In America la polizia spara, ancora, senza motivo a persone nere: cosa è se non razzismo ?

Ancora una volta, anzi due,  in America la Polizia uccide senza pietà e ragione
Chi come me pensava che l’assassinio di George Floyd potesse servire da monito, a mo’ di vaccino immunizzante contro il razzismo e la violenza gratuita, si è sbagliato di grosso.
A Lafayette, in Louisiana, la polizia ha  ucciso, un nero armato di coltello con undici colpi di pistola, alle spalle. A Kenosha, nel Wisconsin, la polizia spara, a un nero sette colpi di pistola, alla schiena, e sotto gli occhi dei suoi tre figli. Esecuzioni a sangue freddo, vigliacche e senza esitazione. Come se la polizia avesse licenza di uccidere, alla 007. Ma quello era un film, questa è la terribile realtà. Polizia che si erge a giudice inappellabile e a giustiziere. Forse, davvero, quei poliziotti hanno visto troppi film d’azione. E hanno guardato poco il loro prossimo negli occhi e nell’anima.
L’America è un grande paese democratico, non occorre dirlo, l’America è il paese delle libertà. Non tutta la polizia americana spara alla schiena senza alcun legittimo motivo, è vero. Ma questi mostruosi, ripetuti episodi di violenza gratuita contro cittadini neri continuano a porre un interrogativo lancinante e non eludibile: c’è una lotta razziale in corso, qualcuno, ha il dovere di fermarla.

Ancora razzismo dentro e fuori gli stadi: tutta la solidarietà a Balotelli e a tutti i giovani sportivi vittime dell’ignoranza dei tifosi.

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I cori razzisti a Verona contro il calciatore Mario Balotelli hanno riaperto il dibattito sul problema del razzismo nel calcio e non solo e sulla necessità di prendere misure serie. Misure contro personaggi come il capo ultrà del Verona legato a Forza Nuova che in un’intervista radio ha sostenuto che “Balotelli non potrà mai essere del tutto italiano”.
E’ ora che tutti gli sportivi ed i calciatori si espongano a schierarsi al fianco dei loro colleghi vittime del razzismo di certa tifoseria. Diciamo tutti basta  agli  ululati razzisti.


Tutta la mia solidarietà e vicinanza a Mario Balotelli, italiano più di certi esponenti della destra più becera.
Uniti diciamo tutti basta  agli  ululati razzisti.
Paola

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Nella scuola italiana l’inclusione è la normalità

Fuori impazza la propaganda del governo contro stranieri e minoranze di ogni tipo. Ma dentro le aule l’integrazione è ormai routine quotidiana. E la normalità è fatta da tante diversità. Un bellissimo articolo-indagine  su “L’Espresso” racconta la verità, la normalità che si vive nelle classi italiane dove la “diversità”  è una parola amica, una certezza diffusa. Ad ascoltare la propaganda è emergenza, in aula è routine. Una routine dell’inclusione che ora, però, di fronte al razzismo sdoganato dai vertici, rischia di diventare questione di frontiera. Con i ritardi negli investimenti nazionali e la mancata cura per l’integrazione che rendono difficili percorsi assodati da tempo. E mentre le classi si confrontano ogni mattina con il nuovo dna del Paese servono adesso nuovi anticorpi per fermare l’intolleranza.

da l’Espresso, articolo  di Francesco Sironi del 5 giugno 2019  “……..L’Italia ha già un nuovo dna. Più ricco di quanto vogliano i politici dell’odio, più universale di quanto gridi la Lega, più aperto di quanto sembri ad ascoltare le paure servite a cena dai tg sovranisti. Il dna dell’Italia ha già i colori, le tradizioni e le culture dei suoi studenti. «Nella mia classe ho 24 alunni. Sono di cinque etnie diverse, hanno cinque religioni diverse», scrive Filippo, un maestro delle elementari precario, in un post condiviso da migliaia di persone: «Sul muro abbiamo appeso la foto di Mattarella, il Crocifisso, la mano di Fatima, un’immagine di Buddha e la bandiera della pace».

Alessio Surian insegna pedagogia all’università di Padova. Esperto di interculturalità, sta attraversando le scuole del Veneto per uno studio su come i bambini percepiscono la diversità. «Quando ero piccolo nel mio quartiere si parlava veneto. In classe ho aiutato miei compagni, spesso più intelligenti di me, a capire cosa dicevano i maestri solo perché a casa mia si parlava italiano. Le lingue non sono né possono essere un ostacolo allo sviluppo delle competenze. Anzi. Così come non lo devono essere le origini dei genitori», spiega: «Diciamo bambini “stranieri”, ma stranieri per chi? Per i loro compagni non lo sono. Parliamo di “problemi”, ma problemi per chi? Le diversità sono un vantaggio, oggi, non una tara da cui liberarsi».

Surian cita uno dei pilastri della riflessione contemporanea sul tema, gli scritti di Scott Page dell’università del Michigan, che dimostrano come non per “buonismo”, «ma per crescere nell’attuale sistema economico, sapersi muovere fra culture e identità plurali è una capacità fondamentale».

Davanti a quest’esigenza il corpo scolastico è attivo. Ma la burocrazia in ritardo. Surian elenca tre questioni chiave: «Mancano tavoli di concertazione fra ministero, uffici regionali e comunità per la formazione delle classi. Ogni settembre leggiamo episodi non più accettabili di sezioni ghetto, vediamo azioni estemporanee di amministratori locali. Secondo: la lingua. È necessario che gli alunni possano raggiungere il prima possibile il livello base per la comprensione delle lezioni. Allo stesso tempo, gli insegnanti devono essere formati a cogliere l’occasione che l’avere conoscenze plurali rappresenta. E questo è il terzo punto: l’integrazione non è mimetismo. È imparare a riconoscere la diversità e valorizzarla».

Sono punti semplici. Ma in un paese dove ogni mattina il leader dell’attuale primo partito si sbraccia per criminalizzare gli immigrati, diventano scelte di campo. Il dibattito intossicato a cui sono esposte le famiglie non può non avere ripercussioni in aula, conclude il professore, con preoccupazione: «Le scuole devono attrezzarsi ad affrontare il razzismo e l’intolleranza. Non possono lasciarlo scorrere».

Il tema non sembra essere fra le priorità del ministro Marco Bussetti però. Un esempio? Fra la primavera e l’estate del 2017 erano stati pubblicati i bandi per i fondi europei alla scuola pubblica. Erano organizzati per “assi”: alternanza scuola-lavoro, ad esempio, arte, educazione all’imprenditorialità, sport in classe. In cantiere ci sono anche 50 milioni di euro destinati a “Integrazione e accoglienza”.

Al Miur sono arrivati centinaia di progetti. Ma mentre gli altri settori sono partiti (alcuni sono già alla seconda edizione), il bando sull’inclusione è fermo. Sono passati due anni e ancora non sono state nemmeno pubblicate le graduatorie di chi ha diritto alle risorse. «Gli uffici scolastici manderanno le loro valutazioni entro la metà di giugno», assicurano ora dal Miur. L’ultimo intervento pubblicato dal ministero per l’area “intercultura”, intanto, risale al settembre del 2017, prima delle elezioni.

«Oggi più che mai è opportuno fare educazione interculturale, e parlare di razzismo», riflette il direttore editoriale di Lœscher, Sandro Invidia, nell’editoriale di dicembre per la rivista “La Ricerca”: «Parlarne a scuola, in primo luogo, come nel posto che meglio si presta per verificare la fondatezza delle affermazioni che circolano sul tema. Occorre farlo con sapienza e giudizio, senza mai dimenticare il grande dubbio che resta sullo sfondo della questione. Come può la differenza – etnica, linguistica, culturale – entrare nella quotidiana pratica educativa, al punto da diventare oggetto di riflessione? Non sarebbe meglio comportarsi come non esistesse? La questione è cruciale». E le testimonianze raccolte nel dossier – reperibile online – provano a affrontarla da prospettive non scontate. Di sicuro però c’è un dato che non può essere tralasciato: il fatto incontrovertibile, statistico, della nuova normalità vissuta su milioni di banchi. Una normalità che è più estesa di quanto avvertiamo.

Stefano Molina, ricercatore della Fondazione Agnelli di Torino, lo ha dimostrato andando oltre le cifre del ministero dell’Istruzione, per il quale sono circa 800mila gli alunni stranieri immatricolati. Molina ha esplorato un registro più ampio: le iscrizioni all’anagrafe di bambini con uno o due genitori non italiani. Ricostruendo le serie degli ultimi 18 anni, è arrivato così alla cifra di un milione e 150mila minorenni nati nel nostro paese da genitori stranieri. A cui si aggiungono 450mila figli di coppie miste, per la stragrande maggioranza con padre italiano e madre di cittadinanza estera. Considerando anche i 400mila nati fuori dai confini si arriva così a due milioni di bambini che hanno radici internazionali.

«Dal 2012 le nascite sono calate, anche per gli stranieri», spiega il ricercatore: «Ma l’elemento più interessante da osservare è l’invisibilità di questi “grandi numeri”. Intorno alle nostre scuole si muovono due milioni di nuovi cittadini senza fare rumore». È il segno che il sistema educativo è molto più avanti dello strillismo mediatico-politico. «La “non visibilità” è infatti indice di integrazione. In Francia si parlava di “scomparsa degli italiani”, perché i nostri emigrati semplicemente non erano vissuti più come estranei, e i loro figli o nipoti – Nino Ferrer, Michel Platini – erano considerati del tutto francesi».

Che il paese dei piccoli sia più cosmopolita di quello degli adulti lo racconta anche un altro dato, passato in sordina. Nell’ultimo rapporto nazionale sui test Invalsi, oltre all’italiano e alla matematica – dove i ragazzi di prima e seconda generazione continuano a mostrare maggiori difficoltà rispetto ai coetanei, seppure con molti distinguo – ci sono le risposte all’esame di inglese, sottoposto per la prima volta in quinta elementare e terza media. Bene: su questo aspetto qui non c’è alcuna distinzione per provenienza. Anzi, i “2G” vanno mediamente molto meglio degli italiani. Non ditelo a Salvini, che alla scuola di formazione della Lega, lo scorso dicembre, sosteneva che gli insegnanti vogliono formare giovani «senza patria, senza storia, senza lingua». No: li stanno aiutando a crescere con molte patrie, molte storie, molte lingue comuni.

Fonte: http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2019/06/05/news/scuola-inclusione-1.335478

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Bernie Sanders: M.L. King, e il razzismo in Usa

 Il 21 gennaio scorso, in occasione della festa nazionale del  Martin Luther King day, Bernie Sanders ha tenuto un discorso commemorativo (che qui integralmente tradotto, riporto) a Columbia, in South Carolina. 
Nessuna frase di circostanza. Nessuna vaga rievocazione d’obbligo per il fatto che MLK è un’icona nazionale. Bernie non è uomo che pensa alla “convenienza” delle proprie azioni. Bernie fa e dice solo lo cose in cui crede. E quello che ha detto il 21 gennaio dimostra, ancora una volta, come l’eredità del dottor King gli appartenga nel profondo. Fin da quando il 28 agosto 1963, ventitreenne studente universitario, partecipava con oltre 250.000 persone alla marcia  di Washington “for Jobs and Freedom”,  ed assisteva davanti al Lincoln Memorial al discorso “I have a Dream”. Fin da quando nello stesso anno venne arrestato a Chicago, durante una delle tante manifestazioni del Movimento per i Diritti Civili a cui partecipava

(discorso di Bernie Sanders, 21/01/2019, in occasione del M.L. King jr. Day )

 «Siamo qui oggi non solo per ricordare, non solo per onorare il dottor Martin Luther King jr. Siamo qui oggi per capire che il dottor King aveva uno spirito rivoluzionario. Sì, lui era un rivoluzionario e noi vogliamo ergerci accanto a lui per riprenderci il controllo politico ed economico e per dare vita ad un governo che funzioni per tutti noi e non solo per i pochi.

“Dr. King, lei era un leader dei diritti civili, perché ora si mette a parlare della guerra in Vietnam?” “Come posso predicare la non violenza mentre il nostro paese è coinvolto in una guerra brutale? Come posso parlare dei poveri quando ci vengono sottratti milioni di dollari per bombardare quel paese?”

Il dottor King ha conseguito enormi risultati, il Voting Right Act e numerose altre vittorie, ma è stato anche un uomo di straordinario coraggio. Voglio riportarvi al 1967. King aveva vinto il Premio Pulitzer e il Premio Nobel per la Pace. King era onorato in tutto il mondo e tuttavia si mise a criticare il suo paese e la guerra nel Vietnam e la gente gli diceva: “Dr. King, lei era un leader dei diritti civili, perché ora si mette a parlare della guerra in Vietnam?” E con un coraggio enorme King rispose: “Come posso predicare la non violenza mentre il nostro paese è coinvolto in una guerra brutale? Come posso parlare dei poveri quando ci vengono sottratti milioni di dollari per bombardare quel paese?” E King si schierò e alzò la voce.  E sapete che cosa accadde? I giornalisti, uno dopo l’altro, presero a criticarlo. Molti dei suoi amici liberal lo abbandonarono e il presidente degli Stati Uniti gli voltò le spalle. Ma quello che lui ci ha ricordato è il coraggio della coscienza, la necessità di resistere a dispetto delle difficoltà e di trovare la forza per combattere per la giustizia sociale, di combattere per la giustizia razziale, di combattere per la giustizia ambientale. 

Oggi diciamo al presidente Trunmp: “Questo paese ha sofferto troppo a lungo per la discriminazione. Noi non vogliamo tornare indietro, vogliamo andare avanti, verso una società non discriminatoria.”

Oggi parliamo di giustizia, oggi parliamo di razzismo. E vi devo dire che non mi fa piacere affermare che abbiamo un presidente degli Stati Uniti che è un razzista. Abbiamo un presidente degli Stati Uniti che ha fatto cose che nessun altro presidente nella storia moderna ha fatto. Ciò che un presidente dovrebbe fare è tenere unito il suo popolo. E noi abbiamo un presidente che intenzionalmente, di proposito, sta cercando di dividerci in base al colore della pelle, alle idee politiche, al paese di provenienza, alla religione. Tutti quanti qui conosciamo le cose terribili che sono state fatte ai nativi americani fin dai primi giorni in cui i coloni sono arrivati in questo paese. Tutti conosciamo l’abominio della schiavitù e della segregazione. Conosciamo le discriminazioni contro i cattolici e gli ebrei e i musulmani e gli irlandesi e gli italiani.  Così oggi diciamo al presidente Trunmp: “ Questo paese ha sofferto troppo a lungo per la discriminazione. Noi non vogliamo tornare indietro, vogliamo andare avanti, verso una società non discriminatoria.”

Il razzismo è vivo quando la Corte Suprema degli Stati Uniti e i governatori repubblicani rendono più difficile votare per le persone di colore e quando sopprimono i voti. 

Ma il razzismo di cui abbiamo sentito parlare da parte di altri, oggi in questo paese esiste. Esiste quando una famiglia media bianca è dieci volte più ricca di una famiglia media afroamericana. L’uguaglianza razziale deve andare di pari passi con l’uguaglianza economica se vogliamo dare vita ad un governo che funzioni per tutti noi e non solo per l’1%. Il razzismo è vivo quando la Corte Suprema degli Stati uniti e i governatori repubblicani rendono più difficile votare per le persone di colore e quando sopprimono i voti. Ed ecco perché credo che abbiamo bisogno di una legge costituzionale che garantisca ad ogni americano il diritto di voto attraverso la registrazione automatica. Se hai 18 anni, che tu sia bianco, nero, latino, nativo, sei registrato. Fine della discussione

Abbiamo bisogno di lavoro e di istruzione per i nostri giovani e non di altre prigioni ed incarcerazioni.
In America non dovrebbe essere possibile fare  milioni di dollari di profitto incarcerando i nostri concittadini.

Il razzismo è vivo e sta bene quando abbiamo un sistema  di giustizia criminale  che non funziona e quando abbiamo più persone in carcere di qualsiasi altro paese. In questo paese noi abbiamo bisogno di riforme riguardanti la giustizia criminale e ciò significa che abbiamo bisogno di lavoro e di istruzione per i nostri giovani e non di altre prigioni ed incarcerazioni. Ciò significa porre fine al sistema delle cauzioni in contanti,  che mette in prigione la gente per il crimine di essere povera e di non potersi permettere di pagare la cauzione. Significa mettere fine alla cosiddetta guerra alla droga che ha causato così tanto dolore e distruzione in questo paese. Significa porre fine alle prigioni private.  Significa, quando parliamo di giustizia criminale, capire che abbiamo bisogno di una riforma della polizia e che l’uso della forza letale [possibilità di uccidere] deve essere l’ultima opzione e non la prima. 

Dobbiamo dare all’America ciò che tutti i paesi industrializzati hanno: una sanità garantita a tutti come un diritto, attraverso un sistema universale di sanità pubblica.

Il razzismo esiste nel nostro paese quando abbiamo elevati livelli di disparità sanitarie, quando i tassi di mortalità infantili nelle comunità nere sono più del doppio che in quelle bianche e il tasso di mortalità per cancro e per ogni altra malattia è molto  più alto tra i neri che tra i bianchi.  Secondo la mia visione, noi  noi non sobbiamo dobbiamo estendere l’assistenza sanitaria di base in tutto il paese, e il deputato Clyburn ed io abbiamo lavorato e stiamo lavorando per avere più centri sanitari comunitari in Vermont e in South Carolina.  La  cosa più importante di tutte  è che dobbiamo dare all’America ciò che tutti i paesi industrializzati hanno: una sanità garantita a tutti come un diritto, attraverso un sistema universale di sanità pubblica.
Il razzismo esiste quando la gentrificazione costringe inquilini, proprietari di case e di attività commerciali neri ad andarsene da quartieri dove le loro famiglie ahnno vissuto per decenni.

Gli Stati Uniti vergognosamente hanno il più alto tasso di povertà infantile di ogni altro paese sulla faccia della terra e il 34% dei bambini neri vive in povertà…
Nella nazione più ricca nella storia del mondo a tutti i bambini dovrebbe essere garantita un’educazione di qualità.

Il razzismo è qui quando gli Stati Uniti vergognosamente hanno il più alto tasso di povertà infantile di ogni altro paese sulla faccia della terra e il 34% dei bambini neri vive in povertà. Il razzismo è qui quando le scuole nere sono sovraffollate, finanziate inadeguatamente e con insegnanti di minore esperienza e quando il tasso di abbandono scolastico dei giovani afroamericani è esageratamente alto. Secondo la mia visione dobbiamo capire che l’istruzione è un diritto umano e che nella nazione più ricca nella storia del mondo a tutti i bambini dovrebbe essere garantita un’educzione di qualità. E quando parliamo di educazione, che è il tema di oggi, noi tutti sappiamo che gli anni più importanti per la vita di un essere umano vanno da zero a quattro ed è per questo motivo che abbiamo bisogno di una assistenza che tutti si possano permettere. 

Quando parliamo di educazione  dobbiamo capire che oggi una laurea è equivalente a quello che un diploma si scuola superiore era 50 anni fa. Non è un’idea radicale affermare che, in un paese che spende 700 miliardi di dollari all’anno in spese militari e che concede mille miliardi di tagli fiscali all’uno per cento più ricco e alle grosse corporation,  noi dobbiamo rendere gratuite le università pubbliche ed abbassare il debito studentesco per milioni di persone. E che dobbiamo finanziare adeguatamente le università storicamente nere di questo paese. 

Nel 1963, il dottor King chiedeva che ai lavoratori fosse pagato un salario che permettesse di vivere… un’educazione adeguata ed integrata… case decenti ed economicamente accessibili… un programma federale per il lavoro…

Nel 1963, qualche anno fa, quando ero uno studente universitario, ho avuto l’onore di essere a Washington e di ascoltare il discorso del dottor King, il discorso “I Have a Dream”. E con centinaia di migliaia di americani che erano là in quel giorno, eravamo là per chiedere di porre fine al razzismo e di appoggiare le richieste del dottor King per la giustizia economica, perché, non dimentichiamocelo mai, il titolo di quella marcia era “Lavoro e Libertà”.  Ed io trovo incredibile  che 56 anni dopo quella quella marcia molte delle richieste del dottor King e di molti altri siano richieste per le quali dobbiamo lottare ancora oggi. Allora, nel 1963, il dottor King chiedeva che ai lavoratori fosse pagato un salario che permettesse di vivere. Oggi dobbiamo onorare quelle richieste e portare il salario minimo a 15 dollari all’ora.
Durante quella marcia e il dottor King e gli altri organizzatori chiedevano un’educazione adeguata ed integrata. Questo è il paese più ricco nella storia del mondo e i nostri bambini meritano il miglior sistema educativo del mondo.
Durante quella marcia il dottor King ed altri chiedevano case decenti ed economicamente accessibili. E tuttavia nel Vermont e nel South Carolina e in tutto il paese la classe lavoratrice spende il 40 o il 50% del suo basso stipendio per l’affitto. Invece di abbassare le tasse ai miliardari mettiamo la nostra gente a lavorare per costruire case decenti ed accessibili. Invece di costruire un muro con il Messico, costruiamo le case di cui la nostra gente ha bisogno.
Durante quella marcia, pensateci era il 1963, il dottor King ed altri invocavano  un programma federale per il lavoro, in modo che chiunque volesse lavorare avesse la possibilità di trovare lavoro ed anche questo è un sogno che dobbiamo ancora realizzare. Pensate a tutto il lavoro che si deve fare per dare a tutti l’assistenza sanitaria  e per trasformare la nostra economia in modo che si possa rimediare al cambiamento climatico. Pensate a tutti i lavori là fuori di cui abbiamo bisogno per ricostruire le nostre infrastrutture fatiscenti. Onoriamo quelle richieste che il dottor King fece nel 1963 per poter finalmente dire che in America, se vuoi un lavoro, ce n’è uno pronto e dignitosamente pagato che ti aspetta.

Ricordatevi di ciò che disse: “Dobbiamo respirare tutti insieme, lavoratori neri e lavoratori latini, lavoratori bianchi e lavoratori nativi americani. Dobbiamo cambiare le priorità nazionali di questo paese, in modo tale che in questo paese la giustizia risuoni per tutti.”

Fratelli e sorelle, nella mia visione il dottor King non è stato solo uno dei grandi leader della storia americana ma della storia del mondo intero. Era un uomo di un coraggio incredibile, che aveva capito che non bisogna solo porre fine al razzismo, ma che occorre una giustizia economica. Ricordate dove si trovava quando morì? Si trovava a Memphis, Tennessee, a fianco dei lavoratori della sanità, sfruttati, che stavano lottando per ottenere paghe decenti. Pensate al lavoro che stava facendo alla fine della sua vita. Quella che stava organizzando era una marcia di povera gente. Ricordatevene e ricordatevi di ciò che disse: “Dobbiamo respirare tutti insieme, lavoratori neri e lavoratori latini, lavoratori bianchi e lavoratori nativi americani. Dobbiamo cambiare le priorità nazionali di questo paese, in modo tale che in questo paese la giustizia risuoni per tutti, e che ogni americano, indipendentemente dal colore della pelle ed indipendentemente dal fatto che lui o lei sia ricco o povero, possa avere la stessa qualità di vita che tutti gli esseri umani meritano.” Così oggi noi siamo qui non solo per ricordare il dottor King, non solo per onorare il dottor King. Noi siamo qui per sentire il suo spirito rivoluzionario, per avere il coraggio di prenderci il controllo politico ed economico, e per creare la nazione che sappiamo possiamo diventare. Grazie mille a tutti. 

(traduzione di Elisabetta Raimondi)

Sanremo: la politica sul palco

Che triste polemica, quella  legata alla competizione canora di Sanremo. La vittoria del milanese Alessandro Mahmoud (nome d’arte Mahmood)  a Sanremo ha smosso commenti deplorevoli e razzisti.
Anche Sanremo diventa lo specchio del Paese, le paure, le accuse  ed i commenti negativi di chi vede sempre l’invasione straniera che  corrode l’identità italiana.
A Sanremo vince Mahmood di padre egiziano e fede islamica, e il fatto che sia nato e cresciuto a Milano e in effetti italianissimo,  nulla conta per i “leoni” dei social che a colpi di tweets vomitano un complottismo delirante e un odio razzista che mettono davvero i brividi.


Mahmood non ti curar di questi poveretti, campioni di offese.
Paola

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#primagliesseriumani: Wiva l’ITALIA che non ha paura.

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Non è stato un bell’anno quello che si è appena concluso. Pieno di cattiveria, di violenza gratuita, di disumanità, oltre ogni possibile immaginazione e previsione. E sì, anche di molto razzismo, perchè di razzismo si è trattato.

Il 2018 è stato l’anno del raid di Macerata, di Firenze, di Riace e di Lodi. E’ stato l’anno delle violenze razziste mascherate da “goliardate” come quella di Pinerolo. E l’anno in cui la criminalizzazione della solidarietà è tracimata al punto di negare l’approdo a navi colpevoli di aver salvato vite umane, come l’Acquarius.

E’ stato l’anno della legge 132/2018, i cui effetti, al di là di stime più o meno attendibili, diventeranno maledettamente concreti e visibili per migliaia di persone, soprattutto nei prossimi mesi.

Ma c’è anche un’altra storia. Una storia di speranze.

Le speranze dei ricorsi antidiscriminazione ( promossi da molti cittadini) che sono stati accolti contro ordinanze, regolamenti sindacali e norme regionali ingiusti. I bei gesti delle tante persone che non sono rimaste a guardare inermi e si sono ribellate di fronte alle violenze razziste.  Le decine di spazi occupati e di famiglie che accolgono richiedenti asilo e rifugiati facendo ciò che uno Stato civile dovrebbe fare e non intende fare, e che invece vengono sgomberati come fossero discariche di rifiuti, ci raccontano un’altra storia.
Così come i molti i Comuni (come oggi Palermo) che hanno preso una posizione netta contro le politiche governative.

Siete, siamo moltissimi a rifiutarci di seguire l’onda di intolleranza che si è alzata dietro la spinta di sapienti incantatori del rancore ed è riuscita a trascinare con sé una parte grande dell’opinione pubblica.

Le nostre onde sono più basse, ma sono più lunghe, ne siamo convinti. Il nostro augurio è che si moltiplichino e si alzino ancora di più.

Insieme per un anno migliore, per un 2019 all’insegna  del: #primagliesseriumani.

 

L’ inventario della quotidiana intolleranza

3/05/2018 Senigallia AN Marche

Una donna di origine senegalese, Fatima Sy, 40 anni, mamma di due bimbi che vivono in Senegal, comincia a lavorare in prova presso un istituto per anziani, la casa di riposo Opera Pia Mastai Ferretti. Dopo alcune giornate di lavoro senza particolari problemi, in cui era anche piaciuto il suo modo di lavorare e porsi con gli anziani, si è vista rifiutare il contratto di lavoro. Alcuni ospiti si sono lamentati della sua presenza, non gradita a causa del colore della pelle, anche con affermazioni apertamente razziste (“non ci piaci, sei nera”), riferite poi ai responsabili della Cooperativa Progetto solidarietà. I datori di lavoro hanno ritenuto di non lasciarla in un ambiente non del tutto benevolo per provare “a inserirla in un’altra realtà meno ostile”.

Fonte: Ansa

Solidarietà al dottor Andi Nganso

Il  degrado culturale,  è questo uno dei  uno dei problemi più evidenti e dilaganti del nostro Paese. Una decadenza triste, segnata dal ripetersi di episodi  squallidi ed inqualificabili.

L’ultimo episodio di questo degrado,   ha visto come  vittima un giovane, Andi Nganso, 30 anni nato in Camerun,  da 12 anni in Italia, di professione medico. Questo giovane come tanti nostri giovani laureati in medicina – per cercare di guadagnare  qualcosa ed aiutare i genitori nel sostegno alle spese universitarie di specializzazione –  presta la sua attività presso l’ambulatorio della guardia medica ( in questo caso a  Cantù).
Poche sere fa gli si è presentata davanti una paziente che, senza girarci troppo intorno, gli ha vomitato addosso un glaciale e sprezzante esclamazione razzista: “Non mi faccio visitare da un negro”.

Non possiamo che rimanere esterrefatti in silenzio, di fronte a questi gravi episodi di razzismo, e non possiamo non domandarci il perchè di questi fatti.
Basta con il ripetersi degli episodi di razzismo.

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Al dottor  Andi Nganso tutta la mia solidarietà e vicinanza e l’invito ad andare avanti nei propri studi ed impegno, l’Italia non è quella imbecille che purtroppo ha incontrato. In nessun settore lavorativo, e in particolare in quello medico, devono esistere distinzioni di colore della pelle, cultura o religione. Siamo tutti uguali, tutti esseri umani che abbiamo bisogno del nostro reciproco aiuto e competenze.

Paola
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Tutta la mia vicinanza e fraterna solidarietà alla comunità Nigeriana che vive nella nostra Regione.

Chimiary ed Emmanuel dovevano sposarsi in Nigeria, ma le persecuzioni e il clima di terrore che , si vive nella terra africana li hanno spinti ad affrontare le difficoltà di un viaggio verso l’Europa. Dopo aver sfidato le violenze dei trafficati di essere umani, le peripezie e i rischi di una traversata su un gommone dove la giovane donna ha provato il dolore e la sofferenza della perdita del bimbo che aveva in grembo, era arrivata comunque la speranza di una vita migliore nelle nostre Marche: a Fermo.
Ma oggi la loro speranza si è infranta per mano della cieca violenza di due vili ed assassini fermani riconducibili alle frange delll’estrema destra razzista che hanno aggredito e picchiato a morte il giovane nigeriano reo di aver difeso l’onore della propria compagna.

Emmanuel***
Tutta la mia vicinanza e fraterna solidarietà alla comunità Nigeriana che vive nella nostra Regione.
Paola

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Riflessioni di Alex Zanotelli: Natale e l’esempio di noi cristiani

Riflessioni di Alex Zanotelli, missionario comboniano, che è stato a lungo direttore della rivista Nigrizia prima di vivere per oltre dieci anni in una delle baraccopoli più grandi del mondo, Korogocho, a Nairobi. Da diversi anni ha scelto di vivere in un piccolo appartamento della periferia di Napoli, ma ciò non gli ha impedito di lavorare sui temi dell’acqua, dei rifiuti, dell’antirazzismo e della nonviolenza, promuovendo reti e iniziative. 

indifferentiMa che Natale celebra questo paese? Ma che Natale celebrano le comunità cristiane d’Italia?
I gravi eventi di questi giorni ci obbligano a porre questi interrogativi. Le immagini del video- shock: migranti nudi e al gelo, nel Cie di Lampedusa, per essere ‘disinfestati’ dalla scabbia con getti d’acqua. Immagini che ci ricordano i lager nazisti.
Le foto degli otto tunisini e marocchini del Cie di Ponte Galeria a Roma con le labbra cucite in protesta alle condizioni di vita del centro. Bocche cucite che gridano più di qualsiasi parola!
immigrati 541Ed ora il deputato Khaled Chaouki che si rinchiude nel Cie di Lampedusa e inizia lo sciopero della fame, per protestare contro le condizioni disumane del centro e in solidarietà con i sette immigrati che, per le stesse ragioni, digiunano.
Sono le urla dei trecento periti in mare il 3 ottobre a Lampedusa, le urla dei quarantamila migranti morti nel Mediterraneo che è diventato ormai un cimitero.
Tutto questo è il risultato di una legislazione che va dalla Turco-Napolitano che ha creato i Cie, alla Bossi-Fini che ha introdotto il crimine di clandestinità e ai decreti dell’allora ministro degli Interni, Maroni, che trasudano di razzismo leghista. Possiamo riassumere il tutto con una sola parola: Razzismo di Stato.

Le domande che sorgono sono tante e angoscianti.
Come mai un paese che si dice civile ha permesso che si arrivasse ad una tale legislazione razzista e a una tale tragedia?
Come mai la Conferenza episcopale italiana sia rimasta così silente davanti a un tale degrado umano?
Come mai la massa delle parrocchie e delle comunità cristiane non ha reagito a tante barbarie?

“Sono venuto a risvegliare le vostre coscienze – ha detto papa Francesco quando è andato a Lampedusa – La cultura del benessere ci rende insensibili alle grida degli altri”.
Ma allora viene spontaneo chiederci: “Ma che Natale celebriamo noi credenti?” Natale non è forse fare memoria di quel Bimbo che nasce sulle strade dell’Impero (“non c’era posto per lui nell’albergo”) e diventa profugo per fuggire dalle mani di Erode? Natale è la proclamazione che il Verbo si fa carne, carne di profughi, di impoveriti, di emarginati. “La carne dei profughi-ci ha ricordato papa Francesco – è la carne di Cristo”. E allora se vogliamo celebrare il Natale, sappiamo da che parte stare, con chi solidarizzare.
Ecco perché dobbiamo avere il coraggio di chiedere al governo italiano, come dono di Natale, l’abolizione delle leggi razziste emanate in questi anni dalla Turco-Napolitano alla Bossi-Fini, e il varo di una legislazione che rispetti i diritti umani e la Costituzione. Inoltre chiediamo che in questa nuova legislazione venga introdotto il diritto all’asilo politico e allo ius soli.
E altrettanto chiediamo, come dono di Natale, ai vescovi italiani un documento che analizzi, in chiave etica, la legislazione razzista italiana e proponga le strade nuove da intraprendere per arrivare a una società multietnica e multireligiosa. Proprio per evitare quel pericolo che papa Francesco ha indicato nel suo discorso a Lampedusa: ”Siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del levita, di cui parla Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci sentiamo a posto”.
Auguro a tutti di posare davanti al presepe dove troverete un Bimbo-profugo vegliato da una famiglia transfuga e attorniato dal bue e dall’asino che ci ricordano le parole del profeta Isaia:
“Il bue conosce il proprietario
e l’asino la greppia del padrone,
ma il mio popolo non comprende”.

Buon Natale, Alex Zanotelli  Napoli,23 /12/2013

L’unica risposta: Ginevri chieda scusa.

Ricevo, pubblico e condivido la posizione del M5S Osimo sulla questione riportata dalla stampa locale di un intervento di un componente dello staff del Sindaco su Fb a proposito degli immigrati.

M5S_Osimo_NewsIl M5S Osimo, senza alcuna intenzione di strumentalizzare l’episodio, dichiara la propria totale contrarietà alle affermazioni postate su facebook da Marcello Ginevri, componente dello Staff del Sindaco di Osimo. Le idee esternate da Ginevri fanno parte di una interpretazione sbagliata dell’attuale scenario di crisi che, purtroppo, sono condivise da tanti nostri concittadini (osimani e italiani).
Lo stereotipo degli “stranieri che ci rubano i diritti e il lavoro” è alimentato ad arte da un sistema che cerca di nascondere ai cittadini la vera origine del problema e cioè la politica nazionale di feroce attacco e progressiva erosione dei diritti faticosamente conquistati dalle precedenti generazioni (come il diritto al lavoro, alla salute, all’educazione, alla casa). Il tutto in nome di una folle politica di austerity a tutti i costi e di tagli drammatici alla spesa sociale che sta trasformando il nostro Paese in una vera e propria macelleria sociale (che però non tocca affatto i privilegi della casta politica e
dei grandi poteri economici che la sostengono!).
Niente di più facile quindi che scaricare la colpa sul capro espiatorio di turno (ieri gli Ebrei, oggi gli stranieri o una qualsiasi altra minoranza), distogliendo l’attenzione sui veri responsabili dell’impoverimento dei cittadini, ovvero i Politici che attualmente governano tutte le Istituzioni. La “guerra tra poveri” è quanto di più sbagliato si possa immaginare: il M5S Osimo per questo profonderà tutte le proprie energie per difendere e promuovere i diritti di tutti (italiani e non), e per sensibilizzare i cittadini sulla necessità di una solidarietà condivisa che faccia fronte comune contro un sistema globale e una classe politica corrotta che sta cercando in tutti i modi di schiacciarci e di trasformarci in sudditi (non più cittadini), mettendoci l’uno contro l’altro, creando crescenti tensioni sociali, pretendendo in questo modo di umiliare anche la nostra dignità di esseri umani.
I veri responsabili della perdita dei diritti di tutti gli italiani, non sono i poveri, né gli immigrati, ma sono proprio i Politici corrotti e il loro cinico disprezzo per i drammatici problemi quotidiani che loro stessi hanno creato nella vita dei cittadini.
MOVIMENTO 5 STELLE OSIMO

Marcello Ginevri

Rispetto delle persone e dignità delle cariche

Cecile Kyenge

Cecile Kyenge

Sugli  insulti lanciati al ministro Kyenge che dire di nuovo ? E’ una vergogna. In Europa ridono di noi: prima il caso Kasako (  Kazakitalistan  come dice Gramellini ) poi le vergognose parole dette da Calderoli.
La questione è anche un’altra,  questa volta questo attacco razzista è venuto non da un “imbecille qualsiasi” ma da un Senatore della Repubblica nonché vicepresidente del Senato.
Chi usa toni beceri contro i diversi e non rispetta chi sostiene altre idee (ma anche l’intelligenza degli italiani, inventandosi giustificazioni allucinanti), chi non rispetta la dignità delle persone, discriminandole per la loro razza, il colore della pelle, la religione, il sesso,  non è degno di essere vicepresidente del Senato, parlamentare, assessore regionale, e/o semplice consigliere comunale.
Mi aspetto dal PD una iniziativa forte come quella di farsi promotore della revoca dell’incarico di vicepresidente del Senato a Calderoli. Ma anche dai partiti del centro destra, PDL e Lega,  chiedo: non è ora, per sempre, di chiudere questo genere di polemiche  e becere argomentazioni politiche ?
Paola 

Cecile Kyenge, cronache di ordinario razzismo

CecilDi nuovo un attacco estremamente aggressivo, di nuovo rivolto alla Ministra per l’integrazione Cecile Kyenge, affidato alla rete, nello specifico a Facebook. Certa gente quando scrive su Facebook sarà connessa a internet, ma sicuramente non al cervello. Non si spiegano altrimenti insulti violenti e stupidi, salvo poi patetici quanto tardivi pentimenti.

“Ma mai nessuno che la stupri, così tanto per capire cosa può provare la vittima di questo efferato reato??????? Vergogna!”. Questo commento, che riporto con molta difficoltà, è stato pubblicato da Dolores Valandro su Facebook.

Dolores Valandro è consigliera leghista di quartiere a Padova, da circa un mese sospesa dalla Lega per contrasti interni al partito. La frase che ha pubblicato commenta una notizia che Resistenza Nazionale ha ripreso dal sito “Tutti i crimini degli immigrati”, relativa alla presunta violenza sessuale nei confronti di due ragazze, commessa da un cittadino di origini africane.
La frase della consigliera ha scatenato diverse critiche, sia tra gli utenti della rete, sia nel mondo politico.

Dopo quest’episodio, non resta che porci le stesse domande di sempre:
– Perché ogni volta che un cittadino straniero compie un reato, viene coinvolta la Ministra Kyenge? Non è forse questa una forma di esplicito razzismo, l’associare le persone solo sulla base della loro origine nazionale non italiana?
– Perché si crede – o meglio si vuol fare credere – di combattere atteggiamenti delinquenziali con frasi estremamente aggressive, che addirittura, come in questo caso, incitano ad altri reati?

La verità è una, e va detta in modo chiaro: questi atti sono razzisti. Lo è la frase scritta da Dolores Valandro, che probabilmente non si aspettava di sollevare questo polverone. Il che avrebbe dovuto accadere anche dopo la frase pronunciata il 4 giugno scorso dall’ex onorevole leghista Paola Goisis, che durante un’intervista si era chiesta perché il ministro Kyenge, una volta laureatasi, non fosse tornata “nel Congo Belga ad aiutare i moretti e la sua gente”. Oppure dopo l’intervista rilasciata a Panorama dall’europarlamentare leghista Mario Borghezio, dove, ancora una volta, ha ribadito le sue idee: “Preferisco che la massa dei neri resti a casa sua”, “Esalto la razza indoeuropea”, “Il meticciato inquina la differenza tra le etnie”, “Le razze per me non sono uguali”.
La questione è più ampia della frase, gravissima, scritta da Dolores Valandro. Le dichiarazioni e i messaggi razzisti di molti esponenti politici sono troppi ed estremamente gravi. Per quanto tempo ancora verranno tollerati ?

Tutta la mia vicinanza e solidarietà alla donna e alla “ministra della Repubblica Italiana”, Cecile Kyenge.
Paola

Un Paese che tollera il razzismo

images-212-200x166“Mi sembra una brava casalinga, non un ministro del governo”: anche l’eurodeputato leghista Mario Borghezio ha voluto dire la sua sulla nomina di Cécile Kyenge a Ministro alla cooperazione e l’integrazione. Lo ha fatto dai microfoni della trasmissione radiofonica La Zanzara su Radio24, dove ha espresso il suo parere non solo sul neoministro, ma su tutti i cittadini africani: “Gli africani sono africani, appartengono a un etnia molto diversa dalla nostra. Non hanno prodotto grandi geni, basta consultare l’enciclopedia di Topolino”. Parlando del ministro Kyenge, ha aggiunto: “Ci vuole imporre le sue tradizioni tribali, quelle del Congo. Kyenge fa il medico, gli abbiamo dato un posto in una Asl che è stato tolto a qualche medico italiano”.
In questi giorni, Borghezio non è stato l’unico ad indirizzare gravi insulti al neoministro. Anche su Fb e sulla rete in generale, molti sono stati i commenti, gli insulti rivolti alla neo ministra.

Un segnale del clima presente nel nostro Paese, dove sembra essere quasi normale, o quantomeno tollerato senza alcun tipo di problema, che una persona, in questo caso insignita di una carica istituzionale, possa ricevere insulti gravissimi e razzisti, anche da esponenti politici.

Esprimo tutta la mia solidarietà al ministro Cécile Kyenge Kashetu, non è da Paese civile la serie di insulti a Lei rivolti. Mi auguro che con il nuovo Ministro possa al più presto partire la riforma della legge sulla cittadinanza per la quale anche ad Osimo sono state raccolte migliaia di firme con l’iniziativa “L’Italia sono anch’io”.

Paola

Povera Italia, ancora ferma ai tempi della povera sarta Rosa Parks

Leggo che a Trapani c’è un consigliere comunale che ha proposto di istituire gli autobus per i neri. Idea non nuova. Anche questa purtroppo è l’Italia del 2013, quell’Italia di cui siamo stanchi di sentir parlare delle case per gli italiani, dei pulman per i bianchi. Basta.

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Obama sul sedile del bus della signora Rosa Parks

“Il 1º dicembre del 1955, a Montgomery, Rosa Parks, allora sarta, stava tornando a casa in autobus e, poiché l’unico posto a sedere libero era nella parte anteriore del mezzo, quella riservata ai bianchi, andò a sedersi lì. Poco dopo salirono sull’autobus alcuni passeggeri bianchi, al che il conducente James Blake le ordinò di alzarsi e andare nella parte riservata ai neri. Rosa però si rifiutò di lasciare il posto a sedere e spostarsi nella parte posteriore del pullman: stanca di essere trattata come una cittadina di seconda classe (per giunta costretta anche a stare in piedi), rimase al suo posto. Il conducente fermò così l’automezzo, e chiamò due poliziotti per risolvere la questione: Rosa Parks fu arrestata e incarcerata per condotta impropria e per aver violato le norme cittadine. È da allora conosciuta come “the woman who didn’t stand up“. Nel 1956 il caso della signora Parks arrivò alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, che decretò, all’unanimità, incostituzionale la segregazione sui pullman pubblici dell’Alabama”.

Paola

RAZZISMO. Siamo tutti fiorentini

Condivido e pubblico le riflessioni di Randa Ghazy, scrittrice di origine egiziana e giornalista di Yalla Italia,
sulla strage di senegalesi.

“Rispetto e onore”. E poi polemiche di Randa Ghazy Yalla Italia  16 dicembre 2011
Siamo davvero bravi a fabbricare, indossare, e poi rigettare polemiche.
Un ragioniere pistoiese di 50 anni impugna una Magnum 357 e vaga per Firenze alla ricerca di senegalesi. Come in un videogioco. Li cerca, li trova, ne ammazza due, ne ferisce diversi altri.
Ed esplodono le polemiche.
Le polemiche tra gli abitanti di Firenze, tra loro e le istituzioni, polemiche all’interno del popolo internauta neonazista, polemiche in Casa Pound, polemiche tra Casa Pound e il mondo, eccetera e all’infinito.
Su tutte, la cosa che trovo più sconcertante è la determinata, noncurante sicurezza con cui tutti si lanciano, quasi in rincorsa, nel groviglio di commenti e “opinioni” che ora infiammeranno dibattiti in televisione e sulla rete, senza fermarsi un attimo, senza somatizzare e permettere all’indignazione di emergere, maturare, finchè la ratio non sopraggiunga, a renderci gli esseri umani che siamo.
Riflettiamo. Anziché schierarci, agitare il ditino saccente del “ma io l’avevo già detto”, anziché preparare le munizioni per la preannunciata battaglia mediatica e non.
Fermiamoci per almeno tre ragioni.
La prima particolare ragione è che occorre rispetto per le vittime. No, non “rispetto e onore” per Gianluca Casseri, come dicono i suoi ammiratori nazisti, fascisti, o chi per loro. Rispetto per i lavoratori senegalesi, gli esseri umani che l’estremismo più bieco chiama “immondizia negra”.
La seconda ragione è che non si tratta di un singolo episodio buono a far parlare le cronache per qualche giorno, ma, come dice il sociologo senegalese Ali Baba Faye, la vicenda di Firenze è solo “la punta di un iceberg”. Solo pochi giorni fa, una ragazzina si inventa uno stupro ad opera di un rom, e un campo rom viene incendiato, mentre a Sassari, un ragazzo nero viene pestato da una banda di quindici folli. Ora, è evidente che questi e altri episodi non rappresentano la società italiana tutta, ma l’autoindulgenza fin qui professata, quella che dipinge gli italiani come buoni, belli, di natura non razzista, è pericolosa. Non perché l’Italia non abbia avuto una grande tradizione di accoglienza, ma perché il nostro paese non è immune alla violenza, al razzismo, o come dice qualcuno “ai manganelli nelle carceri, alle pistole nelle piazze o alle taniche di benzina nei campi nomadi”. Esattamente come qualsiasi altro popolo.
C’è un sottotesto xenofobo, nei media, nel dibattito politico e in televisione, che ha una capacità di penetrazione culturale travolgente, e che è in grado di nullificare, nella testa di molti italiani, ogni sforzo compiuto da lavoratori immigrati onesti, seconde generazioni, attivisti che con la loro esistenza mostrano un’Italia possibile, interculturale, aggiornata col resto del mondo.
La terza ragione è che sull’immigrazione, abbiamo sbagliato più o meno tutto. Non so cosa pensare delle centinaia di senegalesi inferociti che scendono in piazza ora, ma so che la disumanizzazione degli immigrati, diventati per la politica “criminali” perché entrati irregolarmente in Italia, il percorso burocratico umiliante che riserviamo loro, un livello culturale generale forse ai minimi storici, e infine una crisi che piano piano rischia di farci diventare tutti poveri, sono gli elementi giusti per scatenare uno scontro che Oriana Fallaci si precipiterebbe ovviamente a chiamare “di civiltà”.

Sabato 17 Dicembre è la Giornata d’azione globale contro il razzismo per i diritti dei migranti, rifugiati e sfollati. A Milano come in altre città e paesi del mondo ci saranno manifestazioni contro il razzismo.
Dovremmo esserci tutti, per Samb Modou, Diop Mor e per molti altri senza nome. E capire per una buona volta che ci riguarda tutti. Dovremmo sentirci un po’ tutti fiorentini, oggi.

Il razzismo è una brutta storia, che non ci appartiene.

“L’Italia sono anch’io” è una Campagna nazionale promossa, nel 150° anniversario dell’unità d’Italia, da 19 organizzazioni della società civile (Acli, Arci, Asgi, Caritas Italiana, Centro Astalli, Cgil, Cnca, Comitato 1° Marzo, Coordinamento nazionale degli Enti locali per la pace e i diritti umani, Emmaus Italia, Federazione Chiese Evangeliche In Italia, Fondazione Migrantes, Libera, Lunaria, Il Razzismo Brutta Storia, Rete G2, Sei Ugl, Tavola della Pace, Terra del Fuoco) e dall’editore Carlo Feltrinelli. Presidente del Comitato promotore è il Sindaco di Reggio Emilia, Graziano Delrio.

L’iniziativa si propone di riportare all’attenzione dell’opinione pubblica e del dibattito politico il tema dei diritti di cittadinanza e la possibilità per chiunque nasca o viva in Italia di partecipare alle scelte della comunità di cui fa parte.  

Oggi nel nostro Paese vivono oltre 5 milioni di persone di origine straniera. Molti di loro sono bambini e ragazzi nati o cresciuti qui, che tuttavia solo al compimento del 18° anno di età si vedono riconosciuta la possibilità di ottenere la cittadinanza, iniziando nella maggior parte dei casi  un lungo percorso burocratico.

Questo genera disuguaglianze e ingiustizie, limita la possibilità di una piena integrazione, disattende il dettato costituzionale (art. 3) che stabilisce l’uguaglianza tra le persone e impegna lo Stato a rimuovere gli ostacoli che ne impediscono il pieno raggiungimento.  

I promotori della campagna si propongono di contribuire a rimuovere questi ostacoli, attraverso un’azione di sensibilizzazione che inizia ora, ma soprattutto attraverso la modifica dell’attuale legislazione che codifica le disuguaglianze. Per questo, è partita  la raccolta di firme per due leggi di iniziativa popolare, una di riforma dell’attuale normativa sulla cittadinanza, l’altra sul diritto di voto alle elezioni amministrative.

Il razzismo è una brutta storia, che non ci appartiene.

Il PD aderisce  all’iniziativa  e come sempre fatto – per le cause giuste- sarà anche nelle piazze della nostra città a sensibilizzare e raccogliere le firme degli osimani.
Paola

Europei ma “abbronzati”.

 

 

Almeno De Corato non ha detto che i Rom sono abbronzati come Obama.