Le donne nel Consiglio Comunale di Osimo: Maria AGOSTINELLI in Castellani

Per le donne la partecipazione alla vita politica e sociale della città non è facile. Quando una donna si dedica alla gestione della cosa pubblica deve mettere nel conto che, nella maggior parte dei casi e in misura maggiore rispetto ad un uomo, tale attività si andrà a sommare a quella lavorativa e a quella della cura della famiglia.
L’iniziativa del 2 giugno vuol essere anche questo, un doveroso ringraziamento a tutte noi che negli anni abbiamo compiuto questa scelta nonostante le difficoltà cui sapevamo e sappiamo andare incontro.
Sicuramente 50 anni fa la partecipazione delle donne alla vita politica e sociale era ancora più difficile perchè la politica era degli uomini.

Nel mandato amministrativo 1964 – 1970, sindaco Vincenzo ACQUA, le donne nel Civico consesso osimano erano solo due.
– Flora GIRI eletta dalla lista del PSDI;
– Maria AGOSTINELLI in Castellani  poi anche Assessore alla Pubblica Assistenza

I figli Franca, Franco e Gloria Castellani così mi hanno scritto a ricordo dell’impegno etico , della passione politica della loro madre: Maria (detta Marina) AGOSTINELLI.
Agostinelli 3

Non crediamo che nostra madre conoscesse il discorso di Pericle agli ateniesi ( e agli altri popoli) pronunciato nel 461 avanti Cristo:
Abbiamo una costituzione che non emula le leggi dei vicini, in quanto noi siamo più d’esempio ad altri che imitatori. E poiché essa è retta in modo che i diritti civili spettino non a poche persone, ma alla maggioranza, essa è chiamata democrazia” ……..…..” Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Nostra madre, con un vissuto di aderente attiva nell’Azione Cattolica Italiana, nel suo impegno sociale ha dato piena attuazione al significato di “democrazia” interpretando il ruolo di amministratore come un servizio ai cittadini, senza secondi fini, dimostrando che è possibile riporre piena fiducia nello Stato e nelle sue istituzioni, nonostante tutto, avendo un’altissima coscienza civica e morale.
Un esempio che abbiamo avuto la fortuna di avere come Madre.
Franca, Franco e Gloria Castellani

Agostinelli MariaRoma 16 maggio 1965 all’altare della Patria in occasione del ventennale del voto alle donne.
Nostra madre è la terza partendo da destra con la collana al collo

Martedì 2 Giugno ad Osimo festeggeremo la FESTA della REPUBBLICA e il 70° anniversario dell’affermazione del diritto di voto alle donne italiane.

Martedì 2 Giugno con la FESTA della REPUBBLICA in OSIMO celebreremo anche  il 70° anniversario dell’affermazione del diritto di voto alle donne italiane.
Dopo   il Sindaco e la Presidente del Consiglio comunale, prof.Paola ANDREONI,
la professoressa Patrizia CAPOROSSI, Filosofa e Storica delle Donne pronuncerà il discorso celebrativo ricordando i due anniversari della Festa della Repubblica e della conquista del diritto di voto da parte delle donne come eventi tra loro legati.

Verranno ricordate e verrà consegnato un riconoscimento a tutte le donne elette
nel Consiglio comunale di Osimo  dal 1946 ad oggi.

Tra queste ci sono storie di donne che non si dimenticano e che non si devono dimenticare: Gioconda CANALINI, Elena GIORGETTI, Maria Teresa BARBALARGA, Flora, Aumuria,  e le altre, donne che fra mille difficoltà ed impegni hanno dedicato il loro tempo, le loro energie, le loro competenze per la città. 

In qualità di

Presidente del Consiglio comunale
di OSIMO

Vi invito a partecipare alla cerimonia della 

Festa della Repubblica
2 GIUGNO

Martedì 2 giugno 2015 ore 17,30

Piazza Marconi 4, ad OSIMO
in caso di cattivo tempo, all’interno del Teatro La Nuova Fenice 
locandina 2 giugno

Carina l’idea della matita che quando finisce, la pianti nel terreno e nasce una piantina

Si chiama SPROUT, ed è la prima matita eco-sostenibile in grado di diventare una pianta.
Si usa finché non diventa così corta da non poterci più scrivere e non resta altro da fare se non piantarla nella terra. Innaffiatela e dopo appena una settimana vedrete spuntare i primi germogli di una varietà diversa a seconda del seme che vi è inserito.
L’acqua con cui si innaffia la matita scioglie l’involucro biodegradabile che la riveste e nutre il seme in essa contenuto.
spo

Oggi, 24 maggio “…il Piave mormorava”

soldati semplici

La partecipazione alla  Grande Guerra costò all’Italia 530 mila morti e un milione di feriti e mutilati.

” … Sicure l’Alpi, libere le sponde,
e tacque il Piave, si placaron l’onde.
Sul patrio suol vinti i torvi Imperi,

la Pace non trovò né oppressi, né stranieri! “

Eugenio Scalfari: Il conflitto sul potere temporale tra la Curia e Francesco

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari, • 24-Maggio-15.  Pastoralità, requisito principale della Chiesa. È un po’ di tempo che non scrivo sul Papa e del Papa. Spesso ne cito qualche iniziativa, qualcuna delle frasi che quotidianamente dedica ai fedeli che lo ascoltano; mi è anche capitato di esortare alcuni dei nostri uomini politici a seguirne l’esempio perché Francesco non è soltanto il vescovo di Roma che siede sul soglio di Pietro ma, a mio parere, è il più importante personaggio del secolo che stiamo vivendo.
Oggi però dedicherò a lui quest’articolo. Soprattutto per le parole che ha indirizzato all’assemblea generale della Conferenza episcopale italiana e il giorno dopo, durante la messa da lui celebrata a Santa Marta. Sembra a me che in entrambe queste occasioni papa Francesco abbia fatto un passo ulteriore nella strada intrapresa due anni fa dopo il Conclave che lo elesse.
Un ulteriore passo avanti mentre, dietro l’apparenza di una Curia che lo segue quasi unanime nel suo rivoluzionario rinnovamento della Chiesa, l’opposizione curiale si sta organizzando estendendosi anche ad altre Conferenze episcopali, ad altri cardinali e arcivescovi, specialmente in Europa e nel Nord America.
L’Occidente è molto secolarizzato, aumenta la crisi delle vocazioni, si diffonde sempre più il pensiero laico, il numero dei non credenti, degli indifferenti, della religiosità spersonalizzata.
La reazione della Chiesa a questo fenomeno di distacco è quello di arroccarsi nella tradizione, non soltanto teologica ma anche “politica”: in Europa e in Usa sta emergendo una sorta di “moralismo ” con aspetti di fondamentalismo che hanno come bersaglio Francesco e la sua rivoluzione.
So bene che lui non ama e non si riconosce in questa parola anche perché la sua rivoluzione non è altro che ritrovare le antichissime radici della Chiesa dei primi secoli dell’era cristiana. Da quelle radici l’allontanamento avvenne molto presto e coincise con l’inizio del potere temporale. Francesco sta combattendo da due anni contro quel potere temporale e lo aggancia al Concilio Vaticano II.
Questo è lo scontro in corso e di questo parlerò oggi per chiarirlo anzitutto a me stesso (mettere per scritto i propri pensieri significa soprattutto precisare ed esplicitare ciò che era ancora informe e perfino inconsapevole) e poi a quanti mi faranno l’onore di leggermi.
***
Ho visto pochi giorni fa un vecchio e bellissimo film che ha come protagonisti Robert De Niro e Jeremy Irons ed è intitolato “Mission”. Non starò a raccontarlo, ma in qualche modo ha a che vedere con le dinamiche che papa Francesco ha messo in moto nella Chiesa di oggi.
La sostanza del film è il drammatico scontro tra due missionari gesuiti e le potenze coloniali Spagna e Portogallo nell’America del Sud settecentesca. I due missionari guidano una tribù di nativi in una terra vergine sulle sponde di un fiume e di un’immensa cascata. I nativi indios sono di giovane e giovanissima età e i missionari li hanno convertiti a Dio e civilizzati. Ma questo loro ingresso nella vita civile non piace affatto ai mercanti di schiavi che commerciano in quelle terre traendo dallo schiavismo notevoli ricchezze e non piace neppure alle potenze coloniali europee che sono presenti in Brasile, in Uruguay e in Argentina dei quali il fiume è una via d’acqua comune.
Alla fine un arcivescovo gesuita arriva alla Missione che ormai è diventata un villaggio perfettamente organizzato. L’arcivescovo si compiace con i suoi confratelli per aver civilizzato quegli indios, ma gli impone di distruggere il villaggio e rimandare gli indios nella foresta dalla quale provengono. I due missionari non capiscono quello strano modo di ragionare ma l’arcivescovo gli spiega che se la Missione non sarà rinnegata, il villaggio distrutto e gli indios di nuovo inselvatichiti nella foresta, i soldati delle potenze coloniali stermineranno tutti, missionari compresi. Per di più l’arcivescovo ha timore che i governi di Madrid e di Lisbona facciano pressioni sul Papa affinché sciolga l’Ordine dei gesuiti che sta prendendo nelle colonie dell’America del Sud molte iniziative analoghe a quella Mission. Tutto questo deve essere dunque impedito, evitato, represso.
Questa è la storia che il film racconta terminando con i soldati spagnoli che distruggono il villaggio e uccidono i suoi abitanti compresi i due missionari che hanno rifiutato di obbedire al loro arcivescovo.
Questo episodio non è inventato ma realmente accaduto e il film lo racconta con grande efficacia umana. Lo cito perché, senza ovviamente raggiungere quella sanguinosa drammaticità, un conflitto interno alla Chiesa di oggi si sta verificando ed è ancora una volta motivato da uno scontro tra chi vuole abbattere il temporalismo che domina la vita ecclesiastica da sedici secoli e chi vuole a tutti i costi mantenerlo in nome della tradizione.
Il protagonista di questo scontro è un gesuita eletto Pontefice il quale tra le altre sue iniziative proprio in questi giorni ha beatificato – la cerimonia ieri a San Salvador – l’arcivescovo Oscar Arnulfo Romero che fu ucciso sull’altare mentre celebrava la messa nella cattedrale della sua diocesi di San Salvador trentacinque anni fa dagli squadroni della morte di quel Paese che erano banditi e assassini assoldati dal governo salvadoregno.
La beatificazione di Romero era stata sempre rinviata nonostante le vive pressioni di don Vincenzo Paglia che da molto tempo insiste affinché quel riconoscimento fosse compiuto. Le resistenze erano motivate dal fatto che Romero aveva riconosciuto, aiutato e solidarizzato con gli esponenti della teologia della liberazione, condannati invece e scomunicati da papa Wojtyla per la loro dichiarata simpatia col marxismo e con il ribellismo di Che Guevara.
Papa Francesco queste cose le sa ma ciò nonostante dopo appena due anni di pontificato ha deciso la beatificazione di Romero, il che conferma che i gesuiti “buoni” coltivano dentro di loro lo stesso spirito del fondatore della Compagnia. È vero che ci sono stati anche gesuiti “non buoni” il cui temporalismo raggiunse il culmine proprio nel XVIII secolo in Spagna, in Francia, in Italia. Voltaire e gli Illuministi ne furono gli avversari più fieri bollandoli come reazionari e fautori dell’alleanza del trono con l’altare. Voltaire li definiva infami e quell’infamità raggiunse un tale livello da obbligare la Chiesa a sciogliere l’Ordine che fu poi ripristinato dopo qualche decina d’anni.
I conflitti che agitano la Chiesa si sono verificati anche all’interno della Compagnia. Ma nell’ultimo mezzo secolo la guida di essa è sempre stata riformatrice e moderna, spesso contestata dalla Curia vaticana. Del resto papa Francesco ne è l’esempio più eloquente.
***
La sua allocuzione alla Conferenza episcopale italiana non nasconde alcune differenze tra Francesco e i vescovi riuniti nella sala del Sinodo. Il Papa parla ai suoi confratelli con dolce fermezza e li invita a raggiungere obiettivi nuovi abbandonando quelli ormai non più adeguati al tempo che stiamo tutti vivendo. Ecco alcuni passi che mi sembrano molto significativi.
“Gesù disse: “Voi siete il sale della terra, ma se il sale perde il suo sapore, con che cosa lo si potrà rendere salato?”… È assai brutto incontrare un consacrato abbattuto, demotivato o spento: egli è come un pozzo secco dove la gente non trova acqua per dissetarsi… La sensibilità ecclesiale comporta di non essere timidi o irrilevanti nello sconfessare e sconfiggere una diffusa mentalità di corruzione pubblica e privata che è riuscita a impoverire senza alcuna vergogna famiglie, pensionati, lavoratori, scordando i giovani, sistematicamente privati di ogni speranza nel loro futuro e emarginando i deboli e i bisognosi. La sensibilità ecclesiale si manifesta anche nelle scelte pastorali dove non deve prevalere l’aspetto teoretico- dottrinale astratto; dobbiamo invece tradurlo in proposte concrete e comprensibili… I laici che hanno una formazione cristiana non hanno bisogno del vescovopilota né di un input clericale per assumersi le proprie responsabilità a tutti i livelli, da quello politico a quello sociale, economico, legislativo. Hanno invece tutti bisogno di un vescovo-pastore. Ho fatto alcuni esempi di sensibilità sociale indebolita. Mi fermo qui. Possa il Signore mandarci la gioia di riuscire a render feconda la misericordia di Dio con la quale siamo richiesti di dare conforto ad ogni donna ed a ogni uomo del nostro tempo”.
Un vescovo-pastore: è questo che chiede Francesco e non è la prima volta che insiste sulla pastoralità come il requisito principale della Chiesa. Riflettiamo con attenzione su questo suo linguaggio: nel lessico tradizionale della Chiesa e nella sua struttura organizzativa e sacramentale, il vescovo è il successore degli apostoli, possiede la potestà di “sciogliere o legare” i fedeli, di amministrare i sacramenti, di interpretare e spiegare i misteri della morte e la nuova vita che ci attende nell’aldilà. I preti sono delegati dal vescovo e svolgono per delega le sue stesse funzioni. Ma in tutte le altre sette cristiane protestanti, il vescovo e i sacerdoti sono soltanto “pastori”. E del resto, stando ai vangeli, gli apostoli chiamavano il Signore con la parola ebraica “Rabbi”, cioè maestro, cioè pastore.
Il temporalismo protestante – con l’esclusione degli ortodossi in Russia – è molto debole e quasi inesistente, se non altro perché le sette sono numerose e autonome l’una dall’altra, con scarsissimi poteri di influire sulla politica del Paese in cui operano. Aggiungiamo che tutti i pastori possono sposarsi ed aver figli.
Che Francesco stia operando per avvicinare le sette protestanti alla Chiesa cattolica non è un’interpretazione di chi segue la sua politica religiosa ma è una verità da lui dichiarata e ripetuta continuamente e avvalorata dai contatti continui con le comunità protestanti. Per non parlare della sua politica verso l’Islam: convivenza e amicizia e comuni iniziative perché Dio è unico e quindi non appartiene ad una religione ma a tutte. Questo è il punto di fondo di Francesco e della sua predicazione: Dio non è cattolico, né musulmano, né ebraico. Dio è di tutti. È una rivoluzione rispetto al passato? Mi sembra difficile negarlo e, come tutte le rivoluzioni, pone problemi nuovi ed estremamente ardui da risolvere.
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Il discorso tenuto a Santa Marta potrebbe intitolarsi quello degli addii. Francesco racconta ai vescovi che l’ascoltano l’addio di Gesù e quello di Paolo sulla spiaggia di Mileto. Qui il tono non è quello tenuto alla Conferenza episcopale, perché il vero tema è quello della morte e della resurrezione. Quest’ultima reca gioia, ma l’addio alla vita è soffuso di dolce tristezza ed anche d’un timore – forse inconsapevole – del dubbio.
“Nell’ultima cena – dice Francesco – Gesù si congedò dai suoi discepoli. Era triste perché sapeva di andare alla Passione piangendo nel suo cuore e affidandosi a Dio perché Lui era il figlio, figlio di Dio e dell’uomo, e si affidava a Dio. Ecco qual è il significato dell’addio: a Dio. Anche Paolo si congeda e piange pregando in ginocchio sulla spiaggia di Mileto insieme ai suoi compagni di quella comunità. “Ecco, dice Paolo, io non vedrò più il vostro volto e voi non vedrete più il mio. Per questo piango con voi. Ora lo Spirito mi costringe ad andare a Gerusalemme e non so che cosa mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo mi attesta che non mancheranno catene e tribolazioni”.
Poi Francesco parla del suo addio. “Bisogna fare un esame di coscienza pensando al proprio congedo dalla vita. Anche io dovrò dire quella parola addio. A Dio affido la mia anima, la mia storia, i miei cari; a Dio affido tutto. Gesù morto e risorto, ci invii lo Spirito Santo perché noi impariamo a dire esistenzialmente e con tutta la forza quella parola: addio”.
Questa, diciamolo, non è una rivoluzione ma una profonda umanità. Verso tutti ed anche verso se stesso. Se c’è una persona in questo secolo che stiamo vivendo degna d’essere presa a modello, questa è Francesco Bergoglio. Lui ha già dato ad una umanità frastornata, avvilita, cinica, corrotta, frustrata, un esempio di dignità che tutti dovrebbero tentare di imitare con sincera riconoscenza.

Evento 'Il Cortile dei Giornalisti'

Alla riscoperta delle vicende umane di giovani osimani durante la Prima Guerra Mondiale: Antonio GIULIODORI

Il 23 maggio 1915 l’Italia dichiarò guerra all’Austria ed entrò nel conflitto aprendo un nuovo fronte. Ben 100 anni ci separano dal quel triste evento che insanguinò l’Europa e l’Italia. Le ostilità, ebbero termine il 4 novembre 1918 con la firma dell’armistizio.
Il bilancio finale fu di 9 milioni di morti tra i soldati e 5 milioni di morti tra i civili, una guerra fratricida senza precedenti.
Anche la nostra città pagò un amaro sacrificio alla guerra. 365 giovani osimani non fecero più ritorno a casa: giovani, alcuni appena 19enni, le cui vite furono stroncate nei combattimenti cruenti o vittime delle malattie e delle ferite contratte al fronte.

Anche il periodo post bellico fu molto difficile, infatti numerosi reduci tornarono a casa mutilati e invalidi e non poterono riprendere a lavorare a causa delle menomazioni; per loro non era prevista nessuna pensione né indennità. Li attendeva una vita di stenti e la miseria più nera.

A cento anni dallo scoppio del conflitto deve essere per tutti noi doveroso il ricordo verso quei giovani che furono obbligati a lasciare la loro casa, i loro affetti, i loro progetti di vita e le loro povere cose, per andare a combattere in una terra lontana per delle ragioni inesplicabili.

Con questo spirito – perchè le storie non vadano dimenticate e i giovani sappiano ciò che è accaduto affinchè la Storia possa essere davvero Maestra di vita – ho raccolto con commozione, e pubblico, la vicenda umana di Antonio Giuliodori, un osimano come noi che il nipote, Fausto, ricorda così:

Erano troppi in quel casolare a mangiare su poca terra tenuta a mezzadria e Antonio, stanco degli stenti sperando in una vita migliore, partì per l’America del sud. Nel 1908 arrivò a Rio de Janeiro e dopo qualche mese faceva il gaucho nelle pampas argentine ricco per la conquistata libertà e autonomia economica. Solo un problema lo affliggeva e questo problema aveva un nome, Rosa, una moretta che aveva lasciato alle pendici della collina osimana.
Ci pensò e ripensò e con i risparmi di qualche anno di lavoro decise di ritornare per sposare la sua bella per poi far ritorno insieme alle pampas argentine. Così fece. Ritornato a casa, dopo poco si sposò e dopo i soliti nove mesi nacque il suo primo figlio. Questo fece ritardare i suoi programmi di ritorno in America, ulteriormente intralciati dalla malattia che colpì il piccolo Marino, la poliomielite.
Il tempo passava così arrivò il 1915 e come tanti contadini analfabeti come lui fu mandato a fare la guerra. Pochi esaltati e un governo di inetti dichiararono una guerra che la maggior parte della popolazione non sapeva perchè fosse stata dichiarata. Antonio partì e si fece tanti assalti alla baionetta rischiando di morire ammazzato come tanti suoi compagni e questo fino all’inverno del 1916 quando per le disumane condizioni gli si congelarono le dita di entrambi i piedi. Mandato in un ospedale delle retrove fu curato e fu fortunato che non gli amputarono le dita o peggio i piedi.
Arrivò il 1917 e la disfatta di Caporetto per l’inezia dello stato maggiore comandato da Cadorna e ad Antonio ancora convalescente ed invalido fu comandato di ritornare al fronte.
Il contadino analfabeta che aveva affrontato l’oceano e le pampas,conscio della sua invalidità, cercò di far capire ai superiori che non era più in grado di affrontare nuovi assalti e alla completa insensibilità e ragionevolezza di questi rifiutò l’ordine e disertò. “Se vado al fronte con ‘sti piedi mi mandate a moriammazzato“.
Con i suoi piedi sanguinanti partì per tornarsene a casa ma non poteva passare sui ponti perchè controllati e dovette passare a nuoto il Piave in piena con un altro disertore sulle spalle che non sapeva nuotare. A piccole tappe, i piedi disastrati non glielo permettevano, raggiunse fra lo sbigottimento della famiglia le sue colline. A casa si fece crescere i capelli e si vestì da donna lavorando come sempre aveva fatto la sua terra. Quando venivano i carabinieri si nascondeva dentro un mucchio di fascine in cui aveva ricavato un piccolo vano fino a quando poco prima della fine della guerra non lo trovarono.In famiglia si dice che ci fu una spiata da parte di un vicino o semplicemente i carabinieri avevano capito che era tornato dal fatto che la santa donna della moglie era incinta. Fu fortunato.
La condanna a morte per fucilazione a causa della vittoria fu amnistiata e dopo un annetto di galera fu mandato a casa giusto in tempo per mettere al mondo mio padre. Non potè più ritornare alle sue pampas, motivi di famiglia e l’essere pregiudicato glielo impedirono. Continuò la vita di stenti da cui aveva cercato di fuggire attaccandosi alle uniche possibilità che aveva, il buon vino della sua vigna e alla sua Rosa che lo suppliva e scusava sempre.
Del nonno ricorderò sempre i tristi occhi azzurri ed il suo passo lento e cadenzato. Ricorderò le sue bellissime vacche di cui conservava i premi appesi alla parete della stalla vicino all’immagine di sant’Antonio e sul letto di malattia che lo portò alla morte, i suoi piedi sanguinanti ai quali nonna Rosa cambiava le pezzole.
Non c’è da noi l’abitudine di chiamare i figli con i nomi dei nonni ma quando nacque il mio, con orgoglio lo chiamai Antonio come il mio coraggioso nonno disertore.

ps: era tanto che volevo scrivere della guerra del nonno e l’opportunità me l’ha data il tempaccio che mi ha chiuso in casa.
Tutte le notizie sono il frutto di tanti dialoghi fatti con nonna Rosa e i suoi figli. Notizie prese a fatica perchè nonno bevitore, a parte nonna. non aveva presso di loro una buona opinione e si stupivano del mio orgoglioso interesse. Addirittura la figlia Maria me lo ricordò che il nonno beveva quando fece visita per la nascita del mio Antonio. Ricordai a lei le parole che il nonno diceva allo zio che lo sfotteva quando era alticcio : “ma te, capisciò, sei mai stato al porto di Rio de Janeiro?“.
Cara Paola, fai di queste poche righe l’uso che credi, un abbraccio Fausto.

1915

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Nel 1965 entra nel civico consesso osimano la sig,ra Flora GIRI, eletta nelle liste del PSDI

 Un’altra bella storia, quella della professoressa Flora GIRI.
La signora Giri, classe 1923 vive ad Osimo ed è stata, prima di ogni altra cosa una studiosa, una docente, una educatrice. Una professoressa appassionata e amata. E con questa identità forte si è presentata in politica. Parliamo del mandato amministrativo 1965 – 1970.  La signora Flora GIRI, non cercando approdi su lidi comodi e facili, come poteva essere la Democrazia Cristiana  dell’epoca,  scelse di candidarsi con  un partito minoritario, che si rifaceva ai valori della Costituzione e che vedeva in Saragat il suo politico più rappresentativo: il PSDI. Come  persona e  donna  libera, la prof.ssa Flora GIRI  ha vissuto la responsabilità politica come momento “alto” di impegno civile verso la propria città, portando nel civico consesso osimano la sua visione, i suoi principi, il suo stile.
gIRI fLORA 5Sperando che anche Flora possa essere presente il 2 giugno in occasione dell’iniziativa per festeggiare i 70 anni della Repubblica e l’anniversario dell’affermazione del diritto di voto alle donne italiane, pubblico  la sua storia, come la nipote Sara l’ha raccolta e gentilmente inviata.

Parlando con zia Flora sono riuscita a riassumere brevemente le tappe della sua vita.
Sua mamma si chiamava Socci Maria e suo padre Giri Enrico. La mamma è sempre stata una casalinga, il papà invece era un ufficiale dell’esercito (fanteria) che prestò servizio prima ad Ancona, dove zia nacque, e poi a Salerno fino alla morte per causa di servizio nel ’33, quando zia aveva solo nove anni. Questo evento ha cambiato molto la sua vita, sua mamma era incinta del fratello, che poi è stato chiamato Enrico come il padre, e ciò l’ha costretta a responsabilità troppo grandi per una bambina ancora piccola che ha dovuto aiutare la mamma ed essere una seconda madre per il fratellino.
Frequentò le scuole elementari in parte ad Ancona e un po’ a Salerno, poi alla morte del padre tornò ad Osimo dove le terminò alla Bruno da Osimo (la sua maestra era la Tappa, ma non ne ricorda il nome).
In seguito frequentò il Ginnasio per cinque anni, nei quali ebbe quasi tutti gli anni la media dell’8, e dopo la licenza frequentò il Liceo Classico.

Giri compagni di scuolaIn prima fila: Cesare IPPOLITI, Lamberto CANAPA, Ennio NICCOLINI, Liana CANALINI, ….,…., Vera Vici, Righetto RITA, Giuseppe BARTELUCCI,  Paolo PRINCIPI, Ezio MERCURI, Giuseppe GIULIODORI, … FIORENZI, Renato FANESI, Stefania BELVEDERESI, Lucia RICCI, Maria BLASI, M.G. TONNINI, Loris PAGLIARECCI, Renato …., Luigi PIERUCCI.

Dopo la maturità si iscrisse all’Università La Sapienza a Roma, alla facoltà di Lettere Moderne, andando a vivere a Roma ospite di uno zio materno.
A Roma si verificò un altro evento che le cambiò la vita, la guerra. Dovette interrompere gli esami per diverso tempo e tornò ad Osimo dalla famiglia, andando all’Università solo per gli esami.
E’ riuscita comunque a laurearsi. I suoi ricordi della guerra sono ancora molto vivi e precisi. Ricorda i sacrifici fatti e la sensazione di continua paura. Ricorda i fischi e i boati delle cannonate, gli spari mentre andavano a prendere l’acqua alla fonte Magna. Erano due donne sole con un bambino ancora piccolo da proteggere.
Una cosa mi ha molto incuriosito. Mi ha descritto un gioco che i bambini facevano spesso durante la guerra. Raccoglievano i proiettili a terra, li battevano, li svuotavano raccogliendo la polvere da sparo e poi la incendiavano, divertendosi a sentire il botto. Un parente ancora piccolo morì a causa di uno scoppio troppo forte di questi proiettili.
Sempre in questo periodo si ricorda la sensazione della fame, i balconi pieni di schegge. C’era un negozio di cui si ricorda, era l’emporio del sig. Dardani, dove ora c’è il negozio di Ippoliti, vicino a Colonnelli, in cui compravano un po’ di tutto, compreso il materiale per la scuola.
C’erano comunque anche cose belle. Zia si ricorda le feste da ballo che si facevano a casa degli amici, sempre sotto la supervisione attenta dei genitori. Si facevano le raccolte dei soldi per il rinfresco e si offriva la propria casa per divertirsi.
Finita la guerra zia ha atteso di poter dare i concorsi per l’insegnamento, e nel frattempo per aiutare la famiglia fece delle ripetizioni e delle supplenze.
Il concorso che vinse aveva decine di migliaia di partecipanti, superò lo scritto con 24/30 e, per preparare l’orale, rinunciò ad una nomina a Matelica. Diede l’orale a Roma sperando nell’abilitazione, invece l’esame andò benissimo e vinse il concorso, riuscendo ad essere assegnata ad Osimo alla Caio Giulio Cesare, dove ha insegnato per 34 anni (Latino, Italiano, Storia e Geografia).
La scuola è stata la sua più grande soddisfazione. Ci tiene a ribadire che non ha insegnato solo materie scolastiche, ma ha dato ai suoi alunni un’educazione totale, puntando sul rispetto, sull’educazione e sulle emozioni. Ha sempre ricevuto e riceve tutt’ora tanti complimenti e gratificazioni dai suoi ex alunni.
Riguardo alla politica, si ricorda che durante il periodo pre elezioni un pomeriggio si fermò ad ascoltare, in piazza, il comizio di un giovane, Flavio Orlandicandidato per il PSDI, che le piacque molto in quanto condivideva le sue idee e, a suo modo di vedere, corrispondeva alle sue ambizioni e a quelle degli italiani, occupandosi sia degli operai che del ceto medio. Si andò a complimentare con lui e parlarono un po’, finché lui le propose di candidarsi come capolista del suo partito. Lei ci pensò e decise di accettare, con l’appoggio dei suoi familiari.
Non riuscì a raggiungere tutti gli obiettivi prefissati in quanto c’era una larga maggioranza democristiana, ma trovò comunque molti riscontri positivi. Il rapporto con i colleghi uomini erano normali e corretti, c’era molto rispetto e le decisioni venivano sempre prese insieme.
Con l’unificazione con i Socialisti durante il mandato, Corona richiese il suo spostamento al Partito Socialista, ma rifiutò. Nel secondo mandato si candidò su richiesta dei colleghi, però non era determinata per problemi di salute della mamma e per impegni sempre crescenti della scuola a cui si dedicò con il massimo dell’impegno, per cui si dimise.
Il suo interesse per la politica non si è mai spento. Tutt’ora è molto appassionata, il televisore è sempre acceso sul canale delle informazioni e spesso, anche con noi nipoti, ha delle accese discussioni sulle cose belle e meno belle di questo periodo storico. Ascolta e si documenta su tutti gli schieramenti politici, indipendentemente da ciò che corrisponde alle sue idee e, cosa curiosa, tiene sul tavolo la Costituzione, che sfoglia quotidianamente scoprendo tante, tante irregolarità dei nostri tempi. Pensa che al giorno d’oggi ci siano gravi carenze sul diritto alla democrazia e ribadisce che il Governo deve essere scelto dal popolo.

gIRI fLORA 2Con gli ex compagni del Ginnasio