Eugenio Scalfari : Conservatori e temporalisti lo frenano ma Francesco non si fermerà

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari, • 25 Ottobre 2015. Conservatori e temporalisti lo frenano ma Francesco non si fermerà
Conservatori e temporalisti lo frenano ma Francesco non si fermerà.Un Papa anticlericale.
Il papa non ha un tumore, sia pur benigno, al cervello né altre malattie. Se ne avesse lo direbbe.
Jorge Bergoglio è un uomo le cui passioni sono state e sono la verità e la fede. La verità per lui è un valore assoluto; accetta il relativismo di tutti gli altri valori ma lo respinge fermamente per quanto riguarda la verità. Dico queste cose perché di esse abbiamo più volte discusso nei nostri incontri. E poiché io non credo nella verità assoluta, lui ha colto quale fosse la differenza che ci divideva: per lui la verità assoluta coincide con Dio, per un credente la verità propria è assoluta, ma soltanto la propria, ben sapendo che può non coincidere con quella degli altri.
Ricordo queste conversazioni perché mi danno la certezza che se fosse ammalato il Papa lo direbbe. Del resto alcuni mesi fa fu proprio lui a dire pubblicamente: “Non avrò molto tempo per portare a termine il lavoro cui debbo attendere, che è la realizzazione degli obiettivi prescritti dal Vaticano II e in particolare quello dell’incontro della Chiesa con la modernità”. Questa dichiarazione per la parte che riguarda il “poco tempo disponibile” destò una grande sorpresa ed anche una forte preoccupazione tra quelli che ritengono essenziale il suo pontificato per un rinnovato messaggio della Chiesa. La sua pubblica risposta fu questa: “Non ho per mia fortuna alcun male, ma sono entrato in un’età nella quale le possibilità di vita diventano sempre minori man mano che il tempo corre. Spero soltanto che il trapasso non sia fisicamente doloroso. Ma detto questo è tutto nelle mani di Dio”.
Quindi papa Francesco oggi non è malato. Resta da capire perché “gli avvoltoi volano su di lui” come ha scritto efficacemente Vito Mancuso giovedì scorso sul nostro giornale. Avvoltoi, che lanciano falsità contro Francesco sperando che diventi pontificalmente cadavere, che il Sinodo sulla famiglia e il Giubileo sulla misericordia siano due fallimenti così pure la sua politica religiosa nei confronti dell’incontro con la modernità e della decostruzione – secondo loro – della Chiesa.
Gli avvoltoi sono costruiti a tutto questo e carichi di conseguenze. Nei nostri articoli dei giorni scorsi i loro interventi sono stati esaminati e collegati ad una logica perversa l’uno all’altro. Ragioni di potere religioso e temporalistico li animano e una visione completamente diversa della Chiesa. Loro non vogliono una Chiesa aperta come vuole Francesco; non vogliono la sua Chiesa missionaria, non vogliono la fine del temporalismo. Considerano Francesco un intruso, una specie di alieno, di rivoluzionario incompatibile con la tradizione. Perciò combattono, gettano fango, diffondono notizie false, rivelano pretesi documenti, svelano posizioni interne nel vescovato cattolico. Una guerra vera e propria. Francesco la vincerà o la perderà? E quali sono i pilastri della sua predicazione e quali le sue armi (se di armi si può parlare) in questo scontro tra chiesa temporalistica e chiesa missionaria?
***
Il vero pilastro che tutto regge della politica religiosa di papa Francesco è il Dio unico, un’unica Divinità, sorretta dalla ragione e dalla fede. Dio che tutto regge e tutto ha creato a continua a creare incessantemente. Non esiste e non può esistere un Dio proprio di ciascuna religione: se Dio è tutto e tutto ha creato, Egli è di tutti e di ciascuno e continua a creare perché se si fermasse sarebbe una Divinità che si è fermata e rimane spettatrice d’una realtà in continuo movimento, un Dio che si è ritirato nell’alto dei cieli non più creatore ma testimone del continuo evolversi della società. Dunque un Dio creatore che le sue creature sentono dentro di loro perché una scintilla divina c’è in tutti e non importa se ne sono consapevoli o no. Quella scintilla divina opera nelle creature attraverso gli istinti e quegli istinti sono la vita, lo spazio che occupano, il tempo creativo delle particelle elementari che vorticosamente si aggirano nell’universo e le leggi alle quali obbediscono. L’Universo e gli Universi si modificano in continuazione e quelle modifiche è il Dio che le guida.
Tutto ciò è infatti eterno e la scintilla di Divinità dà a ciascuna creatura le sue leggi: gli atomi hanno le loro leggi, gli astri, le galassie, i campi magnetici, le stelle. Tutte queste forme nascono e muoiono ed è il tempo che le logora.
Questa è la visione della realtà che noi, animali pensanti, siamo in grado di percepire. Noi abbiamo un pianeta che ruota intorno ad una stella. La nostra scintilla divina ci ha dato una mente che sta dentro un corpo; abbiamo pensieri che scaturiscono dalla mente, a sua volta creata dal corpo e questo corpo ha una sua vita e una sua morte. Queste realtà visibili descrivono le leggi evolutive che noi, animali che vedono se stessi, abbiamo immaginato e scoperto. Dio è ben oltre da come noi lo pensiamo, ma per quelli di noi che sono credenti questa è la visione che hanno. Per quelli non credenti la visione è diversa solo su un punto: non credono a un Dio personalizzato. Pensano ad un Essere che genera Enti, cioè forme, ciascuna con proprie leggi. Tra le leggi che guidano le creature non c’è quella di interpretarsi e l’interrogazione primaria è di sapere chi siamo e da dove veniamo. Una delle risposte è la religione, cioè la credenza in un Dio e in un eventuale aldilà oltre la morte.
Il Dio unico di papa Francesco è la versione più alta e anche più consona per chi aderisce alle conclusioni che la sua fede gli ispira. Ma operare in modo che tutte le religioni arrivino a queste conclusioni non è né facile né rapido. Cozza contro credenze diverse, valori diversi, interessi contrapposti. Non a caso Francesco è anticlericale e lo dice. È un percorso, quello di convincere tutte le religioni, quella cattolica compresa, alla fede nel Dio unico, estremamente accidentato. Non c’è bacchetta magica che possa risolverlo. Francesco lo sa e procede passo dopo passo. Il primo punta ad una sorta di confederazione delle varie Confessioni cristiane che in un secondo tempo dovrebbe portare alla riacquistata unità religiosa. Nel frattempo amicizia con le altre religioni monoteiste e avvicinamento a quelle non monoteiste. Questo è lo scenario. È escluso che papa Francesco possa portarlo a termine anche perché dovrebbe avere alle spalle una Chiesa cattolica che fosse strettamente unita verso questo scenario, ma neppure questa unità è completa. Lo scontro interno è su varie questioni, ma la vera causa è quella: Dio unico, religioni affratellate, sia pure ciascuna con la propria storia, proprie tradizioni, propri canoni e proprie Scritture. Per quanto riguarda le gerarchie cattoliche, cioè i Vescovi discendenti dagli Apostoli, la situazione attuale la stanno vivendo sul tema della famiglia e la sede è il Sinodo che è entrato ormai nella sua fase finale e si è concluso con la “relatio finalis” presentata ieri sera a papa Francesco che del Sinodo è parte integrante e primaria.
***
La “relatio finalis” è stata tuttavia preceduta da vari interventi di Francesco, uno dei quali da lui pronunciato nell’ultima udienza generale dedicata alla passione d’amore tra gli sposi, dice parole estremamente significative che l’Osservatore Romano intitola – non a caso – “Perché la fedeltà non toglie la libertà”. Eccone i passi principali. “In realtà nessuno vuole essere amato solo per i propri beni o per obbligo. L’amore, come anche l’amicizia, debbono la loro forza e la loro bellezza proprio a questo fatto: che generano un legame senza togliere la libertà. Di conseguenza l’amore è libero, la promessa della famiglia è libera, e questa è la bellezza. Senza libertà non c’è amicizia, senza la libertà non c’è amore, senza libertà non c’è matrimonio. La fedeltà alle promesse è un vero capolavoro di umanità, un autentico miracolo perché la forza e la persuasione della fedeltà, a dispetto di tutto, non finiscono di incantarci. L’onore alla parola data, la fedeltà alla promessa, non si possono comprare e vendere. Non si possono costringere con la forza, ma neppure custodire senza sacrificio”.
Finora non era mai accaduto un pontificato che basasse amore, amicizia, fedeltà e matrimonio sulla libertà. Di fatto questo concetto applicato soprattutto al matrimonio non è cosa nuova per la Chiesa. Uno dei canoni su cui si basa il giudizio della Sacra Rota per ciò che riguarda le sentenze di annullamento è appunto l’ipotesi che il matrimonio sia stato celebrato con la forza esercitata su almeno uno degli sposi (quasi sempre la donna) dai genitori o da altre considerazioni dettate dagli interessi e non dall’amore. Ma nessun Papa aveva trasferito il canone giudiziario in un principio valoriale che personalmente ritengo laico dando a questa laicità un alto valore etico. E tuttavia l’analisi valoriale fatta da papa Francesco sarebbe incompleta se non fosse approfondita dall’esame delle famiglie attuali in tutto il mondo ma soprattutto in quello occidentale dove il cristianesimo è stato all’origine medievale dell’Europa così come lo è stato il laicismo e la scoperta della libertà.
È pur vero che le conclusioni del Sinodo rappresentano una netta frenata nell’azione innovatrice del Papa poiché, per quanto riguarda i divorziati conviventi con il nuovo coniuge, affidano la decisione di ammetterli ai sacramenti al “discernimento” del confessore. Ci saranno quindi casi in cui il confessore li ammetterà ai sacramenti ed altri di segno contrario. L’incoerenza di questo provvedimento è evidente ed è altrettanto evidente che il Papa deve averlo accettato. La scelta tra due diverse concezioni della Chiesa non data da oggi, ma oggi è ancor più inaccettabile di un tempo, per due ragioni: la prima è il Vaticano II che prevede l’incontro della Chiesa con la modernità e la modernità non si configura in una così ingegnosa decisione. Una seconda ragione è ancora più clamorosa: la famiglia d’oggi non è più chiusa ma aperta e sempre più lo sarà. È appunto una famiglia che vive nella coesistenza tra fedeltà alla promessa e libertà. È il Papa che l’ha detto, ma è il Papa che su questo punto soggiace al “discernimento” dei vari confessori. Come si sa, non ci sono confessori di professione, ogni presbitero è confessore. Perciò da questo punto di vista il Sinodo finisce con una vittoria ai punti del partito tradizionalista. Il quale troverà tuttavia la sua sconfitta dalla situazione attuale delle famiglie. Vediamola questa situazione che configura la realtà di gran parte del mondo cristiano.
******
Vediamo innanzitutto la situazione tra moglie e marito. Non è più quella vigente ancora nella prima metà del Novecento, quando era la donna a curare l’educazione dei figli, almeno fino alla loro adolescenza. Oggi anche la donna lavora come e quanto il marito. Nel frattempo ha cura anche dei suoi figli, bambini e ragazzi, ma se ne ha più di due è costretta a farsi aiutare da una badante e/o un asilo o comunque da una scuola materna.
Il marito di solito è impegnato da un impiego professionale che gli lascia poco spazio e tuttavia (nei casi positivi) quando il figlio è adolescente uno spazio per lui lo trova, ma attenzione: non come educatore ma come amico. È una buona cosa essere amici di un figlio, ma del tutto diversa dall’educazione. L’amico cerca le confidenze del figlio, le interpreta, si fa l’idea di quel carattere e lo ripaga con confidenze proprie. Insomma si scambiano suggerimenti, ma la richiesta di obbedienza scompare. Forse è un bene ma la loro amicizia non è esclusiva. Il figlio di solito forma il suo carattere e la sua visione della vita con la frequentazione di altri amici coetanei, con essi studia, con essi si diverte, con essi pensa, con essi vive. L’amicizia del padre è preziosa quando c’è, ma non fondativa. Formativo è il complesso degli amici, che spesso il padre neppure conosce, mentre alla madre resta a quel punto solo l’amore per il figlio, spesso ricambiato. Da questo punto di vista il complesso edipico tende ad aumentare, non privo di conseguenze nella formazione del giovane.
Ma ce ne sono anche altre dove la situazione non è questa, che comunque è la migliore, della famiglia moderna e ovviamente la più rara. Nella maggior parte dei casi il padre non diventa amico del figlio e tantomeno lo diventa quest’ultimo. Quando rincasa per mangiare e per dormire (e non sempre questo avviene) il figlio o la figlia parlano assai poco con i genitori, col padre soprattutto. I contatti veri sono ridotti al minimo, con tutto ciò che ne segue, droga o alcolismo o bullismo compresi.
Infine la famosa “promessa di fedeltà” viene spesso violata. Da parte del marito è sempre avvenuto ma ora avviene spesso anche da parte della moglie. Talvolta è la situazione dei separati in casa, con una famiglia molto “sui generis” ma anche abbastanza difficile da gestire. Altre volte, più frequenti, c’è la separazione e il divorzio. Spesso i rapporti restano civili e talvolta si estendono dalla moglie alla nuova compagna del marito e perfino – se ce ne sono – ai figli con differenti ascendenze genitoriali. Ma spesso non è così, oppure è così solo nella forma ma non nella sostanza.
Insomma una famiglia molto aperta nei genitori e nei figli. Si può nonostante tutto puntare ancora sulla famiglia tradizionale e cioè chiusa e non aperta. Ma questo può avvenire in una Chiesa altrettanto chiusa e non aperta. Il Papa, nel caso specifico, ha subito. Subirà ancora? Anche su altre questioni?
Giorni fa aveva detto parlando del Sinodo che non è un parlamento. Non c’è una maggioranza e un’opposizione. C’è un ascolto di posizioni diverse. Ma questa volta si è prodotta invece in modo assai ingegnoso una maggioranza frenante. Il Papa, dopo aver ascoltato la “relatio finalis” del Sinodo, potrebbe esporre in sede magisteriale un pensiero diverso. Ma non credo che lo farà. Francesco qualche tempo fa scrisse la prefazione di un libro che pubblicava tutti i vari interventi del cardinale Martini. Ho conosciuto molto bene Martini, sia quand’era arcivescovo di Milano, sia a Gallarate in un ritiro per anziani sacerdoti e ammalati, i nostri incontri avvennero cinque volte, l’ultimo della quale qualche settimana prima che la morte lo portasse via. Martini era molto avanti verso una Chiesa aperta e moderna ed era intimo di Bergoglio. Sul tema dei divorziati e della famiglia era ancora più avanti di papa Francesco, per non parlare dei suoi attuali contraddittori. Anche Martini era animato dalla fede. Profondissima. Anche Martini amava confrontarsi con i miscredenti, non per convertirli ma per progredire con loro. Anche Martini credeva nell’unico Dio che abolisce i fondamentalismi e il terrorismo e combatte il potere temporale delle Chiese.
Infine Martini affermava che nel mondo esiste un solo peccato: quello della diseguaglianza sociale ed è contro di esso e contro le sue conseguenze che la Chiesa deve combattere innalzando la bandiera dell’amore del prossimo. Questo era Martini, amico intimo di Bergoglio il quale a sua volta voleva che lui diventasse Papa mentre nell’ultimo Conclave cui non intervenne, fu Martini che voleva Bergoglio come Papa e così avvenne.
Se esiste un Paradiso le loro anime si incontreranno. Se non esiste la storia parlerà di tutti e due. Francesco non ha dimenticato e continuerà a combattere ricordando che il Sinodo non è il parlamento, ma come il parlamento è impostato sulla libertà degli altri al servizio dei quali gli uomini di buona volontà debbono operare. Servano il prossimo, anche quello che non ha fede. Dio è unico, le creature sono libere anche perché è Lui che così le ha create.
Evento 'Il Cortile dei Giornalisti'

Eugenio Scalfari. I protagonisti sono tre: Obama, Putin e Francesco

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari, • 11 Ottobre 2015. I protagonisti sono tre: Obama, Putin e Francesco. Renzi pensa che, con un impegno militare in Siria e un’iniziativa in Libia per distruggere i barconi degli scafisti, il ruolo dell’Italia cambierebbe di colpo. Ma l’Europa è ai margini di questi eventi, non ha una politica estera comune. L’Italia è soggetto passivo e potrebbe diventarlo ancora di più stimolando l’attuazione di attentati in un Paese che è sede del Pontefice. L’Italia entrerà in guerra contro il Califfato musulmano utilizzando i suoi quattro aerei Tornado di stanza ad Abu Dhabi per bombardare le posizioni dell’Is in Iraq? O si tratta soltanto d’un cambiamento delle regole di ingaggio dei nostri avieri? Quale che sia il modo di gestire la questione, il nostro premier vuole che sia il Parlamento a decidere, quindi lui la vede come un atto di guerra vero e proprio perché questo gli torna utile. Se infatti l’Italia entra in guerra acquista con ciò il diritto di partecipare a pieno titolo alle riunioni dei Paesi che in quella guerra ci sono già, sia pure con ruoli diversi e talvolta conflittuali: Usa, Russia, Turchia, Francia, Siria, Iraq e dunque anche Italia. Renzi vuole un ruolo internazionale e in questo caso lo avrebbe.
Gli basta? No, non gli basta. Lo vuole anche in Libia. Non più come negoziatore dell’accordo tra Tobruk e Tripoli, ormai realizzato dall’incaricato dell’Onu che ha lavorato per cinque mesi al fine di ottenerlo; ma come protettore, una sorta di Lord Protector in posizione dominante per la distruzione dei pescherecci e dei barconi utilizzati dagli scafisti e dai mercanti di uomini, l’allestimento di centri di raccolta in territorio libero e l’eventuale intervento nei Paesi di partenza dei migranti nell’Africa sub-sahariana.
Se questi sono gli obiettivi, il ruolo dell’Italia cambierebbe di colpo, sia all’Onu, sia in Europa, sia nella Nato; i rapporti con Obama si farebbero più stretti, altrettanto quelli con Juncker, presidente della Commissione europea, e con Putin. Insomma: uno statista di livello mondiale che del resto – pensa lui – l’Italia merita essendo stata una dei cinque fondatori della Comunità europea che nacque col Trattato di Roma del 1957 dal quale l’Unione prese l’avvio. Naturalmente queste varie iniziative con le quali Matteo Renzi sta costruendo il suo podio costano soldi. Non pochi. Ma di quest’aspetto finora non si è parlato.
Avranno un peso reale sulla situazione migratoria e sul Califfato? Nessuno. Le dimensioni di quella guerra aumentano di giorno in giorno e si diffondono in tutto il mondo. Giorni fa ci furono attentati in Bangladesh, a migliaia di chilometri dal Califfato, Stato islamico. Ma ieri due kamikaze si sono fatti esplodere nella stazione centrale di Ankara provocando una strage di almeno cento morti e centinaia di feriti, il massacro più grande che sia avvenuto in questi anni e in un Paese appartenente al tempo stesso al mondo islamico, all’Europa, governato da un presidente autoritario, impegnato in una guerra civile che data da decenni con i curdi. Per ora la strage non è stata ancora rivendicata, ma Erdogan e i curdi si rimpallano le accuse.
Questa è la vera guerra che si intreccia con quella siriana mentre nel frattempo si è riaperto il conflitto tra Israele e Hamas, sempre più cruento da Gaza alle rive del Giordano.
L’Europa è al margine di questi eventi, non ha forze armate proprie, non ha una politica estera comune, quindi non è un soggetto attivo, ma dal punto di vista di soggetto passivo è fortemente sotto schiaffo. E l’Italia è anch’essa soggetto passivo. Potrebbe diventarlo ancora di più perché Roma è Roma. Le iniziative puramente figurative del nostro presidente del Consiglio valgono ben poco sul terreno ma possono – se passeranno in Parlamento – stimolare l’attuazione di attentati in un Paese che è la sede del Pontefice.
Naturalmente sono stati già presi in proposito opportuni provvedimenti di sicurezza ma il progetto di Renzi va avanti perché egli coltiva il disegno di essere un nuovo Cavour, quello che mandò i soldati piemontesi a combattere in Crimea per guadagnarsi la stima dell’Europa e della Francia di Napoleone III, con il fine di portare avanti l’obiettivo dello Stato italiano.
Renzi è dunque il successore di Cavour? Forse lo è di Berlusconi e nel frattempo ha adottato Verdini. Siamo alquanto lontani da Camillo Benso, da Garibaldi e da Mazzini.
***
Nelle pagine del nostro giornale ci sono oggi servizi approfonditi sui vari aspetti della situazione in Medio Oriente, di Bernardo Valli, Adriano Sofri, Marco Ansaldo ed altri colleghi in varie zone collocati. Non ho quindi nulla da aggiungere salvo una considerazione sui protagonisti di questa vicenda che impegna il mondo intero per le sue ripercussioni non soltanto politiche ma anche sociali ed economiche, sulle materie prime, sui flussi migratori, sulle religioni.
Ebbene, esaminando tutti questi intrecci di interessi, valori, fedi religiose, fondamentalismi, cupidigie di potere ma anche desideri di libertà, di eguaglianza, di diritti, di solidarietà, a me sembra che i protagonisti siano tre: Obama, Putin, papa Francesco.
Il Presidente Usa ha in animo un obiettivo: in un mondo multipolare vuole che l’America indichi qual è la musica da suonare e il suo ritmo, ed è l’America il direttore d’orchestra che coordina i vari strumenti. È chiaro che gli strumenti sono diversi tra loro, alcuni più importanti di altri e c’è lo spazio anche per i solisti di importanza tale da essere equiparati al direttore dell’orchestra, ma è sempre lui a dare l’avvio perfino al solista e a guidare con la sua bacchetta il gran finale. Questa è la funzione che Obama assegna agli Stati Uniti e la missione affidatale è quella della pacificazione, del progresso civile e ovviamente del ruolo americano.
Putin è consapevole che dirigere l’intera orchestra e scegliere il testo da suonare non è compito suo. Perfino ai tempi dell’Urss e del mondo diviso in due da contrapposte ideologie, l’impero americano era molto più vasto di quello sovietico che non poteva far blocco neppure con lo Stato comunista cinese.
Putin non ha più una ideologia da usare come strumento politico, né un’economia potente che lo sostenga, anzi versa in condizioni economiche estremamente agitate. Non ha neppure una forza militare importante come quella che gli Usa sarebbero in grado di allestire in caso di necessità. E tuttavia gioca con coraggio e grande abilità la sua partita in Europa e in Medio Oriente.
In Europa vuole circondare le sue frontiere con una cintura di Stati neutrali che corrisponde più o meno a quelli dominati (con fatica) dall’Urss. Il caso ucraino è il più significativo, ma non è il solo.
In Medio Oriente lo “zar” vuole potersi affacciare sulla sponda mediterranea ed aver voce economica e politica anche su quello scacchiere. La Crimea era fondamentale per la presenza russa nel Mar Nero, ma il Mediterraneo è ancora più importante per ovvie ragioni e la presenza dei russi in Siria è motivata soprattutto da questo scopo: attrezzare nel Mediterraneo una base che non sia soltanto – come già è – un porto d’attracco, ma una presenza economica del genere di quelle che ebbero nel Rinascimento le basi commerciali delle Repubbliche marinare italiane e di Venezia in particolare.
Questo vuole Putin, che sa tuttavia di dover stipulare un accordo con gli Usa e con Obama in particolare perché chi tra un anno gli succederà non è detto che conceda alla Russia il ruolo di comprimario che Obama, pur cercando di limitarlo, è comunque disposto a riconoscergli. L’accordo tra i due sarà raggiunto nei prossimi giorni e non sarà certo un intralcio la posizione di Assad che di fatto rappresenta un punto di passaggio d’una mediazione quanto mai necessaria.
Il terzo protagonista, papa Francesco, si muove su tutt’altre dimensioni, non politiche ma religiose. La sua visione religiosa tuttavia è talmente rivoluzionaria da esercitare effetti politici rilevanti dei quali Francesco è perfettamente consapevole.
La dichiarazione – il nocciolo della predicazione papale – che Dio è unico in tutto il mondo anche se viene descritto e declinato dalle varie confessioni attraverso le sacre scritture diverse tra loro, è un punto di fondo con conseguenze politiche estremamente importanti. Il Dio unico esclude ogni fondamentalismo e punta invece su un proprio Dio e lo contrappone a quello degli altri. Il terrorismo del Califfato musulmano con i suoi kamikaze che sacrificano le loro giovani vite pur di ammazzarne altre, è una mostruosa derivazione del fondamentalismo del quale il Dio unico di Francesco è la più assoluta negazione.
Il Papa nella sua visione moderna della Chiesa esercita anche molti altri effetti positivi sull’orientamento politico dei popoli e delle loro classi dirigenti, ma quello principale a tutti gli effetti è appunto la religione dell’unico Dio. La platea di Francesco è il mondo intero ma soprattutto l‘America del Sud, l’Africa, il Medio Oriente, le isole indonesiane, la Polinesia, le Filippine. India e Cina sono continenti più remoti rispetto ad un Papa cristiano che infatti punta a mano tesa anche su quegli Stati continentali. Nell’India meridionale ha già messo piede entrando in contatto con milioni di persone.
Senza Francesco, comunque, il nostro mondo e la nostra modernità sarebbero estremamente più poveri. Per tutti, non credenti compresi. Lui, pur essendo portatore della fede che interamente lo possiede, è il Papa più laico della storia cristiana. Lo sa e non se ne duole. Una massa di credenti è anche laica poiché è consapevole del libero arbitrio e lo usa con responsabilità così come allo stesso modo lo usa il laico non credente.
Purtroppo accade anche che credenti e non credenti usino il libero arbitrio nel modo peggiore. Ne abbiamo sotto gli occhi gli esempi più efferati o più stupidi e francamente non saprei dire quale dei due esempi è più faticoso da combattere e da sopportare.

Evento 'Il Cortile dei Giornalisti'

Francesco ai giovani: “non abbiate paura”

Papa

Il discorso di Papa Francesco
ai giovani cubani
Cari giovani cubani non abbiate paura della speranza e del futuro, perché Dio scommette su di voi
(L’Avana, Cuba – 20 settembre 2015)

Eugenio Scalari : Quando un Papa cita Ulisse e si oppone al potere temporale

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari, • 23-Agosto-15. Quando un Papa cita Ulisse e si oppone al potere temporale. Da Pio XII a Papa Francesco lo scontro fra potere temporale e quello spirituale. Al di là delle numerose occasioni che papa Francesco offre a tutto il mondo dei cattolici, dei cristiani, dei fedeli di altre religioni ed anche ai non credenti, l’ultima va colta per alcune importanti novità della sua predicazione: è il messaggio da lui inviato al meeting di Comunione e Liberazione il giorno dell’apertura a Rimini, per il tramite del vescovo di quella diocesi.
Francesco siede sul soglio di Pietro ormai da due anni e la sua attività è enormemente aumentata. Vorrei dire il suo lavoro, le sue iniziative, la sua fatica. Eppure non sembra. Viaggia, scrive, parla, prega, incontra e soprattutto pensa e combatte. È un uomo come noi, la sua vecchiaia avanza e sta sfiorando gli ottant’anni, ma sembra miracolato. Forse è la fede ad imprimergli un’energia incommensurabile. Ho scritto più volte che un uomo così la Chiesa non lo vedeva al suo vertice da millesettecento anni. Ma non per sapienza teologica né per scaltrezza politica e neppure per inclinazioni mistiche. Francesco ha dentro di sé un’energia rivoluzionaria e un dono profetico, queste sono le sue eccezionalità.
Qualche settimana fa, nel corso di un lungo colloquio telefonico dopo vari incontri, gli domandai se avesse preso in considerazione l’ipotesi d’un nuovo Concilio, un Vaticano terzo che discutesse e sancisse le novità rivoluzionarie che sta introducendo nella struttura della Chiesa. Mi ha risposto di no aggiungendo che il compito che sta cercando di condurre a termine è il mandato ricevuto dal Vaticano II laddove indica come finalità l’incontro della Chiesa con il mondo moderno. Sono passati cinquant’anni da allora e tre Pontefici si sono susseguiti: Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI senza contare papa Luciani che durò poco più di un mese e papa Giovanni XXIII che di quel Concilio fu il promotore. Alcuni obiettivi previsti dal Vaticano II furono realizzati, ma l’incontro con la modernità no, non è stato affrontato e questo è il compito che Francesco si prefigge. Solleverà, non c’è dubbio, una selva di problemi ma lui ha tutte le qualità e tutta l’energia per portarli a termine. O almeno così sperano quelli che gli sono amici per la tempra, l’umanità e la bontà che gli sono innate.
***
“È una ricerca, quella che dobbiamo intraprendere, che si esprime in domande sul significato della vita e della morte, sull’amore, sul lavoro, sulla giustizia e sulla felicità. Le esperienze più frequenti che si accumulano nell’animo umano provengono dalla gioia d’un nuovo incontro, dalle delusioni, dalla solitudine, dalla compassione per il dolore altrui, dall’insicurezza del futuro, dalla preoccupazione per una persona cara”. E più oltre: “Perché dobbiamo soffrire e alla fine morire? Ha ancora un senso amare, lavorare, fare sacrifici e impegnarsi? Che cosa stiamo a fare nel mondo?” E infine: “Il mito di Ulisse ci parla del “nostos algos”, la nostalgia, che può provare soddisfazione solo in una realtà infinita”.
Il testo del messaggio inviato al meeting di Rimini è molto più lungo e si conclude con il sostegno che proviene dal Dio creatore e misericordioso e dall’amore di Cristo verso gli uomini suoi fratelli, ma il tema che sta al centro di questo documento papale è racchiuso secondo me nelle frasi che ho qui citato. Esse colgono i problemi, le domande, la sofferenza e le speranze che gli uomini si sono posti in tutte le epoche e che oggi più che mai la modernità scatena nei cuori dei giovani e degli anziani, degli uomini e delle donne, dei credenti e dei non credenti. Rispondere a quelle domande realizza l’incontro della Chiesa con la modernità, ci fa sentire tutti simili e, anche se le singole risposte sono differenti, risulterà sempre più chiaro che la radice della nostra specie è comunque la stessa: libertà, dignità, fratellanza. Francesco lo dice esplicitamente nel messaggio ma consentirà ad un amico quale io mi sento di ricordare che quei tre valori, con l’aggiunta dell’eguaglianza che anche Francesco più volte evoca, sono quelli che dominarono il pensiero liberale e illuminista inaugurando l’Europa moderna.
Non a caso nel messaggio si parla perfino di Ulisse, della sua nostalgia del ritorno ai valori tradizionali della famiglia e della patria, ma insieme al suo inestinguibile desiderio di “realtà infinita”.
Che io sappia nessun Papa aveva evocato il mito odisseico, l’eroe moderno per eccellenza che Dante, pur collocandolo all’Inferno, eleva alle vette più alte del pensiero: “Considerate la vostra semenza / fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza”. “Una scintilla di divinità c’è in tutti noi” mi disse il Papa in uno dei nostri incontri. Lui a questo crede: in tutti, di qualunque nazione, etnia, condizione sociale, male e bene, fede o miscredenza, peccato e perdono. La scintilla di divinità c’è in tutti e il Dio in cui Lui crede è unico in tutto il mondo. Un solo Dio che nessuno può sostituire con un Dio proprio da opporre agli altri. Il fondamentalismo è l’errore più terribile e porta con sé guerre, stragi, terrore.
La Chiesa predica da duemila anni la fede e l’amore del prossimo e una larga parte di essa mise in pratica quei valori. Ma contemporaneamente quella stessa Chiesa patrocinò guerre, stragi, inquisizioni, crociate, in nome del proprio Dio contro quello degli altri. E quando cessò di far questo, continuò a praticare in varie forme e misura il potere temporale. Contro il potere temporale, questa è la battaglia che Francesco sta conducendo e che incontra opposizioni numerose e potenti dentro la Chiesa. E questo è anche il significato del pensiero moderno che divide la politica dalla religione. Rappresentano entrambe il bene comune, la politica quello del benessere, la religione quello dell’anima. Ho detto più volte a papa Francesco nei nostri incontri che Lui concepisce una libera Chiesa in un libero Stato, esattamente come diceva il conte Camillo Benso di Cavour. Benso e Bergoglio uniti insieme: per un liberale come me non ci potrebbe essere un sodalizio ideale migliore di questo. E chi l’avrebbe mai detto: un miscredente e un gesuita che prende il nome di Francesco d’Assisi? La vita è faticosa, ma a volte ti dà anche soddisfazioni e felicità e per me questo è un caso felice.
***
C’è stata finora una sola voce della sinistra che ha chiarito e difeso il segretario della Conferenza episcopale italiana, il vescovo Nunzio Galantino, indicato come traditore del nostro Paese e perfino della Chiesa da gran parte della forze politiche ed è lui che voglio citare per introdurre un tema che coinvolge ancora una volta, sia pure indirettamente, papa Francesco e la politica. Si tratta di Enrico Rossi, governatore della Toscana e comunista come lui ama definirsi nell’intervista rilasciata ieri a Repubblica . “Basta leggere la “lectio” di Monsignor Galantino su De Gasperi per capire che non ce l’ha affatto con la politica ma con il politichese ridotto alla ricerca del consenso e del marketing. Proprio riconoscendo il ruolo cruciale della politica nella società, Galantino l’ha invitata a ritrovare una forte dimensione ideale ed etica. È una sfida lanciata a tutti, nessuno escluso, non a un governo e ad una parte politica. La destra ha risposto in modo sguaiato ma anche dal Pd sono venute repliche segnate dal risentimento. Dobbiamo invece riconoscere che Galantino ha ragione, la politica non ha più una propensione ideale e pensa solo a difendere se stessa. Se la sinistra italiana non si misurerà con questo tema proprio nel senso indicato dalla Chiesa di papa Francesco e di Galantino, è destinata a somigliare sempre più alla destra e quindi a scomparire”.
Ho letto anch’io nella sua integralità la lectio di Galantino su De Gasperi e vi ho trovato una visione sociale e politica che va molto al di là del personaggio, certamente rilevante, che guidò la Dc e la politica italiana dal 1945 al ’54, nel periodo che vide la ricostruzione del Paese dalle macerie lasciate dalla guerra. Quella visione degasperiana è una democrazia governante sulla base di un’alleanza tra la classe operaia e il ceto medio; un obiettivo la cui realizzazione costò a De Gasperi “come una traversata del deserto”, dice Galantino; alla fine De Gasperi riuscì a trasformare l’Italia da un Paese sconfitto in una repubblica democratica che puntò su un’Europa unita, insieme alla Germania di Adenauer e alla Francia della sinistra e degli intellettuali. Naturalmente Galantino ricorda il De Gasperi della legge “maggioritaria” del 1952 ma soprattutto il suo scontro con papa Pio XII, che per le elezioni del 1953 puntava su un’alleanza della Dc con i fascisti del Msi e con i monarchici. De Gasperi rifiutò e il Papa affidò alla rivista Civiltà cattolica il compito di stroncarlo partendo dalla notizia che il Papa non condivideva la linea politica degasperiana e ritirava il suo appoggio alla Dc.
È contro quel tipo di Chiesa pacelliana e temporalistica che ancora esiste e combatte duramente contro Francesco per la propria sopravvivenza, che Galantino ricorda i passaggi fondamentali della politica di De Gasperi e chiama in campo personaggi più recenti, cattolici che sia pur nelle mutate condizioni politiche hanno proseguito quella visione del bene comune cattolico-liberale e cattolico-democratica. Cita Pietro Scoppola, un anti-pacelliano molto acuto; cita Romano Prodi che un anno fa a Trento disse che “la risposta ai problemi del Paese non va cercata in un solo individuo ma nella forza delle idee”. Cita addirittura Rosmini che un secolo prima e in tutt’altra situazione storica delineò una Chiesa che fu respinta e scomunicata dal Vaticano di allora. E ancora il De Gasperi del congresso Dc del 1954, quando disse che “il credente opera come cittadino nello spirito e nella lettera della Costituzione, e impegna se stesso, la sua classe, il suo partito ma non la Chiesa”. Naturalmente Pio XII non fu d’accordo e lo disse pubblicamente. Ad un certo punto improvvisamente nel documento che stiamo esaminando l’autore cita un pensiero di Pascal che è sorprendente; due righe che dicono cosi: “Gesù Cristo senza ricchezze e nessuna ostentazione esterna di scienza, sta nel proprio ordine di santità. Non ha fatto invenzioni, non ha regnato, ma è stato umile, paziente, santo di Dio, terribile per i demoni, senza alcun peccato “.
Dico sorprendente perché Pascal, citato senza commenti da Galantino, descrive Gesù non come un Dio ma come un uomo, “santo di Dio, ma terribile con i demoni e senza peccato “. Un uomo con qualità ammirevoli proprio perché uomo. Così lo concepiscono i non credenti che proprio perché uomo lo ammirano. Così lo considera ormai gran parte dell’Occidente moderno e secolarizzato. Fa parte di quell’incontro con la modernità che Francesco si propone di realizzare. Ed ora il finale di Galantino: “De Gasperi ha avuto il dono di comprendere che nella società contemporanea la politica deve ispirarsi a valori universali, a cominciare dalla carità. La politica non è quella che vediamo oggi, forze che disputano all’interno di un piccolo harem di cooptati e di furbi. Noi vescovi italiani dobbiamo pensare al destino del nostro Paese a cui siamo non solo fedeli ma servitori“. L’atroieri, parlando brevemente al meeting di Rimini, Galantino ha concluso dicendo: “Non va bene la politica guidata da interessi e fini immediati, etichettati spesso dalla ricerca dell’utile e meno da un progetto consapevole. Ma anche la Chiesa è destinata a rinnovarsi “.
Caro papa Francesco, ti faccio gli auguri più affettuosi e mi permetto di abbracciarti. Hai ancora lunga strada da percorrere ma credo e spero che arriverai fino in fondo.

Evento 'Il Cortile dei Giornalisti'

I boss e il crocifisso il Papa smaschera la grande menzogna sugli uomini d’onore di Roberto Saviano

giornale La RepubblicaLa Repubblica del 22 giugno 2014 di Roberto Saviano.  Da sempre i mafiosi hanno cercato di apparire devotissimi e cattolicissimi. Dopo il gesto di ieri si potrà recidere ogni legame tra i clan e le parrocchie
“Gli uomini della ‘ndrangheta non sono in comunione con Dio, sono scomunicati”. Le parole di papa Francesco fanno entrare la Chiesa in una nuova era.
LE ha pronunciate in Calabria non a Roma. Le ha pronunciate sapendo che sarebbero arrivate forti e chiare. È andato a confortare i parenti di Cocò il bambino di tre anni ucciso con un colpo in testa e bruciato a Cassano allo Ionio. Un bambino ucciso è la prova oggettiva e definitiva della menzogna “d’onore” dei mafiosi. Bergoglio, ricordando questo bambino massacrato, non ha avuto bisogno di dimostrare con altre parole la barbarie del potere criminale. Ha annullato con un gesto la menzogna con cui la ‘ndrangheta si autocelebra come società d’onore e di difesa di deboli, poveri, e come distributrice di giustizia, lavoro e pace sociale.
Qualcuno potrebbe credere che sia naturale e scontato per la Chiesa ricordare un bambino ammazzato e bruciato, e denunciare i colpevoli. Ma purtroppo non è così. Ecco cosa disse il parroco di Cassano, don Silvio Renne, qualche tempo fa in un’intervista a Niccolò Zancan: «Ancora Cocò? È una storia chiusa. Abbiamo fatto il funerale. Io non sono un investigatore. Non spetta a me dire chi è stato. E poi è ancora tutto da dimostrare se c’entra la droga o la ‘ndrangheta…».
crocefissoPer Papa Francesco non è storia chiusa e non teme di dire che i colpevoli sono i mafiosi. Tenere fuori dalla cristianità gli affiliati, dichiararlo in Calabria è atto di coraggio, non è scelta retorica, non è disquisizione teologica. La scomunica è parola smarrita nel tempo, pena del diritto canonico che ha perduto il senso drammatico e spesso persecutorio che ha avuto dal IV secolo sino alla fine dello Stato della Chiesa. Ma oggi diventa invece il gesto più fortemente simbolico possibile per estromettere dalla cristianità le organizzazioni mafiose, per tagliare i legami che tante volte hanno stretto con le parrocchie locali. Le parole del Papa tuonano come dichiarazione finale, e denunciano senza scampo la menzogna dei mafiosi che si autoproclamano cattolici e fedelissimi alla Chiesa di Roma. Anche Giovanni Paolo II aveva pronunciato — il 9 maggio del 1993 ad Agrigento — un attacco durissimo alla mafia: «Convertitevi, verrà il giudizio di Dio». Due mesi dopo i corleonesi misero una bomba a San Giovanni in Laterano.
Ma poi l’impegno antimafia dei vertici ecclesiastici sembrò affievolirsi delegando tutto ai preti definiti di “frontiera” o di “strada” a seconda della moda giornalistica.
Ora, invece, se la Chiesa vuole essere conseguente e non ripetere gli errori del passato, deve far seguire a questa scomunica una serie di comportamenti fondamentali, come il rifiuto delle donazioni dei mafiosi; l’allontanamento dopo accertamenti e condanne dei preti considerati conniventi; la creazione di una commissione antimafia in seno alla Chiesa che possa vagliare indipendentemente dalle autorità di polizia il rapporto, l’estensione della scomunica ai politici, imprenditori che si considerano cattolici e che hanno relazioni con le organizzazioni criminali.
La scomunica è un’arma potente perché nella logica abnorme della narrazione mafiosa il legame con la religione è fondante: c’è tutta una ritualità distorta che regola la cultura delle cosche. L’affiliazione alla ‘ndrangheta avviene attraverso la «santina», l’effigie di un santo su carta, con una preghiera. San Michele Arcangelo è il santo che protegge le ‘ndrine: sulla sua figura si fa colare il sangue dell’affiliato nel rito dell’iniziazione. La dirigenza gerarchica massima della ndrangheta è definita “santa” al cui interno un grado superiore si chiama “vangelo”.
Il potere è considerato un ordine provvidenziale: anche uccidere diventa un atto giusto e necessario, che Dio perdonerà, se la vittima mette a rischio la tranquillità, la pace, la sicurezza della “famiglia”. La Madonna viene vista come la mediatrice tra l’uomo costretto al peccato e suo figlio Gesù che attraverso di lei comprende che quell’effrazione è stata fatta a fin di bene, in una mondo di peccati ed ingiustizie. I sacramenti stessi sono usati per consolidare i legami mafiosi. In passato, quando nasceva un maschio, il giorno del battesimo gli veniva messo accanto un coltello e una chiave: se il bambino toccava il coltello era destinato all’“onore” se toccava la chiave a diventare sbirro. Ovviamente la chiave veniva sempre messa distante.
Tra i motivi che portarono alla morte di don Peppino Diana ci fu la sua acerrima lotta ai clan che volevano sfruttare i sacramenti come viatici alla cultura camorrista. La ‘ndrangheta è struttura completamente permeata dalla cultura cattolica. A Polsi il 2 settembre al santuario della Madonna in Aspromonte i capi si riunivano mischiandosi ai fedeli per dare nuove investiture e costruire alleanze, siglare patti. Non a caso l’”albero della scienza” metafora della struttura ndranghetista si trova proprio vicino al santuario.
Le storie di intreccio tra chiesa e ‘ndrangheta sono moltissime. Le chiese sono state usate come territorio di negoziato fra i clan: durante una messa nel 1987 la vedova del capo assoluto degli “arcoti” Paolo De Stefano, ammazzato dal “nano feroce” Antonino Imerti, chiese la fine di una delle faide più cruenti della storia criminale internazionale. Ci sono stati sacerdoti accusati di complicità: come Don Nuccio Cannizzaro, parroco di Condera accusato dall’antimafia di falsa testimonianza a difesa del sistema ndranghetista dei Crucitti e Lo Giudice. O don Salvatore Santaguida prete di Vibo Valentina accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.
Nel 2009 la famiglia Condello è persino riuscita ad ottenere la lettura delle parole di felicitazione di Benedetto XVI trasmesse nella cattedrale di Reggio Calabria da don Roberto Lodetti, parroco di Archi, agli sposi Caterina Condello e Daniele Ionetti: la prima, figlia di Pasquale; il secondo, il figlio di Alfredo Ionetti, ritenuto il tesoriere della cosca. La prassi vuole che quando gli sposi desiderano ricevere un telegramma o una pergamena del Papa, ne facciano richiesta al parroco o ad un prete di loro conoscenza, il quale trasmette la richiesta all’ufficio matrimoni della Curia. Desta scandalo il via libera dato dalla Curia reggina per le nozze in cattedrale di due rampolli di una potentissima ‘ndrina calabrese. Difficile credere che non si sia prestata attenzione ai cognomi dei due sposi. Anche perché Caterina Condello e Daniele Ionetti sono cugini di primo grado e il diritto canonico (art. 1091) consente un matrimonio tra consanguinei solo con motivata dispensa richiesta dal parroco e sottoscritta dal vescovo.
La chiesa che ha portato il Papa a pronunciare queste parole non è solo la chiesa dei martiri, ma la chiesa di tutti quei preti che in territori difficilissimi e tormentati rappresentano l’unica via possibile al diritto, l’unica strada alla dignità laddove lo stato spesso è solo manette e sequestri di beni, dove non c’è alternativa tra emigrare o vivere nella totale disoccupazione. In Calabria don Giovanni Ladiana e don Giacomo Panizza sono tra gli esempio di chiesa che si fa prassi di resistenza, non semplice simbolo antimafia, ma creazione di una via possibile al diritto al conforto, alla condivisione, al futuro.
Questa scomunica è solo l’inizio di un percorso che potrà risultare epocale.

Papa Francesco ferma la papamobile per far salire un amico

conoscente-papa-francesco-300x225Durante l’udienza del mercoledì, Papa Francesco mentre attraversava la piazza sulla papamobile, ha riconosciuto tra la folla un suo vecchio amico. Subito ha fatto fermare la macchina, facendo salire  il suo vecchio amico. Nel frattempo, un fedele gli urlava: “Francesco sei unico” al che il Papa immediatamente rispondeva: “Anche tu sei unico“. Questo è la semplicità di un grande uomo, che svolge il suo ruolo, con amore e umiltà!!!
Grazie  Francesco.

La Chiesa vicina a chi combatte per un mondo più giusto, contro le mafie, le ingiustizie e le discriminazioni.

Che bella immagine ci ha regalato, ieri, Papa Francesco: l’abbraccio a don Ciotti, al prete lottatore delle mille battaglie a Torino contro la droga come  nelle terre del sud contro le mafie.
La Chiesa istituzionale che prende per mano il prete di strada in maglione, fondatore di Libera. Che emozione e gioia vedere la chiesa vicina all’ umanità dolorante e vera, fra i poveri a Lampedusa, fra le vittime delle mafie e dei poteri forti. Grazie papa Francesco
-

Così, poi, don Luigi Ciotti si è rivolto a Papa Francesco all’inizio della veglia di preghiera per le vittime delle mafie:

“E’ un momento che abbiamo atteso e desiderato tanto. Le persone qui hanno storie e riferimenti diversi, ma sono accomunate dal desiderio di verità e giustizia. Sono solo una rappresentanza dei famigliari di vittime di mafia, che sono tante, tante di più. Vogliamo ricordare il nome di tutti, con un lungo elenco che graffia le nostre coscienze. Ci sono anche 80 bambini, come il piccolo Coco e l’altro giorno Domenico. Ci sono persone che si sono trovate casualmente in mezzo a un conflitto a fuoco. Ci sono tanti giusti, giuste, persone dalla parte di chi aiuta a cercare la libertà. Persone libere e leali che non si sono fatte piegare dalle difficoltà, come testimoniano oggi famigliari di vittime in America latina che sono con noi qui presenti. Le ricordiamo tutte perché lo spirito di giustizia e verità che ha animato la loro esistenza è ancora vivo. Amici! I vostri cari sono ancora vivi. Chi perde la vita per la giustizia e la verità, non dimenticatelo mai, dona la vita, è lui stesso la vita. Vogliamo ricordare anche le vittime del lavoro, perché un lavoro non tutelato è una violazione della dignità umana, e così pure le vittime degli affari sporchi, delle mafie, le vittime di malattie per i rifiuti tossici, quelli che hanno perso la vita per le droghe dei mercanti di morte, le migliaia di persone morte in mare o nei deserti, le vittime della tratta o della prostituzione. Ma – ha proseguito don Ciotti – vittime sono anche i morti vivi, quante persone uccise dentro, quante persone a cui le mafie hanno tolto la libertà e la dignità, persone ricattate, impaurite, svuotate. Le mafie assassinano la speranza, e sono queste speranze spezzate o soffocate che oggi vogliamo condividere. In passato e purtroppo ancora oggi – ha detto il fondatore di Libera – non sempre la Chiesa ha mostrato attenzione a un problema così drammatico: silenzi, resistenze, sottovalutazioni, eccessi di prudenza, parole di circostanza. Ma per fortuna anche tanta, tanta, tanta luce, tanta positività, tante testimonianza”, ha detto don Ciotti, che ha ricordato le parole di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi, quelle di Benedetto XVI a Palermo, e poi, ancora, la testimonianza di sacerdoti anti-mafia come monsignor Raffaele Nogaro, monsignor Giovanni Nervo, don Italo Calabrò, don Pino Puglisi, don Peppe Diana, don Cesare Boschini, “ucciso a borgo Montello, nel comune di Latina, dove domai saremo in migliaia e cammineremo insieme per la giornata della memoria e dell’impegno, senza dimenticare che si fa memoria 365 giorni all’anno”.