2 agosto 1980 – 2 agosto 2020: 40 anni dalla strage di Bologna

Strage alla stazione di Bologna. Quarant’anni senza verità e giustizia

85 morti e 200 feriti, provenienti da 50 città italiane e straniere

Donne, bambini, giovani, intere famiglie che come oggi preparavano le valigie, in un clima di festa, per l’imminente partenza  sulle strade delle vacanze. Viaggio che è terminato alle 10,25 alla stazione centrale di Bologna.
Nessuno dei colpevoli di questa ed altre  stragi è in galera. Tutti, assassini e mandanti, sono a piede libero, vivono impuniti fra di noi. Questi sono i fascisti.  Non dimentichiamo mai chi sono, da dove vengono e cosa sono capaci di fare.

2 AGOSTO 2020

A 40 ANNI DALLA STRAGE FASCISTA

ALLA STAZIONE di BOLOGNA

NON DIMENTICHIAMO!

con dolore in ricordo di tutte le vittime delle stragi fasciste

Dall’ Archivio Storico Comunale – Bologna pubblico questo straordinario racconto di chi visse in prima persona l’orrore, il dolore, lo strazio, la reazione di quel terribile #2agosto1980. Di Hans Jurt, amministratore comunale

” Il vino Albana bevuto la sera prima contribuì a farci assopire. Quando il treno si fermò, alle ore 10.15, ci affacciamo al finestrino per informarci della località raggiunta. Ci trovavamo alla stazione centrale di Bologna.

Per una volta rinunciammo a scendere sul marciapiede – cosa che di solito facevamo sempre – per acquistare qualche bibita per i nostri familiari. Il venditore di bevande lo vedemmo poco dopo, morto, sotto la nostra carrozza, la Nr. 612.

Poco prima della prevista ripresa del viaggio, all’incirca davanti al nostro scompartimento, ad una distanza di circa 5 metri, apparve una vampata subito seguita da uno scoppio assordante e nello spazio di un secondo l’intera carrozza fu avvolta da una nuvola di polvere. Non c’era più alcuna visuale. Contemporaneamente sopra e accanto al nostro vagone si udì come un bombardamento sotto forma di colpi che facevano pensare che il mondo stesse per essere scardinato. Nessuno sapeva cos’era successo. Fitta polvere lasciava trasparire una scena spettrale. Credevamo tutti che saremmo dovuti soffocare. C’era puzza di polvere. Qualcuno gridò: “Fuoco”. Con le ultime forze mi fu possibile aprire la malridotta porta dello scompartimento e spingere gli occupanti fuori dal vagone colpito. Tutti gli occupanti erano totalmente sotto shock e riuscivano appena a pronunciare parola. Tranquilli e senza panico si diressero verso l’uscita e a tastoni, in mezzo alla nebbia polverosa, si diressero verso il marciapiede, passando sopra a una collinetta di detriti che si era riversata sul binario. La nuvola di polvere stava lentamente svanendo. La disgrazia successa stava diventando visibile. Più o meno davanti ai nostri due vagoni era crollata una parte della stazione di una larghezza di circa 40-50 metri e una parte della parete esterna era caduta sul treno. Anche se sanguinanti e con leggere ferite dovute a tagli, eravamo contenti che i nostri compagni apparivano attraverso la nebbia uno dopo l’altro come figure spettrali. Quando davanti ai nostri occhi vedemmo giacere persone lacerate imploranti aiuto, ci rendemmo effettivamente conto di quale fortuna ci era stata riservata. Per loro e per noi i secondi trascorsero come un’eternità. Ci sarebbe bastato poter fornire a quella povera gente anche un solo sorso d’acqua. Non avevano nemmeno la forza per urlare, lamentarsi. Non c’era posto per le lacrime. Il sangue copriva i volti. Regnava un silenzio di morte. […]
Pensai a scattare delle fotografie. Mi sarei vergognato nel fare ciò. Anche così non dimenticherò mai quel pover’uomo con un buco della grandezza di un pugno nel viso, con una gamba schiacciata che giaceva in una pozza di sangue, che mi fissava chiedendomi aiuto e al quale non potei far altro che porre un asciugamano sotto la testa. Non gli si poteva dare età. I suoi occhi avevano uno sguardo come da un altro mondo. Vicino a lui c’era un bambino, del quale era difficile stabilire se era una ragazza o un maschietto. Era totalmente coperto di sangue. L’azione di soccorso iniziata dalla città di Bologna ci impressionò quasi quanto la disgrazia.

Già alle 10.40 le prime ambulanze arrivarono arrivarono e, attraverso le strade già chiuse al traffico dalla polizia, trasportarono i feriti nei diversi ospedali senza sosta.
Dopo che mi fui assicurato che la nostra compagnia era tutta radunata, iniziai il mio soccorso sulla parte interna del marciapiede. Offriva un quadro raccapricciante che assomigliava a un campo di battaglia. In quel momento arrivavano anche centinaia di soldati che effettuarono ricerche tra le macerie con l’aiuto di pale meccaniche e camion, nel tentativo di portare alla luce superstiti. Dovunque erano in azione speciali apparecchiature attrezzate per la ricerca di bombe.

Durante il viaggio verso l’Ospedale Maggiore, accanto a me giacevano due persone completamente schiacciate. Il primario era al corrente che nei successivi minuti sarebbe giunto un gran numero di feriti gravi. Io potei spiegargli la dinamica della disgrazia. In breve tempo l’ospedale fu trasformato in un grande lazzaretto. Il primario impartiva istruzioni ai 30 medici circa arrivati senza essere stati tutti contattati e allo stesso tempo venivano procurati letti e montagne di lenzuola. Allo stesso modo, in brevissimo tempo, furono compilate liste dei diversi feriti degenti nei vari ospedali e le stesse furono portate a conoscenza degli ospedali stessi. Io diedi un’occhiata ai cittadini svizzeri e stabilii che tutti erano curati ottimamente. L’organizzazione in questo senso funzionava perfettamente, tanto che il mio adoperarmi ulteriore apparve a me stesso di disturbo e per questo lo abbandonai. […]
Cercai in tutto l’ospedale Stephan Vogel, il figlio del mio amico Edgar, che mancava all’appello. […] Non lo trovai e decisi quindi di ritornare sul luogo dell’incidente. Non avevo denaro. Un uomo all’uscita mi diede spontaneamente 1000 lire. […] Con il bus mi recai alla stazione, attraversando la città. Il panorama che mi appariva lateralmente mostrava che mi trovavo in una magnifica città. Ebbi perfino il tempo di ammirare il meraviglioso complesso del parco con le fontane. […] Noi iniziammo la ricerca di Stephan […] un signore molto gentile iniziò a telefonare per noi nei vari ospedali. Le linee erano occupate. L’uomo mi scrisse i diversi numeri telefonici su un guanto di un soldato. Fummo poi accompagnati all’Ufficio postale della stazione. Il gentile signore che stava alla scrivania deve essere stato il responsabile. Egli telefonò senza sosta e con nostro sollievo scoprì che Stephan si trovava nell’ospedale S.Orsola. […]

Volli quindi sapere se l’Amministrazione cittadina aveva organizzato un servizio di assistenza e come funzionasse. Alla stazione ci diedero l’indirizzo. Ci recammo in Piazza Maggiore all’Amministrazione della città di Bologna, Dipartimento Sicurezza Sociale. Un grande stato maggiore era mobilitato. Senza complicazioni ci furono date 30.000 lire a persona e ognuno ebbe un “buono per un pasto gratuito da consumarsi presso la Self-service”. Ci fu anche data dell’acqua che, in un simile momento, aveva il valore dell’oro. Nel locale “Self-service” ci fu spiegato che potevamo avere quello che desideravamo. Non credo di aver mai mangiato degli spaghetti migliori in vita mia. Al nostro ritorno presso l’Amministrazione cittadina ci informammo di nuovo circa cittadini svizzeri bisognosi d’aiuto. Ci fu assicurato che per tutti ci si occupava con cura, della qual cosa nel frattempo ci eravamo potuti convincere abbondantemente. Un vigile ci condusse di nuovo alla stazione con l’automobile. La zona della stazione assomigliava a un teatro anfibio. Una moltitudine di persone si era radunata e osservava muta il luogo della disgrazia, chiedendosi il motivo, il senso.

Soltanto ora vedemmo che, dalla parte opposta della stazione, in un raggio di circa 300 metri, tutti i vetri dei negozi erano andati in frantumi ed avemmo nuovamente un’immagine della potenza che doveva aver avuto la bomba. […]

Esemplare è da considerare anche il servizio di donazione del sangue della popolazione italiana. Migliaia risposero alla chiamata della radio ed il sangue fu donato perfino sulle spiagge adriatiche e inviato a Bologna con l’aereo.

Un caro saluto alla telefonista dell’Amministrazione cittadina di Bologna che, sopraffatta da mediatori, non riusciva più a parlare e piangeva molto, molto amaramente. Dopo questa esposizione dei fatti, non ci riesce certo difficile esternare i nostri ringraziamenti a tutti quelli che al momento del bisogno e durante le ore più difficili della nostra vita ci aiutarono in qualsiasi modo e ci sono stati vicini. Questo ringraziamento non va alle singole persone, bensì a tutta la popolazione di Bologna, poiché abbiamo sentito veramente che ognuno era pronto a porgere la sua mano per prestare aiuto.

Ottantacinque storie, nomi e vite da restituire, il muratore e la studentessa, il bambino che non ha mai cominciato la prima elementare e l’insegnante di lettere….. queste le vittime innocenti di una impresa criminale consumata la mattina di un sabato di agosto, che per molti doveva essere un sereno giorno di vacanza, di inizio ferie.
Paola


Angela Marino – 23 anni
Angela lavorava nello studio di un dentista ad Altofonte in provincia di Palermo ed aveva sette fratelli. Il due agosto era arrivata a Bologna con la sorella Domenica: in stazione ad aspettarle c’erano il fratello Leo Luca e la sua fidanzata Antonella Ceci. I quattro sarebbero partiti per un breve periodo di vacanza a Ravenna, città di provenienza di Antonella dove Leo Luca risiedeva. Il treno su cui dovevano salire era stato posticipato alle 11 e per questo si trovavano in stazione al momento dello scoppio. Angela, Antonella, Domenica e Leo Luca furono ritrovati morti sotto le macerie.

Domenica Marino – 26 anni
Domenica lavorava come collaboratrice famigliare ad Altofonte in provincia di Palermo ed aveva sette fratelli. Il due agosto era arrivata a Bologna con la sorella Angela: in stazione ad aspettarle c’erano il fratello Leo Luca e la sua fidanzata Antonella Ceci. I quattro sarebbero partiti per un breve periodo di vacanza a Ravenna, città di provenienza di Antonella dove Leo Luca risiedeva. Il treno su cui dovevano salire era stato posticipato alle 11 e per questo si trovavano in stazione al momento dello scoppio. Domenica, Angela, Antonella e Leo Luca furono ritrovati morti sotto le macerie.

Leo Luca Marino – 24 anni
Leo Luca, originario di Altofonte in provincia di Palermo, proveniva da una famiglia formata dai genitori e da otto figli. Dal 1975 viveva a Ravenna dove lavorava come muratore e dove aveva conosciuto Antonella Ceci che divenne la sua fidanzata. Il due agosto i due ragazzi erano in stazione per attendere Angela e Domenica, le sorelle di Leo Luca con le quali sarebbero tornati a Ravenna per un breve periodo di vacanza. Il treno su cui dovevano salire era stato posticipato alle 11 e per questo si trovavano in stazione al momento dello scoppio. Leo Luca, Angela, Antonella e Domenica furono ritrovati morti sotto le macerie.

Antonella Ceci – 19 anni
Antonella era di Ravenna, aveva conseguito il diploma di maturità chimico- tecnica con il massimo dei voti e avrebbe dovuto cominciare a lavorare presso uno zuccherificio. Il due agosto era in stazione con il fidanzato Leo Luca Marino ad accogliere le sorelle di lui giunte dalla Sicilia per conoscerla. Sarebbero tornati tutti assieme a Ravenna per un breve periodo di vacanza, ma il treno su cui dovevano salire era stato posticipato alle 11 e per questo si trovavano in stazione al momento dello scoppio. Antonella, Angela, Domenica e Leo Luca furono ritrovati morti sotto le macerie.

Anna Maria Bosio in Mauri – 28 anni
Anna Maria era una maestra e viveva con il marito Carlo e il figlio Luca a Tavernola, una frazione di Como. Venerdì primo agosto erano partiti verso Marina di Mandria, in provincia di Taranto per trascorrervi le vacanze. Giunti nei pressi di Bologna ebbero un incidente automobilistico: illesi ma l’auto si guastò. Per questo venne lasciata da un meccanico a Casalecchio di Reno, nei pressi di Bologna, e la famiglia Mauri decise di prendere il treno per raggiungere Brindisi e poi la località di villeggiatura. Il due agosto arrivarono in stazione poco prima dell’esplosione che li uccise.

Carlo Mauri – 32 anni
Carlo era un perito meccanico e viveva con la moglie Anna Maria e il figlio Luca a Tavernola, una frazione di Como. Venerdì primo agosto erano partiti verso Marina di Mandria, in provincia di Taranto per trascorrervi le vacanze. Giunti nei pressi di Bologna ebbero un incidente automobilistico: illesi ma l’auto si guastò. Per questo venne lasciata da un meccanico a Casalecchio di Reno, nei pressi di Bologna, e la famiglia Mauri decise di prendere il treno per raggiungere Brindisi e poi la località di villeggiatura. Il due agosto arrivarono in stazione poco prima dell’esplosione che li uccise.

Luca Mauri – 6 anni
Luca avrebbe frequentato la prima elementare all’inizio dell’anno scolastico e viveva con la mamma Anna Maria e il papà Carlo a Tavernola una frazione di Como. Venerdì primo agosto erano partiti verso Marina di Mandria, in provincia di Taranto per trascorrervi le vacanze. Giunti nei pressi di Bologna ebbero un incidente automobilistico: illesi ma l’auto si guastò. Per questo venne lasciata da un meccanico a Casalecchio di Reno, nei pressi di Bologna, e la famiglia Mauri decise di prendere il treno per raggiungere Brindisi e poi la località di villeggiatura. Il due agosto arrivarono in stazione poco prima dell’esplosione che li uccise.

Cesare Francesco Diomede Fresa – 14 anni
Cesare era un ragazzo di Bari, assieme al papà Vito e alla mamma Errica era partito dalla loro città il venerdì primo agosto con il treno per evitare il traffico sull’autostrada. Il due agosto erano in stazione e lo scoppio della bomba li ha uccisi. Della famiglia rimase solo la figlia che non era partita assieme ai genitori e al fratello.

Errica Frigerio in Diomede Fresa – 57 anni
Errica era di Bari, era sposata con Vito ed insegnava lettere presso l’Istituto per Geometri “Pitagora”. Aveva due figli: una ragazza e un ragazzo di 14 anni. Venerdì primo agosto assieme al marito e al figlio Cesare erano partiti con il treno per evitare il traffico sull’autostrada. Il due agosto erano in stazione e lo scoppio li uccise. Della famiglia rimase solo la figlia che non era partita assieme ai genitori e al fratello.

Vito Diomede Fresa – 62 anni
Vito era di Bari, era sposato con Errica Frigerio e aveva due figli: una ragazza e un ragazzo di 14 anni. Era un medico impegnato nella ricerca sul cancro ed era direttore dell’Istituto di patologia generale alla facoltà di medicina. Era partito dalla sua città il venerdì primo agosto con il treno per evitare il traffico sull’autostrada, assieme a lui viaggiavano la moglie e il figlio. Il due agosto erano in stazione e lo scoppio della bomba li ha uccisi. Della famiglia rimase solo la figlia che non era partita assieme ai genitori e al fratello.

Verdiana Bivona – 22 anni
Verdiana era un’operaia, viveva con i genitori e con uno dei suoi due fratelli a Castelfiorentino (Firenze) dove era nata e la sua famiglia aveva origini siciliane. Il due agosto era in stazione perchè stava andando in vacanza sul lago di Garda con due amiche e la figlia di una di loro. Lo scoppio della bomba ha ucciso Verdiana, la sua amica Maria Fresu e la figlioletta Angela. L’altra amica che era con loro è rimasta ferita e si è salvata.

Maria Fresu – 24 anni
Maria abitava a Gricciano di Montespertoli, in provincia di Firenze e la sua famiglia di origine sarda era composta dalla figlia Angela di tre anni, dai genitori e da sei sorelle ed un fratello. Era in stazione con Angela e due amiche perché stavano andando in vacanza sul lago di Garda. L’esplosione le colpì in sala d’aspetto. Maria, Angela e Verdiana Bivona, una delle amiche, morirono mentre l’altra amica rimase ferita. Del corpo di Maria non si ebbe traccia fino al 29 dicembre, quando gli ultimi esami sui resti rinvenuti fra le macerie confermarono il suo ritrovamento.

Angela Fresu – 3 anni
famiglia di origine sarda era composta dalla mamma Maria, dai nonni e dai sette fratelli della mamma. Era in stazione con la mamma e due sue amiche perché stavano andando in vacanza sul lago di Garda. L’esplosione le colpì in sala d’aspetto. Maria, Angela e Verdiana Bivona, una delle amiche della mamma, morirono mentre l’altra amica rimase ferita. Con i suoi tre anni Angela è la vittima più piccola della strage.

Eckhardt Mader – 14 anni
Eckhardt viveva ad Haselhorf in Westfalia ed era venuto in Italia con i suoi genitori e i due fratelli per trascorrere una vacanza al Lido di Pomposa, in provincia di Ferrara. Il due agosto era in stazione con tutta la famiglia perché, arrivati da Ferrara, aspettavano il treno per tornare a casa, in Germania. Alle dieci e venticinque Eckhardt e i due fratelli erano in sala d’aspetto con la mamma, mentre il padre, avendo l’intenzione di occupare le due ore di attesa per vedere Bologna, stava per uscire dalla stazione. Lo scoppio uccise Eckhardt, il fratello Kai e la mamma Margret. Rimasero feriti l’altro fratello e il padre che scavando fra le macerie riuscì a ritrovare i suoi cari.

Kai Mader – 8 anni
Kai viveva ad Haselhorf in Westfalia ed era venuto in Italia con i suoi genitori e i due fratelli per trascorrere una vacanza al Lido di Pomposa, in provincia di Ferrara. Il due agosto era in stazione con tutta la famiglia perché, arrivati da Ferrara, aspettavano il treno per tornare a casa, in Germania. Alle dieci e venticinque Kai e i due fratelli erano in sala d’aspetto con la mamma, mentre il padre avendo l’intenzione di occupare le due ore di attesa per vedere Bologna, stava per uscire dalla stazione. Lo scoppio uccise Kai, il fratello Eckhardt e la mamma Margret. Rimasero feriti l’altro fratello e il padre che scavando fra le macerie riuscì a ritrovare i suoi cari.

Margret Rohrs in Mader – 39 anni
Margret viveva ad Haselhorf in Westfalia con il marito e i tre figli ed era venuta in Italia con tutta la famiglia per trascorrere una vacanza al Lido di Pomposa, in provincia di Ferrara. Il due agosto era in stazione perché, arrivati da Ferrara, aspettavano il treno per tornare a casa, in Germania. Alle dieci e venticinque Margret con i figli era in sala d’aspetto, mentre il marito, avendo l’intenzione di occupare le due ore di attesa per vedere Bologna, stava per uscire dalla stazione. Lo scoppio la uccise assieme ai due figli Kai di 8 anni e Eckhardt di 14 anni. Rimasero feriti l’altro figlio di 16 anni e il marito che scavando fra le macerie riuscì a ritrovare i suoi cari

Sonia Burri – 7 anni
Sonia era partita da Bari con i genitori e il due agosto era in stazione con loro e con i nonni materni, la sorella Patrizia Messineo, zia Silvana – la sorella della mamma – e le cugine. Lo scoppio la sorprese in sala d’aspetto: i soccorritori la trovarono viva ma in gravissime condizioni vicino alla sua bambola rossa. Morì in ospedale due giorni dopo. La bomba la uccise assieme alla sorella e alla zia.

Patrizia Messineo – 18 anni
Patrizia Messineo era di Bari e si era appena diplomata in ragioneria. Era in stazione con la madre, la sorella Sonia Burri, i nonni materni e zia Silvana- la sorella della mamma – e le cugine. Lo scoppio la sorprese in sala d’aspetto. La bomba la uccise assieme alla sorella e alla zia.

Silvana Serravalli in Barbera – 34 anni
Silvana era di Bari, insegnava presso una scuola elementare di quella città ed aveva compiuto gli anni il primo agosto. Alle 10,25 era al bar ubicato di fianco alla sala d’aspetto con le figlie. In stazione con lei c’erano i genitori, il cognato e la sorella accompagnata dalle due figlie. Lo scoppio la ferì molto gravemente e morì cinque giorni dopo all’ospedale. La bomba la uccise assieme a Patrizia Messineo e Sonia Burri, le figlie della sorella.

Manuela Gallon – 11 anni
Manuela era di Bologna, aveva superato gli esami di quinta elementare e si preparava ad affrontare le scuole medie. I genitori l’avevano accompagnata in stazione e stavano attendendo il treno che l’avrebbe portata alla colonia estiva di Dobbiaco, in provincia di Bolzano dove avrebbe dovuto trascorrere due settimane di vacanza. I tre si trovavano vicino alla sala d’attesa e il padre si allontanò per comprare le sigarette. Proprio in quell’istante scoppiò la bomba: Manuela rimase gravemente ferita, fu ritrovata e portata in coma all’ospedale dove morì 5 giorni dopo. La mamma morì e il padre rimase ferito.

Natalia Agostini in Gallon – 40 anni
Natalia era di Bologna e lavorava come operaia alla Ducati Elettronica ed aveva due figli. Il due agosto era in stazione con il marito e con la figlia Manuela di 11 anni. Aspettavano il treno che avrebbe portato Manuela alla colonia estiva di Dobbiaco, in provincia di Bolzano. I tre si trovavano vicino alla sala d’attesa e il marito si allontanò per comprare le sigarette. Proprio in quell’istante scoppiò la bomba, il marito rimase ferito non gravemente mentre Natalia e la figlia Manuela furono travolte dalle macerie e ferite molto seriamente. Furono entrambe portate in ospedale in pericolo di vita: Natalia mori qualche giorno dopo mentre si stavano svolgendo le esequie di Manuela.

Marina Antonella Trolese – 16 anni
Marina era di Sant’Angelo di Piove in provincia di Padova, studiava al liceo Tito Livio della città patavina e doveva partire con la sorella di 15 anni per un viaggio studio. Con loro in stazione a Bologna c’erano la madre Anna Maria e il fratello dodicenne. Lo scoppio li colpì in pieno: la mamma Anna Maria morì immediatamente, i fratelli rimasero feriti, mentre Marina riportò gravissime ustioni e mori il 22 agosto all’ospedale di Padova.

Anna Maria Salvagnini in Trolese – 51 anni
Anna Maria risiedeva a Sant’Angelo di Piove in provincia di Padova e insegnava nella città patavina presso la scuola media Palladio. Il due agosto era in stazione a Bologna con il figlio dodicenne per accompagnare le due figlie in partenza per un viaggio studio. Lo scoppio li colpì in pieno: Anna Maria morì immediatamente, il figlio e una figlia rimasero feriti, mentre Marina, la figlia quindicenne, riportò gravissime ustioni e morì giorni dopo all’ospedale di Padova.

Elisabetta Manea Ved. De Marchi – 60 anni
Elisabetta era di Marano Vicentino dove, alla morte del marito avvenuta nel 1970, era rimasta con i suoi quattro figli. Il due agosto aveva da poco terminato la convalescenza dopo un intervento chirurgico ed era in stazione con Roberto, il più giovane dei suoi figli che aveva 21 anni ed era un promettente pallavolista. Madre e figlio erano partiti di buon mattino con meta la Puglia: un lungo viaggio per andare a trovare alcuni parenti. La prima tappa era Bologna dove avrebbero dovuto prendere una coincidenza. Arrivati in stazione decisero di non uscire, ma attendere il treno in sala d’aspetto e fu proprio qui che l’esplosione colse Elisabetta, mentre il figlio era sul marciapiede del primo binario. Morirono entrambi.

Roberto De Marchi – 21 anni
Roberto era rimasto orfano di padre nel 1970, la sua famiglia, composta da altri tre fratelli e dalla mamma Elisabetta viveva a Marano Vicentino. Roberto era il fratello più piccolo, era un valente e promettente pallavolista che militava nella Volley Sottoriva. Madre e figlio erano partiti da casa il due agosto di buon mattino con meta la Puglia: un lungo viaggio per andare a trovare alcuni parenti. La prima tappa era Bologna dove avrebbero dovuto prendere una coincidenza. Arrivati in stazione decisero di non uscire, ma di attendere il treno in sala d’aspetto. Roberto passeggiava sul marciapiede del primo binario quando l’esplosione causò il crollo della pensilina che lo travolse e lo uccise. La mamma fu uccisa nella sala d’aspetto.

Eleonora Geraci in Vaccaro – 46 anni
Eleonora era di origini palermitane e il due agosto era partita in auto con il figlio Vittorio di 24 anni che viveva a Casalgrande, Reggio Emilia. Dovevano recarsi alla stazione di Bologna per accogliere sua sorella proveniente dalla Sicilia. Lo scoppio della bomba li ha uccisi entrambi.

Vittorio Vaccaro – 24 anni
Vittorio operaio ceramista era nato a Palermo e viveva a Casalgrande, Reggio Emilia, con la moglie che aveva conosciuto a Rimini e una figlia di 4 anni. Il due agosto era partito in auto con la madre Eleonora verso la stazione di Bologna dove dovevano andare ad accogliere una zia proveniente dalla Sicilia. Lo scoppio della bomba li ha uccisi entrambi.

Velia Carli in Lauro – 50 anni
Velia era nata a Tivoli, era titolare di una piccola impresa artigiana di maglieria e risiedeva a Brusciano, in provincia di Napoli. Di qui era partita con il marito Salvatore il venerdì primo agosto. La loro meta era Scorzè, in provincia di Venezia in cui si celebrava il funerale del consuocero. A Bologna dovevano cambiare treno, ma il convoglio su cui viaggiavano era arrivato in ritardo e quindi persero la coincidenza. La bomba scoppiò mentre aspettavano il treno successivo e li uccise entrambi lasciando orfani i loro sette figli di cui due molto giovani.

Salvatore Lauro – 57 anni
Salvatore era di Acerra, era un maresciallo dell’aereonautica e risiedeva a Brusciano, in provincia di Napoli. Di qui era partito con la moglie Velia il venerdì primo agosto. La loro meta era Scorzè, in provincia di Venezia in cui si celebrava il funerale del consuocero. A Bologna dovevano cambiare treno, ma il convoglio su cui viaggiavano era arrivato in ritardo e quindi persero la coincidenza. La bomba scoppiò mentre aspettavano il treno successivo e li uccise entrambi lasciando orfani i loro sette figli di cui due molto giovani.

Paolo Zecchi – 23 anni
Paolo era figlio unico, era nato a Bologna, si era diplomato in ragioneria e lavorava in una banca ad Ozzano dell’Emilia in provincia di Bologna. Si era sposato da pochi mesi con Viviana che aveva la sua stessa età e che aveva appena annunciato di aspettare un bambino. Vivevano a San Lazzaro di Savena con i genitori di Viviana. Il due agosto erano entrambi in stazione per acquistare i biglietti per il treno e per il traghetto che li avrebbe portati in Sardegna all’inizio di settembre. Lo scoppio li uccise entrambi.

Viviana Bugamelli in Zecchi – 23 anni
Viviana era di Bologna, diplomata in ragioneria aveva trovato un impiego in un’azienda agricola. Da pochi mesi si era sposata con Paolo che era un suo coetaneo e aveva appena annunciato di aspettare un bambino. Vivevano a San Lazzaro di Savena con i suoi genitori. Il due agosto erano entrambi in stazione per acquistare i biglietti per il treno e per il traghetto che li avrebbe portati in Sardegna all’inizio di settembre. Lo scoppio li uccise entrambi.

Catherine Helen Mitchell – 22 anni
Catherine Helen si era laureata all’Arts Court, di Birmingham in Inghilterra. Assieme al suo fidanzato John aveva intrapreso un viaggio per l’Europa, senza fissarsi particolari mete. Erano partiti zaino in spalla, blu il suo, arancione quello di John, con il sacco a pelo, arnesi da campeggio, abiti e una macchina fotografica. Erano in stazione a Bologna per aspettare un treno. L’esplosione li uccise entrambi.

John Andrew Koplinski – 22 anni
John Andrew si era laureato all’Arts Court, di Birmingham in Inghilterra. Assieme alla sua fidanzata Catherine aveva intrapreso un viaggio per l’Europa, senza fissarsi particolari mete. Erano partiti zaino in spalla, arancione il suo, blu quello di Catherine, con il sacco a pelo, arnesi da campeggio, abiti e una macchina fotografica. Erano in stazione a Bologna per aspettare un treno. L’esplosione li uccise entrambi.

Loreadana Molina in Sacrati – 44 anni
Loredana era di Bologna e il due agosto assieme al marito avevano accompagnato in stazione il figlio minore e Angelica Tarsi, sua suocera, che dovevano partire per le vacanze. Il marito, non avendo trovato parcheggio, aspettava in macchina che Loredana comprasse i biglietti ed accompagnasse nonna e nipote al treno. L’esplosione li colse sul marciapiede del primo binario dove Loredana stava guadando i tabelloni con gli orari delle partenze. Lei e la suocera morirono sul colpo, suo figlio rimase gravemente ferito.

Angelica Tarsi in Sacrati – 72 anni
Angelica era marchigiana ma viveva da molti anni a Bologna con il figlio, la nuora e i tre nipoti. Era in stazione perché doveva partire con il nipotino più piccolo alla volta di Ostra (Ancona), dove avrebbero trascorso un periodo di vacanza a casa di sua sorella. Suo figlio e la nuora Loredana li avevano accompagnati: non avendo trovato parcheggio il figlio restò ad aspettare in auto e la nuora li accompagnò all’interno della stazione. L’esplosione li sorprese sul marciapiede del primo binario. Angelica e la nuora morirono sul colpo, il nipote rimase gravemente ferito.

Katia Bertasi – 34 anni
Katia era nata a Stienta, Rovigo e viveva a Bologna con suo marito e i due figli: una femmina di 11 anni ed un maschietto di 15 mesi, era ragioniera ed era in stazione perché lavorava presso la Cigar, una società bolognese che si occupava della ristorazione all’interno della Stazione e che aveva i suoi uffici sopra alle sale d’aspetto. Alle 10,25 era nel suo ufficio quando la bomba scoppiava nei locali sottostanti: l’esplosione la uccise mentre stava lavorando. Assieme a lei morirono le colleghe Euridia, Franca, Mirella, Nilla e Rita.

Mirella Fornasari in Lambertini – 36 anni
Mirella viveva a Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna, era sposata e madre di un ragazzo di 14 anni. Lavorava per la ditta Cigar una società che si occupava della ristorazione all’interno della Stazione e che aveva i suoi uffici sopra alle sale d’aspetto. Da qualche tempo il suo luogo di lavoro non erano più gli uffici in stazione ma quelli in via Marconi. Quel sabato che precedeva di poco le ferie estive era stato chiesto a Mirella di tornare nel suo vecchio ufficio e lei lo aveva fatto volentieri perché avrebbe rivisto le sue colleghe. L’esplosione la colse mentre lavorava e il suo corpo senza vita fu ritrovato solo a notte inoltrata. Assieme a lei morirono le colleghe Euridia, Franca, Katia, Nilla e Rita.

Euridia Bergianti – 49 anni
Euridia era nata a Campogalliano in provincia di Modena, abitava a Bologna assieme ad uno dei suoi due figli ed era rimasta vedova nel 1975. Lavorava da tre anni alla Cigar una società che si occupava della ristorazione all’interno della Stazione di Bologna e che aveva i suoi uffici sopra alle sale d’aspetto. Il 2 agosto lo scoppio della bomba la uccise mentre era in servizio al bancone del Self Service collocato nell’ala ovest della stazione di fianco alla sala d’aspetto di seconda classe. Assieme a lei morirono le colleghe Franca, Katia, Mirella, Nilla e Rita.

Nilla Natali – 25 anni
Nilla era figlia unica, viveva coi genitori e stava per sposarsi, aveva già scelto i mobili per la sua nuova casa, anche quelli su misura per la cucina. Il due agosto era in stazione perchè era dipendente della Cigar, una società che si occupava della ristorazione all’interno della Stazione e che aveva i suoi uffici sopra alle sale d’aspetto. La bomba scoppiò mentre era nel suo ufficio e la uccise. Assieme a lei morirono le colleghe Euridia, Franca, Katia, Mirella e Rita.

Franca Dall’Olio – 20 anni
Franca era nata a Budrio, abitava a Bologna, era figlia unica e da quattro mesi soltanto lavorava per la ditta Cigar, una società che si occupava della ristorazione all’interno della Stazione e che aveva i suoi uffici sopra alle sale d’aspetto. Qualche attimo prima dell’esplosione era al telefono con un fornitore che era andato a consegnare della merce. Normalmente era lei a scendere e a controllare il materiale mentre quella mattina chiese invece al fornitore di salire. Questi le rispose che sarebbe arrivato entro poco tempo, ma l’esplosione la colse al suo tavolo di lavoro mentre controllava il libro della contabilità e la uccise. Assieme a lei morirono le colleghe Mirella, Euridia, Nilla, Katia e Rita.

Rita Verde – 23 anni
Rita aveva una sorella ed un fratello, viveva a Bologna con i genitori e stava per sposarsi. Era impiegata alla ditta Cigar, una società che si occupava della ristorazione all’interno della Stazione e che aveva i suoi uffici sopra alle sale d’aspetto. Il due agosto era in ufficio e l’esplosione la colse durante il suo lavoro e la uccise. Assieme a lei morirono le colleghe Mirella, Euridia, Nilla, Franca e Katia.

Flavia Casadei – 18 anni
Flavia aveva frequentato la quarta liceo scientifico Serpieri a Rimini e si preparava ad affrontare l’ultimo anno di scuola superiore. Era partita da casa per raggiungere Brescia dove l’attendeva uno zio. Doveva prendere un treno a Bologna ma il ritardo del convoglio su cui era salita a Rimini le fece perdere la coincidenza. Decise così, assieme ad una ragazza di Cento (Ferrara), conosciuta durante il viaggio di entrare in sala d’aspetto. Lo scoppio della bomba le colse lì: Flavia mori, mentre la ragazza di Cento si salvò seppur sepolta sotto le macerie.

Giuseppe Patruno – 18 anni
Giuseppe Patruno era di Bari ed aveva dieci fratelli. Faceva l’elettricista. Stava trascorrendo un periodo di vacanza con il fratello a casa di amici a Rimini dove avevano conosciuto alcune ragazze straniere. La mattina del 2 agosto in auto assieme al fratello e ad un amico avevano accompagnato alla stazione di Bologna le ragazze che dovevano tornare in patria. Parcheggiata l’auto i ragazzi entrarono in stazione e si diressero verso il primo binario dove era in sosta il treno per Basilea. Giuseppe accelerò il passo e si ritrovò molto vicino all’esplosione che lo uccise. Il fratello, che si era attardato ad aspettare un amico, si salvò.

Rossella Marceddu – 19 anni
Rossella viveva con i genitori e la sorella a Prarolo, in provincia di Vercelli, e studiava per diventare assistente sociale. Aveva appena trascorso alcuni giorni di vacanza con il padre e la sorella al Lido degli Estensi. Aveva deciso di rientrare a casa per raggiungere il fidanzato. Inizialmente, con l’amica che l’accompagnava, avevano pensato di fare il viaggio in moto, poi scelsero il treno ritenendolo più sicuro. La mattina del due agosto erano sul marciapiede del quarto binario ad aspettare il treno diretto a Milano, siccome faceva molto caldo Rossella decise di andare a prender qualcosa da bere. La bomba scoppiò mentre la ragazza stava andando al bar e la uccise. L’amica rimasta sul quarto binario si salvò.

Davide Caprioli – 20 anni
Davide era di Verona dove viveva con i genitori, frequentava il primo anno di economia e commercio, voleva diventare commercialista e la sua passione era la musica: suonava la chitarra e cantava. Aveva trascorso un periodo di vacanze ad Ancona, presso la sorella. Sabato due agosto era ripartito perché la sera stessa doveva suonare con il suo complesso, il Dna group, e poi voleva riprendere a studiare. Era in stazione a Bologna in attesa di una coincidenza e stava guardando il tabellone con gli orari dei treni. Lo scoppio della bomba lo ferì molto gravemente, fu trasportato all’ospedale Maggiore in rianimazione dove morì 2 ore dopo il ricovero.

Vito Ales – 20 anni
Vito viveva a Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo, aveva un diploma come operaio specializzato ed era in attesa di trovare un posto di lavoro stabile. Quel due agosto stava andando a Cervia, sulla riviera romagnola, dove come nelle estati precedenti avrebbe lavorato in una pensione. Aveva perso la coincidenza per la città romagnola perchè il convoglio sul quale viaggiava dalla Sicilia era giunto a Bologna in ritardo e quindi alle 10,25 stava aspettando il treno successivo camminando sul marciapiede del primo binario dove fu ucciso dall’esplosione.

Iwao Sekiguchi – 20 anni
Iwao viveva nei pressi di Tokio con i genitori, una sorella e un fratello. Era stato ammesso alla Waseda di Tokio, una delle università più esclusive del Paese dove studiava letteratura giapponese. Un suo grande desiderio era conoscere l’arte, la lingua, le tradizioni italiane. Aveva ottenuto una borsa di studio dal Centro Culturale Italiano a Tokio e il 23 luglio era arrivato a Roma dove era rimasto una settimana trascorsa la quale era partito per Firenze. Il due agosto decise di lasciare il capoluogo toscano per raggiungere Bologna. Iwao teneva un diario del suo viaggio in Italia su cui si legge: «2 agosto: sono alla stazione di Bologna. Telefono a Teresa ma non c’è. Decido quindi di andare a Venezia. Prendo il treno che parte alle 11:11. Ho preso un cestino da viaggio che ho pagato cinquemila lire. Dentro c’è carne, uova, patate, pane e vino. Mentre scrivo sto mangiando». Fu l’ultima pagina perché lo scoppio della bomba lo uccise.

Brigitte Drouhard – 21 anni
Brigitte era nata a Saules, in Francia, risiedeva a Parigi, faceva l’impiegata e aveva una passione per la poesia e per la letteratura italiana. Il due agosto era in stazione a Bologna perché stava aspettando un treno che avrebbe dovuto portarla a Ravenna. La bomba la uccise durante l’attesa.

Roberto Procelli – 21 anni
Roberto era figlio unico e viveva a San Leo di Anghiari, una frazione di Arezzo. Si era diplomato ragioniere, aveva seguito un corso per programmatore elettronico ed aveva trovato lavoro. Aiutava anche il padre nella loro coltivazione di tabacco. Il 13 maggio era partito per svolgere il servizio di leva nel 121° Battaglione di artiglieria leggera a Bologna. Sabato due agosto era in stazione perchè stava tornando a casa. E’ stato colpito dallo scoppio della bomba: lo hanno ritrovato nella piazza antistante la stazione vicino ad una cabina telefonica. E’ stato identificato dalla piastrina che portava al collo.

Maria Angela Marangon – 22 anni
Maria Angela era nata a Rosolina, in provincia di Rovigo, aveva due fratelli e una sorella. Aveva trovato lavoro come babysitter presso una famiglia bolognese e appena poteva tornava a casa. Sabato 2 agosto era in stazione per ritornare a Rosolina e lo scoppio della bomba la uccise.

Mauro Alganon – 22 anni
Mauro era di Asti, viveva in casa con i genitori pensionati, lavorava come commesso in una libreria, era l’ultimo di tre figli ed era appassionato di fotografia. Era partito di prima mattina dal Piemonte con un amico per andare a Venezia. Occorreva cambiare a Bologna, ma un ritardo del treno fece sì che i ragazzi perdessero la coincidenza. Per questo motivo entrarono in sala d’aspetto. Era molto caldo e a turno i due amici uscivano a prendere un po’ d’aria. Alle 10, 25 Mauro era rimasto seduto a custodire i bagagli leggendo un giornale quando lo scoppio della bomba lo uccise. L’amico che era uscito si salvò.

Francisco Gomez Martinez – 23 anni
Francisco (Paco) era catalano, aveva due sorelle e lavorava come impiegato in una azienda tessile di Sentmenat, in provincia di Barcellona dove era nato e dove viveva con la madre e una delle sorelle. Aveva cominciato a lavorare a 16 anni, era appassionato di arte e di pallacanestro, sport che praticava. Era anche attivo nel tessuto associativo culturale del suo paese. Tutto l’anno risparmiava i soldi per poter fare qualche viaggio d’estate. Era partito da casa il 29 luglio con l’intenzione di visitare diverse città europee. Nel suo viaggio in treno conobbe un ragazzo catalano e con lui decise di fermarsi qualche giorno a Bologna. Il 2 Agosto i due ragazzi si trovavano seduti nella sala di aspetto in attesa di un treno che li avrebbe portati a Rimini. Per ingannare l’attesa Paco scriveva alla fidanzata: nella lettera immaginava assieme a lei le ferie dell’anno successivo. Lo scoppio della bomba lo uccise, mentre l’amico che era con lui rimase ferito.

Mauro di Vittorio – 24 anni
Mauro abitava a Torpignattara, nella periferia romana, era orfano di padre e aveva due sorelle ed un fratello. Nell’estate del 1980 si era messo in viaggio verso Londra dove sperava di trovare un lavoro. Arrivato in Francia scrisse sul suo diario di viaggio: «Mi permetto pure una colazione e all’una prendo il traghetto. Londra, eccomi. Dover con le sue bianche scogliere mi sta di fronte». Alla frontiera venne fermato e rimandato indietro perché non aveva denaro sufficiente per mantenersi. Fece quindi il viaggio a ritroso e il 2 agosto si trovava in stazione dove la bomba lo uccise. La famiglia e gli amici lo credevano a Londra ma il 10 agosto ebbero la notizia della sua presenza in stazione.

Sergio Secci – 24 anni
Sergio era nato a Terni e si era laureato al Dams di Bologna. La sua passione era il teatro e il due agosto era in viaggio per lavoro verso Bolzano. Sergio era salito sul treno a Forte dei Marmi pensando di arrivare in stazione a Bologna per pendere il treno per Verona in partenza alle 8,18 così da raggiungere un amico che lo aspettava nella città scaligera. Il treno su cui viaggiava era però in ritardo e quindi a Sergio non restava altro se non attendere il treno delle 10,50. La bomba scoppiò mentre era in sala d’aspetto e gli causò gravissime ferite e ustioni. Venne ricoverato in condizioni estremamente gravi all’ospedale Maggiore e morì alle 10,55 del 7 agosto.

Roberto Gaiola – 25 anni
Roberto era di Vicenza ed aveva una sorella. A undici anni, dopo aver conseguito il diploma di scuola elementare, era andato a lavorare in fabbrica. Dopo un periodo piuttosto turbolento della sua vita era entrato in un programma di disintossicazione che si svolgeva all’ospedale Maggiore di Bologna, intraprendendo un percorso che era anche di aiuto per altri che si trovavano in difficoltà. Così faceva sovente il viaggio da Vicenza a Bologna. All’inizio del 1980 subì anche la dolorosa perdita del padre. Il 2 agosto partì molto presto da casa, si recò al Maggiore e alle 10,25 era nuovamente in stazione ad aspettare il treno che lo avrebbe riportato a casa. Fu durante l’attesa che la bomba lo uccise.

Angelo Priore – 26 anni
Angelo era nato a Malles Venosta in provincia di Bolzano, si era trasferito a Messina dove svolgeva il mestiere di ottico. Il due agosto era in viaggio per raggiungere moglie e figlio di 14 mesi che erano già in vacanza a Pelos nel Cadore, assieme a lui viaggiavano anche i suoceri. Decisero di aspettare il treno in sala d’aspetto, Angelo leggeva una rivista mentre i suoceri uscirono a fare due passi. Lo scoppio della bomba ferì molto gravemente Angelo al volto e alla testa mentre i suoceri si salvarono. Iniziarono mesi di ricovero ospedaliero, di interventi chirurgici e di forti dolori causati dalle ustioni ma le cure mediche furono inutili ed Angelo spirò l’11 novembre 1980 .

Onofrio Zappalà – 27 anni
Onofrio era nato a Santa Teresa di Riva, in provincia di Messina e aveva due sorelle. Finito il liceo classico, si era iscritto alla facoltà di lettere, ma aveva lasciato al secondo anno per cercarsi un lavoro. Si era innamorato di Ingeborg, una maestra danese di 22 anni, conosciuta un’estate al mare a Sant’Alessio siculo dove Onofrio risiedeva con i genitori. L’aveva raggiunta a Copenaghen dove pensava di stabilirsi, ma venne chiamato in Italia perchè assunto alle Ferrovie dello Stato. Il due agosto era in stazione a Bologna con due colleghi ed aspettavano un treno per lo scalo di San Donato. I colleghi decisero di uscire, mentre Onofrio rimase sul marciapiede del primo binario dove lo scoppio lo uccise. Il tre agosto Onofrio avrebbe dovuto incontrare Ingeborg a Bologna.

Gaetano Roda – 31 anni
Gaetano era nato a San Bartolomeo, era orfano di padre e viveva a Mirabello in provincia di Ferrara con la madre e il fratello. Aveva fatto il rappresentante ed era appena stato assunto dalle Ferrovie. Il 2 agosto stava frequentando un corso alla stazione di Bologna e durante una pausa pensò di andare al bar. Alle 10,25 era sul marciapiede nei pressi della sala d’aspetto: l’onda d’urto causata dallo scoppio della bomba lo gettò contro il treno in sosta sul primo binario e lo uccise.

Pio Carmine Remollino – 31 anni
Pio Carmine era nato a Bella, in provincia di Potenza. Orfano di madre, aveva vissuto con il padre settantacinquenne, la matrigna e otto fratelli a Baragiano. A 18 anni era partito per la Germania con quattro dei suoi fratelli, due anni dopo tornò in Italia per fare il servizio militare, terminato il quale aveva iniziato a spostarsi lungo la penisola cercando lavoro. Nel 1976 si era trasferito a Ravenna e svolgeva lavori saltuari come muratore o cameriere. Un uomo di poche parole, viaggiava da solo, dava raramente notizie di sé. Non sappiamo esattamente come mai era in stazione il due agosto quando la bomba lo uccise.

Antonino Di Paola – 32 anni
Antonino era di Palermo, aveva due sorelle ed un fratello, amava trasmettere alla radio e da 14 anni lavorava per la ditta Stracuzzi, specializzata in apparecchiature elettriche per la segnalazione ferroviaria. Aveva lavorato in diverse città: Palermo, Messina Caltanissetta, Monfalcone e Trieste. Nel gennaio 1980 era stato trasferito a Bologna dove aveva preso una stanza in affitto assieme al collega Salvatore Seminara, catanese di 34 anni. Il 9 agosto sarebbe tornato a casa per le ferie. Il 2 agosto era in stazione con Salvatore per aspettare il fratello di quest’ultimo che stava facendo il servizio militare e voleva trascorre due giorni di licenza a Bologna. Il suo treno doveva arrivare alle 10.15, ma era in ritardo e così Antonino e Salvatore entrarono nella sala d’aspetto di seconda classe. La bomba li uccise entrambi.

Salvatore Seminara – 34 anni
Salvatore era originario di Gravina di Catania, aveva un fratello e una sorella. Era perito elettrotecnico e da 9 anni lavorava come operaio specializzato nella sede di Bologna della ditta Stracuzzi, specializzata in apparecchiature elettriche per la segnalazione ferroviaria. Divideva l’alloggio con Antonino di Paola, un collega di Palermo. Il 2 agosto i due erano in stazione per aspettare il fratello di Salvatore che stava facendo il servizio militare e voleva trascorre due giorni di licenza a Bologna. Il suo treno che doveva arrivare alle 10.15 era in ritardo e così Antonino e Salvatore entrarono nella sala d’aspetto di seconda classe. La bomba li uccise entrambi.

Mirco Castellari – 33 anni
Mirco era originario di Pinerolo in provincia di Torino, aveva a lungo vissuto a Frossasco dove il padre era stato Sindaco. Era capoufficio presso la ditta Vortex Hidra di Fossalta di Copparo e risiedeva a Ferrara, era sposato ed aveva un figlio di sei anni. In società con un amico aveva appena comprato una barca con la prospettiva di avviare una attività rivolta ai turisti. In quell’estate del 1980 il progetto era quello di sistemare il natante ormeggiato in Sicilia e di fare alcuni piccoli viaggi di rodaggio. Vari imprevisti fecero sì che Mirco ritardasse la partenza: il due agosto era in stazione e lo scoppio della bomba lo uccise.

Nazzareno Basso – 33 anni
Nazzareno era di Numana, nelle Marche, aveva quattro figli e lavorava a Milazzo. Nel 1978, quando era carabiniere ausiliario a Chioggia, incontrò la sua futura moglie. Il due agosto Nazzareno era in stazione a Bologna, perchè, provenendo dalla Sicilia, stava andando a casa dei suoceri, a Caltana, nel veneziano, dove era la sua famiglia. Il treno con il quale doveva fare l’ultima parte del suo viaggio era in ritardo. Dopo aver telefonato per avvertire dell’inconveniente, entrò in sala d’aspetto dove lo scoppio della bomba lo uccise.

Vincenzo Petteni – 34 anni
Vincenzo era nato a Malè, in provincia di Trento, abitava a Ferrara, era sposato e da un paio di anni aveva cambiato lavoro, mettendosi in proprio. Il due agosto con un amico era diretto a Palermo da dove avrebbe iniziato un breve vacanza sul mare verso la Tunisia. Non avendo trovato posto in aereo pensarono di prendere il treno. Lo scoppio li colse in stazione e Vincenzo rimase gravemente ferito. Fu trasportato al policlinico Sant’Orsola dove dopo quattordici giorni morì per una sopraggiunta infezione polmonare.

Carla Gozzi – 36 anni
Carla abitava coi genitori a Concordia in provincia di Modena ed era impiegata in un maglificio. Assieme al fidanzato Umberto Lugli di 38 anni aveva organizzato un viaggio alle isole Tremiti. Erano stati accompagnati in stazione con largo anticipo dal fratello di Umberto che poi tornò indietro. La bomba sorprese i due fidanzati che aspettavano il treno e li uccise.

Umberto Lugli – 38 anni
Umberto era di Carpi dove aveva aperto con il fratello una merceria. Assieme alla fidanzata Carla Gozzi di 36 anni aveva organizzato un viaggio alle isole Tremiti. Erano stati accompagnati in stazione con largo anticipo dal fratello che tornò a Carpi per aprire il negozio. La bomba sorprese i due fidanzati che aspettavano il treno e li uccise.

Fausto Venturi – 38 anni
Fausto viveva con la madre e il fratello a Bologna, era donatore di sangue. Il due agosto era in servizio con il suo taxi alla stazione di Bologna: il suo turno era cominciato alle otto e avrebbe dovuto terminare alle 20. Le macerie causate dallo scoppio della bomba lo hanno travolto ed ucciso mentre stava chiacchierando con un collega.

Argeo Bonora – 42 anni
Argeo era un ferroviere, era nato a Galliera, in provincia di Bologna, aveva due fratelli, era sposato ed aveva 5 figli. Dal 1970 si era trasferito per motivi di lavoro a Salorno, in provincia di Bolzano. Il due agosto era in ferie e ne aveva approfittato per andare a trovare la madre che abitava a Saletto di Bentivoglio, in provincia di Bologna. La bomba l’ha ucciso in stazione a Bologna mentre aspettava il treno per ritornare a casa.

Francesco Betti – 44 anni
Francesco era un taxista originario di Marzabotto. Viveva con la moglie e il figlio di 2 anni a S. Lazzaro di Savena in provincia di Bologna. Il 2 agosto 1980 era in servizio davanti alla stazione di Bologna e si trovava con il suo taxi a circa trenta metri dal luogo dove era posizionata la bomba. Un masso lo ha colpito alla nuca ed è morto immediatamente.

Mario Sica – 44 anni
Mario era nato a Roma ed era un avvocato specializzato in diritto del lavoro. Dopo aver lavorato alla Fiat di Torino, era stato assunto all’Atc, l’azienda di trasporti di Bologna, città in cui si era trasferito con la moglie ed i tre figli. Il due agosto era andato in stazione per accogliere la madre che arrivava da Roma: la bomba scoppiò mentre era sul marciapiede del primo binario e lo uccise.

Pier Francesco Laurenti – 44 anni
Pier Francesco era nato a Berceto, in provincia di Parma, aveva una sorella ed era laureato in giurisprudenza, viveva a Parma e lavorava a Padova nelle assicurazioni. Il due agosto, dopo aver trascorso una vacanza sulla riviera romagnola, stava tornando a casa. Durante una sosta del treno a Bologna decise di scendere per fare una telefonata ad un amico, avvertendolo del suo arrivo. Finita la telefonata, mentre stava ritornando sul treno, lo scoppio della bomba lo ha ucciso.

Paolino Bianchi – 50 anni
Paolino lavorava come muratore in una cooperativa agricola e viveva in provincia di Ferrara a Castello di Vigarano Mainarda, con la madre di salute cagionevole. Tutti gli anni si recava ad Arco di Trento, sul Garda, per trascorrere poco più di una settimana con un’amica molto cara: era l’unica distrazione che si concedeva. Prima di partire aveva organizzato la casa e aveva comprato le provviste per la madre. Sabato due agosto era partito prestissimo ed era andato a Bologna per prendere il treno che lo avrebbe portato verso la sua destinazione. La bomba scoppiò mentre era in stazione.

Vincenzina Sala in Zanetti – 50 anni
Vicenzina era nata a Pavia ma risiedeva da molti anni a Bologna. Il 2 agosto era alla stazione col marito, con i consuoceri e con il nipotino di sei anni ad aspettare l’arrivo di sua figlia e di suo genero che provenivano dalla Svizzera. Il treno era in ritardo e si misero ad aspettare sul marciapiede del primo binario. Lo scoppio della bomba uccise Vicenzina, ferì il marito, la consuocera e molto gravemente il nipotino.

Berta Ebner – 50 anni
Berta era nata a San Leonardo in Passiria in provincia di Bolzano, aveva un fratello, non era sposata e viveva in casa con la madre. Faceva la casalinga. Non sappiamo perché il 2 agosto fosse in stazione dove la bomba la uccise.

Vincenzo Lanconelli – 51 anni
Vincenzo era nato a Cotignola in provincia di Ravenna, viveva a Bagnacavallo, era celibe ed aveva due sorelle e un fratello. Era stato Ispettore del lavoro a Forlì ed aveva ricoperto l’incarico di Segretario dell’Ispettorato del Lavoro di Ravenna. Andato in pensione, si era iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza di Bologna per conseguire una seconda laurea così da aprire uno studio di consulenza con altri colleghi. Il due agosto voleva assistere ad uno spettacolo lirico all’Arena, lo scoppio della bomba lo sorprese nella sala d’aspetto dove era in attesa di un treno per recarsi a Verona.

Amorveno Marzagalli – 54 anni
Amorveno viveva ad Omegna, in provincia di Novara, con la moglie e il figlio. Lavorava come dirigente in una ditta produttrice di macchine da caffè. In quell’estate del 1980 aveva accompagnato la famiglia al Lido degli Estensi, in provincia di Ravenna e poi avrebbe dovuto raggiungere il fratello a Cremona con il quale aveva programmato una gita sul Po. Erano dieci anni che il fratello lo invitava ma solo quella volta Amorveno acconsentì, anche per non lasciarlo solo dopo la morte della madre avvenuta in giugno. La mattina del 2 agosto si fece accompagnare alla stazione di Ravenna e di lì, dopo vent’anni che non saliva su di un treno, si mise in viaggio alla volta di Bologna dove lo attendeva una coincidenza in partenza alle 11.05. Lo scoppio della bomba lo uccise.

Lina Ferretti in Manocci – 53 anni
Lina era nata a Peccioli in provincia di Pisa. Abitava a Livorno insieme a suo marito Rolando coinvolto anche lui nella strage e rimasto gravemente ferito. Lei casalinga, con una predilezione per la lettura, lui operaio FS, avevano due figli. Era alla stazione di Bologna con suo marito ad aspettare la coincidenza che li avrebbe portati a Brunico per una breve vacanza offerta dalla suocera che aveva fatto una piccola vincita al gioco del lotto. Dovevano partire il 3 agosto, ma si liberò una camera un giorno prima e la padrona della pensione, per tempo, fece sapere loro che sarebbero potuti partire il 2 agosto concedendogli un giorno in più di vacanza. E così fecero. Alle 10,25 era nella sala d’aspetto di 2°classe seduta ad un tavolo, rivolgendo le spalle alla bomba. Fu riconosciuta, con fatica, da suo cognato Loriano il giorno successivo alla strage pur essendo lui passato davanti al suo corpo decine di volte.

Romeo Ruozi – 54 anni
Romeo era originario di Reggio Emilia, aveva vissuto a Trieste fino al 1975 e abitava a Bologna, era sposato ed aveva tre figli: due grandi sposati e residenti in altre città ed una ragazza di 14 anni che viveva con i genitori. Era pensionato. Romeo si trovava in stazione per accogliere la figlia sposata che veniva a prendere la sorella più piccola con la quale avrebbe trascorso parte delle vacanze estive. Il treno doveva arrivare soltanto alle 11,58 ma Romeo era andato in stazione con largo anticipo, come sua abitudine. Lo scoppio della bomba lo uccise. Il genero lo riconobbe dalla fede che portava al dito.

Francesco Antonio Lascala – 56 anni
Francesco Antonio era sposato ed aveva tre figli, era appassionato di pesca e viveva a Reggio Calabria con la moglie e uno dei suoi figli che aveva 15 anni. Era stato centralinista alle Ferrovie dello Stato ed era in pensione. Il due agosto stava andando a Cremona per trascorrere alcuni giorni dalla figlia. Il treno con il quale era partito era arrivato a Bologna con tre ore di ritardo e per questo motivo Francesco Antonio aveva perso la coincidenza e aveva dovuto aspettare il treno delle 11,05. Lo scoppio della bomba lo uccise.

Rosina Barbaro in Montani – 58 anni
Rosina era di Bologna, era sposata ed aveva una figlia e in agosto avrebbe festeggiato il 40° anniversario di matrimonio. Il due agosto stava partendo con il marito per trascorrere una vacanza sulla riviera adriatica: avevano deciso di prendere il treno, declinando l’invito della figlia ad essere accompagnati in auto. Erano sul marciapiede del primo binario e, mano nella mano, stavano andando verso il bar quando furono travolti dalle macerie causate dallo scoppio della bomba. Il marito rimase ferito e Rosina morì.

Pietro Galassi – 66 anni
Pietro era nato nella Repubblica di San Marino, aveva una sorella e si era laureato in matematica e fisica. Prima di andare in pensione aveva insegnato in una scuola di Viareggio di cui in seguito era diventato preside. Non sappiamo perché il 2 agosto fosse in stazione dove la bomba lo uccise.

Irene Breton in Boudouban – 61 anni
Irène era originaria della Svizzera dove era nata a Boncourt. risiedeva a Delémont con il marito. Faceva l’orologiaia. Non sappiamo perché il 2 agosto fosse in stazione dove la bomba la uccise.

Lidia Olla in Cardillo – 67 anni
Lidia aveva una figlia ed abitava a Cagliari con suo marito. I due coniugi erano partiti per raggiungere la sorella di Lidia che risiedeva a Cavalese, in Trentino per trascorrere un periodo di vacanze che era anche un momento di convalescenza per il marito. Il due agosto erano in stazione a Bologna dove, nella sala d’aspetto di prima classe, avrebbero dovuto trascorre due ore in attesa del treno. Il signor Cardillo, dopo essersi tolto la giacca ed averla appoggiata sulla sedia accanto alla moglie, uscì dalla sala d’aspetto per andare a controllare l’orario di arrivo del treno. Fece appena in tempo ad uscire quando lo scoppio della bomba lo ferì gravemente provocandogli vaste ustioni su tutto il corpo. Lidia, rimasta all’interno della sala, morì.

Maria Idria Avati – 80 anni
Maria abitava a Rossano Calabro da dove era partita per recarsi in Trentino. Avrebbe voluto partire di mattina, per poter guardare il panorama dai finestrini, ma accettò la proposta di viaggiare di notte assieme alla figlia. Il treno su cui erano madre e figlia era in ritardo di due ore e arrivò alla stazione di Bologna solo verso le dieci. Maria Idria si sedette in sala d’aspetto e la figlia si incamminò verso la toilette per rinfrescarsi un po’ dopo il lungo viaggio. L’esplosione travolse Maria Idria che fu gravemente ferita. La figlia ritornò sui suoi passi, trovò la madre ancora in vita, l’aiutò a salire sull’ambulanza. Il ricovero all’ospedale Maggiore non riuscì a salvarla.

Antonio Montanari – 86 anni
Antonio era di Santa Maria Codifiume, in provincia di Ferrara, aveva fatto il mezzadro ed era in pensione. Da molti anni viveva a Bologna con la moglie con la quale era sposato dal 1920 ed aveva due figli. Aveva la passione delle carte ed era un vero “asso” a briscola, amava leggere i fumetti. La mattina del 2 agosto era andato all’autostazione per informarsi su alcuni orari delle corriere e stava ritornando a casa: aveva perso un autobus per un soffio e si era messo vicino al portico che sta di fronte alla stazione in attesa del bus successivo. A causa dell’esplosione numerosi oggetti si staccarono dall’edificio, uno di questi lo scaraventò a terra e lo ferì. Un amico che passava di lì per caso lo accompagnò immediatamente all’ospedale, dove Antonio morì per le ferite riportate. Con i suoi 86 anni è la vittima più anziana della strage.

Vito Ales – 20 anni
Vito viveva a Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo, aveva un diploma come operaio specializzato ed era in attesa di trovare un posto di lavoro stabile. Quel due agosto stava andando a Cervia, sulla riviera romagnola, dove come nelle estati precedenti avrebbe lavorato in una pensione. Aveva perso la coincidenza per la città romagnola perchè il convoglio sul quale viaggiava dalla Sicilia era giunto a Bologna in ritardo e quindi alle 10,25 stava aspettando il treno successivo camminando sul marciapiede del primo binario dove fu ucciso dall’esplosione.

Mauro Alganon – 22 anni
Mauro era di Asti, viveva in casa con i genitori pensionati, lavorava come commesso in una libreria, era l’ultimo di tre figli ed era appassionato di fotografia. Era partito di prima mattina dal Piemonte con un amico per andare a Venezia. Occorreva cambiare a Bologna, ma un ritardo del treno fece sì che i ragazzi perdessero la coincidenza. Per questo motivo entrarono in sala d’aspetto. Era molto caldo e a turno i due amici uscivano a prendere un po’ d’aria. Alle 10, 25 Mauro era rimasto seduto a custodire i bagagli leggendo un giornale quando lo scoppio della bomba lo uccise. L’amico che era uscito si salvò.

Maria Idria Avati – 80 anni
Maria abitava a Rossano Calabro da dove era partita per recarsi in Trentino. Avrebbe voluto partire di mattina, per poter guardare il panorama dai finestrini, ma accettò la proposta di viaggiare di notte assieme alla figlia. Il treno su cui erano madre e figlia era in ritardo di due ore e arrivò alla stazione di Bologna solo verso le dieci. Maria Idria si sedette in sala d’aspetto e la figlia si incamminò verso la toilette per rinfrescarsi un po’ dopo il lungo viaggio. L’esplosione travolse Maria Idria che fu gravemente ferita. La figlia ritornò sui suoi passi, trovò la madre ancora in vita, l’aiutò a salire sull’ambulanza. Il ricovero all’ospedale Maggiore non riuscì a salvarla.

Natalia Agostini in Gallon – 40 anni
Natalia era di Bologna e lavorava come operaia alla Ducati Elettronica ed aveva due figli. Il due agosto era in stazione con il marito e con la figlia Manuela di 11 anni. Aspettavano il treno che avrebbe portato Manuela alla colonia estiva di Dobbiaco, in provincia di Bolzano. I tre si trovavano vicino alla sala d’attesa e il marito si allontanò per comprare le sigarette. Proprio in quell’istante scoppiò la bomba, il marito rimase ferito non gravemente mentre Natalia e la figlia Manuela furono travolte dalle macerie e ferite molto seriamente. Furono entrambe portate in ospedale in pericolo di vita: Natalia mori qualche giorno dopo mentre si stavano svolgendo le esequie di Manuela.

Anna Maria Bosio in Mauri – 28 anni
Anna Maria era una maestra e viveva con il marito Carlo e il figlio Luca a Tavernola, una frazione di Como. Venerdì primo agosto erano partiti verso Marina di Mandria, in provincia di Taranto per trascorrervi le vacanze. Giunti nei pressi di Bologna ebbero un incidente automobilistico: illesi ma l’auto si guastò. Per questo venne lasciata da un meccanico a Casalecchio di Reno, nei pressi di Bologna, e la famiglia Mauri decise di prendere il treno per raggiungere Brindisi e poi la località di villeggiatura. Il due agosto arrivarono in stazione poco prima dell’esplosione che li uccise.

Verdiana Bivona – 22 anni
Verdiana era un’operaia, viveva con i genitori e con uno dei suoi due fratelli a Castelfiorentino (Firenze) dove era nata e la sua famiglia aveva origini siciliane. Il due agosto era in stazione perchè stava andando in vacanza sul lago di Garda con due amiche e la figlia di una di loro. Lo scoppio della bomba ha ucciso Verdiana, la sua amica Maria Fresu e la figlioletta Angela. L’altra amica che era con loro è rimasta ferita e si è salvata.

Sonia Burri – 7 anni
Sonia era partita da Bari con i genitori e il due agosto era in stazione con loro e con i nonni materni, la sorella Patrizia Messineo, zia Silvana – la sorella della mamma – e le cugine. Lo scoppio la sorprese in sala d’aspetto: i soccorritori la trovarono viva ma in gravissime condizioni vicino alla sua bambola rossa. Morì in ospedale due giorni dopo. La bomba la uccise assieme alla sorella e alla zia.

Viviana Bugamelli in Zecchi – 23 anni
Viviana era di Bologna, diplomata in ragioneria aveva trovato un impiego in un’azienda agricola. Da pochi mesi si era sposata con Paolo che era un suo coetaneo e aveva appena annunciato di aspettare un bambino. Vivevano a San Lazzaro di Savena con i suoi genitori. Il due agosto erano entrambi in stazione per acquistare i biglietti per il treno e per il traghetto che li avrebbe portati in Sardegna all’inizio di settembre. Lo scoppio li uccise entrambi.

Nazzareno Basso – 33 anni
Nazzareno era di Numana, nelle Marche, aveva quattro figli e lavorava a Milazzo. Nel 1978, quando era carabiniere ausiliario a Chioggia, incontrò la sua futura moglie. Il due agosto Nazzareno era in stazione a Bologna, perchè, provenendo dalla Sicilia, stava andando a casa dei suoceri, a Caltana, nel veneziano, dove era la sua famiglia. Il treno con il quale doveva fare l’ultima parte del suo viaggio era in ritardo. Dopo aver telefonato per avvertire dell’inconveniente, entrò in sala d’aspetto dove lo scoppio della bomba lo uccise.

Katia Bertasi – 34 anni
Katia era nata a Stienta, Rovigo e viveva a Bologna con suo marito e i due figli: una femmina di 11 anni ed un maschietto di 15 mesi, era ragioniera ed era in stazione perché lavorava presso la Cigar, una società bolognese che si occupava della ristorazione all’interno della Stazione e che aveva i suoi uffici sopra alle sale d’aspetto. Alle 10,25 era nel suo ufficio quando la bomba scoppiava nei locali sottostanti: l’esplosione la uccise mentre stava lavorando. Assieme a lei morirono le colleghe Euridia, Franca, Mirella, Nilla e Rita.

Euridia Bergianti – 49 anni
Euridia era nata a Campogalliano in provincia di Modena, abitava a Bologna assieme ad uno dei suoi due figli ed era rimasta vedova nel 1975. Lavorava da tre anni alla Cigar una società che si occupava della ristorazione all’interno della Stazione di Bologna e che aveva i suoi uffici sopra alle sale d’aspetto. Il 2 agosto lo scoppio della bomba la uccise mentre era in servizio al bancone del Self Service collocato nell’ala ovest della stazione di fianco alla sala d’aspetto di seconda classe. Assieme a lei morirono le colleghe Franca, Katia, Mirella, Nilla e Rita.

Argeo Bonora – 42 anni
Argeo era un ferroviere, era nato a Galliera, in provincia di Bologna, aveva due fratelli, era sposato ed aveva 5 figli. Dal 1970 si era trasferito per motivi di lavoro a Salorno, in provincia di Bolzano. Il due agosto era in ferie e ne aveva approfittato per andare a trovare la madre che abitava a Saletto di Bentivoglio, in provincia di Bologna. La bomba l’ha ucciso in stazione a Bologna mentre aspettava il treno per ritornare a casa.

Francesco Betti – 44 anni
Francesco era un taxista originario di Marzabotto. Viveva con la moglie e il figlio di 2 anni a S. Lazzaro di Savena in provincia di Bologna. Il 2 agosto 1980 era in servizio davanti alla stazione di Bologna e si trovava con il suo taxi a circa trenta metri dal luogo dove era posizionata la bomba. Un masso lo ha colpito alla nuca ed è morto immediatamente.

Paolino Bianchi – 50 anni
Paolino lavorava come muratore in una cooperativa agricola e viveva in provincia di Ferrara a Castello di Vigarano Mainarda, con la madre di salute cagionevole. Tutti gli anni si recava ad Arco di Trento, sul Garda, per trascorrere poco più di una settimana con un’amica molto cara: era l’unica distrazione che si concedeva. Prima di partire aveva organizzato la casa e aveva comprato le provviste per la madre. Sabato due agosto era partito prestissimo ed era andato a Bologna per prendere il treno che lo avrebbe portato verso la sua destinazione. La bomba scoppiò mentre era in stazione.

Rosina Barbaro in Montani – 58 anni
Rosina era di Bologna, era sposata ed aveva una figlia e in agosto avrebbe festeggiato il 40° anniversario di matrimonio. Il due agosto stava partendo con il marito per trascorrere una vacanza sulla riviera adriatica: avevano deciso di prendere il treno, declinando l’invito della figlia ad essere accompagnati in auto. Erano sul marciapiede del primo binario e, mano nella mano, stavano andando verso il bar quando furono travolti dalle macerie causate dallo scoppio della bomba. Il marito rimase ferito e Rosina morì.

Irene Breton in Boudouban – 61 anni
Irène era originaria della Svizzera dove era nata a Boncourt. risiedeva a Delémont con il marito. Faceva l’orologiaia. Non sappiamo perché il 2 agosto fosse in stazione dove la bomba la uccise.

Antonella Ceci – 19 anni

Antonella era di Ravenna, aveva conseguito il diploma di maturità chimico- tecnica con il massimo dei voti e avrebbe dovuto cominciare a lavorare presso uno zuccherificio. Il due agosto era in stazione con il fidanzato Leo Luca Marino ad accogliere le sorelle di lui giunte dalla Sicilia per conoscerla. Sarebbero tornati tutti assieme a Ravenna per un breve periodo di vacanza, ma il treno su cui dovevano salire era stato posticipato alle 11 e per questo si trovavano in stazione al momento dello scoppio. Antonella, Angela, Domenica e Leo Luca furono ritrovati morti sotto le macerie.

Flavia Casadei – 18 anni
Flavia aveva frequentato la quarta liceo scientifico Serpieri a Rimini e si preparava ad affrontare l’ultimo anno di scuola superiore. Era partita da casa per raggiungere Brescia dove l’attendeva uno zio. Doveva prendere un treno a Bologna ma il ritardo del convoglio su cui era salita a Rimini le fece perdere la coincidenza. Decise così, assieme ad una ragazza di Cento (Ferrara), conosciuta durante il viaggio di entrare in sala d’aspetto. Lo scoppio della bomba le colse lì: Flavia mori, mentre la ragazza di Cento si salvò seppur sepolta sotto le macerie.

Davide Caprioli – 20 anni
Davide era di Verona dove viveva con i genitori, frequentava il primo anno di economia e commercio, voleva diventare commercialista e la sua passione era la musica: suonava la chitarra e cantava. Aveva trascorso un periodo di vacanze ad Ancona, presso la sorella. Sabato due agosto era ripartito perché la sera stessa doveva suonare con il suo complesso, il Dna group, e poi voleva riprendere a studiare. Era in stazione a Bologna in attesa di una coincidenza e stava guardando il tabellone con gli orari dei treni. Lo scoppio della bomba lo ferì molto gravemente, fu trasportato all’ospedale Maggiore in rianimazione dove morì 2 ore dopo il ricovero.

Mirco Castellari – 33 anni
Mirco era originario di Pinerolo in provincia di Torino, aveva a lungo vissuto a Frossasco dove il padre era stato Sindaco. Era capoufficio presso la ditta Vortex Hidra di Fossalta di Copparo e risiedeva a Ferrara, era sposato ed aveva un figlio di sei anni. In società con un amico aveva appena comprato una barca con la prospettiva di avviare una attività rivolta ai turisti. In quell’estate del 1980 il progetto era quello di sistemare il natante ormeggiato in Sicilia e di fare alcuni piccoli viaggi di rodaggio. Vari imprevisti fecero sì che Mirco ritardasse la partenza: il due agosto era in stazione e lo scoppio della bomba lo uccise.

Velia Carli in Lauro – 50 anni
Velia era nata a Tivoli, era titolare di una piccola impresa artigiana di maglieria e risiedeva a Brusciano, in provincia di Napoli. Di qui era partita con il marito Salvatore il venerdì primo agosto. La loro meta era Scorzè, in provincia di Venezia in cui si celebrava il funerale del consuocero. A Bologna dovevano cambiare treno, ma il convoglio su cui viaggiavano era arrivato in ritardo e quindi persero la coincidenza. La bomba scoppiò mentre aspettavano il treno successivo e li uccise entrambi lasciando orfani i loro sette figli di cui due molto giovani.

Cesare Francesco Diomede Fresa – 14 anni
Cesare era un ragazzo di Bari, assieme al papà Vito e alla mamma Errica era partito dalla loro città il venerdì primo agosto con il treno per evitare il traffico sull’autostrada. Il due agosto erano in stazione e lo scoppio della bomba li ha uccisi. Della famiglia rimase solo la figlia che non era partita assieme ai genitori e al fratello.

Errica Frigerio in Diomede Fresa – 57 anni
Errica era di Bari, era sposata con Vito ed insegnava lettere presso l’Istituto per Geometri “Pitagora”. Aveva due figli: una ragazza e un ragazzo di 14 anni. Venerdì primo agosto assieme al marito e al figlio Cesare erano partiti con il treno per evitare il traffico sull’autostrada. Il due agosto erano in stazione e lo scoppio li uccise. Della famiglia rimase solo la figlia che non era partita assieme ai genitori e al fratello.

Vito Diomede Fresa – 62 anni
Vito era di Bari, era sposato con Errica Frigerio e aveva due figli: una ragazza e un ragazzo di 14 anni. Era un medico impegnato nella ricerca sul cancro ed era direttore dell’Istituto di patologia generale alla facoltà di medicina. Era partito dalla sua città il venerdì primo agosto con il treno per evitare il traffico sull’autostrada, assieme a lui viaggiavano la moglie e il figlio. Il due agosto erano in stazione e lo scoppio della bomba li ha uccisi. Della famiglia rimase solo la figlia che non era partita assieme ai genitori e al fratello.

Roberto De Marchi – 21 anni
Roberto era rimasto orfano di padre nel 1970, la sua famiglia, composta da altri tre fratelli e dalla mamma Elisabetta viveva a Marano Vicentino. Roberto era il fratello più piccolo, era un valente e promettente pallavolista che militava nella Volley Sottoriva. Madre e figlio erano partiti da casa il due agosto di buon mattino con meta la Puglia: un lungo viaggio per andare a trovare alcuni parenti. La prima tappa era Bologna dove avrebbero dovuto prendere una coincidenza. Arrivati in stazione decisero di non uscire, ma di attendere il treno in sala d’aspetto. Roberto passeggiava sul marciapiede del primo binario quando l’esplosione causò il crollo della pensilina che lo travolse e lo uccise. La mamma fu uccisa nella sala d’aspetto.

Franca Dall’Olio – 20 anni
Franca era nata a Budrio, abitava a Bologna, era figlia unica e da quattro mesi soltanto lavorava per la ditta Cigar, una società che si occupava della ristorazione all’interno della Stazione e che aveva i suoi uffici sopra alle sale d’aspetto. Qualche attimo prima dell’esplosione era al telefono con un fornitore che era andato a consegnare della merce. Normalmente era lei a scendere e a controllare il materiale mentre quella mattina chiese invece al fornitore di salire. Questi le rispose che sarebbe arrivato entro poco tempo, ma l’esplosione la colse al suo tavolo di lavoro mentre controllava il libro della contabilità e la uccise. Assieme a lei morirono le colleghe Mirella, Euridia, Nilla, Katia e Rita.

Brigitte Drouhard – 21 anni
Brigitte era nata a Saules, in Francia, risiedeva a Parigi, faceva l’impiegata e aveva una passione per la poesia e per la letteratura italiana. Il due agosto era in stazione a Bologna perché stava aspettando un treno che avrebbe dovuto portarla a Ravenna. La bomba la uccise durante l’attesa.

Mauro di Vittorio – 24 anni
Mauro abitava a Torpignattara, nella periferia romana, era orfano di padre e aveva due sorelle ed un fratello. Nell’estate del 1980 si era messo in viaggio verso Londra dove sperava di trovare un lavoro. Arrivato in Francia scrisse sul suo diario di viaggio: «Mi permetto pure una colazione e all’una prendo il traghetto. Londra, eccomi. Dover con le sue bianche scogliere mi sta di fronte». Alla frontiera venne fermato e rimandato indietro perché non aveva denaro sufficiente per mantenersi. Fece quindi il viaggio a ritroso e il 2 agosto si trovava in stazione dove la bomba lo uccise. La famiglia e gli amici lo credevano a Londra ma il 10 agosto ebbero la notizia della sua presenza in stazione.

Antonino Di Paola – 32 anni
Antonino era di Palermo, aveva due sorelle ed un fratello, amava trasmettere alla radio e da 14 anni lavorava per la ditta Stracuzzi, specializzata in apparecchiature elettriche per la segnalazione ferroviaria. Aveva lavorato in diverse città: Palermo, Messina Caltanissetta, Monfalcone e Trieste. Nel gennaio 1980 era stato trasferito a Bologna dove aveva preso una stanza in affitto assieme al collega Salvatore Seminara, catanese di 34 anni. Il 9 agosto sarebbe tornato a casa per le ferie. Il 2 agosto era in stazione con Salvatore per aspettare il fratello di quest’ultimo che stava facendo il servizio militare e voleva trascorre due giorni di licenza a Bologna. Il suo treno doveva arrivare alle 10.15, ma era in ritardo e così Antonino e Salvatore entrarono nella sala d’aspetto di seconda classe. La bomba li uccise entrambi.

Berta Ebner – 50 anni
Berta era nata a San Leonardo in Passiria in provincia di Bolzano, aveva un fratello, non era sposata e viveva in casa con la madre. Faceva la casalinga. Non sappiamo perché il 2 agosto fosse in stazione dove la bomba la uccise.

Maria Fresu – 24 anni
Maria abitava a Gricciano di Montespertoli, in provincia di Firenze e la sua famiglia di origine sarda era composta dalla figlia Angela di tre anni, dai genitori e da sei sorelle ed un fratello. Era in stazione con Angela e due amiche perché stavano andando in vacanza sul lago di Garda. L’esplosione le colpì in sala d’aspetto. Maria, Angela e Verdiana Bivona, una delle amiche, morirono mentre l’altra amica rimase ferita. Del corpo di Maria non si ebbe traccia fino al 29 dicembre, quando gli ultimi esami sui resti rinvenuti fra le macerie confermarono il suo ritrovamento.

Angela Fresu – 3 anni
La sua famiglia di origine sarda era composta dalla mamma Maria, dai nonni e dai sette fratelli della mamma. Era in stazione con la mamma e due sue amiche perché stavano andando in vacanza sul lago di Garda. L’esplosione le colpì in sala d’aspetto. Maria, Angela e Verdiana Bivona, una delle amiche della mamma, morirono mentre l’altra amica rimase ferita. Con i suoi tre anni Angela è la vittima più piccola della strage.

Mirella Fornasari in Lambertini – 36 anni
Mirella viveva a Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna, era sposata e madre di un ragazzo di 14 anni. Lavorava per la ditta Cigar una società che si occupava della ristorazione all’interno della Stazione e che aveva i suoi uffici sopra alle sale d’aspetto. Da qualche tempo il suo luogo di lavoro non erano più gli uffici in stazione ma quelli in via Marconi. Quel sabato che precedeva di poco le ferie estive era stato chiesto a Mirella di tornare nel suo vecchio ufficio e lei lo aveva fatto volentieri perché avrebbe rivisto le sue colleghe. L’esplosione la colse mentre lavorava e il suo corpo senza vita fu ritrovato solo a notte inoltrata. Assieme a lei morirono le colleghe Euridia, Franca, Katia, Nilla e Rita.

Manuela Gallon – 11 anni
Manuela era di Bologna, aveva superato gli esami di quinta elementare e si preparava ad affrontare le scuole medie. I genitori l’avevano accompagnata in stazione e stavano attendendo il treno che l’avrebbe portata alla colonia estiva di Dobbiaco, in provincia di Bolzano dove avrebbe dovuto trascorrere due settimane di vacanza. I tre si trovavano vicino alla sala d’attesa e il padre si allontanò per comprare le sigarette. Proprio in quell’istante scoppiò la bomba: Manuela rimase gravemente ferita, fu ritrovata e portata in coma all’ospedale dove morì 5 giorni dopo. La mamma morì e il padre rimase ferito.

Eleonora Geraci in Vaccaro – 46 anni
Eleonora era di origini palermitane e il due agosto era partita in auto con il figlio Vittorio di 24 anni che viveva a Casalgrande, Reggio Emilia. Dovevano recarsi alla stazione di Bologna per accogliere sua sorella proveniente dalla Sicilia. Lo scoppio della bomba li ha uccisi entrambi.

Francisco Gomez Martinez – 23 anni
Francisco (Paco) era catalano, aveva due sorelle e lavorava come impiegato in una azienda tessile di Sentmenat, in provincia di Barcellona dove era nato e dove viveva con la madre e una delle sorelle. Aveva cominciato a lavorare a 16 anni, era appassionato di arte e di pallacanestro, sport che praticava. Era anche attivo nel tessuto associativo culturale del suo paese. Tutto l’anno risparmiava i soldi per poter fare qualche viaggio d’estate. Era partito da casa il 29 luglio con l’intenzione di visitare diverse città europee. Nel suo viaggio in treno conobbe un ragazzo catalano e con lui decise di fermarsi qualche giorno a Bologna. Il 2 Agosto i due ragazzi si trovavano seduti nella sala di aspetto in attesa di un treno che li avrebbe portati a Rimini. Per ingannare l’attesa Paco scriveva alla fidanzata: nella lettera immaginava assieme a lei le ferie dell’anno successivo. Lo scoppio della bomba lo uccise, mentre l’amico che era con lui rimase ferito.

Carla Gozzi – 36 anni
Carla abitava coi genitori a Concordia in provincia di Modena ed era impiegata in un maglificio. Assieme al fidanzato Umberto Lugli di 38 anni aveva organizzato un viaggio alle isole Tremiti. Erano stati accompagnati in stazione con largo anticipo dal fratello di Umberto che poi tornò indietro. La bomba sorprese i due fidanzati che aspettavano il treno e li uccise.

Pietro Galassi – 66 anni
Pietro era nato nella Repubblica di San Marino, aveva una sorella e si era laureato in matematica e fisica. Prima di andare in pensione aveva insegnato in una scuola di Viareggio di cui in seguito era diventato preside. Non sappiamo perché il 2 agosto fosse in stazione dove la bomba lo uccise.

( tratto da https://www.facebook.com/cantiere2agosto/ )

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Ciao maestro, ciao zio Claudio.

Ciao maestro Buccetti, ciao zio Claudio.
Classe 1920, il prossimo 6 giugno avrebbe raggiunto la tanto desiderata meta dei 100 anni.
Un grande uomo, ironico e profondo che ho avuto   la fortuna di avere come zio condividendo insieme  tanti momenti di spensieratezza e l’amore per la montagna. Un maestro che ha
 insegnato a scrivere e a leggere  a generazioni di studenti osimani. Una persona che  ha attraversato con immutata eleganza e dolcezza quasi un secolo.

Se ne è andato nel bel mezzo di un’epidemia manzoniana, ma lo voglio ricordare ancora con il suo sorriso e l’instancabile desiderio di stare in compagnia e in  relazione con gli altri.

La sua assenza tocca nel profondo tutti noi che lo abbiamo conosciuto e apprezzato nella sua bontà e generosità. Un abbraccio ad Adriana ed Anna Maria  ed gli amati nipoti, Alice, Elena, Enrico e Giacomo

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#OSIMANI con l’hashtag: il maestro Claudio Buccetti del 28 dicembre 2016 di Paola Andreoni

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#OSIMANI con l’hashtag: Armando ANGELETTI detto “Alvaro” il “maestro falegname” di Via Pompeiana

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Chi si incunea tra le viuzze del centro storico della nostra città scoprirà che in via Pompeiana, di fronte  alla chiesa di San Niccolò e al Monastero delle Clarisse, l’età del “Giuseppe falegname” vive anche nel terzo millennio.

Ha grinta da vendere, poca scuola ma tanta esperienza sul campo e tanta passione per il suo lavoro.  Osimano doc, e 87 anni da compiere; parliamo di Armando Angeletti, per tutti gli osimani “Alvaro“,  il falegname di via Pompeiana, uno dei personaggi più noti in città.

Se, infatti, in Osimo l’età e il fascino delle antiche botteghe artigianali vive ancora,  lo si deve  a Alvaro Angeletti. La sua,  è la  storia degli artigiani e dei vecchi mestieri che resistono al passare del tempo grazie alla passione e al vigore di famiglie che si passano il testimone di generazione in generazione. E’ questo il ritratto di Armando Angeletti, uno degli ultimi falegnami del nostro centro storico che l’arte di lavorare il legno l’ha appresa da piccolino, ottanta anni fa, e ancora oggi – pur avendo abbondantemente tagliato  l’asticella del  pensionamento – quando può, per diletto e passione, aiuta il  figlio Luigi.

Memoria, e non solo, di una Osimo che era, e che per nostra fortuna è ancora.

Bel tipo Alvaro, capace con le sue mani d’oro di intagliare un pezzo di legno, realizzare lavori di pregio, così come in tanti anni di lavoro – partendo col suo carico di attrezzi – ha sistemato  serrature, finestre, seggiole, tavoli e così via,  nelle  case di tanti  osimani.

Quartogenito, di una numerosa famiglia con sei figli ( come ce n’erano tante una volta) Armando nasce ad Osimo, in via delle Scalette, nel 1932. Cinque fratelli : Augusto, scomparso da pochi anni, conosciuto in città per aver lavorato come  geometra in Comune; Arnaldo, oggi 94enne, muratore per una vita; Marino anche lui conosciuto in Osimo per aver prestato servizio per diversi anni come infermiere presso l’Ospedale cittadino; Benito anch’egli uomo d’ingegno e votato per la meccanica, lavorava presso l’Officina Fagioli di Osimo; Vittoria (in Osimo conosciuta con il nome di Elvira) l’unica donna anche lei brava infermiera sempre con il sorriso in volto.

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Papà Adrio muratore, mamma Agnese Borsini filandaia, la loro è stata una famiglia numerosa e felice, ai tempi in cui tutti i componenti  erano chiamati fin da giovanissimi a contribuire a guadagnare il pane.

Armando ad appena 8 anni, dopo aver assolto agli obblighi scolastici, diventa ragazzo di bottega, apprendista falegname.

Lavorare il legno era ciò che desideravo fare. Mi piaceva il profumo del legno, un profumo che mi è rimasto sempre dentro“. Questo è quanto mi ha detto Armando, persona dal carattere umile, di poche parole, meravigliato per questo interessamento alla sua storia.

Storia che prende il via in  “altri tempi”, quando il centro di Osimo era allora un quartiere vivo e popolare, che pullulava di artigiani e osterie.

Il giovanissimo apprendista falegname Armando inizia a scoprire ” l’abc ” di questo mestiere  tra i più vecchi del mondo,  prima nella bottega del falegname Achille Salomoni  che si trovava vicino la filanda Alessandrini, poi passa alle dipendenze del “maestro” Alfredo Riderelli soprannominato “il Paccò” titolare di una falegnameria in Via 5 Torri.

 In ogni bottega c’era un esperto  “maestro falegname”. Lavorare vicino a questi storici artigiani significava acquisire  importanti conoscenze ed abilità. Le mani di Armando diventarono sempre più esperte lavorando e imparando il mestiere  a fianco di questi artigiani osimani. Oltre quelli già citati i “maestri falegnami” che  Armando ha avuto la fortuna di conoscere per esserne stato apprendista e poi  dipendente, sono stati:

Marino Caprari che aveva una piccola  falegnameria sotto Piazza Nuova in via Giulia, Arnaldo Canapa detto “Caccioni” artigiano-falegname che aveva il suo laboratorio per il  vicolo del Buon Villano,   Pasquale Pierelli falegname che aveva il laboratorio in via Zara, e da ultimo Giovanni Marzioli che aveva una falegnameria per la Costa del Borgo.

Una volta acquisita la giusta esperienza e consapevolezza della qualità dei propri mezzi affinati negli anni,   Armando – nel 1974 –  decide di mettersi in proprio ed aprire una  bottega di falegnameria tutta sua.

All’età di quarant’anni aveva deciso che era giunto il momento di lavorare in proprio. Una scelta non facile anche per gli impegni economici che comportava,  per l’acquisto dell’ attrezzatura per  la nuova bottega che aveva realizzato  in un vecchio garage per il vicolo di Santa Lucia, ma anche  per tutti i conseguenti adempimenti  burocratici, amministrativi e fiscali.

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La fiducia nelle proprie capacità, la completa dedizione al suo lavoro, l’entusiasmo di avere una propria bottega e il determinante sostegno della famiglia e di sua moglie  Anna Tortora – in particolare -,  sono stati i fattori  decisivi nella scelta di “mettersi in proprio”.

Una scelta azzeccata perchè  la falegnameria Angeletti, pur partendo dai lavori di semplice riparazione, pian piano ha visto aumentare la propria clientela divenendo in Osimo e non solo, un punto di riferimento anche per importanti commesse  e progetti di lavoro in legno.
Nel 1998 Armando decide di trasferire la propria attività in via Pompeiana 28 in locali più spaziosi  dove poter allocare nuovi macchinari  e dove ancora oggi continua l’attività della falegnameria ora condotta  dal figlio Luigi.

Il lavoro è stato, e continua ad esserlo per passione, la  vita di Armando; raccontano i familiari che per tanti anni entrava in bottega alle 7 del mattino per rivederlo tornare in casa a notte, e questo succedeva spesso anche la domenica, sempre  per accontentare e rispondere puntualmente alle esigenze dei clienti.

Ha riparato e costruito qualsiasi cosa in legno: seggiole, mobili, tavoli.  Forse non possiamo definirlo artista, ma di certo ha sviluppato in modo personale le richieste dei clienti con particolare creatività. Racconta Alvaro che ogni richiesta del cliente è stata e continua ad essere, per lui, meritoria di attenzione e rispetto, sia se si tratta di piccoli lavoretti di riparazione richiesti dalla  pensionata,  sia nei confronti di lavori più impegnativi. Tra le tante cose fatte ricorda i bei lavori realizzati per l’artista, progettista e regista osimano Guglielmo Cappannari per il quale ha realizzato diverse scenografie per il Teatro “La Fenice”, per gli spettacoli estivi al Duomo organizzati dall’Ema ed anche per la Scuola d’Arte di Urbino.

Per il Comune di Osimo ha realizzato diversi lavori: la manutenzione e riparazione di tanti banchi scolastici,  la realizzazione della “buca degli orchestrali” al Teatro La Nuova Fenice, interventi di manutenzione e sistemazione di tante strutture lignee di pregio  presenti nelle numerose chiese cittadine.
Ricorda Alvaro,  con soddisfazione, i tanti  mobili di prestigio realizzati, o ristrutturati nelle principali residenze nobiliari cittadine, e la soddisfazione per essere stato prescelto da diverse ditte prestigiose, anche fuori Osimo,  per la realizzazione di particolari commesse in legno e,  in specie ricorda   la realizzazione e l’addobbo dello stand della ditta Girombelli alla famosa  kermesse fiorentina di  Pitti Uomo. Un lavoro, quest’ultimo, che avrebbe fatto tremare i polsi a qualsiasi ditta  e che, invece,  il nostro falegname osimano, con pazienza e determinazione, ha realizzato con piena soddisfazione dei proprietari della nota ditta di moda anconetana.

Armando, che nel settembre del 2013 ha ricevuto il riconoscimento cittadino “una vita per il lavoro” per il talento e la dedizione alla sua attività artigianale, da diversi anni coniuga la dedizione al lavoro e l’attenzione alla sua famiglia con una nuova passione: quella per lo sport,  in particolare  per la montagna (alpinismo e sci) e il nuoto.

Autodidatta sciatore,  si è cimentato su tutte le piste senza mai aver preso una lezione da qualcuno. Famose le sfide all’interno dello Sci Club Osimano negli anni ’90.  Nella  categoria a loro riservata se la battevano  il “falegname sciatore autodidatta” con il suo stile molto ortodosso ma funzionale, e Vittorio Campanelli dotato di una tecnica raffinata, una sciata pulita bella da vedere.
Epiche alcune gesta, come quando affrontò incurante del pericolo,  le discese “nere” ( le più pericolose) del Monte Sella. Qualcuno ancora lo ricorda sul rifugio Belvedere a Canazei  soddisfatto per aver concluso indenne  il percorso dei tre passi, con una gioia incontenibile,  a pagare da bere per tutti.  Da ricordare anche le belle scalate sulle montagne dolomitiche, anche queste scoperte da Armando a tarda età, riuscendo, tuttavia, a mettere una bandierina sui più prestigiosi ed impervi rifugi alpini come “Capanna Margherita” a quota 4.000 mt. sul Monte Rosa, insomma delle vere e proprie imprese.

 A proposito di  imprese, non si possono non menzionare, quelle fatte da Armando con i suoi amici, i così detti,  “Aquilotti di Ancona” gente ( e tra questi il nostro falegname) che il 26 di dicembre di ogni anno , in pieno inverno,  si dà appuntamento alle 6 del mattino al Passetto di Ancona per inerpicarsi a piedi sul Monte Conero ( nell’impervio sentiero che parte dal cimitero di Sirolo), per poi  tuffarsi in mare e raggiungere a nuoto la   spiaggia Urbani.

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Ritornando alla professione artigianale Armando ancora oggi, senza sentire minimamente il peso dei suoi 87 anni, non riesce a staccarsi dal laboratorio al civico 28  di Via Pompeiana.  E’ lì che troneggia  tra scalpelli, misture, schegge di legno, colle, trucioli, assi, scatole di chiodi consumati, l’inseparabile lapis, antiche pialle e più moderni strumenti di lavoro,  scenario dove l’infaticabile ed estroso artigiano osimano ha trascorso gran parte della sua vita, lavorando sodo e non contando mai le ore. Entrando in questo laboratorio si capisce che tra l’artigiano e la sua materia non solo c’è massima sintonia, ma l’uno completa l’altro e viceversa.

Armando, a conclusione del nostro incontro, nella sua saggezza ermetica si raccomanda: ” la prego – dice – parli di me con moderazione, non usi paroloni, non ho fatto altro che ciò che amavo fare“.
Il lavoro paga sempre è uno degli insegnamenti che l’esperienza di questo artigiano da subito suggerisce, ovviamente quello fatto a regola d’arte, con scrupolo e attenzione. Oggi il laboratorio falegnameria è diretto dal figlio Luigi che segue la tradizione di famiglia.

Grazie Armando di aver condiviso la sua storia, quella di un artigiano, semplice e umile, ma dal carattere determinato, esempio di laboriosità e di concretezza per tutta la nostra comunità.
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La Vice Sindaco  di  Osimo
  prof.ssa Paola Andreoni

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2 agosto 1980 la strage di Bologna: il dolore di una città e di un Paese.

2 AGOSTO 2019

A 39 ANNI DALLA STRAGE FASCISTA

ALLA STAZIONE di BOLOGNA

NON DIMENTICHIAMO!

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Una bruttissima pagina della nostra storia che ancor oggi non ha trovato VERITA’
Non ho parole, siamo di fronte all’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia” così si esprimeva, in lacrime, il Presidente Sandro Pertini nel pomeriggio del 2 agosto di 39 anni fa.


Credo che il sentimento di oggi non sia differente: il dolore di una città, di un Paese e la  nostra voglia di verità.
Oggi, venerdì 2 agosto 2019,  a Bologna – come si ripete  tutti gli anni – tre fischi di un locomotore e un minuto di silenzio alle ore 10,25 ci ricorderanno quanto avvenne quel drammatico 2 agosto 1980  che provocò 85 morti e oltre 200 feriti.
Ottantacinque storie a cui, quest’anno a Bologna dei volontari daranno voce e memoria. Dodici ore dalle dieci del mattino alle dodici di sera nella giornata del 2 agosto delle guide condurranno i cittadini all’incontro con 85 narratori che daranno voce e memoria alle vittime della strage. Si tratta di un progetto promosso dall’Associazione  dei familiari delle vittime ( https://www.facebook.com/cantiere2agosto/ ).
Paola

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Ottantacinque storie, nomi e vite da restituire, il muratore e la studentessa, il bambino che non ha mai cominciato la prima elementare e l’insegnante di lettere….. queste le vittime innocenti di una impresa criminale consumata la mattina di un sabato di agosto, che per molti doveva essere un sereno giorno di vacanza, di inizio ferie.

Angela Marino – 23 anni
Angela lavorava nello studio di un dentista ad Altofonte in provincia di Palermo ed aveva sette fratelli. Il due agosto era arrivata a Bologna con la sorella Domenica: in stazione ad aspettarle c’erano il fratello Leo Luca e la sua fidanzata Antonella Ceci. I quattro sarebbero partiti per un breve periodo di vacanza a Ravenna, città di provenienza di Antonella dove Leo Luca risiedeva. Il treno su cui dovevano salire era stato posticipato alle 11 e per questo si trovavano in stazione al momento dello scoppio. Angela, Antonella, Domenica e Leo Luca furono ritrovati morti sotto le macerie.

Domenica Marino – 26 anni
Domenica lavorava come collaboratrice famigliare ad Altofonte in provincia di Palermo ed aveva sette fratelli. Il due agosto era arrivata a Bologna con la sorella Angela: in stazione ad aspettarle c’erano il fratello Leo Luca e la sua fidanzata Antonella Ceci. I quattro sarebbero partiti per un breve periodo di vacanza a Ravenna, città di provenienza di Antonella dove Leo Luca risiedeva. Il treno su cui dovevano salire era stato posticipato alle 11 e per questo si trovavano in stazione al momento dello scoppio. Domenica, Angela, Antonella e Leo Luca furono ritrovati morti sotto le macerie.

Leo Luca Marino – 24 anni
Leo Luca, originario di Altofonte in provincia di Palermo, proveniva da una famiglia formata dai genitori e da otto figli. Dal 1975 viveva a Ravenna dove lavorava come muratore e dove aveva conosciuto Antonella Ceci che divenne la sua fidanzata. Il due agosto i due ragazzi erano in stazione per attendere Angela e Domenica, le sorelle di Leo Luca con le quali sarebbero tornati a Ravenna per un breve periodo di vacanza. Il treno su cui dovevano salire era stato posticipato alle 11 e per questo si trovavano in stazione al momento dello scoppio. Leo Luca, Angela, Antonella e Domenica furono ritrovati morti sotto le macerie.

Antonella Ceci – 19 anni
Antonella era di Ravenna, aveva conseguito il diploma di maturità chimico- tecnica con il massimo dei voti e avrebbe dovuto cominciare a lavorare presso uno zuccherificio. Il due agosto era in stazione con il fidanzato Leo Luca Marino ad accogliere le sorelle di lui giunte dalla Sicilia per conoscerla. Sarebbero tornati tutti assieme a Ravenna per un breve periodo di vacanza, ma il treno su cui dovevano salire era stato posticipato alle 11 e per questo si trovavano in stazione al momento dello scoppio. Antonella, Angela, Domenica e Leo Luca furono ritrovati morti sotto le macerie.

Anna Maria Bosio in Mauri – 28 anni
Anna Maria era una maestra e viveva con il marito Carlo e il figlio Luca a Tavernola, una frazione di Como. Venerdì primo agosto erano partiti verso Marina di Mandria, in provincia di Taranto per trascorrervi le vacanze. Giunti nei pressi di Bologna ebbero un incidente automobilistico: illesi ma l’auto si guastò. Per questo venne lasciata da un meccanico a Casalecchio di Reno, nei pressi di Bologna, e la famiglia Mauri decise di prendere il treno per raggiungere Brindisi e poi la località di villeggiatura. Il due agosto arrivarono in stazione poco prima dell’esplosione che li uccise.

Carlo Mauri – 32 anni
Carlo era un perito meccanico e viveva con la moglie Anna Maria e il figlio Luca a Tavernola, una frazione di Como. Venerdì primo agosto erano partiti verso Marina di Mandria, in provincia di Taranto per trascorrervi le vacanze. Giunti nei pressi di Bologna ebbero un incidente automobilistico: illesi ma l’auto si guastò. Per questo venne lasciata da un meccanico a Casalecchio di Reno, nei pressi di Bologna, e la famiglia Mauri decise di prendere il treno per raggiungere Brindisi e poi la località di villeggiatura. Il due agosto arrivarono in stazione poco prima dell’esplosione che li uccise.

Luca Mauri – 6 anni
Luca avrebbe frequentato la prima elementare all’inizio dell’anno scolastico e viveva con la mamma Anna Maria e il papà Carlo a Tavernola una frazione di Como. Venerdì primo agosto erano partiti verso Marina di Mandria, in provincia di Taranto per trascorrervi le vacanze. Giunti nei pressi di Bologna ebbero un incidente automobilistico: illesi ma l’auto si guastò. Per questo venne lasciata da un meccanico a Casalecchio di Reno, nei pressi di Bologna, e la famiglia Mauri decise di prendere il treno per raggiungere Brindisi e poi la località di villeggiatura. Il due agosto arrivarono in stazione poco prima dell’esplosione che li uccise.

Cesare Francesco Diomede Fresa – 14 anni
Cesare era un ragazzo di Bari, assieme al papà Vito e alla mamma Errica era partito dalla loro città il venerdì primo agosto con il treno per evitare il traffico sull’autostrada. Il due agosto erano in stazione e lo scoppio della bomba li ha uccisi. Della famiglia rimase solo la figlia che non era partita assieme ai genitori e al fratello.

Errica Frigerio in Diomede Fresa – 57 anni
Errica era di Bari, era sposata con Vito ed insegnava lettere presso l’Istituto per Geometri “Pitagora”. Aveva due figli: una ragazza e un ragazzo di 14 anni. Venerdì primo agosto assieme al marito e al figlio Cesare erano partiti con il treno per evitare il traffico sull’autostrada. Il due agosto erano in stazione e lo scoppio li uccise. Della famiglia rimase solo la figlia che non era partita assieme ai genitori e al fratello.

Vito Diomede Fresa – 62 anni
Vito era di Bari, era sposato con Errica Frigerio e aveva due figli: una ragazza e un ragazzo di 14 anni. Era un medico impegnato nella ricerca sul cancro ed era direttore dell’Istituto di patologia generale alla facoltà di medicina. Era partito dalla sua città il venerdì primo agosto con il treno per evitare il traffico sull’autostrada, assieme a lui viaggiavano la moglie e il figlio. Il due agosto erano in stazione e lo scoppio della bomba li ha uccisi. Della famiglia rimase solo la figlia che non era partita assieme ai genitori e al fratello.

Verdiana Bivona – 22 anni
Verdiana era un’operaia, viveva con i genitori e con uno dei suoi due fratelli a Castelfiorentino (Firenze) dove era nata e la sua famiglia aveva origini siciliane. Il due agosto era in stazione perchè stava andando in vacanza sul lago di Garda con due amiche e la figlia di una di loro. Lo scoppio della bomba ha ucciso Verdiana, la sua amica Maria Fresu e la figlioletta Angela. L’altra amica che era con loro è rimasta ferita e si è salvata.

Maria Fresu – 24 anni
Maria abitava a Gricciano di Montespertoli, in provincia di Firenze e la sua famiglia di origine sarda era composta dalla figlia Angela di tre anni, dai genitori e da sei sorelle ed un fratello. Era in stazione con Angela e due amiche perché stavano andando in vacanza sul lago di Garda. L’esplosione le colpì in sala d’aspetto. Maria, Angela e Verdiana Bivona, una delle amiche, morirono mentre l’altra amica rimase ferita. Del corpo di Maria non si ebbe traccia fino al 29 dicembre, quando gli ultimi esami sui resti rinvenuti fra le macerie confermarono il suo ritrovamento.

Angela Fresu – 3 anni
famiglia di origine sarda era composta dalla mamma Maria, dai nonni e dai sette fratelli della mamma. Era in stazione con la mamma e due sue amiche perché stavano andando in vacanza sul lago di Garda. L’esplosione le colpì in sala d’aspetto. Maria, Angela e Verdiana Bivona, una delle amiche della mamma, morirono mentre l’altra amica rimase ferita. Con i suoi tre anni Angela è la vittima più piccola della strage.

Eckhardt Mader – 14 anni
Eckhardt viveva ad Haselhorf in Westfalia ed era venuto in Italia con i suoi genitori e i due fratelli per trascorrere una vacanza al Lido di Pomposa, in provincia di Ferrara. Il due agosto era in stazione con tutta la famiglia perché, arrivati da Ferrara, aspettavano il treno per tornare a casa, in Germania. Alle dieci e venticinque Eckhardt e i due fratelli erano in sala d’aspetto con la mamma, mentre il padre, avendo l’intenzione di occupare le due ore di attesa per vedere Bologna, stava per uscire dalla stazione. Lo scoppio uccise Eckhardt, il fratello Kai e la mamma Margret. Rimasero feriti l’altro fratello e il padre che scavando fra le macerie riuscì a ritrovare i suoi cari.

Kai Mader – 8 anni
Kai viveva ad Haselhorf in Westfalia ed era venuto in Italia con i suoi genitori e i due fratelli per trascorrere una vacanza al Lido di Pomposa, in provincia di Ferrara. Il due agosto era in stazione con tutta la famiglia perché, arrivati da Ferrara, aspettavano il treno per tornare a casa, in Germania. Alle dieci e venticinque Kai e i due fratelli erano in sala d’aspetto con la mamma, mentre il padre avendo l’intenzione di occupare le due ore di attesa per vedere Bologna, stava per uscire dalla stazione. Lo scoppio uccise Kai, il fratello Eckhardt e la mamma Margret. Rimasero feriti l’altro fratello e il padre che scavando fra le macerie riuscì a ritrovare i suoi cari.

Margret Rohrs in Mader – 39 anni
Margret viveva ad Haselhorf in Westfalia con il marito e i tre figli ed era venuta in Italia con tutta la famiglia per trascorrere una vacanza al Lido di Pomposa, in provincia di Ferrara. Il due agosto era in stazione perché, arrivati da Ferrara, aspettavano il treno per tornare a casa, in Germania. Alle dieci e venticinque Margret con i figli era in sala d’aspetto, mentre il marito, avendo l’intenzione di occupare le due ore di attesa per vedere Bologna, stava per uscire dalla stazione. Lo scoppio la uccise assieme ai due figli Kai di 8 anni e Eckhardt di 14 anni. Rimasero feriti l’altro figlio di 16 anni e il marito che scavando fra le macerie riuscì a ritrovare i suoi cari

Sonia Burri – 7 anni
Sonia era partita da Bari con i genitori e il due agosto era in stazione con loro e con i nonni materni, la sorella Patrizia Messineo, zia Silvana – la sorella della mamma – e le cugine. Lo scoppio la sorprese in sala d’aspetto: i soccorritori la trovarono viva ma in gravissime condizioni vicino alla sua bambola rossa. Morì in ospedale due giorni dopo. La bomba la uccise assieme alla sorella e alla zia.

Patrizia Messineo – 18 anni
Patrizia Messineo era di Bari e si era appena diplomata in ragioneria. Era in stazione con la madre, la sorella Sonia Burri, i nonni materni e zia Silvana- la sorella della mamma – e le cugine. Lo scoppio la sorprese in sala d’aspetto. La bomba la uccise assieme alla sorella e alla zia.

Silvana Serravalli in Barbera – 34 anni
Silvana era di Bari, insegnava presso una scuola elementare di quella città ed aveva compiuto gli anni il primo agosto. Alle 10,25 era al bar ubicato di fianco alla sala d’aspetto con le figlie. In stazione con lei c’erano i genitori, il cognato e la sorella accompagnata dalle due figlie. Lo scoppio la ferì molto gravemente e morì cinque giorni dopo all’ospedale. La bomba la uccise assieme a Patrizia Messineo e Sonia Burri, le figlie della sorella.

Manuela Gallon – 11 anni
Manuela era di Bologna, aveva superato gli esami di quinta elementare e si preparava ad affrontare le scuole medie. I genitori l’avevano accompagnata in stazione e stavano attendendo il treno che l’avrebbe portata alla colonia estiva di Dobbiaco, in provincia di Bolzano dove avrebbe dovuto trascorrere due settimane di vacanza. I tre si trovavano vicino alla sala d’attesa e il padre si allontanò per comprare le sigarette. Proprio in quell’istante scoppiò la bomba: Manuela rimase gravemente ferita, fu ritrovata e portata in coma all’ospedale dove morì 5 giorni dopo. La mamma morì e il padre rimase ferito.

Natalia Agostini in Gallon – 40 anni
Natalia era di Bologna e lavorava come operaia alla Ducati Elettronica ed aveva due figli. Il due agosto era in stazione con il marito e con la figlia Manuela di 11 anni. Aspettavano il treno che avrebbe portato Manuela alla colonia estiva di Dobbiaco, in provincia di Bolzano. I tre si trovavano vicino alla sala d’attesa e il marito si allontanò per comprare le sigarette. Proprio in quell’istante scoppiò la bomba, il marito rimase ferito non gravemente mentre Natalia e la figlia Manuela furono travolte dalle macerie e ferite molto seriamente. Furono entrambe portate in ospedale in pericolo di vita: Natalia mori qualche giorno dopo mentre si stavano svolgendo le esequie di Manuela.

Marina Antonella Trolese – 16 anni
Marina era di Sant’Angelo di Piove in provincia di Padova, studiava al liceo Tito Livio della città patavina e doveva partire con la sorella di 15 anni per un viaggio studio. Con loro in stazione a Bologna c’erano la madre Anna Maria e il fratello dodicenne. Lo scoppio li colpì in pieno: la mamma Anna Maria morì immediatamente, i fratelli rimasero feriti, mentre Marina riportò gravissime ustioni e mori il 22 agosto all’ospedale di Padova.

Anna Maria Salvagnini in Trolese – 51 anni
Anna Maria risiedeva a Sant’Angelo di Piove in provincia di Padova e insegnava nella città patavina presso la scuola media Palladio. Il due agosto era in stazione a Bologna con il figlio dodicenne per accompagnare le due figlie in partenza per un viaggio studio. Lo scoppio li colpì in pieno: Anna Maria morì immediatamente, il figlio e una figlia rimasero feriti, mentre Marina, la figlia quindicenne, riportò gravissime ustioni e morì giorni dopo all’ospedale di Padova.

Elisabetta Manea Ved. De Marchi – 60 anni
Elisabetta era di Marano Vicentino dove, alla morte del marito avvenuta nel 1970, era rimasta con i suoi quattro figli. Il due agosto aveva da poco terminato la convalescenza dopo un intervento chirurgico ed era in stazione con Roberto, il più giovane dei suoi figli che aveva 21 anni ed era un promettente pallavolista. Madre e figlio erano partiti di buon mattino con meta la Puglia: un lungo viaggio per andare a trovare alcuni parenti. La prima tappa era Bologna dove avrebbero dovuto prendere una coincidenza. Arrivati in stazione decisero di non uscire, ma attendere il treno in sala d’aspetto e fu proprio qui che l’esplosione colse Elisabetta, mentre il figlio era sul marciapiede del primo binario. Morirono entrambi.

Roberto De Marchi – 21 anni
Roberto era rimasto orfano di padre nel 1970, la sua famiglia, composta da altri tre fratelli e dalla mamma Elisabetta viveva a Marano Vicentino. Roberto era il fratello più piccolo, era un valente e promettente pallavolista che militava nella Volley Sottoriva. Madre e figlio erano partiti da casa il due agosto di buon mattino con meta la Puglia: un lungo viaggio per andare a trovare alcuni parenti. La prima tappa era Bologna dove avrebbero dovuto prendere una coincidenza. Arrivati in stazione decisero di non uscire, ma di attendere il treno in sala d’aspetto. Roberto passeggiava sul marciapiede del primo binario quando l’esplosione causò il crollo della pensilina che lo travolse e lo uccise. La mamma fu uccisa nella sala d’aspetto.

Eleonora Geraci in Vaccaro – 46 anni
Eleonora era di origini palermitane e il due agosto era partita in auto con il figlio Vittorio di 24 anni che viveva a Casalgrande, Reggio Emilia. Dovevano recarsi alla stazione di Bologna per accogliere sua sorella proveniente dalla Sicilia. Lo scoppio della bomba li ha uccisi entrambi.

Vittorio Vaccaro – 24 anni
Vittorio operaio ceramista era nato a Palermo e viveva a Casalgrande, Reggio Emilia, con la moglie che aveva conosciuto a Rimini e una figlia di 4 anni. Il due agosto era partito in auto con la madre Eleonora verso la stazione di Bologna dove dovevano andare ad accogliere una zia proveniente dalla Sicilia. Lo scoppio della bomba li ha uccisi entrambi.

Velia Carli in Lauro – 50 anni
Velia era nata a Tivoli, era titolare di una piccola impresa artigiana di maglieria e risiedeva a Brusciano, in provincia di Napoli. Di qui era partita con il marito Salvatore il venerdì primo agosto. La loro meta era Scorzè, in provincia di Venezia in cui si celebrava il funerale del consuocero. A Bologna dovevano cambiare treno, ma il convoglio su cui viaggiavano era arrivato in ritardo e quindi persero la coincidenza. La bomba scoppiò mentre aspettavano il treno successivo e li uccise entrambi lasciando orfani i loro sette figli di cui due molto giovani.

Salvatore Lauro – 57 anni
Salvatore era di Acerra, era un maresciallo dell’aereonautica e risiedeva a Brusciano, in provincia di Napoli. Di qui era partito con la moglie Velia il venerdì primo agosto. La loro meta era Scorzè, in provincia di Venezia in cui si celebrava il funerale del consuocero. A Bologna dovevano cambiare treno, ma il convoglio su cui viaggiavano era arrivato in ritardo e quindi persero la coincidenza. La bomba scoppiò mentre aspettavano il treno successivo e li uccise entrambi lasciando orfani i loro sette figli di cui due molto giovani.

Paolo Zecchi – 23 anni
Paolo era figlio unico, era nato a Bologna, si era diplomato in ragioneria e lavorava in una banca ad Ozzano dell’Emilia in provincia di Bologna. Si era sposato da pochi mesi con Viviana che aveva la sua stessa età e che aveva appena annunciato di aspettare un bambino. Vivevano a San Lazzaro di Savena con i genitori di Viviana. Il due agosto erano entrambi in stazione per acquistare i biglietti per il treno e per il traghetto che li avrebbe portati in Sardegna all’inizio di settembre. Lo scoppio li uccise entrambi.

Viviana Bugamelli in Zecchi – 23 anni
Viviana era di Bologna, diplomata in ragioneria aveva trovato un impiego in un’azienda agricola. Da pochi mesi si era sposata con Paolo che era un suo coetaneo e aveva appena annunciato di aspettare un bambino. Vivevano a San Lazzaro di Savena con i suoi genitori. Il due agosto erano entrambi in stazione per acquistare i biglietti per il treno e per il traghetto che li avrebbe portati in Sardegna all’inizio di settembre. Lo scoppio li uccise entrambi.

Catherine Helen Mitchell – 22 anni
Catherine Helen si era laureata all’Arts Court, di Birmingham in Inghilterra. Assieme al suo fidanzato John aveva intrapreso un viaggio per l’Europa, senza fissarsi particolari mete. Erano partiti zaino in spalla, blu il suo, arancione quello di John, con il sacco a pelo, arnesi da campeggio, abiti e una macchina fotografica. Erano in stazione a Bologna per aspettare un treno. L’esplosione li uccise entrambi.

John Andrew Koplinski – 22 anni
John Andrew si era laureato all’Arts Court, di Birmingham in Inghilterra. Assieme alla sua fidanzata Catherine aveva intrapreso un viaggio per l’Europa, senza fissarsi particolari mete. Erano partiti zaino in spalla, arancione il suo, blu quello di Catherine, con il sacco a pelo, arnesi da campeggio, abiti e una macchina fotografica. Erano in stazione a Bologna per aspettare un treno. L’esplosione li uccise entrambi.

Loreadana Molina in Sacrati – 44 anni
Loredana era di Bologna e il due agosto assieme al marito avevano accompagnato in stazione il figlio minore e Angelica Tarsi, sua suocera, che dovevano partire per le vacanze. Il marito, non avendo trovato parcheggio, aspettava in macchina che Loredana comprasse i biglietti ed accompagnasse nonna e nipote al treno. L’esplosione li colse sul marciapiede del primo binario dove Loredana stava guadando i tabelloni con gli orari delle partenze. Lei e la suocera morirono sul colpo, suo figlio rimase gravemente ferito.

Angelica Tarsi in Sacrati – 72 anni
Angelica era marchigiana ma viveva da molti anni a Bologna con il figlio, la nuora e i tre nipoti. Era in stazione perché doveva partire con il nipotino più piccolo alla volta di Ostra (Ancona), dove avrebbero trascorso un periodo di vacanza a casa di sua sorella. Suo figlio e la nuora Loredana li avevano accompagnati: non avendo trovato parcheggio il figlio restò ad aspettare in auto e la nuora li accompagnò all’interno della stazione. L’esplosione li sorprese sul marciapiede del primo binario. Angelica e la nuora morirono sul colpo, il nipote rimase gravemente ferito.

Katia Bertasi – 34 anni
Katia era nata a Stienta, Rovigo e viveva a Bologna con suo marito e i due figli: una femmina di 11 anni ed un maschietto di 15 mesi, era ragioniera ed era in stazione perché lavorava presso la Cigar, una società bolognese che si occupava della ristorazione all’interno della Stazione e che aveva i suoi uffici sopra alle sale d’aspetto. Alle 10,25 era nel suo ufficio quando la bomba scoppiava nei locali sottostanti: l’esplosione la uccise mentre stava lavorando. Assieme a lei morirono le colleghe Euridia, Franca, Mirella, Nilla e Rita.

Mirella Fornasari in Lambertini – 36 anni
Mirella viveva a Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna, era sposata e madre di un ragazzo di 14 anni. Lavorava per la ditta Cigar una società che si occupava della ristorazione all’interno della Stazione e che aveva i suoi uffici sopra alle sale d’aspetto. Da qualche tempo il suo luogo di lavoro non erano più gli uffici in stazione ma quelli in via Marconi. Quel sabato che precedeva di poco le ferie estive era stato chiesto a Mirella di tornare nel suo vecchio ufficio e lei lo aveva fatto volentieri perché avrebbe rivisto le sue colleghe. L’esplosione la colse mentre lavorava e il suo corpo senza vita fu ritrovato solo a notte inoltrata. Assieme a lei morirono le colleghe Euridia, Franca, Katia, Nilla e Rita.

Euridia Bergianti – 49 anni
Euridia era nata a Campogalliano in provincia di Modena, abitava a Bologna assieme ad uno dei suoi due figli ed era rimasta vedova nel 1975. Lavorava da tre anni alla Cigar una società che si occupava della ristorazione all’interno della Stazione di Bologna e che aveva i suoi uffici sopra alle sale d’aspetto. Il 2 agosto lo scoppio della bomba la uccise mentre era in servizio al bancone del Self Service collocato nell’ala ovest della stazione di fianco alla sala d’aspetto di seconda classe. Assieme a lei morirono le colleghe Franca, Katia, Mirella, Nilla e Rita.

Nilla Natali – 25 anni
Nilla era figlia unica, viveva coi genitori e stava per sposarsi, aveva già scelto i mobili per la sua nuova casa, anche quelli su misura per la cucina. Il due agosto era in stazione perchè era dipendente della Cigar, una società che si occupava della ristorazione all’interno della Stazione e che aveva i suoi uffici sopra alle sale d’aspetto. La bomba scoppiò mentre era nel suo ufficio e la uccise. Assieme a lei morirono le colleghe Euridia, Franca, Katia, Mirella e Rita.

Franca Dall’Olio – 20 anni
Franca era nata a Budrio, abitava a Bologna, era figlia unica e da quattro mesi soltanto lavorava per la ditta Cigar, una società che si occupava della ristorazione all’interno della Stazione e che aveva i suoi uffici sopra alle sale d’aspetto. Qualche attimo prima dell’esplosione era al telefono con un fornitore che era andato a consegnare della merce. Normalmente era lei a scendere e a controllare il materiale mentre quella mattina chiese invece al fornitore di salire. Questi le rispose che sarebbe arrivato entro poco tempo, ma l’esplosione la colse al suo tavolo di lavoro mentre controllava il libro della contabilità e la uccise. Assieme a lei morirono le colleghe Mirella, Euridia, Nilla, Katia e Rita.

Rita Verde – 23 anni
Rita aveva una sorella ed un fratello, viveva a Bologna con i genitori e stava per sposarsi. Era impiegata alla ditta Cigar, una società che si occupava della ristorazione all’interno della Stazione e che aveva i suoi uffici sopra alle sale d’aspetto. Il due agosto era in ufficio e l’esplosione la colse durante il suo lavoro e la uccise. Assieme a lei morirono le colleghe Mirella, Euridia, Nilla, Franca e Katia.

Flavia Casadei – 18 anni
Flavia aveva frequentato la quarta liceo scientifico Serpieri a Rimini e si preparava ad affrontare l’ultimo anno di scuola superiore. Era partita da casa per raggiungere Brescia dove l’attendeva uno zio. Doveva prendere un treno a Bologna ma il ritardo del convoglio su cui era salita a Rimini le fece perdere la coincidenza. Decise così, assieme ad una ragazza di Cento (Ferrara), conosciuta durante il viaggio di entrare in sala d’aspetto. Lo scoppio della bomba le colse lì: Flavia mori, mentre la ragazza di Cento si salvò seppur sepolta sotto le macerie.

Giuseppe Patruno – 18 anni
Giuseppe Patruno era di Bari ed aveva dieci fratelli. Faceva l’elettricista. Stava trascorrendo un periodo di vacanza con il fratello a casa di amici a Rimini dove avevano conosciuto alcune ragazze straniere. La mattina del 2 agosto in auto assieme al fratello e ad un amico avevano accompagnato alla stazione di Bologna le ragazze che dovevano tornare in patria. Parcheggiata l’auto i ragazzi entrarono in stazione e si diressero verso il primo binario dove era in sosta il treno per Basilea. Giuseppe accelerò il passo e si ritrovò molto vicino all’esplosione che lo uccise. Il fratello, che si era attardato ad aspettare un amico, si salvò.

Rossella Marceddu – 19 anni
Rossella viveva con i genitori e la sorella a Prarolo, in provincia di Vercelli, e studiava per diventare assistente sociale. Aveva appena trascorso alcuni giorni di vacanza con il padre e la sorella al Lido degli Estensi. Aveva deciso di rientrare a casa per raggiungere il fidanzato. Inizialmente, con l’amica che l’accompagnava, avevano pensato di fare il viaggio in moto, poi scelsero il treno ritenendolo più sicuro. La mattina del due agosto erano sul marciapiede del quarto binario ad aspettare il treno diretto a Milano, siccome faceva molto caldo Rossella decise di andare a prender qualcosa da bere. La bomba scoppiò mentre la ragazza stava andando al bar e la uccise. L’amica rimasta sul quarto binario si salvò.

Davide Caprioli – 20 anni
Davide era di Verona dove viveva con i genitori, frequentava il primo anno di economia e commercio, voleva diventare commercialista e la sua passione era la musica: suonava la chitarra e cantava. Aveva trascorso un periodo di vacanze ad Ancona, presso la sorella. Sabato due agosto era ripartito perché la sera stessa doveva suonare con il suo complesso, il Dna group, e poi voleva riprendere a studiare. Era in stazione a Bologna in attesa di una coincidenza e stava guardando il tabellone con gli orari dei treni. Lo scoppio della bomba lo ferì molto gravemente, fu trasportato all’ospedale Maggiore in rianimazione dove morì 2 ore dopo il ricovero.

Vito Ales – 20 anni
Vito viveva a Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo, aveva un diploma come operaio specializzato ed era in attesa di trovare un posto di lavoro stabile. Quel due agosto stava andando a Cervia, sulla riviera romagnola, dove come nelle estati precedenti avrebbe lavorato in una pensione. Aveva perso la coincidenza per la città romagnola perchè il convoglio sul quale viaggiava dalla Sicilia era giunto a Bologna in ritardo e quindi alle 10,25 stava aspettando il treno successivo camminando sul marciapiede del primo binario dove fu ucciso dall’esplosione.

Iwao Sekiguchi – 20 anni
Iwao viveva nei pressi di Tokio con i genitori, una sorella e un fratello. Era stato ammesso alla Waseda di Tokio, una delle università più esclusive del Paese dove studiava letteratura giapponese. Un suo grande desiderio era conoscere l’arte, la lingua, le tradizioni italiane. Aveva ottenuto una borsa di studio dal Centro Culturale Italiano a Tokio e il 23 luglio era arrivato a Roma dove era rimasto una settimana trascorsa la quale era partito per Firenze. Il due agosto decise di lasciare il capoluogo toscano per raggiungere Bologna. Iwao teneva un diario del suo viaggio in Italia su cui si legge: «2 agosto: sono alla stazione di Bologna. Telefono a Teresa ma non c’è. Decido quindi di andare a Venezia. Prendo il treno che parte alle 11:11. Ho preso un cestino da viaggio che ho pagato cinquemila lire. Dentro c’è carne, uova, patate, pane e vino. Mentre scrivo sto mangiando». Fu l’ultima pagina perché lo scoppio della bomba lo uccise.

Brigitte Drouhard – 21 anni
Brigitte era nata a Saules, in Francia, risiedeva a Parigi, faceva l’impiegata e aveva una passione per la poesia e per la letteratura italiana. Il due agosto era in stazione a Bologna perché stava aspettando un treno che avrebbe dovuto portarla a Ravenna. La bomba la uccise durante l’attesa.

Roberto Procelli – 21 anni
Roberto era figlio unico e viveva a San Leo di Anghiari, una frazione di Arezzo. Si era diplomato ragioniere, aveva seguito un corso per programmatore elettronico ed aveva trovato lavoro. Aiutava anche il padre nella loro coltivazione di tabacco. Il 13 maggio era partito per svolgere il servizio di leva nel 121° Battaglione di artiglieria leggera a Bologna. Sabato due agosto era in stazione perchè stava tornando a casa. E’ stato colpito dallo scoppio della bomba: lo hanno ritrovato nella piazza antistante la stazione vicino ad una cabina telefonica. E’ stato identificato dalla piastrina che portava al collo.

Maria Angela Marangon – 22 anni
Maria Angela era nata a Rosolina, in provincia di Rovigo, aveva due fratelli e una sorella. Aveva trovato lavoro come babysitter presso una famiglia bolognese e appena poteva tornava a casa. Sabato 2 agosto era in stazione per ritornare a Rosolina e lo scoppio della bomba la uccise.

Mauro Alganon – 22 anni
Mauro era di Asti, viveva in casa con i genitori pensionati, lavorava come commesso in una libreria, era l’ultimo di tre figli ed era appassionato di fotografia. Era partito di prima mattina dal Piemonte con un amico per andare a Venezia. Occorreva cambiare a Bologna, ma un ritardo del treno fece sì che i ragazzi perdessero la coincidenza. Per questo motivo entrarono in sala d’aspetto. Era molto caldo e a turno i due amici uscivano a prendere un po’ d’aria. Alle 10, 25 Mauro era rimasto seduto a custodire i bagagli leggendo un giornale quando lo scoppio della bomba lo uccise. L’amico che era uscito si salvò.

Francisco Gomez Martinez – 23 anni
Francisco (Paco) era catalano, aveva due sorelle e lavorava come impiegato in una azienda tessile di Sentmenat, in provincia di Barcellona dove era nato e dove viveva con la madre e una delle sorelle. Aveva cominciato a lavorare a 16 anni, era appassionato di arte e di pallacanestro, sport che praticava. Era anche attivo nel tessuto associativo culturale del suo paese. Tutto l’anno risparmiava i soldi per poter fare qualche viaggio d’estate. Era partito da casa il 29 luglio con l’intenzione di visitare diverse città europee. Nel suo viaggio in treno conobbe un ragazzo catalano e con lui decise di fermarsi qualche giorno a Bologna. Il 2 Agosto i due ragazzi si trovavano seduti nella sala di aspetto in attesa di un treno che li avrebbe portati a Rimini. Per ingannare l’attesa Paco scriveva alla fidanzata: nella lettera immaginava assieme a lei le ferie dell’anno successivo. Lo scoppio della bomba lo uccise, mentre l’amico che era con lui rimase ferito.

Mauro di Vittorio – 24 anni
Mauro abitava a Torpignattara, nella periferia romana, era orfano di padre e aveva due sorelle ed un fratello. Nell’estate del 1980 si era messo in viaggio verso Londra dove sperava di trovare un lavoro. Arrivato in Francia scrisse sul suo diario di viaggio: «Mi permetto pure una colazione e all’una prendo il traghetto. Londra, eccomi. Dover con le sue bianche scogliere mi sta di fronte». Alla frontiera venne fermato e rimandato indietro perché non aveva denaro sufficiente per mantenersi. Fece quindi il viaggio a ritroso e il 2 agosto si trovava in stazione dove la bomba lo uccise. La famiglia e gli amici lo credevano a Londra ma il 10 agosto ebbero la notizia della sua presenza in stazione.

Sergio Secci – 24 anni
Sergio era nato a Terni e si era laureato al Dams di Bologna. La sua passione era il teatro e il due agosto era in viaggio per lavoro verso Bolzano. Sergio era salito sul treno a Forte dei Marmi pensando di arrivare in stazione a Bologna per pendere il treno per Verona in partenza alle 8,18 così da raggiungere un amico che lo aspettava nella città scaligera. Il treno su cui viaggiava era però in ritardo e quindi a Sergio non restava altro se non attendere il treno delle 10,50. La bomba scoppiò mentre era in sala d’aspetto e gli causò gravissime ferite e ustioni. Venne ricoverato in condizioni estremamente gravi all’ospedale Maggiore e morì alle 10,55 del 7 agosto.

Roberto Gaiola – 25 anni
Roberto era di Vicenza ed aveva una sorella. A undici anni, dopo aver conseguito il diploma di scuola elementare, era andato a lavorare in fabbrica. Dopo un periodo piuttosto turbolento della sua vita era entrato in un programma di disintossicazione che si svolgeva all’ospedale Maggiore di Bologna, intraprendendo un percorso che era anche di aiuto per altri che si trovavano in difficoltà. Così faceva sovente il viaggio da Vicenza a Bologna. All’inizio del 1980 subì anche la dolorosa perdita del padre. Il 2 agosto partì molto presto da casa, si recò al Maggiore e alle 10,25 era nuovamente in stazione ad aspettare il treno che lo avrebbe riportato a casa. Fu durante l’attesa che la bomba lo uccise.

Angelo Priore – 26 anni
Angelo era nato a Malles Venosta in provincia di Bolzano, si era trasferito a Messina dove svolgeva il mestiere di ottico. Il due agosto era in viaggio per raggiungere moglie e figlio di 14 mesi che erano già in vacanza a Pelos nel Cadore, assieme a lui viaggiavano anche i suoceri. Decisero di aspettare il treno in sala d’aspetto, Angelo leggeva una rivista mentre i suoceri uscirono a fare due passi. Lo scoppio della bomba ferì molto gravemente Angelo al volto e alla testa mentre i suoceri si salvarono. Iniziarono mesi di ricovero ospedaliero, di interventi chirurgici e di forti dolori causati dalle ustioni ma le cure mediche furono inutili ed Angelo spirò l’11 novembre 1980 .

Onofrio Zappalà – 27 anni
Onofrio era nato a Santa Teresa di Riva, in provincia di Messina e aveva due sorelle. Finito il liceo classico, si era iscritto alla facoltà di lettere, ma aveva lasciato al secondo anno per cercarsi un lavoro. Si era innamorato di Ingeborg, una maestra danese di 22 anni, conosciuta un’estate al mare a Sant’Alessio siculo dove Onofrio risiedeva con i genitori. L’aveva raggiunta a Copenaghen dove pensava di stabilirsi, ma venne chiamato in Italia perchè assunto alle Ferrovie dello Stato. Il due agosto era in stazione a Bologna con due colleghi ed aspettavano un treno per lo scalo di San Donato. I colleghi decisero di uscire, mentre Onofrio rimase sul marciapiede del primo binario dove lo scoppio lo uccise. Il tre agosto Onofrio avrebbe dovuto incontrare Ingeborg a Bologna.

Gaetano Roda – 31 anni
Gaetano era nato a San Bartolomeo, era orfano di padre e viveva a Mirabello in provincia di Ferrara con la madre e il fratello. Aveva fatto il rappresentante ed era appena stato assunto dalle Ferrovie. Il 2 agosto stava frequentando un corso alla stazione di Bologna e durante una pausa pensò di andare al bar. Alle 10,25 era sul marciapiede nei pressi della sala d’aspetto: l’onda d’urto causata dallo scoppio della bomba lo gettò contro il treno in sosta sul primo binario e lo uccise.

Pio Carmine Remollino – 31 anni
Pio Carmine era nato a Bella, in provincia di Potenza. Orfano di madre, aveva vissuto con il padre settantacinquenne, la matrigna e otto fratelli a Baragiano. A 18 anni era partito per la Germania con quattro dei suoi fratelli, due anni dopo tornò in Italia per fare il servizio militare, terminato il quale aveva iniziato a spostarsi lungo la penisola cercando lavoro. Nel 1976 si era trasferito a Ravenna e svolgeva lavori saltuari come muratore o cameriere. Un uomo di poche parole, viaggiava da solo, dava raramente notizie di sé. Non sappiamo esattamente come mai era in stazione il due agosto quando la bomba lo uccise.

Antonino Di Paola – 32 anni
Antonino era di Palermo, aveva due sorelle ed un fratello, amava trasmettere alla radio e da 14 anni lavorava per la ditta Stracuzzi, specializzata in apparecchiature elettriche per la segnalazione ferroviaria. Aveva lavorato in diverse città: Palermo, Messina Caltanissetta, Monfalcone e Trieste. Nel gennaio 1980 era stato trasferito a Bologna dove aveva preso una stanza in affitto assieme al collega Salvatore Seminara, catanese di 34 anni. Il 9 agosto sarebbe tornato a casa per le ferie. Il 2 agosto era in stazione con Salvatore per aspettare il fratello di quest’ultimo che stava facendo il servizio militare e voleva trascorre due giorni di licenza a Bologna. Il suo treno doveva arrivare alle 10.15, ma era in ritardo e così Antonino e Salvatore entrarono nella sala d’aspetto di seconda classe. La bomba li uccise entrambi.

Salvatore Seminara – 34 anni
Salvatore era originario di Gravina di Catania, aveva un fratello e una sorella. Era perito elettrotecnico e da 9 anni lavorava come operaio specializzato nella sede di Bologna della ditta Stracuzzi, specializzata in apparecchiature elettriche per la segnalazione ferroviaria. Divideva l’alloggio con Antonino di Paola, un collega di Palermo. Il 2 agosto i due erano in stazione per aspettare il fratello di Salvatore che stava facendo il servizio militare e voleva trascorre due giorni di licenza a Bologna. Il suo treno che doveva arrivare alle 10.15 era in ritardo e così Antonino e Salvatore entrarono nella sala d’aspetto di seconda classe. La bomba li uccise entrambi.

Mirco Castellari – 33 anni
Mirco era originario di Pinerolo in provincia di Torino, aveva a lungo vissuto a Frossasco dove il padre era stato Sindaco. Era capoufficio presso la ditta Vortex Hidra di Fossalta di Copparo e risiedeva a Ferrara, era sposato ed aveva un figlio di sei anni. In società con un amico aveva appena comprato una barca con la prospettiva di avviare una attività rivolta ai turisti. In quell’estate del 1980 il progetto era quello di sistemare il natante ormeggiato in Sicilia e di fare alcuni piccoli viaggi di rodaggio. Vari imprevisti fecero sì che Mirco ritardasse la partenza: il due agosto era in stazione e lo scoppio della bomba lo uccise.

Nazzareno Basso – 33 anni
Nazzareno era di Numana, nelle Marche, aveva quattro figli e lavorava a Milazzo. Nel 1978, quando era carabiniere ausiliario a Chioggia, incontrò la sua futura moglie. Il due agosto Nazzareno era in stazione a Bologna, perchè, provenendo dalla Sicilia, stava andando a casa dei suoceri, a Caltana, nel veneziano, dove era la sua famiglia. Il treno con il quale doveva fare l’ultima parte del suo viaggio era in ritardo. Dopo aver telefonato per avvertire dell’inconveniente, entrò in sala d’aspetto dove lo scoppio della bomba lo uccise.

Vincenzo Petteni – 34 anni
Vincenzo era nato a Malè, in provincia di Trento, abitava a Ferrara, era sposato e da un paio di anni aveva cambiato lavoro, mettendosi in proprio. Il due agosto con un amico era diretto a Palermo da dove avrebbe iniziato un breve vacanza sul mare verso la Tunisia. Non avendo trovato posto in aereo pensarono di prendere il treno. Lo scoppio li colse in stazione e Vincenzo rimase gravemente ferito. Fu trasportato al policlinico Sant’Orsola dove dopo quattordici giorni morì per una sopraggiunta infezione polmonare.

Carla Gozzi – 36 anni
Carla abitava coi genitori a Concordia in provincia di Modena ed era impiegata in un maglificio. Assieme al fidanzato Umberto Lugli di 38 anni aveva organizzato un viaggio alle isole Tremiti. Erano stati accompagnati in stazione con largo anticipo dal fratello di Umberto che poi tornò indietro. La bomba sorprese i due fidanzati che aspettavano il treno e li uccise.

Umberto Lugli – 38 anni
Umberto era di Carpi dove aveva aperto con il fratello una merceria. Assieme alla fidanzata Carla Gozzi di 36 anni aveva organizzato un viaggio alle isole Tremiti. Erano stati accompagnati in stazione con largo anticipo dal fratello che tornò a Carpi per aprire il negozio. La bomba sorprese i due fidanzati che aspettavano il treno e li uccise.

Fausto Venturi – 38 anni
Fausto viveva con la madre e il fratello a Bologna, era donatore di sangue. Il due agosto era in servizio con il suo taxi alla stazione di Bologna: il suo turno era cominciato alle otto e avrebbe dovuto terminare alle 20. Le macerie causate dallo scoppio della bomba lo hanno travolto ed ucciso mentre stava chiacchierando con un collega.

Argeo Bonora – 42 anni
Argeo era un ferroviere, era nato a Galliera, in provincia di Bologna, aveva due fratelli, era sposato ed aveva 5 figli. Dal 1970 si era trasferito per motivi di lavoro a Salorno, in provincia di Bolzano. Il due agosto era in ferie e ne aveva approfittato per andare a trovare la madre che abitava a Saletto di Bentivoglio, in provincia di Bologna. La bomba l’ha ucciso in stazione a Bologna mentre aspettava il treno per ritornare a casa.

Francesco Betti – 44 anni
Francesco era un taxista originario di Marzabotto. Viveva con la moglie e il figlio di 2 anni a S. Lazzaro di Savena in provincia di Bologna. Il 2 agosto 1980 era in servizio davanti alla stazione di Bologna e si trovava con il suo taxi a circa trenta metri dal luogo dove era posizionata la bomba. Un masso lo ha colpito alla nuca ed è morto immediatamente.

Mario Sica – 44 anni
Mario era nato a Roma ed era un avvocato specializzato in diritto del lavoro. Dopo aver lavorato alla Fiat di Torino, era stato assunto all’Atc, l’azienda di trasporti di Bologna, città in cui si era trasferito con la moglie ed i tre figli. Il due agosto era andato in stazione per accogliere la madre che arrivava da Roma: la bomba scoppiò mentre era sul marciapiede del primo binario e lo uccise.

Pier Francesco Laurenti – 44 anni
Pier Francesco era nato a Berceto, in provincia di Parma, aveva una sorella ed era laureato in giurisprudenza, viveva a Parma e lavorava a Padova nelle assicurazioni. Il due agosto, dopo aver trascorso una vacanza sulla riviera romagnola, stava tornando a casa. Durante una sosta del treno a Bologna decise di scendere per fare una telefonata ad un amico, avvertendolo del suo arrivo. Finita la telefonata, mentre stava ritornando sul treno, lo scoppio della bomba lo ha ucciso.

Paolino Bianchi – 50 anni
Paolino lavorava come muratore in una cooperativa agricola e viveva in provincia di Ferrara a Castello di Vigarano Mainarda, con la madre di salute cagionevole. Tutti gli anni si recava ad Arco di Trento, sul Garda, per trascorrere poco più di una settimana con un’amica molto cara: era l’unica distrazione che si concedeva. Prima di partire aveva organizzato la casa e aveva comprato le provviste per la madre. Sabato due agosto era partito prestissimo ed era andato a Bologna per prendere il treno che lo avrebbe portato verso la sua destinazione. La bomba scoppiò mentre era in stazione.

Vincenzina Sala in Zanetti – 50 anni
Vicenzina era nata a Pavia ma risiedeva da molti anni a Bologna. Il 2 agosto era alla stazione col marito, con i consuoceri e con il nipotino di sei anni ad aspettare l’arrivo di sua figlia e di suo genero che provenivano dalla Svizzera. Il treno era in ritardo e si misero ad aspettare sul marciapiede del primo binario. Lo scoppio della bomba uccise Vicenzina, ferì il marito, la consuocera e molto gravemente il nipotino.

Berta Ebner – 50 anni
Berta era nata a San Leonardo in Passiria in provincia di Bolzano, aveva un fratello, non era sposata e viveva in casa con la madre. Faceva la casalinga. Non sappiamo perché il 2 agosto fosse in stazione dove la bomba la uccise.

Vincenzo Lanconelli – 51 anni
Vincenzo era nato a Cotignola in provincia di Ravenna, viveva a Bagnacavallo, era celibe ed aveva due sorelle e un fratello. Era stato Ispettore del lavoro a Forlì ed aveva ricoperto l’incarico di Segretario dell’Ispettorato del Lavoro di Ravenna. Andato in pensione, si era iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza di Bologna per conseguire una seconda laurea così da aprire uno studio di consulenza con altri colleghi. Il due agosto voleva assistere ad uno spettacolo lirico all’Arena, lo scoppio della bomba lo sorprese nella sala d’aspetto dove era in attesa di un treno per recarsi a Verona.

Amorveno Marzagalli – 54 anni
Amorveno viveva ad Omegna, in provincia di Novara, con la moglie e il figlio. Lavorava come dirigente in una ditta produttrice di macchine da caffè. In quell’estate del 1980 aveva accompagnato la famiglia al Lido degli Estensi, in provincia di Ravenna e poi avrebbe dovuto raggiungere il fratello a Cremona con il quale aveva programmato una gita sul Po. Erano dieci anni che il fratello lo invitava ma solo quella volta Amorveno acconsentì, anche per non lasciarlo solo dopo la morte della madre avvenuta in giugno. La mattina del 2 agosto si fece accompagnare alla stazione di Ravenna e di lì, dopo vent’anni che non saliva su di un treno, si mise in viaggio alla volta di Bologna dove lo attendeva una coincidenza in partenza alle 11.05. Lo scoppio della bomba lo uccise.

Lina Ferretti in Manocci – 53 anni
Lina era nata a Peccioli in provincia di Pisa. Abitava a Livorno insieme a suo marito Rolando coinvolto anche lui nella strage e rimasto gravemente ferito. Lei casalinga, con una predilezione per la lettura, lui operaio FS, avevano due figli. Era alla stazione di Bologna con suo marito ad aspettare la coincidenza che li avrebbe portati a Brunico per una breve vacanza offerta dalla suocera che aveva fatto una piccola vincita al gioco del lotto. Dovevano partire il 3 agosto, ma si liberò una camera un giorno prima e la padrona della pensione, per tempo, fece sapere loro che sarebbero potuti partire il 2 agosto concedendogli un giorno in più di vacanza. E così fecero. Alle 10,25 era nella sala d’aspetto di 2°classe seduta ad un tavolo, rivolgendo le spalle alla bomba. Fu riconosciuta, con fatica, da suo cognato Loriano il giorno successivo alla strage pur essendo lui passato davanti al suo corpo decine di volte.

Romeo Ruozi – 54 anni
Romeo era originario di Reggio Emilia, aveva vissuto a Trieste fino al 1975 e abitava a Bologna, era sposato ed aveva tre figli: due grandi sposati e residenti in altre città ed una ragazza di 14 anni che viveva con i genitori. Era pensionato. Romeo si trovava in stazione per accogliere la figlia sposata che veniva a prendere la sorella più piccola con la quale avrebbe trascorso parte delle vacanze estive. Il treno doveva arrivare soltanto alle 11,58 ma Romeo era andato in stazione con largo anticipo, come sua abitudine. Lo scoppio della bomba lo uccise. Il genero lo riconobbe dalla fede che portava al dito.

Francesco Antonio Lascala – 56 anni
Francesco Antonio era sposato ed aveva tre figli, era appassionato di pesca e viveva a Reggio Calabria con la moglie e uno dei suoi figli che aveva 15 anni. Era stato centralinista alle Ferrovie dello Stato ed era in pensione. Il due agosto stava andando a Cremona per trascorrere alcuni giorni dalla figlia. Il treno con il quale era partito era arrivato a Bologna con tre ore di ritardo e per questo motivo Francesco Antonio aveva perso la coincidenza e aveva dovuto aspettare il treno delle 11,05. Lo scoppio della bomba lo uccise.

Rosina Barbaro in Montani – 58 anni
Rosina era di Bologna, era sposata ed aveva una figlia e in agosto avrebbe festeggiato il 40° anniversario di matrimonio. Il due agosto stava partendo con il marito per trascorrere una vacanza sulla riviera adriatica: avevano deciso di prendere il treno, declinando l’invito della figlia ad essere accompagnati in auto. Erano sul marciapiede del primo binario e, mano nella mano, stavano andando verso il bar quando furono travolti dalle macerie causate dallo scoppio della bomba. Il marito rimase ferito e Rosina morì.

Pietro Galassi – 66 anni
Pietro era nato nella Repubblica di San Marino, aveva una sorella e si era laureato in matematica e fisica. Prima di andare in pensione aveva insegnato in una scuola di Viareggio di cui in seguito era diventato preside. Non sappiamo perché il 2 agosto fosse in stazione dove la bomba lo uccise.

Irene Breton in Boudouban – 61 anni
Irène era originaria della Svizzera dove era nata a Boncourt. risiedeva a Delémont con il marito. Faceva l’orologiaia. Non sappiamo perché il 2 agosto fosse in stazione dove la bomba la uccise.

Lidia Olla in Cardillo – 67 anni
Lidia aveva una figlia ed abitava a Cagliari con suo marito. I due coniugi erano partiti per raggiungere la sorella di Lidia che risiedeva a Cavalese, in Trentino per trascorrere un periodo di vacanze che era anche un momento di convalescenza per il marito. Il due agosto erano in stazione a Bologna dove, nella sala d’aspetto di prima classe, avrebbero dovuto trascorre due ore in attesa del treno. Il signor Cardillo, dopo essersi tolto la giacca ed averla appoggiata sulla sedia accanto alla moglie, uscì dalla sala d’aspetto per andare a controllare l’orario di arrivo del treno. Fece appena in tempo ad uscire quando lo scoppio della bomba lo ferì gravemente provocandogli vaste ustioni su tutto il corpo. Lidia, rimasta all’interno della sala, morì.

Maria Idria Avati – 80 anni
Maria abitava a Rossano Calabro da dove era partita per recarsi in Trentino. Avrebbe voluto partire di mattina, per poter guardare il panorama dai finestrini, ma accettò la proposta di viaggiare di notte assieme alla figlia. Il treno su cui erano madre e figlia era in ritardo di due ore e arrivò alla stazione di Bologna solo verso le dieci. Maria Idria si sedette in sala d’aspetto e la figlia si incamminò verso la toilette per rinfrescarsi un po’ dopo il lungo viaggio. L’esplosione travolse Maria Idria che fu gravemente ferita. La figlia ritornò sui suoi passi, trovò la madre ancora in vita, l’aiutò a salire sull’ambulanza. Il ricovero all’ospedale Maggiore non riuscì a salvarla.

Antonio Montanari – 86 anni
Antonio era di Santa Maria Codifiume, in provincia di Ferrara, aveva fatto il mezzadro ed era in pensione. Da molti anni viveva a Bologna con la moglie con la quale era sposato dal 1920 ed aveva due figli. Aveva la passione delle carte ed era un vero “asso” a briscola, amava leggere i fumetti. La mattina del 2 agosto era andato all’autostazione per informarsi su alcuni orari delle corriere e stava ritornando a casa: aveva perso un autobus per un soffio e si era messo vicino al portico che sta di fronte alla stazione in attesa del bus successivo. A causa dell’esplosione numerosi oggetti si staccarono dall’edificio, uno di questi lo scaraventò a terra e lo ferì. Un amico che passava di lì per caso lo accompagnò immediatamente all’ospedale, dove Antonio morì per le ferite riportate. Con i suoi 86 anni è la vittima più anziana della strage.

Vito Ales – 20 anni
Vito viveva a Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo, aveva un diploma come operaio specializzato ed era in attesa di trovare un posto di lavoro stabile. Quel due agosto stava andando a Cervia, sulla riviera romagnola, dove come nelle estati precedenti avrebbe lavorato in una pensione. Aveva perso la coincidenza per la città romagnola perchè il convoglio sul quale viaggiava dalla Sicilia era giunto a Bologna in ritardo e quindi alle 10,25 stava aspettando il treno successivo camminando sul marciapiede del primo binario dove fu ucciso dall’esplosione.

Mauro Alganon – 22 anni
Mauro era di Asti, viveva in casa con i genitori pensionati, lavorava come commesso in una libreria, era l’ultimo di tre figli ed era appassionato di fotografia. Era partito di prima mattina dal Piemonte con un amico per andare a Venezia. Occorreva cambiare a Bologna, ma un ritardo del treno fece sì che i ragazzi perdessero la coincidenza. Per questo motivo entrarono in sala d’aspetto. Era molto caldo e a turno i due amici uscivano a prendere un po’ d’aria. Alle 10, 25 Mauro era rimasto seduto a custodire i bagagli leggendo un giornale quando lo scoppio della bomba lo uccise. L’amico che era uscito si salvò.

Maria Idria Avati – 80 anni
Maria abitava a Rossano Calabro da dove era partita per recarsi in Trentino. Avrebbe voluto partire di mattina, per poter guardare il panorama dai finestrini, ma accettò la proposta di viaggiare di notte assieme alla figlia. Il treno su cui erano madre e figlia era in ritardo di due ore e arrivò alla stazione di Bologna solo verso le dieci. Maria Idria si sedette in sala d’aspetto e la figlia si incamminò verso la toilette per rinfrescarsi un po’ dopo il lungo viaggio. L’esplosione travolse Maria Idria che fu gravemente ferita. La figlia ritornò sui suoi passi, trovò la madre ancora in vita, l’aiutò a salire sull’ambulanza. Il ricovero all’ospedale Maggiore non riuscì a salvarla.

Natalia Agostini in Gallon – 40 anni
Natalia era di Bologna e lavorava come operaia alla Ducati Elettronica ed aveva due figli. Il due agosto era in stazione con il marito e con la figlia Manuela di 11 anni. Aspettavano il treno che avrebbe portato Manuela alla colonia estiva di Dobbiaco, in provincia di Bolzano. I tre si trovavano vicino alla sala d’attesa e il marito si allontanò per comprare le sigarette. Proprio in quell’istante scoppiò la bomba, il marito rimase ferito non gravemente mentre Natalia e la figlia Manuela furono travolte dalle macerie e ferite molto seriamente. Furono entrambe portate in ospedale in pericolo di vita: Natalia mori qualche giorno dopo mentre si stavano svolgendo le esequie di Manuela.

Anna Maria Bosio in Mauri – 28 anni
Anna Maria era una maestra e viveva con il marito Carlo e il figlio Luca a Tavernola, una frazione di Como. Venerdì primo agosto erano partiti verso Marina di Mandria, in provincia di Taranto per trascorrervi le vacanze. Giunti nei pressi di Bologna ebbero un incidente automobilistico: illesi ma l’auto si guastò. Per questo venne lasciata da un meccanico a Casalecchio di Reno, nei pressi di Bologna, e la famiglia Mauri decise di prendere il treno per raggiungere Brindisi e poi la località di villeggiatura. Il due agosto arrivarono in stazione poco prima dell’esplosione che li uccise.

Verdiana Bivona – 22 anni
Verdiana era un’operaia, viveva con i genitori e con uno dei suoi due fratelli a Castelfiorentino (Firenze) dove era nata e la sua famiglia aveva origini siciliane. Il due agosto era in stazione perchè stava andando in vacanza sul lago di Garda con due amiche e la figlia di una di loro. Lo scoppio della bomba ha ucciso Verdiana, la sua amica Maria Fresu e la figlioletta Angela. L’altra amica che era con loro è rimasta ferita e si è salvata.

Sonia Burri – 7 anni
Sonia era partita da Bari con i genitori e il due agosto era in stazione con loro e con i nonni materni, la sorella Patrizia Messineo, zia Silvana – la sorella della mamma – e le cugine. Lo scoppio la sorprese in sala d’aspetto: i soccorritori la trovarono viva ma in gravissime condizioni vicino alla sua bambola rossa. Morì in ospedale due giorni dopo. La bomba la uccise assieme alla sorella e alla zia.

Viviana Bugamelli in Zecchi – 23 anni
Viviana era di Bologna, diplomata in ragioneria aveva trovato un impiego in un’azienda agricola. Da pochi mesi si era sposata con Paolo che era un suo coetaneo e aveva appena annunciato di aspettare un bambino. Vivevano a San Lazzaro di Savena con i suoi genitori. Il due agosto erano entrambi in stazione per acquistare i biglietti per il treno e per il traghetto che li avrebbe portati in Sardegna all’inizio di settembre. Lo scoppio li uccise entrambi.

Nazzareno Basso – 33 anni
Nazzareno era di Numana, nelle Marche, aveva quattro figli e lavorava a Milazzo. Nel 1978, quando era carabiniere ausiliario a Chioggia, incontrò la sua futura moglie. Il due agosto Nazzareno era in stazione a Bologna, perchè, provenendo dalla Sicilia, stava andando a casa dei suoceri, a Caltana, nel veneziano, dove era la sua famiglia. Il treno con il quale doveva fare l’ultima parte del suo viaggio era in ritardo. Dopo aver telefonato per avvertire dell’inconveniente, entrò in sala d’aspetto dove lo scoppio della bomba lo uccise.

Katia Bertasi – 34 anni
Katia era nata a Stienta, Rovigo e viveva a Bologna con suo marito e i due figli: una femmina di 11 anni ed un maschietto di 15 mesi, era ragioniera ed era in stazione perché lavorava presso la Cigar, una società bolognese che si occupava della ristorazione all’interno della Stazione e che aveva i suoi uffici sopra alle sale d’aspetto. Alle 10,25 era nel suo ufficio quando la bomba scoppiava nei locali sottostanti: l’esplosione la uccise mentre stava lavorando. Assieme a lei morirono le colleghe Euridia, Franca, Mirella, Nilla e Rita.

Euridia Bergianti – 49 anni
Euridia era nata a Campogalliano in provincia di Modena, abitava a Bologna assieme ad uno dei suoi due figli ed era rimasta vedova nel 1975. Lavorava da tre anni alla Cigar una società che si occupava della ristorazione all’interno della Stazione di Bologna e che aveva i suoi uffici sopra alle sale d’aspetto. Il 2 agosto lo scoppio della bomba la uccise mentre era in servizio al bancone del Self Service collocato nell’ala ovest della stazione di fianco alla sala d’aspetto di seconda classe. Assieme a lei morirono le colleghe Franca, Katia, Mirella, Nilla e Rita.

Argeo Bonora – 42 anni
Argeo era un ferroviere, era nato a Galliera, in provincia di Bologna, aveva due fratelli, era sposato ed aveva 5 figli. Dal 1970 si era trasferito per motivi di lavoro a Salorno, in provincia di Bolzano. Il due agosto era in ferie e ne aveva approfittato per andare a trovare la madre che abitava a Saletto di Bentivoglio, in provincia di Bologna. La bomba l’ha ucciso in stazione a Bologna mentre aspettava il treno per ritornare a casa.

Francesco Betti – 44 anni
Francesco era un taxista originario di Marzabotto. Viveva con la moglie e il figlio di 2 anni a S. Lazzaro di Savena in provincia di Bologna. Il 2 agosto 1980 era in servizio davanti alla stazione di Bologna e si trovava con il suo taxi a circa trenta metri dal luogo dove era posizionata la bomba. Un masso lo ha colpito alla nuca ed è morto immediatamente.

Paolino Bianchi – 50 anni
Paolino lavorava come muratore in una cooperativa agricola e viveva in provincia di Ferrara a Castello di Vigarano Mainarda, con la madre di salute cagionevole. Tutti gli anni si recava ad Arco di Trento, sul Garda, per trascorrere poco più di una settimana con un’amica molto cara: era l’unica distrazione che si concedeva. Prima di partire aveva organizzato la casa e aveva comprato le provviste per la madre. Sabato due agosto era partito prestissimo ed era andato a Bologna per prendere il treno che lo avrebbe portato verso la sua destinazione. La bomba scoppiò mentre era in stazione.

Rosina Barbaro in Montani – 58 anni
Rosina era di Bologna, era sposata ed aveva una figlia e in agosto avrebbe festeggiato il 40° anniversario di matrimonio. Il due agosto stava partendo con il marito per trascorrere una vacanza sulla riviera adriatica: avevano deciso di prendere il treno, declinando l’invito della figlia ad essere accompagnati in auto. Erano sul marciapiede del primo binario e, mano nella mano, stavano andando verso il bar quando furono travolti dalle macerie causate dallo scoppio della bomba. Il marito rimase ferito e Rosina morì.

Irene Breton in Boudouban – 61 anni
Irène era originaria della Svizzera dove era nata a Boncourt. risiedeva a Delémont con il marito. Faceva l’orologiaia. Non sappiamo perché il 2 agosto fosse in stazione dove la bomba la uccise.

Antonella Ceci – 19 anni

Antonella era di Ravenna, aveva conseguito il diploma di maturità chimico- tecnica con il massimo dei voti e avrebbe dovuto cominciare a lavorare presso uno zuccherificio. Il due agosto era in stazione con il fidanzato Leo Luca Marino ad accogliere le sorelle di lui giunte dalla Sicilia per conoscerla. Sarebbero tornati tutti assieme a Ravenna per un breve periodo di vacanza, ma il treno su cui dovevano salire era stato posticipato alle 11 e per questo si trovavano in stazione al momento dello scoppio. Antonella, Angela, Domenica e Leo Luca furono ritrovati morti sotto le macerie.

Flavia Casadei – 18 anni
Flavia aveva frequentato la quarta liceo scientifico Serpieri a Rimini e si preparava ad affrontare l’ultimo anno di scuola superiore. Era partita da casa per raggiungere Brescia dove l’attendeva uno zio. Doveva prendere un treno a Bologna ma il ritardo del convoglio su cui era salita a Rimini le fece perdere la coincidenza. Decise così, assieme ad una ragazza di Cento (Ferrara), conosciuta durante il viaggio di entrare in sala d’aspetto. Lo scoppio della bomba le colse lì: Flavia mori, mentre la ragazza di Cento si salvò seppur sepolta sotto le macerie.

Davide Caprioli – 20 anni
Davide era di Verona dove viveva con i genitori, frequentava il primo anno di economia e commercio, voleva diventare commercialista e la sua passione era la musica: suonava la chitarra e cantava. Aveva trascorso un periodo di vacanze ad Ancona, presso la sorella. Sabato due agosto era ripartito perché la sera stessa doveva suonare con il suo complesso, il Dna group, e poi voleva riprendere a studiare. Era in stazione a Bologna in attesa di una coincidenza e stava guardando il tabellone con gli orari dei treni. Lo scoppio della bomba lo ferì molto gravemente, fu trasportato all’ospedale Maggiore in rianimazione dove morì 2 ore dopo il ricovero.

Mirco Castellari – 33 anni
Mirco era originario di Pinerolo in provincia di Torino, aveva a lungo vissuto a Frossasco dove il padre era stato Sindaco. Era capoufficio presso la ditta Vortex Hidra di Fossalta di Copparo e risiedeva a Ferrara, era sposato ed aveva un figlio di sei anni. In società con un amico aveva appena comprato una barca con la prospettiva di avviare una attività rivolta ai turisti. In quell’estate del 1980 il progetto era quello di sistemare il natante ormeggiato in Sicilia e di fare alcuni piccoli viaggi di rodaggio. Vari imprevisti fecero sì che Mirco ritardasse la partenza: il due agosto era in stazione e lo scoppio della bomba lo uccise.

Velia Carli in Lauro – 50 anni
Velia era nata a Tivoli, era titolare di una piccola impresa artigiana di maglieria e risiedeva a Brusciano, in provincia di Napoli. Di qui era partita con il marito Salvatore il venerdì primo agosto. La loro meta era Scorzè, in provincia di Venezia in cui si celebrava il funerale del consuocero. A Bologna dovevano cambiare treno, ma il convoglio su cui viaggiavano era arrivato in ritardo e quindi persero la coincidenza. La bomba scoppiò mentre aspettavano il treno successivo e li uccise entrambi lasciando orfani i loro sette figli di cui due molto giovani.

Cesare Francesco Diomede Fresa – 14 anni
Cesare era un ragazzo di Bari, assieme al papà Vito e alla mamma Errica era partito dalla loro città il venerdì primo agosto con il treno per evitare il traffico sull’autostrada. Il due agosto erano in stazione e lo scoppio della bomba li ha uccisi. Della famiglia rimase solo la figlia che non era partita assieme ai genitori e al fratello.

Errica Frigerio in Diomede Fresa – 57 anni
Errica era di Bari, era sposata con Vito ed insegnava lettere presso l’Istituto per Geometri “Pitagora”. Aveva due figli: una ragazza e un ragazzo di 14 anni. Venerdì primo agosto assieme al marito e al figlio Cesare erano partiti con il treno per evitare il traffico sull’autostrada. Il due agosto erano in stazione e lo scoppio li uccise. Della famiglia rimase solo la figlia che non era partita assieme ai genitori e al fratello.

Vito Diomede Fresa – 62 anni
Vito era di Bari, era sposato con Errica Frigerio e aveva due figli: una ragazza e un ragazzo di 14 anni. Era un medico impegnato nella ricerca sul cancro ed era direttore dell’Istituto di patologia generale alla facoltà di medicina. Era partito dalla sua città il venerdì primo agosto con il treno per evitare il traffico sull’autostrada, assieme a lui viaggiavano la moglie e il figlio. Il due agosto erano in stazione e lo scoppio della bomba li ha uccisi. Della famiglia rimase solo la figlia che non era partita assieme ai genitori e al fratello.

Roberto De Marchi – 21 anni
Roberto era rimasto orfano di padre nel 1970, la sua famiglia, composta da altri tre fratelli e dalla mamma Elisabetta viveva a Marano Vicentino. Roberto era il fratello più piccolo, era un valente e promettente pallavolista che militava nella Volley Sottoriva. Madre e figlio erano partiti da casa il due agosto di buon mattino con meta la Puglia: un lungo viaggio per andare a trovare alcuni parenti. La prima tappa era Bologna dove avrebbero dovuto prendere una coincidenza. Arrivati in stazione decisero di non uscire, ma di attendere il treno in sala d’aspetto. Roberto passeggiava sul marciapiede del primo binario quando l’esplosione causò il crollo della pensilina che lo travolse e lo uccise. La mamma fu uccisa nella sala d’aspetto.

Franca Dall’Olio – 20 anni
Franca era nata a Budrio, abitava a Bologna, era figlia unica e da quattro mesi soltanto lavorava per la ditta Cigar, una società che si occupava della ristorazione all’interno della Stazione e che aveva i suoi uffici sopra alle sale d’aspetto. Qualche attimo prima dell’esplosione era al telefono con un fornitore che era andato a consegnare della merce. Normalmente era lei a scendere e a controllare il materiale mentre quella mattina chiese invece al fornitore di salire. Questi le rispose che sarebbe arrivato entro poco tempo, ma l’esplosione la colse al suo tavolo di lavoro mentre controllava il libro della contabilità e la uccise. Assieme a lei morirono le colleghe Mirella, Euridia, Nilla, Katia e Rita.

Brigitte Drouhard – 21 anni
Brigitte era nata a Saules, in Francia, risiedeva a Parigi, faceva l’impiegata e aveva una passione per la poesia e per la letteratura italiana. Il due agosto era in stazione a Bologna perché stava aspettando un treno che avrebbe dovuto portarla a Ravenna. La bomba la uccise durante l’attesa.

Mauro di Vittorio – 24 anni
Mauro abitava a Torpignattara, nella periferia romana, era orfano di padre e aveva due sorelle ed un fratello. Nell’estate del 1980 si era messo in viaggio verso Londra dove sperava di trovare un lavoro. Arrivato in Francia scrisse sul suo diario di viaggio: «Mi permetto pure una colazione e all’una prendo il traghetto. Londra, eccomi. Dover con le sue bianche scogliere mi sta di fronte». Alla frontiera venne fermato e rimandato indietro perché non aveva denaro sufficiente per mantenersi. Fece quindi il viaggio a ritroso e il 2 agosto si trovava in stazione dove la bomba lo uccise. La famiglia e gli amici lo credevano a Londra ma il 10 agosto ebbero la notizia della sua presenza in stazione.

Antonino Di Paola – 32 anni
Antonino era di Palermo, aveva due sorelle ed un fratello, amava trasmettere alla radio e da 14 anni lavorava per la ditta Stracuzzi, specializzata in apparecchiature elettriche per la segnalazione ferroviaria. Aveva lavorato in diverse città: Palermo, Messina Caltanissetta, Monfalcone e Trieste. Nel gennaio 1980 era stato trasferito a Bologna dove aveva preso una stanza in affitto assieme al collega Salvatore Seminara, catanese di 34 anni. Il 9 agosto sarebbe tornato a casa per le ferie. Il 2 agosto era in stazione con Salvatore per aspettare il fratello di quest’ultimo che stava facendo il servizio militare e voleva trascorre due giorni di licenza a Bologna. Il suo treno doveva arrivare alle 10.15, ma era in ritardo e così Antonino e Salvatore entrarono nella sala d’aspetto di seconda classe. La bomba li uccise entrambi.

Berta Ebner – 50 anni
Berta era nata a San Leonardo in Passiria in provincia di Bolzano, aveva un fratello, non era sposata e viveva in casa con la madre. Faceva la casalinga. Non sappiamo perché il 2 agosto fosse in stazione dove la bomba la uccise.

Maria Fresu – 24 anni
Maria abitava a Gricciano di Montespertoli, in provincia di Firenze e la sua famiglia di origine sarda era composta dalla figlia Angela di tre anni, dai genitori e da sei sorelle ed un fratello. Era in stazione con Angela e due amiche perché stavano andando in vacanza sul lago di Garda. L’esplosione le colpì in sala d’aspetto. Maria, Angela e Verdiana Bivona, una delle amiche, morirono mentre l’altra amica rimase ferita. Del corpo di Maria non si ebbe traccia fino al 29 dicembre, quando gli ultimi esami sui resti rinvenuti fra le macerie confermarono il suo ritrovamento.

Angela Fresu – 3 anni
La sua famiglia di origine sarda era composta dalla mamma Maria, dai nonni e dai sette fratelli della mamma. Era in stazione con la mamma e due sue amiche perché stavano andando in vacanza sul lago di Garda. L’esplosione le colpì in sala d’aspetto. Maria, Angela e Verdiana Bivona, una delle amiche della mamma, morirono mentre l’altra amica rimase ferita. Con i suoi tre anni Angela è la vittima più piccola della strage.

Mirella Fornasari in Lambertini – 36 anni
Mirella viveva a Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna, era sposata e madre di un ragazzo di 14 anni. Lavorava per la ditta Cigar una società che si occupava della ristorazione all’interno della Stazione e che aveva i suoi uffici sopra alle sale d’aspetto. Da qualche tempo il suo luogo di lavoro non erano più gli uffici in stazione ma quelli in via Marconi. Quel sabato che precedeva di poco le ferie estive era stato chiesto a Mirella di tornare nel suo vecchio ufficio e lei lo aveva fatto volentieri perché avrebbe rivisto le sue colleghe. L’esplosione la colse mentre lavorava e il suo corpo senza vita fu ritrovato solo a notte inoltrata. Assieme a lei morirono le colleghe Euridia, Franca, Katia, Nilla e Rita.

Manuela Gallon – 11 anni
Manuela era di Bologna, aveva superato gli esami di quinta elementare e si preparava ad affrontare le scuole medie. I genitori l’avevano accompagnata in stazione e stavano attendendo il treno che l’avrebbe portata alla colonia estiva di Dobbiaco, in provincia di Bolzano dove avrebbe dovuto trascorrere due settimane di vacanza. I tre si trovavano vicino alla sala d’attesa e il padre si allontanò per comprare le sigarette. Proprio in quell’istante scoppiò la bomba: Manuela rimase gravemente ferita, fu ritrovata e portata in coma all’ospedale dove morì 5 giorni dopo. La mamma morì e il padre rimase ferito.

Eleonora Geraci in Vaccaro – 46 anni
Eleonora era di origini palermitane e il due agosto era partita in auto con il figlio Vittorio di 24 anni che viveva a Casalgrande, Reggio Emilia. Dovevano recarsi alla stazione di Bologna per accogliere sua sorella proveniente dalla Sicilia. Lo scoppio della bomba li ha uccisi entrambi.

Francisco Gomez Martinez – 23 anni
Francisco (Paco) era catalano, aveva due sorelle e lavorava come impiegato in una azienda tessile di Sentmenat, in provincia di Barcellona dove era nato e dove viveva con la madre e una delle sorelle. Aveva cominciato a lavorare a 16 anni, era appassionato di arte e di pallacanestro, sport che praticava. Era anche attivo nel tessuto associativo culturale del suo paese. Tutto l’anno risparmiava i soldi per poter fare qualche viaggio d’estate. Era partito da casa il 29 luglio con l’intenzione di visitare diverse città europee. Nel suo viaggio in treno conobbe un ragazzo catalano e con lui decise di fermarsi qualche giorno a Bologna. Il 2 Agosto i due ragazzi si trovavano seduti nella sala di aspetto in attesa di un treno che li avrebbe portati a Rimini. Per ingannare l’attesa Paco scriveva alla fidanzata: nella lettera immaginava assieme a lei le ferie dell’anno successivo. Lo scoppio della bomba lo uccise, mentre l’amico che era con lui rimase ferito.

Carla Gozzi – 36 anni
Carla abitava coi genitori a Concordia in provincia di Modena ed era impiegata in un maglificio. Assieme al fidanzato Umberto Lugli di 38 anni aveva organizzato un viaggio alle isole Tremiti. Erano stati accompagnati in stazione con largo anticipo dal fratello di Umberto che poi tornò indietro. La bomba sorprese i due fidanzati che aspettavano il treno e li uccise.

Pietro Galassi – 66 anni
Pietro era nato nella Repubblica di San Marino, aveva una sorella e si era laureato in matematica e fisica. Prima di andare in pensione aveva insegnato in una scuola di Viareggio di cui in seguito era diventato preside. Non sappiamo perché il 2 agosto fosse in stazione dove la bomba lo uccise.

( tratto da https://www.facebook.com/cantiere2agosto/ )

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Una bel regalo da parte dell’artista osimano Sandro Mosca

Grazie Sandro, per questo  graditissimo regalo

 

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2 giugno Festa della Repubblica – concerto nell’atrio del Palazzo Comunale

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Tutti i cittadini sono invitati domenica 2 giugno, ore 18.00, alla Festa della Repubblica, commemorazione istituita per ricordare la data in cui si svolse, nel 1946, il referendum istituzionale a suffragio universale, con il quale i cittadini italiani scelsero la forma di governo repubblicana per l’Italia.
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#OSIMANI con l’hashtag: la barberia Cecconi, testimone del nostro tempo !

In un’epoca in cui i figli spesso non vogliono più fare il lavoro dei genitori, mandando a ramengo aziende, studi professionali, o altre attività bene avviate, la storia controcorrente di Mauro Cecconi, classe 1971, barbiere e parrucchiere al centro di Osimo da più di 30 anni, vale la pena di essere raccontata perchè è la storia di una attività artigianale di barbiere, oggi parrucchieri per uomini,  che ha inizio nel 1863 e che ancora oggi prosegue con successo.
Cinque generazioni di Cecconi  tra forbici, rasoi, e pettini che si sono tramandate i segreti e l’arte del barbiere.  Un po’ l’altra faccia, quella più antica che sta coi piedi ben piantati a terra, di un mondo che oggi insegue ben altri sogni, perdendosi spesso nel nulla,  e quella dei Cecconi non è certo una carriera sul viale del tramonto.
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La storia della barberia “Cecconi” ha, infatti,  aperto i battenti nel lontano  1863,  per volontà e grazie allo spirito di iniziativa di Giovanni Cecconi che, dopo essersi appassionato al mestiere e a seguito di varie esperienze di praticantato, apre la propria bottega in Piazza Gallo.  Dall’anno di fondazione ad oggi, vale a dire in ben 156 anni, la barberia Cecconi cambia sede tre volte, da Piazza Gallo alla storica sede di Corso Mazzini, fino alla attuale collocazione in vicolo Leon di Schiavo, restando però sempre nella stessa zona e diventando un vero e proprio punto di riferimento per il paese e le aree circostanti.
I figli di Giovanni, Carlo e Agostino che già fin da piccolissimi frequentavano come apprendisti la bottega rispondendo sempre prontamente alla parola d’ordine  paterna: “ragazzi spazzola !!…”;  come da buona tradizione familiare continuarono la professione. Carlo Cecconi ha continuato l’attività nella bottega paterna  in Corso Umberto I, poi Corso Mazzini, mentre Agostino, meglio conosciuto in città con il soprannome  “il Canario” ha proseguito l’attività di barbiere spostandosi però ad Osimo Stazione. La terza generazione dei Cecconi vedrà, nel tempo,  i due figli di Agostino proseguire la professione di barbiere. La bottega di Osimo Stazione rimane nella gestione di Luigi, mentre l’altro figlio  Umberto, detto “Combì”,  con il cugino Cesare apriranno una  nuova bottega in centro, in Piazza del Comune, vicino alla tabaccheria Moschini.
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Le redini della barberia storica di Corso Mazzini, come già detto, rimangono nelle mani di Carlo ed alla morte di questi, l’attività viene proseguita dal figlio Ludovico classe 1905 che la porterà avanti fino alla sua morte avvenuta nel 1994, non senza aver prima ben istruito ed avviato ai segreti del mestiere il figlio Renato ( gli altri due figli invece, Fausto e Vittorio, seguendo le tendenze della modernità si sono indirizzati verso l’attività di tipografi aprendo una loro ditta che per svariati anni  è stata operativa in città).

Ai tempi di Ludovico i barbieri non riuscivano a sbarcare il lunario solo con l’attività di barbiere, e molti erano costretti ad arrotondare il guadagno con un secondo lavoro, tipico era quello che si era inventato Ludovico. Nel tempo perso tra una barba e l’altra confezionava stuzzicadenti, servendosi di un coltellino e adoperando un particolare tipo di rametti secchi che raccoglieva per le campagne. 

Con Renato Cecconi siamo giunti alla quarta generazione della premiata storia della barberia Cecconi.
Renato è entrato in bottega a 12 anni;  una gavetta che lo ha visto  svolgere, prima,  le mansioni più umili, poi apprendere i segreti del mestiere: osservando i gesti antichi del  padre, frequentando la scuola per acconciatori promossa dalla Confartigianato, partecipando alle  varie dimostrazioni ed ai corsi di aggiornamento che si svolgevano in tutta Italia.
Il mestiere del lavorare con forbici, pettine e rasoio, imparato come detto, pian piano perchè, diversamente da quanto comunemente si pensa, quello del barbiere è un lavoro in continua evoluzione.
All’età di 17 anni Renato inizia ad affiancare il padre Ludovico nella sua attività unendo l’esperienza e la passione acquisite dal padre con la sua intraprendenza e  le innovazioni delle nuove tecniche di taglio moderne. Anche per Renato, quella del barbiere diventa una professione e una scelta di vita.
Una attività ed una professionalità acquisita in quasi 60 anni di lavoro, con gesti ripetuti e divenuti automatici, come quello, oggi andato perso, di muovere veloce la mano sulla “striscia” di cuoio per affilare finemente le lame dei suoi rasoi, fino al 2004.
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Tantissime le vite sfiorate dal ritmo sapiente delle sue forbici in questi straordinari 60 anni di attività. Una quantità che arriva a migliaia e migliaia di persone, di vite, di racconti. Renato ha conosciuto generazioni di osimani e in qualche modo si è occupato di loro, raccogliendone le storie e condividendo quei momenti di intimità, confidenza e divertimento che solo un barbiere di paese sa fare.

Un ricordo particolare è legato alle persone  che Renato per tanti anni ha  servito  tra i letti e le corsie dell’Ospedale di via Leopardi ( anche questo incarico gli era stato tramandato dal padre Ludovico che lo svolse per 33 anni). Esperienze toccanti che Renato ricorda con emozione e dalle quali è emersa ancor più marcata tutta la carica di umanità e di gioisità che il barbiere di Corso Mazzini ha saputo sempre trasmettere ai suoi clienti.

Renato, sempre disponibile verso i suoi clienti, svolgeva all’occorrenza il suo mestiere anche a domicilio.  Lavorava – come gli altri suoi colleghi – anche la domenica mattina compreso Natale e Pasqua, come succede anche oggi, il sabato era “giornata di punta”, mentre il lunedì ( da tutti considerato giorno di festa per i barbieri) insieme alla consorte, la  sig.ra Giuseppina,   si dedicava alle pulizie del locale, delle poltrone, dei ferri del mestiere e provvedevano al cambio della biancheria utilizzata dai clienti.

La bottega per il Corso Mazzini era sempre piena, perchè molti suoi clienti erano soliti intrattenersi o fare una  visita anche quando non dovevano tagliarsi i capelli o radersi la barba, infatti andavano da Renato e si sedevano nella sua bottega  per fare solo due chiacchiere, passare a setaccio tutto il paese, nei suoi avvenimenti buoni e cattivi e godersi il passeggio delle persone per il corso. Si sa, da sempre, che i saloni dei barbieri sono stati sempre il luogo dove tutto si conosce di tutti, dove le notizie di politica ed i pettegolezzi prendono forma e  in un  “battibaleno”  fanno il giro del paese.

Simpaticamente gli osimani  la chiamavano  la bottega della PBC ( Premiata Barberia Cecconi) perchè di tutto si poteva parlare e discutere, dal pallone alle donne e neanche la politica era tabù, ma  tutti gli avventori e i clienti erano consapevoli  che per non fare innervosire la mano di Renato era meglio trattenersi dall’esprimere   giudizi negativi sul Torino e sulla DC.

Renato oltre ad amare molto il suo lavoro seguiva anche lo sport,  in particolare  – oltre ad essere grande tifoso del Torino – è stato dirigente e promotore della squadra della Libertas Calcio ( con lui Aldo Foresi, Germano Agostinelli, il fratello Vittorio Cecconi, Sandro Campanelli e Pio Fantasia motore ed anima della società sportiva). La Libertas ha rappresentato per diversi anni il calcio minore osimano, rispetto alla più blasonata Osimana,  ma grazie all’impegno profuso dai suoi animatori  ha formato tanti giovani osimani e da essa sono uscite diverse promesse come l’attaccante Claudio Giuliodori oggi Monsignore e Responsabile Ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. 

Renato, il decano dei barbieri di Corso Mazzini, oggi ottantaquattrenne, in pensione, è stato testimone del nostro tempo, come se il negozio fosse stato per lui una vetrina sul mondo. Un mondo che si trasformava, giorno dopo giorno, lasciandosi alle spalle tanti ricordi belli.

Dopo 49 anni di impegno, fatica e anche molte soddisfazioni, Renato nel 1992 ha coinvolto il figlio Mauro ( anche lui cresciuto a forbici e pettine) per lanciarsi in un’altra sfida: il passaggio del testimone, la continuità dell’antico mestiere artigianale di barbiere  e un nuovo, moderno salone. Una passione che Renato ha saputo tramandare al figlio incoraggiandolo nelle scelte, trasmettendogli esperienza e segreti, responsabilizzandolo e lasciando pian piano che l’attività prendesse una nuova impronta ed una immagine più attinente con i tempi ma dove ancora il passato e il presente si uniscono.
Da più di 30 anni, ancora oggi,    è  Mauro,  figlio d’arte ( la quinta generazione dei barbieri Cecconi) a portare avanti l’attività, la tradizione e la nuova scommessa della ” Barbieria Cecconi”:  il mestiere, che per legge oggi si chiama “acconciatore”, che fu del padre, del nonno, del bisnonno e del trisavolo.  Nelle pareti della barbieria, che rinnovata, rispondente alle nuove esigenze della clientela   si è trasferita in via Leon di Schiavo, fanno bella mostra le foto , i riconoscimenti, gli attestati che ricordano gli anni e la storia della centenaria attività.
Una storia di creatività che attraversa cinque generazioni, e che si evolve con intelligenza e sensibilità traendo nuova linfa dalle innovazioni e dalle peculiarità artistiche ed umane di ogni componente della famiglia Cecconi.
Un pezzo di storia di Osimo e dei “mestieri”, quelli del sapere artigiano e della maestria delle mani, che oggi pian piano si stanno estinguendo cedendo il passo ad una modernità che non necessariamente è un passo in avanti.

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Queste righe vogliono essere un riconoscimento ai tanti artigiani  come i Cecconi, ed alla loro storia professionale che conservando e rivitalizzando le proprie competenze  tradizionali contribuiscono  a dare lustro alla nostra città.
Una ringraziamento alla famiglia Cecconi, famiglia di barbieri che da generazioni tramanda non un semplice mestiere ma una vera e propria passione. Un augurio particolare a Renato Cecconi, il  galantuomo di sempre, un personaggio conosciuto e rispettato da tutti gli osimani e a suo figlio Mauro che sta onorando questa storia così bella, importante ed esemplare.

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La Presidente del Consiglio Comunale
*****prof.ssa Paola Andreoni

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#Osimani: Mario Strappato un osimano che si è fatto valere in Australia.

Una  delle pagine più intense del travaglio sociale della Storia del  nostro Paese  è rappresentata dal fenomeno dell’emigrazione. Ieri erano i nostri padri ad abbandonare  le loro case, i loro affetti per trasferirsi lontano in mondi nuovi, alla ricerca di una risposta, di una speranza,  alle loro precarie situazioni economiche. Oggi la storia si ripete. Tanti giovani italiani espatriano in cerca di lavoro: un fenomeno preoccupante che tocca tutte le classi sociali, e i gradi di istruzione, dai diplomati ai ricercatori universitari.

 Vivere lontano dalla propria casa non è una questione di poco conto: non vi è il conforto e la vicinanza dei propri cari e niente è familiare. Significa però anche e soprattutto sperare in una vita migliore.
Anche la nostra città ha conosciuto e conosce storie di emigrazione. Questa è la storia di  Mario Strappato, un osimano che ha fatto dell’emigrazione la sua scelta di vita: prima  in Svizzera e poi in Australia.
Lì con impegno ha raggiunto l’agognata meta di un po’ di benessere per sé, per la sua famiglia e per sua figlia

Mario Strappato è nato in Osimo il 29 marzo 1939, figlio di genitori contadini  ( Gino ed Elisa Capogrossi),   è stato partecipe dei grandi sacrifici che la famiglia stessa ha sofferto nel lavoro ingrato della campagna in mezzadria.  Fin da piccolino,  mentre ancora frequentava le scuole elementari a Santa Lucia e poi  l'”Avviamento” nei locali sopra il loggiato del Comune, aiutava i suoi genitori nel lavoro della terra.

La sua è la generazione che ha conosciuto la fame, i sacrifici, le preoccupazioni ma che ha tirato sempre avanti  con testardaggine e onestà e con tanti sogni e speranze  di cambiamento ma anche con molta  responsabilità verso loro stessi e verso le loro famiglie.

E’ in questo ambiente di campagna, affascinato dall’arrivo dei  primi trattori che Mario si innamora della meccanica. A 14 anni,  lascia la scuola ed inizia subito a lavorare: apprendista meccanico tornitore. E’ nelle ditte osimane di Maracci, Luna Quinto, Borsini che impara i segreti delle macchine utensili  e della meccanica.

A 21 anni Mario decide che era giunto il momento di mettere a frutto il bagaglio di conoscenze ed abilità tecniche acquisite con il tornio e la fresa. Con coraggio e determinazione – letta un inserzione di offerta di lavoro della ditta HispanoSuiza Switserland – decide di emigrare in Svizzera.

A Ginevra Mario lavorerà quattro anni. Saranno  anni molto ricchi dal punto di vista professionale, prima  alla Hispano Suiza dove si fabbricavano motori  per aeroplani, poi alle dipendenze della ditta Edalco che produceva componentistiche meccaniche.

Mario in questo periodo ebbe modo di farsi notare per la sue particolari abilità di  attrezzista e di preparatore degli stampi  che modellavano, poi,  i prodotti finiti.

Le sue mani magiche, – accompagnate da un innato spirito di osservazione e da un carattere teso alla  ricerca di perfezione-,  con il supporto di strumenti e utensili comuni, riuscivano a costruire di tutto e a  risolvere ogni problematica tecnica che gli ingegneri gli sottoponevano.

Anni difficili perchè gli italiani non erano ben visti, anni duri  a causa del rigore del clima svizzero, ma anche importanti anni di formazione per il ricco  bagaglio di conoscenze tecniche acquisite. Anni di sacrifici ripagati dalle ottime paghe ( almeno quattro volte superiori rispetto all’Italia) che permettevano sostanziose rimesse. Mario riusciva ogni mese ad inviare ai suoi anziani genitori cospicue somme di franchi, finalizzate alla realizzazione di un’altra sfida e sogno ( poi realizzati ): la costruzione di una casa di proprietà e l’acquisto di un piccolo appezzamento di terreno.

Tornato in Osimo nell’estate del 1964 per stare vicino i genitori e per dare inizio  ai  lavori di costruzione della nuova progettata casa, con il bagaglio di esperienza acquisita trova subito occupazione a Castelfidardo nella ditta Serenelli e poi in Farfisa. Il progetto casa in via Rossini prendeva sempre più forma ma c’era da pensare anche all’arredamento della casa e gli stipendi italiani stavano stretti a Mario, abituato alle più sostanziose mensilità in franchi svizzeri. Se si aggiunge a tutto questo che Mario è sempre stato uno spirito libero, una persona semplice, solare e responsabile, non meraviglia che nel marzo del 1966 decide di licenziarsi dalla Farfisa, rifare la valigia di cartone, e partire per farsi apprezzare in qualche altra parte del Mondo.
Presenta due domande di emigrazione: una all’ufficio migrazione del Brasile e l’altra all’Australian Migration Agreement,  lasciando  al destino  la decisione  su quale strada si sarebbe diretta  la sua vita.
L’emergente industria australiana, disperatamente alla ricerca di personale altamente qualificato, non lasciò passare neppure un mese, e già Mario pervenne il visto e il biglietto pagato di viaggio in nave, seconda classe, sola andata: Genova – Melbourne.

Un viaggio che gli ha fatto attraversare il mondo, viaggio che ancora Mario ricorda con emozione. Tre settimane sulla nave, prima sosta a Napoli dove altri lavoratori italiani si sono imbarcati, Alessandria, Port Said, sosta al Canale Di Suez, Mar Rosso, Aden ( Yemen), l’Oceano, e poi l’approdo nel nuovo continente australe a Perth e poi Melbourne: era il 2 maggio 1966, Mario Strappato aveva 27 anni ed aveva messo piede letteralmente dall’altra parte del mondo.

L’Australia offriva un’abbondanza di opportunità, e anche questa è stata la leva che ha attirato Mario,  e come lui tanti nostri connazionali, in cerca di una vita migliore. E’ di quegli anni ad esempio il film con Alberto Sordi e Claudia Cardinale: “Bello, onesto, emigrato in Australia sposerebbe compaesana illibata”. Un vero e proprio spaccato di vita dell’emigrato italiano solo in una terra lontana. Mario mi racconta che nella terra dei canguri, di italiani ce n’erano tanti. Numerosi anche i Club e le Associazioni che nei giorni non lavorativi organizzavano incontri con lo scopo di mantenere i legami tra loro e conservare le tradizioni.

Mario nella sua lunga permanenza in Australia ha avuto modo anche di visitarla e conoscerla scoprendo che non c’era regione o grandi e medie città da Melbourne, Sydney, Adelaide e Perth dove non si trovava una presenza italiana, così come scoprì che non esisteva regione o provincia dell’Italia che non fosse rappresentata. Veneti, calabresi, siciliani, campani e tutti emigrati, come si dice oggi con una accezione negativa, per motivi economici. Una cosa accomunava gli italiani ( naturalmente c’erano anche delle minoritarie eccezioni) erano capaci di guadagnarsi il rispetto degli autoctoni grazie alla loro bravura e questo valeva sia per quanti erano occupati nelle disperse fattorie agricole ( si diceva che un italiano era capace di coltivare anche le terre ritenute improduttive), sia per quanti si dedicarono al piccolo commercio, sia per quanti, come lui, facevano valere le proprie competenze tecniche.

Anche per  Mario, prima la  Svizzera e poi l’Australia, sono state terre di speranza rilevatisi luoghi in cui conquistare rispetto e dignità.

 Nelle fabbriche australiane dove ha lavorato, Mario si è costruito nel tempo  una solida reputazione,  considerato  un infaticabile lavoratore ( qualità comune alla maggior parte degli italiani), ricorda ancora  le tante ore straordinarie fatte e i sabati passati in officina. Ma, in particolare,  Mario si guadagnò sul campo,  la fama di eccellente costruttore di stampi, così lo chiamavano “Mr. Mario il mago italiano della costruzione di stampi meccanici” per componenti plastici.
Erano gli anni ’70,  tempi in cui ancora non era arrivata la tecnologia dei software, della stampa 3D e degli applicativi che permettono  oggi l’ingegnerizzazione del particolare, la progettazione dello stampo e la programmazione delle macchine utensili. Allora lo stampo, elemento essenziale per la produzione in linea, era  il frutto di un attento e scrupoloso lavoro di studio ed analisi dei  prodotti per pensare ed elaborare come costantemente migliorarli. La realizzazione di uno  stampo  era il risultato delle osservazioni di ingegneri,  gli schizzi a matita su ritagli di carta riutilizzata più volte appesi nell’officina a cui poi il bravo “attrezzista”doveva con le sue sapienti mani dare corpo. Questa è stata la passione di Mario, quella di un bravo stampista: compiere e trasformare i metalli col lavoro di precisione delle sue mani,  in stampi, pezzi meccanici.

Così è stato per il lavoro svolto alla General Motors Holden’s Pty di Melbourne dove i stampi messi a punto da Mario producevano componenti plastici come paraurti fanaleria per l’industria delle automobili, alla Popolare Metal Stamping di Marrickville specializzata nella predisposizione di stampi per l’industria plastica australiana, alla prestigiosa fabbrica aeronautica “Commonwealth Aircraft Corporation” ( in questa prestigiosa fabbrica Mario, viene riconosciuto capo della produzione della parte meccanica degli aerei e dei bus), alla Production Tooling Pty di Sydney nota ditta di designers, alla Nally Limited di St. Peters affermata compagnia multinazionale specializzata nell’arredamento dove Mario ha lavorato ininterrottamente dal giugno 1975 all’agosto del 1979.

 

L’Australia per Mario Strappato ha rappresentato una seconda Patria, ben voluto da tutti si è impegnato per integrarsi e rispettare il più possibile quelle che erano le tradizioni e i costumi  che questa terra, in termini economici, gli offriva. Mario mi ha raccontato, che alla sera al termine di estenuanti orari di lavoro a cui si aggiungevano spesso ore di straordinari, benchè esausto,  non ha mai saltato una lezione di inglese, ben conscio di quanto era importante parlare e farsi capire. Dopo settimane di solo “good morning” e ” how are you”, Mario riesce,  in breve tempo,  a colloquiare in un inglese fluido e con appropriatezza di linguaggio tecnico,  con i suoi ingegneri.

Mario in Australia non ha fatto propri solo gli usi e i costumi di quella terra, ma spesso, ha importato anche i prodotti tipici del nostro territorio, divenendo, così un “ambasciatore” dei prodotti made in Italy, in Australia. Durante le feste natalizie o quando invitava qualche collega a cena nella sua cucina c’erano sempre i buoni prodotti della cucina marchigiana: olio, insaccati, paste, dolci. E con soddisfazione ci teneva a raccontare che quelle bontà erano l’Italia, erano i sapori delle sue/nostre terre. Un anno acquistò da un Concessionario della nostra zona una “Lancia Beta” rossa e se la fece spedire in Australia. Girava per le strade di Sydney orgoglioso di questo bel prodotto della meccanica made in Italy e gli  australiani grazie al nostro concittadino videro per la prima volta  un’Alfa Romeo “Lancia Beta” nella terra dei canguri.

Nel 1980 Mario al compimento di  41 anni, ricco delle tante esperienze professionali fatte, decide di metter fine alla sua esperienza di migrante in terra Australiana, era il momento di tornare ad Osimo dove l’aspettava una bella casetta, un piccolo appezzamento di terreno dove passare il tempo libero, ed era tempo anche di pensare di metter su famiglia con la fidanzata, la  sig.ra Yohanna conosciuta in Indonesia.

Ritornato in Osimo, Mario che non conosce il senso della parola ozio, ed è uomo di sfide,  decide – anche  confidando sulla esperienza accumulata –  di fare un grande passo:  diventare imprenditore. Con un amico collega costituisce la “Meccanica di Precisione snc” con sede nei locali sottostanti la propria abitazione. Con il solito entusiasmo acquista diversi macchinari ( affilatrice, torni, presse, fresatrici, ….) con un notevole impegno finanziario. All’inizio le cose andarono bene e all’interno della sua officina è cresciuta una generazione di stampisti, che hanno poi sviluppato, negli anni successivi, importanti e riconosciute aziende nel territorio. Poi però a causa del sopraggiungere della crisi del settore, della crescente diffusione delle nuove tecnologie informatiche, la necessità di continui e consistenti  investimenti per l’acquisto di macchinari sempre più sofisticati per rispondere alle esigenze della clientela, la constatazione che un piccolo artigiano non poteva più da solo stare nel mercato,  hanno determinato la chiusura di questa esperienza imprenditoriale nel maggio del 2009.

Mario che ha iniziato a lavorare a 14 anni e che ha portato in giro per il mondo la passione, l’eccellenza e il senso di appartenenza al lavoro del nostro Paese, porta ancora oggi a distanza di dieci anni dalla chiusura della iniziativa imprenditoriale, le ferite causate da una nemica con la quale si è dovuto  scontrare.  Una nemica di cui non conosceva l’esistenza, ( non c’éra in Svizzera nè, tantomeno, ne aveva sentito parlare in Australia) nemica che  ha contribuito pesantemente  alla chiusura  dell’ iniziativa imprenditoriale, lasciando dolore e un senso di irriconoscenza verso il nostro Paese: la zavorra della burocrazia italiana !

Oggi Mario si gode la meritata pensione da artigiano, forse però gli rimane il rimpianto di non  essere rimasto in Australia, rammaricato per la eccessiva burocrazia di cui è vittima il nostro Paese che penalizza, di fatto,  anche i più volenterosi e capaci di provare a fare impresa per creare benessere.


Questa che ho raccontato è la storia del nostro concittadino Mario Strappato, ma con lui voglio ricordare e lanciare un saluto ai tanti altri osimani, uomini e donne – ed è storia anche del presente – che hanno dovuto lasciare la terra che li ha visti nascere, per cercare una vita migliore,  per iniziare una nuova vita in un paese straniero, nel quale essi saranno, con grande probabilità, sempre considerati diversi. Persone costrette a diventare nuove persone, ad adattarsi, a cambiare, a mettersi in gioco. Il distacco da un luogo caro è un’esperienza che stravolge un’intera esistenza. Molti, anche giovani, conoscono questo dolore…, ma c’è anche l’orgoglio di essersi ricostruiti altrove una nuova storia, comunque serena ed appagante. Si dice che il passato sia linfa per il futuro,  che la storia di Mario, dei tanti che hanno lasciato il nostro Paese e dei giovani che ancora oggi cercano altrove le opportunità di vita migliore, ci ricordino chi siamo stati e facciano risvegliare, in chi se l’è dimenticato, lo spirito di solidarietà e fraternità, che ogni essere umano eleva.

La Presidente del Consiglio Comunale
………..prof.ssa Paola Andreoni

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La carica dei centenari osimani: undici donne e un solo uomo.

Sono dodici gli ultra longevi di Osimo che alla fine di questo 2018 hanno oltrepassato il secolo di vita. La carica delle centenarie e centenari comprende cinque nati nel corso del 1918, e che quindi hanno compiuto quest’anno 100 anni, due i nostri concittadini nati nel 1917, una è della classe 1916, due signore sono nate nel  1915 e ancora altre due signore sono nate nel 1913. Sono loro i  più longevi di  Osimo: undici donne e un solo uomo.

Sono persone che hanno alle spalle storie, ricordi e passioni. Quando sono nate Elena ed Adele nel 1913  l’Italia era una Monarchia, re era Vittorio Emanuele III e Presidente del Consiglio era Giovanni Giolitti, Sigmund Freud aveva appena pubblicato Totem e Tabù scandalizzando il mondo con  le teorie dell’incesto e Pio X era vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica. Testimoni di un secolo che ha visto l’orrore delle guerre mondiali e la fatica della ricostruzione, i cavalli e le automobili, la radio e i cellulari.

La sig.ra Elena Giorgetti nata il 3/04/1913 coniugata con il prof.Donnini – candidata nella lista della sinistra (Partito Comunista Italiano, Partito d’Azione e partito Socialista), alle prime elezioni comunali dopo la liberazione che si svolsero la domenica del 24 marzo 1946 – è stata una delle prime donne ad essere eletta e ad occupare gli scranni del Consiglio Comunale della nostra città.

La signora Elena Giorgetti prima consigliera comunale nel 1946

La signora Adele Coppetta nata a Montefano il 24/11/1913 vedova Egidi, invece, è la madre del compianto direttore della Biblioteca, nonché dell’Archivio storico e del Museo Ccivico della nostra città, Luciano Egidi, scomparso prematuramente nel gennaio del 2014. La sig,ra Adele, rimasta vedova a 46 anni, si è trasferita con i figli ad Osimo nel 1960 in via Olimpia. Finché ha potuto si è data sempre da fare, andando a servizio da privati e soprattutto come cuoca, prima presso il Convento dei Servi di Maria di Montefano, poi presso il Collegio Campana di Osimo. Come volontaria ha cucinato per moltissimi campi scuola della Parrocchia di San Marco e per l’Associazione Roller House. In età avanzata ha visitato la Terra Santa e Parigi, mostrando già la sua forte tempra. Una donna semplice ed operosa, da tutti ben voluta.

La signora Coppetta Adele con il piccolo “Ciano”,  a Montefano.

In via Olimpia la casa di Adele era un riferimento e aperta a tutti i bambini  della zona: il figlio “Ciano” era sempre disponibile ad  aiutare a districarsi tra i riassunti e la grammatica e poi la gentile madre offriva sempre la merenda a base di pane bagnato in acqua con lo zucchero sopra.

Ida Antonella è nata il 30 gennaio 1918 ci sente poco, ma in compenso ci vede benissimo. Ida che risiede nella propria casa a San Biagio è una splendida signora e nelle sue cose è ancora perfettamente autosufficiente.  Di una tempra antica, ha passato una vita a lavorare in campagna, cucinare e tirar su cinque figli di cui due, gemelle. Ida ha oggi 12 nipoti, 24 pronipoti, ed è  trisavola di tre bambini. Come una diva è stata festeggiata lo scorso 30 gennaio dalla numerosa famiglia per il raggiungimento del 100° compleanno. Originaria di Campocavallo dove ha frequentato le prime tappe dell’istruzione, la sig.ra Ida  ricorda ancora di quando andava a scuola con gli zoccoli di legno e la borsa di pezza. Si sposa nel 1938, dopo un breve fidanzamento, con Dante Benedettelli muratore e contadino anche lui di San Biagio e insieme hanno realizzato tanti sogni: una bella famiglia, una casa costruita con le loro mani. La signora Ida ricorda quando, ai suoi tempi con Dante, la vita era dura, pochi soldi, tanti sacrifici, privazioni e tanto lavoro, ma ricorda anche di un mondo fatto di semplicità, di calore famigliare, le belle feste di musica e di balli che il  3 febbraio si svolgevano a San Biagio o quando al giovedì partiva per andare a piedi al mercato in Osimo.

La signora Ida con le figlie (anno 1950)

Dante muore nel 2003 e Ida da sola con la sua fibra forte e fiera “made in Osimo” e tanto altro –  qualità che le donne conoscono e portano nel cuore – ha saputo affrontare la vita, anche con i suoi carichi di difficoltà e dolori,  per raggiungere, lucida e con spirito gioioso, questo straordinario traguardo.

Maria Freddo è nata a Assuncion D.Saladill ( in Argentina ) il 3/12/1917  ha, quindi, già raggiunto e superato l’ambito traguardo del secolo di vita e oggi vive, assistita amorevolmente,  nella casa di riposo “Bambozzi” di via Matteotti.
Non si è mai sposata  e non ha figli. Nella sua vita ha fatto  la “perpetua”  prima di don Alfonso Fanesi, storico sacerdote di San Marco e poi di Mons. Primo Principi ( che era anche suo parente ),  a Roma in Vaticano. Ma il termine “perpetua” (che rimanda al personaggio manzoniano) è riduttivo, è stata in pratica la tuttofare  per più di sessantanni dei sacerdoti che ha seguito.
Un lavoro scelto per vocazione, impegnativo e pesante: erano affidati a  “Maria la perpetua” non solo i normali lavori di casa, riassettare, cucinare (pasti semplici con quello che c’era), lavare, ma anche –  in particolare a San Marco – la cura della Chiesa,  la cura dei paramenti sacri, le preghiere ed i canti in latino.

La signora Maria Freddo, una vita da “perpetua”

Fin qui nulla di eccezionale, il fatto diventa singolare se si prende atto che la signora Maria, in famiglia, non è la sola ad avere il segreto della longevità. Ad Osimo vive ancora, e gode di ottima salute, la sorella maggiore Maria Annunziata Freddo  che, il 7 luglio scorso, ha raggiunto il traguardo delle 103 primavere.
Come la sorella Maria, Maria Annunziata  è nata in Argentina (dove il padre Paolo – soprannominato Riccio – era emigrato agli inizi del secolo). Fa  ritorno in Osimo con tutta la numerosa famiglia, poco dopo il  termine della 1^ grande guerra, nel 1920.  Una famiglia numerosa ho detto. Il  padre Paolo di professione agricoltore ma anche eccellente  falegname ed artigiano  – persona a cui la fatica non ha messo mai paura – ( al ritorno dall’Argentina aveva aperto a Casenuove una piccola attività artigianale, la fabbricazione di seggiole pieghevoli in legno); la madre Geltrude Zagaglia anche lei contadina e impegnata nella gestione della casa e quattro fratelli:  Giuseppe classe 1912, Pierina  del 1914, Tullia nata il 28 novembre del 1916  e Maria – la più piccola  – classe 1917.

La signora Freddo Maria Annunziata “la sarta” ( con il figlio Lamberto)

Come la sorte toccata alla maggior parte delle sue coetanee di quel tempo ( 1930 ), Maria Annunziata,  dopo una breve frequentazione della scuola dell’obbligo ( con l’acquisizione della 5^ elementare) giovanissima, prende la via del lavoro: quello di sarta.  Si conteranno,  alla fine, in più di sessanta gli anni che  la signora Maria Annunziata ha trascorso tra stoffe, aghi e filo. Si, perchè Annunziata è stata la sarta del centro di Osimo che tutti conoscevano, a cui tantissime donne, e le ragazze in particolare, ricorrevano   in tempi in cui il “prêt à porter” non era ancora una consuetudine dominante  e che per “incignare” qualcosa di nuovo dovevano fare appello ai suoi consigli e soprattutto alle sue mani esperte. Non  c’era piega, strappo, orlo o ripresa che la signora Maria Annunziata non sapesse rammendare.
In tempo di guerra, da sola con tre figli piccoli da accudire, mentre il marito era stato richiamato alle armi, con le sue mani d’oro aveva imparato, per necessità, anche a confezionare scarpe da morto.
In  piena  lucidità e nell’eleganza del suo portamento nonostante  le sue 103 primavere e mezzo,  Maria Annunziata  ricorda con un ciglio di vanto di aver confezionato ben 48 vestiti da sposa nella sua casa-laboratorio di piazza Dante.
Maria Annunziata è stata la sarta prediletta di gran parte delle osimane più altolocate, era solo di lei  e delle sue abili mani che si fidavano per  i vestiti più eleganti.
Famiglie nobili e facoltose di Osimo – ma ci tiene a precisare – che  anche tante semplici famiglie di contadini che andava a servire a domicilio,  sono stati i suoi clienti, riuscendo a farsi un nome ed a essere apprezzata da tutti anche per la sua immutata cordialità, generosità e simpatia.
Sentendola parlare con soddisfazione di quanto ha fatto come sarta,  sembra di immaginarla ancora all’opera col ditale, aghi, centimetro  e forbici.
La signora Maria Annunziata, la cui storia meriterebbe un racconto a sè stante, è stata  sposata con Luigi PRINCIPI ( deceduto il 27/5/1986) e oggi – in ottimo stato di salute – è amorevolmente accudita nella propria abitazione di via Michelangelo dai suoi cinque figli: Clemente, Maria, Pietro, Lamberto ed Alessandro.

Giovanni Sampaolo è l’unico uomo tra le 11 donne supercentenarie osimane. Indebolito dagli anni in ragione dell’età, ma volitivo e tenace nel carattere, con lo sguardo fiero e ancora in ottimo stato di salute, abita a Osimo Stazione. Il sig. Giovanni è  nato a Polverigi il 10 giugno 1918 – come gli  piace ricordare – lo stesso giorno ed ora in cui, in piena 1^ Guerra Mondiale,  il coraggioso capitano Luigi Rizzo affondava la corazzata austro-ungarica Santo Stefano e così sventava  i piani austriaci che puntavano al bombardamento dei porti italiani.
La sua era una famiglia di fornaciai, un lavoro duro di trasformazione dell’argilla in mattoni e tegole,  che ha permesso di far crescere con dignità e con valori positivi tutti i nove figli di cui Giovanni è stato il  penultimo.
I primi studi a Polverigi, poi il liceo a Fano, e nel 1941 l’Università, corso di Ingegneria,  a Torino. Ma le tragiche vicende della guerra, l’arruolamento e il servizio militare  obbligatorio hanno impedito  al giovane di belle speranze, di completare gli studi.

Sampaolo Giovanni  – a sinistra -, foto del  1942 in piena guerra, accanto a lui il fratello maggiore

Ritornato ad Osimo al termine della Guerra, Giovanni – che diviene quindi Osimano dopo l’armistizio del 1943 – raggiunge la famiglia che nel frattempo si era trasferita da Polverigi alla frazione di  Santo Stefano. Entra nei Gruppi di Azione Partigiana, e partecipa attivamente nelle azioni che con le forze alleate polacche ed inglesi contribuirono alla Liberazione di Osimo e degli altri paesi della valle del Musone. Dopo la guerra ha ricoperto nel 1945, anche , l’incarico di “Censore” (con il m° Claudio Buccetti ) del Collegio Campana. Nel 1946  partecipa e vince il concorso provinciale  per responsabile dei Consorzi Agrari.
Dal 1947 per quarantasei anni  il Consorzio Agrario di via Adriatica  è stato il  lavoro, la casa, il riferimento del sig. Giovanni Sampaolo che ad Osimo Stazione è conosciuto ed apprezzato da tutti  ( anche per via del figlio medico, il dott. Guido Sampaolo).
E quando mi racconta del Consorzio, dei tanti facchini che lavoravano sotto le sue direttive, del sostegno e del servizio generoso reso agli agricoltori osimani e non solo, ( non esisteva il “marcatempo”, e anche durante le feste, se necessario, le porte dei magazzini del civico 180 di via Adriatica erano aperte),  dei tanti aneddoti legati al lavoro, gli occhi di Giovanni si illuminano.  Non occorre sollecitare i suoi ricordi, come un fiume in piena, descrive quanto il Consorzio Agrario ha rappresentato per lui e la sua famiglia,  una esperienza straordinaria: la gestione degli ammassi del grano, le trasformazioni epocali dell’agricoltura, le innovazioni degli anni ’70, i tanti contatti e relazioni umane intessute con i clienti ed i soci del Consorzio, …. ecc.
Se,  come si dice,  la storia è fatta dalle persone, Giovanni Sampaolo è stato un personaggio fondamentale  per la storia del Consorzio,   che si è snodata per quasi mezzo secolo ( 46 anni ), fino alla meritata pensione arrivata nel 1994.
La vicenda secolare  di Giovanni Sampaolo si intreccia  anche con la storia di Osimo Stazione, frazione  che ama e che ha visto crescere in modo  esponenziale  e con le vicende personali, anche particolarmente dolorose,  come la morte della amatissima moglie, Cristina Balducci, sposata nel 1955 e con la quale ha trascorso 62 anni della sua vita.
La passione per i lavori della campagna,  le brevi passeggiate, una dieta sana, l’aria buona, un bicchiere di vino rosso a pasto, tanti piccoli interessi, alcune piccole rinunce ( come la riconsegna della patente di guida  al compimento del 98° compleanno) sono questi   i segreti  che  hanno permesso  al signor Giovanni  di poter raggiungere, lucido, forte e con spirito positivo, questo straordinario traguardo.

Gli altri o per meglio dire le altre superlongeve osimane, sono: Adalgisa Giampieri classe 1918, che  vive nella propria casa nella frazione dell’Abbadia, Ausili Idelma classe 1917 che vive a San Sabino,  mentre quattro sono, invece, le signore ricoverate in Case di Riposo:
Maria Martarelli originaria di Agugliano classe 1915, Teresa Elisei vedova Mattioli classe 1915, Anna Maria Fanesi classe 1918 che abitava nel rione Santa Palazia-San Marco anche conosciuta come la moglie del  dott. Alberto Zoppi e Alda Cacciamani vedova Cantarini anche lei classe 1918 che fino a pochi anni fa si poteva trovare dietro il bancone nella sua minuscola ma rifornitissima bottega di corso Mazzini, così detta “dello Scolaro”, a vendere quaderni, penne e fogli di protocollo.

Infine sono sei gli osimani iscritti all’ A.I.R.E., l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero, che hanno  superato il centesimo anno d’età.  Sono persone che hanno scelto di vivere al di fuori dei confini del nostro paese o nati da genitori che a fine del secolo scorso hanno  – con le valigie di cartone – cercato fortune migliori lontano dalla nostra città. Questi i loro nomi:
Setimio MAGGI nato a Firmat (Argentina) il 21 marzo 1916 e residente a Tigre ( Argentina); Alexandre CANALINI  nato il 4 giugno 1917 a Rio de Janeiro (Brasile) e lì ancora oggi residente; Juan Bautista SCHIAVONI  nato il 5 maggio 1918 a Villa Monte ( Argentina) e residente a Monte Cristo (Argentina);  Emilio MARZIONI  nato in Osimo il 12 giugno 1918 e residente in Spagna a Madrid; la sig.ra Luigia PAGLIARECCI nata in Osimo il 13 luglio 1918 e residente a Alcira ( Argentina) e la sig.ra Leonilda MENGARELLI  nata ad Alvarez ( Argentina) il 22 ottobre 1918 e lì, ancora, risultante residente.
Anche a questi ultracentenari “osimani” mando i miei auguri sperando che la rete, con le sue “magiche possibilità”, possa raggiungerli.


A nome di tutta la nostra comunità, invio ai diciotto concittadini che hanno superato – a fine 2018 – lo straordinario traguardo delle 100 primavere, gli auguri più cordiali.
Donne e Uomini che hanno vissuto i momenti in cui si faceva la storia, e che  anche loro hanno contribuito a farla.
Grazie,  la Vostra vita rappresenta un  “patrimonio umano”  per la nostra città, un valore cui attingere per la costruzione di un futuro migliore.

La Presidente del Consiglio Comunale
………..prof.ssa Paola Andreoni

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6 ottobre

Ho festeggiato un altro anno della mia vita. Grazie di cuore per i numerosi e piacevoli messaggi di auguri.

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Paola

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#OSIMANE con l’hashtag: Lida, Renata e Mirella

“Imparavo finalmente, nel cuore dell’inverno, che c’era in me un’invincibile estate” (Albert Camus, Ritorno a Tipasa.1952).

Mi sembra la cosa giusta, porre i versi di questa poesia, all’inizio del racconto della storia di Lida, Mirella e Renata. Una dichiarazione luminosa, una magnifica resa a quel nucleo vitale che irriducibilmente ognuno di noi possiede, malgrado il tempo, gli anni, i dolori, le fatiche, il grigiore a volte abbacinanti della vita. Il destino di tre donne diverse e lontane che si intreccia tra loro.
Quella di Renata, Lida e Mirella è la storia di tre persone straordinarie con alle spalle situazioni difficili da gestire che hanno  voluto stare unite, condividere, aiutarsi a vicenda, una testimonianza – la loro – di come l’unione fa la forza.

 Renata Barbarotti Saporiti, Lida Ceriscioli e Mirella Diomira Casari, tre donne coraggiose che hanno scelto Osimo come luogo della loro conquista costante di autonomia e di piena realizzazione. Tre donne con alle spalle storie di “barriere” e di pregiudizi che il destino ha voluto, nel suo misterioso disegno,   far incontrare ed unire per un  grande legame di amicizia e di solidarietà. Tre donne provenienti da luoghi diversi: Renata romana, Lida maceratese e Mirella – la più giovane- della bassa padana; con percorsi di vita  completamente diversi ma unite nella loro vicenda personale a causa della cecità.

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Renata
, la più grande delle tre, classe 1905 nativa di Roma, cieca dall’infanzia a causa di una malattia genetica, si era diplomata in Pianoforte al Conservatorio Santa Cecilia di Roma. Una donna forte abituata a “sbattere contro i muri” e contro le avversità, dal carattere gioviale, diretto e affabile, come quello tradizionale  dei romani, del quale aveva conservato le espressioni lessicali più tipiche, ed anche il coraggio e la determinazione. Amava dire:  “Vedo solo con il cuore, ma niente può fermarmi”. Dopo anni di insegnamento della musica  nelle scuole speciali per ciechi,  lascia Roma e si trasferisce con il marito, Giulio Saporiti ( anche lui musicista) nella provincia di Varese a Gorla Minore. Ma, come nelle parole del poeta: “la vita è davvero conosciuta solo da quelli che soffrono, e incontrano  le avversità”.   Dopo pochi anni di matrimonio Renata, ancor giovane, si ritrova vedova e sola. Sopportando le avversità ritorna ad insegnare pianoforte e non paga,  apre e gestisce, in collaborazione con il Mac ( Movimento Apostolico Ciechi),   un pensionato a Milano in via Romussi per le persone cieche e sole. Da Milano si trasferisce a Bologna  nella struttura “Fusetti” del Mac, un pensionato per persone cieche  gestito dalle suore canossiane. Qui Renata pensava di concludere la sua esistenza nel conforto della benevole assistenza delle suore  ma, così non è andata.

Lida è nata a Loro Piceno il 29/3/1926, in una famiglia di poveri contadini, anche lei cieca fin da piccolina ha vissuto la maggior parte della sua vita in Istituti. Prima a   Spoleto dove ha appreso  il mestiere di lavoratrice a maglia e uncinetto,  e poi a Bologna,  in un istituto gestito da suore canossiane,  dove ha continuato a lavorare come ricamatrice ed anche in una nota fabbrica di camicie. Lavoro e vita comunitaria in istituti amorevolmente assistite da religiose,   un destino comune a tante persone cieche.

Mirella è nata e cresciuta a Volta Mantovana il 06/07/1948, anche lei appena nata viene colpita dalla cecità. Anche per lei, pur se confortata dall’amore e dalle premure  dei suoi, e delle sorelle, si aprono già all’età di  5 anni le porte del collegio,  al fine di avere una educazione,  ed imparare tutti quei strumenti che aiutano le persone senza vista a poter leggere, scrivere, imparare una professione. Anche Mirella, appena ventenne, sceglie di vivere nell’Istituto per donne cieche a Bologna. Una scelta obbligata, confortevole e rassicurante ma i “sogni” erano altri.

Le tre donne, per i misteriosi disegni che il destino sempre riserba, si incontrato e si conoscono a Bologna nell’ istituto per cieche gestito dalle suore canossiane. E’ in questo luogo, dove sono amorevolmente servite e trattate,  che maturano l’idea di una vita diversa, fuori dall’Istituto. Una vita sullo stile di una famiglia, dentro la città, con una propria casa da accudire, e un luogo dove, ai propri interessi e lavoro,   abbinare faccende  e gesti quotidiani come: fare la spesa, preparare il pranzo,  lavare i piatti, fare la lavatrice e le pulizie di casa. Una vita con le preoccupazioni, le scadenze, gli “alti e i bassi”, di una normale famiglia.***
Il progetto di famiglia-convivenza,  da sogno ideale  pian piano si materializza e prende forma.    Giorno dopo giorno, il progetto fa  rinascere nelle tre donne cieche l’entusiasmo di una nuova vita, e  Osimo, la nostra città,  rappresenta il luogo prescelto per questa “boccata di ossigeno”,  o meglio  il luogo dell’indipendenza.
Osimo era, ed lo è ancor di più oggi con la realizzazione delle nuove strutture,  la città sede della Lega del Filo d’Oro, l’Associazione che  grazie ai suoi progetti permette a ragazzi privi di vista e/o con altre gravi menomazioni sensitive, di diventare più indipendenti,  che vuol dire diventare “grandi” e riuscire in qualche modo a cavarsela da soli.

Lida, Renata e Mirella dopo aver conosciuto don Dino Marabini, Sabina Santilli ma anche Iride di Milano ed altre amiche che con coraggio e determinazione avevano deciso di uscire da “ovattati” istituti  per iniziare esperienze di autonomia.   Scelgono di venire a vivere ad Osimo per aiutare idealmente la lega del Filo d’Oro in questo suo progetto educativo e diventare anche loro – in quella che diverrà per oltre 10 anni  la loro casa famiglia – un esperimento e una speranza da proporre a tutte quelle persone cieche che fino ad allora non avevano, in Italia, altre prospettive di vita,  fuori da strutture protette.

Il  9 settembre 1974, Lida, Renata e Mirella lasciano  l’Istituto per cieche di Bologna e iniziano la loro avventura di vita comune  nella loro casa presa in affitto nel centro della frazione di Santo Stefano di Osimo, vicino la piccola chiesetta parrocchiale, non lontano da via Montecerno, la sede della Lega del Filo d’Oro.

Sostenute nel loro progetto dalla Lega del Filo d’Oro ed aiutate  da  tanti volontari come Daniela Pirani, Rossano Rotoloni, Fiorella Pirani, Rossano Bartoli e Dino Marabini, solo per menzionarne qualcuno,  le tre donne lavorano, partecipano alla vita associativa della Lega, promuovendo iniziative e favorendo il contatto con i tanti cieco-sordi presenti, spesso in condizioni di isolamento e solitudine,  in tutta italia.

In particolare Renata diventerà l’anima del giornalino associativo e bollettino ufficiale delle Lega del F.d’O., “Trilli nell’Azzurro”, di cui curava personalmente e con grande impegno fisico la stampa in braille ( ancor prima che uscissero, le funzionali stampanti braille che oggi consentono la stampa in codice braille, su carta, di un qualsiasi testo in formato elettronico).

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Tutto facile ? Assolutamente no – come mi racconta Mirella – tanti i disagi e gli ostacoli  affrontati quotidianamente ma anche la felicità per  l’acquisizione giorno dopo giorno di competenze ( anche nelle piccole cose come: lavare i piatti, fare la lavatrice, cucinare ed invitare gli amici, fare le pulizie) che ha permesso alle tre coraggiose donne di fare grandi conquiste e pian piano di cavarsela da sole.

Da Santo Stefano la “piccola famiglia: Renata, Lida e Mirella” si trasferisce al centro di Osimo, in via Campana. Qui troveranno un appartamento più confortevole, la possibilità di meglio usufruire  dei servizi pubblici con indipendenza, l’autonomia di muoversi per Osimo per andare a fare spesa, andare alla Messa senza dipendere da alcuno.  In particolare, per Mirella la grande conquista di poter andare a lavorare in Comune ( dove nel frattempo era stata assunta lasciando il Provveditorato alle Opere Pubbliche di Ancona e dove  per anni ha svolto le mansioni di centralinista) a piedi, attraverso i  vicoli di Osimo munita solo del suo bastoncino bianco, del suo sorriso e di una buona dose di coraggio e determinazione.

Ad Osimo si moltiplica la rete delle relazioni, la loro casa in via Campana diviene punto di riferimento  di volontari che sempre più numerosi frequentano ed aiutano o per meglio dire “partecipano alla vita” delle tre donne: Maria Blasi, Iole Rossi, Vittoria e Pia Petrini, Guido De Nicola ( presidente della Lega del Filo d’Oro), le sorelle Bartelloni, il gruppo delle terziarie francescane e tanti giovani come Anna Maria Bartoli, MariaPia Pierpaoli, Mariella Bevilacqua, Marcello Mosca, Maria Teresa Bartolini, ecc.

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Nel frattempo Renata, donna eclettica dai mille interessi e infinite risorse, dalla  spontanea simpatia,  continua la sua infaticabile  “missione” di contatti con i soci  sordo cieche della Lega, oltre a coltivare i suoi interessi: la musica con il suo inseparabile pianoforte e lo studio dell’Esperanto, la lingua creata dal polacco Ludwig Zamenhof per la comunicazione internazionale, di cui Renata è stata una delle massime esperte nazionali ( segnalata dalla IABE per la sua attività di promozione) curandone anche la pubblicazione di alcuni libri in Braille per l’apprendimento di questa lingua da parte delle persone prive di vista.
Lida dolcissima donna ed eccellente cuoca, assume, di fatto,  la guida della casa anche per via del suo carattere pratico,  divenendo la riservata ed umile  preziosa padrona ed economa della casa. Non solo brava cuoca, Lida, aveva le  mani d’oro,  era una eccellente ricamatrice, e trovava anche il tempo da dedicare all’Ordine Terziario e al Mac ( Movimento Apostolico Ciechi) di cui diviene la responsabile regionale.
Mirella, la giovane del gruppo, ha seguito sempre con entusiasmo l’affettuosa guida delle sue due amiche, raccogliendone i consigli per vivere con gioia giorno dopo giorno, con il suo mondo di interessi ed abitudini,  “il sogno della normalità”. Un percorso che porterà poi Mirella a coronare con il matrimonio, il 5 luglio 1987,  la storia d’amore con Mario ed altre impegnative sfide come l’adozione di Rodney. Mirella ha inoltre, rivestito per diverso tempo ( dal 14 aprile 1984 al 7 aprile 1990) il ruolo di membro del CdA della Lega del F.d’O.

Renata che va ricordata anche per essere stata una delle socie fondatrici e componente del Consiglio di Amministrazione della Lega del Filo d’Oro, ricoprendo altresì l’incarico di Vice Presidente dal 20 dicembre 1964 al 4 gennaio 1975 e Presidente della benemerita associazione osimana nel periodo dal 4/1/1975 al 27/4/1975,  morirà il 20 giugno 1985.

Mirella con Mario andranno a vivere in via della Pietà, mentre Lida, malgrado le insistenze di Mirella che la voleva con lei e Mario,  decide di trasferirsi a Macerata dove ha vissuto serenamente, in un appartamento al centro storico, fino al termine dei suoi giorni: il 18 febbraio 2013.***
Una bella storia di luce oltre il buio quella di queste tre donne di cui la nostra città è stata testimone e parte attiva offrendo servizi e tante persone volontarie  che hanno condiviso e reso possibile questa esperienza “straordinaria” che per un cieco vuol dire la normalità che fa l’eccezione.

Tre donne coraggiose che con la loro testimonianza hanno incoraggiato altre esperienze simili in tutta Italia. Tre cieche che rompendo consuetudini e schemi – mettendosi alle spalle l’inevitabile dose di vittimismo –  non sono volute “stare al loro posto”, non hanno voluto accettare il loro limite come naturale,  ma hanno puntato in alto,  ad una vita pienamente vissuta, ad una conquista di autonomia possibile ad un sogno senza buio.
Grazie Renata, Lida e Mirella a nome di tutte le persone che vi hanno conosciute ed alle quali avete dato un grande esempio e testimonianza. Osimo e i suoi volontari sono  stati con voi.

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***La Presidente del Consiglio Comunale
*****prof.ssa Paola Andreoni

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#OSIMANI con l’hashtag: Filiberto Diamanti

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Nell’ascoltare la sua storia, la sensazione è di avere a che fare con uno dei personaggi narrati nei libri dello scrittore cinese Mo Yan,  premio Nobel per la letteratura nel 2012.   Quegli eroi di una volta che riescono a uscire da ogni situazione, anche la più difficile. E gli ingredienti di un racconto accattivante  ci sono tutti: ingegno, avventura, passione, invenzioni, genialità.  Sullo sfondo lui, un #Osimano come tanti, ricco della sua bella storia, figlio della nostra città nella quale vive con la leggerezza del geniale risolutore, l’eccesso di un’anima anarchica   e la concretezza tipica dell’indole osimana.  Anche il nome è da personaggio, un po’ da “cinema neorealista italiano” alla Pietro Germi, per intenderci: Filiberto Diamanti.

 “Vengo al mondo nel gennaio del 1955, di sabato” – così Filiberto, con la sua caratteristica autoironia,  inizia a raccontarmi la sua storia con   aneddoti, esclamazioni osimane, vita privata e professionale che si intrecciano – “Forse dovevo nascere nel 1954, ma allora il parto cesareo si faceva solo in casi rarissimi: solo se il nascituro o la gestante rischiavano di morire.  Per questo, forse, quando sono nato ero già vecchio. Mamma si chiama Maria, mia nonna Geltrude e si racconta che quando mi ha visto nascere ha esclamato sconsolata a mamma “Maria, Madonna quanto è brutto  stu bardascio, è tutto naso  e recchie“. Poi con il tempo un po’ mi ripresi, ero diventato quasi bellino anche a detta del fotografo Arduino, (perchè una volta  si usava far fare ai figlioli le foto a Piazzanuova, sotto il monumento dei caduti).  Il giudizio espresso  dal fotografo Arduino – che di figlioli ne aveva immortalati tanti, e quindi se ne intendeva  – tranquillizzò, non poco, i miei genitori.

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Filiberto è nato in via Cesare Battisti al numero 1, vicino le scalette del Foro Boario. La madre Maria Mengoni ha sempre lavorato nelle fisarmoniche a Castelfidardo, mentre il padre Leonello oltre ad essere stato anche lui in fabbrica nel settore delle fisarmoniche, addetto alla parte meccanica per conto della ditta Busilacchi ( ditta osimana che costruiva fisarmoniche negli anni ’50) ha spaziano in altri settori: muratore, carpentiere, salariato alla Fornace Fagioli,  ecc. Una famiglia di lavoratori che non viveva nel lusso ma di essenzialità. Qualità e valori che Filiberto si è sempre portato dietro.

Racconta Filiberto: “I miei genitori – per necessità – sempre impegnati al lavoro mi lasciavano sovente solo e gran parte della mia formazione e crescita sono stati gli amici e alcuni spazi pubblici, caratteristici della nostra Osimo: i giardini di Foro Boario ( oggi Piazza Giovanni XXIII) e via Cappuccini.”
Nel parlarmi degli amici, a Filiberto gli si illuminano gli occhi. Tanti, un lungo ed interminabile elenco di nomi con i quali ha condiviso giochi, confidenze, momenti goliardici, spensieratezza, ragazzate, ma anche il dolore per tragici eventi: Tonino Borsini, Marco Mazzieri, Adriano, Mario Belelli, lo sfortunato Andrea Marchetti detto “Ciaccioni”, Mauro Mezzelani, Alfredo Graciotti, Sandro Bambozzi, Claudio Tabuzzi, Moreno Frontalini,  il povero Luigi Marziani,  Rodolfo Mazzoni.
Riflettendo oggi su quel periodo e sui suoi amici,  Filiberto mi confida che con la  maggior parte di loro, aveva  in comune la grande voglia di stare insieme ( semplicemente per chiacchierare), l’esagerazione nei sentimenti e nelle azioni, la “fame di vita”, una   curiosità mai doma.  Oggi si direbbe, che quei ragazzi erano  un gruppo che viveva volutamente ai margini. Ai margini della parrocchia e dell’oratorio di San Marco  malgrado l’impegno e i tentativi di approccio di don Guerriero e di don Luigi Lucianetti. Lontani dall’impegno scolastico che veniva visto come una “perdita di tempo” ed un’ imposizione più che un’opportunità di crescita e formazione.
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Sicuramente, racconta Filiberto,  il metodo “forte” del maestro Guido Ruzzini non ha aiutato, ma anche quando il maestro è cambiato e la guida è passata al maestro Carlo Gobbi, le sue nuove metodologie pedagogiche –  i suoi disperati tentativi  di coinvolgimento – si sono infranti con il mio e nostro disinteresse per tutto ciò che erano libri e penne, presi come eravamo per i giochi all’aperto, per le battaglie tra bande, per le  avventure e le imprese pomeridiane, per tutto il mondo che c’era e si muoveva con vivacità   fuori dalle “spente” mura scolastiche.

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E così che – con il dispiacere di Maria,  di Leonello (e della zia Viola che con i genitori si era assunta il compito di educare il piccolo Filiberto)  le cui  fatiche del duro lavoro quotidiane erano mitigate dalla motivazione e dalla speranza di poter offrire  un avvenire migliore al loro unico figlio -, a 14 anni Filiberto abbandona definitivamente la scuola e inizia il suo percorso professionale come apprendista in una officina meccanica  di stampi e tranciature per lamiere.

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Nel lavoro, anzi per meglio dire, nei tanti lavori svolti,  perchè Filiberto pur figlio di una stagione, quella degli anni ’60 caratterizzata  dal “posto fisso” e dal “posto di lavoro che rimaneva quello per tutta la vita” è stato – anticipando i tempi e come lo sono i giovani di oggi –  un lavoratore orientato alla  flessibilità.

Trovato un lavoro ed acquisitene tutte le competenze, senza alcun problema ha cambiato  posto e spesso anche tipologia di lavoro,  affrontando le nuove esperienze  con entusiasmo e con  spirito sempre giovanile,   di chi vuole  mettersi di fronte a nuove  sfide e conoscere nuove tecnologie e  nuovi mestieri.

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Con questo atteggiamento “eclettico” nell’ affrontare la vita, sempre pronto con il suo bagaglio ricco di esperienze e competenze  Filiberto ha lavorato, poi,  in diverse ditte artigianali: ad Osimo presso la carrozzeria di Leonardo Rossi in via Pompeiana, a Camerano presso la ditta Mobil Fer dei f.lli Bontempi,  poi a Castelfidardo presso Cintioli Italo e la ditta O.T.S.,  in queste ultime come operaio meccanico imparando ad utilizzare le presse e la tranciatura di lamiere per la realizzazione di stampi. A 19 anni  è carpentiere  presso la ditta “Bugatti e Pizzichini” impegnato a calandrare e saldare putrelle in ferro che servivano per realizzare le  strutture delle gallerie autostradali.  A 20 anni altro lavoro pesante e di precisione, presso la ditta “OSET di Pieralisi Piero” a Castelfidardo, nuovo lavoro e un nuovo mestiere ad arricchire il bagaglio personale delle tante abilità già acquisite.

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A 21 anni per Filiberto “passa il treno della vita” l’opportunità a cui  tutti gli osimani negli anni ’70 aspiravano: viene assunto “fisso” alla Lenco. Occasione che Filiberto non aveva cercato ma che gli è stata proposta dal capo officina Enzo Casavecchia che a quel tempo era alla disperata ricerca di operai specializzati, capaci di lavorare il ferro per la parte meccanica dei mangianastri e dei piatti per giradischi. Cinque anni alla Lenco, cartellino per firmare n° 780, questo per dire l’importanza che rivestiva per l’economia osimana la Lenco, praticamente quasi un osimano per famiglia lavorava nella fabbrica di via Guazzatore.
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Con l’arrivo della  concorrenza  asiatica finisce il “sogno industriale” osimano   della Lenco. La storia è ben nota ed è stata contrassegnata da un lungo e irrefrenabile declino aziendale della fabbrica che ha visto, per i tanti dipendenti , prima la cassa integrazione straordinaria  e poi il licenziamento definitivo di tutte le maestranze occupate.

Filiberto anche in questo caso, in controtendenza rispetto ai più, non ci sta a fare il “cassaintegrato” ( che voleva dire stare a casa per diversi anni, senza fare nulla, con la garanzia di circa l’ 80% dello stipendio). Viste le prime avvisaglie di crisi, – anche stanco della vita di fabbrica, delle presse, del loro rumore assordante, quei 120  “insopportabili” colpi al minuto e inorridito dai tanti incidenti di lavoro ai quali aveva assistito con svariati colleghi rimasti con le dita sotto la pressa, invalidi per tutta la vita – si licenzia.
Con i soldi della liquidazione, del ricavato della vendita della, ancor nuova “Alfa sud” e con l’aggiunta della firma di “un mare” ( come citato  da Filiberto) di cambiali, si compra un camion usato e inizia una nuova attività, da tempo cullata nel cassetto dei sogni: diventa camionista.

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Un lavoro rivelatosi faticosissimo ma svolto sulle ali dell’entusiasmo. Consegne (prioritariamente di mobili)  in tutta Italia da Bolzano alla Sicilia,  con un mezzo vecchio, senza servo sterzo che perdeva acqua e che ogni 300 chilometri richiedeva di essere rimboccata. Inoltre a quel tempo non esistevano i “navigatori”, smartphone e computer.   La guida della strada, per trovare i luoghi e le vie di consegna, era l’atlante stradale. Tante le difficoltà  affrontate: ghiaccio, neve, caldo, nebbia, traffico, strade tortuose, carichi e scarichi, ecc. Un’attività che malgrado il faticoso impegno e il notevole sforzo fisico, Filiberto ha portato avanti con grande passione e soddisfazione dei suoi clienti ( i più importanti mobilieri della nostra zona) per quasi 31 anni, fino al 2012, fino alla meritata pensione.

Anni passati sulla strada, spesso partendo da Osimo il lunedì e rincasando solo il fine settimana. Anni nei quali Filiberto ha perso il contatto con i suoi “vecchi” amici osimani,  ma diventando amico di migliaia di colleghi incontrati sulle strade, nei magazzini, nei ristori e con i quali è scattato un bel rapporto di solidarietà e di generosità. Sentimento quest’ultimo che è innato in Filiberto e che non si estingue facilmente, soprattutto per chi lo pratica.
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Anni passati sulla strada da solo: lui e il suo camion di consegne. Racconta Filiberto: ” sulla strada impari a riflettere, a mantenere la calma, il controllo di qualsiasi situazione che ti può capitare. A volte la sera partivi con la nebbia che ti accompagnava fino a Melegnano Milano. Dormivi tre ore, dentro la cabina del camion,  e l’indomani mattina iniziavi a scaricare , entravi dentro Milano con un camion lungo 12 metri, eri in doppia fila e spesso capitava di fare questione con l’impazienza e l’intolleranza degli automobilisti che volevano passare o dei vigili che non ti facevano sostare. La gente spesso non si rende conto della fatica del lavoro di un camionista, che non eri lì per divertimento,  ma per rifornire i negozi dove facevano spesa.”
In questi anni di camionista Filiberto è incappato anche in alcuni gravi incidenti stradali, il più grave nel 1984 camion distrutto, ma la forza d’animo di questo osimano “eclettico” l’ha sempre fatto ripartire, anche dopo le cadute più rovinose.
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Da una persona  metalmeccanico a 14 anni, ex carpentiere di fatica, addetto alle presse dal rumore insopportabile e da ultimo da ex camionista alla guida di un bestione della strada per oltre 31 anni non puoi che aspettarti una persona con  un carattere duro, determinato, un caratteraccio, “costruito” negli anni, durante quelle giornate infinite passate sulla strada, in mezzo a mille e più imprevisti.

Filiberto Diamanti, invece, non è nulla di tutto questo, è una bravissima persona. Un marito sempre vicino alla sua amata Pamela che gli è stata sempre accanto, anche  nelle sue scelte più difficili,  e con la quale condivide, oggi, le passioni della bicicletta, della moto e della canoa che da pensionati hanno rispolverato.  Filiberto è anche un affettuosissimo padre e un tenerissimo nonno e il premuroso figlio della signora Maria, oggi 93enne.

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Fili ( come lo chiamano i suoi amici) è una persona squisita, un bravo osimano che ho voluto conoscere incuriosita dalle creazioni che spesso mette in bella mostra davanti lo stop,  tra l’incrocio di via Olimpia e piazzale Giovanni XXIII.

Perchè, poi, entrando nel suo laboratorio, vicino la scuola materna del “Foro Boario”,  scopri  un’altra anima di Filiberto: quella dell’artista e del genio. Come Archimede Pitagorico di Walt Disney, Filiberto nella sua tana, crea giochi per la nipote o composizioni artistiche legate a qualche evento. A volte sente accendersi la lampadina in testa e trova la soluzione migliore con la quale risolvere un problema, anche quelli di piccolo conto ma che aiutano la qualità della vita.   In quei momenti immagino Filiberto gridare “Eureka”,  e lo  senti  lavorare di impegno – sempre allegro e divertito –  con le sue  pialle e saldatrice.
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Filiberto è rimasto meravigliato del mio interessamento alla sua storia ritenendola, senza alcun rimpianto, una storia “normale”, di poco conto, come ce ne sono tante in Osimo. Io, invece, ritengo che quella di Filiberto così come  le storie delle persone comuni, della nostra piccola comunità, hanno una forza straordinaria.

Sono storie che soddisfano la nostra curiosità, con le quali  possiamo confrontarci e  trarne ispirazione. Questo non significa che se ne approvano sempre le idee e i valori ( ad esempio come posso da insegnante apprezzare, della testimonianza di Filiberto,  il marinare la scuola o il fatto di considerarla di poco conto per  la formazione personale ?) ma ai miei occhi ( e credo lo sarà anche agli occhi dei  lettori della storia) Filiberto  “l’ eclettico”, rimane una persona vera e credibile  e la sua storia personale  va ad arricchire  quella collettiva della nostra piccola comunità osimana.
Grazie Fili.

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La Presidente del Consiglio Comunale
*****prof.ssa Paola Andreoni

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✿⊱ Quando settembre inizia con la pioggia ✿⊱

 

    Una nota per ogni domenica

                                                                                       

                                                                                        –

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E’ settembre
con agosto se  ne è andato anche questo struggente e dolcissimo cantante – poeta
che ho sempre amato e non solo per le sue ballate impegnate 

A tutti Voi dedico questa canzone di Claudio Lolli❤️❤️❤️

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” Ti ricordi, Michel del banco nero in terza fila,
che ascoltò tutte le risate,
di due bambini che vivevano in un sogno che non si ripeterà….
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Le sorprese delle Dolomiti ( secondo giorno )

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Le sorprese delle Dolomiti. Oggi (31 luglio) partenza alle ore 8, abbiamo deciso di seguire il sentiero 627 da passo Pordoi si sale al Sass Pordoi ( m. 2.948) e poi alla vicina forcella Pordoi ( m. 2.829) Da qui abbiamo abbandonato il sentiero n°627 per il n° 628 che conduce alla base del Piz.Boè.
Bella salita abbastanza impegnativa a gradoni e con qualche passaggio con cordini metallici d’aiuto. Siamo arrivati in cima presso la capanna Piz Fassa a m. 3.152.
Panorama bellissimo, anche grazie alla bella giornata, che ci ha imposto una obbligatoria sosta. Ripartiti per il sentiero n° 638, un tratto di discesa, un salto roccioso che si supera con l’aiuto di cordini si sicurezza e delle scalinate per raggiungere, alle ore 12, al rifugio Boè ( mt. 2.871 ) per la meritata sosta del pranzo:minestrone e polenta. Dopo il riposino, al sole di una roccia, ritorno rimontando le roccette fino a Sass Pordoi.
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Le sorprese delle Dolomiti ( primo giorno)

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All’Alpe di Tires con il seguente percorso: rifugio Gardeccia, Rif. Vaiolet ( 0,50 minuti), Rif. Principe (1,10 un’ora e dieci minuti, rif, Bergamo ( 0,40 minuti), Rif. Alpe di Tires (1,40 ), ritorno lungo la valle Duron ( 2 ore circa). Zona detta “Buco dell’Orso”.

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Festa della Repubblica in Osimo

Una  festa speciale per celebrare con i giovani il settantaduesimo anniversario delle Repubblica Italiana ed il settantesimo anniversario della Costituzione italiana.

Per celebrare i 70 anni della Costituzione e il 72° anniversario della Festa della Repubblica la Presidente del Consiglio Comunale, Paola Andreoni con l’Amministrazione Comunale ha consegnato copia della Costituzione italiana agli studenti  che hanno partecipato al progetto della legalità. Una giornata speciale che si è aperta in Municipio con l’arrivo dei giovani che hanno percorso, a piedi, le vie cittadine portando manifesti con scritti i principi della Carta Costituzionale italiana. Una iniziativa che ha promosso i valori della cultura istituzionale  e della cittadinanza attiva.
Ad arricchire l’iniziativa l’intervento degli studenti del 3° Liceo Scientifico “Corridoni-Campana” di Osimo che hanno presentato un  booktrailer realizzato per presentare i valori della Costituzione e della Festa della Repubblica.
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La “marcia dei diritti” tra le vie di Osimo

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Buona Festa della Repubblica a tutti noi cittadini italiani, a quanti hanno scelto di risiedere  nel nostro Paese come speranza per un futuro migliore e ai nostri giovani impegnati in Europa nei progetti Erasmus o che hanno scelto di avere opportunità migliori fuori dal nostro Paese.
Questo 72° anniversario della Repubblica Italiana sarà, quanto mai oggi, occasione per ricordare e riscoprire alcuni valori che troppe volte rischiamo di dare per scontati: primo fra tutti la libertà, insieme ad altri diritti fondamentali e inalienabili che essa sottende. Altro valore è il rispetto della Costituzione, che è figlia di quella decisione presa tra il 2 e il 3 giugno del ’46. E con la Costituzione il rispetto verso gli organismi che ci rappresentano,  indipendentemente dalle nostre opzioni ideali e dalle scelte elettorali.
Un grazie particolare  all’Istituzione che rappresenta tutti noi e che è garante della democrazia e della libertà,  il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
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La Presidente del Consiglio Comunale
*******Paola Andreoni

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#OSIMANI con l’hashtag: il m° Ugo Novelli

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Non solo storia o grammatica ma anche argilla, e creta.  Sono stati questi gli ingredienti per apprendere, gli strumenti educativi,  che il maestro elementare – rectius: “di scuola primaria” – Ugo Novelli ha adottato e che hanno caratterizzato la sua lunga ed apprezzata carriera didattica, conclusasi nel 2012.
Manipolare e apprendere
, vale a dire, l’arte della ceramica ma anche l’amore e il rispetto per la natura,  stimolare la  curiosità nei bambini  per il successo nella lettura,  come strumenti di apprendimento. Così, sicuramente gli ex allievi e i loro genitori  della scuola a tempo pieno di Casenuove   ricorderanno  il maestro Ugo Novelli, per tutti,  il “maestro dell’argilla”.

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Ugo Novelli è stato un  maestro straordinario e  la passione per la scuola e per i ragazzi  è dimostrata –  ancora oggi – dalla disponibilità  e dalla generosità con le quali mette a disposizione il suo tempo libero per seguire, da volontario,  i laboratori  di scultura, di disegno  da  lui stesso ideati e  creati presso la Scuola di Casenuove e in altri plessi cittadini. “La scuola, la curiosità di conoscere dei ragazzi mi mancano, non riesco a distaccarmene” così mi ha confessato nel mostrarmi i tanti lavori, i progetti e le opere in ceramica realizzate dai suoi ragazzi.

Il maestro Ugo, classe 1951, è nativo di Polverigi, primo di una famiglia numerosa che ha fatto dell’impegno la sua ragione di vita. I genitori, vista la passione e la predisposizione  dei propri figli per gli studi,  decisero di  trasferirsi ad Osimo,  in via Guazzatore,  e qui ad Osimo i fratelli Novelli crescono e si formano nelle nostre scuole.
All’età di 14 anni, Ugo, decide di iscriversi, senza avere ancora una ben precisa idea sul proprio futuro,  all’Istituto Magistrale “Pier Giorgio Frassati”, la scuola di don Igino Ciavattini che proprio in quegli anni iniziava ad essere diretta dalle suore “Oblate dello Spirito Santo” con preside, in particolare,  suor Maria Pia Controni.
Una scelta di indirizzo scolastico che si rilevò   azzeccata, che rispose appieno alla sete di conoscenza del giovane Ugo, e questo grazie ai bravi insegnanti in servizio nella scuola di piazzale largo Trieste,  come: la prof.ssa di matematica Bruna Rinaldi ( meglio conosciuta come la prof.ssa Foresi), don Giuseppe Geronzi, insegnante di filosofia, e don Aldo Compagnucci,  insegnante di italiano e storia, che con le loro spiegazioni riuscivano a rendere affascinanti anche le tematiche più ostiche ed accessibili  i pensieri degli autori più complessi.  Grandi professori che, parole del maestro Ugo,  “hanno indirizzato le mie scelte future e si sono rivelati straordinari testimoni di crescita intellettuale”.
Gli anni  delle Magistrali sono  stati, per il m° Ugo,  gli anni della spensieratezza, condivisi con i compagni di classe: Fausto Giuliodori, Maria Cappellaccio, Pierpaolo Pierpaoli, Daniela Vescovo, Franco Stacchiotti, Maria Ludovica Frampolli, Elisabetta Cardinali, Maria Vittoria Mandolini, Donato Andreucci, Adelaide Bambozzi, Settimia Pesaresi,….. ma anche gli anni  della  conquista di una visione del mondo.  Difatti,  la direzione della scuola da parte di educatrici suore (suor Maria Pia e poi suor Amedea) non impedì di vivere appieno quegli anni,  come l’adesione alle   manifestazioni in solidarietà delle proteste studentesche del ’68, o come la più “disimpegnata” organizzazione della 1^ festa delle Magistrali  presso la piccola discoteca ( “Bloody Mery”) presente all’interno dell’Hotel “la Fonte”. Un evento cittadino, quest’ultimo,   straordinario, una conquista storica da parte di noi studenti e il superamento di un tabù per la nomea di severità e rigore che la scuola delle Magistrali aveva in città.
Terminate le scuole superiori nel 1969 ( Ugo Novelli negli annali dell’Istituto Magistrale “Pier Giorgio Frassati” è il diplomato n° 420), il m° Ugo, inizia a lavorare presso la Lega del Filo d’Oro come educatore nel settore degli adulti,  ma nel contempo, con le idee più chiare su come voleva impegnare il proprio futuro,  continua i suoi studi, consegue la specializzazione in fisiopatologia per insegnare nel sostegno e nel 1974 la laurea in Pedagogia (110 con lode) presso l’Università di Urbino  con una tesi di ricerca storica sulle origini del giornalino cittadino “La Sentinella del Musone”.
L’avventura scolastica del m° Ugo, inizia nel 1975 come insegnante di sostegno, prima presso la scuola speciale di Colle San Biagio, poi alle Grazie di  Ancona presso la scuola primaria Domenico Savio. Solo nel 1983 arriva l’auspicato trasferimento in Osimo, come maestro titolare in ruolo, presso la scuola Montetorto.
Un punto d’arrivo per molti insegnanti, uno stimolante punto di partenza, o meglio di ripartenza per il m° Ugo.
Nella scuola Montetorto di Casenuove,   il m° Ugo, che i suoi allievi affettuosamente chiamavano “il gigante buono  , insegnerà per ventinove anni.
Quasi tre decenni, caratterizzati dal tempo pieno, da sperimentazioni, da innovazioni come l’istituzione del laboratorio di ceramica con tanto di forno attrezzato, del laboratorio dell’orto, del laboratorio di archeologia didattica  ( in collaborazione con l’Archeoclub Osimo e che si è rivelato un fantastico strumento di comprensione del passato, come storia della cultura materiale e della vita sociale dei nostri popoli, con visita ai siti archeologici ed ai monumenti cittadini e la ricostruzione di piccoli manufatti),  di felice e proficua collaborazione con tante colleghe: Emanuela Frontini, Renata Romagnoli, Antonietta Catozzi, Assunta Tittarelli, Cristina Manara, Ester Tombolini, Gabriella Prosperi, Laura Cerquetella, Loriana Baleani, Maurilia Manoni, Nunzia Mele, Patrizia Parisani, Patrizia Posanzini,   Romina Piercamilli,  Stefania Camilloni,     la favolosa cuoca Gina Scarponi.

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Questa scuola, posta alla periferia di Osimo,  in un ambiente molto stimolante dal punto di vista naturalistico, ha costituito terreno fertile  per  il maestro Novelli, per realizzare quei concetti e valori educativi che ha sempre ritenuto fondamentali  per la buona crescita dei suoi piccoli allievi, sintetizzati in due frasi: “imparare divertendosi” e “se vedi dimentichi, se ascolti ricordi, se fai capisci”.  Questi gli obiettivi delle uscite a piedi, dell’ esplorazione ambientale nel lungofiume e nelle vicine campagne,  delle escursioni nei siti archeologici presenti in città, la visita alle ville monumentali, a cui facevano seguito approfondimenti sui testi.
Su questa linea didattica molto incisiva sui ragazzi si inserisce la geniale intuizione e la determinazione nella  creazione del laboratorio di ceramica. Una scelta che il m° Ugo ha affrontato con impegno ( preparazione, corsi di formazione, aggiornamenti, visite ad altre scuole che avevano avviato analoga iniziativa ) nella consapevolezza    dell’importanza che questo progetto avrebbe avuto  sui ragazzi: la curiosità del fare con le proprie mani.
La proposta dell’argilla da maneggiare e manipolare – un apparente gioco dietro il quale il m° Ugo si è posto il raggiungimento di importanti contenuti e fini educativi come:  potenziare l’emotività, la socialità e la possibilità offerta al bambino di esprimere la propria fantasia e  creatività – si è rilevata vincente ed è stata vissuta, nei vari anni, dagli allievi della scuola primaria di Casenuove con entusiasmo, partecipazione e passione.
Sono sicura che molti di questi ragazzi passati per Montetorto saranno grati, ancora oggi,  al m° Novelli per questa bella esperienza che hanno potuto vivere e ricorderanno la soddisfazione per aver  prodotto e realizzato con le loro mani: collane, manufatti vari, fischietti ed anche pregevoli creazioni artistiche (premiate in diversi concorsi artistici riservati alle scuole).

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Una meritata “standing ovation” al  maestro Ugo Novelli, sicuramente una delle migliori espressione della nostra scuola osimana, a cui tenevo esprimere particolare riconoscimento e gratitudine, un maestro ed anche il “maestro dell’argilla”, che sicuramente è stato capace di rendere i giorni in classe  ( e fuori) un’esperienza unica, destinata a lasciare un segno.

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La Presidente del Consiglio Comunale
*****prof.ssa Paola Andreoni

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❤️…..Giudizi universali

 

    Una nota per ogni domenica

                                                                                       

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Buona Domenica a tutti Voi, …
 con il fascino di una bellissima canzone
e poesia che arriva dritta al cuore

del m° Samuele Bersani cantata con la bravissima Carmen Consoli

 

 Libero com’ero stato ieri
Ho dei centimetri di cielo sotto i piedi
Adesso tiro la maniglia della porta e vado fuori
Come Mastroianni anni fa
Sono una nuvola, fra poco pioverà
E non c’è niente che mi sposta, o vento che mi sposterà… 
 

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