Un Paese che tollera il razzismo

images-212-200x166“Mi sembra una brava casalinga, non un ministro del governo”: anche l’eurodeputato leghista Mario Borghezio ha voluto dire la sua sulla nomina di Cécile Kyenge a Ministro alla cooperazione e l’integrazione. Lo ha fatto dai microfoni della trasmissione radiofonica La Zanzara su Radio24, dove ha espresso il suo parere non solo sul neoministro, ma su tutti i cittadini africani: “Gli africani sono africani, appartengono a un etnia molto diversa dalla nostra. Non hanno prodotto grandi geni, basta consultare l’enciclopedia di Topolino”. Parlando del ministro Kyenge, ha aggiunto: “Ci vuole imporre le sue tradizioni tribali, quelle del Congo. Kyenge fa il medico, gli abbiamo dato un posto in una Asl che è stato tolto a qualche medico italiano”.
In questi giorni, Borghezio non è stato l’unico ad indirizzare gravi insulti al neoministro. Anche su Fb e sulla rete in generale, molti sono stati i commenti, gli insulti rivolti alla neo ministra.

Un segnale del clima presente nel nostro Paese, dove sembra essere quasi normale, o quantomeno tollerato senza alcun tipo di problema, che una persona, in questo caso insignita di una carica istituzionale, possa ricevere insulti gravissimi e razzisti, anche da esponenti politici.

Esprimo tutta la mia solidarietà al ministro Cécile Kyenge Kashetu, non è da Paese civile la serie di insulti a Lei rivolti. Mi auguro che con il nuovo Ministro possa al più presto partire la riforma della legge sulla cittadinanza per la quale anche ad Osimo sono state raccolte migliaia di firme con l’iniziativa “L’Italia sono anch’io”.

Paola

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Povera Italia, ancora ferma ai tempi della povera sarta Rosa Parks

Leggo che a Trapani c’è un consigliere comunale che ha proposto di istituire gli autobus per i neri. Idea non nuova. Anche questa purtroppo è l’Italia del 2013, quell’Italia di cui siamo stanchi di sentir parlare delle case per gli italiani, dei pulman per i bianchi. Basta.

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Obama sul sedile del bus della signora Rosa Parks

“Il 1º dicembre del 1955, a Montgomery, Rosa Parks, allora sarta, stava tornando a casa in autobus e, poiché l’unico posto a sedere libero era nella parte anteriore del mezzo, quella riservata ai bianchi, andò a sedersi lì. Poco dopo salirono sull’autobus alcuni passeggeri bianchi, al che il conducente James Blake le ordinò di alzarsi e andare nella parte riservata ai neri. Rosa però si rifiutò di lasciare il posto a sedere e spostarsi nella parte posteriore del pullman: stanca di essere trattata come una cittadina di seconda classe (per giunta costretta anche a stare in piedi), rimase al suo posto. Il conducente fermò così l’automezzo, e chiamò due poliziotti per risolvere la questione: Rosa Parks fu arrestata e incarcerata per condotta impropria e per aver violato le norme cittadine. È da allora conosciuta come “the woman who didn’t stand up“. Nel 1956 il caso della signora Parks arrivò alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, che decretò, all’unanimità, incostituzionale la segregazione sui pullman pubblici dell’Alabama”.

Paola

RAZZISMO. Siamo tutti fiorentini

Condivido e pubblico le riflessioni di Randa Ghazy, scrittrice di origine egiziana e giornalista di Yalla Italia,
sulla strage di senegalesi.

“Rispetto e onore”. E poi polemiche di Randa Ghazy Yalla Italia  16 dicembre 2011
Siamo davvero bravi a fabbricare, indossare, e poi rigettare polemiche.
Un ragioniere pistoiese di 50 anni impugna una Magnum 357 e vaga per Firenze alla ricerca di senegalesi. Come in un videogioco. Li cerca, li trova, ne ammazza due, ne ferisce diversi altri.
Ed esplodono le polemiche.
Le polemiche tra gli abitanti di Firenze, tra loro e le istituzioni, polemiche all’interno del popolo internauta neonazista, polemiche in Casa Pound, polemiche tra Casa Pound e il mondo, eccetera e all’infinito.
Su tutte, la cosa che trovo più sconcertante è la determinata, noncurante sicurezza con cui tutti si lanciano, quasi in rincorsa, nel groviglio di commenti e “opinioni” che ora infiammeranno dibattiti in televisione e sulla rete, senza fermarsi un attimo, senza somatizzare e permettere all’indignazione di emergere, maturare, finchè la ratio non sopraggiunga, a renderci gli esseri umani che siamo.
Riflettiamo. Anziché schierarci, agitare il ditino saccente del “ma io l’avevo già detto”, anziché preparare le munizioni per la preannunciata battaglia mediatica e non.
Fermiamoci per almeno tre ragioni.
La prima particolare ragione è che occorre rispetto per le vittime. No, non “rispetto e onore” per Gianluca Casseri, come dicono i suoi ammiratori nazisti, fascisti, o chi per loro. Rispetto per i lavoratori senegalesi, gli esseri umani che l’estremismo più bieco chiama “immondizia negra”.
La seconda ragione è che non si tratta di un singolo episodio buono a far parlare le cronache per qualche giorno, ma, come dice il sociologo senegalese Ali Baba Faye, la vicenda di Firenze è solo “la punta di un iceberg”. Solo pochi giorni fa, una ragazzina si inventa uno stupro ad opera di un rom, e un campo rom viene incendiato, mentre a Sassari, un ragazzo nero viene pestato da una banda di quindici folli. Ora, è evidente che questi e altri episodi non rappresentano la società italiana tutta, ma l’autoindulgenza fin qui professata, quella che dipinge gli italiani come buoni, belli, di natura non razzista, è pericolosa. Non perché l’Italia non abbia avuto una grande tradizione di accoglienza, ma perché il nostro paese non è immune alla violenza, al razzismo, o come dice qualcuno “ai manganelli nelle carceri, alle pistole nelle piazze o alle taniche di benzina nei campi nomadi”. Esattamente come qualsiasi altro popolo.
C’è un sottotesto xenofobo, nei media, nel dibattito politico e in televisione, che ha una capacità di penetrazione culturale travolgente, e che è in grado di nullificare, nella testa di molti italiani, ogni sforzo compiuto da lavoratori immigrati onesti, seconde generazioni, attivisti che con la loro esistenza mostrano un’Italia possibile, interculturale, aggiornata col resto del mondo.
La terza ragione è che sull’immigrazione, abbiamo sbagliato più o meno tutto. Non so cosa pensare delle centinaia di senegalesi inferociti che scendono in piazza ora, ma so che la disumanizzazione degli immigrati, diventati per la politica “criminali” perché entrati irregolarmente in Italia, il percorso burocratico umiliante che riserviamo loro, un livello culturale generale forse ai minimi storici, e infine una crisi che piano piano rischia di farci diventare tutti poveri, sono gli elementi giusti per scatenare uno scontro che Oriana Fallaci si precipiterebbe ovviamente a chiamare “di civiltà”.

Sabato 17 Dicembre è la Giornata d’azione globale contro il razzismo per i diritti dei migranti, rifugiati e sfollati. A Milano come in altre città e paesi del mondo ci saranno manifestazioni contro il razzismo.
Dovremmo esserci tutti, per Samb Modou, Diop Mor e per molti altri senza nome. E capire per una buona volta che ci riguarda tutti. Dovremmo sentirci un po’ tutti fiorentini, oggi.

Il razzismo è una brutta storia, che non ci appartiene.

“L’Italia sono anch’io” è una Campagna nazionale promossa, nel 150° anniversario dell’unità d’Italia, da 19 organizzazioni della società civile (Acli, Arci, Asgi, Caritas Italiana, Centro Astalli, Cgil, Cnca, Comitato 1° Marzo, Coordinamento nazionale degli Enti locali per la pace e i diritti umani, Emmaus Italia, Federazione Chiese Evangeliche In Italia, Fondazione Migrantes, Libera, Lunaria, Il Razzismo Brutta Storia, Rete G2, Sei Ugl, Tavola della Pace, Terra del Fuoco) e dall’editore Carlo Feltrinelli. Presidente del Comitato promotore è il Sindaco di Reggio Emilia, Graziano Delrio.

L’iniziativa si propone di riportare all’attenzione dell’opinione pubblica e del dibattito politico il tema dei diritti di cittadinanza e la possibilità per chiunque nasca o viva in Italia di partecipare alle scelte della comunità di cui fa parte.  

Oggi nel nostro Paese vivono oltre 5 milioni di persone di origine straniera. Molti di loro sono bambini e ragazzi nati o cresciuti qui, che tuttavia solo al compimento del 18° anno di età si vedono riconosciuta la possibilità di ottenere la cittadinanza, iniziando nella maggior parte dei casi  un lungo percorso burocratico.

Questo genera disuguaglianze e ingiustizie, limita la possibilità di una piena integrazione, disattende il dettato costituzionale (art. 3) che stabilisce l’uguaglianza tra le persone e impegna lo Stato a rimuovere gli ostacoli che ne impediscono il pieno raggiungimento.  

I promotori della campagna si propongono di contribuire a rimuovere questi ostacoli, attraverso un’azione di sensibilizzazione che inizia ora, ma soprattutto attraverso la modifica dell’attuale legislazione che codifica le disuguaglianze. Per questo, è partita  la raccolta di firme per due leggi di iniziativa popolare, una di riforma dell’attuale normativa sulla cittadinanza, l’altra sul diritto di voto alle elezioni amministrative.

Il razzismo è una brutta storia, che non ci appartiene.

Il PD aderisce  all’iniziativa  e come sempre fatto – per le cause giuste- sarà anche nelle piazze della nostra città a sensibilizzare e raccogliere le firme degli osimani.
Paola

Europei ma “abbronzati”.

 

 

Almeno De Corato non ha detto che i Rom sono abbronzati come Obama.

E’ successo a CivitanovaMarche: “Sono solo bambini…”

Come dice il vecchio detto popolare in questi casi ?: Tali padri….

Paola

Padre Giovanni dall’Africa: anch’io dico non ci stò.

Ricevo e Pubblico la lettera di padre Giovanni Piumatti, missionario in Congo, che ha inviato 700 euro per pagare la mensa ai bambini di Adro (Brescia).

Caro “cittadino di Adro”, abbiamo letto qua in Africa, la tua lettera “Io non ci sto” e anche noi ci uniamo al tuo messaggio e al tuo gesto. Inviamo un contributo per pagare la mensa per un anno a uno dei tuoi-nostri bimbi…
A Muahnga e Bunyatenge, piccoli villaggi di foresta, ogni giorno diamo a tutti i ragazzi delle scuole (circa 900) una tazza di “masoso”, pappetta fatta mais-sorgo-soja senza zucchero: è capitato qualche volta che la casseruola si vuotasse troppo in fretta; subito i bimbi che avevano già ricevuto si sono mossi e hanno condiviso la loro tazza con gli altri.
Il contributo che mandiamo è null’altro che questo gesto, anche perché so che gli altri bimbi di Adro lo farebbero spontaneamente. Siamo sicuri che anche gli amici che ci hanno dato questi soldi come gesto di solidarietà e giustizia ne saranno fieri.

Padre Giovanni