#OSIMANI con l’hashtag: Armando ANGELETTI detto “Alvaro” il “maestro falegname” di Via Pompeiana

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Chi si incunea tra le viuzze del centro storico della nostra città scoprirà che in via Pompeiana, di fronte  alla chiesa di San Niccolò e al Monastero delle Clarisse, l’età del “Giuseppe falegname” vive anche nel terzo millennio.

Ha grinta da vendere, poca scuola ma tanta esperienza sul campo e tanta passione per il suo lavoro.  Osimano doc, e 87 anni da compiere; parliamo di Armando Angeletti, per tutti gli osimani “Alvaro“,  il falegname di via Pompeiana, uno dei personaggi più noti in città.

Se, infatti, in Osimo l’età e il fascino delle antiche botteghe artigianali vive ancora,  lo si deve  a Alvaro Angeletti. La sua,  è la  storia degli artigiani e dei vecchi mestieri che resistono al passare del tempo grazie alla passione e al vigore di famiglie che si passano il testimone di generazione in generazione. E’ questo il ritratto di Armando Angeletti, uno degli ultimi falegnami del nostro centro storico che l’arte di lavorare il legno l’ha appresa da piccolino, ottanta anni fa, e ancora oggi – pur avendo abbondantemente tagliato  l’asticella del  pensionamento – quando può, per diletto e passione, aiuta il  figlio Luigi.

Memoria, e non solo, di una Osimo che era, e che per nostra fortuna è ancora.

Bel tipo Alvaro, capace con le sue mani d’oro di intagliare un pezzo di legno, realizzare lavori di pregio, così come in tanti anni di lavoro – partendo col suo carico di attrezzi – ha sistemato  serrature, finestre, seggiole, tavoli e così via,  nelle  case di tanti  osimani.

Quartogenito, di una numerosa famiglia con sei figli ( come ce n’erano tante una volta) Armando nasce ad Osimo, in via delle Scalette, nel 1932. Cinque fratelli : Augusto, scomparso da pochi anni, conosciuto in città per aver lavorato come  geometra in Comune; Arnaldo, oggi 94enne, muratore per una vita; Marino anche lui conosciuto in Osimo per aver prestato servizio per diversi anni come infermiere presso l’Ospedale cittadino; Benito anch’egli uomo d’ingegno e votato per la meccanica, lavorava presso l’Officina Fagioli di Osimo; Vittoria (in Osimo conosciuta con il nome di Elvira) l’unica donna anche lei brava infermiera sempre con il sorriso in volto.

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Papà Adrio muratore, mamma Agnese Borsini filandaia, la loro è stata una famiglia numerosa e felice, ai tempi in cui tutti i componenti  erano chiamati fin da giovanissimi a contribuire a guadagnare il pane.

Armando ad appena 8 anni, dopo aver assolto agli obblighi scolastici, diventa ragazzo di bottega, apprendista falegname.

Lavorare il legno era ciò che desideravo fare. Mi piaceva il profumo del legno, un profumo che mi è rimasto sempre dentro“. Questo è quanto mi ha detto Armando, persona dal carattere umile, di poche parole, meravigliato per questo interessamento alla sua storia.

Storia che prende il via in  “altri tempi”, quando il centro di Osimo era allora un quartiere vivo e popolare, che pullulava di artigiani e osterie.

Il giovanissimo apprendista falegname Armando inizia a scoprire ” l’abc ” di questo mestiere  tra i più vecchi del mondo,  prima nella bottega del falegname Achille Salomoni  che si trovava vicino la filanda Alessandrini, poi passa alle dipendenze del “maestro” Alfredo Riderelli soprannominato “il Paccò” titolare di una falegnameria in Via 5 Torri.

 In ogni bottega c’era un esperto  “maestro falegname”. Lavorare vicino a questi storici artigiani significava acquisire  importanti conoscenze ed abilità. Le mani di Armando diventarono sempre più esperte lavorando e imparando il mestiere  a fianco di questi artigiani osimani. Oltre quelli già citati i “maestri falegnami” che  Armando ha avuto la fortuna di conoscere per esserne stato apprendista e poi  dipendente, sono stati:

Marino Caprari che aveva una piccola  falegnameria sotto Piazza Nuova in via Giulia, Arnaldo Canapa detto “Caccioni” artigiano-falegname che aveva il suo laboratorio per il  vicolo del Buon Villano,   Pasquale Pierelli falegname che aveva il laboratorio in via Zara, e da ultimo Giovanni Marzioli che aveva una falegnameria per la Costa del Borgo.

Una volta acquisita la giusta esperienza e consapevolezza della qualità dei propri mezzi affinati negli anni,   Armando – nel 1974 –  decide di mettersi in proprio ed aprire una  bottega di falegnameria tutta sua.

All’età di quarant’anni aveva deciso che era giunto il momento di lavorare in proprio. Una scelta non facile anche per gli impegni economici che comportava,  per l’acquisto dell’ attrezzatura per  la nuova bottega che aveva realizzato  in un vecchio garage per il vicolo di Santa Lucia, ma anche  per tutti i conseguenti adempimenti  burocratici, amministrativi e fiscali.

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La fiducia nelle proprie capacità, la completa dedizione al suo lavoro, l’entusiasmo di avere una propria bottega e il determinante sostegno della famiglia e di sua moglie  Anna Tortora – in particolare -,  sono stati i fattori  decisivi nella scelta di “mettersi in proprio”.

Una scelta azzeccata perchè  la falegnameria Angeletti, pur partendo dai lavori di semplice riparazione, pian piano ha visto aumentare la propria clientela divenendo in Osimo e non solo, un punto di riferimento anche per importanti commesse  e progetti di lavoro in legno.
Nel 1998 Armando decide di trasferire la propria attività in via Pompeiana 28 in locali più spaziosi  dove poter allocare nuovi macchinari  e dove ancora oggi continua l’attività della falegnameria ora condotta  dal figlio Luigi.

Il lavoro è stato, e continua ad esserlo per passione, la  vita di Armando; raccontano i familiari che per tanti anni entrava in bottega alle 7 del mattino per rivederlo tornare in casa a notte, e questo succedeva spesso anche la domenica, sempre  per accontentare e rispondere puntualmente alle esigenze dei clienti.

Ha riparato e costruito qualsiasi cosa in legno: seggiole, mobili, tavoli.  Forse non possiamo definirlo artista, ma di certo ha sviluppato in modo personale le richieste dei clienti con particolare creatività. Racconta Alvaro che ogni richiesta del cliente è stata e continua ad essere, per lui, meritoria di attenzione e rispetto, sia se si tratta di piccoli lavoretti di riparazione richiesti dalla  pensionata,  sia nei confronti di lavori più impegnativi. Tra le tante cose fatte ricorda i bei lavori realizzati per l’artista, progettista e regista osimano Guglielmo Cappannari per il quale ha realizzato diverse scenografie per il Teatro “La Fenice”, per gli spettacoli estivi al Duomo organizzati dall’Ema ed anche per la Scuola d’Arte di Urbino.

Per il Comune di Osimo ha realizzato diversi lavori: la manutenzione e riparazione di tanti banchi scolastici,  la realizzazione della “buca degli orchestrali” al Teatro La Nuova Fenice, interventi di manutenzione e sistemazione di tante strutture lignee di pregio  presenti nelle numerose chiese cittadine.
Ricorda Alvaro,  con soddisfazione, i tanti  mobili di prestigio realizzati, o ristrutturati nelle principali residenze nobiliari cittadine, e la soddisfazione per essere stato prescelto da diverse ditte prestigiose, anche fuori Osimo,  per la realizzazione di particolari commesse in legno e,  in specie ricorda   la realizzazione e l’addobbo dello stand della ditta Girombelli alla famosa  kermesse fiorentina di  Pitti Uomo. Un lavoro, quest’ultimo, che avrebbe fatto tremare i polsi a qualsiasi ditta  e che, invece,  il nostro falegname osimano, con pazienza e determinazione, ha realizzato con piena soddisfazione dei proprietari della nota ditta di moda anconetana.

Armando, che nel settembre del 2013 ha ricevuto il riconoscimento cittadino “una vita per il lavoro” per il talento e la dedizione alla sua attività artigianale, da diversi anni coniuga la dedizione al lavoro e l’attenzione alla sua famiglia con una nuova passione: quella per lo sport,  in particolare  per la montagna (alpinismo e sci) e il nuoto.

Autodidatta sciatore,  si è cimentato su tutte le piste senza mai aver preso una lezione da qualcuno. Famose le sfide all’interno dello Sci Club Osimano negli anni ’90.  Nella  categoria a loro riservata se la battevano  il “falegname sciatore autodidatta” con il suo stile molto ortodosso ma funzionale, e Vittorio Campanelli dotato di una tecnica raffinata, una sciata pulita bella da vedere.
Epiche alcune gesta, come quando affrontò incurante del pericolo,  le discese “nere” ( le più pericolose) del Monte Sella. Qualcuno ancora lo ricorda sul rifugio Belvedere a Canazei  soddisfatto per aver concluso indenne  il percorso dei tre passi, con una gioia incontenibile,  a pagare da bere per tutti.  Da ricordare anche le belle scalate sulle montagne dolomitiche, anche queste scoperte da Armando a tarda età, riuscendo, tuttavia, a mettere una bandierina sui più prestigiosi ed impervi rifugi alpini come “Capanna Margherita” a quota 4.000 mt. sul Monte Rosa, insomma delle vere e proprie imprese.

 A proposito di  imprese, non si possono non menzionare, quelle fatte da Armando con i suoi amici, i così detti,  “Aquilotti di Ancona” gente ( e tra questi il nostro falegname) che il 26 di dicembre di ogni anno , in pieno inverno,  si dà appuntamento alle 6 del mattino al Passetto di Ancona per inerpicarsi a piedi sul Monte Conero ( nell’impervio sentiero che parte dal cimitero di Sirolo), per poi  tuffarsi in mare e raggiungere a nuoto la   spiaggia Urbani.

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Ritornando alla professione artigianale Armando ancora oggi, senza sentire minimamente il peso dei suoi 87 anni, non riesce a staccarsi dal laboratorio al civico 28  di Via Pompeiana.  E’ lì che troneggia  tra scalpelli, misture, schegge di legno, colle, trucioli, assi, scatole di chiodi consumati, l’inseparabile lapis, antiche pialle e più moderni strumenti di lavoro,  scenario dove l’infaticabile ed estroso artigiano osimano ha trascorso gran parte della sua vita, lavorando sodo e non contando mai le ore. Entrando in questo laboratorio si capisce che tra l’artigiano e la sua materia non solo c’è massima sintonia, ma l’uno completa l’altro e viceversa.

Armando, a conclusione del nostro incontro, nella sua saggezza ermetica si raccomanda: ” la prego – dice – parli di me con moderazione, non usi paroloni, non ho fatto altro che ciò che amavo fare“.
Il lavoro paga sempre è uno degli insegnamenti che l’esperienza di questo artigiano da subito suggerisce, ovviamente quello fatto a regola d’arte, con scrupolo e attenzione. Oggi il laboratorio falegnameria è diretto dal figlio Luigi che segue la tradizione di famiglia.

Grazie Armando di aver condiviso la sua storia, quella di un artigiano, semplice e umile, ma dal carattere determinato, esempio di laboriosità e di concretezza per tutta la nostra comunità.
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La Vice Sindaco  di  Osimo
  prof.ssa Paola Andreoni

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#OSIMANI con l’hashtag: la barberia Cecconi, testimone del nostro tempo !

In un’epoca in cui i figli spesso non vogliono più fare il lavoro dei genitori, mandando a ramengo aziende, studi professionali, o altre attività bene avviate, la storia controcorrente di Mauro Cecconi, classe 1971, barbiere e parrucchiere al centro di Osimo da più di 30 anni, vale la pena di essere raccontata perchè è la storia di una attività artigianale di barbiere, oggi parrucchieri per uomini,  che ha inizio nel 1863 e che ancora oggi prosegue con successo.
Cinque generazioni di Cecconi  tra forbici, rasoi, e pettini che si sono tramandate i segreti e l’arte del barbiere.  Un po’ l’altra faccia, quella più antica che sta coi piedi ben piantati a terra, di un mondo che oggi insegue ben altri sogni, perdendosi spesso nel nulla,  e quella dei Cecconi non è certo una carriera sul viale del tramonto.
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La storia della barberia “Cecconi” ha, infatti,  aperto i battenti nel lontano  1863,  per volontà e grazie allo spirito di iniziativa di Giovanni Cecconi che, dopo essersi appassionato al mestiere e a seguito di varie esperienze di praticantato, apre la propria bottega in Piazza Gallo.  Dall’anno di fondazione ad oggi, vale a dire in ben 156 anni, la barberia Cecconi cambia sede tre volte, da Piazza Gallo alla storica sede di Corso Mazzini, fino alla attuale collocazione in vicolo Leon di Schiavo, restando però sempre nella stessa zona e diventando un vero e proprio punto di riferimento per il paese e le aree circostanti.
I figli di Giovanni, Carlo e Agostino che già fin da piccolissimi frequentavano come apprendisti la bottega rispondendo sempre prontamente alla parola d’ordine  paterna: “ragazzi spazzola !!…”;  come da buona tradizione familiare continuarono la professione. Carlo Cecconi ha continuato l’attività nella bottega paterna  in Corso Umberto I, poi Corso Mazzini, mentre Agostino, meglio conosciuto in città con il soprannome  “il Canario” ha proseguito l’attività di barbiere spostandosi però ad Osimo Stazione. La terza generazione dei Cecconi vedrà, nel tempo,  i due figli di Agostino proseguire la professione di barbiere. La bottega di Osimo Stazione rimane nella gestione di Luigi, mentre l’altro figlio  Umberto, detto “Combì”,  con il cugino Cesare apriranno una  nuova bottega in centro, in Piazza del Comune, vicino alla tabaccheria Moschini.
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Le redini della barberia storica di Corso Mazzini, come già detto, rimangono nelle mani di Carlo ed alla morte di questi, l’attività viene proseguita dal figlio Ludovico classe 1905 che la porterà avanti fino alla sua morte avvenuta nel 1994, non senza aver prima ben istruito ed avviato ai segreti del mestiere il figlio Renato ( gli altri due figli invece, Fausto e Vittorio, seguendo le tendenze della modernità si sono indirizzati verso l’attività di tipografi aprendo una loro ditta che per svariati anni  è stata operativa in città).

Ai tempi di Ludovico i barbieri non riuscivano a sbarcare il lunario solo con l’attività di barbiere, e molti erano costretti ad arrotondare il guadagno con un secondo lavoro, tipico era quello che si era inventato Ludovico. Nel tempo perso tra una barba e l’altra confezionava stuzzicadenti, servendosi di un coltellino e adoperando un particolare tipo di rametti secchi che raccoglieva per le campagne. 

Con Renato Cecconi siamo giunti alla quarta generazione della premiata storia della barberia Cecconi.
Renato è entrato in bottega a 12 anni;  una gavetta che lo ha visto  svolgere, prima,  le mansioni più umili, poi apprendere i segreti del mestiere: osservando i gesti antichi del  padre, frequentando la scuola per acconciatori promossa dalla Confartigianato, partecipando alle  varie dimostrazioni ed ai corsi di aggiornamento che si svolgevano in tutta Italia.
Il mestiere del lavorare con forbici, pettine e rasoio, imparato come detto, pian piano perchè, diversamente da quanto comunemente si pensa, quello del barbiere è un lavoro in continua evoluzione.
All’età di 17 anni Renato inizia ad affiancare il padre Ludovico nella sua attività unendo l’esperienza e la passione acquisite dal padre con la sua intraprendenza e  le innovazioni delle nuove tecniche di taglio moderne. Anche per Renato, quella del barbiere diventa una professione e una scelta di vita.
Una attività ed una professionalità acquisita in quasi 60 anni di lavoro, con gesti ripetuti e divenuti automatici, come quello, oggi andato perso, di muovere veloce la mano sulla “striscia” di cuoio per affilare finemente le lame dei suoi rasoi, fino al 2004.
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Tantissime le vite sfiorate dal ritmo sapiente delle sue forbici in questi straordinari 60 anni di attività. Una quantità che arriva a migliaia e migliaia di persone, di vite, di racconti. Renato ha conosciuto generazioni di osimani e in qualche modo si è occupato di loro, raccogliendone le storie e condividendo quei momenti di intimità, confidenza e divertimento che solo un barbiere di paese sa fare.

Un ricordo particolare è legato alle persone  che Renato per tanti anni ha  servito  tra i letti e le corsie dell’Ospedale di via Leopardi ( anche questo incarico gli era stato tramandato dal padre Ludovico che lo svolse per 33 anni). Esperienze toccanti che Renato ricorda con emozione e dalle quali è emersa ancor più marcata tutta la carica di umanità e di gioisità che il barbiere di Corso Mazzini ha saputo sempre trasmettere ai suoi clienti.

Renato, sempre disponibile verso i suoi clienti, svolgeva all’occorrenza il suo mestiere anche a domicilio.  Lavorava – come gli altri suoi colleghi – anche la domenica mattina compreso Natale e Pasqua, come succede anche oggi, il sabato era “giornata di punta”, mentre il lunedì ( da tutti considerato giorno di festa per i barbieri) insieme alla consorte, la  sig.ra Giuseppina,   si dedicava alle pulizie del locale, delle poltrone, dei ferri del mestiere e provvedevano al cambio della biancheria utilizzata dai clienti.

La bottega per il Corso Mazzini era sempre piena, perchè molti suoi clienti erano soliti intrattenersi o fare una  visita anche quando non dovevano tagliarsi i capelli o radersi la barba, infatti andavano da Renato e si sedevano nella sua bottega  per fare solo due chiacchiere, passare a setaccio tutto il paese, nei suoi avvenimenti buoni e cattivi e godersi il passeggio delle persone per il corso. Si sa, da sempre, che i saloni dei barbieri sono stati sempre il luogo dove tutto si conosce di tutti, dove le notizie di politica ed i pettegolezzi prendono forma e  in un  “battibaleno”  fanno il giro del paese.

Simpaticamente gli osimani  la chiamavano  la bottega della PBC ( Premiata Barberia Cecconi) perchè di tutto si poteva parlare e discutere, dal pallone alle donne e neanche la politica era tabù, ma  tutti gli avventori e i clienti erano consapevoli  che per non fare innervosire la mano di Renato era meglio trattenersi dall’esprimere   giudizi negativi sul Torino e sulla DC.

Renato oltre ad amare molto il suo lavoro seguiva anche lo sport,  in particolare  – oltre ad essere grande tifoso del Torino – è stato dirigente e promotore della squadra della Libertas Calcio ( con lui Aldo Foresi, Germano Agostinelli, il fratello Vittorio Cecconi, Sandro Campanelli e Pio Fantasia motore ed anima della società sportiva). La Libertas ha rappresentato per diversi anni il calcio minore osimano, rispetto alla più blasonata Osimana,  ma grazie all’impegno profuso dai suoi animatori  ha formato tanti giovani osimani e da essa sono uscite diverse promesse come l’attaccante Claudio Giuliodori oggi Monsignore e Responsabile Ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. 

Renato, il decano dei barbieri di Corso Mazzini, oggi ottantaquattrenne, in pensione, è stato testimone del nostro tempo, come se il negozio fosse stato per lui una vetrina sul mondo. Un mondo che si trasformava, giorno dopo giorno, lasciandosi alle spalle tanti ricordi belli.

Dopo 49 anni di impegno, fatica e anche molte soddisfazioni, Renato nel 1992 ha coinvolto il figlio Mauro ( anche lui cresciuto a forbici e pettine) per lanciarsi in un’altra sfida: il passaggio del testimone, la continuità dell’antico mestiere artigianale di barbiere  e un nuovo, moderno salone. Una passione che Renato ha saputo tramandare al figlio incoraggiandolo nelle scelte, trasmettendogli esperienza e segreti, responsabilizzandolo e lasciando pian piano che l’attività prendesse una nuova impronta ed una immagine più attinente con i tempi ma dove ancora il passato e il presente si uniscono.
Da più di 30 anni, ancora oggi,    è  Mauro,  figlio d’arte ( la quinta generazione dei barbieri Cecconi) a portare avanti l’attività, la tradizione e la nuova scommessa della ” Barbieria Cecconi”:  il mestiere, che per legge oggi si chiama “acconciatore”, che fu del padre, del nonno, del bisnonno e del trisavolo.  Nelle pareti della barbieria, che rinnovata, rispondente alle nuove esigenze della clientela   si è trasferita in via Leon di Schiavo, fanno bella mostra le foto , i riconoscimenti, gli attestati che ricordano gli anni e la storia della centenaria attività.
Una storia di creatività che attraversa cinque generazioni, e che si evolve con intelligenza e sensibilità traendo nuova linfa dalle innovazioni e dalle peculiarità artistiche ed umane di ogni componente della famiglia Cecconi.
Un pezzo di storia di Osimo e dei “mestieri”, quelli del sapere artigiano e della maestria delle mani, che oggi pian piano si stanno estinguendo cedendo il passo ad una modernità che non necessariamente è un passo in avanti.

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Queste righe vogliono essere un riconoscimento ai tanti artigiani  come i Cecconi, ed alla loro storia professionale che conservando e rivitalizzando le proprie competenze  tradizionali contribuiscono  a dare lustro alla nostra città.
Una ringraziamento alla famiglia Cecconi, famiglia di barbieri che da generazioni tramanda non un semplice mestiere ma una vera e propria passione. Un augurio particolare a Renato Cecconi, il  galantuomo di sempre, un personaggio conosciuto e rispettato da tutti gli osimani e a suo figlio Mauro che sta onorando questa storia così bella, importante ed esemplare.

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La Presidente del Consiglio Comunale
*****prof.ssa Paola Andreoni

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#OSIMANE con l’hashtag: Lida, Renata e Mirella

“Imparavo finalmente, nel cuore dell’inverno, che c’era in me un’invincibile estate” (Albert Camus, Ritorno a Tipasa.1952).

Mi sembra la cosa giusta, porre i versi di questa poesia, all’inizio del racconto della storia di Lida, Mirella e Renata. Una dichiarazione luminosa, una magnifica resa a quel nucleo vitale che irriducibilmente ognuno di noi possiede, malgrado il tempo, gli anni, i dolori, le fatiche, il grigiore a volte abbacinanti della vita. Il destino di tre donne diverse e lontane che si intreccia tra loro.
Quella di Renata, Lida e Mirella è la storia di tre persone straordinarie con alle spalle situazioni difficili da gestire che hanno  voluto stare unite, condividere, aiutarsi a vicenda, una testimonianza – la loro – di come l’unione fa la forza.

 Renata Barbarotti Saporiti, Lida Ceriscioli e Mirella Diomira Casari, tre donne coraggiose che hanno scelto Osimo come luogo della loro conquista costante di autonomia e di piena realizzazione. Tre donne con alle spalle storie di “barriere” e di pregiudizi che il destino ha voluto, nel suo misterioso disegno,   far incontrare ed unire per un  grande legame di amicizia e di solidarietà. Tre donne provenienti da luoghi diversi: Renata romana, Lida maceratese e Mirella – la più giovane- della bassa padana; con percorsi di vita  completamente diversi ma unite nella loro vicenda personale a causa della cecità.

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Renata
, la più grande delle tre, classe 1905 nativa di Roma, cieca dall’infanzia a causa di una malattia genetica, si era diplomata in Pianoforte al Conservatorio Santa Cecilia di Roma. Una donna forte abituata a “sbattere contro i muri” e contro le avversità, dal carattere gioviale, diretto e affabile, come quello tradizionale  dei romani, del quale aveva conservato le espressioni lessicali più tipiche, ed anche il coraggio e la determinazione. Amava dire:  “Vedo solo con il cuore, ma niente può fermarmi”. Dopo anni di insegnamento della musica  nelle scuole speciali per ciechi,  lascia Roma e si trasferisce con il marito, Giulio Saporiti ( anche lui musicista) nella provincia di Varese a Gorla Minore. Ma, come nelle parole del poeta: “la vita è davvero conosciuta solo da quelli che soffrono, e incontrano  le avversità”.   Dopo pochi anni di matrimonio Renata, ancor giovane, si ritrova vedova e sola. Sopportando le avversità ritorna ad insegnare pianoforte e non paga,  apre e gestisce, in collaborazione con il Mac ( Movimento Apostolico Ciechi),   un pensionato a Milano in via Romussi per le persone cieche e sole. Da Milano si trasferisce a Bologna  nella struttura “Fusetti” del Mac, un pensionato per persone cieche  gestito dalle suore canossiane. Qui Renata pensava di concludere la sua esistenza nel conforto della benevole assistenza delle suore  ma, così non è andata.

Lida è nata a Loro Piceno il 29/3/1926, in una famiglia di poveri contadini, anche lei cieca fin da piccolina ha vissuto la maggior parte della sua vita in Istituti. Prima a   Spoleto dove ha appreso  il mestiere di lavoratrice a maglia e uncinetto,  e poi a Bologna,  in un istituto gestito da suore canossiane,  dove ha continuato a lavorare come ricamatrice ed anche in una nota fabbrica di camicie. Lavoro e vita comunitaria in istituti amorevolmente assistite da religiose,   un destino comune a tante persone cieche.

Mirella è nata e cresciuta a Volta Mantovana il 06/07/1948, anche lei appena nata viene colpita dalla cecità. Anche per lei, pur se confortata dall’amore e dalle premure  dei suoi, e delle sorelle, si aprono già all’età di  5 anni le porte del collegio,  al fine di avere una educazione,  ed imparare tutti quei strumenti che aiutano le persone senza vista a poter leggere, scrivere, imparare una professione. Anche Mirella, appena ventenne, sceglie di vivere nell’Istituto per donne cieche a Bologna. Una scelta obbligata, confortevole e rassicurante ma i “sogni” erano altri.

Le tre donne, per i misteriosi disegni che il destino sempre riserba, si incontrato e si conoscono a Bologna nell’ istituto per cieche gestito dalle suore canossiane. E’ in questo luogo, dove sono amorevolmente servite e trattate,  che maturano l’idea di una vita diversa, fuori dall’Istituto. Una vita sullo stile di una famiglia, dentro la città, con una propria casa da accudire, e un luogo dove, ai propri interessi e lavoro,   abbinare faccende  e gesti quotidiani come: fare la spesa, preparare il pranzo,  lavare i piatti, fare la lavatrice e le pulizie di casa. Una vita con le preoccupazioni, le scadenze, gli “alti e i bassi”, di una normale famiglia.***
Il progetto di famiglia-convivenza,  da sogno ideale  pian piano si materializza e prende forma.    Giorno dopo giorno, il progetto fa  rinascere nelle tre donne cieche l’entusiasmo di una nuova vita, e  Osimo, la nostra città,  rappresenta il luogo prescelto per questa “boccata di ossigeno”,  o meglio  il luogo dell’indipendenza.
Osimo era, ed lo è ancor di più oggi con la realizzazione delle nuove strutture,  la città sede della Lega del Filo d’Oro, l’Associazione che  grazie ai suoi progetti permette a ragazzi privi di vista e/o con altre gravi menomazioni sensitive, di diventare più indipendenti,  che vuol dire diventare “grandi” e riuscire in qualche modo a cavarsela da soli.

Lida, Renata e Mirella dopo aver conosciuto don Dino Marabini, Sabina Santilli ma anche Iride di Milano ed altre amiche che con coraggio e determinazione avevano deciso di uscire da “ovattati” istituti  per iniziare esperienze di autonomia.   Scelgono di venire a vivere ad Osimo per aiutare idealmente la lega del Filo d’Oro in questo suo progetto educativo e diventare anche loro – in quella che diverrà per oltre 10 anni  la loro casa famiglia – un esperimento e una speranza da proporre a tutte quelle persone cieche che fino ad allora non avevano, in Italia, altre prospettive di vita,  fuori da strutture protette.

Il  9 settembre 1974, Lida, Renata e Mirella lasciano  l’Istituto per cieche di Bologna e iniziano la loro avventura di vita comune  nella loro casa presa in affitto nel centro della frazione di Santo Stefano di Osimo, vicino la piccola chiesetta parrocchiale, non lontano da via Montecerno, la sede della Lega del Filo d’Oro.

Sostenute nel loro progetto dalla Lega del Filo d’Oro ed aiutate  da  tanti volontari come Daniela Pirani, Rossano Rotoloni, Fiorella Pirani, Rossano Bartoli e Dino Marabini, solo per menzionarne qualcuno,  le tre donne lavorano, partecipano alla vita associativa della Lega, promuovendo iniziative e favorendo il contatto con i tanti cieco-sordi presenti, spesso in condizioni di isolamento e solitudine,  in tutta italia.

In particolare Renata diventerà l’anima del giornalino associativo e bollettino ufficiale delle Lega del F.d’O., “Trilli nell’Azzurro”, di cui curava personalmente e con grande impegno fisico la stampa in braille ( ancor prima che uscissero, le funzionali stampanti braille che oggi consentono la stampa in codice braille, su carta, di un qualsiasi testo in formato elettronico).

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Tutto facile ? Assolutamente no – come mi racconta Mirella – tanti i disagi e gli ostacoli  affrontati quotidianamente ma anche la felicità per  l’acquisizione giorno dopo giorno di competenze ( anche nelle piccole cose come: lavare i piatti, fare la lavatrice, cucinare ed invitare gli amici, fare le pulizie) che ha permesso alle tre coraggiose donne di fare grandi conquiste e pian piano di cavarsela da sole.

Da Santo Stefano la “piccola famiglia: Renata, Lida e Mirella” si trasferisce al centro di Osimo, in via Campana. Qui troveranno un appartamento più confortevole, la possibilità di meglio usufruire  dei servizi pubblici con indipendenza, l’autonomia di muoversi per Osimo per andare a fare spesa, andare alla Messa senza dipendere da alcuno.  In particolare, per Mirella la grande conquista di poter andare a lavorare in Comune ( dove nel frattempo era stata assunta lasciando il Provveditorato alle Opere Pubbliche di Ancona e dove  per anni ha svolto le mansioni di centralinista) a piedi, attraverso i  vicoli di Osimo munita solo del suo bastoncino bianco, del suo sorriso e di una buona dose di coraggio e determinazione.

Ad Osimo si moltiplica la rete delle relazioni, la loro casa in via Campana diviene punto di riferimento  di volontari che sempre più numerosi frequentano ed aiutano o per meglio dire “partecipano alla vita” delle tre donne: Maria Blasi, Iole Rossi, Vittoria e Pia Petrini, Guido De Nicola ( presidente della Lega del Filo d’Oro), le sorelle Bartelloni, il gruppo delle terziarie francescane e tanti giovani come Anna Maria Bartoli, MariaPia Pierpaoli, Mariella Bevilacqua, Marcello Mosca, Maria Teresa Bartolini, ecc.

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Nel frattempo Renata, donna eclettica dai mille interessi e infinite risorse, dalla  spontanea simpatia,  continua la sua infaticabile  “missione” di contatti con i soci  sordo cieche della Lega, oltre a coltivare i suoi interessi: la musica con il suo inseparabile pianoforte e lo studio dell’Esperanto, la lingua creata dal polacco Ludwig Zamenhof per la comunicazione internazionale, di cui Renata è stata una delle massime esperte nazionali ( segnalata dalla IABE per la sua attività di promozione) curandone anche la pubblicazione di alcuni libri in Braille per l’apprendimento di questa lingua da parte delle persone prive di vista.
Lida dolcissima donna ed eccellente cuoca, assume, di fatto,  la guida della casa anche per via del suo carattere pratico,  divenendo la riservata ed umile  preziosa padrona ed economa della casa. Non solo brava cuoca, Lida, aveva le  mani d’oro,  era una eccellente ricamatrice, e trovava anche il tempo da dedicare all’Ordine Terziario e al Mac ( Movimento Apostolico Ciechi) di cui diviene la responsabile regionale.
Mirella, la giovane del gruppo, ha seguito sempre con entusiasmo l’affettuosa guida delle sue due amiche, raccogliendone i consigli per vivere con gioia giorno dopo giorno, con il suo mondo di interessi ed abitudini,  “il sogno della normalità”. Un percorso che porterà poi Mirella a coronare con il matrimonio, il 5 luglio 1987,  la storia d’amore con Mario ed altre impegnative sfide come l’adozione di Rodney. Mirella ha inoltre, rivestito per diverso tempo ( dal 14 aprile 1984 al 7 aprile 1990) il ruolo di membro del CdA della Lega del F.d’O.

Renata che va ricordata anche per essere stata una delle socie fondatrici e componente del Consiglio di Amministrazione della Lega del Filo d’Oro, ricoprendo altresì l’incarico di Vice Presidente dal 20 dicembre 1964 al 4 gennaio 1975 e Presidente della benemerita associazione osimana nel periodo dal 4/1/1975 al 27/4/1975,  morirà il 20 giugno 1985.

Mirella con Mario andranno a vivere in via della Pietà, mentre Lida, malgrado le insistenze di Mirella che la voleva con lei e Mario,  decide di trasferirsi a Macerata dove ha vissuto serenamente, in un appartamento al centro storico, fino al termine dei suoi giorni: il 18 febbraio 2013.***
Una bella storia di luce oltre il buio quella di queste tre donne di cui la nostra città è stata testimone e parte attiva offrendo servizi e tante persone volontarie  che hanno condiviso e reso possibile questa esperienza “straordinaria” che per un cieco vuol dire la normalità che fa l’eccezione.

Tre donne coraggiose che con la loro testimonianza hanno incoraggiato altre esperienze simili in tutta Italia. Tre cieche che rompendo consuetudini e schemi – mettendosi alle spalle l’inevitabile dose di vittimismo –  non sono volute “stare al loro posto”, non hanno voluto accettare il loro limite come naturale,  ma hanno puntato in alto,  ad una vita pienamente vissuta, ad una conquista di autonomia possibile ad un sogno senza buio.
Grazie Renata, Lida e Mirella a nome di tutte le persone che vi hanno conosciute ed alle quali avete dato un grande esempio e testimonianza. Osimo e i suoi volontari sono  stati con voi.

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***La Presidente del Consiglio Comunale
*****prof.ssa Paola Andreoni

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#OSIMANI con l’hashtag: Filiberto Diamanti

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Nell’ascoltare la sua storia, la sensazione è di avere a che fare con uno dei personaggi narrati nei libri dello scrittore cinese Mo Yan,  premio Nobel per la letteratura nel 2012.   Quegli eroi di una volta che riescono a uscire da ogni situazione, anche la più difficile. E gli ingredienti di un racconto accattivante  ci sono tutti: ingegno, avventura, passione, invenzioni, genialità.  Sullo sfondo lui, un #Osimano come tanti, ricco della sua bella storia, figlio della nostra città nella quale vive con la leggerezza del geniale risolutore, l’eccesso di un’anima anarchica   e la concretezza tipica dell’indole osimana.  Anche il nome è da personaggio, un po’ da “cinema neorealista italiano” alla Pietro Germi, per intenderci: Filiberto Diamanti.

 “Vengo al mondo nel gennaio del 1955, di sabato” – così Filiberto, con la sua caratteristica autoironia,  inizia a raccontarmi la sua storia con   aneddoti, esclamazioni osimane, vita privata e professionale che si intrecciano – “Forse dovevo nascere nel 1954, ma allora il parto cesareo si faceva solo in casi rarissimi: solo se il nascituro o la gestante rischiavano di morire.  Per questo, forse, quando sono nato ero già vecchio. Mamma si chiama Maria, mia nonna Geltrude e si racconta che quando mi ha visto nascere ha esclamato sconsolata a mamma “Maria, Madonna quanto è brutto  stu bardascio, è tutto naso  e recchie“. Poi con il tempo un po’ mi ripresi, ero diventato quasi bellino anche a detta del fotografo Arduino, (perchè una volta  si usava far fare ai figlioli le foto a Piazzanuova, sotto il monumento dei caduti).  Il giudizio espresso  dal fotografo Arduino – che di figlioli ne aveva immortalati tanti, e quindi se ne intendeva  – tranquillizzò, non poco, i miei genitori.

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Filiberto è nato in via Cesare Battisti al numero 1, vicino le scalette del Foro Boario. La madre Maria Mengoni ha sempre lavorato nelle fisarmoniche a Castelfidardo, mentre il padre Leonello oltre ad essere stato anche lui in fabbrica nel settore delle fisarmoniche, addetto alla parte meccanica per conto della ditta Busilacchi ( ditta osimana che costruiva fisarmoniche negli anni ’50) ha spaziano in altri settori: muratore, carpentiere, salariato alla Fornace Fagioli,  ecc. Una famiglia di lavoratori che non viveva nel lusso ma di essenzialità. Qualità e valori che Filiberto si è sempre portato dietro.

Racconta Filiberto: “I miei genitori – per necessità – sempre impegnati al lavoro mi lasciavano sovente solo e gran parte della mia formazione e crescita sono stati gli amici e alcuni spazi pubblici, caratteristici della nostra Osimo: i giardini di Foro Boario ( oggi Piazza Giovanni XXIII) e via Cappuccini.”
Nel parlarmi degli amici, a Filiberto gli si illuminano gli occhi. Tanti, un lungo ed interminabile elenco di nomi con i quali ha condiviso giochi, confidenze, momenti goliardici, spensieratezza, ragazzate, ma anche il dolore per tragici eventi: Tonino Borsini, Marco Mazzieri, Adriano, Mario Belelli, lo sfortunato Andrea Marchetti detto “Ciaccioni”, Mauro Mezzelani, Alfredo Graciotti, Sandro Bambozzi, Claudio Tabuzzi, Moreno Frontalini,  il povero Luigi Marziani,  Rodolfo Mazzoni.
Riflettendo oggi su quel periodo e sui suoi amici,  Filiberto mi confida che con la  maggior parte di loro, aveva  in comune la grande voglia di stare insieme ( semplicemente per chiacchierare), l’esagerazione nei sentimenti e nelle azioni, la “fame di vita”, una   curiosità mai doma.  Oggi si direbbe, che quei ragazzi erano  un gruppo che viveva volutamente ai margini. Ai margini della parrocchia e dell’oratorio di San Marco  malgrado l’impegno e i tentativi di approccio di don Guerriero e di don Luigi Lucianetti. Lontani dall’impegno scolastico che veniva visto come una “perdita di tempo” ed un’ imposizione più che un’opportunità di crescita e formazione.
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Sicuramente, racconta Filiberto,  il metodo “forte” del maestro Guido Ruzzini non ha aiutato, ma anche quando il maestro è cambiato e la guida è passata al maestro Carlo Gobbi, le sue nuove metodologie pedagogiche –  i suoi disperati tentativi  di coinvolgimento – si sono infranti con il mio e nostro disinteresse per tutto ciò che erano libri e penne, presi come eravamo per i giochi all’aperto, per le battaglie tra bande, per le  avventure e le imprese pomeridiane, per tutto il mondo che c’era e si muoveva con vivacità   fuori dalle “spente” mura scolastiche.

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E così che – con il dispiacere di Maria,  di Leonello (e della zia Viola che con i genitori si era assunta il compito di educare il piccolo Filiberto)  le cui  fatiche del duro lavoro quotidiane erano mitigate dalla motivazione e dalla speranza di poter offrire  un avvenire migliore al loro unico figlio -, a 14 anni Filiberto abbandona definitivamente la scuola e inizia il suo percorso professionale come apprendista in una officina meccanica  di stampi e tranciature per lamiere.

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Nel lavoro, anzi per meglio dire, nei tanti lavori svolti,  perchè Filiberto pur figlio di una stagione, quella degli anni ’60 caratterizzata  dal “posto fisso” e dal “posto di lavoro che rimaneva quello per tutta la vita” è stato – anticipando i tempi e come lo sono i giovani di oggi –  un lavoratore orientato alla  flessibilità.

Trovato un lavoro ed acquisitene tutte le competenze, senza alcun problema ha cambiato  posto e spesso anche tipologia di lavoro,  affrontando le nuove esperienze  con entusiasmo e con  spirito sempre giovanile,   di chi vuole  mettersi di fronte a nuove  sfide e conoscere nuove tecnologie e  nuovi mestieri.

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Con questo atteggiamento “eclettico” nell’ affrontare la vita, sempre pronto con il suo bagaglio ricco di esperienze e competenze  Filiberto ha lavorato, poi,  in diverse ditte artigianali: ad Osimo presso la carrozzeria di Leonardo Rossi in via Pompeiana, a Camerano presso la ditta Mobil Fer dei f.lli Bontempi,  poi a Castelfidardo presso Cintioli Italo e la ditta O.T.S.,  in queste ultime come operaio meccanico imparando ad utilizzare le presse e la tranciatura di lamiere per la realizzazione di stampi. A 19 anni  è carpentiere  presso la ditta “Bugatti e Pizzichini” impegnato a calandrare e saldare putrelle in ferro che servivano per realizzare le  strutture delle gallerie autostradali.  A 20 anni altro lavoro pesante e di precisione, presso la ditta “OSET di Pieralisi Piero” a Castelfidardo, nuovo lavoro e un nuovo mestiere ad arricchire il bagaglio personale delle tante abilità già acquisite.

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A 21 anni per Filiberto “passa il treno della vita” l’opportunità a cui  tutti gli osimani negli anni ’70 aspiravano: viene assunto “fisso” alla Lenco. Occasione che Filiberto non aveva cercato ma che gli è stata proposta dal capo officina Enzo Casavecchia che a quel tempo era alla disperata ricerca di operai specializzati, capaci di lavorare il ferro per la parte meccanica dei mangianastri e dei piatti per giradischi. Cinque anni alla Lenco, cartellino per firmare n° 780, questo per dire l’importanza che rivestiva per l’economia osimana la Lenco, praticamente quasi un osimano per famiglia lavorava nella fabbrica di via Guazzatore.
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Con l’arrivo della  concorrenza  asiatica finisce il “sogno industriale” osimano   della Lenco. La storia è ben nota ed è stata contrassegnata da un lungo e irrefrenabile declino aziendale della fabbrica che ha visto, per i tanti dipendenti , prima la cassa integrazione straordinaria  e poi il licenziamento definitivo di tutte le maestranze occupate.

Filiberto anche in questo caso, in controtendenza rispetto ai più, non ci sta a fare il “cassaintegrato” ( che voleva dire stare a casa per diversi anni, senza fare nulla, con la garanzia di circa l’ 80% dello stipendio). Viste le prime avvisaglie di crisi, – anche stanco della vita di fabbrica, delle presse, del loro rumore assordante, quei 120  “insopportabili” colpi al minuto e inorridito dai tanti incidenti di lavoro ai quali aveva assistito con svariati colleghi rimasti con le dita sotto la pressa, invalidi per tutta la vita – si licenzia.
Con i soldi della liquidazione, del ricavato della vendita della, ancor nuova “Alfa sud” e con l’aggiunta della firma di “un mare” ( come citato  da Filiberto) di cambiali, si compra un camion usato e inizia una nuova attività, da tempo cullata nel cassetto dei sogni: diventa camionista.

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Un lavoro rivelatosi faticosissimo ma svolto sulle ali dell’entusiasmo. Consegne (prioritariamente di mobili)  in tutta Italia da Bolzano alla Sicilia,  con un mezzo vecchio, senza servo sterzo che perdeva acqua e che ogni 300 chilometri richiedeva di essere rimboccata. Inoltre a quel tempo non esistevano i “navigatori”, smartphone e computer.   La guida della strada, per trovare i luoghi e le vie di consegna, era l’atlante stradale. Tante le difficoltà  affrontate: ghiaccio, neve, caldo, nebbia, traffico, strade tortuose, carichi e scarichi, ecc. Un’attività che malgrado il faticoso impegno e il notevole sforzo fisico, Filiberto ha portato avanti con grande passione e soddisfazione dei suoi clienti ( i più importanti mobilieri della nostra zona) per quasi 31 anni, fino al 2012, fino alla meritata pensione.

Anni passati sulla strada, spesso partendo da Osimo il lunedì e rincasando solo il fine settimana. Anni nei quali Filiberto ha perso il contatto con i suoi “vecchi” amici osimani,  ma diventando amico di migliaia di colleghi incontrati sulle strade, nei magazzini, nei ristori e con i quali è scattato un bel rapporto di solidarietà e di generosità. Sentimento quest’ultimo che è innato in Filiberto e che non si estingue facilmente, soprattutto per chi lo pratica.
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Anni passati sulla strada da solo: lui e il suo camion di consegne. Racconta Filiberto: ” sulla strada impari a riflettere, a mantenere la calma, il controllo di qualsiasi situazione che ti può capitare. A volte la sera partivi con la nebbia che ti accompagnava fino a Melegnano Milano. Dormivi tre ore, dentro la cabina del camion,  e l’indomani mattina iniziavi a scaricare , entravi dentro Milano con un camion lungo 12 metri, eri in doppia fila e spesso capitava di fare questione con l’impazienza e l’intolleranza degli automobilisti che volevano passare o dei vigili che non ti facevano sostare. La gente spesso non si rende conto della fatica del lavoro di un camionista, che non eri lì per divertimento,  ma per rifornire i negozi dove facevano spesa.”
In questi anni di camionista Filiberto è incappato anche in alcuni gravi incidenti stradali, il più grave nel 1984 camion distrutto, ma la forza d’animo di questo osimano “eclettico” l’ha sempre fatto ripartire, anche dopo le cadute più rovinose.
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Da una persona  metalmeccanico a 14 anni, ex carpentiere di fatica, addetto alle presse dal rumore insopportabile e da ultimo da ex camionista alla guida di un bestione della strada per oltre 31 anni non puoi che aspettarti una persona con  un carattere duro, determinato, un caratteraccio, “costruito” negli anni, durante quelle giornate infinite passate sulla strada, in mezzo a mille e più imprevisti.

Filiberto Diamanti, invece, non è nulla di tutto questo, è una bravissima persona. Un marito sempre vicino alla sua amata Pamela che gli è stata sempre accanto, anche  nelle sue scelte più difficili,  e con la quale condivide, oggi, le passioni della bicicletta, della moto e della canoa che da pensionati hanno rispolverato.  Filiberto è anche un affettuosissimo padre e un tenerissimo nonno e il premuroso figlio della signora Maria, oggi 93enne.

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Fili ( come lo chiamano i suoi amici) è una persona squisita, un bravo osimano che ho voluto conoscere incuriosita dalle creazioni che spesso mette in bella mostra davanti lo stop,  tra l’incrocio di via Olimpia e piazzale Giovanni XXIII.

Perchè, poi, entrando nel suo laboratorio, vicino la scuola materna del “Foro Boario”,  scopri  un’altra anima di Filiberto: quella dell’artista e del genio. Come Archimede Pitagorico di Walt Disney, Filiberto nella sua tana, crea giochi per la nipote o composizioni artistiche legate a qualche evento. A volte sente accendersi la lampadina in testa e trova la soluzione migliore con la quale risolvere un problema, anche quelli di piccolo conto ma che aiutano la qualità della vita.   In quei momenti immagino Filiberto gridare “Eureka”,  e lo  senti  lavorare di impegno – sempre allegro e divertito –  con le sue  pialle e saldatrice.
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Filiberto è rimasto meravigliato del mio interessamento alla sua storia ritenendola, senza alcun rimpianto, una storia “normale”, di poco conto, come ce ne sono tante in Osimo. Io, invece, ritengo che quella di Filiberto così come  le storie delle persone comuni, della nostra piccola comunità, hanno una forza straordinaria.

Sono storie che soddisfano la nostra curiosità, con le quali  possiamo confrontarci e  trarne ispirazione. Questo non significa che se ne approvano sempre le idee e i valori ( ad esempio come posso da insegnante apprezzare, della testimonianza di Filiberto,  il marinare la scuola o il fatto di considerarla di poco conto per  la formazione personale ?) ma ai miei occhi ( e credo lo sarà anche agli occhi dei  lettori della storia) Filiberto  “l’ eclettico”, rimane una persona vera e credibile  e la sua storia personale  va ad arricchire  quella collettiva della nostra piccola comunità osimana.
Grazie Fili.

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La Presidente del Consiglio Comunale
*****prof.ssa Paola Andreoni

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#OSIMANI con l’hashtag: il m° Ugo Novelli

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Non solo storia o grammatica ma anche argilla, e creta.  Sono stati questi gli ingredienti per apprendere, gli strumenti educativi,  che il maestro elementare – rectius: “di scuola primaria” – Ugo Novelli ha adottato e che hanno caratterizzato la sua lunga ed apprezzata carriera didattica, conclusasi nel 2012.
Manipolare e apprendere
, vale a dire, l’arte della ceramica ma anche l’amore e il rispetto per la natura,  stimolare la  curiosità nei bambini  per il successo nella lettura,  come strumenti di apprendimento. Così, sicuramente gli ex allievi e i loro genitori  della scuola a tempo pieno di Casenuove   ricorderanno  il maestro Ugo Novelli, per tutti,  il “maestro dell’argilla”.

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Ugo Novelli è stato un  maestro straordinario e  la passione per la scuola e per i ragazzi  è dimostrata –  ancora oggi – dalla disponibilità  e dalla generosità con le quali mette a disposizione il suo tempo libero per seguire, da volontario,  i laboratori  di scultura, di disegno  da  lui stesso ideati e  creati presso la Scuola di Casenuove e in altri plessi cittadini. “La scuola, la curiosità di conoscere dei ragazzi mi mancano, non riesco a distaccarmene” così mi ha confessato nel mostrarmi i tanti lavori, i progetti e le opere in ceramica realizzate dai suoi ragazzi.

Il maestro Ugo, classe 1951, è nativo di Polverigi, primo di una famiglia numerosa che ha fatto dell’impegno la sua ragione di vita. I genitori, vista la passione e la predisposizione  dei propri figli per gli studi,  decisero di  trasferirsi ad Osimo,  in via Guazzatore,  e qui ad Osimo i fratelli Novelli crescono e si formano nelle nostre scuole.
All’età di 14 anni, Ugo, decide di iscriversi, senza avere ancora una ben precisa idea sul proprio futuro,  all’Istituto Magistrale “Pier Giorgio Frassati”, la scuola di don Igino Ciavattini che proprio in quegli anni iniziava ad essere diretta dalle suore “Oblate dello Spirito Santo” con preside, in particolare,  suor Maria Pia Controni.
Una scelta di indirizzo scolastico che si rilevò   azzeccata, che rispose appieno alla sete di conoscenza del giovane Ugo, e questo grazie ai bravi insegnanti in servizio nella scuola di piazzale largo Trieste,  come: la prof.ssa di matematica Bruna Rinaldi ( meglio conosciuta come la prof.ssa Foresi), don Giuseppe Geronzi, insegnante di filosofia, e don Aldo Compagnucci,  insegnante di italiano e storia, che con le loro spiegazioni riuscivano a rendere affascinanti anche le tematiche più ostiche ed accessibili  i pensieri degli autori più complessi.  Grandi professori che, parole del maestro Ugo,  “hanno indirizzato le mie scelte future e si sono rivelati straordinari testimoni di crescita intellettuale”.
Gli anni  delle Magistrali sono  stati, per il m° Ugo,  gli anni della spensieratezza, condivisi con i compagni di classe: Fausto Giuliodori, Maria Cappellaccio, Pierpaolo Pierpaoli, Daniela Vescovo, Franco Stacchiotti, Maria Ludovica Frampolli, Elisabetta Cardinali, Maria Vittoria Mandolini, Donato Andreucci, Adelaide Bambozzi, Settimia Pesaresi,….. ma anche gli anni  della  conquista di una visione del mondo.  Difatti,  la direzione della scuola da parte di educatrici suore (suor Maria Pia e poi suor Amedea) non impedì di vivere appieno quegli anni,  come l’adesione alle   manifestazioni in solidarietà delle proteste studentesche del ’68, o come la più “disimpegnata” organizzazione della 1^ festa delle Magistrali  presso la piccola discoteca ( “Bloody Mery”) presente all’interno dell’Hotel “la Fonte”. Un evento cittadino, quest’ultimo,   straordinario, una conquista storica da parte di noi studenti e il superamento di un tabù per la nomea di severità e rigore che la scuola delle Magistrali aveva in città.
Terminate le scuole superiori nel 1969 ( Ugo Novelli negli annali dell’Istituto Magistrale “Pier Giorgio Frassati” è il diplomato n° 420), il m° Ugo, inizia a lavorare presso la Lega del Filo d’Oro come educatore nel settore degli adulti,  ma nel contempo, con le idee più chiare su come voleva impegnare il proprio futuro,  continua i suoi studi, consegue la specializzazione in fisiopatologia per insegnare nel sostegno e nel 1974 la laurea in Pedagogia (110 con lode) presso l’Università di Urbino  con una tesi di ricerca storica sulle origini del giornalino cittadino “La Sentinella del Musone”.
L’avventura scolastica del m° Ugo, inizia nel 1975 come insegnante di sostegno, prima presso la scuola speciale di Colle San Biagio, poi alle Grazie di  Ancona presso la scuola primaria Domenico Savio. Solo nel 1983 arriva l’auspicato trasferimento in Osimo, come maestro titolare in ruolo, presso la scuola Montetorto.
Un punto d’arrivo per molti insegnanti, uno stimolante punto di partenza, o meglio di ripartenza per il m° Ugo.
Nella scuola Montetorto di Casenuove,   il m° Ugo, che i suoi allievi affettuosamente chiamavano “il gigante buono  , insegnerà per ventinove anni.
Quasi tre decenni, caratterizzati dal tempo pieno, da sperimentazioni, da innovazioni come l’istituzione del laboratorio di ceramica con tanto di forno attrezzato, del laboratorio dell’orto, del laboratorio di archeologia didattica  ( in collaborazione con l’Archeoclub Osimo e che si è rivelato un fantastico strumento di comprensione del passato, come storia della cultura materiale e della vita sociale dei nostri popoli, con visita ai siti archeologici ed ai monumenti cittadini e la ricostruzione di piccoli manufatti),  di felice e proficua collaborazione con tante colleghe: Emanuela Frontini, Renata Romagnoli, Antonietta Catozzi, Assunta Tittarelli, Cristina Manara, Ester Tombolini, Gabriella Prosperi, Laura Cerquetella, Loriana Baleani, Maurilia Manoni, Nunzia Mele, Patrizia Parisani, Patrizia Posanzini,   Romina Piercamilli,  Stefania Camilloni,     la favolosa cuoca Gina Scarponi.

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Questa scuola, posta alla periferia di Osimo,  in un ambiente molto stimolante dal punto di vista naturalistico, ha costituito terreno fertile  per  il maestro Novelli, per realizzare quei concetti e valori educativi che ha sempre ritenuto fondamentali  per la buona crescita dei suoi piccoli allievi, sintetizzati in due frasi: “imparare divertendosi” e “se vedi dimentichi, se ascolti ricordi, se fai capisci”.  Questi gli obiettivi delle uscite a piedi, dell’ esplorazione ambientale nel lungofiume e nelle vicine campagne,  delle escursioni nei siti archeologici presenti in città, la visita alle ville monumentali, a cui facevano seguito approfondimenti sui testi.
Su questa linea didattica molto incisiva sui ragazzi si inserisce la geniale intuizione e la determinazione nella  creazione del laboratorio di ceramica. Una scelta che il m° Ugo ha affrontato con impegno ( preparazione, corsi di formazione, aggiornamenti, visite ad altre scuole che avevano avviato analoga iniziativa ) nella consapevolezza    dell’importanza che questo progetto avrebbe avuto  sui ragazzi: la curiosità del fare con le proprie mani.
La proposta dell’argilla da maneggiare e manipolare – un apparente gioco dietro il quale il m° Ugo si è posto il raggiungimento di importanti contenuti e fini educativi come:  potenziare l’emotività, la socialità e la possibilità offerta al bambino di esprimere la propria fantasia e  creatività – si è rilevata vincente ed è stata vissuta, nei vari anni, dagli allievi della scuola primaria di Casenuove con entusiasmo, partecipazione e passione.
Sono sicura che molti di questi ragazzi passati per Montetorto saranno grati, ancora oggi,  al m° Novelli per questa bella esperienza che hanno potuto vivere e ricorderanno la soddisfazione per aver  prodotto e realizzato con le loro mani: collane, manufatti vari, fischietti ed anche pregevoli creazioni artistiche (premiate in diversi concorsi artistici riservati alle scuole).

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Una meritata “standing ovation” al  maestro Ugo Novelli, sicuramente una delle migliori espressione della nostra scuola osimana, a cui tenevo esprimere particolare riconoscimento e gratitudine, un maestro ed anche il “maestro dell’argilla”, che sicuramente è stato capace di rendere i giorni in classe  ( e fuori) un’esperienza unica, destinata a lasciare un segno.

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La Presidente del Consiglio Comunale
*****prof.ssa Paola Andreoni

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#OSIMANI con l’hashtag: Paolo Piazzini il “cantore” del ciclismo marchigiano.

Immagino quanto entusiasmo avrebbe animato il mitico Paolo Piazzini, l’imminente arrivo in Osimo della carovana rosa del Giro d’Italia.

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Paolo de Piazzì“, come lo chiamavano affettuosamente gli osimani, non ha mai alzato una coppa al cielo, nè è salito mai su una bici, ma è stato una grande penna del giornalismo sportivo del settore del ciclismo dilettantistico. Alle due ruote, Paolo ha dedicato gran parte della sua produzione giornalistica e letteraria, come la pubblicazione “Castelfidardo è il  ciclismo” del 2011 ed altri scritti. Il ciclismo  ha “pedalato” con Paolo per quasi 50 anni e dai suoi appassionati articoli e dai racconti delle   storie del ciclismo “minore”  ha saputo far  amare ed avvicinare a questa bellissima e nobile  disciplina sportiva tanti giovani.

 Paolo, non è stato un semplice e preparato cronista del ciclismo, dalla sua penna e dagli articoli che i suoi lettori, comodi nelle poltrone,   leggevano  su “Mondo del Ciclismo”, nelle pagine del  “La Voce Adriatica”, dell’Antenna, della Meridiana e da diverse testate web dedicate al mondo dei pedali,  si coglieva tutta la passione, l’amore, lo  spirito e l’emozione delle gesta del ciclismo epico e vero, sia che si trattasse di professionisti e/o di  dilettanti: eroi uguali di fronte alle fatiche ed alle asperità della strada.

 Paolo con la sua penna ha fotografato il ciclismo e le sue belle storie  con originalità, fantasia e umanità, confezionando bellissimi articoli in un italiano godibile ed effervescente.
Paolo, classe 1942, laureato in giurisprudenza, ma che alle aule dei Tribunali aveva preferito il giornalismo come propria professione, ( rivestendo anche il ruolo di collaboratore del Comitato Regionale Marche  e corrispondente per le Marche dell’organo ufficiale della Federciclismo),  se ne è andato come aveva sempre vissuto: “in punta di piedi”.

Improvvisamente è venuto a mancare  nell’inverno del 2013, lasciando nel mondo del ciclismo e in tutti gli osimani che gli volevano bene un profondo senso di vuoto.

 Oggi Paolo, sarebbe stato orgoglioso di poter scrivere,  che la sua amata Osimo, per la terza volta, dopo l’edizione del 1987 vinta dal corridore francese Robert Forest e quella del 1994 vinta dal campione italiano Moreno Argentin, per due giorni diverrà   la capitale del ciclismo, con immagini e riprese che faranno capolino in tutto il mondo.

 Lo vedo in prima fila a darsi da fare,  indeciso fino all’ultimo se godersi lo spettacolo dell’evento cittadino dell’arrivo della tappa, il  prossimo 16 maggio,  sul “muro di Osimo” nella  difficile rampa  in pavé della Costa del Borgo o se scegliere di andare a fissare le immagini dei volti dei campioni, segnati dalla fatica, sullo strappo finale di via Olimpia.

 Lo vedo schivo davanti al suo popolo, quello del ciclismo, dove lui amato ed apprezzato da tutti, con un sorriso d’imbarazzo si scherniva di fronte alle tante strette di mano, ai tanti saluti ed abbracci e ai tanti complimenti che avrebbe ricevuto.***
Paolo Piazzini è rimasto nel cuore dei sportivi osimani perchè era uno della piazza, cultore orgoglioso di quella osimanità fatta di amicizie, di bontà e di socializzazione. Un osimano di “vecchia” pasta, e nella professione un  esempio di passione, competenza e dedizione.
Credo che una figura come quella di Paolo Piazzini vada ricordata in questi giorni di attesa dell’arrivo della tappa del Giro d’Italia.

 Credo che Paolo Piazzini, l’affabile persona la cui grandezza è ravvisabile nella sua umiltà e nella sua modestia –  il bravo giornalista con la missione per il ciclismo -, meriti l’onore di questa manifestazione sportiva e che, anche a lui, si debbano dedicare queste due giornate di grande ciclismo.

La Presidente del Consiglio Comunale
******prof.ssa Paola Andreoni

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Articoli correlati:
– 5 novembre 2013 Ciao Paolo

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#OSIMANE con l’hashtag: Le commesse di Lamberto e zia Lella Campanelli

 #OSIMANI ,  il nostro territorio e la sua gente attraverso una galleria di volti e di storie raccontate in pochi caratteri. Storie  veramente straordinarie.

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Inizio questo articolo citando un estratto di una lettera del 2002 di Lamberto e Bruna Campanelli, indirizzata alle loro “Commesse”***

Carissime tutte,
facciamo seguito alla graditissima conviviale di domenica scorsa ( Pasqua 2002) ed esprimiamo un sincero ringraziamento per le piacevoli ore trascorse con Voi…. La nostra più grande soddisfazione è stata di aver constatato che il tempo non è passato invano se è riuscito a formare tante sane famiglie nate da un passato onesto e felice. Se il nostro lavoro può aver contribuito ad arricchirVi di esperienza e serietà, tale nostra attività non è stata vissuta inutilmente…. Grazie e tanti auguri per il Vostro Avvenire. Con affetto.
Bruna e Lamberto Campanelli.

Con queste parole Lamberto Campanelli e la consorte signora Bruna, nel marzo 2002 con un biglietto indirizzato a ciascuna di loro,  salutavano le loro indimenticate  “collaboratrici”, per tutti noi osimani: le “commesse di Campanelli“.

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24 ragazze, la maggior parte osimane doc, che negli anni tra il 1960 e il  1992 hanno svolto con impegno e dedizione il lavoro di “commessa” presso l’Emporio e poi nei Grandi Magazzini Campanelli, per il Corso della nostra città.
Anche se per gli osimani erano le “commesse” ( espressione che non aveva alcuna accezione riduttiva), loro si sono sempre sentite privilegiate di aver fatto parte, come collaboratrici, di quello che è stato da sempre il più bel e variegato negozio del nostro centro storico, che gli osimani  chiamavano la “Standa dei senza testa“.
24 ragazze tutte belle ma soprattutto tutte gentili, sempre pronte a dare una mano concreta ai clienti consigliandoli ed aiutandoli negli acquisti. Quello svolto dalle commesse  è stato un lavoro  fondamentale per il successo dell’attività commerciale che i Campanelli  – dalla “zia Lella”, a Lamberto allo scomparso Sandro – hanno sempre riconosciuto ed apprezzato. Spigliate, cortesi ma anche dinamiche e pronte nello spostare pesi o prendere le decisioni più opportune sempre nell’interesse dei proprietari e dell’azienda.
Nel raccontarmi la sua esperienza, Maria Sandra Falcetta  la prima commessa entrata a “servizio” dai Dindano ( così in Osimo vengono soprannominati i Campanelli) all’età di appena 13 anni e mezzo, mi ha raccontato commossa che quella è stata la sua prima esperienza di lavoro poi protrattasi per 31 anni e ricorda ancora le premure della signora Lella che per Lei è stata una maestra di vita e di tanti insegnamenti professionali ma dalla quale, soprattutto, ha ricevuto le attenzioni e la cortesia che poi a sua volta ha sempre saputo trasmettere ai clienti.
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31 anni quelli passati dalla sig.ra Maria Sandra tra i scaffali di Corso Mazzini, anni di sacrifici ma anche ricchi di crescita personale in un ambiente sereno con i titolari: la sig.ra Lella, Cesarino, Sandro e Lamberto che gradualmente Le hanno dato responsabilità e grazie a questa fiducia, ricambiando,  è entrata nei meccanismi del negozio condividendo con i Campanelli i tempi, gli ordini da fare, le scelte sulle vetrine da allestire e la cura di tutto il negozio.
La “zia Lella”, così veniva chiamata la signorina Raffaella, con la saggezza ( un’altra delle sue doti)  e dall’alto della sua esperienza, la lasciava sperimentare  e con l’affetto protettivo di una madre, quando interveniva, lo faceva sempre con un premuroso sorriso sulle labbra.
Con l’ampliarsi degli spazi di vendita è arrivata la seconda commessa, la sig.na Arturina Badaloni anche lei osimana e, nel tempo,  passata a gestire il reparto generi alimentari anche se, come hanno tenuto tutte a precisare, si lavorava in una modalità tale  che spesso comportava l’ intercambiabilità dei  ruoli e degli spazi  di lavoro a seconda anche dei periodi di vendita più o meno intensi.
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Poi,  mano a mano, sono arrivate  tutte le altre a formare quella che affettuosamente Lamberto chiamava “la bella squadra“:
Erminia Mazzieri meglio conosciuta come “Mimma”, di Ancona  ma sposata con l’ osimano Franco Giardinieri, alla quale venne data la responsabilità del reparto giocattoli e casalinghi; Anna Lozzi anche lei una delle prime nel ruolo di commessa; Filiberta Marzioni assegnata al piano terra dove si vendevano i casalinghi; Elisabetta Eusepi anche lei commessa al reparto casalinghi; Marzia Marzocchini assegnata alla vendita dei mobili; Ornella Mazzieri commessa ai casalinghi; Anna Moglie commessa ad assistere i clienti del reparto scuola, pelletteria e scarpe; Marilisa Bastianelli di Chiaravalle ma coniugata con l’osimano Memè; Franca Faccenda figlia del  falegname Elio Faccenda anche lui storico dipendente dei Campanelli; Pina Torcianti assegnata al reparto intimo e neonati; Rosina Pirani assegnata a gestire l’ultimo piano dove si vendevano le carrozzine, i mobili ed arredi vari per neonati; Raffaella Graciotti che prestava servizio ai generi alimentari; Adriana Angeletti in servizio al piano ingresso dove si vendevano generi vari, i dischi ed anche gli ombrelli firmati Campanelli; Mara Biondi, coniugata con il pasticcere Pasquale Pirani,  insieme ad Adriana Cedrati commesse ai generi alimentari; Patrizia Mazzoni assegnata al reparto giocattoli. Seguirono poi Amedea Angeletti che andò a potenziare l’assistenza alle vendite del reparto alimentari insieme a Violante Trillini per tutti “Viola” e Antonella Trucchia.
Adriana Andreucci 
era commessa-ragioniera dividendosi tra gli uffici e il reparto articoli sportivi; Rosanna Costarelli in Orlandini recentemente scomparsa e Francesca Falcetta commessa stagionale nei periodi di ferie.
La “squadra” si completava anche dei “commessi”, per la maggior parte falegnami che seguivano e lavoravano presso il reparto mobili: Alfredo, Ginetto, Guido Agostinelli, Gigio Virgini, Panzetta, Guido, Mengoni, Roberto Graciotti,  Arduino Marchetti, Stefano Graciotti, Bernabei, Sandro Badaloni e Faccenda Elio.

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Ritornando alle “commesse”, sicuramente le osimane e gli osimani, anche se è passato molto tempo, ricorderanno il sorriso, la gentilezza, la pazienza e l’empatia di queste ragazze che stavano dietro i banchi di vendita insieme ai loro titolari e che hanno rappresentato il volto stesso dell’attività commerciale  dei Campanelli.
Donne, persone che ho voluto ricordare e ringraziare – e con loro tutta la più ampia categoria delle commesse osimane anche oggi in attività – che lavorano per molte ore al giorno sempre a contatto con il pubblico con grande professionalità nelle attività commerciali della nostra città.
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Da figlia di  commerciante e da cliente, so quanto questo mestiere sia importante, quanto contano la competenza e la conoscenza del settore al pari dell’educazione, della cortesia, della pazienza ed anche, perchè no, della simpatia che si è in grado di trasmettere.
Non solo saper vendere, ma anche  saper accogliere e consigliare al meglio i clienti, che siano cittadini o turisti, contribuendo così ad una positiva immagine dei nostri negozi e della nostra bella ed ospitale terra.
Loro, le “Commesse di Campanelli”, sono state tutto questo.

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E ora la parola ad alcune di loro:

Amedea Angeletti, la commessa dal sorriso contagioso: “Sono entrata a lavorare in questa splendida “famiglia” nel 1974 direttamente al reparto alimentari che poi è passato in gestione alla ditta Migliarini. Venivamo, comunque, spostate in tutti i vari reparti, dove c’era bisogno o perchè c’era più gente o perchè qualcuna di noi stava male o era in maternità.  Ci aiutavamo tutte con uno spirito di grande collaborazione. Il reparto che a me piaceva di più  era la profumeria, i giocattoli e i dischi perchè la musica è stata sempre la mia passione.
Sono contenta che ancora ci si ricordi di noi. Sarebbe bello rivederci tutte insieme, organizzare un bel evento dedicato al “Grande” Lamberto Campanelli che all’epoca ha dato lavoro a tante famiglie osimane. Sono molto orgogliosa di aver fatto parte di questa storia e di essere stata una loro dipendente. Li porto sempre nel mio cuore”.

Arturina Badaloni, la commessa dei consigli che conquistano: “Il nostro è stato un lavoro onesto e dignitoso, vissuto in un ambiente positivo grazie alla presenza di illuminati titolari. Ho trascorso 29 anni nel negozio dei Campanelli. Ricordo che eravamo come una “grande famiglia”, la sig.na Lella, ogni anno,  al ritorno da Montecatini, dove trascorreva le sue brevi vacanze, portava sempre un pensierino per tutte noi”.

Franca Faccenda, sempre la battuta pronta: “Anni di soddisfazioni quotidiane”.

Adriana Angeletti, la gentilissima: “Ci sarebbero tantissime cose da raccontare, ho ricordi bellissimi. Ho passato, nel negozio di Corso Mazzini 45, tutta la mia adolescenza, dal 1971 al 1985. Sono entrata a lavorare che avevo 14 anni  e lì sono rimasta fino a ventisette anni quando è nato mio figlio, poi per seguire la famiglia, a malincuore, ho dovuto lasciare il lavoro e le colleghe. Ho iniziato a lavorare dai Campanelli con l’apertura del grande magazzino. Ricordo c’erano i preparativi per l’inaugurazione e di notte il  negozio è andato a fuoco, a causa di un corto circuito. Ma i Campanelli non erano gente che si perdeva d’animo, con loro in poco tempo abbiamo ripristinato il tutto. La mia postazione di lavoro era vicina alla  “zia”Lella. Più che una titolare è stata, per me,  un’ insegnante di vita, una persona che ho voluto tanto bene e che ancora ho nel cuore. All’entrata principale, a seconda dei periodo ( Natale, Carnevale, San Valentino, Pasqua, Befana….) era un continuo cambio di allestimento dei prodotti.
Ricordo che andavo spesso con la signorina Raffaella, il Signor Gaetano ( papà di Lamberto), Vittorio, Cesarino, Sandro e Paolo con un pulmino a prendere o ordinare gli articoli che servivano per la vendita, sempre il lunedì o il venerdì mattina,  quando il negozio restava chiuso per riposo settimanale…
Ricordo la fatica ma anche il divertimento nell’allestire le vetrine ( la sig.na Lella ci teneva tantissimo), a me piaceva tanto soddisfarla nella preparazione. Oltre a quelle fisse c’era da fare la vetrina del sabato lungo la navata del negozio così la domenica quando in Osimo c’era il passeggio,  la clientela si fermava ad ammirare i prodotti esposti.
Una cosa che la signorina Lella non sopportava, proprio perché ci teneva tanto alle sue vetrine,  era che i ragazzi si sedessero nei gradini davanti alla merce esposta. Le avevamo provate tutte senza alcun successo: cartelli, uscivamo ed invitavamo i ragazzi a non sedersi sul muretto di fronte alle vetrine.  Alla fine la sig.na Lella trovò   rimedio: annaffiare il muretto. Uscivamo a bagnare tutti i gradini che circondavano le vetrine per non farci sedere nessuno.
Grazie per avermi fatto evocare persone e bei ricordi. Ancora oggi mi fa piacere che a distanza di tanti anni ci sono clienti che ancora ci riconoscono”.
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Adriana Andreucci, vendeva scarpette a portieri e terzini  e ne sapeva più di loro: “un lavoro o per meglio dire un servizio reso ai clienti aiutandoli a trovare ciò che cercavano”.

Maria Sandra Falcetta, la prima commessa: “Eravamo tutte giovanissime, ricordo la gentilezza della “zia” Lella che mi chiamava signorina e mi dava del Lei anche se avevo appena 14 anni. Ci faceva sentire importanti. Il nostro  è stato non solo un rapporto di lavoro, ma una relazione più importante, senza alcuna retorica: eravamo una famiglia.  I titolari, a fine anno,  ci portavano al Veglione, e a tutti gli appuntamenti familiari importanti di casa  Campanelli, come matrimoni, ed altre cerimonie, eravamo  tutte invitate e puntualmente tutte presenti.
Sono stata premiata, a seguito di  un concorso organizzato dal “Resto del Carlino”, come una delle prime tre  commesse riconosciute più brave e gentili della Regione Marche. Grande la  soddisfazione quando alla  cerimonia di premiazione, il giovane presentatore, Mike Bongiorno, consegnandomi il premio mi chiamò: Sandra Falcetta la commessa dei Campanelli di Osimo.
Tanti i ricordi che mi legano al negozio e alla famiglia Campanelli, così come è stato tanto il dolore sofferto a seguito della chiusura dell’attività.
L’allestimento delle vetrine nel centralissimo Corso era uno dei nostri più importanti banchi di prova. Che belle soddisfazioni quando la signorina Lella si complimentava con noi per le originali trovate. Osimo tutta si fermava a guardare le vetrine nella passeggiata domenicale. Tra i più assidui  ammiratori delle vetrine c’era anche il giovane osimano Giorgio Carletti che solo in seguito, con i titolari Campanelli, abbiamo scoperto avere altri interessi oltre ai prodotti esposti dall’azienda”.
E’ infatti,  dalle vetrine dei Campanelli che è “scoppiata la scintilla” della bella storia d’amore tra Sandra e Giorgio, oggi in procinto di festeggiare i cinquant’anni di matrimonio.
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Pina Torcianti:  “Ho bellissimi ricordi soprattutto il contatto con la clientela, molti osimani come noi con i quali si era stabilito un rapporto di fiducia continuativo”.  

Elisabetta Eusepi: “La mia assunzione nella ditta Campanelli è avvenuta all’ età di 15 anni. Un lavoro che ho fatto con grande entusiasmo, a contatto con le persone, con tanti clienti cercando sempre di soddisfare le loro richieste per gli acquisti. Tutti i Campanelli sono stati, per me, persone speciali, grandi lavoratori con tanta esperienza poi trasmessa a noi commesse. La signorina Lella era il perno di tutto, diceva sempre, sorridendo,  che per seguire l’Emporio non aveva avuto tempo di prendere marito.
19 gli anni che ho trascorso tra gli scaffali e il ricordo è di un periodo bellissimo. Sono fiera di averne fatto parte. Ringrazio il signor Lamberto splendida persona, con tanto affetto e stima. Un grande abbraccio a loro,  le mie ex colleghe, da sempre care amiche”.
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Patrizia Mazzoni: “Ricordo le giornate a fare l’inventario, a spostare tutta la merce, oppure  a sistemare negli scaffali un intero ordine. Si vendeva di tutto dagli zoccoli di legno ai prodotti più ricercati. Il giovedì mattina esponevamo anche una bancarella nella Piazzetta del Teatro”.

Antonella Trucchia: “Sicuramente è stato un lavoro impegnativo, non solo a livello fisico, ma la fatica non si sentiva, ripagate come eravamo dai complimenti dei clienti. Questo accadeva quotidianamente. Purtroppo con l’avvio dei centri commerciali molto di questo “romanticismo” si è perso”.

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Marilisa Bastianelli
: “Un lavoro impegnativo, in piedi tutto il tempo.  Non esistono sedie in negozio per le commesse, ma solo per i clienti. Scale da percorrere, mensole basse e poi mensole alte, avanti e dietro per il negozio in continuazione. Ma poi a ripagar tutto c’era il nostro bel rapporto fra colleghe e uno scoop al giorno non mancava mai e riusciva ad  alleviare la giornata”.

Anna Moglie: “Grazie per averci rifatto rivivere questo periodo della nostra vita. La nostra è stata una “storia” bellissima grazie soprattutto al signor Lamberto e alla signorina Lella. Con piacere posso dire: c’ero anch’io”.

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Ricordi di un mondo che pare purtroppo ormai lontano.
Ma tali ricordi vanno mantenuti vivi perchè un giorno si possa ritornare a quel senso di umanità che costituisce il valore aggiunto di ogni singola attività commerciale.
Una bella storia cittadina, piena di valori ed emblemi quella dei Campanelli che hanno fatto la storia del commercio osimano.
Un grazie a tutte le “commesse” per aver collaborato a questo ricordo, e un encomio a Lamberto Campanelli che ancora oggi, a 90 anni, costituisce uno dei personaggi – pilastro della nostra Osimo, un cittadino che va fiero della sua osimanità, fatta di valori, simpatia ed umanità !!

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La Presidente del Consiglio Comunale
*****prof.ssa Paola Andreoni

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#OSIMANI con l’hashtag: Raniero GAGGIOTTI il magistrato d’assalto osimano a difesa dei consumatori

 #OSIMANI ,  il nostro territorio e la sua gente attraverso una galleria di volti e di storie raccontate in pochi caratteri. Storie  veramente straordinarie.

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Osimo, la nostra  città, pur non essendo una grande metropoli, è ricca di Storia,  quella che l’ha attraversata nei secoli, e testimoniata dai manoscritti, dalle pietre, dai monumenti, dalle  Chiese e dalle pareti dei Palazzi del nostro Centro Storico. Ma una città, e in particolare la nostra comunità, è ricca anche delle storie di persone spesso sconosciute o troppo velocemente dimenticate.  Persone, osimane ed osimani, che per le proprie capacità lavorative, per il proprio intelletto, hanno occupato posti di prestigio, o sono stati sotto le luci della ribalta, contribuendo a rendere migliore il nostro Paese.

Questo articolo vuol essere un omaggio a un nostro concittadino, residente nel centro storico, che si è distinto per impegno professionale, per la gentilezza, pur nella sua autorevolezza,  e per l’attaccamento che ha provato e manifestato per il suo territorio.

Mi riferisco al dottor Raniero GAGGIOTTI, nato in Osimo il 13 aprile 1940, dove – dopo una lunga e  prestigiosa carriera nella magistratura è ritornato – prima del meritato riposo, a gestire la giustizia osimana,  ricordato per il suo proverbiale  rispetto verso la gente e gli avvocati.

Andato in pensione nel 2011 dopo quasi 45 anni trascorsi come Pretore, Giudice di Tribunale, Consigliere e poi Presidente della Corte di Appello Penale di Ancona, ancora oggi è ricordato dagli avvocati e dagli operatori della giustizia,  per le sue qualità umane e professionali. Il suo Ufficio è sempre stato un luogo di proposte e idee, un punto di riferimento per la cultura giuridica italiana.

Un legame profondo quello tra Osimo e il Giudice Gaggiotti. Il padre  bancario, la madre casalinga, il dott. Gaggiotti è cresciuto tra la campagna dei possedimenti  di Cingoli e le mura del centro storico osimano dove ha frequentato il Liceo Classico. Una formazione e una crescita  condivisa con gli amici di sempre: i due gemelli Alberto e Giuseppe Balboni ( entrambi poi divenuti Ambasciatori di rango a servizio del nostro Paese),  Livio Bonci ( noto avvocato di Osimo), Fabio Cardinali (titolare della Farmacia di  Corso Mazzini), Carlo Cenerelli ( omeopata, medico, deceduto qualche anno fa), Maria Ludovica Fabiani (poi professoressa di italiano figlia dell’avv. Vincenzo Fabiani), Giuliana Graciotti ( anche lei  professoressa di italiano,  già al tempo del Liceo superlativa nelle materie letterarie)  e Onorato Honorati ( ingegnere, professore all’Università di Roma, grande matematico).

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Inverno 1959, da sinistra: Giuseppe Balboni, Honorato Honorati, Alberto Balboni, Raniero Gaggiotti ( foto credits R.Gaggiotti)

Diplomatosi a 18 anni, il Giudice Gaggiotti,  ha proseguito gli studi presso l’Università di Macerata  laureandosi in Giurisprudenza a soli 22 anni , con una tesi di approfondimento sul diritto assicurativo perchè  l’ambizione  del giovane osimano di tante belle speranze era quella di diventare un affermato avvocato, non aveva, di fatto,  mai pensato, né preso in considerazione,  strade diverse da quella della professione forense.

Spinto dai familiari, partecipa, però,  al concorso nazionale per Magistrati, un concorso che allora, come oggi,  incuteva timore per la vastità degli argomenti da studiare e per le poche speranze di vittoria, erano previsti, infatti,  appena 254 posti a fronte di più di 3.000 candidati pretendenti alla vittoria. Un concorso affrontato con impegno e  una sfida vinta  tanto che a 26 anni – il dott.Raniero Gaggiotti –  viene nominato magistrato ordinario e inizia la carriera di Giudice a servizio della legge simboleggiata dalla bilancia e dalla spada: l’equilibrio e l’equità che è compito della Giustizia conservare e ristabilire.

 Prima il tirocinio in Ancona, poi il primo incarico in seno alla Magistratura giudicante: Pretore a Saronno ( in provincia di   Varese) e dopo circa un anno, la prestigiosa nomina a Pretore di Milano. Nel frattempo, anche, il matrimonio con la sig.ra Emilia Palmieri Lattanzi Tolomei, la nascita della figlia Manuela, oggi avvocato in Osimo.

Milano negli anni ’65- ’70 non era solo città salotto dell’imprenditoria nazionale, città della moda, dei manager, degli industriali e dei finanzieri, dei vip che come oggi,  affollavano i negozi di via Spiga, e  via Montenapoleone.  Milano in quegli anni era anche città dalle gravi tensioni sociali. Il Giudice Gaggiotti era Pretore della  Milano di quei tempi, anni difficili e pericolosi.
Ricorda,  ancora, la cupezza di quel periodo, a causa di vicende drammatiche come la  strage di Piazza Fontana con l’avvio della strategia della tensione, gli attentati e gli assassini dei colleghi giudici uccisi dalle Brigate Rosse e dai gruppi armati di estrema destra. Non è stato facile esercitare la giustizia in quella Milano, teatro delle grandi mobilitazioni studentesche e operaie, in atto in quegli anni.

Il dott. Gaggiotti  quale Magistrato e giurista colto e raffinato ha saputo affrontare e vincere anche questa difficile sfida professionale. Autore ed estensore di Sentenze che hanno fatto Giurisprudenza,  si è guadagnato sul campo l’appellativo di “Giudice d’assalto” a difesa di  tutti i consumatori italiani. In particolare è da ricordare il suo impegno in un settore cruciale della vita quotidiana di tutti gli italiani quale la correttezza dei messaggi pubblicitari e la loro veridicità rispetto ai prodotti che vengono immessi nel mercato al fine di evitare inganni e truffe. Un impegno politico-culturale a difesa del cittadino consumatore e protagonista di  grandi battaglie processuali – tutte vinte – contro i più acclamati avvocati ingaggiati delle grandi industrie e società multinazionali, che ben presto gli fecero guadagnare   le luci della ribalta, articoli e copertine dei più importanti giornali italiani.
Popolarità e clamore mediatico ( tanto che, in quel periodo, fu “corteggiato” dai due più grandi partiti politi dell’epoca, la DC e il PCI, per essere eletto in Parlamento)  che il nostro concittadino-Giudice ha sempre affrontato con la sua solita proverbiale modestia, determinazione e gentilezza.

Per chi non lo sapesse,  è grazie al nostro concittadino Pretore a Milano, se oggi,  quando andiamo a comprare il prosciutto al supermercato, lo paghiamo al “giusto peso” vale a dire paghiamo solo il prosciutto senza l’aggiunta del peso dell’involucro. Una lunga battaglia giudiziaria vinta a favore di tutte le casalinghe   e le famiglie ed applicata su tutto il territorio nazionale, e una vittoria  per nulla scontata che vide il Giudice scontrarsi contro tutti i più grandi gruppi economici abituati a fino a quel momento a far pagare ai consumatori il peso della carta-involucro come se fosse prosciutto.

Nel 1970 il Giudice Gaggiotti fece sudar freddo i panettieri milanesi per la questione del pane, inchiesta dalla quale risultò che per colpa dell’umidità e di certi additivi (autorizzati dallo Stato) il pane a Milano era spesso cattivo,  e che si concluse con l’indicazione di nuove procedure di lavorazione che andarono a migliorare il prodotto: con i panettieri che respirarono rasserenati e  i consumatori contenti di poter avere in tavola un pane di migliore qualità.

 Famosa anche l’inchiesta su alcuni prodotti venduti in Farmacia e pubblicizzati come dotati di eccezionali effetti terapeutici come il così detto  “braccialetto della salute”. Un’inchiesta che alla fine provò la truffa o quanto meno il messaggio pubblicitario ingannevole, infatti emerse che scientificamente  il braccialetto non provocava nessun rimedio contro i reumatismi. Conseguenza  della Sentenza fu, che il prodotto, risultato essere  non altro che un amuleto,  dovette essere ritirato da tutte le Farmacie d’Italia.

Altre iniziative, promosse dal dott. Gaggiotti sempre riguardo la pubblicità ingannevole, soprattutto riguardo la salute, hanno suscitato grande clamore, come le Sentenze contro le pomate vendute in Farmacia e spacciate come toccasana alla caduta dei capelli, o quelle contro le lozioni per la crescita dei capelli nei confronti di una multinazionale americana.

Scriverà il giornalista Lello Gurrado: ” Trentun anni, alto, elegante, distinto, Raniero Gaggiotti appartiene a quella categoria di “giovani leoni” della Magistratura che hanno preso di petto le delicate questioni di loro competenza  con la volontà di risolverle al più presto. Come lui, si battono Gianfranco Amendola (Pretore a Roma impegnato contro le questioni dell’inquinamento), e altri quattro suoi colleghi d’ufficio: Corrado Carnevali, Luca Mucci, Oronzo De Pascalis e Ferdinando Pincioni, i quali costituiscono, con Gaggiotti, il gruppo dei “magnifici cinque” della 6^ Sezione Penale  del Tribunale di Milano. Cinque giudici giovani  che agiscono con uguale entusiasmo in settori diversi.”

A chi pensa che queste battaglie siano state di poco conto,  riporto le parole che lo stesso Gaggiotti riferì in occasione di una intervista ad un giornalista; spiega il Giudice: ” Perchè, vede,  il problema è molto delicato. Per ora si parla di capelli e d’accordo, forse non è un gran male. Ma se un giorno dovessero dire che una qualsiasi porcheria guarisce dal cancro ? Quale prezzo avrebbero le illusioni dei malati e dei loro parenti ? “.

Parole profetiche quelle lanciate dal Giudice Gaggiotti dette negli anni ’70 e  i cui timori hanno purtroppo poi,  trovato riscontro nei fatti di cronaca.

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Dopo cinque anni di intenso lavoro a Milano,  con una media di circa  1.000 sentenze dibattimentali annuali, che hanno fatto giurisprudenza e costituito punto di riferimento su tutto il territorio nazionale, e dopo essersi occupato di tante altre delicate inchieste,   il dott. Gaggiotti, il “Pretore che difende le casalinghe e i consumatori” chiede ed ottiene il trasferimento in Ancona.

 Un trasferimento resosi necessario per stare vicino ai propri cari.

 Un percorso professionale che ha visto il dott, Gaggiotti prima impegnato in  Tribunale ad Ancona, poi Giudice presso la Pretura di Osimo dal 1979 al 1992, ancora Consigliere presso la Corte di Appello di Ancona e,  infine, Presidente della sezione Penale della stessa Corte dal 2009 al 2011.

 Sedi che hanno visto il dott. Gaggiotti sempre impegnato,  con la stessa passione, nella difesa della legalità e della democrazia.

 In particolare, mi ha raccontato di ricordare con affetto i tredici anni passati nella  Pretura di Osimo, la sua Città. La guida della Pretura  gli ha permesso di ammirare e conoscere più approfonditamente la varia umanità che popolava e vivacizzava “la periferia del mondo” e che ogni giorno gli scorreva davanti impegnata in liti, beghe e piccoli imbrogli di poco conto.

Sicuramente,  ed è giusto evidenziarlo, il dott. Raniero Gaggiotti, merita tutta la stima dei cittadini osimani, una persona che con il suo lavoro di amministratore della giustizia è stato di aiuto agli altri. Un magistrato che è stato capace di promuovere una giurisprudenza finalizzata ad una migliore qualita’ della vita. Una persona, un bravo Giudice che ha saputo ben amministrare il difficile compito del giudicare, sempre anteponendo la gentilezza, il rispetto umano  e l’attenzione all’individuo. Un magistrato che ha servito per 45 anni lo Stato e la Giustizia, senza indulgere a facili protagonismi o esternazioni mediatiche, ma lavorando duramente e con grande professionalità.

 Si dice  che un Giudice bravo e scrupoloso lo è “ab origine”. Un Giudice eccellente, come nel caso del nostro stimatissimo concittadino, tende a rimanerlo per tutta la vita, perchè quando si ha umanità, si ha cuore, si hanno dei forti valori di riferimento, si ha rigore etico-morale, e stile comportamentale, ciò viene percepito e rende la figura di un Giudice, un punto di riferimento essenziale di una intera comunità cittadina.
Grazie dott. Gaggiotti per averci fatti partecipi di questa importante storia che contribuisce ad arricchire il patrimonio di valori della nostra città di cui Lei è senza dubbio uno dei figli migliori!.

La Presidente del Consiglio Comunale
*****prof.ssa Paola Andreoni

 

 

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#OSIMANI con l’hashtag: Federico Giuseppetti un “maestro” dell’intarsiatura del legno.

Raccontare la  storia di una persona, forse, serve a recuperare una parte della nostra storia, quella personale e quella collettiva della città. Nel momento in cui mi sono proposta di raccontare alcune storie di #Osimani ero ben consapevole che sicuramente avrei fatto torto a tante persone, osimane ed osimani, delle quali ingiustamente ed io per prima, abbiamo dimenticato il valore, le capacità, i talenti. Oggi per nostra fortuna, le nuove tecnologie come facebook, la posta elettronica se ben utilizzate,  ci vengono in aiuto e grazie alla loro diffusione possiamo ricevere suggerimenti, indicazioni, recuperare sviste, smemoratezze e prendere consigli.
Dalla rete mi è pervenuta, infatti, una giusta segnalazione. Parlando degli Osimani con l’hashtag che si sono fatti onore grazie alla loro professione artigianale di falegnami non ho dato il giusto rilievo (oltre a Fausto Fattorini) a tanti altri bravi “maestri del legno” come: Carlini Vinicio, Pittori Alvise, i fratelli Mezzelani, Sauro Vaccarini, Simone Cristicchia, Roberto Rinaldi, Agostinelli detto “Gughi”, Alfredo Bianconi che aveva la bottega in via Matteotti, Pigini che stava nella piazzetta del Carmine, Arceri, Lasca Pietro e il suo socio Strappato, ecc. In particolare la dimenticanza più grave è stata quella verso: Federico Giuseppetti.

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Federico Giuseppetti,  per tutti gli osimani,  “Garaffa il falegname “, è stato in Osimo, il primo e senz’altro il più fine falegname  restauratore ed intarsiatore. Grande la sua maestria, tecnica  e competenza nel ridare splendore e nel riprodurre mobili antichi, ma Federico è anche ricordato per l’approccio artistico, filosofico e umano che metteva nella professione di restauratore.
Per meglio comprendere il personaggio, riporto questo aneddoto che mi ha raccontato il figlio Ruggero: “...ero in Osimo in ferie e un giorno, babbo, venne a casa dicendo: Elmo Cappannari ha visto quel mobiletto ( la riproduzione di un Secretair del ‘600 in noce che Federico stava  ultimando per donarlo al suo figlio maggiore, Ruggero) e me lo voleva comperare offrendomi una cifra considerevole, 6/700 mila lire.  Al che io gli dissi, pensando ai tanti anni di tribolazioni, Babbo perchè non gliel’hai venduto ?
Gli bastarono quelle poche parole – inopportune alle sue orecchie – per considerare che forse  a me non importava nulla di quel suo lavoro che stava realizzando, con tanta passione, con l’intenzione di donarmelo. Non disse nulla, terminò il bellissimo mobile e lo diede a mio fratello, perchè con quelle mie parole avevo dimostrato di non apprezzarlo abbastanza
“.

Nel corso della sua esperienza lavorativa, Federico Giuseppetti detto Garaffa, ha avuto commissioni dalle più importanti famiglie nobili osimane per il recupero di mobili antichi intarsiati, ma anche da tante famiglie “comuni” che conoscendo l’estro e l’onestà di questo artigiano maestro del legno, si sono fatte realizzare eleganti mobili originali.
Anche i miei genitori Fausto ed Ornella  in occasione di un evento importante come il loro matrimonio,   nel ’58,  pensarono bene di rivolgersi a Federico per abbellire la sala con un originale tavolo di prestigio opera del falegname-restauratore di via Antico Pomerio.
Tante anche le committenze pubbliche: per esempio la collaborazione al restauro degli arredi del cataletto, la macchina in legno ornato su cui il Venerdì Santo viene posto, coperto da un velo, il Cristo morto;  la maggior parte delle realizzazioni lignee  delle opere di Elmo Cappannari come la sistemazione della Civica Raccolta d’Arte.

Il suo punto di forza è certamente stato il grande impegno, accompagnato dal proprio talento,  con cui ha affrontato il suo lavoro. Fino all’età  di settanta anni, Federico  ha respirato polvere di legno antico. La sua vita, conclusasi nel novembre del 1982 è stata un tributo al mestiere che svolgeva con entusiasmo e passione: ridare forma e lucentezza ad un manufatto, un tavolo o  un mobile, la cui bellezza recava i segni devastanti del tempo.
Oltre al lavoro Federico ha avuto anche un’altra grande passione: la musica.  Grande amante e fine  intenditore della musica lirica, per tanti anni,  finché la voce l’ha sorretto, è stato  “tenore” alla Corale Borroni di Osimo ed anche orchestrale della nostra Banda Cittadina, nella quale  dettava il ritmo con il suo tamburo.
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Grazie a Federico Giuseppetti  artigiano-falegname  osimano, a Ruggero e a quanti, intervenuti su FB, hanno sollecitato la storia di questa persona che ha saputo conquistarsi l’ammirazione ed ancora oggi il ricordo di tanti osimani con il suo lavoro  di artista  sempre preciso e svolto con umiltà. Raro esempio di umanità e bravura professionale.
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La Presidente del Consiglio Comunale
*****prof.ssa Paola Andreoni

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#OSIMANI con l’hashtag: Fausto il falegname di Santa Palazia

 #OSIMANI ,  il nostro territorio e la sua gente attraverso una galleria di volti e di storie raccontate in pochi caratteri. Storie semplici ma veramente straordinarie.

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Tra i personaggi illustri di una città non ci sono solamente esponenti di spicco del mondo del lavoro, delle arti e delle scienze. A volte le storie delle persone comuni e della cultura popolare riescono ad emozionare e a diventare anch’esse importanti per una comunità. Tra questi  personaggi di Osimo da menzionare, c’è il falegname di via Matteotti, Fausto Fattorini.
Fausto  falegname, ebanista e restauratore è nato ad Osimo il 28 febbraio 1934, oggi in pensione è stato uno degli ultimi artigiani falegnami del centro storico osimano.

La sua è una famiglia di falegnami, forse  prima ancora che esistessero le falegnamerie,  perchè, come Fausto mi racconta, una volta il falegname non aveva la bottega ma solo i ferri da lavoro.  Falegname era suo nonno Guido  e  poi falegname è stato suo padre Nazzareno apprezzato artigiano anche fuori da Osimo. Ricorda Fausto che la fama e la maestria  del padre era arrivata fino a Jesi dove Nazzareno è stato  chiamato, assieme ai più esperti falegnami della provincia,  per realizzare  i primi aeroplani con  le carlinghe e le fusoliere in legno.
E’ il  padre Nazzareno ad aprire il piccolo laboratorio  in via Matteotti di fronte alla chiesa di Santa Lucia, dove Fausto ha sempre lavorato e vissuto perchè in qualche modo la bottega è stata sempre un  tutt’uno con la sua abitazione.
Vicino al padre, seguendolo pazientemente nei lavori, Fausto ha imparato la passione per questo  mestiere. Un’occupazione umile senza tanti “lustrini” ma sempre esercitata  con tanto impegno e  tanto sentimento. In quei  pochi  metri quadrati del civico 4 di via Matteotti, Fausto conserva i ricordi più intimi, le storie che aleggiano tra le assi,  i chiodi e i tanti attrezzi. Il mondo, per Fausto è passato in questo piccolo laboratorio,  ancora  intriso del profumo della colla scaldata dal padre e dove Fausto fin da piccolino ha imparato ad usare la carta vetrata, a raddrizzare i chiodi, a raccogliere la segatura e i trucioli e poi a piallare, a segare e ad intarsiare i mobili.
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Una bottega che ha permesso a Fausto di vivere fieramente del proprio lavoro. Oltre alla fabbricazione  di piccoli mobili, armadi, consolle, cassapanche e comò, negli anni ’50 il lavoro principale consisteva nella riparazione e rifacimento degli infissi: finestre, persiane e porte di abitazioni; ma anche la realizzazione di piccoli utensili domestici: tavole per lavatoi, forchettoni e spatole. Mentre i restauri di mobili antichi e il lavoro d’intarsio sono cominciati verso gli anni ’70, un lavoro molto impegnativo, non facile, nè semplice dove oltre alla bravura e all’esperienza occorre anche tanta passione. Tanti i lavori ben rifiniti, ripagati principalmente dall’apprezzamento dei clienti.
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Fausto ha scolpito il legno fino alla pensione  con instancabile grinta e grande professionalità.
La bottega di Fausto in via Matteotti è rimasta la falegnameria di un tempo, che non ha niente a vedere con quelle moderne di oggi, dove il falegname è aiutato nel lavoro da seghe elettriche, pialle elettriche, cacciaviti elettrici e via di seguito.
Anche se in pensione, Fausto non riesce a staccarsi dai suoi attrezzi e ancora oggi, per hobby, tutti i giorni  passa gran parte del suo tempo nella sua bottega ingombra e disordinata. Almeno così appare agli occhi incompetenti, come i miei. Pianali e pezzi di legno sono sparsi un po’ dovunque, mobili completati accanto a lavori mai terminati, alle pareti sono appoggiate travi, travicelli e tanti attrezzi attaccati ai chiodi: seghe, punteruoli, trapani a mano, morsette, ma poi alla presenza di Fausto tutto ridiventa utile e pragmatico.

Oggi, la bottega di via Matteotti è un   “buen retiro”, pieno di vissuto, il rifugio dove Fausto incontra amici e vecchi clienti che non  dimenticano il bravo artigiano che con maestria e sapienza ha messo l’anima nei loro mobili, porte, librerie realizzate su misura.
Una soddisfazione per Fausto che più di una volta mi ha ripetuto che nella sua vita da falegname ha lavorato più per se stesso che per i clienti, nel senso che il primo ad essere appagato del lavoro doveva essere lui. Un vecchio modo di concepire la vita e la professione, la necessità di fare bene le cose perchè è così che si doveva fare, l’importanza del lavoro “ben fatto”, della dedizione e  dell’impegno. Concetti e valori  che anche oggi dovremmo riscoprire  per il bene ed il futuro del nostro Paese anche in presenza di un mercato condizionato dal prodotto industriale, che risponde alla logica del minor tempo impiegato e del minor costo, anche quando va a discapito della qualità.

A questo grande amore per il  lavoro, alla propria bottega Fausto,  ha dedicato tutta la sua vita, rinunciando a progetti personali e familiari, vivendo il proprio mestiere come pienezza e testimonianza di una profonda fede cristiana. La preghiera e la lettura della Bibbia, infatti,  sono state sempre, e ancora di più lo sono oggi  ad 83anni,  per Fausto,  compagne, guida e cardini di riferimento.
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Una persona mite, saggia, paziente, profonda nei suoi valori  che con la meritata pensione, dopo anni a trasformare il legno, come lui dice “dono di Dio” in bei manufatti, dopo aver lavorato per una vita dall’alba fino a tarda sera segando e piallando legno,   ha scoperto dentro di se stesso, nella “stagione della vecchiaia”  nuovi linguaggi espressivi: la poesia e la pittura.
La poesia di un falegname, che nella vita non ha avuto tempo da dedicare  alla scuola, ma che ha  sopperito a tale lacuna grazie alla  ricchezza  di una profonda saggezza, l’intelligenza e la spontaneità. Poesie, pensate di giorno scaturite da incontri, passeggiate e da riflessioni derivate dalla lettura della Bibbia.
Anche per la pittura Fausto è un autodidatta, una passione scoperta a tarda età a seguito di un corso frequentato presso la nostra Università della Terza età e che oggi si è trasformata in una inseparabile compagna di viaggio.
***“il mare” di  Fausto Fattorini, 2002
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Da ultimo Fausto nel ritratto che fa di lui il suo grande storico amico, il Giudice dott. Raniero Gaggiotti: ” Conosco Fausto da circa quarant’anni e di lui mi piace ricordare in particolare il talento e la fede: quanto al talento, ha sempre avuto un gusto squisito e sicuro che, unito alla grande professionalità lo porta a consigliare sempre oggetti di qualità che con il tempo acquistano in preziosità , e quindi, in valore; quanto alla fede è generata  e arricchita dalla lettura attenta e frequente dei testi sacri della nostra religione cattolica. Da circa vent’anni Fausto si diletta anche di scrivere delicate poesie e di eseguire pastelli ed acrilici che ne testimoniano la versatilità e la sensibilità.
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Grazie Fausto per questa bella testimonianza di vita.
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La Presidente del Consiglio Comunale
*****prof.ssa Paola Andreoni

Angoscia 
In una mattina di foschia e
cielo grigio come solitudine,
abbattuto dalla sofferenza
come raccolto perduto.
Pensiero profondo come
abisso inaccessibile e
pensiero come turbine indomabile
improvviso come tuono
che desta il profondo dell’animo
dal mistero,
ergendo il capo uno squarcio
radiante come accesso a nuova dimensione
che alletta come madre che allatta il suo bimbo.
In quell’attimo come una
sorgente impetuosa che purifica l’essere,
il dolore è come forgiatura
che dona lucentezza.
****** di Fausto Fattorini, 2005

 

Il sole Amoroso
Attendo con gioia l’aurora,
come sposa per adonarla di luce.
E così mi diletto:
o terra sospesa nell’infinito,
con i tuoi ricami dorati,
brillanti come diamanti,
per questo ti coloro
come quadro prezioso
perchè mi alletti in amore indelebile.
Incomincio a dipingere in svariati colori
che fanno sospirare poeti e pittori.
i primi lampeggi dell’orizzonte,
un rosso come rosa profumata,
che varia in argento brillante,
come manto per il mare,
per addolcire la brezza mattutina.
le nubi a cascatelle di colori
graduali come scale ascendenti,
gira, terra mia diletta, come indossatrice,
perchè ti voglio contemplare,
per l’ultimo ritocco di luci sfumate e brillanti
che scivolano lentamente perchè tu ti allontani.
E aspetto con amore ineffabile
per darti nuovi ornamenti.

***** di Fausto Fattorini, 2004

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#OSIMANI con l’hashtag: Umbertì e Sandra

Continua la campagna #OSIMANI , volta a far conoscere il nostro territorio e la sua gente attraverso una galleria di volti e di storie raccontate in 140 caratteri (e oltre). Storie semplici ma veramente straordinarie.

 

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Ci sono vite di gente comune che vale la pena raccontare per recuperare una parte della nostra storia, quella personale  e quella collettiva della nostra piccola comunità osimana. Storie spesso sommerse che vengono ricostruite attraverso un mosaico  di sguardi , di anch’io c’ero, li  incontro tutti i giorni, di avvenimenti comuni a cui non facciamo, a volte, attenzione perchè presi dalla frenesia del quotidiano.
E’ questa la storia di Umberto Paoletti per gli osimani “Umbertì” e di sua moglie Sandra Cantarini.
Ma andiamo in ordine. Umbertì con la sua bottega in via Fuina è stato uno dei storici barbieri osimani. I barbieri non sono, forse, come per noi donne le parrucchiere di fiducia  in grado di tagliare i capelli alla cliente dandone una personalità, un look, ma è pur sempre un artista in grado di dare un’immagine ed uno stile ad un uomo. Con il trascorrere degli anni, la figura del barbiere è cambiata, un po’ come tutte le figure professionali, ma la sua sensibilità e attenzione verso i clienti rimane intatta.
Quella del barbiere rimane una figura romantica, anche se è cambiata la vecchia bottega con i suoi strumenti di lavoro: le caratteristiche poltrone da barbiere,  il rasoio a mano,  lo spruzzatore a pompetta per il dopobarba, gli affila rasoi in cuoio, i calendarietti profumati, … restando, comunque,  nel cuore e nella mente dei clienti che hanno potuto assaporarne i servizi.
La bottega del barbiere era il luogo degli incontri,  dei pettegolezzi al maschile, di confronto politico, di fusione e confidenza  tra il cliente e il barbiere e gli altri clienti in attesa. La vecchia bottega ha forse, un potere e un sapore inarrivabile per tantissimi aspetti ma quel legame stretto tra barbiere e cliente , in moltissimi casi, ancora oggi , non si è mai dissolto.

Ad Osimo sono state numerose ed attive le botteghe che esercitavano l’antico mestiere artigianale di barbiere. La maggior parte di queste botteghe ( alcune si chiamavano “salone”, in verità non meritavano l’accrescitivo in quanto erano, solitamente, una stanza di poco più di sedici metri quadrati dotata di uno sgabuzzino posteriore. Dentro ci stavano una o due poltrone  da barbiere , alcune sedie per i clienti  in attesa, un portaombrelli e un attaccapanni) con i loro capomastri e i loro allievi erano collocate al centro.
In via Lionetta c’era Gino POLVERIGIANI con Elvio soprannominato “Sverzi. In piazza del Comune esercitava l’attività di barbiere Carlo SGARDI al quale è subentrato il figlio Diego. In piazza Boccolino un tempo c’era il salone di Memo LUCHETTI, dove lavorava come giovane apprendista Mario VICARELLI.  Sempre in Piazza del Comune c’era il salone di barbiere di Peppe RAVAIOLI che aveva due aiutanti-barbieri, Alessandro MORRONI detto “Lesa” e Alberto CARBONARI.
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In via Fuina vicino alla panetteria di Ubaldina Sopranzetti c’era la barbieria di  Mario PAOLETTI poi rilevata da Umbertì il 9 settembre 1952. Per il Corso Mazzini c’era la bottega barberia di Ettore CAMPANELLI con il figlio Nino con il quale entrò poi in società Pippo MONTICELLI. Sempre in centro per il corso Mazzini di fronte al Teatro c’era il salone barberia di Lodovico CECCONI al quale subentrò poi il figlio Renato CECCONI, il decano dei barbieri osimani, oggi in pensione ma la cui  attività e tradizione familiare prosegue con il  nipote Mauro per il   vicolo Leon di Schiavo. In piazza Dante esercitava il mestiere di barbiere Augusto CANTIANI, mentre in piazza Leopardi al civico 8 c’è il salone barberia di Enzo e Francesco FORMICONI.
Al civico n. 10 di via Leopardi operava il mastro barbiere Antonio AMBROSONI, mentre per il corso Mazzini c’era anche Egidio CASTELLANI detto “Pirolello“. In Piazza del Comune c’era un altro barbiere,  Umberto CECCONI detto “Combi” che esercitava l’attività insieme al cugino Cesare CECCONI.
Altro barbiere per il Corso Mazzini era MONTEVECCHI padre di Giorgio, portiere dell’Ospedale osimano di SS.Benvenuto e Rocco. Per via Matteotti, la via che collega il centro al rione San Marco ci sono stati  ben quattro saloni da barbiere: Bruno CAPRARI detto “Buricchio“, Ettore TULLI con il figlio Oberdan, PRESENTI ( il nonno di Sergio Presenti) soprannominato “Zibino“; DEL COLLE ( padre dell’orologiaio di corso Mazzini 10). In via Malagrampa c’era un altro bravo e molto professionale barbiere-acconciatore, Gerardo SERLONI, una brava persona recentemente scomparsa.
A San Marco nella piazzetta e nei locali dove oggi Bruna, la moglie di Zazzera, regala il pane del giorno prima ai poveri, tagliava i capelli e la barba l’artigiano barbiere Marcello MIGNANI.
Al borgo per la costa c’era la bottega barberia di Carlo CAPORALINI e c’è la bottega di Fabio Guido FRANCHINI  mentre alle piane, sempre del Borgo,  hanno lavorato tre barbieri:   Vincenzo BIANCHI con Roberto CECCONI detto “Cinigiadove lavorava anche il giovane apprendista Gianni BRAZZONI ( oggi con una propria bottega in via Ungheria al civico 82), Tinuccio CASTELLANI  al quale alla sala da barba di via Trento 64 è subentrato poi il nipote Mauro. In via 5 Torri svolgeva il mestiere di barbiere Gianni SEVERINI prematuramente deceduto al quale è subentrato nel 1978 il figlio Carlo.
Alla Pietà ci sono stati due  barbieri:  Solideo BARTOMIOLI un personaggio e GIAMPIERI poi passato a fare lo scopino. MARZOCCHINI  Giuseppe è il parrucchiere-barbiere che ha il salone in via Don Sturzo al civico 45 al così detto “Colosseo”, in via Strigola c’era un altro storico barbiere osimano, Adolfo BALERCIA. In via Olimpia ci sono due barbieri, o per meglio dire per effetto dei tempi moderni, due acconciatori per uomini: Massimo PESARESI il figlio dello storico custode del PalaBellini, Graziano, e MENGONI Marcello con il suo salone “Hair professional“.
In zona Sacra Famiglia al civico 25 di via Einaudi  c’è il mastro barbiere-acconciatore Luigi GIAMBARTOLOMEI. Nelle frazioni esercitano l’attività di barbiere-acconciatore a San Biagio in via Goldoni l’Acconciatore Sandro, alla Linguetta c’è un altro barbiere-acconciatore, Massimo GRACIOTTI.
Negli anni passati anche a Osimo Stazione c’erano due botteghe artigiane dove svolgevano il mestiere di barbiere Luigi CECCONI  e un altro barbiere di nome Peppe che veniva da Camerano. A Passatempo si divideva tra il mestiere di barbiere e quello di ferracciaio un tal Bruno SABBATINI.
Spero di non aver dimenticato nessuno, i nomi  dei colleghi Umbertì li ricorda tutti e per ognuno di loro mi ha raccontato un aneddoto e  un ricordo affettuoso.

Umberto classe 1939, alle soglie degli ottantanni ma  lo spirito ancora di un ragazzino, ricorda con commozione gli anni della fanciullezza, aveva  circa 8 anni quando andava a scuola la mattina e poi correva il pomeriggio a lavorare dietro il bancone del caffè di mio nonno Eugenio ANDREONI e nella profumeria Gabbanelli  per cercare di portare a casa qualche soldo, in tempi in cui la miseria la faceva da padrone.
Dopo una breve esperienza di meccanico ( come riparatore di vespe e lambrette) nella officina Mazzuferi di via Zara,  a 13 anni entra in bottega come apprendista barbiere dallo zio Mario PAOLETTI. Quest’ultimo dopo aver lavorato per diversi anni come dipendente della bottega da barbiere di ANTONELLI, ( in capo al Corso) la più rinomata di Osimo chiamata anche  “la barberia dei signori” ( in questa bottega ci ha lavorato anche Roberto MUTI poi stimato ragioniere all’Astea)   aveva deciso di mettersi in proprio. Acquistato un piccolo locale in via Fuina al civico 16  Mario Paoletti l’abbellì e l’attrezzò con  due poltrone da barbiere. In poco tempo  si conquistò e ritagliò subito una bella fetta di clientela. Oltre al giovane “garzone-apprendista” Umbertì, nella  bottega da barbiere ci lavorava anche un altro esperto mastro barbiere, PIETRONI soprannominato “Miserì” e  faceva da jolly, veniva chiamato a rafforzare lo staff della bottega quando ce n’era bisogno, Nanni DORGILLA ( un barbiere esperto, ma invalido di guerra, che poteva rendersi utile solo per il servizio taglio dei capelli).
Umbertì non poteva trovare ambiente migliore per imparare il mestiere. Dallo zio Mario, dagli altri due validissimi collaboratori in poco tempo, Umbertì,   impara tutti i segreti e l’arte del mestiere di barbiere. Tecnica poi perfezionata, anche, partecipando ( nei giorni di riposo e con altri apprendisti osimani come:Diego SGARDI, Gianni SEVERINI, Renato CECCONI )  alla Scuola Professionale di taglio dei capelli che era in Ancona diretta dal maestro barbiere Gilberto Santarelli.
Un mestiere che Umbertì ha amato molto e che lo ha visto nella sua bottega di via Fuina fino al dicembre del 1999, per più di 47 anni.

Un barbiere all’antica, come lo è stato  il suo collega e amico Cecconi Renato, entrambi sempre rimasti fedeli ai riti ed alle tecniche di questa antica e nobile professione appresa da ragazzi: il taglio di capelli sartoriale, la rasatura con panno caldo, e con gli unici strumenti da lavoro che  sono stati pettine, forbici e rasoio. Un mestiere che ha fatto di Umberto e degli altri  barbieri di una volta,  personaggi pubblici, perchè dal barbiere non si andava solo per barba e capelli, ma la loro bottega era un luogo di incontro, di lettura e di conversazione. Ai tempi in cui non esisteva “facebook”  la bottega di Umbertì, come degli altri barbieri osimani, era un ritrovo tra amici, dove si parlava di politica, di calcio. La bottega del barbiere era il luogo del riposo, della pausa, dove facile regnava l’ironia, dove si inventavano soprannomi e si passava al setaccio tutto il paese, nei suoi avvenimenti buoni e cattivi: morti, matrimoni, fidanzamenti e i pettegolezzi  vari. Se si voleva sapere qualcosa o sondare “il polso politico di Osimo” non ‘c’era che miglior posto che andare dal barbiere, l’ “agenzia stampa cittadina”.

La clientela di Umbertì era composta da persone appartenenti a tutte le diverse categorie: ricchi, poveri, contadini e impiegati. Umberto, però, mi ha raccontato anche di clienti speciali: Fagioli detto Bazzarò che veniva appositamente da Ancona alle 7 della mattina per farsi due volte la settimana la barba ( e in quei giorni Umberto apriva la bottega prima per scaldare l’acqua); il maestro Antonio CREMONESI che oltre insegnare controllava e gestiva il Cinema Concerto e spesso il servizio  del taglio dei capelli e la cura della barba era barattato con qualche biglietto gratis per entrare al cinema al lunedì e con le  artistiche scritte di auguri di Natale che il bravo maestro disegnava sugli specchi della bottega; Dario MAGNALARDO che era il Presidente dell’Associazione dei barbieri; IPPOLITI Peppino ( figlio dello stimato prof. Ippoliti) e Giuseppe MARCHETTI detto “Mattaccino” un tipo solitario che non amava fare la fila  e allora andava su appuntamento  tutti i Sabati e i Mercoledì puntuale alle 21 ultimo cliente  con il quale si concludevano i due giorni più duri del lavoro.
C’erano anche clienti speciali ai quali il servizio veniva fatto a domicilio: il conte Marchese Honorati presso la cui abitazione ( vicino la rotatoria “la Gironda”) Umberto andava  tutti i sabati mattina all’alba, a piedi, prima di aprire la bottega; Budini il ragioniere della Fornace Fagioli, il sig. Filippo ROSSI ( operaio storico della Fornace Fagioli) e padre Biagio Anastasi ( grande figura carismatica della chiesa osimana) presso la chiesa della Misericordia due volte la settimana prima della messa mattutina; Gaetano MIGLIARINI il grande industriale dell’alimentare osimano proprietario dei supermercati Vegè.
” Il sig. Gaetano – mi racconta Umberto – oltre che  essere  una persona squisita e generosa era anche un grande cattolico, e dato che si era informato che presso le barberie erano solito offrire in lettura ai clienti in attesa,  riviste moralmente poco edificanti, fece dono a Umberto dell’abbonamento della rivista “Presenza” e del quotidiano “Avvenire” con preghiera di tenerli sempre ben in vista per i clienti”. La bottega di Umbertì ha avuto anche questo singolare primato, era l’unica barberia ( forse in tutt’Italia) dove si poteva leggere, in attesa del taglio,  la voce  ufficiale dei Vescovi italiani.
Ad Umberto Paoletti va anche il merito, grazie al  suo carattere conciliante ma anche risoluto e determinato, di aver fatto “battaglie” in favore della categoria dei barbieri osimani. E’, infatti, grazie a lui se dalla domenica del 28 febbraio 1978 i barbieri osimani non hanno più tenuto aperte le botteghe la domenica mattina.  Prima, infatti, i barbieri lavoravano anche la domenica mattina, mentre il lunedì per tradizione è stata sempre la giornata di chiusura delle botteghe. Ricorda Umberto tuttavia che il lunedì giorno di festa per i barbieri  era comunque giorno di lavoro dedicato alla pulizia del locale, delle poltrone, dei ferri del mestiere con Sandra, la moglie, che provvedeva a fare il cambio  della biancheria utilizzata per i clienti.
Ad Umberto ( che era stato nominato a capo di una commissione comunale ) si deve, anche,  l’ accordo sulla istituzione  di un tariffario comunale che impegnava tutti  i barbieri osimani ad applicare   tariffe concordate per ogni servizio di barberia: ad esempio si era concordato che il taglio dei capelli doveva essere di lire 1.500.

Una bella storia  di passione ed  attaccamento al proprio lavoro,  quella di Umbertì, e mi raccomando quando lo incontrate per via  Torri, salutatelo ma non fatelo arrabbiare chiamandolo “acconciatore”, Umbertì è stato e vuol essere ricordato come  “barbiere”, il “Barbiere di Padre Biagio“.

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Quella di Umberto e Sandra è anche una bella storia d’amore. Si sono conosciuti o per meglio dire “schivati” al Caffè di nonno Eugenio dove Umberto era di casa perchè fin da piccolino aiutava nel pomeriggio nonno e nonna nelle piccole attività del caffè e, anche se 16enne era diventato apprendista barbiere nella bottega dello zio Mario, andava spesso al caffè degli Andreoni e spesso lì si fermava a mangiare con mio padre Fausto e zio Amleto. Sandra, invece appena 16enne era stata assunta da nonno Eugenio come commessa del Caffè e da brava ed attenta addetta al bar quando, un giorno, quel “ragazzotto” di Umberto entrò in negozio  gli chiese: “Scusi cosa desidera ? “. Umberto  offeso ( per essere stato scambiato per un cliente) non le rispose per niente andando diritto, con far sicuro nel retrobottega come uno di casa, chiedendosi: “Ma chi è mai questa ? “.

E’ bastato così poco, che si sono subito fidanzati e pochi anni dopo, nel 1963, già  si promettevano amore eterno davanti  a Dio e al prete di San Marco. Con il cuore pieno di speranze, probabilmente non immaginavano un futuro così lungo assieme: quest’anno contano 54 anni di vita comune.

Come in tutte le famiglie le difficoltà non sono mancate, ma la solidarietà, la complicità  e la gioia di condividere ogni momento della propria vita, quelli sereni al pari di quelli difficili, ed affrontare insieme ogni giornata, ha consentito loro sempre di superare ogni ostacolo.

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Lo staff del “ristorante dei poveri dell’ECA”dove per poche lire si assicurava un pranzo decente, detto in osimano “il pappò”, agli indigenti osimani.
Le cuoche erano: MAGNALARDO Gina, BAIOCCO Clara, CANTARINI Sandro, CECCONI VIGIANI Aida, SASSO Francesca, MARSILI Francesca, COTOLONI, e con la superiore suor LUIGINA

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Artigiano barbiere lui, mentre lei è stata commessa al bar di Antonio SERRANI, poi aiutante cuoca al ristorante dei poveri gestito per più di 10 anni dall’ECA , poi operaia in fabbrica a Castelfidardo ( fisarmoniche Moreschi) e da ultimo commessa al nuovo bar , “4+1” di San Marco. E’ questa la storia semplice di una solidissima coppia osimana

Un augurio sincero a Sandra e Umbertì, osimani fin nel midollo, un bell’esempio di famiglia e  di vicinanza reciproca.

La Presidente del Consiglio Comunale di Osimo
………………….Paola Andreoni


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#OSIMANI con l’hashtag: m°Mario Mosca pittore, incisore e litografo.

Continua la campagna #OSIMANI , volta a far conoscere il nostro territorio e la sua gente attraverso un galleria di volti e di storie raccontate in 140 caratteri (e oltre). Storie semplici ma veramente straordinarie.

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La persona che merita, questa volta,  la nostra attenzione per essersi particolarmente distinta nello svolgimento del proprio lavoro e per il contributo reso alla città  nella  promozione culturale e artistica è Mario MOSCA.
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Un artista della nostra città, cresciuto  tra i nostri vicoli e colline con  la bellezza della nostra campagna negli occhi.
Mario Mosca nasce il 26 settembre 1940 ad Osimo dove vive e incessantemente lavora. Cresce in una famiglia di artigiani, il padre Sisinio era uno stimato ed onesto artigiano-imbianchino abituato a guadagnare il pane da vivere  nella fatica del  duro lavoro quotidiano. Una famiglia semplice e solidale ma anche molto sensibile alle varie espressioni dell’arte: il teatro, la musica classica e sinfonica. Finito  il lavoro Sisinio si immergeva nella sua passione per  lo studio e la pratica della  musica quale  apprezzato “cornista” della banda musicale cittadina. I due figli Mario e Sandro sono cresciuti in questo ambiente  povero dal punto di vista economico ma ricco di valori  interiori e spirituali, incline  al senso della bellezza ( ascolto della buona musica, frequentazione del teatro ed ammirazione per tutto ciò che era espressione artistica: i monumenti cittadini, le nostre chiese, i panorami che le varie stagioni offrivano, alcune belle riviste che Sisinio non faceva mancare agli occhi attenti e curiosi dei suoi due figli).
Sisinio forse non avrà mai letto Dostoevskij e sarà stato all’oscuro del suo motto: “Il mondo sarà salvato dalla bellezza”; ma grazie a questo clima familiare stimolante verso gli orizzonti dell’interiorità, dell’immaginazione e della bellezza,  ha favorito nei suoi ragazzi la ricerca del buon gusto, l’attitudine dello spirito e dei sensi  a gustare e apprezzare le cose belle e raffinate.
Non c’è da stupirsi, quindi, se fin da piccolissimo ( 9-10 anni) Mario riproduceva  già molto bene i vari personaggi che comparivano su “Il Corriere dei Piccoli” e su “Il Vittorioso”. A 12 anni, a scuola, sotto la guida dell’ottimo professore di disegno Sardus Tronti, dipinse con i colori a tempera una splendida natura morta con tante varietà di pesci che sembravano veri, tanto che l’insegnante (che apprezzava con entusiasmo le grandi capacità artistiche del suo allievo) volle farla appendere alle pareti dell’istituto.

Mi racconta Mario che fin da piccolissimo eraffascinato dall’opera di Michelangelo, e che di notte, al lume di candela, leggeva le storie dei grandi maestri del Rinascimento, ne studiava ed ammirava le opere, provando a riprodurle  su fogli a carboncino centinai di volte. Fin da piccolissimo dipingeva ad olio e non avendo soldi necessari per acquistare i colori si arrangiava, impastando i colori – come un maestro del Rinascimento – con le terre colorate e l’olio di lino, mentre per i bianchi impastava la biacca di zinco con risultati stupefacenti per la bellezza e compattezza dei colori che, a distanza di tanti anni hanno mantenuto ancora una freschezza incredibile.
Ha dovuto sempre arrangiarsi per i materiali. Per le tele, ad esempio, aveva scoperto che sua madre conservava dentro il  comò diversi rotoli di tela tessuta a mano  per lenzuola ( era il corredo delle spose  di un tempo che tutte le donne portavano in dote). All’insaputa di tutti, ogni volta che aveva necessità di dipingere un quadro, ritagliava grossi pezzi di tela che inchiodava su di un rudimentale telaio realizzato con quattro strisce di legno racimolate nella bottega dello zio Vittore che faceva il falegname.
Il fratello Sandro più piccolo di tre anni, ancora lo ricorda giovanissimo partire la mattina di buon’ora armato di pennelli, tavolozza, colori e cavalletto diretto “ai piedi” del borgo per ritrarre “en plein air” scorci di via Trento e di via Roncisvalle. La campagna osimana, la vita cittadina, infatti,  sono stati i primi soggetti dei dipinti di Mario Mosca.
Ricorda Mario l’emozione e la felicità per il primo dipinto venduto, ( aveva all’incirca 14 anni) che fu acquistato dalla moglie di un bancario osimano per 500 lire e tre uova fresche. Seguirono,  con grande soddisfazione, altre importanti negoziazioni: il Presidente di allora della Banca Popolare di Osimo, il dott. Tullio Alessandrini, gli commissionò due tele per il salone della banca: entrambe di notevoli dimensioni raffiguranti, una il Duomo di Osimo, l’altra il campanile di San Marco dalla piazza del mercato dei buoi. Anche il Direttore della “banchetta popolare”, avv. Ugo Sinibaldi,  è stato uno dei primi acquirenti, una bella tela, raffigurante Osimo, che per tanti anni ha abbellito l’ufficio direzione della banca di piazza Gallo.
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Tanti bei attestati di stima che incoraggiarono il giovane pittore osimano nel proprio talento. Il primo riconoscimento importante  arrivò alla prima mostra a cui Mario, nel lontano 1957, partecipò. Si trattava di  una mostra nazionale che si teneva a Jesi, presso il palazzo della Signoria, Mario ci partecipò partendo da Osimo con il suo “scassatissimo” motorino. A questo primo concorso ne seguirono altri, tutti coronati da  successi ed apprezzamenti che contribuirono a rafforzare la motivazione che quella dell’arte era la sua strada e la forte motivazione che quella passione poteva diventare anche la sua professione che gli avrebbe permesso di che vivere.
Importanti sono stati per la sua crescita artistica alcuni incontri, primo tra tutti quello con il grande artista xilografo osimano,  Bruno da Osimo.

L’incontro con Bruno da Osimo, avvenne grazie ad un amico e grande  suo estimatore: Giuseppe Bardezzi.
Mi racconta Mario: “In poco tempo ebbi la fortuna di accedere allo studio di villa “Stella Maris” dove, Bruno Marsili, il grande xilografo osimano  con un basco che gli scendeva fin sulla guancia era intento a creare sulla tavoletta di bosso le sue opere. Avere conosciuto Bruno da Osimo, uomo piccolo di statura ma grande di cuore, fu per me una esperienza indimenticabile. Mi accolse con affetto ed ebbe buona considerazione verso la mia espressione artistica”.

Altra esperienza vitale per la  crescita artistica di Mario Mosca  è stata la frequentazione a Roma delle principali gallerie d’arte  di Piazza del Popolo, via del Babuino, via Margutta e piazza di Spagna. Allora, fine anni 50, era in voga il neo-realismo, e a Roma  il nostro artista osimano, ancora “alle prime pennellate”,   aveva avuto la fortuna di incontrare i principali pittori come Guttuso, Treccani, con i suoi contadini calabresi, Domenico Purificato. “Ciò che mi interessava allora – racconta Mario – era quella pittura, una vera ricerca innovativa verso l’espressionismo definita “Scuola romana”, che aveva come massimi esponenti Scipione e Mafai. Ammiravo l’opera di Scipione, una notte dipinsi dal vero Piazza Navona proprio in omaggio a Scipione. Tutto ciò mi portava ad amare l’espressionismo.”
E’ del 1959 la prima mostra personale, e non poteva che essere allestita in Osimo, sua città natale, presso  il locale adibito a biblioteca popolare ( era ubicata nel palazzo della mensa Vescovile, in Piazza del Comune, dove si trova attualmente la Banca Popolare di Ancona). Negli anni ’50 erano rare le mostre d’arte ad Osimo, la prima di Mario Mosca richiamò un buon numero di visitatori.
Ricorda Mario che una delle tele esposte, raffigurante una natura morta, fu acquistata da mons. Domenico Brizi per impreziosire le sale del Palazzo Vescovile.

Nel 1960 espone le sue opere alla mostra “giovani firme” presso la Galleria Puccini di Ancona. Una collaborazione quella con la galleria dorica che durò per parecchi anni  con diverse esposizioni come quella del 1961 con tema ” il paesaggio marchigiano” che permise al giovane talentuoso artista osimano di venire in contatto con i principali artisti marchigiani.

Altre esposizioni di rilievo, di quel periodo,  sono state quelle di Sassoferrato  per il premio internazionale “G.B.Salvi” ed a Macerata nel 1962 per la mostra d’arte sacra.

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Altro incontro determinante per la crescita artistica di Mario Mosca è stato quello con il maestro Luigi Bartolini. Mi racconta Mario: “non avrei mai fatto l’incisore se non avessi incontrato , giovanissimo, sulla mia strada Luigi Bartolini , fui folgorato da quelle incisioni così immediate “.  E da quell’importante incontro risalente agli anni 1961,  infatti,  l’incisione  – con una incessante e severa ricerca di approfondimento della sua tecnica – ha accompagnato sempre l’attività artistica di Mario Mosca. Non più solo pittore ma anche grande ed apprezzato incisore.
Ventenne Mario perfeziona il proprio tratto artistico iscrivendosi all’Accademia di Belle Arti di Macerata frequentando i corsi di studio sul nudo.
Nel frattempo i suoi quadri e le sue incisioni sono richieste dalle  principali gallerie di tutt’Italia e aumentano le occasioni  per  le mostre personali anche fuori dei confini nazionali. Inizia ad esporre le sue opere – tele ed incisioni in Italia e in Europa. Tra le principali mostre e personali da ricordare quelle di:   Ferrara nel 1963 mostra personale alla galleria “Borgoleoni”, alla “Biennale dell’Incisione  Contemporanea” di Taranto in vari anni, alla “IV  Mostra di Grafica Italiana” di Milano, a Bologna in vari eventi e in particolare al “Concorso Nazionale di Pittura e Bianco-Nero” del 1966, in Spagna per la “Fiera Internatcional de Madrid” Arte contemporanea del 1983, alla Hynes Convention Center di Boston, all'”Atrexpo 1991 e all’ ” JacobJavits Convention Center” di New York, alla Valley Forge Convention Center di Philadelphia, a Tokyo al Tias Trade Center Harumi, ad Amsterdam – nel 1963 – alla Graphil Gallerie, ….
L’associazione nazionale incisori che aveva come Presidente il mitico Carlo Carrà e che conta come membri  i più grandi maestri dell’incisione da Luigi Bartolini a Giorgio Morandi, a partire dal 1963, lo riconosce come  proprio esponente e come tale viene invitato a tutte le più importanti mostre e biennali dell’incisione contemporanea.

Il successo e l’apprezzamento per le sue opere non modificarono lo stile di vita e i valori di Mario Mosca che rimane sempre legatissimo alla sua città natale. E ad Osimo l’artista pittore e incisore “senza testa” non ha mai negato le sue mostre ed esposizioni personali. Nel 1965 il Sindaco Vincenzo ACQUA e l’assessore alla cultura m° Carlo GOBBI offrirono a Mario Mosca la possibilità di esporre i suoi quadri e manufatti d’incisione  nella sala Consiliare ( la sala gialla ). Un onore ( mai tali spazi del civico consesso sono stati in seguito offerti ad altri artisti )  e un ringraziamento in pregio al giovane artista  osimano la cui fama si stava diffondendo a livello nazionale.

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Alla fine degli anni sessanta la vita artistica  di Mario Mosca ha una svolta importante,  lascia Osimo per approdare a Milano.
Nella capitale italiana dello sviluppo economico ed industriale, centro vitale  del così detto “miracolo economico”,  ma anche fulcro della vita culturale del nostro Paese, Mario Mosca inizia la sua ricca attività di litografo con la stamperia “La Spirale” di Milano.  Lavorare per “La Spirale” significava essere riconosciuto come uno dei maggiori artisti italiani, nella zona più artistica di Milano, in quella che veniva e viene definito ” il cortile dei Pittori”.  Qui l’appena ventottenne osimano  che aveva imparato a disegnare dal balcone della  finestre del vicolo  Croccano conosce e lavora con i più affermati e famosi artisti italiani e non solo: maestri come Ennio Morlotti, Cazzaniga, Cascella, Giuseppe Ajmone, Cassinari, Fiume, Guttuso, Orfeo Tamburi e Franco Rognoni.
In questo stimolante clima  e “corte di artisti”, Mario Mosca era conosciuto da  tutti come il “più giovane artista della Spirale” e sono stati , per il nostro pittore -incisore osimano, anni di grande crescita, ricerca  e maturazione artistica. Un rapporto con Milano che poi è proseguito negli anni, con la partecipazione a Mostre e Personali che ha suscitato  l’apprezzamento,  e la nascita di un profondo  rapporto di stima con il critico d’arte Vittorio Sgarbi. In più occasioni, il famoso critico d’arte nonchè noto personaggio televisivo,  ha voluto nella sua attività di promozione di Mostre e Gallerie, la presenza di opere del nostro Mario Mosca. L’ ultimo invito,  in ordine di tempo,  risale a questa  estate,  in occasione del “Festival Internazionale dei due Mondi di Spoleto” dove anche le opere di Mosca sono state ammirate da numerosi visitatori e turisti.

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Oggi Mario Mosca, da pochi giorni fresco dei suoi 77 anni, come tutti i grandi artisti non è una persona appagata dei tanti riconoscimenti e premi acquisiti.  La pittura e l’incisione sono per lui stile di vita ed esigenza primaria e quindi continua, con la passione di sempre,  a dipingere e ad incidere esportando nelle sue opere la sua stessa anima.  Il suo stile e interesse artistico è cambiato, non più opere figurative che per tanti anni hanno rappresentato i suoi quadri, con la raffigurazione  delle vedute più belle e caratteristiche  di Osimo, di Numana e della nostra  civiltà contadina. In questi ultimi anni  la sua sete di ricerca artistica è approdata ad un’espressionismo cromatico,   “una gioia, onirica,  esplosiva di colori” come ama lo stesso autore definire le sue recenti tecniche di pittura.
Una ricerca di sempre nuovi bisogni espressivi e ancora tanti progetti nel cassetto che giorno dopo giorno non abbandonano l’artista osimano al pur  meritato riposo o nel cullarsi dei ricordi dopo quasi 60 anni di pittura ed incisione. Per Mario Mosca un quadro o il completamento di una incisione non rappresentano, infatti,  una meta raggiunta ma solo una tappa del viaggio e, forse, una direzione verso spiagge e luoghi sconosciuti, ovvero una personale Odissea.
E’ questo il messaggio che traggo dalla conoscenza di questa brava persona e grande artista.
Agli osimani e in particolare ai lettori di questo blog rivolgo l’invito a visitare, ammirare, e farsi descrivere dallo stesso autore, le tele che il m° Mario Mosca espone presso la chiesetta di San Gregorio in Piazza Dante  accanto al Collegio Campana nel centro di Osimo.  Ne uscirete ricchi, sorpresi per la profondità dei messaggi visivi,  carichi di spunti letterari, musicali, paesistici e per la padronanza del tratto artistico. Ne uscirete appagati nell’anima per aver visto le opere di un grande artista della nostra terra. Scoprirete anche, come è successo a me, una persona sensibile e dolce, una persona e un artista alla ricerca dei valori veri della vita, nelle sue tele non mancherete di trovare anche un po’ della vostra anima quella più intima.

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Il Centauro e la Ninfa, acquaforte su zinco del 2011

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Da mercoledì  11 ottobre le migliori opere del nostro artista saranno in esposizione alla Biennale International Art Meeting di Milano, curata dal manager della cultura Salvo Nugnes, mentre   si è da poco conclusa la partecipazione ad  altre due prestigiose esposizioni: a Londra al The Crypt Gallery e a Malta.
Complimenti al nostro infaticabile e poliedrico artista osimano,  m° Mario Mosca,  pittore, incisore e litografo.

La Presidente del Consiglio Comunale di Osimo
………………….Paola Andreoni


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#OSIMANI con l’hashtag: Giulio AMBROGETTI !

Continua la campagna #OSIMANI , volta a far conoscere il nostro territorio e la sua gente attraverso una galleria di volti e di storie raccontate in 140 caratteri (o poco più). Storie semplici ma veramente straordinarie.

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La persona che merita, questa volta,  la nostra attenzione per essersi particolarmente distinta nello svolgimento del proprio lavoro e per il contributo reso alla città  nella  promozione culturale e nello sviluppo delle istituzioni democratiche è Giulio AMBROGETTI. Nato ad Osimo il 14 aprile 1929, Giulio,  è cresciuto tra i vicoli della nostra  Osimo, in tempi non facili – segnati da avvenimenti tragici per il nostro Paese –  in cui la fanciullezza non è stata, come dovrebbe sempre essere,  un’età di leggerezza e spensieratezza. Dopo un percorso di studi travagliati a causa degli avvenimenti bellici, Giulio si diploma al prestigioso Istituto professionale di Fermo in Perito Elettrotecnico con specializzazione in radiofonia. A 19 anni, appena diplomato, inizia a lavorare all’ASPM di  Sambucheto divenendo un valido ed apprezzato tecnico  e poi capo  responsabile tecnico della municipalizzata osimana, azienda  che forniva luce, acqua alle  case degli osimani.
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***********************************************************Ambrogetti Giulio: 30 anni alla Rai

Dopo 10 anni di ASPM le ambizioni professionali di Giulio trovano sollecito nella  voglia di cambiamento, nell’ entusiasmo verso l’impegno, verso un futuro che intravedeva come ricerca di nuovi traguardi più prestigiosi. In questo cambiamento sicuramente importante è stato l’esempio del fratello Vittorio,  più giovane di cinque anni,  ma con tanta voglia di realizzare sogni.  Anche Vittorio  si era diplomato all’Istituto “G.e M. Montani” di Fermo, anche lui Perito Elettrotecnico. Dopo diverse ed importanti esperienze lavorative presso la Marposs di Bologna ( costruzioni apparecchi di misura elettronci) e la “Dalmine Acciaierie” di Bergamo, Vittorio,  ha puntato tutta la sua attenzione personale e professionale   verso quella affascinante scatola magica – la televisione –  con i suoi  sogni  a portata di un pulsante che in quegli anni stava arrivando, nelle case degli italiani con le sue prime trasmissioni.
Vittorio entra in Rai nel 1957 a seguito di un concorso per tecnici, Giulio seguendo le orme del fratello entrerà in Rai a 30 anni nel 1959 dopo aver superato, anch’egli,  una selezione nazionale per operatori tecnici fonici.
Un’ avventura quella dei fratelli Vittorio e Giulio Ambrogetti alla Rai – Radio televisione Italiana –  coronata da tante conquiste e riconoscimenti professionali   grazie alle indiscusse competenze tecniche, continuamente aggiornate,  ed alle profonde doti morali, umane e relazionali che li hanno contraddistinti nel loro operare, facendone   apprezzare la generosità, la correttezza e la trasparenza in ogni ambito applicativo.

I fratelli Ambrogetti  hanno  dedicato tutta la loro  vita lavorativa alla Rai: Vittorio per 35 anni ha collaborato, direttamente con artisti,  musicisti, giornalisti, politici  ( da Alberto Lupo a Vittorio Gassman, a Liliana Cavani, Gorny Kramer, Emilio Fede, il Quartetto Cetra, Enzo Biagi e non ultimo il beato Padre Mariano) alla realizzazione delle colonne sonore di molteplici programmi di attualità e spettacolo per poi coordinare il reparto videoregistrazioni a supporto dei Telegiornali; 30 anni di servizio quelli – invece – prestati da Giulio alla Rai.
30 anni nei quali, grazie alla sua intraprendenza, Giulio è stato punto di riferimento professionale ed umano di tutti i collaboratori, i giornalisti,  i consulenti e le maestranze dell’azienda, contribuendo alla realizzazione di buoni rapporto relazionali con la realtà aziendale e di adattamento rispetto  agli innumerevoli e veloci cambiamenti tecnologici del settore.
30 anni che hanno visto Giulio accompagnare, come esperto tecnico, i più importanti giornalisti italiani e le più importanti autorità nazionali nelle missioni ufficiali  all’estero: in Egitto, in India, in America del Sud come negli Stati Uniti. Ha accompagnato Papa Paolo VI in quasi tutti i suoi viaggi apostolici all’estero: in Giordania,  India, Stati Uniti d’America,  Filippine ( dove assistette in prima persona al tentativo di aggressione di uno squilibrato uscito dalla  folla ), Australia. Ha accompagnato, sempre come inviato tecnico al suono ed  alle riprese, il Presidente Sandro Pertini nella prima visita di un Capo di Stato italiano in Cina, è stato  negli Stati Uniti per una inchiesta giornalistica in occasione dello svolgimento  delle elezioni del Presidente degli Stati Uniti nel 1968 (intervista a Richard Nixon), ecc.
Nel corso della sua professione alla Rai, Giulio, ha collaborato alla realizzazione di importanti programmi per la TV, ha avuto occasione di avvicinare Capi di Stato, Presidenti e numerosissime personalità fra le più importanti del mondo nei campi della politica, dell’economia, delle scienze e dello spettacolo. A Roma, nel frattempo, Giulio con la stessa caparbietà  ed impegno con cui ha saputo acquisire tutte le capacità tecniche che il lavoro gli richiedeva, si laurea, presso “La Sapienza” in Sociologia.
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Ancora oggi incontrandolo per il corso di Osimo, Giulio vi potrebbe incantare nel raccontarvi  i ricordi migliori, i tanti aneddoti con Sandro Ciotti, gli scambi di auguri e i saluti in dialetto osimano quando si incrociava con la compaesana “signorina buonasera”, Beatrice Cagnoni, negli studi di produzione tv di via Teulada, i contatti e le indicazioni tecniche   ai tanti personaggi famosi ai quali ha sistemato  i microfoni prima delle interviste,   e le più di  1.000 ore di volo fatte nel corso del suo lavoro alla Rai visitando Paesi e conoscendo la maggior parte dei popoli della Terra.

Solo verso il termine della sua carriera alla Rai,  grazie al nuovo incarico assegnatogli di funzionario responsabile della sezione produzione  alla sede regionale per le Marche  di Ancona, Giulio Ambrogetti ( che fino ad allora ha risieduto stabilmente a Roma),  ha potuto fare ritorno nella sua amata Osimo e così riallacciare i vecchi legami di amicizia che,  causa l’impegno professionale a Roma,  erano stati allentati.

L’uscita di scena dal lavoro alla Rai, coronata con  l’importante ed ambito  riconoscimento di “Maestro del Lavoro” non ha rappresentato per Giulio l’arrivo del sospirato riposo, ma l’inizio di una nuova sfida: l’impegno politico amministrativo per Osimo.  Un “dulcis in fundo”, un modo per restituire ad Osimo un po’ del tempo che lo aveva visto costretto a vivere a Roma, un mettere a disposizione della nostra città quel bagaglio di conoscenze acquisite in tanti anni di lavoro e in tanti luoghi visitati, un modo per cercare di dare un contributo alla crescita della città che gli ha dato i natali ed alla quale si è sempre sentito fortemente legato.
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Quanti  con Giulio hanno condiviso l’esperienza amministrativa come Consigliere Comunale, all’epoca  del sindaco Alberto Cartuccia, ne ricordano il profilo morale e la tensione ideale.
L’11 maggio 1983 Giulio Ambrogetti ( già consigliere comunale nelle fila della DC) viene chiamato, dal sindaco Alberto Cartuccia, alla guida dell’Assessorato alla Sicurezza Sociale a Pubblica Istruzione: due settori particolarmente delicati ed impegnativi nella vita amministrativa della città.
L’impegno come Assessore ai Servizi sociali ed alla Pubblica Istruzione e poi al Commercio, alla Polizia Comunale  nei due mandati Cartuccia è stato l’ultimo di una militanza politica e amministrativa apprezzata e coraggiosa, improntata a declinare localmente i concetti di welfare, equità,  in anni di convulsi mutamenti sociali e legislativi e di pesanti restrizioni della spesa pubblica. A guidarlo su questo, come su altri crinali,  è stata  la saggezza ed uno spirito entusiasta, pronto a far prevalere il lato positivo nell’approccio ai problemi quotidiani e nei rapporti con gli altri. Grazie al suo impegno nella ricerca dei fondi necessari sono entrate in funzione nel periodo del suo Assessorato la palestra scolastica alla Stazione di Osimo e la palestra di via Molino Mensa. Altra importante novità portata in Osimo dall’Assessore Ambrogetti,  l’istituzione del Centro diurno per anziani, che diviene un punto di appoggio del servizio domiciliare per gli anziani. Altra importante novità attuata  nell’ambito dei servizi sociali è stata l’ istituzione del “minimo vitale” (siamo negli anni ’80 e se pensiamo che oggi si discute di “reddito di cittadinanza” si capisce come, la sua visione prospettica e la sua sensibilità fossero proiettate nel lungo tempo)   uno strumento innovativo con il quale venivano integrati i redditi degli osimani meno abbienti , in particolare degli anziani, per assicurare loro  la copertura delle esigenze vitali.

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( il dott. Ambrogetti Giulio Assessore ai Servizi Sociali del Comune di Osimo e il Presidente della Lega del Filo d’Oro, Guido De Nicola)

Una sfida, quella della politica,  anche questa, vinta, da parte di un uomo che molto si è speso per il progresso materiale e culturale della nostra comunità.

Aggiungerei come particolare nota caratteristica del suo operato come amministratore cittadino – per quanto ho potuto documentarmi ed informarmi –  che Giulio Ambrogetti,  è stato un uomo delle istituzioni, uno che non si faceva accecare dalla passione politica, ma sapeva riconoscerne i valori superiori, traducendo il suo operato in sensibilità, attenzione, ascolto e sopratutto equilibrio e buon senso.

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Ecco come Giulio Ambrogetti, con autoironia e simpatia comunicava agli osimani la propria candidatura alle elezioni amministrative

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Molto altro,  sarebbe da scrivere, ma quanto detto, penso, sia sufficiente per ribadire che sono  orgogliosa, anche per il profondo rapporto di stima che lo legava a mio padre,  di inserire nel registro degli osimani con l’ hashtag, Giulio Ambrogetti, e tramite la sua figura con piacere ho voluto riconoscere anche l’impegno dell’intera sua famiglia.
Grazie Giulio.

La Presidente del Consiglio Comunale di Osimo
………………….Paola Andreoni


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#OSIMANI con l’hashtag: Sandro Mosca la sua mission regalare sorrisi ed emozioni !

Continua la campagna #OSIMANI , volta a far conoscere il nostro territorio e la sua gente attraverso un galleria di volti e di storie raccontate in 140 caratteri (e oltre). Storie semplici ma veramente straordinarie.

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Anche Osimo è diventata la città dove tutti corrono e hanno fretta. Colpa anche del tempo del lavoro che è andato in conflitto con il tempo dell’uomo. Il lavoro, spesso, non è più realizzazione di sè ma è diventato stress. Anche per Sandro Mosca era così, una vita come tante scandita da cartellino, lavoro, incontri con i clienti, pausa pranzo, tanta strada e quel poco di tempo che restava, troppo poco, dedicato alla famiglia. Poi la coraggiosa svolta, condivisa con la famiglia – e qui inizia la storia più bella di questo osimano doc -, quando lascia tutto per dedicarsi totalmente alle sue passioni giovanili che ancora oggi sono la linfa della vita: l’insegnamento della chitarra, la scrittura, la poesia e  il disegno.

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Sandro Mosca è nato e cresciuto ad Osimo per la precisione nel vicolo Croccano ( nel cuore di Osimo centro, la sua casa era attaccata al Teatro “La Nuova Fenice”) suo padre Sisinio era uno stimato artigiano-imbianchino nonchè apprezzato “cornista” della banda musicale cittadina. Una famiglia modesta quella dei Mosca, come quella di tanti artigiani che popolavano il centro storico, una famiglia dove si respirava aria di musica e di arte.

Mi racconta Sandro che quando al Teatro “La Fenice” venivano rappresentate le opere, a casa Mosca, papà Sisinio, chiedeva: ” Che si fà questa sera ? si cena o si va all’Opera ? “. Ed unanime la risposta era: “niente cena vogliamo assistere all’Opera”.

Suo fratello, Mario Mosca di tre anni più grande è ancora oggi uno dei pittori più apprezzati a livello regionale e nazionale che vanta notevoli esposizioni nelle più importanti gallerie italiane e all’estero: Madrid (1983), Boston (1990), New York (1991 e 1995), Tokyo (1993).
Cresciuti tra poesia, musica, pennelli , tinozze, le opere liriche nell’adiacente Teatro, ed incoraggiati dai genitori, fin da giovanissimi i fratelli Mosca non poterono che seguire la loro predestinazione artistica: Mario la pittura classica e le incisioni, Sandro la musica, la scrittura e il disegno caricaturale.
Le tre forme di espressione artistica hanno convissuto con Sandro nelle varie tappe della sua vita a volte con il primato della musica, in altre delle vignette e dei racconti.

La musica per Sandro ha preso la forma, a partire dai 15 anni, della sua inseparabile chitarra. Appresi i primi insegnamenti sotto la guida del m° Ferrante Faedi poi hanno fatto il resto: la determinazione a voler migliorare le performance da solista, la voglia di esplorare la musicalità dello strumento e la passione per la musica.
Chitarra classica e poi la chitarra elettrica. A 18 anni Sandro era un fuoriclasse, uno che con la musica ci sapeva fare di brutto: arpeggi classici ma anche la coinvolgente musica dei Beatles, Rolling Stones , Led Zeppelin, e le canzoni beat italiane.
Appena diplomatosi Ragioniere, Sandro, ricercatissimo per i suoi virtuosismi da solista, entra a far parte dei più importanti gruppi musicali che agli inizi degli anni ’60 si esibivano alla “Conchiglia Verde” e negli altri più prestigiosi locali dell’anconetano.
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La prima band che vede Sandro alla chitarra elettrica è stata “The Lovely Boys” del m° Basilio Piangerelli per la gioia dei tanti giovani che frequentavano i veglioni e i matinèe. Poi si è unito ai “Friders” con Peppino BIANCHI, Ennio DIONISI detto Zazzera, Aldo COPPARINI alla batteria, Sergio SANTARELLI, Franco ANDREUCCI.
In questi anni ha accompagnato con la sua chitarra cantanti prestigiosi come: Johnny Dorelli, Nini Rosso, Anna Identici, AnnaRita Spinaci, i Marcellos Ferial, Umberto Napolitano, Maria Doria ecc.
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La musica è per Sandro una delle più amate forme di espressione, un’arte che non solo l’ha accompagnato in ogni momento della sua vita giovanile, ma che ancora oggi è capace di trasmettere a intere generazioni. Infatti con il suo distintivo garbo, gentilezza e passione, Sandro per tanti giovani e meno giovani è stato e continua ad essere “il maestro di chitarra” degli osimani.
Fra i tanti suoi allievi merita di essere menzionato: Luciano Renato Principi poi trasferitosi a Milano e per anni chitarra solista alla Filarmonica Antonio Toscanini di Parma; Daniele Cecconi oggi concertista molto conosciuto ed apprezzato; il giovane Francesco Toccaceli ed altri.

Un grande merito quello di Sandro nei confronti della nostra città: quello di essere stato “un bravo maestro”, di aver seminato come pochi altri la musica ad Osimo, di aver insegnato a suonare e aver trasmesso la passione per la chitarra a tanti nostri giovani.

Sandro Mosca è anche un grande vignettista umorista. Il segreto di questa passione? Una viva fantasia accompagnata da una grande maestria nel disegno e una matita sempre alla mano. Una passione maturata dalle elementari e proseguita negli anni, come quando alle superiori era rapito nel ritrarre furtivamente la sua bella compagna di classe: Baby Cagnoni ( poi indimenticata “signorina”, presentatrice del piccolo schermo).
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              Beatrice Cori per gli osimani Baby Cagnoni e Sandro Mosca (anno 1959)

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La sua prima vignetta umoristica ( realizzata a 13 anni) è stata pubblicata su “Il Vittorioso”. Per “La Meridiana”, il giornale di Valeria Dentamaro,  disegna settimanalmente ( da diciannove anni ) strisce in vernacolo di vita quotidiana dei personaggi divenuti oramai familiari agli osimani “Letizia e Gedeò: osimani da sette generaziò” che hanno raggiunto il ragguardevole numero di oltre 900 pubblicazioni.

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La prima striscia di Letizia e Gedeò pubblicata dalla “Meridiana” nel luglio del 1998
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Strips settimanali dove i due pensionati, Letizia e Gedeò, nati dall’ostinata creatività di Sandro Mosca con gusto raffinato, ci raccontano in dialetto fatti osimani, ma anche, con ottime fattezze,  angoli della nostra città.

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Inoltre come vignettista, Sandro partecipa spesso al Concorso di Fantasia Grafica “Questo l’ho fatto io !” indetto da  “La Settimana Enigmistica” risultando -a tutt’oggi – vincitore ( con relativa pubblicazione delle vignette sulla rivista) per 88 volte. Dal 1999 disegna “Rebus” per “La Sibilla”, una prestigiosa testata nella quale collaborano le firme più prestigiose dei vignettisti italiani come Roberto Mangosi, Paolo Piffarerio ed altri.
Oltre che vignettista Sandro è anche un raffinato scrittore e poeta. I suoi divertenti ed avvincenti racconti e le sue poesie, sia in lingua italiana che in vernacolo osimano, sono stati un appuntamento fisso e seguitissimo nella rivista mensile osimana “L’Antenna Civica”, di don Vincenzo Fanesi, oltre che comparire su numerose antologie. Sandro è anche  autore di alcune farse in dialetto tra le quali “Quello che pole cabità de notte” che ha ottenuto un lusinghiero successo sia da parte del pubblico che della critica. Inoltre è autore di un un volume di 250 pagine dal titolo “Osimanità” uscito alle stampe, a cura de “L’Antenna Civica”, con racconti in vernacolo, dallo stesso Sandro  illustrati. Tanti, anche in questo ambito i riconoscimenti ed i premi vinti dai suoi racconti, che meritano di essere letti e che sono un elogio alla saggezza popolare osimana. Questi i titoli di alcuni dei suoi racconti più apprezzati: “E… se non se morisse più ?“, “El numero sbajado“, “Un ottimo pagadore“.

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Sandro e la signora Margherita ( giugno 1974)
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Una gran brava persona questo nostro concittadino, che con il suo carattere mite e gentile ha messo a disposizione la sua vena artistica per regalare un sorriso agli osimani e in questi tempi bui non è un regalo ed una emozione da poco.
Grazie Sandro.

La Presidente del Consiglio Comunale di Osimo
………………….Paola Andreoni


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#OSIMANI con l’hashtag: Peppe Limoni il giardiniere comunale

A far ricca una città, spesso, sono alcune figure importanti: il sindaco, il comandante dei carabinieri, il postino, il maestro, il farmacista, il comandante dei vigili urbani, il parroco. Ciascuno di loro ha una sua specificità istituzionale e/o culturale che la comunità riconosce importante e da rispettare.
Ad Osimo tra queste persone sopra le righe, persone di riguardo che in città si sono conquistate un ruolo di primo ordine per le loro grandi doti umane e professionali c’è anche Giuseppe LIMONI: per gli osimani, “Peppe il giardiniere comunale”.
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Per quasi 40 anni le mani, le competenze tecniche, le conoscenze botaniche, la capacità organizzativa e la creatività di questo umile lavoratore hanno progettato, curato, mantenuto vivi gli spazi verdi di Osimo.
Il mestiere del Giardiniere non è un mestiere facile. Occorre non solo conoscere ma soprattutto occorre osservare ed avere una grande passione per le piante e la natura.
Osimo ha vantato tra i propri dipendenti, precedentemente a Peppe Limoni,  dei bravi giardinieri: Ugo Bolognini  ed Antonio Eusepi solo per citare gli ultimi in ordine di tempo.
Il mestiere del giardiniere non è soltanto terra e fiori, ma anche una professione  molto complicata.
Peppe Limoni, originario di Tolentino proviene da una famiglia di giardinieri. Svolgeva questo mestiere il bisnonno a Bagnaia nel viterbese, suo nonno e il padre che curava i prati della villa del principe Baldini di Fiastra. Cresciuto in questo ambiente familiare impregnato di coscienza ecologica, ambientale ed amore per le piante, Giuseppe non poteva che ereditare e proseguire la passione familiare. Ha fatto  appena in tempo a diplomarsi alla scuola agraria di Santa Marinella a Roma (dove le nozioni di botanica, entomologia, agronomia ma anche economia aziendale, hanno completato quello che era il bagaglio delle conoscenze ereditate “sul campo” ) che subito ha ricevuto un’offerta di lavoro di quelle che non si potevano di certo  lasciare: venne così assunto, come giardiniere, dalla famiglia di Clara AGNELLI ( la sorella maggiore dell’avv. Agnelli) a Mestre,  con la responsabilità di gestire il parco e i giardini di una delle più belle e rinomate ville venete, dove la signora Agnelli aveva trasferito da Torino la propria residenza. Sono stati anni importanti per la crescita professionale del giovane Giuseppe,  per la vastità delle piante presenti e delle varie tipologie di giardini che doveva curare ( giardini all’inglese, all’italiana e alla francese) presenti nell’ampio parco. Sono stati  anche gli anni delle scelte importanti della vita, come l’incontro con la futura moglie Anna ( veneta doc).
La lontananza dagli anziani genitori, l’esigenza di avere un appoggio al proprio progetto familiare ha spinto Giuseppe ad avvicinarsi a casa e l’occasione è stata il concorso bandito nel 1969 dal Comune di Osimo ( sindaco Acqua) per la copertura del posto di capo giardiniere comunale resosi vacante a seguito del pensionamento di Ugo Bolognini.
Peppe Limoni vince il concorso e diviene, così, il capo giardiniere del comune di Osimo. Tale qualifica  prevedeva sia  l’obbligo di risiedere nella casa all’interno dei Giardini pubblici,  sia il coordinamento di un gruppo di salariati: Gino STACCHIOTTI, Gino CAMILLUCCI, Armando GIOACCHINI, Vincenzo BALDONI. Con questa esigua squadra ( che poi negli anni è cambiata con nuovi elementi:SERNANI, PAPA, IACHINI, ROCCHI ed altri) ma accomunata dalla condivisa passione per la cura del verde, i giardinieri comunali hanno assicurato la manutenzione e la realizzazione di nuove aree verdi presenti in città: il verde del cimitero, i giardini del Foro Boario, di Piazza Nuova, la potatura degli alberi sparsi per la città, il verde delle scuole, il Parco della Rimembranza, gli Orti Marchetti, tutti gli altri spazi verdi presenti nelle frazioni. I giardinieri si occupavano, con grande maestria,  anche all’addobbo della città ogni volta che c’era un qualche evento: dalla Festa dei Fiori, alle cerimonie in Comune,  ai ricevimenti, al festival in Piazza del Teatro, all’addobbo del Teatro, e all’addobbo cittadino  in occasione di feste e manifestazioni.
Sicuramente il luogo dove il talento creativo di Peppe Limoni ha trovato la sua massima espressione è stato  Piazza Nuova con i suoi giardini. Uno spazio naturale, luogo di pace e di piacere, caro agli osimani, che racchiude un piccolo mondo fatto di erbe profumate, di aiuole cromatiche, di arbusti, di piante ad alto fusto. Un piccolo ambiente  naturalistico voluto nel 1922 da sapienti amministratori della città che destinarono a giardini pubblici gli orti del conte Acqua. Peppe Limoni nei 40 anni di servizio da capo giardiniere  ha  saputo rendere la bellezza naturale dei giardini di Piazza Nuova in qualcosa che ha  conquistato lo sguardo ammirato degli osimani ed attirato l’attenzione di  tutti i turisti passati per la nostra città: i giardini diventarono il gioiello naturalistico di Osimo.

Piazza Nuova 86

Piazza Nuova 5

Piazza Nuova, con Limoni e la sua squadra di giardinieri comunali,   diventa un giardino all’italiana di eccezionale e rara bellezza.  Con una miriade di varietà di fiori, i  giardini di Piazza Nuova diventano “pittura”  e offrono al visitatore una serie di vedute di aiuole pittoresche così come lo sono  le  vedute panoramiche del paesaggio.   Non a caso via Saffi diventa  il luogo preferito per far da cornice a foto ricordo: innamorati, novelli sposi, famiglie con i loro bambini.  Nelle composizioni delle aiuole si manifesta tutta la creatività del giardiniere Peppe Limoni e della sua squadra, che diventa spesso vera e propria arte.
Peppe Limoni è, anche, un grande appassionato di arte topiaria ( tecnica di potatura che permette alle piante di assumere figure  d’arredo come: archi, ruote, ombrelli, riproduzione di animali ) che mette a frutto, abbinandola al suo talento creativo,  con la realizzazione   di angoli suggestivi nei “giardinetti”: la meridiana, la ruota che gira, vari animali che sembrano tranquillamente pascolare sui prati ( chi non ricorda di aver ammirato i due cigni a lato del laghetto o la giraffa), il calendario. Che dire poi quando arricchì i giardini del mini laghetto dove vegetavano foglie e piante acquatiche.
Non si può che attribuire un meritato bravo, a Giuseppe Limoni, un artista della natura e a tutti i suoi collaboratori che hanno saputo rendere ( anche con poche risorse)  il “belvedere” dei giardini di Piazza Nuova un vero vanto della nostra città.
Piazza Nuova 78

piazza Nuova 894
La mia stima per questa “grande persona” va anche per le sue doti umane che,  appena 15enne, ebbi modo di conoscere quando partecipammo alla iniziativa di solidarietà verso le popolazioni del Friuli colpite dal terremoto. Anche in quella occasione fu di Peppe Limoni l’idea del progetto ” una pianta per il Friuli ”. Una iniziativa  che ha riguardato la popolazione del comune di Trasaghis  ( in prov.di Udine) presso il quale il 16 e 17 aprile 1977 ci siamo recati e dove, sotto la guida del nostro giardiniere/volontario Peppe Limoni, abbiamo piantato degli alberi nel grande campo delle baracche degli scampati al terremoto.

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Purtroppo i tempi sono cambiati e i protagonisti della vita cittadina non sono più così conosciuti come un tempo, al di là della loro bravura e competenza. Anche questo è un segno dei tempi. E’ bene così ricordare queste figure che racchiudevano in sè non solo “il personaggio” ma che esprimeva i valori che lo stesso rappresentava nella vita cittadina.
Una città vive, cresce e prospera di tali valori. Tali figure torneranno ad essere i protagonisti della vita cittadina ? C’è solo da augurarselo, ed è anche il tentativo di questa piccola rubrica,  per il bene della nostra comunità.
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di Paola Andreoni la Presidente del Consiglio Comunale

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#OSIMANE con l’hashtag: Bruna ….. la donna del Pane !

Per la ricorrenza dell’8 marzo ho pensato a ritratti di donne osimane che abbiano offerto un contributo, grande o piccolo che sia, alla nostra storia locale. Questa che voglio  condividere con tutti Voi, è la storia di una donna coraggiosa, un personaggio al femminile veramente straordinaria.

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 E’ la storia di una donna osimana intelligente, volitiva, ferma, dolce, accogliente, discreta e profondamente religiosa che ha fatto del volontariato la sua ragione di vita e di manifestazione concreta della propria fede: Bruna Pieragostini.
Per molti osimani  del centro e di San Marco è meglio conosciuta come “Bruna la figlia di Pelini”, per altri è semplicemente  “la moglie di Zazzera”, per i tifosi della curva dell’Osimana è la “madre di Omar”, per gli osimani più acculturati è “la madre di Daiana”, per la gente di Sirolo, e del Taunus,   così come per gli osimani del borgo, “è la madre di Arianna”, e per i più giovani senzatesta è “la madre di Samantha”.

Bruna celebra mercoledì 29 marzo, i suoi 80 anni, ma ciò non deve lasciar ingannare; ancora oggi si legge in lei il ritratto  di una persona piena di progetti, rivoluzionaria a suo modo. Conoscendola, il giorno del suo compleanno sarà per lei un giorno come altri, senza clamore. Nessuna festa, com’è nel suo stile. Nessun desiderio di apparire. Così è stata la sua vita, non priva di prove e di sofferenze ma supportata da una grande fede.

Una vita all’insegna della fatica e del lavoro di commerciante prima, e dell’ impegno costante al servizio del prossimo, oggi, con la sua associazione “Il buon samaritano“. Un donarsi continuo e determinato, senza risparmio, senza mai chiedere nulla in cambio.
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Non è stata lei a volere questa dedica e questo ricordo, anzi, chi la conosce bene ammetterà che, forse, storcerà il naso a leggere di se stessa. Eppure, attraverso questo post su questa rubrica dedicata alle storie più significative di osimani e di  osimane  e ( mi auguro) sulle pagine de “La Meridiana”, chi ha  conosciuto Bruna, e le ha voluto bene e chi  le vuole ancora bene,  non potrà di certo non venire investito da un sentimento  di profonda gratitudine per una vita vissuta in pienezza.
Perchè Bruna rappresenta per tanti osimani e tanti cristiani un esempio di vita, una donna che ha sempre saputo, ( e continua a farlo anche oggi),  donarsi al prossimo con profonda umanità.

Bruna è la figlia di Alfredo Pieragostini detto “Pelini” – un commerciante ambulante di frutta e verdura, grande lavoratore sempre pronto alla battuta, conosciutissimo in città.  Dall’età di 8 anni Bruna ha iniziato a dividersi tra scuola la mattina, e il lavoro il pomeriggio. Ben presto l’attività familiare ha richiesto una sua  presenza costante. Bruna ha lasciato, così,  la scuola e giovanissima si è dedicata totalmente all’attività di famiglia. Era lei che, di buon mattino, alla guida di un vecchio sgangherato camion andava ad acquistare sul luogo di produzione frutta e verdura, per  poi rivenderla nei vari mercati di Civitanova, di Macerata, di Loreto e di Castelfidardo.

Un lavoro pesante che Bruna ha affrontato e svolto per più di 50 anni, fino alla meritata pensione, senza perdere mai il buonumore. E questo come da indole caratteriale e grazie agli   insegnamenti ricevuti dai genitori;  un sorriso, una battuta scherzosa che ai  clienti, in maggioranza casalinghe che spesso dovevano fare i conti con il bilancio familiare, faceva  per un attimo dimenticare i loro problemi del quotidiano.
Ma per Bruna il lavoro, ogni giorno,  è stato un continuo contatto umano con le persone, e non una semplice relazione tra commerciante -cliente.
Spesso grazie  alla sua grande generosità ed umanità  le ragioni  del cuore hanno prevalso sulla logica del commercio e per Bruna questo era normale perchè la gente del  suo negozio è stata per lei parte integrante della sua vita, come  la sua  famiglia.

A 18 anni Bruna, bellissima e già vincitrice di un riconoscimento  come “miss Osimo”, per un incontro del tutto casuale voluto dalla sorte e dalla necessità, conosce il giovane falegname Ennio Dionisi. A riguardo mi ha ricordato commossa: ” ero andata una domenica mattina, tutta elegante,  a far una visita al Cimitero, quando mentre camminavo per via Trento mi si è staccato  un tacco da una scarpa. Subito  un giovanotto alla guida di una  vespa, che aveva assistito all’accaduto,  si fece avanti offrendosi di accompagnarmi a casa. Non potei dire di no, come avrei fatto a tornare in piazza ? “.
E’ nato così il  cammino che ha portato Ennio detto “Zazzera”  e Bruna, persone diverse ma simili nella forza, nella caparbietà e nella determinazione,  a fare tanta strada insieme. Un cammino che ha costituito un esempio per i figli ( Arianna, Daiana, Omar e Samantha), sia di affetto,  sia di massima espressione dei valori famigliari. Una coppia che ha lasciato  una traccia indelebile nel ricordo e nella vita di quanti li hanno conosciuti e amati, esempio di altruismo, di solidarietà e di generosità.
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Per più di 50 anni Bruna e Ennio,  aiutati dalla mamma di Bruna ( la sig.ra Giuseppa ) e dai figli hanno garantito alle tavole dei sirolesi – con il loro negozio situato a Sirolo, in via Giulietti,  e con il  punto vendita estivo al Taunus –  pesche, pomodori, cocomeri e verdura di assoluta qualità: il meglio della genuità.
Quando è arrivato il meritato riposo dal lavoro, purtroppo per Bruna, è arrivata la pena, il dolore e la sofferenza per la prematura  scomparsa dei suoi amati Ennio e Omar e per  altre non meno dolorose prove.
Prove della vita,  faticose, e che avranno sicuramente suscitato anche in questa donna, credente  tante domande ed interrogativi profondi, che tuttavia però non hanno fiaccato la sua carica positiva, derivante dalla fede e dalla preghiera, che le ha permesso di andare avanti moltiplicando il suo impegno per gli altri, cercando di operare sempre per il bene del prossimo.
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E’ agli inizi dell’inverno  del 2013 che Bruna con la sua  amica AnnaRita Morici decidono che le loro giornate andavano impegnate totalmente  per le persone più deboli, quelle che fanno fatica a portare nella propria tavola semplicemente un pezzo di pane. Così Bruna è diventata per la nostra comunità “la signora del pane“.  Tutte le mattine di buon ora, dopo aver raccolto e confezionato  il pane e altri prodotti invenduti di  vari esercizi commerciali, comincia a girare per Osimo con la sua auto: da piazza Boccolino alle zone più periferiche di Osimo, donando quello che solitamente chiamiamo “pane vecchio”, ma pietanza prelibata per tante tavole vuote di famiglie osimane.
In poco tempo sempre più persone alle 5,30 aspettavano l’arrivo di Bruna alla guida della sua vecchia 500, con il suo prezioso carico. Tra loro italiani e stranieri: Giorgio, Hassain, Aasmaa, il pensionato, il migrante, la  casalinga attenta a far quadrare un magro bilancio familiare, il giovane disoccupato padre di famiglia, la madre sola con i suoi quattro figli, …..
Bruna e AnnaRita hanno, così,  iniziato a distribuire il pane a disposizione di tutte le persone che non avevano soldi per comprarlo,  senza preclusioni, senza chiedere nome e cognome, senza guardare il colore della pelle o la religione professata da quanti  si avvicinavano timorosi e sempre più numerosi a chiedere un aiuto e un sostegno.
Racconta ancora Bruna:”Nessuno si rende conto quante sono le persone e le famiglie in condizioni di vulnerabilità e povertà che vivono la preoccupazione  del futuro e l’ansia di assicurare un semplice piatto alle bocche della propria famiglia. Non solo famiglie di stranieri ma anche tante  famiglie osimane risucchiate dal vortice della crisi economica, dal dramma della disoccupazione, e ci sono anche poveri che hanno un lavoro. Persone che non sono in grado di provvedere all’acquisto dei beni di prima necessità  per le quali comprare già solo il pane è un problema insormontabile. E la schiera dei poveri sta aumentando, una emergenza sociale di cui Osimo appare quasi non accorgersi.  Quanto faccio non è che una piccola risposta. Grazie ad alcune imprese che aderiscono all’iniziativa che mi mettono a disposizione il pane inutilizzato del giorno prima, ancora integro e perfettamente commestibile e grazie anche ad alcuni benefattori, con i quali ho un legame di fiducia, riesco a dare una piccola concreta risposta a questo  mondo sommerso. 

Un’idea semplice quella realizzata da Bruna che ha visto aumentare le adesioni e che raggiunge un’altro grande obiettivo dei nostri tempi moderni: la lotta allo spreco. Perchè, come ci hanno insegnato i nonni, buttare il pane è peccato e sopratutto in tempi di crisi è ancora più grave. E per dirlo con le parole di  Bruna “buttare via il pane è un insulto alla povertà“.

Come sempre accade, sopratutto nel piccolo paese, non manca mai il benpensante,  chi si dimostra quasi  infastidito dalla spontaneità e generosità di questa veneranda donna,    trovando  da ridire sull’iniziativa, arrivando perfino ad accusare Bruna  di “eccessiva carità” tale da mettere  a rischio l’attività dei negozianti osimani.
Una accusa isolata ed incredibile  che è stata prontamente smentita e respinta dalle manifestazioni di piena solidarietà e vicinanza di tutte le Associazioni di volontariato, da parte degli esercizi commerciali  locali, da parte di don Flavio Ricci  e della Caritas osimana in particolare.

Oggi, oramai in modo ininterrotto,  da più di due anni Bruna con la sua associazione “Il Buon Samaritano” e grazie a padre Jacques ( parroco di San Marco) ha una sede fissa in piazza San Marco e aiutata da diversi volontari, continua tutti i giorni a confezionare e donare pane, pizze e brioche del giorno prima, per tutte le persone che si trovano in stato di bisogno della nostra comunità. Tutti i giorni, con la modestia di Bruna ” facciamo quel che possiamo“, si ripete in questo piccolo locale la magia della cultura del dono. E Bruna, sempre in prima linea,  è per tutti la signora del pane. Una persona instancabile nella sua ricerca di risorse e di aiuti con i quali sostenere le persone più deboli attraverso la sua associazione.
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Nel ringraziarla per questa meritevole opera, con agli auguri di buon compleanno, concludo con questo pensiero che Le rivolgo:

Cara Bruna non si arrabbi per queste povere righe, anche perchè Lei meriterebbe sicuramente di più. La sua è una testimonianza di vita che merita di essere raccontata. Un esempio per tutte noi donne e madri, un esempio da donare alle nuove generazioni e da far conoscere a tutti gli osimani. Grazie.”

La Presidente del Consiglio Comunale di Osimo
………………….Paola Andreoni


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#OSIMANI con l’hashtag: i f.lli Lanfranco e Gabriele FIORANI vale a dire Franco e Biba

Ci sono luoghi della città, famiglie, persone, volti, atmosfere forse dimenticate, dei quali è bello ed è importante condividerne il ricordo e la storia.

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Fiorani Lanfranco ( per i più “Franco”) e suo fratello Gabriele ( per gli osimani “Biba”) sono stati i storici proprietari  ed ultimi gestori del “Caffè Centrale” diventato per gli Osimani di ameno due generazioni non solo un punto di ritrovo, ma anche un riferimento nella geografia della città. Una storia che c’è tutta e che non è una forzatura del marketing, una storia che – come evidenziava la vecchia scritta posta accanto all’entrate dell’esercizio di Piazza del Comune al n° 11 – ha avuto origine nel 1894.

fiorani-brothersTutto è partito, come mi riferisce Franco classe 1923, con il nonno Clemente che apre nell’immobile di Piazza del Comune prima una semplice cantina che poi trasformò, all’inizio del ‘900, in  “Albergo Fiaschetteria e Ristorante Fiorani “. Un’attività condotta con la moglie Rosa che si basava come  ingrediente del successo sulla fatica, l’impegno e il piacere di fare.
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Alla prematura morte del marito  Clemente, la moglie Rosa fu costretta a ridimensionare l’attività limitandosi all’ affitto delle camere.

Dei cinque figli: Rosa, Raniero, Ruggero, Roberto e Raimondo; solo quest’ultimo continuò l’attività familiare mentre gli altri si dedicarono ad altre professioni in particolare  Raniero si trasferì a Bologna ad insegnare Filosofia, Ruggero e Roberto emigrarono in Argentina dove trovarono fortuna.

Raimondo dopo aver liquidato tutti i fratelli ebbe l’intuito di trasformare l’esercizio di affitta-camere in quella di  bar-caffè, con la nuova denominazione dell’attività: “Caffè Centrale“. Erano gli anni del dopo guerra 1915-1918 e Raimondo FIORANI con tanti sacrifici, equilibrio e coraggio in una Osimo la cui economia si basava prevalentemente sull’agricoltura, aiutato dalla moglie Arduina POLVERINI ( anche lei osimana), riusciva con le entrate dell’esercizio commerciale a dare sostentamento e garantire una sufficiente sicurezza economica alla propria famiglia. La signora Arduina preparava in casa i “bignè”,   i “cecetti” ed i profumati “maritozzi” che tanto successo riscuotevano nella clientela.

Ben presto anche tutti i cinque figli ( nell’ordine: Clemente, Lanfranco, Elina, Gabriele e Gabriella), benchè giovanissimi, ognuno con propri specifici compiti,  iniziarono a lavorare per il “Caffè”.
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A Lanfranco appena dodicenne ma già robusto di corporatura spettava il compito di andare a comprare il ghiaccio in un locale che era collocato vicino alle attuali poste allora Carcere municipale di Osimo. Non esistevano i frigoriferi e neppure la ghiacciaia e i gelati si preparavano con i panetti di ghiaccio avvolto nella tela grezza e tanto sale grosso.

La guerra e le sue conseguenze arrivarono  quando Lanfranco frequentava il terzo anno di ragioneria. Tutti i ragazzi del 1923 e del 1924 furono richiamati alle armi. Lanfranco fu costretto a lasciare Osimo e  il padre, rimase da solo a gestire  l’attività commerciale della caffetteria di  Piazza del Comune.

Passato il fronte con i suoi segni di lutti e di danni materiali, i due fratelli Fiorani si diplomarono ragionieri nell’anno 1946.

Lanfranco che amava la ragioneria si iscrisse all’Università di Bologna per realizzare il suo sogno che era quello di laurearsi in Economia e Commercio.

Dopo aver superato brillantemente 12 esami arriva inaspettata la lettera del padre che l’informava che non poteva più garantire l’apertura del Caffè perchè ammalato e al più presto, si doveva decidere: o vendere o lasciare a Lanfranco la responsabilità di farsi carico dell’attività di famiglia.

Lanfranco e Gabriele nel 1950,  27enne il primo, e 24enne il secondo, si ritrovarono, così   a gestire  l’attività familiare.

Ad Osimo in quel periodo c’erano altri bar, in particolare in centro c’erano: il bar di “Pisciò” dove attualmente c’è il bar Diana, il Caffè di Abramo, il bar Sernari, il bar di Basì, mentre all’inizio della costa del Duomo aveva chiuso il bar Nazionale e al suo posto era stata  aperta la Farmacia Theodori.
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Lanfranco che veniva da Bologna e lì aveva avuto modo di frequentare ed apprezzare le squisitezze delle più importanti e storiche caffetterie della città delle due torri come: il bar Ferrari, il Caffè Terzi, Bar Pasticceria Zanarini, appena alla guida del “Caffè Centrale” pensò subito di apportare importanti e decisivi cambiamenti per un rilancio dell’attività. Un notevole lavoro anche di restauro, condotto però all’insegna del gusto e del rispetto della storicità del locale.

Non solo un nuovo arredamento con la predisposizione di  un lungo bancone, di due nuovi biliardi “Boeri” e nuovi tavoli da gioco, ma anche la dotazione di una più moderna tecnologia nella produzione e presentazione del caffè. Questi investimenti spiazzarono  la concorrenza, in poco tempo “il Caffè Centrale dei f.lli Fiorani” divenne la caffetteria preferita dagli osimani. In Osimo, Castelfidardo, Ancona girava voce, diffondendosi velocemente di bocca in bocca,   che il “caffè da Biba” con la sua alchimia particolare era senza pari.
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Sempre Lanfranco che della gestione del “Caffè centrale” è stato la mente aveva addirittura coniato e pubblicizzato, come oggi si fa nelle più importanti operazioni di marketing,   il nuovo brand  alla caffetteria:

Caffè Centrale, non il solito caffè espresso ma crema di caffè

Gli osimani pian piano, apprezzando l’effettiva squisitezza del prodotto, cambiarono le loro abitudini, cominciando con l’iniziare  la giornata lavorativa facendo colazione da Biba e suo fratello,  e così anche,  di  sera, era divenuto rituale andare in Piazza a prendere  il caffè di Fiorani dopo cena.
Racconta Lanfranco che per anni la loro caffetteria ha servito più di 700 caffè al giorno. Il successo lasciava la  concorrenza sempre più sbigottita per la  sorprendente capacità dei due giovani Fiorani, di aver saputo ridare linfa e vigore al vecchio bar di Raimondo Fiorani, trasformandolo, in poco tempo, nell’esercizio più noto e frequentato di Osimo.

Il segreto di tale bontà del caffè, rimasto per molto tempo tale, non era altro che la qualità del prodotto ( la nuova produzione “Segafredo”), ma soprattutto la dotazione della nuova macchina da caffè, una moderna “Gaggia” a pompa oleodinamica ad erogazione continua, sconosciuta allora in Osimo e dintorni, che produceva un prodotto cremoso, più aromatico,  un caffè speciale molto gustoso.
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Dopo il caffè , Lanfranco intuì che occorreva mettere mano ad un altro prodotto che avrebbe poi caratterizzato per sempre “il Caffè Centrale”:  il   gelato.

Fino a quel momento il gelato in tutti i bar osimani  veniva preparato ( e gli unici gusti erano la cioccolata e la crema), solo per il  sabato e la domenica ,  anche per la grande fatica che la produzione richiedeva: ghiaccio, sale e tanta manualità a mezzo di un lungo bastone a spatola.

La “ditta Fiorani” intuì che il gelato a basso prezzo e di buona qualità doveva essere offerto  tutti i giorni e per una clientela variegata: dai bambini,  agli adulti dal palato più raffinato, tant’è che ancora oggi molti ricordano il motto che Franco o Biba riferivano alla clientela mentre servivano i coni:

” Bimbi belli, bimbi sani, coi gelati Fiorani !!! 

Anche in questo campo gli anni vissuti da studente universitario tornarono utili a Lanfranco che ispirandosi ai più rinomati bar della “dotta e grassa Bologna” realizzò in un angolo riservato del negozio di Piazza del Comune un piccolo ma attrezzato laboratorio con gli strumenti e le apparecchiature più moderne per la realizzazione del gelato artigianale. Nessuno in Osimo e forse neanche in Ancona si era attrezzato e neanche aveva mai sentito solo parlare di: frigorifero a temperatura positiva dove conservare le materie prime come il latte fresco o la panna; del mantecatore; e della macchina per pastorizzare il latte.

Grazie a questi nuovi macchinari  ed alle sapienti mani di Lanfranco che con correttezza e precisione regolava il giusto dosaggio,  prendeva  corpo tutti i giorni,  dal laboratorio “magico” dei Fiorani  un gelato  soffice, morbido, caldo e delicato che non aveva pari negli altri bar osimani e di Ancona. Poi arrivarono i semifreddi e un “cremino” che è ancora oggi  vivo nella memoria e nel palato dei più golosi osimani ed affezionati clienti: ” l’Alì Babà” di Fiorani.

A proposito dell’Alì Babà in Osimo si diceva:

” Gli Alì Babà, i gelati dei Fiorani: Biba li vende, Franco li fà”.

Insomma “Il Caffè Centrale” con, dietro il bancone, i Fiorani e le loro gentili  consorti – Marisa e Anna – è stato,   tra innovazioni e ricerca della buona tradizione il bar e il luogo di ritrovo preferito dagli osimani, il luogo dove raccoglievi gli umori della gente e il “sentire” degli osimani.

Quando a 70 anni oramai suonati ( nella primavera del 1990) i fratelli  Fiorani hanno deciso di abbassare la serracinesca o per meglio dire,  passare l’attività all’attuale gestore del locale  ( ristorante Gustibus ) non è stata sicuramente una scelta facile come non sarà stata facile per i molti affezionati clienti accettarla.
I Barulli, Dedo Baleani, Sverzò, Archemuse, Farina, Carcarello, Giorgettì, Pantera, Pascucci, i tifosi del Bologna, i cacciatori amici di Biba, Nardi e gli amici pescatori di Franco, gli amici  del biliardo, i “bibaroli”, gli incalliti e nottambuli giocatori di carte, i  tanti  anonimi affezionati clienti ed Osimo hanno  perso non un qualsiasi bar ma il loro punto di riferimento, un’icona della nostra città.

Una volta liberi dagli impegni lavorativi i fratelli Fiorani hanno potuto finalmente dare seguito alle loro passioni ed ai loro interessi:
La caccia , il cane, il tifo per il Bologna,  le lunghe passeggiate per Gabriele Fiorani detto Biba oggi 91enne.
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La costruzione in miniatura di barche in legno, velieri antichi, galeoni e motoscafi ( vere opere d’arte), la cucina, gli amici del  Masci, le poesie in dialetto osimano, “i racconti di Medeo” di Umberto Graciotti e le recite della “Battaglia del Porcu” del fijo de Pietro,  la montagna  per Lanfranco che il 20 febbraio compirà invece 94 anni.

Auguri e un Grazie di cuore a queste due persone straordinarie esempio  di  coraggio, ingegno, fatica che ancora oggi, a distanza di anni, vengono ricordate con piacere e simpatia da tanti osimani, e che costituiscono un pezzo importante, e non certo minore, di un lembo della storia della nostra città.

Paola Andreoni
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