#OSIMANI con l’hashtag: la barberia Cecconi, testimone del nostro tempo !

In un’epoca in cui i figli spesso non vogliono più fare il lavoro dei genitori, mandando a ramengo aziende, studi professionali, o altre attività bene avviate, la storia controcorrente di Mauro Cecconi, classe 1971, barbiere e parrucchiere al centro di Osimo da più di 30 anni, vale la pena di essere raccontata perchè è la storia di una attività artigianale di barbiere, oggi parrucchieri per uomini,  che ha inizio nel 1863 e che ancora oggi prosegue con successo.
Cinque generazioni di Cecconi  tra forbici, rasoi, e pettini che si sono tramandate i segreti e l’arte del barbiere.  Un po’ l’altra faccia, quella più antica che sta coi piedi ben piantati a terra, di un mondo che oggi insegue ben altri sogni, perdendosi spesso nel nulla,  e quella dei Cecconi non è certo una carriera sul viale del tramonto.
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La storia della barberia “Cecconi” ha, infatti,  aperto i battenti nel lontano  1863,  per volontà e grazie allo spirito di iniziativa di Giovanni Cecconi che, dopo essersi appassionato al mestiere e a seguito di varie esperienze di praticantato, apre la propria bottega in Piazza Gallo.  Dall’anno di fondazione ad oggi, vale a dire in ben 156 anni, la barberia Cecconi cambia sede tre volte, da Piazza Gallo alla storica sede di Corso Mazzini, fino alla attuale collocazione in vicolo Leon di Schiavo, restando però sempre nella stessa zona e diventando un vero e proprio punto di riferimento per il paese e le aree circostanti.
I figli di Giovanni, Carlo e Agostino che già fin da piccolissimi frequentavano come apprendisti la bottega rispondendo sempre prontamente alla parola d’ordine  paterna: “ragazzi spazzola !!…”;  come da buona tradizione familiare continuarono la professione. Carlo Cecconi ha continuato l’attività nella bottega paterna  in Corso Umberto I, poi Corso Mazzini, mentre Agostino, meglio conosciuto in città con il soprannome  “il Canario” ha proseguito l’attività di barbiere spostandosi però ad Osimo Stazione. La terza generazione dei Cecconi vedrà, nel tempo,  i due figli di Agostino proseguire la professione di barbiere. La bottega di Osimo Stazione rimane nella gestione di Luigi, mentre l’altro figlio  Umberto, detto “Combì”,  con il cugino Cesare apriranno una  nuova bottega in centro, in Piazza del Comune, vicino alla tabaccheria Moschini.
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Le redini della barberia storica di Corso Mazzini, come già detto, rimangono nelle mani di Carlo ed alla morte di questi, l’attività viene proseguita dal figlio Ludovico classe 1905 che la porterà avanti fino alla sua morte avvenuta nel 1994, non senza aver prima ben istruito ed avviato ai segreti del mestiere il figlio Renato ( gli altri due figli invece, Fausto e Vittorio, seguendo le tendenze della modernità si sono indirizzati verso l’attività di tipografi aprendo una loro ditta che per svariati anni  è stata operativa in città).

Ai tempi di Ludovico i barbieri non riuscivano a sbarcare il lunario solo con l’attività di barbiere, e molti erano costretti ad arrotondare il guadagno con un secondo lavoro, tipico era quello che si era inventato Ludovico. Nel tempo perso tra una barba e l’altra confezionava stuzzicadenti, servendosi di un coltellino e adoperando un particolare tipo di rametti secchi che raccoglieva per le campagne. 

Con Renato Cecconi siamo giunti alla quarta generazione della premiata storia della barberia Cecconi.
Renato è entrato in bottega a 12 anni;  una gavetta che lo ha visto  svolgere, prima,  le mansioni più umili, poi apprendere i segreti del mestiere: osservando i gesti antichi del  padre, frequentando la scuola per acconciatori promossa dalla Confartigianato, partecipando alle  varie dimostrazioni ed ai corsi di aggiornamento che si svolgevano in tutta Italia.
Il mestiere del lavorare con forbici, pettine e rasoio, imparato come detto, pian piano perchè, diversamente da quanto comunemente si pensa, quello del barbiere è un lavoro in continua evoluzione.
All’età di 17 anni Renato inizia ad affiancare il padre Ludovico nella sua attività unendo l’esperienza e la passione acquisite dal padre con la sua intraprendenza e  le innovazioni delle nuove tecniche di taglio moderne. Anche per Renato, quella del barbiere diventa una professione e una scelta di vita.
Una attività ed una professionalità acquisita in quasi 60 anni di lavoro, con gesti ripetuti e divenuti automatici, come quello, oggi andato perso, di muovere veloce la mano sulla “striscia” di cuoio per affilare finemente le lame dei suoi rasoi, fino al 2004.
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Tantissime le vite sfiorate dal ritmo sapiente delle sue forbici in questi straordinari 60 anni di attività. Una quantità che arriva a migliaia e migliaia di persone, di vite, di racconti. Renato ha conosciuto generazioni di osimani e in qualche modo si è occupato di loro, raccogliendone le storie e condividendo quei momenti di intimità, confidenza e divertimento che solo un barbiere di paese sa fare.

Un ricordo particolare è legato alle persone  che Renato per tanti anni ha  servito  tra i letti e le corsie dell’Ospedale di via Leopardi ( anche questo incarico gli era stato tramandato dal padre Ludovico che lo svolse per 33 anni). Esperienze toccanti che Renato ricorda con emozione e dalle quali è emersa ancor più marcata tutta la carica di umanità e di gioisità che il barbiere di Corso Mazzini ha saputo sempre trasmettere ai suoi clienti.

Renato, sempre disponibile verso i suoi clienti, svolgeva all’occorrenza il suo mestiere anche a domicilio.  Lavorava – come gli altri suoi colleghi – anche la domenica mattina compreso Natale e Pasqua, come succede anche oggi, il sabato era “giornata di punta”, mentre il lunedì ( da tutti considerato giorno di festa per i barbieri) insieme alla consorte, la  sig.ra Giuseppina,   si dedicava alle pulizie del locale, delle poltrone, dei ferri del mestiere e provvedevano al cambio della biancheria utilizzata dai clienti.

La bottega per il Corso Mazzini era sempre piena, perchè molti suoi clienti erano soliti intrattenersi o fare una  visita anche quando non dovevano tagliarsi i capelli o radersi la barba, infatti andavano da Renato e si sedevano nella sua bottega  per fare solo due chiacchiere, passare a setaccio tutto il paese, nei suoi avvenimenti buoni e cattivi e godersi il passeggio delle persone per il corso. Si sa, da sempre, che i saloni dei barbieri sono stati sempre il luogo dove tutto si conosce di tutti, dove le notizie di politica ed i pettegolezzi prendono forma e  in un  “battibaleno”  fanno il giro del paese.

Simpaticamente gli osimani  la chiamavano  la bottega della PBC ( Premiata Barberia Cecconi) perchè di tutto si poteva parlare e discutere, dal pallone alle donne e neanche la politica era tabù, ma  tutti gli avventori e i clienti erano consapevoli  che per non fare innervosire la mano di Renato era meglio trattenersi dall’esprimere   giudizi negativi sul Torino e sulla DC.

Renato oltre ad amare molto il suo lavoro seguiva anche lo sport,  in particolare  – oltre ad essere grande tifoso del Torino – è stato dirigente e promotore della squadra della Libertas Calcio ( con lui Aldo Foresi, Germano Agostinelli, il fratello Vittorio Cecconi, Sandro Campanelli e Pio Fantasia motore ed anima della società sportiva). La Libertas ha rappresentato per diversi anni il calcio minore osimano, rispetto alla più blasonata Osimana,  ma grazie all’impegno profuso dai suoi animatori  ha formato tanti giovani osimani e da essa sono uscite diverse promesse come l’attaccante Claudio Giuliodori oggi Monsignore e Responsabile Ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. 

Renato, il decano dei barbieri di Corso Mazzini, oggi ottantaquattrenne, in pensione, è stato testimone del nostro tempo, come se il negozio fosse stato per lui una vetrina sul mondo. Un mondo che si trasformava, giorno dopo giorno, lasciandosi alle spalle tanti ricordi belli.

Dopo 49 anni di impegno, fatica e anche molte soddisfazioni, Renato nel 1992 ha coinvolto il figlio Mauro ( anche lui cresciuto a forbici e pettine) per lanciarsi in un’altra sfida: il passaggio del testimone, la continuità dell’antico mestiere artigianale di barbiere  e un nuovo, moderno salone. Una passione che Renato ha saputo tramandare al figlio incoraggiandolo nelle scelte, trasmettendogli esperienza e segreti, responsabilizzandolo e lasciando pian piano che l’attività prendesse una nuova impronta ed una immagine più attinente con i tempi ma dove ancora il passato e il presente si uniscono.
Da più di 30 anni, ancora oggi,    è  Mauro,  figlio d’arte ( la quinta generazione dei barbieri Cecconi) a portare avanti l’attività, la tradizione e la nuova scommessa della ” Barbieria Cecconi”:  il mestiere, che per legge oggi si chiama “acconciatore”, che fu del padre, del nonno, del bisnonno e del trisavolo.  Nelle pareti della barbieria, che rinnovata, rispondente alle nuove esigenze della clientela   si è trasferita in via Leon di Schiavo, fanno bella mostra le foto , i riconoscimenti, gli attestati che ricordano gli anni e la storia della centenaria attività.
Una storia di creatività che attraversa cinque generazioni, e che si evolve con intelligenza e sensibilità traendo nuova linfa dalle innovazioni e dalle peculiarità artistiche ed umane di ogni componente della famiglia Cecconi.
Un pezzo di storia di Osimo e dei “mestieri”, quelli del sapere artigiano e della maestria delle mani, che oggi pian piano si stanno estinguendo cedendo il passo ad una modernità che non necessariamente è un passo in avanti.

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Queste righe vogliono essere un riconoscimento ai tanti artigiani  come i Cecconi, ed alla loro storia professionale che conservando e rivitalizzando le proprie competenze  tradizionali contribuiscono  a dare lustro alla nostra città.
Una ringraziamento alla famiglia Cecconi, famiglia di barbieri che da generazioni tramanda non un semplice mestiere ma una vera e propria passione. Un augurio particolare a Renato Cecconi, il  galantuomo di sempre, un personaggio conosciuto e rispettato da tutti gli osimani e a suo figlio Mauro che sta onorando questa storia così bella, importante ed esemplare.

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La Presidente del Consiglio Comunale
*****prof.ssa Paola Andreoni

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#Osimani: Mario Strappato un osimano che si è fatto valere in Australia.

Una  delle pagine più intense del travaglio sociale della Storia del  nostro Paese  è rappresentata dal fenomeno dell’emigrazione. Ieri erano i nostri padri ad abbandonare  le loro case, i loro affetti per trasferirsi lontano in mondi nuovi, alla ricerca di una risposta, di una speranza,  alle loro precarie situazioni economiche. Oggi la storia si ripete. Tanti giovani italiani espatriano in cerca di lavoro: un fenomeno preoccupante che tocca tutte le classi sociali, e i gradi di istruzione, dai diplomati ai ricercatori universitari.

 Vivere lontano dalla propria casa non è una questione di poco conto: non vi è il conforto e la vicinanza dei propri cari e niente è familiare. Significa però anche e soprattutto sperare in una vita migliore.
Anche la nostra città ha conosciuto e conosce storie di emigrazione. Questa è la storia di  Mario Strappato, un osimano che ha fatto dell’emigrazione la sua scelta di vita: prima  in Svizzera e poi in Australia.
Lì con impegno ha raggiunto l’agognata meta di un po’ di benessere per sé, per la sua famiglia e per sua figlia

Mario Strappato è nato in Osimo il 29 marzo 1939, figlio di genitori contadini  ( Gino ed Elisa Capogrossi),   è stato partecipe dei grandi sacrifici che la famiglia stessa ha sofferto nel lavoro ingrato della campagna in mezzadria.  Fin da piccolino,  mentre ancora frequentava le scuole elementari a Santa Lucia e poi  l'”Avviamento” nei locali sopra il loggiato del Comune, aiutava i suoi genitori nel lavoro della terra.

La sua è la generazione che ha conosciuto la fame, i sacrifici, le preoccupazioni ma che ha tirato sempre avanti  con testardaggine e onestà e con tanti sogni e speranze  di cambiamento ma anche con molta  responsabilità verso loro stessi e verso le loro famiglie.

E’ in questo ambiente di campagna, affascinato dall’arrivo dei  primi trattori che Mario si innamora della meccanica. A 14 anni,  lascia la scuola ed inizia subito a lavorare: apprendista meccanico tornitore. E’ nelle ditte osimane di Maracci, Luna Quinto, Borsini che impara i segreti delle macchine utensili  e della meccanica.

A 21 anni Mario decide che era giunto il momento di mettere a frutto il bagaglio di conoscenze ed abilità tecniche acquisite con il tornio e la fresa. Con coraggio e determinazione – letta un inserzione di offerta di lavoro della ditta HispanoSuiza Switserland – decide di emigrare in Svizzera.

A Ginevra Mario lavorerà quattro anni. Saranno  anni molto ricchi dal punto di vista professionale, prima  alla Hispano Suiza dove si fabbricavano motori  per aeroplani, poi alle dipendenze della ditta Edalco che produceva componentistiche meccaniche.

Mario in questo periodo ebbe modo di farsi notare per la sue particolari abilità di  attrezzista e di preparatore degli stampi  che modellavano, poi,  i prodotti finiti.

Le sue mani magiche, – accompagnate da un innato spirito di osservazione e da un carattere teso alla  ricerca di perfezione-,  con il supporto di strumenti e utensili comuni, riuscivano a costruire di tutto e a  risolvere ogni problematica tecnica che gli ingegneri gli sottoponevano.

Anni difficili perchè gli italiani non erano ben visti, anni duri  a causa del rigore del clima svizzero, ma anche importanti anni di formazione per il ricco  bagaglio di conoscenze tecniche acquisite. Anni di sacrifici ripagati dalle ottime paghe ( almeno quattro volte superiori rispetto all’Italia) che permettevano sostanziose rimesse. Mario riusciva ogni mese ad inviare ai suoi anziani genitori cospicue somme di franchi, finalizzate alla realizzazione di un’altra sfida e sogno ( poi realizzati ): la costruzione di una casa di proprietà e l’acquisto di un piccolo appezzamento di terreno.

Tornato in Osimo nell’estate del 1964 per stare vicino i genitori e per dare inizio  ai  lavori di costruzione della nuova progettata casa, con il bagaglio di esperienza acquisita trova subito occupazione a Castelfidardo nella ditta Serenelli e poi in Farfisa. Il progetto casa in via Rossini prendeva sempre più forma ma c’era da pensare anche all’arredamento della casa e gli stipendi italiani stavano stretti a Mario, abituato alle più sostanziose mensilità in franchi svizzeri. Se si aggiunge a tutto questo che Mario è sempre stato uno spirito libero, una persona semplice, solare e responsabile, non meraviglia che nel marzo del 1966 decide di licenziarsi dalla Farfisa, rifare la valigia di cartone, e partire per farsi apprezzare in qualche altra parte del Mondo.
Presenta due domande di emigrazione: una all’ufficio migrazione del Brasile e l’altra all’Australian Migration Agreement,  lasciando  al destino  la decisione  su quale strada si sarebbe diretta  la sua vita.
L’emergente industria australiana, disperatamente alla ricerca di personale altamente qualificato, non lasciò passare neppure un mese, e già Mario pervenne il visto e il biglietto pagato di viaggio in nave, seconda classe, sola andata: Genova – Melbourne.

Un viaggio che gli ha fatto attraversare il mondo, viaggio che ancora Mario ricorda con emozione. Tre settimane sulla nave, prima sosta a Napoli dove altri lavoratori italiani si sono imbarcati, Alessandria, Port Said, sosta al Canale Di Suez, Mar Rosso, Aden ( Yemen), l’Oceano, e poi l’approdo nel nuovo continente australe a Perth e poi Melbourne: era il 2 maggio 1966, Mario Strappato aveva 27 anni ed aveva messo piede letteralmente dall’altra parte del mondo.

L’Australia offriva un’abbondanza di opportunità, e anche questa è stata la leva che ha attirato Mario,  e come lui tanti nostri connazionali, in cerca di una vita migliore. E’ di quegli anni ad esempio il film con Alberto Sordi e Claudia Cardinale: “Bello, onesto, emigrato in Australia sposerebbe compaesana illibata”. Un vero e proprio spaccato di vita dell’emigrato italiano solo in una terra lontana. Mario mi racconta che nella terra dei canguri, di italiani ce n’erano tanti. Numerosi anche i Club e le Associazioni che nei giorni non lavorativi organizzavano incontri con lo scopo di mantenere i legami tra loro e conservare le tradizioni.

Mario nella sua lunga permanenza in Australia ha avuto modo anche di visitarla e conoscerla scoprendo che non c’era regione o grandi e medie città da Melbourne, Sydney, Adelaide e Perth dove non si trovava una presenza italiana, così come scoprì che non esisteva regione o provincia dell’Italia che non fosse rappresentata. Veneti, calabresi, siciliani, campani e tutti emigrati, come si dice oggi con una accezione negativa, per motivi economici. Una cosa accomunava gli italiani ( naturalmente c’erano anche delle minoritarie eccezioni) erano capaci di guadagnarsi il rispetto degli autoctoni grazie alla loro bravura e questo valeva sia per quanti erano occupati nelle disperse fattorie agricole ( si diceva che un italiano era capace di coltivare anche le terre ritenute improduttive), sia per quanti si dedicarono al piccolo commercio, sia per quanti, come lui, facevano valere le proprie competenze tecniche.

Anche per  Mario, prima la  Svizzera e poi l’Australia, sono state terre di speranza rilevatisi luoghi in cui conquistare rispetto e dignità.

 Nelle fabbriche australiane dove ha lavorato, Mario si è costruito nel tempo  una solida reputazione,  considerato  un infaticabile lavoratore ( qualità comune alla maggior parte degli italiani), ricorda ancora  le tante ore straordinarie fatte e i sabati passati in officina. Ma, in particolare,  Mario si guadagnò sul campo,  la fama di eccellente costruttore di stampi, così lo chiamavano “Mr. Mario il mago italiano della costruzione di stampi meccanici” per componenti plastici.
Erano gli anni ’70,  tempi in cui ancora non era arrivata la tecnologia dei software, della stampa 3D e degli applicativi che permettono  oggi l’ingegnerizzazione del particolare, la progettazione dello stampo e la programmazione delle macchine utensili. Allora lo stampo, elemento essenziale per la produzione in linea, era  il frutto di un attento e scrupoloso lavoro di studio ed analisi dei  prodotti per pensare ed elaborare come costantemente migliorarli. La realizzazione di uno  stampo  era il risultato delle osservazioni di ingegneri,  gli schizzi a matita su ritagli di carta riutilizzata più volte appesi nell’officina a cui poi il bravo “attrezzista”doveva con le sue sapienti mani dare corpo. Questa è stata la passione di Mario, quella di un bravo stampista: compiere e trasformare i metalli col lavoro di precisione delle sue mani,  in stampi, pezzi meccanici.

Così è stato per il lavoro svolto alla General Motors Holden’s Pty di Melbourne dove i stampi messi a punto da Mario producevano componenti plastici come paraurti fanaleria per l’industria delle automobili, alla Popolare Metal Stamping di Marrickville specializzata nella predisposizione di stampi per l’industria plastica australiana, alla prestigiosa fabbrica aeronautica “Commonwealth Aircraft Corporation” ( in questa prestigiosa fabbrica Mario, viene riconosciuto capo della produzione della parte meccanica degli aerei e dei bus), alla Production Tooling Pty di Sydney nota ditta di designers, alla Nally Limited di St. Peters affermata compagnia multinazionale specializzata nell’arredamento dove Mario ha lavorato ininterrottamente dal giugno 1975 all’agosto del 1979.

 

L’Australia per Mario Strappato ha rappresentato una seconda Patria, ben voluto da tutti si è impegnato per integrarsi e rispettare il più possibile quelle che erano le tradizioni e i costumi  che questa terra, in termini economici, gli offriva. Mario mi ha raccontato, che alla sera al termine di estenuanti orari di lavoro a cui si aggiungevano spesso ore di straordinari, benchè esausto,  non ha mai saltato una lezione di inglese, ben conscio di quanto era importante parlare e farsi capire. Dopo settimane di solo “good morning” e ” how are you”, Mario riesce,  in breve tempo,  a colloquiare in un inglese fluido e con appropriatezza di linguaggio tecnico,  con i suoi ingegneri.

Mario in Australia non ha fatto propri solo gli usi e i costumi di quella terra, ma spesso, ha importato anche i prodotti tipici del nostro territorio, divenendo, così un “ambasciatore” dei prodotti made in Italy, in Australia. Durante le feste natalizie o quando invitava qualche collega a cena nella sua cucina c’erano sempre i buoni prodotti della cucina marchigiana: olio, insaccati, paste, dolci. E con soddisfazione ci teneva a raccontare che quelle bontà erano l’Italia, erano i sapori delle sue/nostre terre. Un anno acquistò da un Concessionario della nostra zona una “Lancia Beta” rossa e se la fece spedire in Australia. Girava per le strade di Sydney orgoglioso di questo bel prodotto della meccanica made in Italy e gli  australiani grazie al nostro concittadino videro per la prima volta  un’Alfa Romeo “Lancia Beta” nella terra dei canguri.

Nel 1980 Mario al compimento di  41 anni, ricco delle tante esperienze professionali fatte, decide di metter fine alla sua esperienza di migrante in terra Australiana, era il momento di tornare ad Osimo dove l’aspettava una bella casetta, un piccolo appezzamento di terreno dove passare il tempo libero, ed era tempo anche di pensare di metter su famiglia con la fidanzata, la  sig.ra Yohanna conosciuta in Indonesia.

Ritornato in Osimo, Mario che non conosce il senso della parola ozio, ed è uomo di sfide,  decide – anche  confidando sulla esperienza accumulata –  di fare un grande passo:  diventare imprenditore. Con un amico collega costituisce la “Meccanica di Precisione snc” con sede nei locali sottostanti la propria abitazione. Con il solito entusiasmo acquista diversi macchinari ( affilatrice, torni, presse, fresatrici, ….) con un notevole impegno finanziario. All’inizio le cose andarono bene e all’interno della sua officina è cresciuta una generazione di stampisti, che hanno poi sviluppato, negli anni successivi, importanti e riconosciute aziende nel territorio. Poi però a causa del sopraggiungere della crisi del settore, della crescente diffusione delle nuove tecnologie informatiche, la necessità di continui e consistenti  investimenti per l’acquisto di macchinari sempre più sofisticati per rispondere alle esigenze della clientela, la constatazione che un piccolo artigiano non poteva più da solo stare nel mercato,  hanno determinato la chiusura di questa esperienza imprenditoriale nel maggio del 2009.

Mario che ha iniziato a lavorare a 14 anni e che ha portato in giro per il mondo la passione, l’eccellenza e il senso di appartenenza al lavoro del nostro Paese, porta ancora oggi a distanza di dieci anni dalla chiusura della iniziativa imprenditoriale, le ferite causate da una nemica con la quale si è dovuto  scontrare.  Una nemica di cui non conosceva l’esistenza, ( non c’éra in Svizzera nè, tantomeno, ne aveva sentito parlare in Australia) nemica che  ha contribuito pesantemente  alla chiusura  dell’ iniziativa imprenditoriale, lasciando dolore e un senso di irriconoscenza verso il nostro Paese: la zavorra della burocrazia italiana !

Oggi Mario si gode la meritata pensione da artigiano, forse però gli rimane il rimpianto di non  essere rimasto in Australia, rammaricato per la eccessiva burocrazia di cui è vittima il nostro Paese che penalizza, di fatto,  anche i più volenterosi e capaci di provare a fare impresa per creare benessere.


Questa che ho raccontato è la storia del nostro concittadino Mario Strappato, ma con lui voglio ricordare e lanciare un saluto ai tanti altri osimani, uomini e donne – ed è storia anche del presente – che hanno dovuto lasciare la terra che li ha visti nascere, per cercare una vita migliore,  per iniziare una nuova vita in un paese straniero, nel quale essi saranno, con grande probabilità, sempre considerati diversi. Persone costrette a diventare nuove persone, ad adattarsi, a cambiare, a mettersi in gioco. Il distacco da un luogo caro è un’esperienza che stravolge un’intera esistenza. Molti, anche giovani, conoscono questo dolore…, ma c’è anche l’orgoglio di essersi ricostruiti altrove una nuova storia, comunque serena ed appagante. Si dice che il passato sia linfa per il futuro,  che la storia di Mario, dei tanti che hanno lasciato il nostro Paese e dei giovani che ancora oggi cercano altrove le opportunità di vita migliore, ci ricordino chi siamo stati e facciano risvegliare, in chi se l’è dimenticato, lo spirito di solidarietà e fraternità, che ogni essere umano eleva.

La Presidente del Consiglio Comunale
………..prof.ssa Paola Andreoni

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La carica dei centenari osimani: undici donne e un solo uomo.

Sono dodici gli ultra longevi di Osimo che alla fine di questo 2018 hanno oltrepassato il secolo di vita. La carica delle centenarie e centenari comprende cinque nati nel corso del 1918, e che quindi hanno compiuto quest’anno 100 anni, due i nostri concittadini nati nel 1917, una è della classe 1916, due signore sono nate nel  1915 e ancora altre due signore sono nate nel 1913. Sono loro i  più longevi di  Osimo: undici donne e un solo uomo.

Sono persone che hanno alle spalle storie, ricordi e passioni. Quando sono nate Elena ed Adele nel 1913  l’Italia era una Monarchia, re era Vittorio Emanuele III e Presidente del Consiglio era Giovanni Giolitti, Sigmund Freud aveva appena pubblicato Totem e Tabù scandalizzando il mondo con  le teorie dell’incesto e Pio X era vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica. Testimoni di un secolo che ha visto l’orrore delle guerre mondiali e la fatica della ricostruzione, i cavalli e le automobili, la radio e i cellulari.

La sig.ra Elena Giorgetti nata il 3/04/1913 coniugata con il prof.Donnini – candidata nella lista della sinistra (Partito Comunista Italiano, Partito d’Azione e partito Socialista), alle prime elezioni comunali dopo la liberazione che si svolsero la domenica del 24 marzo 1946 – è stata una delle prime donne ad essere eletta e ad occupare gli scranni del Consiglio Comunale della nostra città.

La signora Elena Giorgetti prima consigliera comunale nel 1946

La signora Adele Coppetta nata a Montefano il 24/11/1913 vedova Egidi, invece, è la madre del compianto direttore della Biblioteca, nonché dell’Archivio storico e del Museo Ccivico della nostra città, Luciano Egidi, scomparso prematuramente nel gennaio del 2014. La sig,ra Adele, rimasta vedova a 46 anni, si è trasferita con i figli ad Osimo nel 1960 in via Olimpia. Finché ha potuto si è data sempre da fare, andando a servizio da privati e soprattutto come cuoca, prima presso il Convento dei Servi di Maria di Montefano, poi presso il Collegio Campana di Osimo. Come volontaria ha cucinato per moltissimi campi scuola della Parrocchia di San Marco e per l’Associazione Roller House. In età avanzata ha visitato la Terra Santa e Parigi, mostrando già la sua forte tempra. Una donna semplice ed operosa, da tutti ben voluta.

La signora Coppetta Adele con il piccolo “Ciano”,  a Montefano.

In via Olimpia la casa di Adele era un riferimento e aperta a tutti i bambini  della zona: il figlio “Ciano” era sempre disponibile ad  aiutare a districarsi tra i riassunti e la grammatica e poi la gentile madre offriva sempre la merenda a base di pane bagnato in acqua con lo zucchero sopra.

Ida Antonella è nata il 30 gennaio 1918 ci sente poco, ma in compenso ci vede benissimo. Ida che risiede nella propria casa a San Biagio è una splendida signora e nelle sue cose è ancora perfettamente autosufficiente.  Di una tempra antica, ha passato una vita a lavorare in campagna, cucinare e tirar su cinque figli di cui due, gemelle. Ida ha oggi 12 nipoti, 24 pronipoti, ed è  trisavola di tre bambini. Come una diva è stata festeggiata lo scorso 30 gennaio dalla numerosa famiglia per il raggiungimento del 100° compleanno. Originaria di Campocavallo dove ha frequentato le prime tappe dell’istruzione, la sig.ra Ida  ricorda ancora di quando andava a scuola con gli zoccoli di legno e la borsa di pezza. Si sposa nel 1938, dopo un breve fidanzamento, con Dante Benedettelli muratore e contadino anche lui di San Biagio e insieme hanno realizzato tanti sogni: una bella famiglia, una casa costruita con le loro mani. La signora Ida ricorda quando, ai suoi tempi con Dante, la vita era dura, pochi soldi, tanti sacrifici, privazioni e tanto lavoro, ma ricorda anche di un mondo fatto di semplicità, di calore famigliare, le belle feste di musica e di balli che il  3 febbraio si svolgevano a San Biagio o quando al giovedì partiva per andare a piedi al mercato in Osimo.

La signora Ida con le figlie (anno 1950)

Dante muore nel 2003 e Ida da sola con la sua fibra forte e fiera “made in Osimo” e tanto altro –  qualità che le donne conoscono e portano nel cuore – ha saputo affrontare la vita, anche con i suoi carichi di difficoltà e dolori,  per raggiungere, lucida e con spirito gioioso, questo straordinario traguardo.

Maria Freddo è nata a Assuncion D.Saladill ( in Argentina ) il 3/12/1917  ha, quindi, già raggiunto e superato l’ambito traguardo del secolo di vita e oggi vive, assistita amorevolmente,  nella casa di riposo “Bambozzi” di via Matteotti.
Non si è mai sposata  e non ha figli. Nella sua vita ha fatto  la “perpetua”  prima di don Alfonso Fanesi, storico sacerdote di San Marco e poi di Mons. Primo Principi ( che era anche suo parente ),  a Roma in Vaticano. Ma il termine “perpetua” (che rimanda al personaggio manzoniano) è riduttivo, è stata in pratica la tuttofare  per più di sessantanni dei sacerdoti che ha seguito.
Un lavoro scelto per vocazione, impegnativo e pesante: erano affidati a  “Maria la perpetua” non solo i normali lavori di casa, riassettare, cucinare (pasti semplici con quello che c’era), lavare, ma anche –  in particolare a San Marco – la cura della Chiesa,  la cura dei paramenti sacri, le preghiere ed i canti in latino.

La signora Maria Freddo, una vita da “perpetua”

Fin qui nulla di eccezionale, il fatto diventa singolare se si prende atto che la signora Maria, in famiglia, non è la sola ad avere il segreto della longevità. Ad Osimo vive ancora, e gode di ottima salute, la sorella maggiore Maria Annunziata Freddo  che, il 7 luglio scorso, ha raggiunto il traguardo delle 103 primavere.
Come la sorella Maria, Maria Annunziata  è nata in Argentina (dove il padre Paolo – soprannominato Riccio – era emigrato agli inizi del secolo). Fa  ritorno in Osimo con tutta la numerosa famiglia, poco dopo il  termine della 1^ grande guerra, nel 1920.  Una famiglia numerosa ho detto. Il  padre Paolo di professione agricoltore ma anche eccellente  falegname ed artigiano  – persona a cui la fatica non ha messo mai paura – ( al ritorno dall’Argentina aveva aperto a Casenuove una piccola attività artigianale, la fabbricazione di seggiole pieghevoli in legno); la madre Geltrude Zagaglia anche lei contadina e impegnata nella gestione della casa e quattro fratelli:  Giuseppe classe 1912, Pierina  del 1914, Tullia nata il 28 novembre del 1916  e Maria – la più piccola  – classe 1917.

La signora Freddo Maria Annunziata “la sarta” ( con il figlio Lamberto)

Come la sorte toccata alla maggior parte delle sue coetanee di quel tempo ( 1930 ), Maria Annunziata,  dopo una breve frequentazione della scuola dell’obbligo ( con l’acquisizione della 5^ elementare) giovanissima, prende la via del lavoro: quello di sarta.  Si conteranno,  alla fine, in più di sessanta gli anni che  la signora Maria Annunziata ha trascorso tra stoffe, aghi e filo. Si, perchè Annunziata è stata la sarta del centro di Osimo che tutti conoscevano, a cui tantissime donne, e le ragazze in particolare, ricorrevano   in tempi in cui il “prêt à porter” non era ancora una consuetudine dominante  e che per “incignare” qualcosa di nuovo dovevano fare appello ai suoi consigli e soprattutto alle sue mani esperte. Non  c’era piega, strappo, orlo o ripresa che la signora Maria Annunziata non sapesse rammendare.
In tempo di guerra, da sola con tre figli piccoli da accudire, mentre il marito era stato richiamato alle armi, con le sue mani d’oro aveva imparato, per necessità, anche a confezionare scarpe da morto.
In  piena  lucidità e nell’eleganza del suo portamento nonostante  le sue 103 primavere e mezzo,  Maria Annunziata  ricorda con un ciglio di vanto di aver confezionato ben 48 vestiti da sposa nella sua casa-laboratorio di piazza Dante.
Maria Annunziata è stata la sarta prediletta di gran parte delle osimane più altolocate, era solo di lei  e delle sue abili mani che si fidavano per  i vestiti più eleganti.
Famiglie nobili e facoltose di Osimo – ma ci tiene a precisare – che  anche tante semplici famiglie di contadini che andava a servire a domicilio,  sono stati i suoi clienti, riuscendo a farsi un nome ed a essere apprezzata da tutti anche per la sua immutata cordialità, generosità e simpatia.
Sentendola parlare con soddisfazione di quanto ha fatto come sarta,  sembra di immaginarla ancora all’opera col ditale, aghi, centimetro  e forbici.
La signora Maria Annunziata, la cui storia meriterebbe un racconto a sè stante, è stata  sposata con Luigi PRINCIPI ( deceduto il 27/5/1986) e oggi – in ottimo stato di salute – è amorevolmente accudita nella propria abitazione di via Michelangelo dai suoi cinque figli: Clemente, Maria, Pietro, Lamberto ed Alessandro.

Giovanni Sampaolo è l’unico uomo tra le 11 donne supercentenarie osimane. Indebolito dagli anni in ragione dell’età, ma volitivo e tenace nel carattere, con lo sguardo fiero e ancora in ottimo stato di salute, abita a Osimo Stazione. Il sig. Giovanni è  nato a Polverigi il 10 giugno 1918 – come gli  piace ricordare – lo stesso giorno ed ora in cui, in piena 1^ Guerra Mondiale,  il coraggioso capitano Luigi Rizzo affondava la corazzata austro-ungarica Santo Stefano e così sventava  i piani austriaci che puntavano al bombardamento dei porti italiani.
La sua era una famiglia di fornaciai, un lavoro duro di trasformazione dell’argilla in mattoni e tegole,  che ha permesso di far crescere con dignità e con valori positivi tutti i nove figli di cui Giovanni è stato il  penultimo.
I primi studi a Polverigi, poi il liceo a Fano, e nel 1941 l’Università, corso di Ingegneria,  a Torino. Ma le tragiche vicende della guerra, l’arruolamento e il servizio militare  obbligatorio hanno impedito  al giovane di belle speranze, di completare gli studi.

Sampaolo Giovanni  – a sinistra -, foto del  1942 in piena guerra, accanto a lui il fratello maggiore

Ritornato ad Osimo al termine della Guerra, Giovanni – che diviene quindi Osimano dopo l’armistizio del 1943 – raggiunge la famiglia che nel frattempo si era trasferita da Polverigi alla frazione di  Santo Stefano. Entra nei Gruppi di Azione Partigiana, e partecipa attivamente nelle azioni che con le forze alleate polacche ed inglesi contribuirono alla Liberazione di Osimo e degli altri paesi della valle del Musone. Dopo la guerra ha ricoperto nel 1945, anche , l’incarico di “Censore” (con il m° Claudio Buccetti ) del Collegio Campana. Nel 1946  partecipa e vince il concorso provinciale  per responsabile dei Consorzi Agrari.
Dal 1947 per quarantasei anni  il Consorzio Agrario di via Adriatica  è stato il  lavoro, la casa, il riferimento del sig. Giovanni Sampaolo che ad Osimo Stazione è conosciuto ed apprezzato da tutti  ( anche per via del figlio medico, il dott. Guido Sampaolo).
E quando mi racconta del Consorzio, dei tanti facchini che lavoravano sotto le sue direttive, del sostegno e del servizio generoso reso agli agricoltori osimani e non solo, ( non esisteva il “marcatempo”, e anche durante le feste, se necessario, le porte dei magazzini del civico 180 di via Adriatica erano aperte),  dei tanti aneddoti legati al lavoro, gli occhi di Giovanni si illuminano.  Non occorre sollecitare i suoi ricordi, come un fiume in piena, descrive quanto il Consorzio Agrario ha rappresentato per lui e la sua famiglia,  una esperienza straordinaria: la gestione degli ammassi del grano, le trasformazioni epocali dell’agricoltura, le innovazioni degli anni ’70, i tanti contatti e relazioni umane intessute con i clienti ed i soci del Consorzio, …. ecc.
Se,  come si dice,  la storia è fatta dalle persone, Giovanni Sampaolo è stato un personaggio fondamentale  per la storia del Consorzio,   che si è snodata per quasi mezzo secolo ( 46 anni ), fino alla meritata pensione arrivata nel 1994.
La vicenda secolare  di Giovanni Sampaolo si intreccia  anche con la storia di Osimo Stazione, frazione  che ama e che ha visto crescere in modo  esponenziale  e con le vicende personali, anche particolarmente dolorose,  come la morte della amatissima moglie, Cristina Balducci, sposata nel 1955 e con la quale ha trascorso 62 anni della sua vita.
La passione per i lavori della campagna,  le brevi passeggiate, una dieta sana, l’aria buona, un bicchiere di vino rosso a pasto, tanti piccoli interessi, alcune piccole rinunce ( come la riconsegna della patente di guida  al compimento del 98° compleanno) sono questi   i segreti  che  hanno permesso  al signor Giovanni  di poter raggiungere, lucido, forte e con spirito positivo, questo straordinario traguardo.

Gli altri o per meglio dire le altre superlongeve osimane, sono: Adalgisa Giampieri classe 1918, che  vive nella propria casa nella frazione dell’Abbadia, Ausili Idelma classe 1917 che vive a San Sabino,  mentre quattro sono, invece, le signore ricoverate in Case di Riposo:
Maria Martarelli originaria di Agugliano classe 1915, Teresa Elisei vedova Mattioli classe 1915, Anna Maria Fanesi classe 1918 che abitava nel rione Santa Palazia-San Marco anche conosciuta come la moglie del  dott. Alberto Zoppi e Alda Cacciamani vedova Cantarini anche lei classe 1918 che fino a pochi anni fa si poteva trovare dietro il bancone nella sua minuscola ma rifornitissima bottega di corso Mazzini, così detta “dello Scolaro”, a vendere quaderni, penne e fogli di protocollo.

Infine sono sei gli osimani iscritti all’ A.I.R.E., l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero, che hanno  superato il centesimo anno d’età.  Sono persone che hanno scelto di vivere al di fuori dei confini del nostro paese o nati da genitori che a fine del secolo scorso hanno  – con le valigie di cartone – cercato fortune migliori lontano dalla nostra città. Questi i loro nomi:
Setimio MAGGI nato a Firmat (Argentina) il 21 marzo 1916 e residente a Tigre ( Argentina); Alexandre CANALINI  nato il 4 giugno 1917 a Rio de Janeiro (Brasile) e lì ancora oggi residente; Juan Bautista SCHIAVONI  nato il 5 maggio 1918 a Villa Monte ( Argentina) e residente a Monte Cristo (Argentina);  Emilio MARZIONI  nato in Osimo il 12 giugno 1918 e residente in Spagna a Madrid; la sig.ra Luigia PAGLIARECCI nata in Osimo il 13 luglio 1918 e residente a Alcira ( Argentina) e la sig.ra Leonilda MENGARELLI  nata ad Alvarez ( Argentina) il 22 ottobre 1918 e lì, ancora, risultante residente.
Anche a questi ultracentenari “osimani” mando i miei auguri sperando che la rete, con le sue “magiche possibilità”, possa raggiungerli.


A nome di tutta la nostra comunità, invio ai diciotto concittadini che hanno superato – a fine 2018 – lo straordinario traguardo delle 100 primavere, gli auguri più cordiali.
Donne e Uomini che hanno vissuto i momenti in cui si faceva la storia, e che  anche loro hanno contribuito a farla.
Grazie,  la Vostra vita rappresenta un  “patrimonio umano”  per la nostra città, un valore cui attingere per la costruzione di un futuro migliore.

La Presidente del Consiglio Comunale
………..prof.ssa Paola Andreoni

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6 ottobre

Ho festeggiato un altro anno della mia vita. Grazie di cuore per i numerosi e piacevoli messaggi di auguri.

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Paola

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#OSIMANE con l’hashtag: Lida, Renata e Mirella

“Imparavo finalmente, nel cuore dell’inverno, che c’era in me un’invincibile estate” (Albert Camus, Ritorno a Tipasa.1952).

Mi sembra la cosa giusta, porre i versi di questa poesia, all’inizio del racconto della storia di Lida, Mirella e Renata. Una dichiarazione luminosa, una magnifica resa a quel nucleo vitale che irriducibilmente ognuno di noi possiede, malgrado il tempo, gli anni, i dolori, le fatiche, il grigiore a volte abbacinanti della vita. Il destino di tre donne diverse e lontane che si intreccia tra loro.
Quella di Renata, Lida e Mirella è la storia di tre persone straordinarie con alle spalle situazioni difficili da gestire che hanno  voluto stare unite, condividere, aiutarsi a vicenda, una testimonianza – la loro – di come l’unione fa la forza.

 Renata Barbarotti Saporiti, Lida Ceriscioli e Mirella Diomira Casari, tre donne coraggiose che hanno scelto Osimo come luogo della loro conquista costante di autonomia e di piena realizzazione. Tre donne con alle spalle storie di “barriere” e di pregiudizi che il destino ha voluto, nel suo misterioso disegno,   far incontrare ed unire per un  grande legame di amicizia e di solidarietà. Tre donne provenienti da luoghi diversi: Renata romana, Lida maceratese e Mirella – la più giovane- della bassa padana; con percorsi di vita  completamente diversi ma unite nella loro vicenda personale a causa della cecità.

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Renata
, la più grande delle tre, classe 1905 nativa di Roma, cieca dall’infanzia a causa di una malattia genetica, si era diplomata in Pianoforte al Conservatorio Santa Cecilia di Roma. Una donna forte abituata a “sbattere contro i muri” e contro le avversità, dal carattere gioviale, diretto e affabile, come quello tradizionale  dei romani, del quale aveva conservato le espressioni lessicali più tipiche, ed anche il coraggio e la determinazione. Amava dire:  “Vedo solo con il cuore, ma niente può fermarmi”. Dopo anni di insegnamento della musica  nelle scuole speciali per ciechi,  lascia Roma e si trasferisce con il marito, Giulio Saporiti ( anche lui musicista) nella provincia di Varese a Gorla Minore. Ma, come nelle parole del poeta: “la vita è davvero conosciuta solo da quelli che soffrono, e incontrano  le avversità”.   Dopo pochi anni di matrimonio Renata, ancor giovane, si ritrova vedova e sola. Sopportando le avversità ritorna ad insegnare pianoforte e non paga,  apre e gestisce, in collaborazione con il Mac ( Movimento Apostolico Ciechi),   un pensionato a Milano in via Romussi per le persone cieche e sole. Da Milano si trasferisce a Bologna  nella struttura “Fusetti” del Mac, un pensionato per persone cieche  gestito dalle suore canossiane. Qui Renata pensava di concludere la sua esistenza nel conforto della benevole assistenza delle suore  ma, così non è andata.

Lida è nata a Loro Piceno il 29/3/1926, in una famiglia di poveri contadini, anche lei cieca fin da piccolina ha vissuto la maggior parte della sua vita in Istituti. Prima a   Spoleto dove ha appreso  il mestiere di lavoratrice a maglia e uncinetto,  e poi a Bologna,  in un istituto gestito da suore canossiane,  dove ha continuato a lavorare come ricamatrice ed anche in una nota fabbrica di camicie. Lavoro e vita comunitaria in istituti amorevolmente assistite da religiose,   un destino comune a tante persone cieche.

Mirella è nata e cresciuta a Volta Mantovana il 06/07/1948, anche lei appena nata viene colpita dalla cecità. Anche per lei, pur se confortata dall’amore e dalle premure  dei suoi, e delle sorelle, si aprono già all’età di  5 anni le porte del collegio,  al fine di avere una educazione,  ed imparare tutti quei strumenti che aiutano le persone senza vista a poter leggere, scrivere, imparare una professione. Anche Mirella, appena ventenne, sceglie di vivere nell’Istituto per donne cieche a Bologna. Una scelta obbligata, confortevole e rassicurante ma i “sogni” erano altri.

Le tre donne, per i misteriosi disegni che il destino sempre riserba, si incontrato e si conoscono a Bologna nell’ istituto per cieche gestito dalle suore canossiane. E’ in questo luogo, dove sono amorevolmente servite e trattate,  che maturano l’idea di una vita diversa, fuori dall’Istituto. Una vita sullo stile di una famiglia, dentro la città, con una propria casa da accudire, e un luogo dove, ai propri interessi e lavoro,   abbinare faccende  e gesti quotidiani come: fare la spesa, preparare il pranzo,  lavare i piatti, fare la lavatrice e le pulizie di casa. Una vita con le preoccupazioni, le scadenze, gli “alti e i bassi”, di una normale famiglia.***
Il progetto di famiglia-convivenza,  da sogno ideale  pian piano si materializza e prende forma.    Giorno dopo giorno, il progetto fa  rinascere nelle tre donne cieche l’entusiasmo di una nuova vita, e  Osimo, la nostra città,  rappresenta il luogo prescelto per questa “boccata di ossigeno”,  o meglio  il luogo dell’indipendenza.
Osimo era, ed lo è ancor di più oggi con la realizzazione delle nuove strutture,  la città sede della Lega del Filo d’Oro, l’Associazione che  grazie ai suoi progetti permette a ragazzi privi di vista e/o con altre gravi menomazioni sensitive, di diventare più indipendenti,  che vuol dire diventare “grandi” e riuscire in qualche modo a cavarsela da soli.

Lida, Renata e Mirella dopo aver conosciuto don Dino Marabini, Sabina Santilli ma anche Iride di Milano ed altre amiche che con coraggio e determinazione avevano deciso di uscire da “ovattati” istituti  per iniziare esperienze di autonomia.   Scelgono di venire a vivere ad Osimo per aiutare idealmente la lega del Filo d’Oro in questo suo progetto educativo e diventare anche loro – in quella che diverrà per oltre 10 anni  la loro casa famiglia – un esperimento e una speranza da proporre a tutte quelle persone cieche che fino ad allora non avevano, in Italia, altre prospettive di vita,  fuori da strutture protette.

Il  9 settembre 1974, Lida, Renata e Mirella lasciano  l’Istituto per cieche di Bologna e iniziano la loro avventura di vita comune  nella loro casa presa in affitto nel centro della frazione di Santo Stefano di Osimo, vicino la piccola chiesetta parrocchiale, non lontano da via Montecerno, la sede della Lega del Filo d’Oro.

Sostenute nel loro progetto dalla Lega del Filo d’Oro ed aiutate  da  tanti volontari come Daniela Pirani, Rossano Rotoloni, Fiorella Pirani, Rossano Bartoli e Dino Marabini, solo per menzionarne qualcuno,  le tre donne lavorano, partecipano alla vita associativa della Lega, promuovendo iniziative e favorendo il contatto con i tanti cieco-sordi presenti, spesso in condizioni di isolamento e solitudine,  in tutta italia.

In particolare Renata diventerà l’anima del giornalino associativo e bollettino ufficiale delle Lega del F.d’O., “Trilli nell’Azzurro”, di cui curava personalmente e con grande impegno fisico la stampa in braille ( ancor prima che uscissero, le funzionali stampanti braille che oggi consentono la stampa in codice braille, su carta, di un qualsiasi testo in formato elettronico).

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Tutto facile ? Assolutamente no – come mi racconta Mirella – tanti i disagi e gli ostacoli  affrontati quotidianamente ma anche la felicità per  l’acquisizione giorno dopo giorno di competenze ( anche nelle piccole cose come: lavare i piatti, fare la lavatrice, cucinare ed invitare gli amici, fare le pulizie) che ha permesso alle tre coraggiose donne di fare grandi conquiste e pian piano di cavarsela da sole.

Da Santo Stefano la “piccola famiglia: Renata, Lida e Mirella” si trasferisce al centro di Osimo, in via Campana. Qui troveranno un appartamento più confortevole, la possibilità di meglio usufruire  dei servizi pubblici con indipendenza, l’autonomia di muoversi per Osimo per andare a fare spesa, andare alla Messa senza dipendere da alcuno.  In particolare, per Mirella la grande conquista di poter andare a lavorare in Comune ( dove nel frattempo era stata assunta lasciando il Provveditorato alle Opere Pubbliche di Ancona e dove  per anni ha svolto le mansioni di centralinista) a piedi, attraverso i  vicoli di Osimo munita solo del suo bastoncino bianco, del suo sorriso e di una buona dose di coraggio e determinazione.

Ad Osimo si moltiplica la rete delle relazioni, la loro casa in via Campana diviene punto di riferimento  di volontari che sempre più numerosi frequentano ed aiutano o per meglio dire “partecipano alla vita” delle tre donne: Maria Blasi, Iole Rossi, Vittoria e Pia Petrini, Guido De Nicola ( presidente della Lega del Filo d’Oro), le sorelle Bartelloni, il gruppo delle terziarie francescane e tanti giovani come Anna Maria Bartoli, MariaPia Pierpaoli, Mariella Bevilacqua, Marcello Mosca, Maria Teresa Bartolini, ecc.

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Nel frattempo Renata, donna eclettica dai mille interessi e infinite risorse, dalla  spontanea simpatia,  continua la sua infaticabile  “missione” di contatti con i soci  sordo cieche della Lega, oltre a coltivare i suoi interessi: la musica con il suo inseparabile pianoforte e lo studio dell’Esperanto, la lingua creata dal polacco Ludwig Zamenhof per la comunicazione internazionale, di cui Renata è stata una delle massime esperte nazionali ( segnalata dalla IABE per la sua attività di promozione) curandone anche la pubblicazione di alcuni libri in Braille per l’apprendimento di questa lingua da parte delle persone prive di vista.
Lida dolcissima donna ed eccellente cuoca, assume, di fatto,  la guida della casa anche per via del suo carattere pratico,  divenendo la riservata ed umile  preziosa padrona ed economa della casa. Non solo brava cuoca, Lida, aveva le  mani d’oro,  era una eccellente ricamatrice, e trovava anche il tempo da dedicare all’Ordine Terziario e al Mac ( Movimento Apostolico Ciechi) di cui diviene la responsabile regionale.
Mirella, la giovane del gruppo, ha seguito sempre con entusiasmo l’affettuosa guida delle sue due amiche, raccogliendone i consigli per vivere con gioia giorno dopo giorno, con il suo mondo di interessi ed abitudini,  “il sogno della normalità”. Un percorso che porterà poi Mirella a coronare con il matrimonio, il 5 luglio 1987,  la storia d’amore con Mario ed altre impegnative sfide come l’adozione di Rodney. Mirella ha inoltre, rivestito per diverso tempo ( dal 14 aprile 1984 al 7 aprile 1990) il ruolo di membro del CdA della Lega del F.d’O.

Renata che va ricordata anche per essere stata una delle socie fondatrici e componente del Consiglio di Amministrazione della Lega del Filo d’Oro, ricoprendo altresì l’incarico di Vice Presidente dal 20 dicembre 1964 al 4 gennaio 1975 e Presidente della benemerita associazione osimana nel periodo dal 4/1/1975 al 27/4/1975,  morirà il 20 giugno 1985.

Mirella con Mario andranno a vivere in via della Pietà, mentre Lida, malgrado le insistenze di Mirella che la voleva con lei e Mario,  decide di trasferirsi a Macerata dove ha vissuto serenamente, in un appartamento al centro storico, fino al termine dei suoi giorni: il 18 febbraio 2013.***
Una bella storia di luce oltre il buio quella di queste tre donne di cui la nostra città è stata testimone e parte attiva offrendo servizi e tante persone volontarie  che hanno condiviso e reso possibile questa esperienza “straordinaria” che per un cieco vuol dire la normalità che fa l’eccezione.

Tre donne coraggiose che con la loro testimonianza hanno incoraggiato altre esperienze simili in tutta Italia. Tre cieche che rompendo consuetudini e schemi – mettendosi alle spalle l’inevitabile dose di vittimismo –  non sono volute “stare al loro posto”, non hanno voluto accettare il loro limite come naturale,  ma hanno puntato in alto,  ad una vita pienamente vissuta, ad una conquista di autonomia possibile ad un sogno senza buio.
Grazie Renata, Lida e Mirella a nome di tutte le persone che vi hanno conosciute ed alle quali avete dato un grande esempio e testimonianza. Osimo e i suoi volontari sono  stati con voi.

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***La Presidente del Consiglio Comunale
*****prof.ssa Paola Andreoni

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#OSIMANI con l’hashtag: Filiberto Diamanti

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Nell’ascoltare la sua storia, la sensazione è di avere a che fare con uno dei personaggi narrati nei libri dello scrittore cinese Mo Yan,  premio Nobel per la letteratura nel 2012.   Quegli eroi di una volta che riescono a uscire da ogni situazione, anche la più difficile. E gli ingredienti di un racconto accattivante  ci sono tutti: ingegno, avventura, passione, invenzioni, genialità.  Sullo sfondo lui, un #Osimano come tanti, ricco della sua bella storia, figlio della nostra città nella quale vive con la leggerezza del geniale risolutore, l’eccesso di un’anima anarchica   e la concretezza tipica dell’indole osimana.  Anche il nome è da personaggio, un po’ da “cinema neorealista italiano” alla Pietro Germi, per intenderci: Filiberto Diamanti.

 “Vengo al mondo nel gennaio del 1955, di sabato” – così Filiberto, con la sua caratteristica autoironia,  inizia a raccontarmi la sua storia con   aneddoti, esclamazioni osimane, vita privata e professionale che si intrecciano – “Forse dovevo nascere nel 1954, ma allora il parto cesareo si faceva solo in casi rarissimi: solo se il nascituro o la gestante rischiavano di morire.  Per questo, forse, quando sono nato ero già vecchio. Mamma si chiama Maria, mia nonna Geltrude e si racconta che quando mi ha visto nascere ha esclamato sconsolata a mamma “Maria, Madonna quanto è brutto  stu bardascio, è tutto naso  e recchie“. Poi con il tempo un po’ mi ripresi, ero diventato quasi bellino anche a detta del fotografo Arduino, (perchè una volta  si usava far fare ai figlioli le foto a Piazzanuova, sotto il monumento dei caduti).  Il giudizio espresso  dal fotografo Arduino – che di figlioli ne aveva immortalati tanti, e quindi se ne intendeva  – tranquillizzò, non poco, i miei genitori.

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Filiberto è nato in via Cesare Battisti al numero 1, vicino le scalette del Foro Boario. La madre Maria Mengoni ha sempre lavorato nelle fisarmoniche a Castelfidardo, mentre il padre Leonello oltre ad essere stato anche lui in fabbrica nel settore delle fisarmoniche, addetto alla parte meccanica per conto della ditta Busilacchi ( ditta osimana che costruiva fisarmoniche negli anni ’50) ha spaziano in altri settori: muratore, carpentiere, salariato alla Fornace Fagioli,  ecc. Una famiglia di lavoratori che non viveva nel lusso ma di essenzialità. Qualità e valori che Filiberto si è sempre portato dietro.

Racconta Filiberto: “I miei genitori – per necessità – sempre impegnati al lavoro mi lasciavano sovente solo e gran parte della mia formazione e crescita sono stati gli amici e alcuni spazi pubblici, caratteristici della nostra Osimo: i giardini di Foro Boario ( oggi Piazza Giovanni XXIII) e via Cappuccini.”
Nel parlarmi degli amici, a Filiberto gli si illuminano gli occhi. Tanti, un lungo ed interminabile elenco di nomi con i quali ha condiviso giochi, confidenze, momenti goliardici, spensieratezza, ragazzate, ma anche il dolore per tragici eventi: Tonino Borsini, Marco Mazzieri, Adriano, Mario Belelli, lo sfortunato Andrea Marchetti detto “Ciaccioni”, Mauro Mezzelani, Alfredo Graciotti, Sandro Bambozzi, Claudio Tabuzzi, Moreno Frontalini,  il povero Luigi Marziani,  Rodolfo Mazzoni.
Riflettendo oggi su quel periodo e sui suoi amici,  Filiberto mi confida che con la  maggior parte di loro, aveva  in comune la grande voglia di stare insieme ( semplicemente per chiacchierare), l’esagerazione nei sentimenti e nelle azioni, la “fame di vita”, una   curiosità mai doma.  Oggi si direbbe, che quei ragazzi erano  un gruppo che viveva volutamente ai margini. Ai margini della parrocchia e dell’oratorio di San Marco  malgrado l’impegno e i tentativi di approccio di don Guerriero e di don Luigi Lucianetti. Lontani dall’impegno scolastico che veniva visto come una “perdita di tempo” ed un’ imposizione più che un’opportunità di crescita e formazione.
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Sicuramente, racconta Filiberto,  il metodo “forte” del maestro Guido Ruzzini non ha aiutato, ma anche quando il maestro è cambiato e la guida è passata al maestro Carlo Gobbi, le sue nuove metodologie pedagogiche –  i suoi disperati tentativi  di coinvolgimento – si sono infranti con il mio e nostro disinteresse per tutto ciò che erano libri e penne, presi come eravamo per i giochi all’aperto, per le battaglie tra bande, per le  avventure e le imprese pomeridiane, per tutto il mondo che c’era e si muoveva con vivacità   fuori dalle “spente” mura scolastiche.

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E così che – con il dispiacere di Maria,  di Leonello (e della zia Viola che con i genitori si era assunta il compito di educare il piccolo Filiberto)  le cui  fatiche del duro lavoro quotidiane erano mitigate dalla motivazione e dalla speranza di poter offrire  un avvenire migliore al loro unico figlio -, a 14 anni Filiberto abbandona definitivamente la scuola e inizia il suo percorso professionale come apprendista in una officina meccanica  di stampi e tranciature per lamiere.

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Nel lavoro, anzi per meglio dire, nei tanti lavori svolti,  perchè Filiberto pur figlio di una stagione, quella degli anni ’60 caratterizzata  dal “posto fisso” e dal “posto di lavoro che rimaneva quello per tutta la vita” è stato – anticipando i tempi e come lo sono i giovani di oggi –  un lavoratore orientato alla  flessibilità.

Trovato un lavoro ed acquisitene tutte le competenze, senza alcun problema ha cambiato  posto e spesso anche tipologia di lavoro,  affrontando le nuove esperienze  con entusiasmo e con  spirito sempre giovanile,   di chi vuole  mettersi di fronte a nuove  sfide e conoscere nuove tecnologie e  nuovi mestieri.

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Con questo atteggiamento “eclettico” nell’ affrontare la vita, sempre pronto con il suo bagaglio ricco di esperienze e competenze  Filiberto ha lavorato, poi,  in diverse ditte artigianali: ad Osimo presso la carrozzeria di Leonardo Rossi in via Pompeiana, a Camerano presso la ditta Mobil Fer dei f.lli Bontempi,  poi a Castelfidardo presso Cintioli Italo e la ditta O.T.S.,  in queste ultime come operaio meccanico imparando ad utilizzare le presse e la tranciatura di lamiere per la realizzazione di stampi. A 19 anni  è carpentiere  presso la ditta “Bugatti e Pizzichini” impegnato a calandrare e saldare putrelle in ferro che servivano per realizzare le  strutture delle gallerie autostradali.  A 20 anni altro lavoro pesante e di precisione, presso la ditta “OSET di Pieralisi Piero” a Castelfidardo, nuovo lavoro e un nuovo mestiere ad arricchire il bagaglio personale delle tante abilità già acquisite.

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A 21 anni per Filiberto “passa il treno della vita” l’opportunità a cui  tutti gli osimani negli anni ’70 aspiravano: viene assunto “fisso” alla Lenco. Occasione che Filiberto non aveva cercato ma che gli è stata proposta dal capo officina Enzo Casavecchia che a quel tempo era alla disperata ricerca di operai specializzati, capaci di lavorare il ferro per la parte meccanica dei mangianastri e dei piatti per giradischi. Cinque anni alla Lenco, cartellino per firmare n° 780, questo per dire l’importanza che rivestiva per l’economia osimana la Lenco, praticamente quasi un osimano per famiglia lavorava nella fabbrica di via Guazzatore.
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Con l’arrivo della  concorrenza  asiatica finisce il “sogno industriale” osimano   della Lenco. La storia è ben nota ed è stata contrassegnata da un lungo e irrefrenabile declino aziendale della fabbrica che ha visto, per i tanti dipendenti , prima la cassa integrazione straordinaria  e poi il licenziamento definitivo di tutte le maestranze occupate.

Filiberto anche in questo caso, in controtendenza rispetto ai più, non ci sta a fare il “cassaintegrato” ( che voleva dire stare a casa per diversi anni, senza fare nulla, con la garanzia di circa l’ 80% dello stipendio). Viste le prime avvisaglie di crisi, – anche stanco della vita di fabbrica, delle presse, del loro rumore assordante, quei 120  “insopportabili” colpi al minuto e inorridito dai tanti incidenti di lavoro ai quali aveva assistito con svariati colleghi rimasti con le dita sotto la pressa, invalidi per tutta la vita – si licenzia.
Con i soldi della liquidazione, del ricavato della vendita della, ancor nuova “Alfa sud” e con l’aggiunta della firma di “un mare” ( come citato  da Filiberto) di cambiali, si compra un camion usato e inizia una nuova attività, da tempo cullata nel cassetto dei sogni: diventa camionista.

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Un lavoro rivelatosi faticosissimo ma svolto sulle ali dell’entusiasmo. Consegne (prioritariamente di mobili)  in tutta Italia da Bolzano alla Sicilia,  con un mezzo vecchio, senza servo sterzo che perdeva acqua e che ogni 300 chilometri richiedeva di essere rimboccata. Inoltre a quel tempo non esistevano i “navigatori”, smartphone e computer.   La guida della strada, per trovare i luoghi e le vie di consegna, era l’atlante stradale. Tante le difficoltà  affrontate: ghiaccio, neve, caldo, nebbia, traffico, strade tortuose, carichi e scarichi, ecc. Un’attività che malgrado il faticoso impegno e il notevole sforzo fisico, Filiberto ha portato avanti con grande passione e soddisfazione dei suoi clienti ( i più importanti mobilieri della nostra zona) per quasi 31 anni, fino al 2012, fino alla meritata pensione.

Anni passati sulla strada, spesso partendo da Osimo il lunedì e rincasando solo il fine settimana. Anni nei quali Filiberto ha perso il contatto con i suoi “vecchi” amici osimani,  ma diventando amico di migliaia di colleghi incontrati sulle strade, nei magazzini, nei ristori e con i quali è scattato un bel rapporto di solidarietà e di generosità. Sentimento quest’ultimo che è innato in Filiberto e che non si estingue facilmente, soprattutto per chi lo pratica.
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Anni passati sulla strada da solo: lui e il suo camion di consegne. Racconta Filiberto: ” sulla strada impari a riflettere, a mantenere la calma, il controllo di qualsiasi situazione che ti può capitare. A volte la sera partivi con la nebbia che ti accompagnava fino a Melegnano Milano. Dormivi tre ore, dentro la cabina del camion,  e l’indomani mattina iniziavi a scaricare , entravi dentro Milano con un camion lungo 12 metri, eri in doppia fila e spesso capitava di fare questione con l’impazienza e l’intolleranza degli automobilisti che volevano passare o dei vigili che non ti facevano sostare. La gente spesso non si rende conto della fatica del lavoro di un camionista, che non eri lì per divertimento,  ma per rifornire i negozi dove facevano spesa.”
In questi anni di camionista Filiberto è incappato anche in alcuni gravi incidenti stradali, il più grave nel 1984 camion distrutto, ma la forza d’animo di questo osimano “eclettico” l’ha sempre fatto ripartire, anche dopo le cadute più rovinose.
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Da una persona  metalmeccanico a 14 anni, ex carpentiere di fatica, addetto alle presse dal rumore insopportabile e da ultimo da ex camionista alla guida di un bestione della strada per oltre 31 anni non puoi che aspettarti una persona con  un carattere duro, determinato, un caratteraccio, “costruito” negli anni, durante quelle giornate infinite passate sulla strada, in mezzo a mille e più imprevisti.

Filiberto Diamanti, invece, non è nulla di tutto questo, è una bravissima persona. Un marito sempre vicino alla sua amata Pamela che gli è stata sempre accanto, anche  nelle sue scelte più difficili,  e con la quale condivide, oggi, le passioni della bicicletta, della moto e della canoa che da pensionati hanno rispolverato.  Filiberto è anche un affettuosissimo padre e un tenerissimo nonno e il premuroso figlio della signora Maria, oggi 93enne.

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Fili ( come lo chiamano i suoi amici) è una persona squisita, un bravo osimano che ho voluto conoscere incuriosita dalle creazioni che spesso mette in bella mostra davanti lo stop,  tra l’incrocio di via Olimpia e piazzale Giovanni XXIII.

Perchè, poi, entrando nel suo laboratorio, vicino la scuola materna del “Foro Boario”,  scopri  un’altra anima di Filiberto: quella dell’artista e del genio. Come Archimede Pitagorico di Walt Disney, Filiberto nella sua tana, crea giochi per la nipote o composizioni artistiche legate a qualche evento. A volte sente accendersi la lampadina in testa e trova la soluzione migliore con la quale risolvere un problema, anche quelli di piccolo conto ma che aiutano la qualità della vita.   In quei momenti immagino Filiberto gridare “Eureka”,  e lo  senti  lavorare di impegno – sempre allegro e divertito –  con le sue  pialle e saldatrice.
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Filiberto è rimasto meravigliato del mio interessamento alla sua storia ritenendola, senza alcun rimpianto, una storia “normale”, di poco conto, come ce ne sono tante in Osimo. Io, invece, ritengo che quella di Filiberto così come  le storie delle persone comuni, della nostra piccola comunità, hanno una forza straordinaria.

Sono storie che soddisfano la nostra curiosità, con le quali  possiamo confrontarci e  trarne ispirazione. Questo non significa che se ne approvano sempre le idee e i valori ( ad esempio come posso da insegnante apprezzare, della testimonianza di Filiberto,  il marinare la scuola o il fatto di considerarla di poco conto per  la formazione personale ?) ma ai miei occhi ( e credo lo sarà anche agli occhi dei  lettori della storia) Filiberto  “l’ eclettico”, rimane una persona vera e credibile  e la sua storia personale  va ad arricchire  quella collettiva della nostra piccola comunità osimana.
Grazie Fili.

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La Presidente del Consiglio Comunale
*****prof.ssa Paola Andreoni

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✿⊱ Quando settembre inizia con la pioggia ✿⊱

 

    Una nota per ogni domenica

                                                                                       

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E’ settembre
con agosto se  ne è andato anche questo struggente e dolcissimo cantante – poeta
che ho sempre amato e non solo per le sue ballate impegnate 

A tutti Voi dedico questa canzone di Claudio Lolli❤️❤️❤️

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” Ti ricordi, Michel del banco nero in terza fila,
che ascoltò tutte le risate,
di due bambini che vivevano in un sogno che non si ripeterà….
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