In ricordo di Rita Borsellino


Ho appreso con tristezza la scomparsa di Rita Borsellino, una donna straordinaria, una figura simbolo di testimonianza antimafia e di impegno della società civile. Nonostante il dolore familiare e la sua lunga malattia, con coraggio e determinazione non hai mai smesso di lottare e sperare per la verità sulla strage di via D’Amelio.

A nome mio e, sicura di interpretarne il sentimento, di tutta la comunità osimana, esprimo la vicinanza e le condoglianze al fratello Salvatore e a tutta la famiglia Borsellino.

               Paola Andreoni
Presidente del Consiglio comunale di Osimo

“Violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato”: questo afferma la sentenza sulla Trattativa Stato-mafia.

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Fra lo Stato italiano e Cosa Nostra, negli anni fra il 1992 e il 1993, ci fu una trattativa in cui alcuni uomini dello Stato fecero da tramite fra i boss e il mondo politico per trasmettere i ricatti dei mafiosi al fine di ottenere dei benefici per essi e far cessare le bombe. Questa è la verità accertata a livello giudiziario con la sentenza da parte della Corte d’Assise di Palermo. Uomini delle istituzioni scesero a patti con i boss, che uccisero Falcone e Borsellino e i loro uomini di scorta, ne accettarono i ricatti, li trasmisero a uomini di Governo affinchè cessasse l’offensiva anti-mafia successiva iniziata con il maxi-processo del 1992 e gli ergastoli ai boss , pena nuove stragi, nuove bombe, nuovo sangue. “Violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato”, questa l’accusa, e pesantissime sono le condanne: 8 anni per l’ex colonnello Giuseppe De Donno, ben 12 anni per gli ex capi del Ros dei Carabinieri Mario Mori e Antonio Subranni, per il fedele medico di Totò Riina Antonino Cinà, e, soprattutto, per Marcello Dell’Utri, ex senatore di Forza Italia, e prima di tutto fedelissimo di Silvio Berlusconi. Colui che, nelle parole dell’accusa, nel 1994 portò avanti sotto il primo governo del Cavaliere la trattativa iniziata due anni prima dai carabinieri, “la cinghia di trasmissione” fra i boss e il neoinsediato governo Berlusconi, quello che ne trasmetteva le richieste, colui che chiedeva benefici a nome dei boss.

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Cassazione Dell’Utri, a farne le spese è stata: La Legge uguale per tutti

di Monica Centofante – Qualche giorno fa, ad un congresso del Pdl, Nicola Cosentino esultava: “Il reato di concorso esterno in associazione camorristica ormai non esiste più”. E “ora si capirà che non esiste neanche per me”, che per quel reato è imputato davanti al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Che per quel reato ha sulle spalle due pesantissime ordinanze di custodia cautelare, non eseguite soltanto per l’opposizione della Camera di appartenenza. “Dopo Dell´Utri cambia tutto“, aveva proseguito, mentre il senatore e commissario campano del Pdl Nitto Palma attaccava il procuratore di Napoli Alessandro Pennasilico, colpevole di aver denunciato le infiltrazioni in politica, ma “farebbe meglio a star zitto”. E in platea applaudivano il senatore Nespoli, indagato per bancarotta e riciclaggio di denaro sporco; il presidente della Provincia Luigi Cesaro, indagato in due inchieste del pool anticamorra e una serie di sindaci sui quali pesa il sospetto che in un modo o nell’altro abbiano avuto a che fare con la criminalità organizzata campana.

Dopo Dell’Utri cambia tutto. Come dire: “Salvarne uno per salvarci tutti” ed è così evidente l’arroganza del potere che protegge se stesso che altre parole sono perfino superflue. Tutto normale nell’Italia delle P2, delle P3, delle P4, dove le cricche dei soliti noti gestiscono affari e nomine, inserendo preventivamente i loro cavalli di troia in ogni “posto di comando”, per garantirsi affari e impunità.
Come non pensarci di fronte alle parole del sostituto procuratore generale della Cassazione Iacoviello, che venerdì scorso, davanti alla V sezione della Suprema Corte, non si è limitato a fare ciò che il suo ruolo richiede: proporre l’accoglimento o il rigetto dei ricorsi contro una sentenza d’appello; ma si è spinto oltre, molto oltre. Ridicolizzando un istituto giuridico, esprimendo giudizi inopportuni, infondati, estremamente gravi, nel totale silenzio del Consiglio Superiore della Magistratura, solo l’altro ieri così intransigente con il collega Antonio Ingroia, punito per essersi definito “partigiano della Costituzione”.
Al concorso esterno ormai non crede più nessuno”, ha detto Jacoviello, un assist ad avvocati e libellisti, un colpo di spugna alle decine di condanne definitive contro i cosiddetti colletti bianchi e ai processi e alle tante indagini in corso per quello stesso capo d’imputazione. Quelle contro il presidente del Senato Renato Schifani, per esempio, o per l’ex ministro Saverio Romano. Parole, ha denunciato il sostituto procuratore a Palermo Nino Di Matteo, nel corso della presentazione del libro “La Colpa” di Nicola Tranfaglia e Anna Petrozzi, che nella lotta alla mafia riporterebbero le lancette del tempo indietro a 30 anni fa. A prima di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che per primi avevano applicato quello strumento giuridico. “Arma fondamentale per reprimere il male delle collusioni tra la mafia, l’imprenditoria, la politica e le istituzioni. L’unico strumento che permetterebbe il vero e definitivo salto di qualità nel contrasto alla criminalità organizzata. A meno che non ci si voglia convincere che la lotta alla mafia sia solo la repressione degli aspetti militari e non la lotta contro ben più gravi forme di collusione”.
Ed è proprio questo il punto. “Il problema qui non è il reato, ma l’imputato – ha commentato Antonio Ingroia a La Stampa -. Certo tipo di imputati. Quando si toccano i potenti, vedo che le polemiche tornano incandescenti”.
E questa volta, rispetto alle precedenti, c’è qualcosa di profondamente diverso. Il tiro si è alzato e il colpo potrebbe essere definitivo. Per questo c’è tutto un fermento, una corsa a rilasciare più dichiarazioni possibili, a far passare per assoluzione una sentenza di rinvio a nuovo processo. Tanto che il legale di Bruno Contrada, l’ex numero 3 del Sisde condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, ha già presentato un nuovo ricorso alla Cassazione, chiedendo che per il suo assistito valgano gli stessi principi adottati per Dell’Utri.
E il colpo definitivo, ora, non sarebbe un problema di amministrazione della giustizia. Non siamo di fronte a pure disquisizioni giuridiche, come si vorrebbe farle passare, questa volta ne va della nostra stessa libertà. Della spallata finale al principio di uguaglianza di ogni cittadino di fronte alla legge, che nella vita di ogni giorno si traduce in sopraffazioni, ingiustizie, violenze dei più forti contro i più deboli.
“La zona grigia – ha ricordato il giudice Giancarlo Caselli – è la spina dorsale del potere mafioso”. Se elimineremo la possibilità di individuare e punire i rappresentanti di quell’area grigia quella spina dorsale sarà più dritta, sarà più forte e noi a chi ci appelleremo se sarà la stessa legge a tutelare i loro interessi? Che si oppongono agli interessi di noi cittadini.
E’ per questo che è diventata decisiva la sentenza Dell’Utri: perché se quel concetto passerà non sarà solo Dell’Utri a beneficiarne, ma un’intera classe di potere, che avrà finalmente campo libero e potrà muoversi indisturbata in ogni direzione.
“Quando ho sentito la sentenza della Corte di Cassazione su Dell’Utri”, ha scritto Salvatore Borsellino, il fratello del giudice assassinato nel 1992 da Cosa Nostra e da soggetti esterni alla mafia, “mi è mancato il respiro”, “mi si è fermato il cuore. Dopo la sentenza sull’Agenda Rossa non posso accettare anche questo, non può essere negata a tal modo la Giustizia. Ricordatevi dell‘intervista a Paolo su Dell’Utri”. Una delle tante prove riportate nella sentenza di primo grado che ha condannato il senatore a 9 anni di reclusione. Con una mole di dati tanto impressionante che i pubblici ministeri, nella loro requisitoria, avevano dovuto ometterne molti “per crisi di abbondanza”.
Era il 2004. Dopo quasi 6 anni, nel giugno del 2010, i giudici d’appello avevano ridotto la pena a 7 anni, ma nel documento che motivava la loro decisione c’era un’importante conferma al giudizio di primo grado. Fatti, tanti e gravi, che rimarranno scolpiti nella pietra poiché una corte di Cassazione, incaricata solo di esprimere un giudizio di legittimità, non potrà mai cancellare.
Ora quegli stessi fatti saranno riesaminati da altri giudici e dopo una nuova sentenza d’appello torneranno, quasi certamente, in Cassazione. A meno che nel frattempo non intervenga la prescrizione, fissata nel 2014.
Tecnicamente i tempi ci sarebbero, così come ci sono le prove del “delitto”. L’unica cosa che sembra mancare è la volontà di fare chiarezza. Cicero pro domo loro.

 

Eroi simbolo dell’Italia onesta e pulita che ci danno la speranza e ci trasmettono il fresco profumo della libertà e della giustizia.

Ho ancora vivo nel  cuore l’incontro di ieri sera con Salvatore Borsellino, fratello del noto magistrato assassinato dalla mafia nella strage di Via D’Amelio, leader del movimento delle Agende Rosse.
L’incontro è stato, molto intenso e toccante. La mattina con i nostri alunni e la sera con i genitori e la cittadinanza.
Borsellino ha parlato di una vera e propria “resistenza”, riferendosi alla battaglia combattuta dal fratello e a quella che tutti noi siamo chiamati a combattere.  “Lottare per il nostro paese come hanno fatto i partigiani” ha detto, con l’unica differenza che, mentre il nemico di allora era visibile e definito, quello di oggi è un nemico latente, che vuole restare invisibile per poter meglio controllare e gestire i propri poteri e le proprie ricchezze.
La mafia come ” un cancro, un tumore nascosto, rimasto indisturbato “.  Questa la descrizione della situazione di completo abbandono delle regioni del Sud, da sempre volutamente lasciate al loro destino dalle istituzioni. E, ricordando il fratello, Salvatore sottolinea come dalla difficile e dura realtà del sud, in particolare da quella palermitana, lui è voluto scappare, andando via dalla Sicilia. Paolo Borsellino no!  Lui decise, invece, di rimanerci: ” Palermo non mi piace “ disse,  ” per questo non me ne vado! “. Ed è proprio questa lezione che ora Salvatore cerca di portare, attraverso i suoi libri ed eventi come questi, in giro per l’Italia, e cioè l’inutilità di scappare dalle cose che non ci piacciono, perché, alla fine, queste stesse cose ci raggiungono e con esse siamo costretti a fare i conti presto o tardi.
Dannoso e pericoloso, inoltre, far finta che le organizzazioni mafiose nel nostro Paese non esistano, come in passato hanno dichiarato alcune personalità quali il cardinal Ruffini, affermando che la mafia a Palermo era tutta un’invenzione; e come continuano a fare molti altri politici oggi, complici di un sistema criminale ormai infiltratosi fin le più alte cariche statali.
La mafia, invece, esiste eccome e, anche se non sempre visibile, è più attiva che mai. A Palermo come a Napoli è visibile soprattutto attraverso i morti per le strade, a Milano e nel resto d’Italia la si deve cercare nei numerosi disoccupati e aziende che falliscono.
La vera battaglia ” come ha precisato Salvatore Borsellino, si fa nelle scuole, coinvolgendo i giovani, educandoli alla cultura alla legalità. E’ da loro che deve partire un nuovo percorso “.
Bisogna impegnarsi nella causa della legalità e non in una politica che da troppo tempo porta avanti solo una battaglia di facciata per accaparrarsi voti.
Quella politica malata, che ha intavolato e intavola rapporti con la mafia. Quelle istituzioni deviate, condannate dallo stesso Salvatore, che proprio in questo stretto rapporto fra cattiva politica e criminalità ha riconosciuto i veri assassini de fratello Paolo.
Grande emozione fra i ragazzi e e non di meno fra i  genitori quando più volte nel corso della mattinata e della serata Borsellino ha ricordato i nomi e le storie di Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina. Li ha citati spesso, uno per uno, erano “i ragazzi della scorta” uccisi con suo fratello in via D’Amelio.
Sei eroi che sono il simbolo dell’Italia onesta e pulita che ci danno la speranza e ci trasmettono il fresco profumo della libertà e della giustizia.

Salvatore ha quindi esortato i giovani e tutti i presenti a indirizzare il loro sentimento di rabbia per avvicinarsi alla politica, a quella vera che si occupa e si preoccupa dell’ambiente, del rispetto delle persone, e del futuro. Alla politica sana fatta da giovani, da persone corrette che alimentando questa rabbia, questo fuoco, possano far da molla per un cambiamento effettivo del nostro Paese.

Grazie al dott. Borsellino ( anche per la generosità e per i sacrifici a cui si è sottoposto per essere presente in Osimo), al nostro Dirigente Scolastico -dott. Fabio Radicioni – infaticabile  ideatore ed organizzatore dell’iniziativa, alla Società di Pallavolo (che nel prestarci il PalaBellini ha rinunciato per un giorno alle proprie attività sportive).
Grande orgoglio e soddisfazione da parte di tutto il corpo docente e dei colleghi promotori del progetto “legalità” per la viva ed attenta partecipazione dei ragazzi e dei loro genitori. Grazie anche ai tanti concittadini osimani che hanno risposto a questa iniziativa.

Paola

17 gennaio:Salvatore Borsellino all’Ist.comprensivo “Caio Giulio Cesare” di Osimo.

E’ viva l’attesa per  l’ incontro con Salvatore Borsellino, organizzato dall’Istituto Comprensivo “Caio Giulio Cesare” di Osimo  e promosso dal Dirigente Scolastico dott. Fabio Radicioni, per Martedì 17 gennaio 2012, alle ore 21.00 ad Osimo presso il Palazzetto dello Sport  “PalaBellini” di Piazzale Bellino Bellini  ( vicino la scuola media)  .

Salvatore Borsellino è fratello del magistrato Paolo, ucciso con la sua scorta il 19 luglio 1992. La sua sarà una testimonianza ricca di passione civile da trasmettere ai giovani e alla cittadinanza tutta e sicuramente un momento ad alta tensione emotiva per i presenti. L’incontro è aperto al pubblico

L’impegno della scuola per la legalità è quello di tenere viva la memoria contro l’indifferenza e il silenzio.  Diceva Caponetto, il magistrato che aveva istituito il pool antimafia nel quale hanno lavorato Falcone e Borsellino, ” occorre impegnarsi e fare della scuola e dei giovani il centro del riscatto civile, morale e culturale del nostro Paese

Ti invito a partecipare.