma i Campanelli non erano gente che si perdeva d’animo, con loro in poco tempo abbiamo ripristinato il tutto. La mia postazione di lavoro era vicina alla  “zia”Lella. Più che una titolare è stata, per me,  un’ insegnante di vita, una persona che ho voluto tanto bene e che ancora ho nel cuore. All’entrata principale, a seconda dei periodo ( Natale, Carnevale, San Valentino, Pasqua, Befana….) era un continuo cambio di allestimento dei prodotti.
Ricordo che andavo spesso con la signorina Raffaella, il Signor Gaetano ( papà di Lamberto), Vittorio, Cesarino, Sandro e Paolo con un pulmino a prendere o ordinare gli articoli che servivano per la vendita, sempre il lunedì o il venerdì mattina,  quando il negozio restava chiuso per riposo settimanale…
Ricordo la fatica ma anche il divertimento nell’allestire le vetrine ( la sig.na Lella ci teneva tantissimo), a me piaceva tanto soddisfarla nella preparazione. Oltre a quelle fisse c’era da fare la vetrina del sabato lungo la navata del negozio così la domenica quando in Osimo c’era il passeggio,  la clientela si fermava ad ammirare i prodotti esposti.
Una cosa che la signorina Lella non sopportava, proprio perché ci teneva tanto alle sue vetrine,  era che i ragazzi si sedessero nei gradini davanti alla merce esposta. Le avevamo provate tutte senza alcun successo: cartelli, uscivamo ed invitavamo i ragazzi a non sedersi sul muretto di fronte alle vetrine.  Alla fine la sig.na Lella trovò   rimedio: annaffiare il muretto. Uscivamo a bagnare tutti i gradini che circondavano le vetrine per non farci sedere nessuno.
Grazie per avermi fatto evocare persone e bei ricordi. Ancora oggi mi fa piacere che a distanza di tanti anni ci sono clienti che ancora ci riconoscono”.
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Adriana Andreucci, vendeva scarpette a portieri e terzini  e ne sapeva più di loro: “un lavoro o per meglio dire un servizio reso ai clienti aiutandoli a trovare ciò che cercavano”.

Maria Sandra Falcetta, la prima commessa: “Eravamo tutte giovanissime, ricordo la gentilezza della “zia” Lella che mi chiamava signorina e mi dava del Lei anche se avevo appena 14 anni. Ci faceva sentire importanti. Il nostro  è stato non solo un rapporto di lavoro, ma una relazione più importante, senza alcuna retorica: eravamo una famiglia.  I titolari, a fine anno,  ci portavano al Veglione, e a tutti gli appuntamenti familiari importanti di casa  Campanelli, come matrimoni, ed altre cerimonie, eravamo  tutte invitate e puntualmente tutte presenti.
Sono stata premiata, a seguito di  un concorso organizzato dal “Resto del Carlino”, come una delle prime tre  commesse riconosciute più brave e gentili della Regione Marche. Grande la  soddisfazione quando alla  cerimonia di premiazione, il giovane presentatore, Mike Bongiorno, consegnandomi il premio mi chiamò: Sandra Falcetta la commessa dei Campanelli di Osimo.
Tanti i ricordi che mi legano al negozio e alla famiglia Campanelli, così come è stato tanto il dolore sofferto a seguito della chiusura dell’attività.
L’allestimento delle vetrine nel centralissimo Corso era uno dei nostri più importanti banchi di prova. Che belle soddisfazioni quando la signorina Lella si complimentava con noi per le originali trovate. Osimo tutta si fermava a guardare le vetrine nella passeggiata domenicale. Tra i più assidui  ammiratori delle vetrine c’era anche il giovane osimano Giorgio Carletti che solo in seguito, con i titolari Campanelli, abbiamo scoperto avere altri interessi oltre ai prodotti esposti dall’azienda”.
E’ infatti,  dalle vetrine dei Campanelli che è “scoppiata la scintilla” della bella storia d’amore tra Sandra e Giorgio, oggi in procinto di festeggiare i cinquant’anni di matrimonio.
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Pina Torcianti:  “Ho bellissimi ricordi soprattutto il contatto con la clientela, molti osimani come noi con i quali si era stabilito un rapporto di fiducia continuativo”.  

Elisabetta Eusepi: “La mia assunzione nella ditta Campanelli è avvenuta all’ età di 15 anni. Un lavoro che ho fatto con grande entusiasmo, a contatto con le persone, con tanti clienti cercando sempre di soddisfare le loro richieste per gli acquisti. Tutti i Campanelli sono stati, per me, persone speciali, grandi lavoratori con tanta esperienza poi trasmessa a noi commesse. La signorina Lella era il perno di tutto, diceva sempre, sorridendo,  che per seguire l’Emporio non aveva avuto tempo di prendere marito.
19 gli anni che ho trascorso tra gli scaffali e il ricordo è di un periodo bellissimo. Sono fiera di averne fatto parte. Ringrazio il signor Lamberto splendida persona, con tanto affetto e stima. Un grande abbraccio a loro,  le mie ex colleghe, da sempre care amiche”.
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Patrizia Mazzoni: “Ricordo le giornate a fare l’inventario, a spostare tutta la merce, oppure  a sistemare negli scaffali un intero ordine. Si vendeva di tutto dagli zoccoli di legno ai prodotti più ricercati. Il giovedì mattina esponevamo anche una bancarella nella Piazzetta del Teatro”.

Antonella Trucchia: “Sicuramente è stato un lavoro impegnativo, non solo a livello fisico, ma la fatica non si sentiva, ripagate come eravamo dai complimenti dei clienti. Questo accadeva quotidianamente. Purtroppo con l’avvio dei centri commerciali molto di questo “romanticismo” si è perso”.

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Marilisa Bastianelli
: “Un lavoro impegnativo, in piedi tutto il tempo.  Non esistono sedie in negozio per le commesse, ma solo per i clienti. Scale da percorrere, mensole basse e poi mensole alte, avanti e dietro per il negozio in continuazione. Ma poi a ripagar tutto c’era il nostro bel rapporto fra colleghe e uno scoop al giorno non mancava mai e riusciva ad  alleviare la giornata”.

Anna Moglie: “Grazie per averci rifatto rivivere questo periodo della nostra vita. La nostra è stata una “storia” bellissima grazie soprattutto al signor Lamberto e alla signorina Lella. Con piacere posso dire: c’ero anch’io”.

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Ricordi di un mondo che pare purtroppo ormai lontano.
Ma tali ricordi vanno mantenuti vivi perchè un giorno si possa ritornare a quel senso di umanità che costituisce il valore aggiunto di ogni singola attività commerciale.
Una bella storia cittadina, piena di valori ed emblemi quella dei Campanelli che hanno fatto la storia del commercio osimano.
Un grazie a tutte le “commesse” per aver collaborato a questo ricordo, e un encomio a Lamberto Campanelli che ancora oggi, a 90 anni, costituisce uno dei personaggi – pilastro della nostra Osimo, un cittadino che va fiero della sua osimanità, fatta di valori, simpatia ed umanità !!

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La Presidente del Consiglio Comunale
*****prof.ssa Paola Andreoni

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#OSIMANI con l’hashtag: Raniero GAGGIOTTI il magistrato d’assalto osimano a difesa dei consumatori

 #OSIMANI ,  il nostro territorio e la sua gente attraverso una galleria di volti e di storie raccontate in pochi caratteri. Storie  veramente straordinarie.

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Osimo, la nostra  città, pur non essendo una grande metropoli, è ricca di Storia,  quella che l’ha attraversata nei secoli, e testimoniata dai manoscritti, dalle pietre, dai monumenti, dalle  Chiese e dalle pareti dei Palazzi del nostro Centro Storico. Ma una città, e in particolare la nostra comunità, è ricca anche delle storie di persone spesso sconosciute o troppo velocemente dimenticate.  Persone, osimane ed osimani, che per le proprie capacità lavorative, per il proprio intelletto, hanno occupato posti di prestigio, o sono stati sotto le luci della ribalta, contribuendo a rendere migliore il nostro Paese.

Questo articolo vuol essere un omaggio a un nostro concittadino, residente nel centro storico, che si è distinto per impegno professionale, per la gentilezza, pur nella sua autorevolezza,  e per l’attaccamento che ha provato e manifestato per il suo territorio.

Mi riferisco al dottor Raniero GAGGIOTTI, nato in Osimo il 13 aprile 1940, dove – dopo una lunga e  prestigiosa carriera nella magistratura è ritornato – prima del meritato riposo, a gestire la giustizia osimana,  ricordato per il suo proverbiale  rispetto verso la gente e gli avvocati.

Andato in pensione nel 2011 dopo quasi 45 anni trascorsi come Pretore, Giudice di Tribunale, Consigliere e poi Presidente della Corte di Appello Penale di Ancona, ancora oggi è ricordato dagli avvocati e dagli operatori della giustizia,  per le sue qualità umane e professionali. Il suo Ufficio è sempre stato un luogo di proposte e idee, un punto di riferimento per la cultura giuridica italiana.

Un legame profondo quello tra Osimo e il Giudice Gaggiotti. Il padre  bancario, la madre casalinga, il dott. Gaggiotti è cresciuto tra la campagna dei possedimenti  di Cingoli e le mura del centro storico osimano dove ha frequentato il Liceo Classico. Una formazione e una crescita  condivisa con gli amici di sempre: i due gemelli Alberto e Giuseppe Balboni ( entrambi poi divenuti Ambasciatori di rango a servizio del nostro Paese),  Livio Bonci ( noto avvocato di Osimo), Fabio Cardinali (titolare della Farmacia di  Corso Mazzini), Carlo Cenerelli ( omeopata, medico, deceduto qualche anno fa), Maria Ludovica Fabiani (poi professoressa di italiano figlia dell’avv. Vincenzo Fabiani), Giuliana Graciotti ( anche lei  professoressa di italiano,  già al tempo del Liceo superlativa nelle materie letterarie)  e Onorato Honorati ( ingegnere, professore all’Università di Roma, grande matematico).

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Inverno 1959, da sinistra: Giuseppe Balboni, Honorato Honorati, Alberto Balboni, Raniero Gaggiotti ( foto credits R.Gaggiotti)

Diplomatosi a 18 anni, il Giudice Gaggiotti,  ha proseguito gli studi presso l’Università di Macerata  laureandosi in Giurisprudenza a soli 22 anni , con una tesi di approfondimento sul diritto assicurativo perchè  l’ambizione  del giovane osimano di tante belle speranze era quella di diventare un affermato avvocato, non aveva, di fatto,  mai pensato, né preso in considerazione,  strade diverse da quella della professione forense.

Spinto dai familiari, partecipa, però,  al concorso nazionale per Magistrati, un concorso che allora, come oggi,  incuteva timore per la vastità degli argomenti da studiare e per le poche speranze di vittoria, erano previsti, infatti,  appena 254 posti a fronte di più di 3.000 candidati pretendenti alla vittoria. Un concorso affrontato con impegno e  una sfida vinta  tanto che a 26 anni – il dott.Raniero Gaggiotti –  viene nominato magistrato ordinario e inizia la carriera di Giudice a servizio della legge simboleggiata dalla bilancia e dalla spada: l’equilibrio e l’equità che è compito della Giustizia conservare e ristabilire.

 Prima il tirocinio in Ancona, poi il primo incarico in seno alla Magistratura giudicante: Pretore a Saronno ( in provincia di   Varese) e dopo circa un anno, la prestigiosa nomina a Pretore di Milano. Nel frattempo, anche, il matrimonio con la sig.ra Emilia Palmieri Lattanzi Tolomei, la nascita della figlia Manuela, oggi avvocato in Osimo.

Milano negli anni ’65- ’70 non era solo città salotto dell’imprenditoria nazionale, città della moda, dei manager, degli industriali e dei finanzieri, dei vip che come oggi,  affollavano i negozi di via Spiga, e  via Montenapoleone.  Milano in quegli anni era anche città dalle gravi tensioni sociali. Il Giudice Gaggiotti era Pretore della  Milano di quei tempi, anni difficili e pericolosi.
Ricorda,  ancora, la cupezza di quel periodo, a causa di vicende drammatiche come la  strage di Piazza Fontana con l’avvio della strategia della tensione, gli attentati e gli assassini dei colleghi giudici uccisi dalle Brigate Rosse e dai gruppi armati di estrema destra. Non è stato facile esercitare la giustizia in quella Milano, teatro delle grandi mobilitazioni studentesche e operaie, in atto in quegli anni.

Il dott. Gaggiotti  quale Magistrato e giurista colto e raffinato ha saputo affrontare e vincere anche questa difficile sfida professionale. Autore ed estensore di Sentenze che hanno fatto Giurisprudenza,  si è guadagnato sul campo l’appellativo di “Giudice d’assalto” a difesa di  tutti i consumatori italiani. In particolare è da ricordare il suo impegno in un settore cruciale della vita quotidiana di tutti gli italiani quale la correttezza dei messaggi pubblicitari e la loro veridicità rispetto ai prodotti che vengono immessi nel mercato al fine di evitare inganni e truffe. Un impegno politico-culturale a difesa del cittadino consumatore e protagonista di  grandi battaglie processuali – tutte vinte – contro i più acclamati avvocati ingaggiati delle grandi industrie e società multinazionali, che ben presto gli fecero guadagnare   le luci della ribalta, articoli e copertine dei più importanti giornali italiani.
Popolarità e clamore mediatico ( tanto che, in quel periodo, fu “corteggiato” dai due più grandi partiti politi dell’epoca, la DC e il PCI, per essere eletto in Parlamento)  che il nostro concittadino-Giudice ha sempre affrontato con la sua solita proverbiale modestia, determinazione e gentilezza.

Per chi non lo sapesse,  è grazie al nostro concittadino Pretore a Milano, se oggi,  quando andiamo a comprare il prosciutto al supermercato, lo paghiamo al “giusto peso” vale a dire paghiamo solo il prosciutto senza l’aggiunta del peso dell’involucro. Una lunga battaglia giudiziaria vinta a favore di tutte le casalinghe   e le famiglie ed applicata su tutto il territorio nazionale, e una vittoria  per nulla scontata che vide il Giudice scontrarsi contro tutti i più grandi gruppi economici abituati a fino a quel momento a far pagare ai consumatori il peso della carta-involucro come se fosse prosciutto.

Nel 1970 il Giudice Gaggiotti fece sudar freddo i panettieri milanesi per la questione del pane, inchiesta dalla quale risultò che per colpa dell’umidità e di certi additivi (autorizzati dallo Stato) il pane a Milano era spesso cattivo,  e che si concluse con l’indicazione di nuove procedure di lavorazione che andarono a migliorare il prodotto: con i panettieri che respirarono rasserenati e  i consumatori contenti di poter avere in tavola un pane di migliore qualità.

 Famosa anche l’inchiesta su alcuni prodotti venduti in Farmacia e pubblicizzati come dotati di eccezionali effetti terapeutici come il così detto  “braccialetto della salute”. Un’inchiesta che alla fine provò la truffa o quanto meno il messaggio pubblicitario ingannevole, infatti emerse che scientificamente  il braccialetto non provocava nessun rimedio contro i reumatismi. Conseguenza  della Sentenza fu, che il prodotto, risultato essere  non altro che un amuleto,  dovette essere ritirato da tutte le Farmacie d’Italia.

Altre iniziative, promosse dal dott. Gaggiotti sempre riguardo la pubblicità ingannevole, soprattutto riguardo la salute, hanno suscitato grande clamore, come le Sentenze contro le pomate vendute in Farmacia e spacciate come toccasana alla caduta dei capelli, o quelle contro le lozioni per la crescita dei capelli nei confronti di una multinazionale americana.

Scriverà il giornalista Lello Gurrado: ” Trentun anni, alto, elegante, distinto, Raniero Gaggiotti appartiene a quella categoria di “giovani leoni” della Magistratura che hanno preso di petto le delicate questioni di loro competenza  con la volontà di risolverle al più presto. Come lui, si battono Gianfranco Amendola (Pretore a Roma impegnato contro le questioni dell’inquinamento), e altri quattro suoi colleghi d’ufficio: Corrado Carnevali, Luca Mucci, Oronzo De Pascalis e Ferdinando Pincioni, i quali costituiscono, con Gaggiotti, il gruppo dei “magnifici cinque” della 6^ Sezione Penale  del Tribunale di Milano. Cinque giudici giovani  che agiscono con uguale entusiasmo in settori diversi.”

A chi pensa che queste battaglie siano state di poco conto,  riporto le parole che lo stesso Gaggiotti riferì in occasione di una intervista ad un giornalista; spiega il Giudice: ” Perchè, vede,  il problema è molto delicato. Per ora si parla di capelli e d’accordo, forse non è un gran male. Ma se un giorno dovessero dire che una qualsiasi porcheria guarisce dal cancro ? Quale prezzo avrebbero le illusioni dei malati e dei loro parenti ? “.

Parole profetiche quelle lanciate dal Giudice Gaggiotti dette negli anni ’70 e  i cui timori hanno purtroppo poi,  trovato riscontro nei fatti di cronaca.

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Dopo cinque anni di intenso lavoro a Milano,  con una media di circa  1.000 sentenze dibattimentali annuali, che hanno fatto giurisprudenza e costituito punto di riferimento su tutto il territorio nazionale, e dopo essersi occupato di tante altre delicate inchieste,   il dott. Gaggiotti, il “Pretore che difende le casalinghe e i consumatori” chiede ed ottiene il trasferimento in Ancona.

 Un trasferimento resosi necessario per stare vicino ai propri cari.

 Un percorso professionale che ha visto il dott, Gaggiotti prima impegnato in  Tribunale ad Ancona, poi Giudice presso la Pretura di Osimo dal 1979 al 1992, ancora Consigliere presso la Corte di Appello di Ancona e,  infine, Presidente della sezione Penale della stessa Corte dal 2009 al 2011.

 Sedi che hanno visto il dott. Gaggiotti sempre impegnato,  con la stessa passione, nella difesa della legalità e della democrazia.

 In particolare, mi ha raccontato di ricordare con affetto i tredici anni passati nella  Pretura di Osimo, la sua Città. La guida della Pretura  gli ha permesso di ammirare e conoscere più approfonditamente la varia umanità che popolava e vivacizzava “la periferia del mondo” e che ogni giorno gli scorreva davanti impegnata in liti, beghe e piccoli imbrogli di poco conto.

Sicuramente,  ed è giusto evidenziarlo, il dott. Raniero Gaggiotti, merita tutta la stima dei cittadini osimani, una persona che con il suo lavoro di amministratore della giustizia è stato di aiuto agli altri. Un magistrato che è stato capace di promuovere una giurisprudenza finalizzata ad una migliore qualita’ della vita. Una persona, un bravo Giudice che ha saputo ben amministrare il difficile compito del giudicare, sempre anteponendo la gentilezza, il rispetto umano  e l’attenzione all’individuo. Un magistrato che ha servito per 45 anni lo Stato e la Giustizia, senza indulgere a facili protagonismi o esternazioni mediatiche, ma lavorando duramente e con grande professionalità.

 Si dice  che un Giudice bravo e scrupoloso lo è “ab origine”. Un Giudice eccellente, come nel caso del nostro stimatissimo concittadino, tende a rimanerlo per tutta la vita, perchè quando si ha umanità, si ha cuore, si hanno dei forti valori di riferimento, si ha rigore etico-morale, e stile comportamentale, ciò viene percepito e rende la figura di un Giudice, un punto di riferimento essenziale di una intera comunità cittadina.
Grazie dott. Gaggiotti per averci fatti partecipi di questa importante storia che contribuisce ad arricchire il patrimonio di valori della nostra città di cui Lei è senza dubbio uno dei figli migliori!.

La Presidente del Consiglio Comunale
*****prof.ssa Paola Andreoni

 

 

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