Bentornati a tutti: 17 settembre ore 8 prima campana

Bentornati ragazzi !

17 settembre, suona tra attese e ansie, la campanella del nuovo anno scolastico.
Buon inizio alle insegnanti ed agli insegnanti neo assunti in ruolo dopo lunghe stagioni di attesa, e a coloro che accompagnano da tempo i bambini e le bambine nella loro unica e originale crescita.

Schoolchildren on their way home from school, with book bags strapped on their backs, after the first day of a new term in Germany circa 1930. (Photo by Keystone View/FPG/Getty Images)

Buon primo giorno di scuola, meraviglioso, emozionante, pieno di gioia ai piccoli che entrano alla primaria e Buon primo giorno di scuola ai Voi genitori che proverete per la prima volta  l’apprensione di vedere i Vostri figli  andare lontano da voi;
Ben tornati a tutti i nostri ragazzi, ai Dirigenti Scolastici, ai colleghi, ai genitori, e a tutto il personale non dimentichiamoci le parole di un “maestro” che ha creduto nell’uomo e nella scuola come ci crediamo noi: “… il maestro deve essere per quanto può, profeta, scrutare i “segni dei tempi”, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso.” ( Don Lorenzo Milani );
Ben tornati a tutti Voi ragazzi delle superiori, che riprendete il percorso scolastico e magari, terminando quest’anno gli studi, Vi preparate ad affrontare nuove sfide. A Voi l’invito a non dimenticare. Quest’anno  il nostro Paese ricorda  l’80° anniversario dell’entrata in vigore delle leggi razziali, quell’anno 1938, anno horribilis, in cui anche l’Italia fascista diede legalità al male della discriminazione e del razzismo e tanti ragazzi come voi vennero espulsi dalla scuola. Così Liliana Segre, una delle tanti voci di chi non è tornato a scuola nel 1938,  ricorda il “primo giorno di (non)scuola:

“Ricordo che eravamo a tavola e mio padre trovò il coraggio di dirmi:
Quest’anno non puoi più tornare a scuola, sei stata espulsa.
Espulsa, questa parola pesante, sappiamo cosa vuol dire.
Si è espulsi quando si è fatto qualcosa di grave e io l’avevo fatta:
ero nata ebrea, quella era la mia colpa, di essere nata ,
non di aver fatto qualcosa di male”

Auguri a tutte le famiglie osimane, al loro importante impegno  nel sostenere e stimolare i loro figli indicando, quali modelli positivi, l’impegno,  il lavoro, l’attitudine, la curiosità, la gioia e l’interesse ad apprendere.
Un invito all’amministrazione comunale,  a tenere sempre alta l’attenzione e l’investimento sulla scuola, cuore pulsante della nostra città e grande contenitore di futuro per la nostra collettività. Un invito a mettere il massimo impegno ad offrire alla nostra comunità sedi scolastiche moderne e sicure e rafforzare le relazioni con il mondo scolastico per fare sempre più di Osimo una città educativa.
Buon anno scolastico e buon lavoro a tutti noi !

Paola Andreoni Presidente del Consiglio Comunale di Osimo

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Che cosa è l’ORDINE


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“L’ordine, si sa,non è un concetto univoco.
Se lo violano i poveri è attentato allo Stato.
Se lo violano i ricchi è la congiuntura economica, è un complesso di cose complicate che noi campagnoli non si possono intendere”.
( don Lorenzo Milani )
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I nostri tempi sono veramente bui se si arriva a voler far tacere la voce della speranza: tutta la mia solidarietà a padre Moses.

Padre Moses, al secolo Abba Mussie Zerai, è un sacerdote eritreo candidato al Nobel per la pace nel 2015 impegnato da anni negli aiuti umanitari ai profughi  e nell’integrazione e nel sostegno a progetti di rientro nel Paese di origine, con la sua associazione  “Habeshia” ( il salvagente dei migranti).  Come alcune ONG  anche padre Mosè ha ricevuto un avviso di garanzia da parte della Procura di Trapani con l’accusa gravissima di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.

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Chi è questo prete finito sotto la lente della magistratura ?  La rivista americana Time lo ha definito  “un pioniere” al pari  di personaggi come  Papa Francesco, il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg e Barack Obama.
Noto come “l’angelo dei profughi”, don Zerai stesso ha un passato da profugo: 41 anni, scalabriniano, nato in Eritrea, ad Asmara, nel 1992 è fuggito dalla dittatura opprimente della sua Eritrea – in quel momento storico sotto l’occupazione etiope – per raggiungere Roma, dove un prete britannico lo ha aiutato e accolto. La sua storia comincia così: padre Moses – come viene chiamato da tutti – pochi mesi dopo il suo arrivo in Italia inizia ad aiutare altri migranti e rifugiati che come lui hanno necessità di chiedere la protezione umanitaria. Il suo motto è «nessuno è clandestino»: e senza sosta lavora per metterlo quotidianamente in pratica. Diventare prete ed attivista per i diritti umani è stato quindi lo sbocco naturale della sua vita, grazie anche agli studi compiuti: Filosofia a Piacenza dal 2000 al 2003, Teologia nei cinque anni successivi e poi Morale sociale presso l’Università Pontifica Urbaniana fino al 2010, quando è stato ordinato sacerdote. La rivista Time ha sottolineato che per più di dieci anni Mussie Zerai è stato una vera e propria «ancora di salvezza per migliaia di migranti in difficoltà che viaggiavano su barconi diretti verso l’Europa».
Nel 2003 don Zerai ha creato un call center di emergenza: tutti i profughi eritrei conoscono il suo numero di telefono e quando si trovano in pericolo, in mare aperto, su barconi alla deriva, chiamano padre Moses – il suo numero di telefono è l’ultima speranza – che immediatamente comunica la posizione alla Guardia costiera e alla Marina italiana. In questo modo migliaia di vite sono state salvate, migliaia di persone hanno ritrovato dignità e futuro in Europa.
Quello di don Moses, non è un numero di telefono qualunque, è l’appiglio estremo, l’ultima traccia di umanità alla quale  aggrapparsi per i molti che affrontano il viaggio della speranza. Dalle carrette del mare, dai container arroventati nel cuore del Sahara, dai lager libici, dalle carceri egiziane o dai campi profughi del Sudan, i migranti chiamano. E Don Zerai risponde. Sempre. Allerta la Marina militare perché soccorra i barconi, si mette in contatto con le famiglie per ritrovare le tracce perdute, conforta e raccoglie le invocazioni.

Tutto questo può essere una colpa per un uomo, per un prete e/o per un volontario ?
Come diceva don Lorenzo Milani ( “lettera ai cappellani militari” ): “… Certo il luogo dei profeti è la prigione, ma non è bello star dalla parte di chi ce li tiene“.

Tutta la mia solidarietà e vicinanza a don Moses, profeta in questi nostri tempi bui e mediocri, indagato per il reato di solidarietà.

Paola

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27 maggio 1923 nasceva don Lorenzo Milani: la sua vita è stata breve ma intensa

A 20 anni, Lorenzo MIlani, abbandonò il mondo borghese raffinato e colto a cui apparteneva la sua famiglia ed entrò in Seminario. I suoi, pur restando sconcertati e soffrendo del “colpo di testa” di questo loro figlio che consideravano molto promettente, non lo ostacolarono.
Appena entrato in Seminario cominciò energicamente a sopprimere il suo “IO” del passato, i 20 anni che lui considerava “passati nelle tenebre”. Ogni suo atto cercava di renderlo coerente con il Vangelo drasticamente, senza mezze misure.
Aveva lasciato gli agi ed i privilegi dei borghesi, la loro cultura ed il loro mondo per un’altra scelta di campo: servire il Vangelo, il Cristo, tentare cosi di salvarsi l’anima stando dalla parte giusta dei poveri, cioè degli ultimi nella scala gerarchica, cercare di conoscerli da vicino, di viverci insieme, di imparare la loro lingua, insegnargliene un’altra, condividere le loro cause, difendere le loro ragioni.
Per lui prete l’ingiustizia sociale era un male e andava combattuto perché offendeva Dio.
Ordinato sacerdote a 24 anni fu mandato a San Donato a Calenzano come cappellano del vecchio proposto, don Daniele Pugi.
Calenzano era già allora nel 1947 un paese in via di industrializzazione (aveva 1300 abitanti, oggi ne ha 16.000); la sua popolazione aumentava ed il vecchio Proposto non ce la faceva più a reggere la parrocchia. Espose al Cardinale la necessità di avere un cappellano, ma non sapeva come fare a pagarlo. Il Cardinale rispose: “ho quest’anno un giovane prete, non ha nessuna pretesa, e vuole vivere poveramente: un certo don Lorenzo Milani”.
Don Lorenzo arrivò a Calenzano pieno di entusiasmo come colui che ha trovato il senso della propria vita: finalmente poteva mettersi al servizio del suo prossimo e restituire quanto per 20 anni aveva ricevuto.
All’inizio cercò di avvicinare i giovani alla Chiesa col gioco del pallone, il ping pong e il circolo ricreativo come facevano gli altri preti. Presto però si rese conto che non solo avvicinava una sola parte di giovani ma, soprattutto, che era indegno e puerile per un prete di Cristo abbassarsi a questi mezzi per evangelizzare, ma al contrario proprio la mancanza di cultura era un ostacolo alla evangelizzazione e all’elevazione sociale e civile del suo popolo.
Così un giorno il pallone e gli attrezzi del ping pong finirono in fondo a un pozzo che era in mezzo al cortile della canonica e don Lorenzo organizzò una scuola serale per giovani operai e contadini. “La scuola era il bene della classe operaia, la ricreazione la rovina; bisognava che i giovani con le buone o con le cattive capissero la differenza e si buttassero dalla parte giusta”…
Per lui prete la scuola era il mezzo per colmare quel fossato culturale che gli impediva di essere capito dal suo popolo quando predicava il Vangelo; lo strumento per dare la parola ai poveri perchè diventassero più liberi e più eguali, per difendersi meglio e gestire da sovrani l’uso del voto e dello sciopero. Con quella tenacia di cui era capace quando era convinto di avere intuito una verità andò a cercare uno ad uno tutti i giovani operai e contadini del suo popolo. Entrò nelle loro case, sedette ai loro tavoli per convincerli a partecipare alla sua scuola perchè l’interesse dei lavoratori, dei poveri non era quello di perdere tempo intorno al pallone e alle carte come voleva il padrone, ma di istruirsi per tentare di invertire l’ordine della scala sociale.
“Voi – diceva – non sapete leggere la prima pagina del giornale, quella che conta e vi buttare come disperati sulle pagine dello sport. E’ il padrone che vi vuole così perchè chi sa leggere e scrivere la prima pagina del giornale è oggi e sarà domani dominatore del mondo”. Aveva una dialettica e una capacità di leggere dentro straordinaria. Riusciva a toccare e far vibrare le corde più sensibili di ognuno.
Nella sua scuola raccolse giovani operai e contadini di ogni tendenza politica, presenza che mantenne e ampliò perchè dimostrò di servire la verità prima di ogni altra cosa: “vi prometto davanti a Dio che questa scuola la faccio unicamente per darvi una istruzione e che vi dirò sempre la verità di qualunque cosa, sia che serva alla mia ditta, sia che la disonori, perchè la verità non ha parte, non esiste il monopolio come le sigarette”, disse ai suoi giovani uno dei primi giorni di scuola a Calenzano. Una scuola dove l’impegno sindacale e quindi l’impegno sociale era considerato come un preciso dovere a cui un lavoratore cristiano non poteva sottrarsi. Attraverso la scuola ed i suoi giovani conobbe i veri problemi del popolo. Entrò nelle famiglie come uno di loro pronto a dare un aiuto su qualunque questione.
Quando licenziarono Mauro da una tessitura di Prato, non avevano licenziato solo uno del popolo, ma il “suo” Mauro del quale per mezzo della scuola e le discussioni che venivano fatte ogni sera fino a tarda notte, conosceva tutto: famiglia, problemi, gioie e disperazioni. Così a quel licenziamento reagì con tutto il peso del suo pensiero e della sua parola. Per giorni interi si discusse a scuola con sindacalisti, magistrati e ispettori del lavoro su come reagire, come impedire una ingiustizia così grave.
Operava per far prendere coscienza ai giovani operai sulla necessità che divenissero protagonisti del loro futuro rifuggendo da schieramenti preconcetti, ma distinguendo sempre il vero dal falso. Ragionando sempre con la propria testa.
Era severo nei propri comportamenti e richiedeva ai giovani coerenza tra idee, parole e comportamento pratico, senza mai rinunciare alla gioia di dire sempre la verità e di vivere senza nessun formalismo.
La sua scuola accoglieva solo operai e contadini, perchè intendeva eliminare la differenza culturale che esisteva tra questi e altri strati sociali. Per questo la definiva scuola classista, nel senso cioè di scelta dei poveri.
Questo suo schieramento, sempre giustificato alla luce del Vangelo, era un aspetto costantemente presente nella sua attività scolastica e pastorale che trapelava continuamente.
Un giorno un ragazzo di solida famiglia cattolica gli disse: “ma lei insegna anche a lui che è comunista e dichiarato nemico della Chiesa? Io gli insegno il bene – rispose – gli insegno a essere un uomo migliore e se poi continua a rimanere comunista, sarà un comunista migliore.”
E a Pipetta, il giovane comunista che gli diceva “se tutti preti fossero come Lei, allora …”, rispose:
….
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…. il giorno in cui avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco e installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene, Pipetta, non ti fidare di me: quel giorno io ti tradirò non resterò là con te. Io tornerò nella casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso.
Quando tu non avrai più né fame né sete, ricordatene, Pipetta, quel giorno io ti tradirò.

Don Lorenzo Milani
( lettera al comunista Pipetta dopo il voto del 18 aprile 1948)

Testimonianza della scuola di Barbiana, incontro con Piero CANTINI.

Barbiana don Milani3***
Lunedì 2 maggio 2016
alle ore 21 presso il Teatrino Campana,
organizzato dall’Istituto Comprensivo “Caio Giulio Cesare” di Osimo,

incontro con Piero CANTINI

Piero Cantini, uno dei ‘bambini ‘ della scuola di Barbiana allievo di Don Milani, ci  darà testimonianza  della magnifica persona che è stata don Lorenzo MILANI e dell’esperienza formativa della sua Scuola.

A Barbiana gli ultimi erano al centro del progetto educativo, nella consapevolezza che tutti, anche i più svantaggiati, dovessero possedere la cultura necessaria a far valere i loro diritti. Da quelle parole deriva ancora oggi un “fare scuola” orientato alla presa di coscienza civile e sociale, improntato al valore dell’accoglienza, in una società complessa e in continuo cambiamento, per insegnare a ogni alunno ad apprendere e a vivere con gli altri.

Per i genitori e tutta la cittadinanza osimana  un incontro da non perdere,
quello di un testimone vivente degli insegnamenti e
dell’amore di Don Lorenzo Milani.


Gli alunni della scuola secondaria, invece, incontreranno Piero CANTINI  martedì 3 Maggio presso il Teatro la Nuova Fenice e in quell’occasione presenteranno la loro ”nuova lettera a una professoressa”.

Barbiana don Milani2

 – Vi INVITO a PARTECIPARE – 

 

Don Lorenzo

Devo tutto quello che so ai giovani operai e contadini cui ho fatto scuola.
Loro credevano di imparare da me mentre ero io a imparare da loro.

Io ho insegnato loro ad esprimersi, loro mi hanno insegnato a vivere.

Don Lorenzo Milani

Il senso della vita

Solo se capiremo il senso profondo della fraternità, se impareremo a vibrare di dolore e di fede pensando all’ingiustizia sociale al di sopra delle stupidaggini che vanno di moda, capiremo il senso della vita.

( don Lorenzo Milani)

Vi pare ammissibile? A me no per niente, …quanti sprechi e come scrisse Don Milani: “una vita ( quella dei cappellani militari ) che i ragazzi di Barbiana e io non capiamo”.

I cappellani militari si aggiornano spiritualmente a  spese dei cittadini italiani.

I cappellani militari si aggiornano spiritualmente a spese dei cittadini italiani. E’ incredibile e tutto vero.
Mons. Vincenzo Pelvi, attuale ordinario militare per l’Italia, ha infatti deciso di organizzare (e non è la prima volta) un raduno di tutti i cappellani militari, allo scopo di assicurare loro l’indispensabile “aggiornamento spirituale e culturale”. Il meeting, come già nel 2011, si è svolto ad Assisi tra il 24 e il 27 settembre scorsi. Anche il luogo prescelto è consolidato: la Casa Domus Pacis, un hotel di proprietà dei frati minori francescani.

Questa la lettera di convocazione inviata dall’arcivescovo Pelvi a tutti i cappellani in carico a Difesa, Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri e Guardia di Finanza. Durante il seminario, la partecipazione al quale è “obbligatoria”, i cappellani saranno “ospitati” presso la stessa Casa Domus Pacis al costo di 75 euro al giorno per la pensione completa. Ovviamente a carico del bilancio della forze armate. Poiché i cappellani militari sono circa duecento, l’esborso ai frati minori già si avvicina ai 60.000 euro. Ma la spesa non finisce ovviamente qui, perché a tale cifra occorre aggiungere gli importi dei biglietti di aereo/treno per i viaggi di andata e ritorno, e persino “l’indennità di missione nazionale”. Tutte spese a carico dei reparti di appartenenza e quindi di noi cittadini.

Mi chiedo e vi giro la domanda. Oggi, in uno stato laico che nella sua Costituzione afferma di ripudiare la guerra, che senso ha un corpo di sacerdoti militarizzati, al cui vertice sta un vescovo nominato dal sovrano di uno stato estero, e che andrà in pensione con il grado e con gli emolumenti di generale di brigata?

Leggendo questa notizia mi è tornata in mente la lettera   di Don Lorenzo Milani ai cappellani militari.

…Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni.
Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.
Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre se le giustificherete alla luce del Vangelo o della Costituzione. Ma rispettate anche voi le idee degli altri. Soprattutto se son uomini che per le loro idee pagano di persona. Certo ammetterete che la parola Patria è stata usata male molte volte. Spesso essa non è che una scusa per credersi dispensati dal pensare, dallo studiare la storia, dallo scegliere, quando occorra, tra la Patria e valori ben più alti di lei.
Non voglio in questa lettera riferirmi al Vangelo. È troppo facile dimostrare che Gesù era contrario alla violenza e che per sé non accettò nemmeno la legittima difesa.
Mi riferirò piuttosto alla Costituzione.
Articolo 11. « L’ Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli…».
Articolo 52. « La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino ».
Misuriamo con questo metro le guerre cui è stato chiamato il popolo italiano in un secolo di storia.
Se vedremo che la storia del nostro esercito è tutta intessuta di offese alle Patrie degli altri dovrete chiarirci se in quei casi i soldati dovevano obbedire o obiettare quel che dettava la loro coscienza. E poi dovrete spiegarci chi difese più la Patria e l’onore della Patria: quelli che obiettarono o quelli che obbedendo resero odiosa la nostra Patria a tutto il mondo civile? Basta coi discorsi altisonanti e generici. Scendete nel pratico. Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L’obbedienza a ogni costo? E se l’ordine era il bombardamento dei civili, un’azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l’esecuzione sommaria dei partigiani, l’uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l’esecuzione d’ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni (scegliere a sorte qualche soldato della Patria e fucilarlo per incutere terrore negli altri soldati della Patria), una guerra di evidenti aggressioni, l’ordine d’un ufficiale ribelle al popolo sovrano, le repressioni di manifestazioni popolari?….

Lorenzo Milani sac.

Da “Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana”
Per questa lettera don Lorenzo fu denunciato e rinviato a giudizio con l’accusa di apologia di reato.

Don Lorenzo Milani: una lezione sempre viva, ancora da leggere e che insegna ancora tantissimo

Il sacerdote fiorentino non fu, né mai ambì ad essere, un pedagogista o un sociologo o un politico dell’istruzione. Non elaborò metodi didattici, non mise a punto rilevazioni sociali e neppure immaginò qualche riforma della scuola. Dalle pagine dei suoi scritti (non solo «Lettera a una professoressa», ma anche «Esperienze pastorali», «L’obbedienza non è più una virtù» e soprattutto le sue lettere) emerge senza ombra di dubbio che egli fu prima di tutto e soprattutto un prete che pose al centro della propria azione il problema di come annunciare il Vangelo in modo non rituale, ma sostanziale e cioè in grado di entrare nelle coscienze, di essere capito e assimilato anche dalle persone più semplici e meno provviste di strumenti culturali. In una parola si propose di vincere la povertà spirituale e culturale di chi non era (e non è) capace di uscire da se stesso e di comunicare con gli altri a causa della sua marginalità sociale o geografica.

Il 26 giugno sarà il 45° anniversario della sua morte.

Perle dette da Don Milani:

“…che la Scuola non sia un ospedale che accoglie i sani e respinge gli ammalati “;

“… poi insegnando imparavo tante cose. Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia…”

Manovra Monti ” Salva Italia “. Ne parliamo ad Osimo il 19 dicembre con l’on. Oriano Giovanelli parlamentare PD

I sacrifici vanno chiesti a tutti in modo equo e con giustizia. I sacrifici per salvare l’Italia vanno chiesti  in particolare alla parte più ricca del Paese, e non solo ai pensionati o ai giovani. Don Milani diceva: “Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”.

Ne parliamo ad Osimo LUNEDI’ 19 dicembre, alle ore 21,30

con l’on. Giovanelli della direzione del PD

SEI INVITATO A PARTECIPARE e ad estendere l’INVITO ai tuoi contatti.
L’ incontro   sarà anche l’occasione  per scambiarci gli auguri di  Natale e di Buon ANNO.

 

Manovra Monti ” Salva Italia “: occorre maggiore equità e giustizia sociale

Misure per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici
Sul supplemento ordinario della Gazzetta Ufficiale n.284 del 6 dicembre 2011 è stato pubblicato il testo della c.d. manovra salva Italia, varata con Decreto Legge 6 dicembre 2011, n. 201 nella riunione del Consiglio dei Ministri del 4 dicembre scorso.

Una manovra che serve a fare cassa. Una manovra che sortisce elogi dall’Europa ma  che presenta molte ombre e poche luci.
Una manovra che lascia l’amaro in bocca, a quanti come me avevano sperato in una ventata di aria nuova e ora stanno vivendo la consapevolezza che molto non è cambiato. Una manovra che non richiede sacrifici in modo equo .
Perché il governo Monti non taglia la spesa per gli armamenti per esempio? Perché si fatica così tanto a ridurre lo stipendio dei parlamentari?
Gli italiani chiedono maggiore equità sociale e giustizia. Non devono essere sempre i soliti – ovvero i ceti deboli – a pagare il prezzo del cosiddetto salvataggio dell’Italia e i soliti a farla franca.
I sacrifici vanno chiesti alla parte più ricca del Paese, ai furbetti e non ai pensionati o ai giovani. Don Milani diceva: “Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”.

Paola

 

La SCUOLA

La lungimiranza del pensiero e l’intuito  di Don MIlani, potrebbe salvare la nostra SCUOLA.

M’importa, ho a cuore.

Un modo diverso per affrontare la vita di tutti i giorni con le  difficoltà  e i problemi che questa ci pone. In un Paese dilaniato da scandali e da una disonestà diffusa, abbiamo anche risorse positive, modelli e testimoni a cui fare riferimento per una rinascita civile e sociale.

” I Care “

 

I care. Lettera di don Milani ai giudici.

Trovo sempre originale, attuale e fonte di ispirazione il messaggio che ci ha lasciato Don Lorenzo Milani, godetevi questa bella lettera spedita – come oggi 44 anni fa – da Don Lorenzo ai magistrati  chiamati a giudicarlo su alcune sue esternazioni a proposito della “obiezione di coscienza”  e “il diritto di disobbedienza” di fronte a leggi inique e ingiuste. Buona lettura.

Gli atti del processo a don Lorenzo Milani

Lettera ai giudici

Barbiana, 24 ottobre 1965

di don Lorenzo Milani

“Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”. (Gv 3,17)

don MilaniSignori Giudici, vi metto qui per scritto quello che avrei detto volentieri in aula. Non sarà infatti facile ch’io possa venire a Roma perché sono da tempo malato. Allego un certificato medico e vi prego di procedere in mia assenza. La malattia è l’unico motivo per cui non vengo. Ci tengo a precisarlo perché dai tempi di Porta Pia i preti italiani sono sospettati di avere poco rispetto per lo Stato. E questa è proprio l’accusa che mi si fa in questo processo. Ma esso non è fondata per moltissimi miei confratelli e in nessun modo per me. Vi spiegherò anzi quanto mi stia a cuore imprimere nei miei ragazzi il senso della legge e il rispetto per i tribunali degli uomini. Una precisazione a proposito del difensore. Le cose che ho voluto dire con la lettera incriminata toccano da vicino la mia persona di maestro e di sacerdote. In queste due vesti so parlare da me. Avevo perciò chiesto al mio difensore d’ufficio di non prendere la parola. Ma egli mi ha spiegato che non me lo può promettere nè come avocato nè come uomo. Ho capito le sue ragioni e non ho insistito. Un’altra precisazione a proposito della rivista che è coimputata per avermi gentilmente ospitato. Io avevo diffuso per conto mio la lettera incriminata fin dal 23 febbraio. Solo successivamente (6 marzo) l’ha ripubblicata “Rinascita” e poi altri giornali. È dunque per motivi procedurali cioè del tutto casuali ch’io trovo incriminata con me una rivista comunista. Non ci troverei nulla da ridire se si trattasse d’altri argomenti. Ma essa non merita l’onore d’essersi fatta bandiera di idee che non le si addicono come la libertà di coscienza e la non violenza. Il fatto non giova alla chiarezza cioè alla educazione dei giovani che guardano a questo processo. Verrò ora ai motivi per cui ho sentito il dovere di scrivere la lettera incriminata. Ma vi occorrerà prima sapere come mai oltre che parroco io sia anche maestro. La mia è una parrocchia di montagna. Quando ci arrivai c’era solo una scuola elementare. Cinque classi in un’aula sola. I ragazzi uscivano dalla quinta semianalfabeti e andavano a lavorare. Timidi e disprezzati. Decisi allora che avrei speso la mia vita di parroco per la loro elevazione civile e non solo religiosa. Così da undici anni in qua, la più gran parte del mio ministero consiste in una scuola. Quelli che stanno in città usano meravigliarsi del suo orario. Dodici ore al giorno. 365 giorni l’anno. Prima che arrivassi io i ragazzi facevano lo stesso orario (e in più tanta fatica) per procurare lana e cacio a quelli che stanno in città. Nessuno aveva da ridire. Ora che quell’orario glielo faccio fare a scuola dicono che li sacrifico. La questione appartiene a questo processo solo perché vi sarebbe difficile capire il mio modo di argomentare se non sapete che i ragazzi vivono praticamente con me. Riceviamo le visite insieme Leggiamo insieme: i libri, il giornale, la posta. Scriviamo insieme. Eravamo come sempre insieme quando un amico ci portò il ritaglio di un giornale. Si presentava come un “Comunicato dei cappellani militari in congedo della regione toscana”. Più tardi abbiamo saputo che già questa dizione è scorretta. Solo 20 di essi erano presenti alla riunione su un totale di 120. Non ho potuto appurare quanti fossero stati avvertiti. Personalmente ne conosco uno solo: don Vittorio Vacchiano, pievano di Vicchio. Mi ha dichiarato che non è stato invitato e che è sdegnato della sostanza e della forma del comunicato. Il testo è infatti gratuitamente provocatorio. Basti pensare alla parola “espressione di viltà”. Il Prof. Giorgio Peyrot dell’Università di Roma sta curando la raccolta di tutte le sentenze contro obiettori italiani. Mi dice che dalla liberazione in qua ne sono state pronunciate più di 200. Di 186 ha notizia sicura, di 100 il testo. Mi assicura che in nessuna ha trovato la parola viltà o altra equivalente. In alcune anzi ha trovato espressioni di rispetto per la figura morale dell’imputato. Per esempio: “Da tutto il comportamento dell’imputato si deve ritenere che egli sia incorso nei rigori della legge per amor di fede” (2 sentenze del T.M.T. di Torino, 19 dicembre 1963, imputato Scherillo; 3 giugno 1964, imputato Fiorenza). In tre sentenze del T.M.T. di Verona ha trovato il riconoscimento del motivo di particolare valore morale e sociale (19 ottobre 1953, imputato Valente; 11 gennaio 1957, imputato Perotto; 7 maggio 1957, imputato Perotto). Allego il testo completo dei risultati della ricerca che il Prof. Peyrot ha avuto la bontà di fare. Ora io sedevo davanti ai miei ragazzi nella mia duplice veste di maestro e di sacerdote e loro mi guardavano sdegnati e appassionati. Un sacerdote che ingiuria un carcerato ha sempre torto. Tanto più se ingiuria chi è in carcere per un ideale. Non avevo bisogno di far notare queste cos ai miei ragazzi. Le avevano già intuite. E avevano anche intuito che ero ormai impegnato a dar loro una lezione di vita. Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto. Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande “I care“. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore” il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego”. Quando quel comunicato era arrivato a noi era già vecchio di una settimana. Si seppe che nè le autorità civili, nè quelle religiose avevano reagito. Allora abbiamo reagito noi. Una scuola austera come la nostra, che non conosce ricreazione ne vacanze, ha tanto tempo a disposizione per pensare e studiare. Ha perciò il diritto e il dovere di dire le cose che altri non dice. È l’unica ricreazione che concedo ai miei ragazzi. Abbiamo dunque preso i nostri libri di storia (utili testi di scuola media, non monografie da specialisti) e siamo riandati cento anni di storia italiana in cerca d’una “guerra giusta“. D’una guerra cioè che fosse in regola con l’articolo 11 della Costituzione. Non è colpa nostra se non l’abbiamo trovata. Da quel giorno a oggi abbiamo avuto molti dispiaceri: ci sono arrivate decine di lettere anonime di ingiurie e di minacce firmate solo con la svastica o col fascio. Siamo stati feriti da alcuni giornalisti con “interviste” piene di falsità. Da altri con incredibili illazioni tratte da quelle “interviste” senza curarsi di controllarne la serietà. Siamo stati poco compresi dal nostro stesso Arcivescovo (Lettera al Clero 14-4 1965). La nostra lettera è stata incriminata. Ci è stato però di conforto tenere sempre dinanzi agli occhi quei 31 ragazzi italiani che sono attualmente in carcere per un ideale. Così diversi dai milioni di giovani che affollano gli stadi, i bar, le piste da ballo, che vivono per comprarsi la macchina, che seguono le mode che leggono i giornali sportivi, che si disinteressano di politica e di religione. Un mio figliolo ha per professore di religione all’Istituto Tecnico il capo di quei militari cappellani che han scritto il comunicato. Mi dice di lui che in classe parla spesso di sport. Che racconta di essere appassionato di caccia e di judò. Che ha l’automobile. Non toccava a lui chiamare “vili e estranei al comandamento cristiano dell’amore” quei 31 giovani. I miei figlioli voglio che somiglino più a loro che a lui. E ciò nonostante non voglio che vengano su anarchici. A questo punto mi occorre spiegare il problema di fondo di ogni scuola. E siamo giunti, io penso, alla chiave di questo processo perché io maestro sono accusato di apologia di reato cioè di scuola cattiva. Bisognerà dunque accordarci su ciò che è scuola buona. La scuola è diversa dall’aula del tribunale. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè di senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione). La tragedia del vostro mestiere di giudici è che sapete di dover giudicare con leggi che ancora non sono tutte giuste. Sono vivi in Italia dei magistrati che in passato han dovuto perfino sentenziare condanne a morte. Se tutti oggi inorridiamo a questo pensiero dobbiamo ringraziare quei maestri che ci aiutarono a progredire, insegnandoci a criticare la legge che allora vigeva. Ecco perché, in un certo senso, la scuola è fuori del vostro ordinamento giuridico. Il ragazzo non è ancora penalmente imputabile e non esercita ancora diritti sovrani, deve solo prepararsi a esercitarli domani ed è perciò da un lato nostro inferiore perché deve obbedirci e noi rispondiamo di lui, dall’altro nostro superiore perché decreterà domani leggi migliori delle nostre. E allora il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i “segni dei tempi”, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso. Anche il maestro è dunque in qualche modo fuori del vostro ordinamento e pure al suo servizio. Se lo condannate attenterete al processo legislativo. In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge e d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate. La leva ufficiale per cambiare la legge è il voto. La Costituzione gli affianca anche la leva dello sciopero. Ma la leva vera di queste due leve del potere è influire con la parola e con l’esempio sugli altri votanti e scioperanti. E quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona un’obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede. È scuola per esempio la nostra lettera sul banco dell’imputato ed è scuola la testimonianza di quei 31 giovani che sono a Gaeta. Chi paga di persona testimonia che vuole la legge migliore, cioè che ama la legge più degli altri. Non capisco come qualcuno possa confonderlo con l’anarchico. Preghiamo Dio che ci mandi molti giovani capaci di tanto. Questa tecnica di amore costruttivo per la legge l’ho imparata insieme ai ragazzi mentre leggevamo il Critone, l’Apologia di Socrate, la vita del Signore nei quattro Vangeli, l’autobiografia di Gandhi, le lettere del pilota di Hiroshima. Vite di uomini che sono venuti tragicamente in contrasto con l’ordinamento vigente al loro tempo non per scardinarlo, ma per renderlo migliore. L’ho applicata, nel mio piccolo, anche a tutta la mia vita di cristiano nei confronti delle leggi e delle autorità della Chiesa. Severamente ortodosso e disciplinato e nello stesso tempo appassionatamente attento al presente e al futuro. Nessuno può accusarmi di eresia o di indisciplina. Nessuno d’aver fatto carriera. Ho 42 anni e sono parroco di 42 anime! Del resto ho già tirato su degli ammirevoli figlioli. Ottimi cittadini e ottimi cristiani. Nessuno di loro è venuto su anarchico. Nessuno è venuto su conformista. Informatevi su di loro. Essi testimoniano a mio favore. Vi ho dunque dichiarato fin qui che se anche la lettera incriminata costituisse reato era mio dovere morale di maestro scriverla egualmente. Vi ho fatto notare che togliendomi questa libertà attentereste alla scuola cioè al progresso legislativo. Ma è poi reato? L’assemblea Costituente ci ha invitati a dar posto nella scuola alla Carta costituzionale “al fine di rendere consapevole la nuova generazione delle raggiunte conquiste morali e sociali”. (Ordine del giorno approvato all’unanimità nella seduta del 11 dicembre 1947). Una di queste conquiste morali e sociali è l’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli“. Voi giuristi dite che le leggi si riferiscono solo al futuro, ma noi gente della strada diciamo che la parola ripudia è molto più ricca di significato, abbraccia il passato e il futuro. È un invito a buttare tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora. Mi scuserete se su questo punto mi devo dilungare, ma il Pubblico Ministero ha interpretato come apologia della disonnedienza una lettera che è una scorsa su cento anni di storia alla luce del verbo ripudia. È dalla premessa di come si giudicano quelle guerre che segue se si dovrà o no obbedire nelle guerre future. Quando andavamo a scuola noi i nostri maestri, Dio li perdoni, ci avevano cosi bassamente ingannati. Alcuni poverini ci credevano davvero ci ingannavano perché erano a loro volta ingannati. Altri sapevano di ingannarci, ma avevano paura. I più erano forse solo dei superficiali. A sentir loro tutte le guerre erano “per la Patria”. Esaminiamo ora quattro tipi di guerra che “per la Patria” non erano. I nostri maestri si dimenticavano di farci notare una cosa lapalissiana e cioè che gli eserciti marciano agli ordini della classe dominante. In Italia fino al 1880 aveva diritto di voto solo il 2 % della popolazione. Fino al 1909 il 7%. Nel 1913 ebbe diritto di voto il 23%, ma solo la metà lo seppe o lo volle usare. Dal ’22 al ’45 il certificato elettorale non arrivo più a nessuno, ma arrivarono a tutti le cartoline di chiamata per tre guerre spaventose. Oggi di diritto il suffragio è universale, ma la Costituzione (articolo 3) ci avvertiva nel ’47 con sconcertante sincerità che i lavoratori erano di fatto esclusi dalle leve del potere. Siccome non è stata chiesta la revisione di quell’articolo è lecito pensare (e io lo penso) che esso descriva una situazione non ancora superata. Allora è ufficialmente riconosciuto che i contadini e gli operai, cioè la gran massa del popolo italiano, non è mai stata al potere. Allora l’esercito ha marciato solo agli ordini di una classe ristretta. Del resto ne porta ancora il marchio: il servizio di leva è compreso con 93.000 lire al mese per i figli dei ricchi e con 4.500 lire al mese per i figli dei poveri, essi non mangiano lo stesso rancio alla stessa mensa, i figli dei ricchi sono serviti da un attendente figlio di poveri. Allora l’esercito non ha mai o quasi mai rappresentato la Patria nella sua totalità e nella sua eguaglianza. Del resto in quante guerre della storia gli eserciti han rappresentato la Patria? Forse quello che difese la Francia durante la Rivoluzione. Ma non certo quello di Napoleone in Russia. Forse l’esercito inglese dopo Dunkerque. Ma non certo l’esercito inglese a Suez. Forse l’esercito russo a Stalingrado. Ma non certo l’esercito russo in Polonia. Forse l’esercito italiano al Piave. Ma non certo l’esercito italiano il 24 maggio. Ho a scuola esclusivamente figlioli di contadini e di operai. La luce elettrica a Barbiana è stata portata quindici giorni fa, ma le cartoline di precetto hanno cominciato a portarle a domicilio fin dal 1861. Non posso non avvertire i miei ragazzi che i loro infelici babbi han sofferto e fatto soffrire in guerra per difendere gli interessi di una classe ristretta (di cui non facevano nemmeno parte!) non gli interessi della Patria. Anche la Patria è una creatura cioè qualcosa di meno di Dio, cioè un idolo se la si adora. Io penso che non si può dar la vita per qualcosa di meno di Dio. Ma se anche si dovesse concedere che si può dar la vita per l’idolo buono (la Patria), certo non si potrà concedere che si possa dar la vita per l’idolo cattivo (la speculazione degli industriali). Dar la vita per nulla è peggio ancora. I nostri maestri non ci dissero che nel ’66 l’Austria ci aveva offerto il Veneto gratis. Cioè che quei morti erano morti senza scopo. Che è mostruoso andare a morire è uccidere senza scopo. Se ci avessero detto meno bugie avremmo intravisto com’è complessa la verità. Come anche quella guerra, come ogni guerra, era composita dell’entusiasmo eroico di alcuni, dello sdegno eroico di altri, della delinquenza di altri ancora. Lo dico perché alcuni mi accusano di aver mancato di rispetto ai caduti. Non è vero. Ho rispetto per quelle infelici vittime. Proprio per questo mi parrebbe di offenderle se lodassi chi le ha mandate a morire e poi si è messo in salvo. Per esempio quel re che scappò a Brindisi con Badoglio e molti generali e nella fretta Si dimenticò perfino di lasciar gli ordini. Del resto il rispetto per i morti non può farmi dimenticare i miei figlioli vivi. Io non voglio che essi facciano quella tragica fine. Se un giorno sapranno offrire la loro vita in sacrificio ne sarò orgoglioso, ma che sia per la causa di Dio e dei poveri, non per il signor Savoia o il signor Krupp. Bisognerà ricordare anche le guerre per allargare i confini oltre il territorio nazionale. Ci sono ancora dei fascisti poveretti che mi scrivono lettere patetiche per dirmi che prima di pronunciare il nome santo di Battisti devo sciacquarmi la bocca. È perché i nostri maestri ce l’avevano presentato come un eroe fascista. Si erano dimenticati di dirci che era un socialista. Che se fosse stato vivo il 4 novembre quando gli italiani entrarono nel Sud Tirolo avrebbe obiettato. Non avrebbe mosso un passo di la da Salorno per lo stessissimo motivo per cui quattro anni prima aveva obiettato alla presenza degli austriaci di qua da Salorno e s’era buttato disertore, come dico appunto nella mia lettera. “Riterremmo stoltezza vantar diritti su Merano e Bolzano” (Scritti politici di Cesare Battisti, vol. II, p. 96-97). “Certi italiani confondono troppo facilmente il Tirolo col Trentino e con poca logica vogliono i confini d’Italia estesi fino al Brennero” (ivi). Sotto il fascismo la mistificazione fu scientificamente organizzata. E non solo sui libri, ma perfino sul paesaggio. L’Alto Adige, dove nessun soldato italiano era mai morto, ebbe tre cimiteri di guerra finti (Colle Isarco, Passo Resia, S. Candido) con caduti veri disseppelliti a Caporetto. Parlo di confini per chi crede ancora, come credeva Battisti, che i confini debbano tagliare preciso tra nazione e nazione. Non certo per dar soddisfazione a quei nazisti da museo che sparano a carabinieri di 20 anni. In quanto a me, io ai miei ragazzi insegno che le frontiere sono concetti superati. Quando scrivevamo la lettera incriminata abbiamo visto che i nostri paletti di confine sono stati sempre in viaggio. E ciò che seguita a cambiar di posto secondo il capriccio delle fortune militari non può esser dogma di fede nè civile nè religiosa. Ci presentavano l’Impero come una gloria della Patria! Avevo 13 anni. Mi par oggi. Saltavo di gioia per l’Impero. I nostri maestri s’erano dimenticati di dirci che gli etiopici erano migliori di noi. Che andavamo a bruciare le loro capanne con dentro le loro donne e i loro bambini mentre loro non ci avevano fatto nulla. Quella scuola vile, consciamente o inconsciamente non so, preparava gli orrori di tre anni dopo. Preparava milioni di soldati obbedienti. Obbedienti agli ordini di Mussolini. Anzi, per esser più precisi, obbedienti agli ordini di Hitler. Cinquanta milioni di morti. E dopo esser stato così volgarmente mistificato dai miei maestri quando avevo 13 anni, ora che sono maestro io e ho davanti questi figlioli di 13 anni che amo, vorreste che non sentissi l’obbligo non solo morale (come dicevo nella prima parte di questa lettera), ma anche civico di demistificare tutto, compresa l’obbedienza militare come ce la insegnavano allora? Perseguite i maestri che dicono ancora le bugie di allora, quelli che da allora a oggi non hanno più studiato ne pensato, non me. Abbiamo voluto scrivere questa lettera senza l’aiuto d’un giurista. Ma a scuola una copia dei Codici l’abbiamo. Nel testo stesso dell’art. 40 c.p.m.p. e nella giurisprudenza all’art. 51 del c.p. abbiamo trovato che il soldato non deve obbedire quando l’atto comandato è manifestamente delittuoso. Che l’ordine deve avere un minimo d’apparenza di legittimità. Una sentenza del T.S.M. condanna un soldato che ha obbedito a un ordine di strage di civili (13-12-1949, imputato Strauch). Allora anche il Vostro ordinamento riconosce che perfino il soldato ha una coscienza e deve saperla usare quando è l’ora. Come potrebbe avere un minimo di parvenza di legittimità una decimazione, una rappresaglia su ostaggi, la deportazione degli ebrei, la tortura, una guerra coloniale? Oppure, può avere un minimo di parvenza di legittimità un atto condannato dagli accordi internazionali che l’Italia ha sottoscritto? Il nostro Arcivescovo Card. Florit ha scritto che “è praticamente impossibile all’individuo singolo valutare i molteplici aspetti relativi alla moralità degli ordini che riceve” (Lettera al Clero 14-4-1965). Certo non voleva riferirsi all’ordine che hanno ricevuto le infermiere tedesche di uccidere i loro malati. E neppure a quello che ricevette Badoglio e trasmise ai suoi soldati di mirare anche agli ospedali (telegramma di Mussolini 28-3-1936). E neppure all’uso dei gas. Che gli italiani in Etiopia abbiano usato gas è un fatto su cui è inutile chiudere gli occhi. Il Protocollo di Ginevra del 17 maggio 1925 ratificato dall’Italia il 3-4-1928 fu violato dall’Italia per prima il 23 dicembre 1935 sul Tacazze. L’Enciclopedia Britannica lo da per pacifico. Lo denunciano oramai anche i giornali cattolici (“L’Avvenire d’Italia” articoli di Angelo del Boca del 13-5-1965 al 15-7-1965). Abbiamo letto i telegrammi di Mussolini a Graziani: “autorizzo impiego gas” (telegramma numero 12409 del 27-10-1935), di Mussolini a Badoglio: “rinnovo autorizzazione impiego gas qualunque specie e su qualunque scala” (29-3-1936). Hailè Selassiè l’ha confermato autorevolmente e circostanziatamente (intervista per “L’Espresso” 29 settembre 1965 e sg.). Quegli ufficiali e quei soldati obbedienti che buttavano barili d’iprite sono criminali di guerra e non sono ancora stati processati. Sono processato invece io perché ho scritto una lettera che molti considerano nobile. (Carissime fra le tante le lettere di affettuosa solidarietà delle commissioni interne delle principali fabbriche fiorentine, quelle dei dirigenti e attivisti della C.I.S.L. di Milano e della C.I.S.L. di Firenze e quella dei Valdesi). Che idea si potranno fare i giovani di ciò che è crimine? Oggi poi le convenzioni internazionali sono state accolte nella Costituzione (art. 10). Ai miei montanari insegno a avere più in onore la Costituzione e i patti che la loro Patria ha firmato che gli ordini opposti d’un generale. Io non li credo dei minorati incapaci di distinguere se sia lecito o no bruciar vivo un bambino. Ma dei cittadini sovrani e coscienti. Ricchi del buon senso dei poveri. Immuni da certe perversioni intellettuali di cui soffrono talvolta i figli della borghesia. Quelli per esempio che leggevano D’Annunzio e ci han regalato il fascismo e le sue guerre. A Norimberga e a Gerusalemme sono stati condannati uomini che avevano obbedito. L’umanità intera consente che essi non dovevano obbedire, perché c’è una legge che gli uomini non hanno forse ancora ben scritta nei loro codici, ma che è scritta nel loro cuore. Una gran parte dell’umanità la chiama legge di Dio, l’altra parte la chiama legge della Coscienza. Quelli che non credono ne all’una ne all’altra non sono che un’infima minoranza malata. Sono i cultori dell’obbedienza cieca. Condannare la nostra lettera equivale a dire ai giovani soldati italiani che essi non devono avere una coscienza, che devono obbedire come automi, che i loro delitti li pagherà chi li avrà comandati. E invece bisogna dir loro che Claude Tatherly, il pilota di Hiroshima, che vede ogni notte donne e bambini che bruciano e si fondono come candele, rifiuta di prender tranquillanti, non vuol dormire, non vuol dimenticare quello che ha fatto quand’era “un bravo ragazzo”, “un soldato disciplinato” (secondo la definizione dei suoi superiori), “un povero imbecille irresponsabile” (secondo la definizione che dà lui di sé ora). (Carteggio di Claude Tatherly e Gunter Anders, Einaudi, 1962). Ho poi studiato a teologia morale un vecchio principio di diritto romano che anche voi accettate. Il principio della responsabilità in solido. Il popolo lo conosce sotto forma di proverbio: “Tant’è ladro chi ruba che chi para il sacco”. Quando si tratta di due persone che compiono un delitto insieme, per esempio il mandante e il sicario, voi gli date un ergastolo per uno e tutti capiscono che la responsabilità non si divide per due. Un delitto come quello di Hiroshima ha richiesto qualche migliaio di corresponsabili diretti: politici, scienziati, tecnici, operai, aviatori. Ognuno di essi ha tacitato la propria coscienza fingendo a se stesso che quella cifra andasse a denominatore. Un rimorso ridotto a millenni non toglie il sonno all’uomo d’oggi. E così siamo giunti a quest’assurdo che l’uomo delle caverne se dava una randellata sapeva di far male e si pentiva. L’aviere dell’era atomica riempie il serbatoio dell’apparecchio che poco dopo disintegrerà 200.000 giapponesi e non si pente. A dar retta ai teorici dell’obbedienza e a certi tribunali tedeschi, dell’assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto perché non ha autore. C’è un modo solo per uscire da questo macabro gioco di parole. Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo ne davanti agli uomini ne davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto. A questo patto l’umanità potrà dire di aver avuto in questo secolo un progresso morale parallelo e proporzionale al suo progresso tecnico. Fin qui ho parlato come un cittadino e un maestro che crede con la sua scuola e con la sua lettera di aver reso un servizio alla società civile, non di aver compiuto un reato. Ma poniamo di nuovo che voi lo consideriate reato. Quest’accusa se fatta a me solo e non anche a tutti i miei confratelli, mette in dubbio la mia ortodossia di cattolico e di sacerdote. Sembrerà infatti che condanniate le idee personali di un prete strano. Ma io sono parte viva della Chiesa anzi suo ministro. Se avessi detto cose estranee al suo insegnamento essa mi avrebbe condannato. Non l’ha fatto perché la mia lettera dice cose elementari di dottrina cristiana che tutti i preti insegnano da 2.000 anni. Se ho commesso reato perseguiteci tutti. Ho evitato apposta di parlare da non violento. Personalmente lo sono. Ho tentato di educare i ragazzi così. Li ho indirizzati per quanto ho potuto verso i sindacati (le uniche organizzazioni che applichino su larga scala le tecniche non violente). Ma la non violenza non è ancora la dottrina ufficiale di tutta la Chiesa. Mentre la dottrina del primato della coscienza sulla legge dello Stato lo è certamente Mi sarà facile dimostrare che nella mia lettera ho parlato da cattolico integrale, anzi spesso da cattolico conservatore. Cominciamo dalla storia. La storia d’Italia fino al 1929 nella mia lettera è identica a come la raccontavano i preti in seminario prima di quella data. Il mio vecchio parroco mi diceva che “La Squilla”, il giornale cattolico di Firenze, aveva in vetta e in fondo uno striscione nero. Portava il lutto del Risorgimento! In quanto alla storia più recente cioè al giudizio sulle guerre fasciste, può anche darsi che qualche mio confratello sia intimamente un nostalgico, ma è notorio che la gran maggioranza dei preti sostiene un partito democratico che fu il principale autore della Costituzione (dunque anche della parola ripudia). Veniamo alla dottrina. La dottrina del primato della legge di Dio sulla legge degli uomini è condivisa, anzi glorificata, da tutta la Chiesa. Non andrò a cercare teologi moderni e difficili per dimostrarlo. Si può domandarlo a un bambino che si prepara alla Prima Comunione: “Se il padre o la madre comanda una cosa cattiva bisogna obbedirlo? I martiri disobbedirono alle leggi dello Stato. Fecero bene o male?”. C’è chi cita a sproposito il detto di S. Pietro: “Obbedite ai vostri superiori anche se sono cattivi”. Infatti. Non ha nessuna importanza se chi comanda è personalmente buono o cattivo. Delle sue azioni risponderà lui davanti a Dio. Ha pero importanza se ci comanda cose buone o cattive perché delle nostre azioni risponderemo noi davanti a Dio. Tant’è vero che Pietro scriveva quelle sagge raccomandazioni all’obbedienza dal carcere dove era chiuso per aver solennemente disobbedito. Il Concilio di Trento è esplicito su questo punto (Catechismo III parte, IV precetto, 16° paragrafo): “Se le autorità politiche comanderanno qualcosa di iniquo non sono assolutamente da ascoltare. Nello spiegare questa cosa al popolo il parroco faccia notare che premio grande e proporzionato è riservato in cielo a coloro che obbediscono a questo precetto divino” cioè di disobbedire allo Stato! Certi cattolici di estrema destra (forse gli stessi che mi hanno denunciato) ammirano la Mostra della Chiesa del Silenzio. Quella mostra è l’esaltazione di cittadini che per motivo di coscienza si ribellano allo Stato. Allora anche i miei superficialissimi accusatori la pensano come me. Hanno il solo difetto di ricordarsi di quella legge eterna quando lo Stato è comunista e le vittime sono cattoliche e di dimenticarla nei casi (come in Spagna) dove lo Stato si dichiara cattolico e le vittime sono comuniste. Sono cose penose, ma le ho ricordate per mostrarvi che su questo punto l’arco dei cattolici che la pensano come me è completo. Tutti sanno che la Chiesa onora i suoi martiri. Poco lontano dal vostro Tribunale essa ha eretto una basilica per onorare l’umile pescatore che ha pagato con la vita il contrasto fra la sua coscienza e l’ordinamento vigente. S. Pietro era un “cattivo cittadino”. I vostri predecessori del Tribunale di Roma non ebbero tutti i torti a condannarlo. Eppure essi non erano intolleranti verso le religioni. Avevano costruito a Roma i templi di tutti gli dei e avevano cura di offrire sacrifici ad ogni altare. In una sola religione il loro profondo senso del diritto ravvisò un pericolo mortale per le loro istituzioni. Quella il cui primo comandamento dice: “Io sono un Dio geloso. Non avere altro Dio fuori che me”. A quei tempi era dunque inevitabile che i buoni ebrei e i buoni cristiani paressero cattivi cittadini. Poi le leggi dello Stato progredirono. Lasciatemi dire, con buona pace dei laicisti, che esse vennero man mano avvicinandosi alla legge di Dio. Così va diventando ogni giorno più facile per noi esser riconosciuti buoni cittadini. Ma è per coincidenza e non per sua natura che questo avviene. Non meravigliatevi dunque se ancora non possiamo obbedire tutte le leggi degli uomini. Miglioriamole ancora e un giorno le obbediremo tutte. Vi ho detto che come maestro civile sto dando una mano anch’io a migliorarle. Perché io ho fiducia nelle leggi degli uomini. Nel breve corso della mia vita mi pare che abbiamo progredito a vista d’occhio. Condannano oggi tante cose cattive che ieri sancivano. Oggi condannano la pena di morte, l’assolutismo, la monarchia, la censura, le colonie, il razzismo, l’inferiorità della donna, la prostituzione, il lavoro dei ragazzi. Onorano lo sciopero, i sindacati, i partiti. Tutto questo è un irreversibile avvicinarsi alla legge di Dio. Già oggi la coincidenza è così grande che normalmente un buon cristiano può passare anche l’intera vita senza mai essere costretto dalla coscienza a violare una legge dello Stato. Io per esempio fino a questo momento sono incensurato. E spero di don lorenzo 1esserlo anche alla fine di questo processo. È un augurio che faccio ai patrioti. Chissà come patirebbero se potessero leggere le tante lettere che ricevo dall’estero. Da paesi che non hanno esercito di leva o riconoscono l’obiezione. Quelli che le scrivono sono convinti di scriverle a un paese di selvaggi. Qualcuno mi domanda quanto dovrà ancora stare in prigione il povero padre Balducci. Dicevamo dunque che oggi le nostre due leggi quasi coincidono. Ci sono pero dei casi eccezionali nei quali vige l’antica divergenza e l’antico comandamento della Chiesa di obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Ho elencato nella lettera incriminata alcuni di questi casi. Posso aggiungere altre considerazioni. Cominciamo dall’obiezione di coscienza in senso stretto. Proprio in quei giorni ho avuto conforto dalla Chiesa anche su questo punto specifico. Il Concilio invita i legislatori a avere rispetto (respicere) per coloro i quali “o per testimoniare della mitezza cristiana, o per riverenza alla vita, o per orrore di esercitare qualsiasi violenza, ricusano per motivo di coscienza o il servizio militare o alcuni singoli atti di immane crudeltà cui conduce la guerra”. (Schema 13 paragrafo 101. Questo è il testo proposto dalla apposita Commissione la quale rispecchia tutte le correnti del Concilio. Ha quindi tutte le probabilità d’essere quello definitivo). Quei 20 militari di Firenze han detto che l’obiettore è un vile. Io ho detto soltanto che forse è un profeta. Mi pare che i Vescovi stiano dicendo molto più di me. Ricorderò altri tre fatti sintomatici. Nel ’18 i seminaristi reduci di guerra, se vollero diventare preti, dovettero chiedere alla Santa Sede una sanatoria per le irregolarità canoniche in cui potevano essere incorsi nell’obbedire ai loro ufficiali. Nel ’29 la Chiesa chiedeva allo Stato di dispensare i seminaristi, i preti, i vescovi dal servizio militare. Il canone 141 proibisce ai chierici di andare volontari a meno che lo facciano per sortirne prima (ut citius liberi evadant!) Chi disobbedisce è automaticamente ridotto allo stato laicale. La Chiesa considera dunque a dir poco indecorosa per un sacerdote l’attività militare presa nel suo complesso. Con le sue ombre e le sue luci. Quella che lo Stato onora con medaglie e monumenti. E infine affrontiamo il problema più cocente delle ultime guerre e di quelle future: l’uccisione dei civili. La Chiesa non ha mai ammesso che in guerra fosse lecito uccidere civili, a meno che la cosa avvenisse incidentalmente cioè nel tentare di colpire un obiettivo militare. Ora abbiamo letto a scuola su segnalazione del “Giorno” un articolo del premio Nobel Max Born (Bullettin of the Atomic Scientists, aprile 1964). Dice che nella prima guerra mondiale i morti furono 5% civili 95% militari (si poteva ancora sostenere che i civili erano morti “incidentalmente”). Nella seconda 48% civili 52% militari (non si poteva più sostenere che i civili fossero morti “incidentalmente”). In quella di Corea 48% civili 16% militari (si può ormai sostenere che i militari muoiono “incidentalmente “). Sappiamo tutti che i generali studiano la strategia d’oggi con l’unità di misura del megadeath (un milione di morti) cioè che le armi attuali mirano direttamente ai civili e che si salveranno forse solo i militari. Che io sappia nessun teologo ammette che un soldato possa mirare direttamente (si può ormai dire esclusivamente) ai civili. Dunque in casi del genere il cristiano deve obiettare anche a costo della vita. Io aggiungerei che mi pare coerente dire che a una guerra simile il cristiano non potrà partecipare nemmeno come cuciniere. Gandhi l’aveva già capito quando ancora non si parlava di armi atomiche. “Io non traccio alcuna distinzione tra coloro che portano le armi di distruzione e coloro che prestano servizio di Croce Rossa. Entrambi partecipano alla guerra e ne promuovono la causa. Entrambi sono colpevoli del crimine della guerra” (Non violence in peace and war. Ahmedabad 14 vol. 1). A questo punto mi domando se non sia accademia seguitare a discutere di guerra con termini che servivano già male per la seconda guerra mondiale. Eppure mi tocca parlare anche della guerra futura perché accusandomi di apologia di reato ci si riferisce appunto a quel che dovranno fare o non fare i nostri ragazzi domani. Ma nella guerra futura, l’inadeguatezza dei termini della nostra teologia e della vostra legislazione è ancora più evidente. È noto che l’unica “difesa” possibile in una guerra di missili atomici sarà di sparare circa 20 minuti prima dell’”aggressore”. Ma in lingua italiana lo sparare prima si chiama aggressione e non difesa. Oppure immaginiamo uno Stato onestissimo che per sua “difesa” spari 20 minuti dopo. Cioè che sparino i suoi sommergibili unici superstiti d’un paese ormai cancellato dalla geografia. Ma in lingua italiana questo si chiama vendetta non difesa. Mi dispiace se il discorso prende un tono di fantascienza, ma Kennedy e Krusciov (i due artefici della distensione!) si sono lanciati l’un l’altro pubblicamente minacce del genere. “Siamo pienamente consapevoli del fatto che questa guerra, se viene scatenata, diventerà sin dalla primissima ora una guerra termonucleare è una guerra mondiale. Ciò per noi è perfettamente ovvio” (lettera di Krusciov a B. Russel 23-10-1962). Siamo dunque tragicamente nel reale. Allora la guerra difensiva non esiste più. Allora non esiste più una “guerra giusta” ne per la Chiesa ne per la Costituzione. A più riprese gli scienziati ci hanno avvertiti che è in gioco la sopravvivenza della specie umana. (Per esempio Linus Pauling premio Nobel per la chimica e per la pace). E noi stiamo qui a questionare se al soldato sia lecito o no distruggere la specie umana? Spero di tutto cuore che mi assolverete, non mi diverte l’idea di andare a fare l’eroe in prigione, ma non posso fare a meno di dichiararvi esplicitamente che seguiterò a insegnare ai miei ragazzi quel che ho insegnato fino a ora. Cioè che se un ufficiale darà loro ordini da paranoico hanno solo il dovere di legarlo ben stretto e portarlo in una casa di cura. Spero che in tutto il mondo i miei colleghi preti e maestri d’ogni religione e d’ogni scuola insegneranno come me. Poi forse qualche generale troverà ugualmente il meschino che obbedisce e così non riusciremo a salvare l’umanità. Non è un motivo per non fare fino in fondo il nostro dovere di maestri. Se non potremo salvare l’umanità ci salveremo almeno l’anima.