Paola Andreoni: prima il rispetto della persona poi il confronto.

Pubblico l’articolo inviato e inserito nell’ultimo numero del settimanale La Meridiana

Prima il rispetto della persona poi il confronto.
di Paola Andreoni

Come cittadina, ancor prima che come Presidente del Consiglio Comunale, quello che constato, con sincera amarezza, è l’ asprezza del dibattito politico, locale e non, che, secondo me, è uno dei motivi per cui la gente prende sempre più le distanze dalla politica.
La politica, intesa come si dovrebbe, in primo luogo contempla il rispetto delle persone, della loro dignità, delle loro opinioni.
Il linguaggio “forte”, cui spesso ormai ci siamo assuefatti, non è certo condizione di un confronto di idee su come si vedono i termini delle questioni.
L’ esperienza politica che ho sinora maturato, mi ha portato ad essere parte per tanti anni dell’opposizione e solo da qualche tempo della maggioranza.
Quando sono stata all’opposizione, nel mio ruolo di capogruppo consiliare del PD, ho sempre fatto sentire la mia voce ma sempre nel rispetto che si deve alle persone, distinguendo sempre bene i ruoli e non confondendo mai i rapporti personali con quelli politici.
Chi non la pensa come me non l’ho mai visto come un “avversario” inteso nel senso più crudo del termine, ma semplicemente come una persona che ha idee diverse dalle mie, con le quali ho il piacere di confrontarmi se c’è onestà intellettuale e non strumentalizzazioni.
Quante volte si sente dire, durante le campagne elettorali, da chi si candida, il termine, fin troppo abusato, “per spirito di servizio”.
Il problema è che poi lo spirito di servizio significa, nella pratica, mettere a disposizione il proprio contributo di idee per il bene i tutti, per il bene comune, e non polemizzare oltre ogni decenza al solo fine di portare acqua al proprio mulino, alla propria parte politica.
Fintantoché si proseguirà così, e non si cambierà modo, la gente non potrà far altro che allontanarsi sempre di più dalla politica dove le più elementari regole di buona educazione sembrano non esistere.
Ma quale esempio si da, comportandosi in tal modo ?
La politica vera si fonda e si impernia, innanzitutto, sul rispetto delle persone e questo concetto va ribadito e sottolineato particolarmente.
Se manca il rispetto, non ha senso alcun tipo di impegno.
Inoltre il dibattito ed il confronto, dovrebbero essere improntati a mitezza, a prendere in considerazione le idee e le opinioni degli altri, a non scartare, di principio, quello che di buono, anche da un “avversario”, proviene.
Il bene comune si costruisce con il contributo di tutti, componenti di maggioranza e di opposizioni, senza distinzione alcuna.
Il mio accorato appello è quindi quello ad un ritorno alle buone maniere del vivere civile.
Abbassare i toni, considerare che l’attacco alle persone solo perché sono portatrici di un’idea diversa è assolutamente deprecabile, perché ciò che si può contrastare è un’opinione ma non certo la persona che ne è portatrice.
Sembrano cose ovvie, ma purtroppo il modo di atteggiarsi di chi fa politica spesso non si attiene a queste che sono le più elementari e basilari regole di una convivenza civile.
Per quanto mi riguarda, già da tempo, accetto il confronto solo quando è costruttivo e non distruttivo.
Agli attacchi personali rispondo con l’indifferenza perché è il solo modo di far capire che quei toni, quei modi, quegli atteggiamenti, sono inaccettabili ed intollerabili.
Del resto, si dice, che le notizie false si smentiscono da sé.
Quello che conta è la storia personale di ciascuno, e la gente sa distinguere, eccome se sa distinguere .
***
Sono ormai diversi mesi che il Consiglio Comunale registra l’assenza dei consiglieri appartenenti ad un gruppo politico che siede tra i banchi della minoranza. Ciò che qui interessa rimarcare, non è tanto se esistono i presupposti per una loro decadenza, ma se il deciso astensionismo del gruppo politico che rientra nel novero delle facoltà a disposizione delle forze di opposizione, così protratto nel tempo, giova alla democrazia di questa città e se viola l’impegno assunto dal singolo consigliere con il corpo elettorale che lo ha eletto.
Se ancora le Istituzioni hanno un valore, come lo hanno, chi ricopre una carica ha il diritto-dovere di partecipare per portare, anche quando sono altri ad amministrare, il proprio contributo, anche di critica. Credo, davvero, che questo rappresenti quanto i cittadini si aspettano. D’altronde la democrazia si alimenta del confronto di idee, dei diversi punti di vista e del rispetto reciproco. Ecco perché di recente ho invitato i consiglieri assenteisti, con una lettera di biasimo, a ricondurre il dibattito politico ed istituzionale all’interno della sede comunale, partecipando fattivamente ai lavori del Consiglio Comunale legittimamente in carica chiamato ad assumere atti di significativa importanza per la città.

Paola Andreoni
Presidente del Consiglio Comunale

Meridiana 7

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Io la penso così

Pubblico l’articolo inviato e inserito nell’ultimo numero del settimanale La Meridiana

Io la penso così.
di Paola Andreoni

Si sono da poco concluse le primarie parlamentari e voglio richiamare un’affermazione del segretario nazionale del Partito Democratico che, in un commento, così si è espresso: “Abbiamo fatto una cosa difficilissima ma bellissima”. Nonostante ci si debba ancora confrontare con una legge elettorale del tutto  inadeguata, il Partito Democratico ha dato prova di avere larghi spazi per una riforma della politica che parta dal basso e che consideri elemento fondamentale la partecipazione dei cittadini. Tutto si può migliorare, ma il dato importante è che, a livello nazionale, dopo i 3 milioni di cittadini che hanno partecipato alle primarie del 25 novembre, più di un milione, per la terza volta e in piene festività natalizie,  si è presentato alle urne, dimostrando di voler dare un contributo fattivo in un momento delicato e decisivo per il Paese.

A livello locale, la partecipazione non solo ha rispecchiato appieno l’andamento nazionale ma ha visto ritornare alle urne ben il 40% degli elettori delle primarie di novembre ( dato , questo, di qualche punto percentuale più alto rispetto ad altre località). Colgo l’occasione per ringraziare tutti i volontari che domenica 30 dicembre hanno dedicato il loro tempo a mantenere aperti i seggi elettorali, nonché gli elettori osimani che, in ben 445 su 514, mi hanno riconfermato la loro fiducia. Infine, il mio ringraziamento va  ai 628 elettori che, a livello provinciale, si sono espressi in mio favore, rappresentando per me, senza dubbio, una positiva sorpresa. Sono tutti dati, questi,  estremamente incoraggianti e che mi spingono, senz’altro,  a continuare nel mio impegno. Anche le preferenze (rapportate al numero dei votanti e nella considerazione che i Comuni più grandi non sono amministrati dal centro sinistra) ottenute nei Comuni della Val Musone, e non solo, (Castelfidardo 91 preferenze, Camerano 81, Sirolo e Numana 84, Loreto 79, Agugliano e Polverigi 31, Filottrano 35 e la stessa Ancona con 51 ecc..) hanno dimostrato come  le nostre zone non rappresentino più “terra di conquista” per candidati del capoluogo, ma che le stesse possano benissimo esprimere, se si continua a lavorare in questa direzione, un rappresentante del Partito Democratico. Calato il sipario sulle primarie, ora ciò che più conta è impegnarsi in vista dell’appuntamento del 24 febbraio per riportare al governo del nostro Paese il progetto politico delle forze del centro sinistra.

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Per quanto attiene all’attività amministrativa nella nostra città, credo che alcune considerazioni possano senza dubbio essere fatte. Se dovessi definire che cosa ha caratterizzato l’anno ormai trascorso, direi che, fatta eccezione per la ristrutturazione della “ Bruno da Osimo”( un provvedimento, peraltro, da me sempre auspicato),  ciò che ha prevalso è stata, più che altro, un’attività di ordinaria amministrazione. Questa mia convinzione è supportata dal fatto che  il Consiglio Comunale, per lo più, si è riunito per le delibere obbligatorie riguardanti il bilancio, le approvazioni definitive in tema urbanistico e le  modifiche a  regolamenti vari.

Per quanto mi riguarda (vedi  https://paolaandreoni61.wordpress.com attività consiliare), diverse sono state le richieste di acceso agli atti, le interrogazioni, le mozioni e gli ordini del giorno presentati (anche come co-firmataria), il tutto  allo scopo di approfondire la conoscenza di varie tematiche riguardanti l’attività amministrativa e di presentare vere e proprie proposte. Senza dilungarmi eccessivamente, vorrei ricordarne alcune. Per quanto attiene al comparto  finanza e contabilità, ho avanzato la proposta per una più equa imposizione dell’addizionale irpef, un provvedimento, questo, che  mi sembrava importante al fine di salvaguardare i redditi medio-bassi. Ho, inoltre, ribadito come ci siano troppi sprechi e spese inutili per il  mantenimento dei consigli di amministrazione delle partecipate, un  aspetto, oggi, previsto anche dalla “spending review” e sul quale  ora l’Amministrazione dovrà intervenire. Per quel che riguarda il settore del sociale, diverse sono state le questioni di cui ho inteso occuparmi: le problematiche di visualizzazione del segnale digitale terreste in alcune zone del territorio comunale ”; l’ampliamento degli orari negli asili nido comunali; i chiarimenti relativi all’ affidamento di servizi alle associazioni piuttosto che alle partecipate; infine i criteri di  selezione  delle domande pervenute al Comune di Osimo per l’individuazione dei coordinatori e  rilevatori Istat, per le operazioni di raccolta dati del Censimento ”. Sono state oggetto del mio interesse anche diverse tematiche, per così dire, ambientali: il  rispetto delle prescrizioni e delle condizioni poste per l’installazione degli impianti fotovoltaici sui terreni agricoli, nel territorio comunale“; infine, il  governo del territorio e  l’ attuazione delle prescrizioni del Ptc per gli allevamenti avicoli.

 Da ultimo, vorrei fare una considerazione suggeritami dall’analisi del piano triennale degli investimenti: gran parte delle risorse sono impiegate per far fronte ai danni riportati nel territorio in seguito a eventi climatici. Non sarebbe tempo di  rivedere le politiche di governo del territorio? E’ assurdo che ogni evento meteorologico si trasformi puntualmente,  anche per la nostra città, in una vera e propria emergenza!………………………………………………………

    Paola Andreoni
capogruppo PD Osimo

Geronzi sperava, Tremonti sapeva

di Eugenio Scalfari  11 aprile 2011. Lo Stato ha un solo e vero modo di stare sul mercato: produrre servizi pubblici e infrastrutture efficienti e far rispettare le regole di concorrenza .
Lo chiamano il banchiere di Marino ma è uno sberleffo che Cesare Geronzi non merita: è stato molto peggio che un semplice provincialotto, ma anche molto di più. Ha avuto in mano per lungo tempo le leve che governavano un sistema di potere ed ha ambito che quel sistema prevalesse su tutti gli altri. Non ce l’ha fatta ed è caduto. Gli era già capitato altre volte ma era sempre riuscito a rialzarsi; questa volta è difficile che accada.
Il suo sistema di potere nacque dalla fusione del Banco di Roma con il Banco di Santo Spirito, di proprietà d’una Fondazione di origine vaticana. Il Banco di Roma era una delle tre banche d’interesse nazionale, le altre due erano possedute dall’Iri: la Banca Commerciale Italiana e il Credito Italiano. Le tre Bin avevano il controllo di Mediobanca, guidata da Enrico Cuccia.
Il sistema era questo: l’Iri, le tre Bin, Mediobanca. Cuccia diceva che il corpo di Mediobanca era pubblico ma la testa era privata. La testa privata era la sua, il corpo pubblico era l’Iri, ma il sangue che circolava nel sistema e lo teneva in vita era frutto delle tre Bin perché erano loro a collocare tra i risparmiatori le obbligazioni emesse da Mediobanca per raccogliere i capitali necessari a farla funzionare come banca d’affari. Queste erano le entità societarie, alla testa delle quali c’erano uomini in carne ed ossa con le loro storie e i loro caratteri.
Cuccia era uno di quegli uomini, ma insieme a lui e prima di lui ce n’erano altri, tutti molto speciali: Raffaele Mattioli,Adolfo Tino, Ezio Vanoni, Bruno Visentini, Ugo La Malfa, Pasquale Saraceno. E la Banca d’Italia di Donato Menichella e poi, dal 1960, di Guido Carli.
Questa era la struttura di quel sistema e di quell’intreccio tra finanza e politica: la rete di sostegno che proteggeva l’economia reale, la finanziava e la regolava. I pilastri dell’economia reale erano: la Fiat di Valletta e poi, dal 1968, di Gianni Agnelli; l’Eni di Enrico Mattei, la Edison di Giorgio Valerio, la Montecatini di Carlo Faina, la siderurgia a ciclo integrale, le autostrade, i telefoni e le telecomunicazioni, la Rai, l’Alitalia, la Finmeccanica, tutte dell’Iri insieme alle tre Bin. Ma delle banche l’Iri si limitava a custodire le azioni; la politica bancaria la guidava la Banca d’Italia e nessuno si sognava di metterne il ruolo in discussione.
Così andarono le cose dal 1947 fino agli anni Settanta. Adesso sembra preistoria, sono cambiate le strutture, sono cambiati gli uomini. La spinta in avanti dell’economia italiana cominciò a rallentare fino a quando si fermò del tutto. Il debito pubblico prese a crescere fino a diventare, dagli anni Ottanta ad oggi, una mostruosa montagna. La disoccupazione, dopo esser stata riassorbita per tutto il decennio 1955-65, ricomparve fino a diventare strutturale. La competitività e la produttività scesero a livelli infimi. Ma soprattutto il rapporto tra gli affari e la politica diventò perverso e la sua perversità andò sottobraccio con la corruzione. Fino a quando la Prima Repubblica cadde e la Seconda che la sostituì si rivelò peggiore al punto da far rimpiangere quella che l’aveva preceduta.
* * *
Geronzi diventò un elemento del sistema quando già il rapporto tra affari e politica era imputridito, la rete di protezione e di regolazione era stata strappata in più punti, gran parte delle grandi imprese erano scomparse o avevano cambiato padrone. Per di più era ancora un elemento marginale perché il Banco di Roma che aveva cambiato il nome in Capitalia era molto più debole di Unicredit mentre la Commerciale era addirittura scomparsa nelle ampie braccia di Intesa-Sanpaolo. Tanto debole da mettersi in vendita poiché nella nuova era della globalizzazione le banche italiane non reggevano il confronto; per sopravvivere dovevano assumere ben più ampie dimensioni. La scorciatoia obbligata per Geronzi che guidava Capitalia fu la fusione con l’Unicredit di Profumo.
Nella spartizione dei ruoli a lui toccò la presidenza di Mediobanca, da tempo orfana di Cuccia e poi del suo successore Maranghi.
Non ebbe deleghe, gli amministratori Nagel e Pagliaro se le tennero ben strette salvo il comitato “nomine” che era ed è la cabina di regia delle società partecipate. Ma Geronzi era un bravissimo navigatore ed aveva un suo speciale talento: utilizzava le aziende per accrescere il suo potere. Talvolta le sue iniziative andavano anche a vantaggio dell’azienda, ma più spesso il vantaggio era suo soltanto. Così fece anche con Mediobanca. C’era entrato quasi di soppiatto, per “generosità” di Profumo; ma ne prese sempre più saldamente le redini lasciando le operazioni bancarie alle mani dei manager. Lui si occupò del suo potere. Diventò il referente di Gianni Letta e di Berlusconi; in quella veste si attribuì il ruolo di supervisore di una delle società partecipate, la Rcs-Mediagroup, cioè il Corriere della Sera la Gazzetta dello sport e i tanti settimanali del gruppo.
Strinse un sodalizio con i francesi di Bolloré e di Tarak Ben Ammar, che avevano un piede in Mediobanca e un altro nelle Generali. Vagheggiò una fusione tra Generali e Mediobanca; tenne l’occhio su Bernabè e su Telecom, con la sua importante rete di comunicazioni e la sua televisione La7, la sola esistente fuori dal duopolio Rai-Mediaset. E forse non fu estraneo alla caduta in disgrazia di Profumo e alla sua defenestrazione da Unicredit. A quel punto pose la sua candidatura alla presidenza di Generali. Si era convinto che fosse più agevole guidare Mediobanca dall’alto di Generali anziché guidare Generali da Mediobanca. Forse pensava che il management del Leone (Perissinotto e Balbinot) fosse più malleabile di Pagliaro e di Nagel. Ma su quel punto sbagliò. Non aveva previsto che quei quattro si sarebbero messi d’accordo per farlo fuori. Ci hanno impiegato un anno. Più veloci di così…!
* * *
Chi volesse definire con una sola parola Cesare Geronzi, potrebbe chiamarlo l’Uccellatore, colui che per professione ha quella di catturare uccelli vivi. Non è poi tanto male acchiappare uccelli vivi e metterli in gabbie dorate e provviste di buon mangime. Certo, con poca o pochissima libertà. Ma c’è un altro personaggio di questa storia ed ha anche lui il suo soprannome: chiamiamolo Convitato di pietra o Gran Commendatore, secondo il testo di Da Ponte. Parliamo naturalmente di Giulio Tremonti, ministro dell’Economia. Tremonti non ha armato la mano dei manager di Mediobanca e di Generali, tanto meno li ha ispirati e guidati. Però sapeva. Aveva anche avvertito, ma molto alla lontana, Berlusconi, come se parlasse di un’ipotesi remota e abbastanza facile da bloccare. Invece era questione di ore. Non sapeva nulla Geronzi, non sapevano nulla Bolloré e Tarak Ben Ammar, non sapevano nulla Marina figlia e Silvio padre; ma il Convitato di pietra sì, lui sapeva.
Palenzona sostiene che il nuovo sistema, la nuova astronave, è composta di tre moduli: a valle ci sono le Generali, il comando di Generali è in mano a Mediobanca, il comando di Mediobanca è in mano a Unicredit. Cioè a Palenzona che ne è vicepresidente. Il presidente è il tedesco Dieter Rampl, che sta dietro Palenzona e forse è lui il vero perno alla faccia dell’italianità. Ma probabilmente alle spalle corporalmente possenti di Palenzona c’è il Gran Commendatore, Giulio Tremonti, protettore della Lega e fautore delle banche territoriali. Negli anni Ottanta un’architettura di questo genere avrebbe potuto essere immaginata e costruita, ma oggi non direi. L’economia globale, la finanza globale, la libera circolazione dei capitali non vanno in questa direzione. Le economie nazionali non reggono se non hanno dimensioni continentali. Usa, Cina, India, Russia, Brasile, queste sono le dimensioni. L’Europa le avrebbe ma per ora l’Europa non c’è. I finanzieri, i banchieri, gli industriali debbono immaginare e operare come se l’Europa ci fosse. Le architetture pensate sulla dimensione del cortile di casa non reggono all’urto della realtà, sono attendamenti fabbricati con le carte da gioco dei bambini. L’Uccellatore così come il Convitato di pietra sono anomalie nel paese delle anomalie.
Perciò è più corretto prevedere che i manager di Mediobanca, di Generali, di Unicredit, di Intesa, di Telecom, di Fiat-Chrysler, punteranno sul valore delle aziende e saranno giudicati su quella base. Valori non effimeri, non ottenuti con accorgimenti speculativi, ma di media-lunga durata, aggiornati ogni anno ma proiettati almeno verso il quinquennio o meglio ancora il decennio. Incrementi di valore, ampliamento delle basi produttive, regole di concorrenza, titoli giudicati dal mercato, competitività, creazione di nuovi prodotti, conquista di nuovi mercati. Le “matrioske” immaginate da Palenzona non servono più. Dietro Generali c’è il mercato internazionale delle assicurazioni; dietro Mediobanca c’è il mercato degli affari da intermediare e da finanziare; dietro Intesa e Unicredit c’è la banca generale, il credito da offrire sul territorio e in Europa. Lo Stato ha un solo e vero modo di stare sul mercato: produrre servizi pubblici e infrastrutture efficienti e far rispettare le regole di concorrenza che impediscano monopoli, conflitti d’interesse e rendite non tassate.
Buona giornata e buona fortuna.

Un dolore senza nome l’oltraggio supremo

 di Claudio Magris dal Corriere della Sera del 7 aprile 2011. Nella parabola evangelica degli operai della vigna quelli che hanno lavorato soltanto un’ora, l’ultima della giornata, ricevono lo stesso salario di quelli ingaggiati all’alba, che hanno lavorato tutto il giorno. Ma, se avevano atteso oziosi tutto il giorno, è perché nessuno prima li aveva chiamati; perché fino a quel momento non avevano avuto, a differenza degli altri, alcuna opportunità. L’inaccettabile disuguaglianza di partenza tra gli uomini, che destina alcuni ad una vita miserabile e impedisce ogni selezione di merito, va dunque corretta, anche con misure apparentemente parziali e disegualitarie, come fa il padrone della vigna. Il mondo intero è un turpe, equivoco teatro di disuguaglianze; non di inevitabili e positive diversità di qualità, tendenze, capacità, doti, risorse, ruoli sociali, bensì di punti di partenza, di opportunità. È un’offesa all’individuo, a tanti singoli individui, che diviene un dramma anche per l’efficienza di una società. I profughi che arrivano alle nostre coste e alle nostre isole appartengono a questi esclusi a priori, a questi corridori nella corsa della vita condannati a partire quando gli altri sono quasi già arrivati e quindi perdenti già prima della gara. A parte il caso specifico dell’emergenza di queste settimane, con tutte le sue variabili— l’improvvisa crisi nordafricana, la confusione e mistificazione di pietà, ragioni umanitarie, interessi economici e politica di potenza, la lacerazione e l’impotenza o meglio quasi l’inesistenza di un’Europa con una sua politica — quello che è successo e succede a Lampedusa non è solo un grave momento, ma anche un’involontaria prova generale di eventi e situazioni destinati a ripetersi nelle più varie occasioni e parti del mondo, di migrazioni inevitabili e impossibili, che potranno aprire un abisso fra umanità, sentimenti umani e doveri morali da una parte e possibilità concrete dall’altra. Il numero dei dannati della terra, giustamente desiderosi di vivere con un minimo di dignità, è tale da poter un giorno diventare insostenibile e rendere materialmente impossibile ciò che è moralmente doveroso ovvero la loro accoglienza. In Italia certo ancora si strepita troppo facilmente, dinanzi a una situazione peraltro ancora sostenibile e meno drammatica di altre sinora affrontate in altri Paesi. Ma quello che è avvenuto a Lampedusa è un simbolico segnale di una possibilità drammatica ben più grande; se a Milano o a Firenze arrivasse di colpo un numero proporzionalmente altrettanto ingente di fuggiaschi, le reazioni sarebbero — sgradevolmente ma comprensibilmente — ben più aspre. Quello che è successo a Lampedusa dimostra, con la violenza e l’ambiguità di una parabola evangelica, la necessità e l’impossibilità di una autentica fraternità umana universale, il dovere e il non potere accogliere tutti coloro che chiedono aiuto. Proprio per questo, proprio perché la situazione è così grave e implica contraddizioni forse insanabili per la civiltà, quel di più di ottuso rifiuto razzista, di calcolato e manovrato allarmismo, di livida chiusura è inaccettabile. C’è un elemento quasi simbolico e in realtà terribilmente concreto che esemplifica questa tragedia e richiama la parabola evangelica interpretata in questo senso da un saggio di Giovanni Bazoli. Barconi sono affondati nel Mediterraneo, persone sono annegate senza che di esse si conosca il nome. Questi operai non hanno avuto la chiamata e nemmeno il salvagente dell’ultima ora; sono stati cancellati dal mare come se non fossero mai esistiti, sepolti senza un nome. Di molti, nessuno forse saprà nemmeno che sono morti; ad essi è stato tolto anche il minimo di una dignità, il nome, segno di un unico e irripetibile individuo. La cancellazione del nome è un oltraggio supremo, di cui la storia umana è crudelmente prodiga. Livio Sirovich, in un suo libro, racconta ad esempio di un bambino ebreo nato in un lager di sterminio e ucciso prima di ricevere un nome. Meno tragico ma altrettanto umiliante è quanto racconta il maresciallo Chu Teh, lo stratega cinese della Lunga Marcia, quando nelle sue memorie dice che sua madre contadina non aveva un nome, come non lo avevano le galline del pollaio, a differenza degli animali che amiamo e cui rivolgiamo affetti e cure. Nella cerchia allargata della mia famiglia acquisita c’è, in passato, una bambina illegittima, causa dell’ostracismo destinato a quell’epoca a sua madre nubile, morta piccola; ho cercato invano, a distanza di tanti decenni, di ritrovare il suo nome e sento come una vergogna non esservi riuscito. Il mare è un enorme cimitero di ignoti, come gli schiavi senza nome periti nella tratta dei neri e gettati nelle acque dalle navi negriere. Oggi — nonostante le gravi difficoltà, fra l’altro messe ingiustamente soprattutto sulle spalle dell’Italia— si può e quindi si deve fare ancora molto per accogliere quelli che il Vangelo chiama gli ultimi e che è difficile immaginare possano veramente un giorno diventare i primi, come il Vangelo annuncia. Talvolta sono vilmente contento che la mia età mi possa forse preservare dal vedere un eventuale giorno in cui non fosse materialmente possibile accogliere chi fugge da una vita intollerabile.

La LEGGE della DISPERAZIONE

di Ferdinando Camon da La Stampa del 7 aprile 2011. Ora sappiamo la «verità» sull’immigrazione. Credevamo di saperla anche prima, ma era una bugia.
Finora la verità erano le migliaia di immigrati che s’accumulavano a Lampedusa, tanti da superare gli abitanti dell’isola, il loro bisogno di tutto («sono miserabili»), le loro pretese («sono intrattabili»), le loro rampicate su per le reti di recinzione, fino a scavalcarle e scappare per i campi, vanamente inseguiti dalla polizia a piedi o a cavallo, come nei film tra California e Messico.
Quella non era la verità, era un’apparenza. Perché faceva credere a noi e a tutta l’Europa che arrivasse un’umanità pericolosa e non integrabile, una minaccia per il decoro del nostro benessere. Scattava l’istinto di tenerli alla larga. Era l’istinto di conservazione, tanto più forte quanto più alto è il benessere da conservare. Questa strage di circa duecento uomini, donne e bambini, annegati in un crudele gioco di su e giù sulle onde di tre metri, ci butta in faccia una verità brutale che i nostri cervelli e i nostri nervi, intorpiditi dalla civiltà borghese nella quale siamo nati e nella quale moriremo, non ci permette più di cogliere. Ci metteremo giorni a capirla un po’, a ogni tg capiremo qualcosa di più. Non capiremo mai tutto, perché i tg evitano di spaventarci, di farci del male. E la strage fa male. Solo sapere che è avvenuta e che può ripetersi turba la nostra vita, non ci permette più di vivere come prima. Ora sappiamo che non Per loro sono una sfida al destino, una lotta tra la vita e la morte. Se uno ce la fa, salva se stesso e coloro che da lui verranno. Abbiamo visto in passato barconi sfracellarsi sugli scogli, otto-dieci fortunati scendevano, e raccontavano dei compagni morti nella traversata: ma quelli che scendevano alzavano due dita in segno di vittoria. L’Italia e l’Europa ci mettono tutta la forza delle leggi e dei trattati per impedirgli di venire qui. Ma loro ci mettono la forza della disperazione per venire. Lo scontro è fra queste due forze.
Ora lo sappiamo, scappano da una vita misera. Scappano dalla morte, e attraversano la morte pur di scappare.
Se la vis a tergo fosse un miglioramento della vita, non potrebbe spingerli per giorni e notti, farli navigare senza direzione, mal guidati da qualche rudimentale strumento che fa della loro navigazione un lungo tuffo nel buio fra acqua e cielo. Spesso il motore si rompe, manca l’acqua, e loro si mettono a pregare, singolarmente o in coro. È la «morte lenta», che può durare anche giorni e giorni. Fino a diventare indefinibile: in qualche salvataggio si scopriva che a bordo c’era qualcuno già morto da tempo, che i vivi non avevano le forze per sollevarlo oltre la sponda. Altre volte dai racconti si poteva dedurre che qualcuno era stato buttato fuori della barca senza la certezza che fosse morto.
La strage di ieri entra invece nella «morte rapida», resa più crudele dal fatto che è avvenuta inprossimità della salvezza. Han visto arrivare nel buio, ombra nell’ombra, la nave che li soccorreva, si sono spaventati, nel panico si sono spostati in massa dentro l’imbarcazione capovolgendola. Era la salvezza, è diventata la morte. Ci sono transiti dalla vita alla morte che sono governati senza pietà. La «morte rapida» è sempre uno scontro con la natura, gli uomini usano le loro forze e la natura le sue: gli uomini perdono tutti, ma per primi perdono i più deboli, i bambini e le donne. Così qui è successo che alcuni salvati han visto morire la moglie e i figli. Dobbiamo fare ancora un altro passo, se vogliamo capire fino in fondo cos’è la migrazione: le disgrazie come questa (annegare in massa) tutti i migranti sperano che non avvengano, ma un pezzettino del loro cervello, un pezzettino inascoltato e nascosto, sa sempre che non sono impossibili. Si parte con quella spia accesa nel cervello. Con quei barconi stravecchi, tra quelle masse umane vaneggianti e inesperte, noi pensavamo che le loro partenze notturne, via una barca sotto l’altra, fossero una sfida a noi, alla polizia, alla finanza, una questione di ordine
pubblico.
Per loro sono una sfida al destino, una lotta tra la vita e la morte. Se uno ce la fa, salva se stessoe coloro che da lui verranno. Abbiamo visto in passato barconi sfracellarsi sugli scogli, otto-dieci fortunati scendevano, e raccontavano dei compagni morti nella traversata: ma quelli che scendevano alzavano due dita in segno di vittoria. L’Italia e l’Europa ci mettono tutta la forza delle leggi e dei trattati per impedirgli di venire qui. Ma loro ci mettono la forza della disperazione per venire. Lo scontro è fra queste due forze. Ora lo sappiamo.

MIGRANTI, quei morti senza nome ci dovrebbero spingere alla pietà

 Paolo Di Stefano dal Corriere della Sera del 4 aprile 2011 L’emergenza sui migranti che approdano sulle coste italiane, il confronto politico interno, l’esigenza di uno smistamento equo, le discussioni che conseguono a tutto ciò rischiano di tenere in ombra, nella nostra coscienza, l’autentica e più profonda dimensione della catastrofe umana. Interi barconi dispersi di cui abbiamo notizie frammentarie e tardive. Una settantina di cadaveri trovati in fondo al mare, vite in fuga che diventeranno tanti «senza nome» sulle lapidi di chissà quale cimitero, come molti altri ignoti la cui morte è già incisa, priva di dati anagrafici, nei marmi di Lampedusa. E chi lo sa quante famiglie, quanti bambini, figli, madri e padri che nessuno osa reclamare ma che di sicuro qualcuno ha pianto, piange o piangerà. Se l’Italia, come ha affermato il premier Berlusconi, è davvero «un Paese solidale», dobbiamo tutti tenere ben presente l’enormità incommensurabile della tragedia. Magari ricordando che anche per gli sconosciuti (a noi) che partono per disperazione dalla loro terra esiste un fondamentale riconoscimento dei diritti umani. E che oltre alle trattative diplomatiche e le polemiche e le invettive e i dibattiti da talk show e le dichiarazioni di rigore e di opportunità ((spesso meschine) e i propositi di respingimento senza-se-e-senza-ma e i vergognosi spettacolini parlamentari, esiste un livello minimo di pietà, solidarietà, compassione, carità (chiamatela come volete) sotto il quale anche il nostro cinismo da salotto non può (non deve) scendere. A meno che il nostro cinismo non ci faccia ritenere che esistano morti di serie A, morti di serie B, morti di serie C, D eccetera, lasciando nelle categorie più basse le vittime della povertà, della paura e delle guerre (non si può dire neanche lontane), quelle che hanno cercato scampo altrove e che sono state ripescate nel fondo del mare, indegne di emozione prima ancora che di commozione perché colpevoli di aver minacciato il nostro benessere. La pietà, ha scritto Sciascia, è un terribile sentimento: un uomo deve amare o odiare senza vie di mezzo? E sia. Allora i morti sconosciuti in fondo al mare ci costringono a scegliere.

Chi ride con quelle barzellette

FRANCESCO MERLO da La Repubblica del 5 aprile 2011. Tutto è stato detto su Berlusconi che racconta barzellette, niente su quelli che ridono. Sono servi? Sono a libro a paga? Sono sdoppiati? E se fosse peggio? In pochi giorni Berlusconi si è esibito per due volte ben oltre la decenza delle sue solite storielle. E ogni volta, colpiti dalla scurrilità che è simpatia andata a male, dalla fuga nell´oscenità persino mimata che è la cifra degli spettacoli prolungati oltre la fine, abbiamo pensato che peggio di lui ci sono quelli che ridono. E ci sentiamo come Petrolini che reagiva così alla maleducazione di uno spettatore: «Non ce l´ho con lei, ma con quelli che le stanno accanto e non la buttano di sotto».
A Lampedusa, per esempio, quando ha raccontato la barzelletta sulle italiane ha riso anche il presidente Lombardo che, bene o male, guida una giunta di centrosinistra. E, due giorni dopo, indossavano la fascia tricolore tutti quei sindaci che hanno applaudito la mela che (non) «sa di fica».
Riguardate il filmato: non ce n´è uno che si mostri infelicemente rassegnato per quella degradazione istituzionale. E´ vero che gli applausi tradiscono qualcosa di nervoso ma tutti i sindaci ostentano un´aria compiaciuta e divertita per il premier che mortifica i luoghi e i riti dello Stato. Ovviamente sanno che la coprolalia non è compatibile con l´aula, con i ruoli e con la bandiera. Ma è proprio per questo che ridono. Non per le battute da postribolo, ma per i toni da villano di osteria che declassano e offendono tutti quei simboli ai quali, faticosamente e insieme, siamo riusciti a ridare valore, a sinistra come a destra.
Eppure i sindaci del centrodestra sanno meglio di noialtri che queste non sono più le solite barzellette per distrarre gli italiani, ma sono i rumori grevi e le impudicizie della stagione ultima. Lo sanno dai sondaggi e dagli umori interni, dalla depressione di Bondi, dalla paziente disperazione di Bonaiuti, dal disprezzo sibilato di Tremonti, dalla rassegnazione al martirio di Gianni Letta che – come ha detto in privato – teme «la passerella delle quarantatré ragazze più dei pugnali di Cesare»; e ancora lo sanno dall´irascibilità incongrua di La Russa, dalle donne in fuga dai letti del potere, dal disgusto certificato di Mantovano che è il solo ad essersi veramente dimesso (ma, si sa, è un magistrato), dalla sofferenza trattenuta della Carfagna e della Prestigiacomo, dall´impotenza comica del ministro degli Esteri, dal fastidio persino di Dell´Utri che ha confessato a un amico: «Due cose non deve fare un uomo: innamorarsi ed ubriacarsi. E Silvio si è innamorato e si è ubriacato di se stesso».
E tuttavia quelli ridono. Acclamano la barzelletta lunga e noiosa, approvano gioiosamente il turpiloquio. E noi, che li vediamo nel filmato, ci sentiamo imbarazzati al posto loro, e non più perché sappiamo che esistono un´altra comicità e un´altra educazione alla comicità: non è più questione di contrapporre risata a risata, Marziale alla barzelletta, e perciò forse dovremmo persino astenerci dal ridere, come nel Risorgimento, quando gli italiani rinunziavano a comprare il divertente “Figaro”, vale a dire rinunziavano a ridere per non sovvenzionare gli austriaci. Certo, ci sembrano eversivi i drammatici e goffi numeri da caserma di un premier che intanto si sta battendo contro «i magistrati golpisti» che lo processano, vuole cambiare la Costituzione, e non controlla più il Paese impoverito e assediato… E però al cuore della nostra pena e della nostra rabbia ci sono innanzitutto quelli che ridono. Sono loro che ci fanno gelare il sangue.
Consenso? Compiacimento servile? Identificazione? Di sicuro sono risate di complicità. Ma non ridono come gli uomini di Stalin che temevano per la sopravvivenza loro e delle loro famiglie. Questi davvero pensano che la mela dal «sapore di fica» sia meglio che leggere Kant. E dunque voluttuosamente degradano istituzioni e cultura che, tra gli sberleffi, lasciano alla sinistra. La mela da brevettare è la loro cifra ontologica, il loro marchio. Nel film “Nessuno mi può giudicare”, la prostituta Eva (Anna Foglietta) insegna la “vita” a Paola Cortellesi: «Se sono di destra, tu ridi, perché a loro piace tanto sembrare simpatici; se invece sono di sinistra, tu annuisci, perché loro hanno bisogno di sentirsi intelligenti». Insomma, si parte da una barzelletta e si arriva lontano. Allo scadimento del gusto italiano e a quella commedia di Luciano Salce dove Ugo Tognazzi, imprenditore di mezza età, racconta una barzelletta ai suoi dipendenti ed è felice di vederli ridere di gusto. Poco dopo lo stesso Tognazzi si sentirà sprofondare quando, trascinato dalla “voglia matta” per una giovanissima Catherine Spaak, racconterà la stessa barzelletta a un gruppo di ragazzi che lo guarderanno come un marziano e gli sveleranno la mestizia che si porta dentro. Certo, quei ragazzi non erano suoi dipendenti ma persone libere. E però questo non basta.
Non basta il libro paga per spiegare i laudatori di Berlusconi, per capire perché ridono. Anzi, dargli dei servi pagati finisce con l´essere un complimento perché ammette uno scarto dentro di loro tra la coscienza e il contratto, certifica il professionismo cinico di chi, cambiando editore di riferimento, sarebbe pronto a cambiare musica. E invece non è sempre così. C´è infatti una identificazione con la cultura della mela al «sapore di fica». Lo stesso Vittorio Sgarbi – è un esempio per tutti – gode nell´umiliare la specificità della sua stessa cultura, come quelli umiliano la fascia tricolore. Non per i soldi, ma perché c´è una voluttà nel profanare, nel farsi capre per rendere cavoli tutte le cose belle e profonde, tutte quelle meraviglie che da Caravaggio a Masaccio fanno la grandezza dell´arte.
Compiacciono Berlusconi dunque, e ridono ad ogni nuovo abbassamento di livello, a questo scadere dalle fogne ai pozzi neri. Ridono dinanzi a quella che gli studiosi di Storia Antica chiamerebbero Oclocrazia, ridono per massacrare un patrimonio anche se – come racconta Giorgio Manganelli nell´´Encomio del tiranno´ – presto saranno loro, quelli che ridono, a farlo fuori con uno sbadiglio.