Nessuno può fermare i migranti. 1 marzo 2011, giornata internazionale contro l’apartheid e lo sfruttamento degli immigrati

nessuno può fermare i migranti, è come un fenomeno sismico, e l’accoglienza da parte dell’Europa è un dovere, in particolare per l’Italia, che per la sua posizione è come un ponte sul Mediterraneo, un mare chiuso eppure, da sempre, aperto a tutti i viaggiatori e a tutte le culture”.
don Andrea Gallo

AI nostro Governo preoccupato solo dell’emergenza sbarchi ricordo questa canzone di De Andrè

CREUZA DE MÄ (MULATTIERA DI MARE)

Ombre di facce facce di marinai
da dove venite dov’è che andate
da un posto dove la luna si mostra nuda
e la notte ci ha puntato il coltello alla gola
e a montare l’asino c’è rimasto Dio
il Diavolo è in cielo e ci si è fatto il nido
usciamo dal mare per asciugare le ossa dell’Andrea
alla fontana dei colombi nella casa di pietra
E nella casa di pietra chi ci sarà
nella casa dell’Andrea che non è marinaio
gente di Lugano facce da tagliaborse
quelli che della spigola preferiscono l’ala
ragazze di famiglia, odore di buono
che puoi guardarle senza preservativo
E a queste pance vuote cosa gli darà
cose da bere, cose da mangiare
frittura di pesciolini, bianco di Portofino
cervelli di agnello nello stesso vino
lasagne da tagliare ai quattro sughi
pasticcio in agrodolce di lepre di tegole
E nella barca del vino ci navigheremo sugli scogli
emigranti della risata con i chiodi negli occhi
finché il mattino crescerà da poterlo raccogliere
fratello dei garofani e delle ragazze
padrone della corda marcia d’acqua e di sale
che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare

 

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La politica estera del nostro Governo

“Io sono legato da amicizia vera con il presidente egiziano Mubarak, con il presidente libico Gheddafi e con il presidente della Tunisia Ben Ali e cerco di essere da stimolo per lo sviluppo della democrazia “.

Silvio Berlusconi – nella conferenza stampa di fine anno.

Eh sì: un vero en plein. Intanto l’amico Putin pare stia facendo gli scongiuri…

Paola

La strada fantasma Fano – Grosseto

articolo pubblicato il 9 ottobre 2010.

La  iniziò Fanfani, non è ancora finita.
Doveva unire Tirreno e Adriatico: sit-in di protesta di 300 amministratori.  Servono 4 miliardi per terminare l´opera. La galleria divenuta simbolo è incompleta dal ´91
Tra questione meridionale e questione settentrionale, il centro rischia di scomparire dall´agenda del governo. Così la protesta per il completamento della superstrada E78 che collega Grosseto con Fano, il Tirreno con l´Adriatico, i porti di Livorno e Genova con quello di Ancona, è molto di più di una rivendicazione puramente viabilistica.
È la rivolta di un territorio che comprende cinque province e decine di Comuni tra Grosseto, Siena, Perugia, Pesaro, Urbino e Arezzo, dimenticato da Roma e in forte sofferenza sul piano delle infrastrutture. Da venerdì, circa 300 amministratori interessati dalla strada incompiuta si sono accampati per protesta accanto a quello che è il simbolo scandaloso di questa incompiutezza: la galleria della Guinza, snodo determinante tra Marche e Umbria, sei chilometri che iniziano nel nulla e finiscono nel nulla terminati nel 1991 all´epoca del famigerato ex ministro Dc dei Lavori pubblici Gianni Prandini, finito sotto inchiesta per tangenti, e ancora lì ad aspettare il passaggio della prima auto. Il progetto iniziale risale agli anni Settanta e in quarant´anni ha proceduto a spizzichi e bocconi. L´ultimo a provarne il completamento fu Antonio Di Pietro che nel 2006 lanciò invano un project financing.

Vicinanza e Solidarietà

  Esprimo tutta la mia vicinanza  e solidarietà ai lavoratori migranti della zona di Castelvolturno, Alle ragioni dello sciopero che hanno  indetto contro lo sfruttamento e per la regolarizzazione. Questa iniziativa, rappresenta una battaglia per la legalita’ e la dignita’ di tutte le persone. Mi auguro che una nuova e democratica aria si possa respirare in un immediato futuro in questo nostro Paese.

Paola

Dignità per i 200 profughi eritrei prigionieri in Libia

Ricevo e Pubblico

LETTERA DI DAG AGLI ITALIANI

 Mi appello al popolo italiano e a quello libico, in nome di tutti gli eritrei, i somali e gli etiopi che in questo momento stanno soffrendo in Libia. So benissimo cosa vuol dire essere nelle mani della polizia libica. Uso le ultime parole che mi rimangono, perché anche le parole finiscono quando non avviene nessun cambiamento. Mi sento impotente davanti a questi governi crudeli che non sanno cosa vuol dire essere privati della libertà non per una singola giornata, ma per due, tre o quattro anni…
Io l’ho vissuto sulla mia pelle: i maltrattamenti nelle carceri libiche, gli schiaffi, le bastonate, gli insulti dei poliziotti libici. Anche io sono stato deportato dentro un container, durante un giorno e mezzo di viaggio, verso il carcere di Kufrah, con altre 110 persone, ammucchiati come sardine. Con noi c’erano anche otto donne e un bambino eritreo di quattro anni. Si chiamava Adam. Chissà che fine ha fatto quel bambino, chissà se è riuscito a salvarsi dalla trappola italo libica, chissà se sua mamma non è stata violentata dai poliziotti libici davanti a lui… Se è sopravvissuto, ormai avrà otto anni, e comincerà a capire piano piano che razza di mondo è riservato per lui e tanti altri come lui.
Perché tutta questa violenza, questo odio contro di noi? È vero, è giusto che per garantire il ben essere di uno, l’altro debba soffrire, debba pagare il prezzo?
Veniamo da paesi dove l’Italia non ha ancora fatto i conti con i suoi massacri durante il periodo coloniale e dove ancora oggi, dopo mezzo secolo, usa i libici per combattere gli eritrei, come all’epoca delle colonie usava gli eritrei per combattere i libici. È vero che la libertà di questi miei fratelli minaccia il benessere dei cittadini europei? È vero quindi che un accordo per il gas e il petrolio vale di più delle vite umane e della loro libertà naturale? Perché l’Italia, da paese civile, non ha previsto nell’accordo con la Libia il minimo rispetto dei diritti “inviolabili” degli esseri umani invece di chiudere un occhio e vantarsi di aver bloccato l’emigrazione via mare?
Mi ricorda la stessa ipocrisia con cui Mussolini fece credere al suo popolo che l’Italia avesse stravinto sugli abissini senza dire nulla sui mezzi che avevano portato a quelle vittorie, ovvero tonnellate e tonnellate di gas utilizzate senza pietà per sterminare i civili. Il tono del governo è lo stesso, oggi come allora, ed è la stessa la reazione della gente.

Se ripenso a Adam, il bambino di quattro anni che era con noi sul container, mi chiedo: quale era la sua colpa? Mi ricordo che ogni tanto l’autista del container (Iveco) si fermava per mangiare o per i suoi bisogni, mentre 110 persone urlavano per il caldo infernale del Sahara, per la mancanza d’aria, che a malapena entrava mentre il camion era in movimento. Il piccolo Adam lo tenevamo vicino al buco da dove entrava un po’ d’aria da respirare… mentre chi si trovava in fondo al container si agitava disperatamente, urlava, piangeva. È possibile vedere ancora deportazioni di massa dentro i container?
Quando ci hanno arrestato poi, i libici non ci hanno chiesto perché fossimo in Libia e cosa volessimo. Eravamo semplicemente la preda dei poliziotti, eravamo donne da stuprare e uomini da bastonare. Pochi giorni fa ho incontrato una persona, in una situazione che non voglio descrivere. Questa persona lavora a Tripoli e mi ha detto che tra gli ultimi respinti in mare verso la Libia c’era una ragazza di 22 anni che è stata violentata dai poliziotti libici appena arrestata. Alla fine è riuscita a evadere, corrompendo una guardia, ma ora è incinta e non vuole far nascere un figliastro di cui non conosce nemmeno il padre…
Perché non si reagisce prima che diventi troppo tardi? Perché tutto questa indifferenza verso la sofferenza degli altri, oltretutto provocata dall’Italia stessa? Dov’è la “civiltà” di un paese che finanzia un soggetto terzo per eseguire il lavoro sporco e lavarsene le mani come Pilato? Quando smetterà l’Italia di essere il “mandante” di queste violenze?
Guarda caso poi, dopo la “deportazione” i poliziotti libici ci vendettero per 30 dinari a testa (circa 18 euro) agli intermediari che poi ci riportarono sulla costa.
Anche noi abbiamo dei genitori, che si ricordano sempre di noi, e che piangono assieme pensando alle sofferenze che viviamo, alle botte e agli insulti che prendiamo. Ma anche noi avremo giustizia per tutto quello che stiamo subendo. Oggi paghiamo il prezzo che i vostri governi hanno deciso di pagare per far godere al “popolo” la sicurezza energetica. Ma le lacrime e il sangue versato non saranno dimenticati.
Uso le ultime parole che mi sono rimaste, l’ultima energia dopo due anni di battaglia su questo tema ma spero di poterlo avere ancora. Ho girato l’Italia, partecipando a centinaia di incontri e di proiezioni (di “Come un uomo sulla terra”, ndr.) e ringrazio tutti coloro che mi hanno fatto vedere la loro indignazione e la loro vergogna di essere rappresentati da questi governi ipocriti.

Ma mi chiedo: se io che grido da qui non ho ascolto, figuriamoci i miei fratelli che stanno nella bocca del lupo. Ma continuo a gridare lo stesso e dico: Italia tu che sei civile e potente guarda queste persone e ricordati cosa hai fatto ai loro nonni.

  MOBILITAZIONE NAZIONALE
PER LA LIBERAZIONE DEI 250 ERITREI
DEPORTATI NEL DESERTO LIBICO

 

Le auto blu sono uno scandalo nazionale. Fermatele.

Mentre il governo prepara tagli e misure di contenimento della spesa, e  chiede ai dipendenti pubblci ed ai Comuni di far fronte ai costi della manovra,  le gare per acquistare berline e ammiraglie di Stato continuano. Nel primo trimestre del 2010 le auto blu in Italia hanno raggiunto l’iperbolica cifra di circa 629.120 unità . Una cifra mastodontica se raffrontata con gli altri Paesi. Riporta il Corriere della sera che  negli Usa le auto blu sono appena 72.000, in Francia 61.000, nel Regno Unito 55.000, in Germania 54.000, in Turchia 51.000, in Spagna 42.000, in Giappone 30.000, in Grecia 29.000 e in Portogallo 22.000. Eppure, una legge del 1991 limitava l’uso esclusivo delle auto blu ai soli Ministri, Sottosegretari e ad alcuni Direttori generali, ma  queste regolamentazioni e tagli non sono mai stati effettuati. Facendo i conti della serva, come si usa dire, mettendo in vendita 550 mila auto blu ( delle 629.120) al prezzo di un’auto famigliare, equivalente a 10.000 euro, si potrebbero incamerare 5,5 miliardi di euro e rimarrebbero a disposizione più di 79.000 auto blu, che piazzano l’Italia politica al primo posto in assoluto: sempre e comunque.
Al consistente gruzzolo di 5,5 miliardi bisogna aggiungere i risparmi su benzina, riparazioni e quant’altro, senza dimenticare il personale, che potrebbe essere impiegato in faccende molto più serie; e invece no, ogni “politico” deve avere la sua macchina personale pagata dai contribuenti. Come mai il governo italiano, tanto ligio quando deve tagliare nelle tasche altrui appellandosi sempre alla «media europea», non procede?

Caccia.L’allungamento della stagione di caccia voluto dal Governo determinerà un danno ecologico.

L’emendamento all’art.43, già approvato a maggioranza dalla Commissione Agricoltura della Camera, prevede di fatto l’allungamento della stagione venatoria. Si tratta di un’ennesima forzatura, operata dalla maggioranza e dal governo, che rischia di provocare un grave danno ecologico prefigurando una deregolamentazione totale della caccia e il riaccendersi del contenzioso con l’Unione Europea. Tutto questo la dice lunga su come questa maggioranza intende celebrare l’Anno internazionale della biodiversità! Se il provvedmento passasse in via definitiva assegnerebbe alle Regioni la facoltà di allungare la stagione venatoria a periodi cruciali per gli animali selvatici per i quali l’U.E. chiede, al contrario, protezione.

La fauna è patrimonio di tutto il pianeta e questo provvedimento incivile avrebbe effetti devastanti sulle possibilità riproduttive di molte specie, tanto più che a causa dei cambiamenti climatici gli animali tendono ad anticipare nidificazioni e periodi migratori.

Spero che la protesta in atto davanti al Parlamento induca il governo a fare marcia indietro anche alla luce di nuove voci di dissenso assolutamente trasversali.