Eugenio Scalfari: La luce di Draghi nel buio italiano

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari,  28 ottobre 2018. La luce di Draghi nel buio italiano
Contro l’Ue sono schierati tutti e due i vicepremier, ma Salvini con condizioni ben più ambiziose: l’Italia come paese leader di un’Europa divisa in mille pezzi, lui dittatore in casa e delegato dello zar Putin

Conosco molto bene e da molto tempo Mario Draghi, da quando Ciampi era al governo e poi al Quirinale. Draghi a quell’epoca era poco più d’un giovanotto, di ottimi studi e di ferma volontà, avendo anche il pregio d’esser fedele ai compiti che gli venivano affidati e alle persone che glieli avevano conferiti. Ricordo ancora una sua telefonata (lui da Roma ed io in vacanza in Sardegna) con la notizia che gli stava per essere conferita la nomina alla presidenza della Banca centrale europea. La sua residenza ufficiale sarebbe stata Francoforte e quindi ci saremmo visti di rado. Infatti se riesco a vederlo, da quando ha quella carica, due volte l’anno è praticamente un miracolo; le telefonate sono cinque o sei e naturalmente non vertono sul suo lavoro ma sui personaggi della cultura politica ed economica italiani (pochi) europei e americani (molti). Comunque ci vogliamo bene, io certamente a lui.

Scadrà dalla sua carica a novembre dell’anno prossimo e io vorrei che ottenesse una carica europea di carattere presidenziale per lottare in favore di novità tecnologiche, politiche e anche militari in un mondo di continenti. Draghi quel mondo lo conosce bene e sa anche che se l’Europa entro tre o quattro anni non l’avrà raggiunto, non conterà più niente, ma per quanto lo riguarda non vuole neppure sentir parlare di un’altra carica pubblica. O almeno così dice. Personalmente io spero di no, ma temo che non mi ascolterà.

Comunque ora vediamo che cosa sta accadendo tra lui e l’ineffabile Di Maio. Contro l’Europa sono schierati tutti e due i vicepremier del nostro governo, ma Salvini con condizioni ben più ambiziose: l’Italia come paese leader di un’Europa divisa in mille pezzi, lui dittatore in casa e delegato dello zar russo Vladimir Putin, nel Mediterraneo che, almeno fino a Tripoli, dovrebbe diventare un bacino italo-russo, con tutto ciò che ne consegue nell’Africa sahariana. Torniamo a Draghi e alla bega con Di Maio.

Il leader dei 5 Stelle vorrebbe che Draghi scomparisse dalla vicenda italo-europea, o meglio che fosse presente per aiutare l’Italia. Lo dice da qualche giorno dopo che Draghi ne ha fatto cenno con poche parole da Francoforte. L’Italia ha indicato una linea sui conti pubblici che non concorda con quella europea. Ma questa linea, che piace molto al governo italiano, esiste anche in Europa ed è composta da paesi che guardano molto di più verso Est che verso Ovest: la Polonia, l’Ungheria e una parte della Germania; e una Francia dove la popolarità di Macron vale meno del 30 per cento; e poi la Danimarca, la Norvegia e la Svezia che sembrano tornate ai tempi di Amleto; e la Sassonia, la Renania e la Baviera che ricordano i tempi di Weimar. In un’Europa così slabbrata esistono però istituzioni ancora efficienti, con una linea chiara e netta nei confronti dei paesi che sgarrano, soprattutto quando lo sgarro proviene da uno dei 19 Stati membri dell’Eurozona. L’Italia è per l’appunto uno di questi.

La nostra politica europea e quella economica le fa soprattutto Di Maio per la semplice ragione che la Commissione europea ha messo sotto accusa la politica debitoria che i 5 Stelle, con il consenso di Salvini, hanno immaginato e trasmesso alle autorità europee le quali a loro volta hanno respinto quelle proposte e concesso tre settimane di tempo all’Italia per emendarle nel giusto modo. Il governo italiano non ha però alcun interesse ad accettare il diktat europeo; semmai a peggiorarlo. Il deficit pubblico, come è stato previsto da molti banchieri e advisor europei e americani, aumenterà dal 2,4 al 2,7 per cento del Pil. Non sarebbe un’enormità, altri paesi europei, tra i quali il Portogallo, hanno addirittura superato il 3 per cento, ma nessuno ha un debito all’altezza di quello italiano, che è il secondo in tutto il mondo. È a questo punto che è intervenuto Draghi, con il suggerimento di indurre il nostro governo a rendersi conto della situazione, illustrata dal rapporto tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi, che funge da barometro giornaliero. La Bce può certo intervenire direttamente ed anche attraverso la Banca d’Italia per acquistare titoli italiani a breve termine e vendere quelli a lungo termine, o viceversa, secondo le circostanze. Altro non può fare se non dare consigli e utilizzare il suo portafoglio obbligazionario a lungo termine pubblico e privato.

Per far ripartire l’economia, il nostro governo, secondo me, dovrebbe diminuire il cuneo fiscale di almeno 20 punti, prendendo l’impegno di un’ulteriore diminuzione del 10 per cento che dovrebbe aggiungersi al 20 ogni anno, fino ad aumentare il taglio del cuneo del 50 per cento e anche di più. È molto difficile però che l’Inps riesca a far fronte ad un taglio di metà del cuneo fiscale solo con i propri mezzi. Si creerebbe in quel modo una crisi di liquidità nell’Inps, non sopportabile per l’assistenza che l’Inps assicura alle imprese e ai lavoratori. Sarebbe pertanto necessario, se si adottasse questa politica, in tutti i sensi positiva per le nostre finanze, che lo Stato provvedesse al rifinanziamento di quel taglio. Il modo è molto chiaro: una legge fiscale con imposte adeguate e con criterio progressivo che non soltanto dia allo Stato la possibilità di finanziare l’operazione sul cuneo, ma faccia diminuire le diseguaglianze tra redditi molto elevati su un numero di contribuenti modesto e invece attenuate sui contribuenti a basso reddito.

Sarebbe dunque un’operazione doppiamente utile: incoraggiare la produzione e l’impiego e diminuire le diseguaglianze dei redditi. Questa operazione fu tentata da Prodi quando insediò i governi dell’Ulivo, ma fu fatta per ragioni più teoriche che pratiche: il taglio del cuneo oscillò tra il 3 e il 5 per cento ed ebbe il tempo di un anno per recare qualche beneficio; ma la cifra era talmente ridotta e il tempo a sua disposizione così scarso che l’atteso beneficio non ci fu affatto e l’operazione non fu più ripetuta. Questa a mio avviso dovrebbe essere la politica del Tesoro nei prossimi mesi. Il ministro Tria è probabilmente in pieno accordo con l’ipotesi sopra descritta ma abbiamo la fortuna (o l’infortunio) di avere come ministro addetto agli affari europei un uomo fermo, deciso e molto spesso con convinzioni assai sbagliate, nella persona di Paolo Savona.

Savona condivide interamente la politica economica del governo, sia all’interno sia in Europa. Si rende anche conto che le autorità europee sono state inevitabilmente contrarie alle proposte italiane e le hanno bocciate dandogli solo tre settimane di riflessione per cambiarle. Savona evidentemente se ne infischia di questo contrasto italo-europeo. Le sue idee sono quelle del governo italiano, probabilmente da lui stesso influenzato alla loro elaborazione. Pensa che vadano mantenute e che, qualora l’Europa adottasse provvedimenti punitivi, noi potremmo avviare la procedura di uscita dall’Eurozona, ripristinando la lira al posto dell’euro per almeno tre anni e forse anche più. La lira nelle mani di chi se ne intende come lui potrebbe prestarsi a libere manovre deflattorie o inflazionistiche. Per lui sarebbe probabilmente un paradiso, per il nostro paese un inferno vero e proprio. Stiamo a vedere che cosa accadrà.

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L’ultimo tema da affrontare è quello di Matteo Renzi che con tutto quello che accade avrebbe molto da fare come del resto l’intero partito democratico che dovrebbe essere ben informato per stanare Di Maio e bloccare l’ascesa dittatoriale di Salvini. Ho cercato di parlare con Renzi che da molti mesi non ho più sentito, ma mi hanno risposto che da qualche giorno è in Cina. Immagino che si tratti d’un viaggio di vacanze perché mi sembra assai dubitabile che Renzi abbia l’intenzione politica di parlare con il capo cinese. Comunque prima di partire aveva rilasciato una dichiarazione: aveva scoperto l’esistenza di piccoli circoli fondati da giovani che avevano più o meno le idee liberal-democratiche del partito ma non avevano alcuna intenzione di entrarvi. I piccoli circoli erano spesso in relazione tra di loro e formavano una sorta di interessante movimento che avevano probabilmente l’intenzione di rendere istituzionale. Renzi, quando fece questa dichiarazione pochi giorni fa, sembrò molto interessato a prender la guida di questi circoli, non tanto come leader politico ma soprattutto come maestro. Come tutti ricordiamo Matteo Renzi, che nel 2016 era molto seguito dal partito democratico e nelle elezioni europee aveva toccato il vertice del 40 per cento, dopo il referendum costituzionale decadde con la velocità di una grossa pietra attratta dalla terra come Newton teorizza. Dopo quella sconfitta Renzi appunto precipitò e alle elezioni del 4 marzo l’intero partito finì per terra passando dal 40 a meno del 20 per cento. Peggio di così non era prevedibile. Ora ci vuole un rilancio e Renzi sembrerebbe orientato a fondare un movimento che si muova liberamente tra il centro e la sinistra e si allei con il Pd riconoscendogli la leadership dell’area di centrosinistra. Questo è quanto abbiamo capito ma nei prossimi giorni, dopo la vacanza cinese, Renzi spiegherà meglio quello che ha in testa.

Per quanto personalmente mi riguarda io ho sostenuto varie volte in questo mio articolo domenicale la necessità che sorga un movimento ma non fatto da piccoli circoli giovanili (i quali peraltro sarebbero benvenuti) ma da tutti quelli che sono sostanzialmente liberaldemocratici ma usciti dal partito proprio perché la presenza di Renzi era per molti diventata insopportabile. Molti di questi ex militanti del Pd sono andati a finire tra le file dei grillini che a quell’epoca contavano appena il 10 per cento ma si infittirono e crebbero rapidamente con l’ingresso di ex liberaldemocratici. Molti altri rinunciarono a votare e sono stati stimati, al netto dell’astensione normale, tra il 20 e il 25 per cento. Non è poco se fossero riassorbiti da un movimento di quel colore e di quella cultura politica.

Se tra il rilancio del partito e la nascita di un movimento di questo genere si raggiungesse il 25 per il partito e il 30 per il movimento sarebbe addirittura oltre il 50 per cento dei voti; ma se questa ipotesi risulta troppo ambiziosa, sicuramente da quella sommatoria si arriverebbe al 40 per cento. Un blocco non privo di peso nella politica italiana. Renzi dovrebbe essere tra i dirigenti del partito ma con cariche non troppo incisive. Il gruppo dirigente è ben noto e ha il carisma necessario, da Minniti a Zingaretti, a Franceschini, a Zanda, a Delrio, a Calenda, a Fassino, a Martina. Partito e movimento: questo per un osservatore spassionato è il punto d’arrivo. Fate presto perché il tempo passa veloce.



Evento 'Il Cortile dei Giornalisti'

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Ezio Mauro: Dove SVENTOLA BANDIERA NERA.

di Ezio Mauro  30 agosto 2018. Non c’è solo l’immigrato, il nero, l’africano, al tavolo d’onore della prefettura di Milano, come fantasma fisso del nuovo populismo europeo, tra i due «eroi» Salvini e Orbán (si sono definiti così), che si stringono la mano mentre la piazza protesta per il loro incontro, consapevole del suo vero significato. Il migrante è un biglietto da visita per l’elettorato leghista, una carta di garanzia, una presentazione italiana per l’ospite di riguardo: «L’Europa dice che vuole gestire l’immigrazione, noi invece vogliamo fermarla, e lo faremo insieme». Poco importa che il governo ungherese abbia rifiutato ogni aiuto all’Italia per ricollocare i migranti della Diciotti sbarcati a terra: un amico dal cuore duro è ciò che serve per tentare insieme la grande operazione: il trapianto d’anima all’Europa.
Il primo ministro Conte (ma forse bisognerebbe dire il terzo ministro, dopo i due vicepremier e capi-partito) ha probabilmente ragione, l’Italia può tornare protagonista nel campo europeo. Purtroppo non per il ruolo politico che ha saputo conquistarsi nel negoziato sull’immigrazione, che è pari a zero.
E nemmeno per le minacce velleitarie e improvvisate di improbabili ” sanzioni” economiche all’Europa da parte di Di Maio: propaganda inutile persino per i polli.

C’è invece una bandiera nera che può finire nelle mani del governo italiano. È lo stendardo della rivolta sovranista, che nasce come una riappropriazione di potere da parte degli Stati nazionali contro Bruxelles, e diventa molto di più: un’opa dell’ultra-destra sovranista sulle istituzioni della Ue per sterilizzare lo spirito comunitario dei fondatori, neutralizzare le speranze federali, paralizzare la costruzione faticosa ma costante della spinta costituente nel dopoguerra, cambiare radicalmente il concetto di Europa e di Occidente.
Un’operazione sfascista e avventurista alla ricerca del buio europeo che il nostro continente ha già generato, e che ha esorcizzato proprio con la democrazia delle istituzioni e delle Costituzioni, dopo il ’45. L’unità europea era il culmine e il pegno di questo compito responsabile che i popoli e i governi si assumevano per assicurare pace, sicurezza e benessere a un continente che aveva prodotto i due totalitarismi, scatenando due guerre mondiali.
Oggi l’operazione antieuropea ha il suo nucleo organizzato e visibile nel gruppo di Visegrad ( Polonia, Cechia, Ungheria e Slovacchia), a cui da ieri l’Italia si è iscritta come socio aspirante, pieno di buona volontà, visto che mentre Salvini riceveva Viktor Orbán il premier Conte incontrava il primo ministro ceco Andrej Babis, ovviamente sordo a ogni richiesta di aiuto sui migranti.
Partner occulti, ma nemmeno troppo, Vladimir Putin e Donald Trump, interessati entrambi — per ragioni diverse ma convergenti — al fallimento del progetto europeo e del supplemento di grandeur che quel progetto conferiva ai due Paesi guida, Francia e Germania, e ai loro leader. Quell’alleanza che si raduna programmando il funerale della Ue, aveva bisogno di trovare un socio nell’antica famiglia europea, meglio in un Paese fondatore dell’Unione come l’Italia, per agire anche dall’interno. Ecco spiegato l’entusiasmo di Orbán per «l’eroe» Salvini.
Mutando partner internazionali come in una quadriglia, passando da Adenauer a Orbán, scambiando Putin per Roosevelt, preferendo Erdogan a Merkel, Salvini e Di Maio stanno in effetti accompagnando l’Italia fuori dalla collocazione internazionale della sua tradizione, senza assumersi la responsabilità di questo passaggio, delle sue ragioni e delle conseguenze davanti al Parlamento, muto e inconsapevole. Un fatto che non ha precedenti. Qual è la visione internazionale del presidente del Consiglio, la sua valutazione della storia del dopoguerra, il suo giudizio sui valori occidentali di democrazia e di libertà? Tutto questo ha un senso oggi per il governo, o le democrature coi loro vizi di fondo che negano la libertà, valgono come le democrazie con le loro infedeltà?
Un passo dietro la questione europea, c’è la messa in discussione della Nato, ad opera di Trump. Il nostro governo sarà pronto ad allinearsi, accontentando in un colpo solo Trump e Putin, e calpestando il concetto di Occidente, in nome del ritorno al primato della sovranità nazionale?
Così entreranno in crisi le costruzioni che ci siamo dati nel lungo dopoguerra di pace, tutto ciò che è sovranazionale, ciò che parla di società aperta, di scambio, di libertà. Il mondo torna a chiudersi con i muri e le frontiere, e coloro che li attraversano diventano per Orbán i «senza patria» e i «senzaterra», i nuovi nemici che mescolano razze e culture, come dice il ministro degli Esteri ungherese, prendendosela con «ciclisti e vegetariani».
In realtà, come si capisce a questo punto, il nemico di questo esperimento di “democrazia autoritaria” è il pensiero liberale. Si salva la superficie della forma democratica, a condizione che pronunci il tradimento supremo, separandosi dalla sua sostanza. Senza il principio liberale, a fondamento delle istituzioni parlamentari e delle Costituzioni, della stessa distinzione tra destra e sinistra, la democrazia è un guscio vuoto: quindi perfetto per essere riempita della sostanza nuova ed empia, strumento della fase che stiamo per vivere.
Con la sinistra in crisi, la cultura liberale come avversaria, Bruxelles nemica, l’Europa orientale nuova alleata, il Capitano è pronto a issare la bandiera nera su palazzo Chigi, facendo pagare questo prezzo all’Italia, con la complicità sorridente della destra dilettante a Cinque Stelle. Era previsto, fin dal primo giorno. L’unica novità è che un pezzo di Paese si è accorto del pericolo. E per la prima volta si è dato appuntamento sotto il balcone di Orbán e Salvini: proprio a Milano, dove in politica spesso nascono le cose.

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Stiamo vivendo una fase storica delicata e pericolosa per la democrazia del nostro Paese. Una Sinistra senza divisioni ed egoismi, una Sinistra che ha come valore il rispetto e l’Unità c’è e può contare. Lo si è visto a Milano.
Paola

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Ezio Mauro: La sinistra che non c’è.

giornale La Repubblicadi Ezio Mauro  7 novembre 2017. La sinistra che non c’è. Arrivata esausta all’appuntamento con le urne in Sicilia, deve interrogarsi su cosa c’è di salvabile nella sua traduzione politica italiana dopo la sciagura della scissione che ha infranto il mito fondativo del Pd come casa di tutti i riformisti.

PRIMA di sapere cosa succederà nel Pd dopo la disfatta siciliana, c’è una questione più rilevante e urgente a cui rispondere: cosa c’è di salvabile nel concetto di sinistra e nella sua traduzione politica e organizzativa italiana. La sinistra, o ciò che ne resta, è arrivata esausta all’appuntamento con le urne, con tutti i nodi non sciolti in questi anni che si sono aggrovigliati, fino a trascinarla a fondo. Il peccato originale di sedere a Palazzo Chigi senza mai aver vinto le elezioni ha determinato un pieno di responsabilità nella guida del Paese (negli anni più duri della crisi) e un vuoto nel coinvolgimento emotivo, come se quello del Pd fosse un “governo amico” e niente di più, fino al ministero Gentiloni vissuto come un puro dispositivo tecnico senza colore. La sciagura della scissione ha infranto il mito fondativo del Pd come casa di tutti i riformisti, con un concorso di irresponsabilità, gli scissionisti che la giudicavano inevitabile e Renzi che la considerava irrilevante, come se la politica non fosse stata inventata per governare i fenomeni. Il cozzo del referendum, con una riforma scritta male e trasformata in una guerra.

Il pasticcio della legge elettorale, con una sinistra che ha divorato il maggioritario e il proporzionale per varare una riforma che premia le coalizioni nel momento in cui non è mai stata così divisa e distante. All’inizio e alla fine di tutto, il problema irrisolto che raccoglie in sé tutti questi problemi e spiega gli errori: cos’è oggi la sinistra e qual è la sua idea di Paese.

In tutto l’Occidente, la divisione classica è tra la sinistra di governo, riformista, e quella di opposizione, radicale. Da noi l’eccezione: le sinistre riformiste sono almeno due, forse tre, anche se rischia di mancar loro il governo. Pisapia che si era proposto come ponte o rimorchiatore sembra aver ripiegato su un’idea di forza-cuscinetto insieme con Emma Bonino, caschi blu con buone intenzioni e pochi strumenti d’intervento. Sul campo restano le due parti rotte del Pd, incapaci di proporre una visione d’insieme e un vero progetto riformista, in cui si possano ritrovare le forze disperse che chiedono un progetto di cambiamento con una politica responsabile, europea, occidentale e moderna, accontentandosi di molto meno: Renzi di costruire un partito personale come macchina ubbidiente di conquista del potere (quasi che un secolo di storia della sinistra potesse ridursi a un obiettivo così misero) e Mdp di ostacolare tutto questo, proponendosi come organismo di puro veto al progetto renziano, come se la politica si esaurisse sulla piazza toscana di Rignano.

Questa disarticolazione degli orizzonti avviene mentre la crisi inaridisce di per sé i canali della rappresentanza, soverchia i cittadini facendoli sentire senza tutela e senza garanzie, svalorizza la politica come strumento di controllo e di governo, semina dubbi persino sulla democrazia come cornice di valori e di garanzie, che oggi suonano astratti, senza incidere sulla fatica della vita quotidiana delle persone. È una campana d’allarme per tutto il pensiero liberal-democratico occidentale, che dopo la fine della guerra ha dato vita alle costituzioni e alle istituzioni con cui ci siamo garantiti settant’anni di pace e di libertà. Ma è una campana a morto per la sinistra che nei settant’anni dentro l’ordine liberale del nostro mondo ha potuto farsi forza di governo del sistema, con un progetto di inclusione, e insieme sviluppare un suo pensiero critico e d’alternativa. Oggi invece vede l’alternativa nascere totalmente fuori dal sistema, con i populismi che criticano la stessa democrazia e berciano contro le istituzioni, mentre attaccano il cosmopolitismo, il libero scambio, la libertà di circolazione, le politiche di accoglienza, l’integrazione europea: tutto ciò che si muove, si contagia, si mescola, s’influenza, si somma, tutto ciò che forma l’habitat naturale della cultura progressista europea, a favore di un ritorno dentro i confini delle vecchie carte geografiche, dentro una mentalità da indigeni, dentro il colore bianco della pelle, a un passo dal mito del sangue.

Era chiaro che inseguire i populismi con posture mimetiche dal governo era una contraddizione, ma prima ancora un calcolo sbagliato. Perché la sinistra deve chinarsi – per prima – sulle inquietudini e sullo spaesamento democratico delle fasce più deboli della popolazione, ma non può cavalcare le loro paure, incrementandole come la merce politica più pregiata del momento. Rimane dunque una retorica innaturale di populismo in camicia bianca, ammiccante ma responsabile, alla fine velleitario, oltre che contro natura. La cifra dell’epoca, invece, avvantaggia la destra, abituata e legittimata a trattare il cittadino da individuo, nel suo isolamento e nelle sue nuovissime gelosie del welfare, in questo speciale egoismo della democrazia che chiede alla politica una forma inedita di libertà: non come piena espressione dei propri diritti ma come liberazione da vincoli sociali, soggezioni culturali, obblighi comunitari.

Tutto ciò forma una moderna onda di destra che con Trump prefigura l’inondazione prossima ventura delle terre emerse: dall’Onu, allo spazio di civiltà atlantica, alla Nato, al rapporto storico con l’Europa, col sovranismo che diventa isolazionista e mette al centro della politica il “forgotten man” non per emanciparlo, ma per dargli un riconoscimento antipolitico proprio nella sua esclusione. Una folla di esclusi come nuova massa sociale per la ribellione permanente, guidate dalla moderna élite di destra. Una destra contro la quale in questi anni il Pd non ha mai alzato nessuna barriera, non ha fatto nessuna polemica, non ha costruito un sistema culturale di anticorpi, coltivando a distanza l’eternità di Berlusconi come avversario-stampella. Che infatti oggi ritorna a riscuotere il banco, col conflitto d’interessi perennemente innestato, le sentenze dei magistrati che valgono per l’incandidabilità ma non vengono valutate politicamente, l’ambiguità connaturata nelle alleanze che gli impedirà di governare, ma che intanto adesso lo aiuta a vincere.

Bisognerebbe comprendere che la rottamazione è un escamotage fisico da campagna elettorale muscolare, ma non è una politica e tantomeno un’identità. Che il patrimonio di tradizioni e di valori del Pd è stato lasciato deperire in nome di un mitologico nuovo inizio che non è mai davvero incominciato, che la tensione per il cambiamento senza cambiamento si riduce a tensione, e basta. Che in mezzo a tante narrazioni è mancato il senso della storia, del passaggio tra le generazioni facendosi carico di un’esperienza collettiva, da innovare certamente ma da riconoscere e valorizzare. Che il sentimento di sinistra, a forza di non essere convocato e rappresentato si è infine “privatizzato”, con le persone che non votano perché la loro identità politica non corrisponde più all’insieme. Oppure votano, ma per se stesse, come una conferma individuale staccata dal contesto.

Così la sinistra galleggia, alla deriva, mentre la destra galoppa, nelle sue diverse forme. Il primo leader che coniugasse responsabilità e generosità, mettendo questo orizzonte allarmante per il Paese al primo posto, aprirebbe la vera discussione di cui la sinistra oggi ha bisogno, e ne ricaverebbe le scelte necessarie. E invece con ogni probabilità si annuncerà tempesta, poi tutto si risolverà con un temporale per la spartizione dei posti in lista, nel bicchier d’acqua dov’è ormai ridotto il riformismo italiano.

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Ezio Mauro: La Rambla, l’integrazione che dobbiamo difendere.

giornale La Repubblicadi Ezio Mauro  19 agosto 2017. La Rambla, l’integrazione che dobbiamo difendere. Dobbiamo dare un nome ai luoghi disarmati dove consumiamo la nostra libertà. E il nome è quello della democrazia.

Come una decimazione, hanno falciato uomini donne e ragazzi, indistintamente colpevoli di testimoniare un modo di vivere che loro rifiutano e combattono. Gli individui non contano: per loro conta la massa trasformata in bersaglio, la pura quantità stralciata sulle Ramblas dal popolo estivo della vacanza.

Il tam tam estremista porterà le cifre del massacro come un bollettino di vittoria nei villaggi dove l’Isis si sta ritirando, svanito il sogno del Califfato: 14 morti, 130 feriti, che sono venuti da 35 diversi Paesi – da tutto il mondo – per trovare la morte a Barcellona. Un condensato di strage universale, proprio mentre a Turku in Finlandia si accoltellano i passanti sulla piazza del mercato del sabato, al grido “Allahu akbar”.

Quel van bianco, costruito come strumento di lavoro per ridurre la fatica degli uomini e noleggiato come arma da lanciare sulla folla, testimonia in apparenza la vulnerabilità del nostro meccanismo sociale, dove tecnica, modernità e tecnologia possono essere rovesciate nella primordialità di un’arma impropria, quasi invisibile perché nasce dalla quotidiana abitudine strumentale del nostro vivere, di cui siamo abituati a servirci, ma da cui non abbiamo mai pensato di doverci proteggere. Finché quel furgone salta fuori dal contesto di regole e normalità che lo controlla e si lancia come una bomba sopra la gente, ieri a Nizza, adesso a Barcellona.
Il fatto che questi attentati sorgano dall’interno del nostro costume civile rende difficile una prevenzione, perché possiamo difenderci da tutto, meno che dal nostro modo di vivere. Una sala da ballo a Parigi, un concerto a Manchester, una strada nel cuore della Spagna sono per definizione luoghi disarmati nel senso più ampio del termine, perché appartengono a quel tempo liberato dal lavoro che la nostra società si è conquistata per ordinarlo in un disegno di relazioni, appuntamenti, occasioni che organizzano una fruizione delle città, delle sere e delle notti urbane.

In realtà dobbiamo pensare che la presunta e apparente modernità di questi attentati nasconde l’opposto, una religione trasformata in ideologia e scagliata in ritardo di secoli contro un mondo che rappresenta l’eterno confronto, ineliminabile, contro cui l’Isis sa di aver perduto in partenza e per sempre l’arma dell’egemonia, della sfida culturale, tanto da regredire all’epoca primitiva degli omicidi rituali.

Ciò che ci rende vulnerabili è esattamente ciò per cui ci attaccano: la nostra libertà, di cui siamo custodi e praticanti imperfetti, ma consapevoli.
La libertà dell’organizzazione della nostra vita, della sua combinazione con gli altri, della sottomissione spontanea alle leggi che ci siamo dati per regolare il nostro vivere sociale. Quei feriti di 34 Paesi falciati sulle Ramblas, testimoniano proprio questo, la libertà del movimento e della scelta, della vacanza e del lavoro, degli incontri e degli scambi, tutto ciò che fa di Barcellona – come di Roma, Parigi, Londra, Bruxelles e New York, dove tutto è cominciato con le Torri Gemelle – una città aperta, che guarda al mondo e sa ospitarlo nelle sue strade e nelle sue piazze, facendo mercato universale della sua storia, della cultura, dello stile di vita e dei suoi costumi.

Le Ramblas sfregiate a morte non sono dunque – non devono essere – una pura scena del delitto, un paesaggio inerte e indifferenziato. Sono espressione di un modo di vivere, parte del meccanismo quotidiano con cui la libertà si organizza in società, dopo essersi data norme, diritti, istituzioni. Noi dobbiamo dare un nome a questo spazio di quotidiana civiltà mondializzata, che l’Isis colpisce ipnotizzato proprio per marcare il suo particolarismo estremo, la sua irriducibilità, la radicalizzazione del suo rifiuto: solo così sarà possibile una lettura politica e non esclusivamente emotiva e sentimentale di quel che è accaduto e ancora accadrà. Il nome è quello della democrazia occidentale, di cui siamo cittadini infedeli e tuttavia testimoni inesauribili.

È questa la cifra civile che oggi è sotto attacco e che dobbiamo difendere, per difendere ciò che noi siamo: o almeno ciò che vorremmo essere.

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Ezio Mauro: Di questa estate resterà l’inversione morale.

giornale La Repubblicadi Ezio Mauro  9 agosto 2017. Di questa estate resterà l’inversione morale.

CHE cosa resterà dell’estate italiana che stiamo vivendo, e che ha trasformato la crisi dei migranti nel suo problema principale, ben prima del lavoro che non c’è, della crescita che arranca, del precariato permanente di un’intera generazione? Non certo un cambiamento nel flusso di disperazione che porta i senza terra a cercare libertà e futuro lungo il Mediterraneo, o nel riflusso di gelosia nazionale dei Paesi che ci circondano, dove si sta frantumando ogni giorno l’idea comune di Europa. Ciò che resta — e che peserà in futuro — è una svolta nel senso comune dominante, dove per la prima volta il sentimento umanitario è finito in minoranza, affondato dal realismo politico, dal sovranismo militante, da una declinazione egoista dell’interesse nazionale. Naturalmente il senso comune è qualcosa di diverso dall’opinione pubblica, soggetto attivo di qualsiasi democrazia funzionante, autonomo e distinto dal potere, dunque capace di giudicarlo. Si tratta di una deformazione del buon senso, costruita su sentimenti e risentimenti, nutrita di pregiudizi più che di giudizi, che opera come ha scritto Roberto Saviano con la logica della folla indagata da Le Bon, pronta a gonfiarsi e sgonfiarsi come le foglie al vento, e spesso il vento è quello del potere: capace, soprattutto in un’età segnata dal cortocircuito emotivo del populismo, di interpretare il senso comune, ma anche e soprattutto di crearlo e nutrirlo traendone profitto politico ed elettorale.

Ora il governo può certo esercitarsi a svuotare il mare col cucchiaino di un codice per le organizzazioni umanitarie che operano nel Mediterraneo, e le procure possono trarre teoremi giudiziari dagli errori o anche dalle complicità e dai reati di qualche singola ong. Ciò che interessa va ben al di là, perché la proiezione fantasmatica di tutto questo sta producendo sotto i nostri occhi un effetto spettacolare: l’inversione morale, per cui non potendo fermare le vittime prima che partano dai loro Paesi, e non riuscendo a colpire i carnefici, cioè gli scafisti, si criminalizzano i soccorritori, che salvano chi sta morendo in mare.

Per arrivare a questo bisogna necessariamente spogliare l’intervento umanitario, la neutralità del soccorso, l’azione dei volontari di ogni valenza etica e di qualsiasi spinta valoriale, riducendoli a pura “tecnica” strumentale, fuori dalla logica della responsabilità, dalla sfera della coscienza e dall’imperativo morale dei doveri. La destra e i grillini (basta leggere i loro giornali: identici) parlano delle ong come un attore tra i tanti nel Mediterraneo, liquidando il salvataggio dei naufraghi in una riga di circostanza, come se gli scopi per cui si va in mare non contassero nulla, come se non avessero rilevanza le bandiere morali che quelle navi battono.
Diciamolo: come se il problema politico che i migranti creano fosse più importante delle loro vite salvate.

Delle ong in quanto tali, della loro azione di supplenza di cui hanno parlato qui Mario Calabresi e Massimo Giannini ovviamente alle diverse destre italiane non importa nulla. A loro interessa ciò che rappresentano, la loro ragione sociale, la persistenza di un dovere gratuito e universale che nel loro piccolo testimoniano. Quel sentimento umanitario che fa parte della civiltà italiana, anche per il peso che qui ha avuto la predicazione della Chiesa, e che fino a ieri consideravamo prevalente perché “naturale”, prodotto di una tradizione e di una cultura.

Laicamente, si potrebbe tradurre nella coscienza della responsabilità, quella stessa cui si richiamava Giuliano Ferrara parlando della spoliazione civile dei Paesi da cui si emigra in massa. Solo che la responsabilità, a mio parere, vale sotto qualsiasi latitudine, dunque anche a casa nostra, ma non soltanto nei confronti di noi stessi, i “cittadini”, garantiti dalla costituzione e dalle leggi. Qui si sta decidendo se i ricchi del mondo (ricchi di diritti, di benessere) possono ritenersi definitivamente sciolti dai poveri del pianeta, visto che non ne hanno più bisogno, oppure se in qualche misura anche dopo la crisi permane quel vincolo politico e non solo umano che nella differenza di destino tiene insieme i sommersi e i salvati della mondializzazione, cercando un futuro comune.

Se la sinistra non capisce che la posta in gioco è addirittura questa, oggi, subito, significa che è giunta al suo grado zero e qualcun altro riscriverà il contratto sociale. Si deve dare sicurezza alle nostre popolazioni impaurite, soprattutto alle fasce più deboli e più esposte. Ma si può farlo ricordando insieme i nostri doveri e la nostra responsabilità, che derivano proprio dalla cultura e dalla civiltà che diciamo di voler difendere. Questo è lo spazio politico della sinistra oggi, invece di inseguire posture mimetiche a destra. Uno spazio utile per tutto il Paese: perché l’interesse nazionale non si difende privatizzandolo, magari con decreto di Grillo e Salvini.
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Stefano Rodotà: La DIGNITÀ della PERSONA

Ripropongo un articolo di Stefano Rodotà, pubblicato su “La Repubblica” il 12 gennaio, dal  titolo lapidario: “La dignità della persona“ che sottolinea il valore dell’agire politico sul tema del reddito di cittadinanza o come meglio  lo definisce don Ciotti “un reddito di dignità

giornale La Repubblicadi Stefano Rodotà, • 12 Gennaio 2017. Siate realisti: chiedete l’ impossibile”. Questo ammonimento, che Albert Camus affida a Caligola, dovrebbe rappresentare un costante criterio di riferimento per tutti coloro che pensano e agiscono politicamente – e comunque identificano la politica con il cambiamento. Il rischio concreto, altrimenti, è quello di una sorta di tirannia dei fatti che, se considerati come un riferimento da accettare senza alcuna valutazione critica, come l’ unica misura e regola del possibile, ben possono trasformarsi in una trappola, o una prigione. Una questione di evidente rilievo culturale e che, se trasferita sul terreno politico, può aprire una strada verso finalità sostanzialmente conservatrici.

È quel che sta accadendo in molti casi, con una scelta che non può essere considerata inconsapevole o innocente. L’ attribuire ai nudi fatti la competenza a dettare le regole della vita sociale e politica dà origine ad una sorta di naturalismo che sconfigge la necessaria e consapevole artificialità della regola giuridica e della decisione politica. E che, nella sostanza, trasferisce il potere di scelta dalla procedure democratiche alla dinamiche di mercato. È così nato un nuovo diritto naturale, al quale viene attribuita una specifica legittimazione grazie al riferimento ad un mondo globale dove non sarebbe possibile ritrovare soggetti che abbiano la competenza per governarlo. Conclusione che trascura il passaggio da una concentrazione ad una moltiplicazione dei soggetti e dei luoghi delle decisioni, sì che il problema è piuttosto quello di creare le condizioni istituzionali per la democraticità di questi processi per quanto riguarda partecipazione e controllo. In questa prospettiva non muta soltanto la dimensione spaziale, con la globalizzazione, ma pure quella temporale, con la rilevanza assunta dall’ insieme delle dinamiche che determinano e accompagnano nel tempo l’ azione di una molteplicità di attori.

L’attuale discorso pubblico mette in evidenza, quasi in ogni momento, la necessità di spingere lo sguardo oltre gli specifici fatti che la realtà quotidiana concretamente propone, di ragionare considerando anche la prospettiva di lungo periodo. Compaiono con insistenza parole che invitano, spesso in maniera perentoria, a riflettere e ad agire seguendo vie che portano, si potrebbe dire, ad incorporare il futuro nel presente. Si insiste sull’utopia, fin dal titolo dei libri, e si accenna addirittura alla profezia.

Si riscopre l’”utopia concreta” di Marc Bloch, sull’utopia dialogano Paolo Prodi e Massimo Cacciari. Il senso di questi riferimenti, fino a ieri inusuali nella discussione corrente, è evidente. La riflessione e la stessa azione politica non possono essere amputate della dimensione della progettazione, che molto ha sofferto in questi anni per una sua impropria identificazione con l’ abbandono delle ideologie. Nel momento in cui si torna a sottolineare l’ impossibilità di trascurare la discussione sulle idee, non dovrebbe essere troppo tardi per acquisire piena consapevolezza del fatto che la cattiva politica è sempre figlia della cattiva cultura.

Ma non sempre nella discussione pubblica si può cogliere questa consapevolezza. Sta accadendo per la questione del reddito, che gioca un ruolo sempre più rilevante per la costruzione di una agenda politica adeguata al tempo che stiamo vivendo. Tema che davvero può essere collocato tra le questioni “impossibili” di Camus, poiché esclude la possibilità di distogliere lo sguardo da una realtà sempre più chiaramente caratterizzata da una rilevanza nuova del rapporto tra esistenza e risorse finanziarie.

In Francia nel programma proposto da Benoit Hamon per la sua candidatura alle elezioni presidenziali il riferimento ad un reddito universale ha una evidenza particolare e sollecita la discussione sul fatto che siamo di fronte appunto ad una utopia concreta. Da anni, in Italia, Luigi Ciotti parla di un reddito di dignità, sottolineando così proprio l’ impossibilità di eludere una questione che riguarda l’ antropologia stessa della persona. E non si tratta di discussioni astratte. Il ceto politico italiano – qui distratto, come in troppi altri casi – dovrebbe sapere che, soprattutto grazie alle provvide iniziative di Giuseppe Bronzini nell’ ambito delle attività della Rete italiana per il reddito di base, è nata una cultura che non solo ha reso possibile una impegnativa discussione sui rapporti tra il reddito e l’ esistenza stessa della persona, ma ha consentito ad un centinaio di associazioni di mettere a punto una proposta di legge d’ iniziativa popolare che le Camere farebbero bene a prendere seriamente in considerazione.

Così la realtà “impossibile” può trovare la via per incontrare le sue effettive e molteplici possibilità, che danno concretezza al cambiamento e possono tradursi in istituti diversi per rispondere alle diverse richieste determinate da una molteplicità di condizioni materiali. Qui si colloca quello che ormai possiamo, anzi dobbiamo, definire come un vero e proprio “diritto all’ esistenza”: unico nel suo riconoscimento, articolato per consentirne l’ effettiva attuazione. Questo spiega la ragione per cui il riferimento al reddito è quasi sempre accompagnato da specificazioni che possono riguardare la sua misura (da minimo a universale) o un particolare contesto (familiare) – un insieme di variazioni esaminate nel bel libro di Elena Granaglia e Magda Bolzoni, che mostra come si tratti di un tema che è parte integrante della questione della democrazia “possibile”, e nello scritto di Stefano Toso dedicato proprio a reddito di cittadinanza e reddito minimo.

Un tema tanto significativo per la costruzione dell’ agenda politica non può essere separato da tutti gli altri ai quali si vuole attribuire rilevanza. E la dialettica tra possibilità e impossibilità esige l’ individuazione dei principi e dei criteri che devono guidarla, dove la possibilità diventa ovviamente anche quella legata alla realizzazione di una politica costituzionale.

È una ovvietà il sottolineare che si debbono prendere le mosse dal lavoro, indicato fin dal primo articolo come il fondamento stesso della Repubblica e più avanti, nell’ articolo 36, come la condizione sociale necessaria per una esistenza libera e dignitosa. E, poiché non si possono certo ignorare le situazioni di disoccupazione o sottoccupazione, è ben comprensibile che, accanto all’ attenzione diretta per il lavoro, compaia quella sempre più intensamente rivolta ad altri strumenti, che possono comunque mettere le persone nelle condizioni materiali inseparabili appunto dall’ effettiva condizione di libertà e dignità del vivere.

Una esistenza che, come sottolineava già la costituzione tedesca del 1919, non può essere identificata con la semplice sopravvivenza, ma deve concretamente manifestarsi come esistenza “degna dell’ uomo”, “dignitosa”. Una novità non soltanto linguistica. Un impegnativo riferimento – appunto la dignità – compare oggi in apertura della Carta dei diritti fondamentali dell’ Unione europea, affiancando in maniera particolarmente significativa gli storici principi della libertà, dell’ eguaglianza, della solidarietà. Nella storia degli ultimi decenni, anzi, proprio l’ evocazione della dignità è divenuta addirittura più intensa di ogni altra e costituisce ormai un dato che unisce gli ammonimenti di Papa Bergoglio alla richieste dei nuovi “dannati della terra”, come i braccianti della piana di Rosarno. Questo sguardo più approfondito e consapevole arricchisce nel loro complesso gli obiettivi costituzionali, porta con sé un chiarimento del potere dei cittadini e un rafforzamento dei loro diritti, e rende più evidenti e ineludibili le responsabilità della politica.
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Eugenio Scalfari : L’ideologia dei 5 Stelle e la deriva dell’Uomo qualunque

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari, • 27 Novembre 2016. Lazzari e lazzaroni.
Il mio tema di oggi è soltanto uno: il referendum di domenica prossima, del quale conosceremo l’esito il lunedì 5. Il tema ne contiene e ne implica molti altri, non soltanto italiani e non soltanto costituzionali, ma anche internazionali, politici, economici. Cominciamo ad esaminarli uno per uno.
Mercoledì scorso c’è stato un incontro al Quirinale durato a quanto si sa un’ora e mezza tra il presidente Sergio Mattarella e Renzi. Ufficialmente hanno trattato molti argomenti, il primo dei quali la riunione del giorno dopo del Consiglio supremo della Difesa. Ma nella realtà il tema principale è stato proprio il referendum. Mattarella ha raccomandato maggiore cautela nel linguaggio, ha ricordato che i referendum in genere e questo in particolare non comportano alcun obbligo di dimissioni del presidente del Consiglio quando la tesi da lui sostenuta fosse battuta dagli elettori (tra l’altro i referendum costituzionali non prevedono alcun quorum ed è possibile che il numero degli elettori che andranno al voto domenica sia inferiore al 51 per cento dei cittadini con diritto di voto). Infine Mattarella ha ricordato a Renzi che, subito dopo il referendum, c’è una quantità di problemi da affrontare con notevole urgenza, uno dei quali derivanti proprio dall’esito del referendum stesso che, in caso di vittoria del No, comporterebbe la riforma della legge elettorale poiché quella attualmente vigente riguarda un sistema monocamerale e il bicameralismo perfetto che tuttora c’è e c’è sempre stato. Quando fu fondato lo Stato italiano da Cavour nel 1861 il Senato era di nomina regia e tale durò durante la Monarchia. Il regio Senato aveva gli stessi poteri della Camera ma la nomina dei suoi membri era appunto diversa: non la faceva il popolo ma il Sovrano.
Con l’avvento della Repubblica entrambe le Camere furono elette dai cittadini sia pure con leggi elettorali diverse ma con identici poteri legislativi. Renzi, a quanto ci risulta, ha dato assicurazioni sul linguaggio e ha ricordato che è suo interesse pubblicamente annunciato di riformare profondamente la legge elettorale, sia che vincano i Sì sia che vincano i No, il che significa anche che non si dimetterà dalla carica di presidente del Consiglio almeno fino a quando queste e le altre questioni urgenti ricordate da Mattarella non siano state condotte a buon fine. Fin qui il colloquio assai importante, del quale i giornali hanno dato adeguato rilievo nei titoli ma assai scarsa informazione sui contenuti.
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Debbo dire che, strada facendo da quando fu indetto, il referendum costituzionale ha ampiamente cambiato il significato che gli attribuisce la gran parte dei cittadini che hanno deciso di votare, il che lascia anche supporre che l’afflusso alle urne sarà più elevato di quanto si prevedeva all’inizio. Per quanto risulta a noi, chi voterà Sì lo farà per rafforzare l’autorevolezza politica di Renzi; chi voterà No lo farà per mandarlo in soffitta; quel che avverrà dopo non lo sanno e non gli importa granché.
Ho avuto nei giorni scorsi un esempio assai chiaro di queste due posizioni in un confronto televisivo guidato da Bianca Berlinguer nella sua trasmissione pomeridiana a RaiTre, tra il governatore della Regione Piemonte, Chiamparino e il governatore della Puglia Michele Emiliano. Chiamparino ha esposto numerose motivazioni a favore della riforma costituzionale e altrettante contro, concludendo però che il suo voto sarebbe stato Sì. La motivazione di questo gesto – ha detto – è interamente politica: un No getterebbe il nostro Paese in una sorta di caos non solo politico ma anche economico, sociale e internazionale che coi tempi che corrono è da evitare assolutamente. La posizione di Emiliano è stata l’esatto contrario e ne ha indicato le ragioni, quelle che ha chiamato il merito del problema. La Berlinguer ha contrastato quel “merito” in tutti i suoi aspetti e alla fine Emiliano ha indicato la vera verità del suo No: “Ritengo dannosa la permanenza di Renzi al vertice della politica italiana”. Ecco il punto, cara gente: ormai il Sì è un “viva Renzi” e il No è “abbasso”. Salvo qualche eccezione motivata veramente dal merito, visto da angolazioni diverse. Mario Monti è un tecnico dell’amministrazione, vota No per dissensi sul merito; così pure Zagrebelsky e così anche Alessandro Pace. Ma il grosso dei No è di provenienze grilline e cioè: prima di tutto piazza pulita. Questo non ha niente a che vedere col merito ma coincide con l’ideologia. Sembra impossibile che il Movimento 5 Stelle si fondi su un’ideologia; noi siamo abituati a pensare che l’ideologia abbia una base culturale e spesso è così: il comunismo si basava su Marx ed Engels. Il liberalismo di Adam Smith e Ricardo coniugati con l’Illuminismo di Diderot, D’Alembert e Voltaire; il liberalismo moderato aveva come base il pensiero di Tocqueville. Ma il “piazza pulita” è uno slogan non un’ideologia. Uno slogan anarcoide come un tempo lo fu l’Uomo qualunque. Quelli che Ezio Mauro chiama “forgotten men”.
L’Uomo qualunque disprezza l’establishment, la classe dirigente di cui non fa parte. Ad essa attribuisce tutte le colpe (che in parte certamente ha). Ne vede una diversa, una nuova. Il più delle volte è storicamente accaduto che quella nuova sia la vecchia che ha cambiato abito e si è mascherata: pensate al fascismo che nasce dal socialista Benito Mussolini. Quel socialista fondò i fasci di combattimento, ispirato al sindacalismo rivoluzionario di Georges Sorel; poi diventò reazionario, distruggendo le Case del popolo del partito socialista, pur restando ancora repubblicano. Infine, nel primo congresso del partito nazionale fascista, dette un calcio alla Repubblica e accettò la Monarchia unificandosi con il partito nazionalista guidato da Federzoni. Vedete come vi si può ingannare, voi dell’Uomo qualunque che oggi vi chiamate 5 Stelle e volete la piazza pulita? Voi domani presumibilmente voterete No. E poi che cosa farete? Quale programma, quale politica estera, quale visione dell’Europa e della moneta comune?
L’Uomo qualunque non cambierà mai e c’è sempre stato. Non è il popolo sovrano che vorremmo fosse la base consapevole della democrazia. Sono piuttosto i Ciompi. Ricordate il tumulto dei Ciompi? Ricordate i Lazzari napoletani che appoggiarono la rivoluzione giacobina del 1799 promossa dalle famiglie nobili guidate dal principe Gennaro Serra di Cassano e da un gruppo di intellettuali? I Lazzari appoggiarono quella rivoluzione ma pochi mesi dopo, quando il Re tornò con la flotta di Nelson e le bande contadine di Ruffo di Calabria, i rivoluzionari furono tutti impiccati, molti morirono per strada e decapitati e le loro teste mozze vennero prese a calci dai Lazzari da quel momento chiamati lazzaroni. Che buie storie ha questo Paese!
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Caro Matteo Renzi, qualche errore in questa vicenda l’hai fatto anche tu. Il principale, che per l’ultima volta hai ribadito nel tuo dibattito con Gramellini sulla Stampa di venerdì, riguarda il tuo ritiro dalla vita politica se vinceranno i No. Penso che tu faccia volontariamente questo errore per aumentare il numero dei Sì. Può darsi, ma contemporaneamente e forse anche di più aumenterà il numero dei No. Forse è un voluto errore di tattica, ma qui ti sbagli, è un errore di strategia perché se vincono i No ti sarà difficile tornare a Palazzo Chigi e proseguire come lo stesso Mattarella ritiene perfettamente costituzionale oltreché praticamente opportuno.
La legge sulla riforma del Senato e l’abolizione del bicameralismo: questo è il nodo della questione. Dovresti insistere continuamente su questo punto e porre questa domanda: qual è il Paese europeo che abbia un Senato legislativo? Salvo qualcuno piccolo o piccolissimo nessuno dei ventisette ha un Senato di tal fatta. Tantomeno l’Inghilterra, ora uscita dall’Ue: lì c’è la Camera dei Comuni che ha tutto il potere legislativo e la Camera dei Lord che può solo formulare pareri ed è nominata dalla Corona, cioè dal primo ministro con la firma del Sovrano. Il referendum di domenica prossima è questo che stabilisce: monocamera anche in Italia. Ci sarà poi il tempo per assegnare ai senatori dei compiti meno confusi di quelli attualmente previsti, ma il tema centrale è quello: monocamerale. Attenzione però: No o Sì per mantenere o abolire il Senato, il resto non conta niente o quasi.
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Ultime e marginali osservazioni, che contano tuttavia qualche cosa. Il presidente Mattarella ha pienamente ragione di raccomandare una polemica più forbita di quella attuale. Ma quando c’è stato quel forbitismo in Italia? Nella nostra prima consultazione elettorale la Dc aveva come slogan nei cartelloni di propaganda affissi sui muri di tutta Italia il ritratto di uno Stalin paffuto e torvo con una scritta che diceva: siete i complici di un assassino che paga in rubli la vostra complicità.
Il Pci a sua volta aveva altri cartelloni dove si vedeva un volto degasperiano con dietro alle spalle la testa di un prete e sotto una scritta cubitale stampata con la maggiore evidenza che diceva Forchettoni e una cascata di dollari in banconote come sottofondo. Lei, onorevole Presidente, a quell’epoca era appena nato. Io purtroppo no, ero già cittadino elettore e militavo nel Partito liberale aderendo alla corrente di sinistra guidata da Carandini, Pannunzio, Libonati e parecchi altri. L’Italia non è mai stata perfettamente sobria, ma forse non solo noi. L’Occidente non lo è e si visto tra Trump e Hillary Clinton.
Infine il governatore della Campania Vincenzo De Luca. Noi tutti, o almeno moltissimi di noi, l’hanno conosciuto quando era ancora sindaco di Salerno e faceva campagna elettorale per diventare governatore. E come l’abbiamo conosciuto? Ascoltando le trasmissioni di Crozza. Era fantastico Crozza nei panni di De Luca e lo faceva parlare esattamente come De Luca parla sempre. Anche allora la Bindi lo attaccò per linguaggio inqualificabile dietro al quale c’era probabilmente il reato di voto di scambio, ma non lo denunciò come anche oggi sta avvenendo.
Oggi parla come allora: gli occorrono dei Sì al referendum e lui promette merende, fritture, mance e tutto quello che lui può fare per favorirli nella pubblica amministrazione. Questo è il suo linguaggio e il suo personaggio. Il Pd deve dissociarsi ufficialmente da questa situazione. Perderà qualche migliaio di Sì ma ne perderebbe di più se non si dissociasse. Adesso ho finito. Debbo dire che nei giorni scorsi ho avuto qualche disturbo di salute che ora è finalmente passato. Lo dico non perché sia una notizia ma perché ho fatto un’esperienza interessante: come si vede la realtà che ci circonda, come si pensa a se stessi e al mondo esterno, come affronti ciò che nel frattempo e con enormi differenze qualitative e di genere hanno detto Donald Trump, Angela Merkel, Barack Obama, papa Francesco, Mario Draghi, Matteo Renzi e perfino (perfino) Vincenzo De Luca. E tu (io) come li vedi con una sorta di cannocchiale e con un cestino da viaggio a tracolla. Vi assicuro che è una bellissima esperienza.
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Evento 'Il Cortile dei Giornalisti'

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