Bernie Sanders: M.L. King, e il razzismo in Usa

 Il 21 gennaio scorso, in occasione della festa nazionale del  Martin Luther King day, Bernie Sanders ha tenuto un discorso commemorativo (che qui integralmente tradotto, riporto) a Columbia, in South Carolina. 
Nessuna frase di circostanza. Nessuna vaga rievocazione d’obbligo per il fatto che MLK è un’icona nazionale. Bernie non è uomo che pensa alla “convenienza” delle proprie azioni. Bernie fa e dice solo lo cose in cui crede. E quello che ha detto il 21 gennaio dimostra, ancora una volta, come l’eredità del dottor King gli appartenga nel profondo. Fin da quando il 28 agosto 1963, ventitreenne studente universitario, partecipava con oltre 250.000 persone alla marcia  di Washington “for Jobs and Freedom”,  ed assisteva davanti al Lincoln Memorial al discorso “I have a Dream”. Fin da quando nello stesso anno venne arrestato a Chicago, durante una delle tante manifestazioni del Movimento per i Diritti Civili a cui partecipava

(discorso di Bernie Sanders, 21/01/2019, in occasione del M.L. King jr. Day )

 «Siamo qui oggi non solo per ricordare, non solo per onorare il dottor Martin Luther King jr. Siamo qui oggi per capire che il dottor King aveva uno spirito rivoluzionario. Sì, lui era un rivoluzionario e noi vogliamo ergerci accanto a lui per riprenderci il controllo politico ed economico e per dare vita ad un governo che funzioni per tutti noi e non solo per i pochi.

“Dr. King, lei era un leader dei diritti civili, perché ora si mette a parlare della guerra in Vietnam?” “Come posso predicare la non violenza mentre il nostro paese è coinvolto in una guerra brutale? Come posso parlare dei poveri quando ci vengono sottratti milioni di dollari per bombardare quel paese?”

Il dottor King ha conseguito enormi risultati, il Voting Right Act e numerose altre vittorie, ma è stato anche un uomo di straordinario coraggio. Voglio riportarvi al 1967. King aveva vinto il Premio Pulitzer e il Premio Nobel per la Pace. King era onorato in tutto il mondo e tuttavia si mise a criticare il suo paese e la guerra nel Vietnam e la gente gli diceva: “Dr. King, lei era un leader dei diritti civili, perché ora si mette a parlare della guerra in Vietnam?” E con un coraggio enorme King rispose: “Come posso predicare la non violenza mentre il nostro paese è coinvolto in una guerra brutale? Come posso parlare dei poveri quando ci vengono sottratti milioni di dollari per bombardare quel paese?” E King si schierò e alzò la voce.  E sapete che cosa accadde? I giornalisti, uno dopo l’altro, presero a criticarlo. Molti dei suoi amici liberal lo abbandonarono e il presidente degli Stati Uniti gli voltò le spalle. Ma quello che lui ci ha ricordato è il coraggio della coscienza, la necessità di resistere a dispetto delle difficoltà e di trovare la forza per combattere per la giustizia sociale, di combattere per la giustizia razziale, di combattere per la giustizia ambientale. 

Oggi diciamo al presidente Trunmp: “Questo paese ha sofferto troppo a lungo per la discriminazione. Noi non vogliamo tornare indietro, vogliamo andare avanti, verso una società non discriminatoria.”

Oggi parliamo di giustizia, oggi parliamo di razzismo. E vi devo dire che non mi fa piacere affermare che abbiamo un presidente degli Stati Uniti che è un razzista. Abbiamo un presidente degli Stati Uniti che ha fatto cose che nessun altro presidente nella storia moderna ha fatto. Ciò che un presidente dovrebbe fare è tenere unito il suo popolo. E noi abbiamo un presidente che intenzionalmente, di proposito, sta cercando di dividerci in base al colore della pelle, alle idee politiche, al paese di provenienza, alla religione. Tutti quanti qui conosciamo le cose terribili che sono state fatte ai nativi americani fin dai primi giorni in cui i coloni sono arrivati in questo paese. Tutti conosciamo l’abominio della schiavitù e della segregazione. Conosciamo le discriminazioni contro i cattolici e gli ebrei e i musulmani e gli irlandesi e gli italiani.  Così oggi diciamo al presidente Trunmp: “ Questo paese ha sofferto troppo a lungo per la discriminazione. Noi non vogliamo tornare indietro, vogliamo andare avanti, verso una società non discriminatoria.”

Il razzismo è vivo quando la Corte Suprema degli Stati Uniti e i governatori repubblicani rendono più difficile votare per le persone di colore e quando sopprimono i voti. 

Ma il razzismo di cui abbiamo sentito parlare da parte di altri, oggi in questo paese esiste. Esiste quando una famiglia media bianca è dieci volte più ricca di una famiglia media afroamericana. L’uguaglianza razziale deve andare di pari passi con l’uguaglianza economica se vogliamo dare vita ad un governo che funzioni per tutti noi e non solo per l’1%. Il razzismo è vivo quando la Corte Suprema degli Stati uniti e i governatori repubblicani rendono più difficile votare per le persone di colore e quando sopprimono i voti. Ed ecco perché credo che abbiamo bisogno di una legge costituzionale che garantisca ad ogni americano il diritto di voto attraverso la registrazione automatica. Se hai 18 anni, che tu sia bianco, nero, latino, nativo, sei registrato. Fine della discussione

Abbiamo bisogno di lavoro e di istruzione per i nostri giovani e non di altre prigioni ed incarcerazioni.
In America non dovrebbe essere possibile fare  milioni di dollari di profitto incarcerando i nostri concittadini.

Il razzismo è vivo e sta bene quando abbiamo un sistema  di giustizia criminale  che non funziona e quando abbiamo più persone in carcere di qualsiasi altro paese. In questo paese noi abbiamo bisogno di riforme riguardanti la giustizia criminale e ciò significa che abbiamo bisogno di lavoro e di istruzione per i nostri giovani e non di altre prigioni ed incarcerazioni. Ciò significa porre fine al sistema delle cauzioni in contanti,  che mette in prigione la gente per il crimine di essere povera e di non potersi permettere di pagare la cauzione. Significa mettere fine alla cosiddetta guerra alla droga che ha causato così tanto dolore e distruzione in questo paese. Significa porre fine alle prigioni private.  Significa, quando parliamo di giustizia criminale, capire che abbiamo bisogno di una riforma della polizia e che l’uso della forza letale [possibilità di uccidere] deve essere l’ultima opzione e non la prima. 

Dobbiamo dare all’America ciò che tutti i paesi industrializzati hanno: una sanità garantita a tutti come un diritto, attraverso un sistema universale di sanità pubblica.

Il razzismo esiste nel nostro paese quando abbiamo elevati livelli di disparità sanitarie, quando i tassi di mortalità infantili nelle comunità nere sono più del doppio che in quelle bianche e il tasso di mortalità per cancro e per ogni altra malattia è molto  più alto tra i neri che tra i bianchi.  Secondo la mia visione, noi  noi non sobbiamo dobbiamo estendere l’assistenza sanitaria di base in tutto il paese, e il deputato Clyburn ed io abbiamo lavorato e stiamo lavorando per avere più centri sanitari comunitari in Vermont e in South Carolina.  La  cosa più importante di tutte  è che dobbiamo dare all’America ciò che tutti i paesi industrializzati hanno: una sanità garantita a tutti come un diritto, attraverso un sistema universale di sanità pubblica.
Il razzismo esiste quando la gentrificazione costringe inquilini, proprietari di case e di attività commerciali neri ad andarsene da quartieri dove le loro famiglie ahnno vissuto per decenni.

Gli Stati Uniti vergognosamente hanno il più alto tasso di povertà infantile di ogni altro paese sulla faccia della terra e il 34% dei bambini neri vive in povertà…
Nella nazione più ricca nella storia del mondo a tutti i bambini dovrebbe essere garantita un’educazione di qualità.

Il razzismo è qui quando gli Stati Uniti vergognosamente hanno il più alto tasso di povertà infantile di ogni altro paese sulla faccia della terra e il 34% dei bambini neri vive in povertà. Il razzismo è qui quando le scuole nere sono sovraffollate, finanziate inadeguatamente e con insegnanti di minore esperienza e quando il tasso di abbandono scolastico dei giovani afroamericani è esageratamente alto. Secondo la mia visione dobbiamo capire che l’istruzione è un diritto umano e che nella nazione più ricca nella storia del mondo a tutti i bambini dovrebbe essere garantita un’educzione di qualità. E quando parliamo di educazione, che è il tema di oggi, noi tutti sappiamo che gli anni più importanti per la vita di un essere umano vanno da zero a quattro ed è per questo motivo che abbiamo bisogno di una assistenza che tutti si possano permettere. 

Quando parliamo di educazione  dobbiamo capire che oggi una laurea è equivalente a quello che un diploma si scuola superiore era 50 anni fa. Non è un’idea radicale affermare che, in un paese che spende 700 miliardi di dollari all’anno in spese militari e che concede mille miliardi di tagli fiscali all’uno per cento più ricco e alle grosse corporation,  noi dobbiamo rendere gratuite le università pubbliche ed abbassare il debito studentesco per milioni di persone. E che dobbiamo finanziare adeguatamente le università storicamente nere di questo paese. 

Nel 1963, il dottor King chiedeva che ai lavoratori fosse pagato un salario che permettesse di vivere… un’educazione adeguata ed integrata… case decenti ed economicamente accessibili… un programma federale per il lavoro…

Nel 1963, qualche anno fa, quando ero uno studente universitario, ho avuto l’onore di essere a Washington e di ascoltare il discorso del dottor King, il discorso “I Have a Dream”. E con centinaia di migliaia di americani che erano là in quel giorno, eravamo là per chiedere di porre fine al razzismo e di appoggiare le richieste del dottor King per la giustizia economica, perché, non dimentichiamocelo mai, il titolo di quella marcia era “Lavoro e Libertà”.  Ed io trovo incredibile  che 56 anni dopo quella quella marcia molte delle richieste del dottor King e di molti altri siano richieste per le quali dobbiamo lottare ancora oggi. Allora, nel 1963, il dottor King chiedeva che ai lavoratori fosse pagato un salario che permettesse di vivere. Oggi dobbiamo onorare quelle richieste e portare il salario minimo a 15 dollari all’ora.
Durante quella marcia e il dottor King e gli altri organizzatori chiedevano un’educazione adeguata ed integrata. Questo è il paese più ricco nella storia del mondo e i nostri bambini meritano il miglior sistema educativo del mondo.
Durante quella marcia il dottor King ed altri chiedevano case decenti ed economicamente accessibili. E tuttavia nel Vermont e nel South Carolina e in tutto il paese la classe lavoratrice spende il 40 o il 50% del suo basso stipendio per l’affitto. Invece di abbassare le tasse ai miliardari mettiamo la nostra gente a lavorare per costruire case decenti ed accessibili. Invece di costruire un muro con il Messico, costruiamo le case di cui la nostra gente ha bisogno.
Durante quella marcia, pensateci era il 1963, il dottor King ed altri invocavano  un programma federale per il lavoro, in modo che chiunque volesse lavorare avesse la possibilità di trovare lavoro ed anche questo è un sogno che dobbiamo ancora realizzare. Pensate a tutto il lavoro che si deve fare per dare a tutti l’assistenza sanitaria  e per trasformare la nostra economia in modo che si possa rimediare al cambiamento climatico. Pensate a tutti i lavori là fuori di cui abbiamo bisogno per ricostruire le nostre infrastrutture fatiscenti. Onoriamo quelle richieste che il dottor King fece nel 1963 per poter finalmente dire che in America, se vuoi un lavoro, ce n’è uno pronto e dignitosamente pagato che ti aspetta.

Ricordatevi di ciò che disse: “Dobbiamo respirare tutti insieme, lavoratori neri e lavoratori latini, lavoratori bianchi e lavoratori nativi americani. Dobbiamo cambiare le priorità nazionali di questo paese, in modo tale che in questo paese la giustizia risuoni per tutti.”

Fratelli e sorelle, nella mia visione il dottor King non è stato solo uno dei grandi leader della storia americana ma della storia del mondo intero. Era un uomo di un coraggio incredibile, che aveva capito che non bisogna solo porre fine al razzismo, ma che occorre una giustizia economica. Ricordate dove si trovava quando morì? Si trovava a Memphis, Tennessee, a fianco dei lavoratori della sanità, sfruttati, che stavano lottando per ottenere paghe decenti. Pensate al lavoro che stava facendo alla fine della sua vita. Quella che stava organizzando era una marcia di povera gente. Ricordatevene e ricordatevi di ciò che disse: “Dobbiamo respirare tutti insieme, lavoratori neri e lavoratori latini, lavoratori bianchi e lavoratori nativi americani. Dobbiamo cambiare le priorità nazionali di questo paese, in modo tale che in questo paese la giustizia risuoni per tutti, e che ogni americano, indipendentemente dal colore della pelle ed indipendentemente dal fatto che lui o lei sia ricco o povero, possa avere la stessa qualità di vita che tutti gli esseri umani meritano.” Così oggi noi siamo qui non solo per ricordare il dottor King, non solo per onorare il dottor King. Noi siamo qui per sentire il suo spirito rivoluzionario, per avere il coraggio di prenderci il controllo politico ed economico, e per creare la nazione che sappiamo possiamo diventare. Grazie mille a tutti. 

(traduzione di Elisabetta Raimondi)

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Sanremo: la politica sul palco

Che triste polemica, quella  legata alla competizione canora di Sanremo. La vittoria del milanese Alessandro Mahmoud (nome d’arte Mahmood)  a Sanremo ha smosso commenti deplorevoli e razzisti.
Anche Sanremo diventa lo specchio del Paese, le paure, le accuse  ed i commenti negativi di chi vede sempre l’invasione straniera che  corrode l’identità italiana.
A Sanremo vince Mahmood di padre egiziano e fede islamica, e il fatto che sia nato e cresciuto a Milano e in effetti italianissimo,  nulla conta per i “leoni” dei social che a colpi di tweets vomitano un complottismo delirante e un odio razzista che mettono davvero i brividi.


Mahmood non ti curar di questi poveretti, campioni di offese.
Paola

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#primagliesseriumani: Wiva l’ITALIA che non ha paura.

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Non è stato un bell’anno quello che si è appena concluso. Pieno di cattiveria, di violenza gratuita, di disumanità, oltre ogni possibile immaginazione e previsione. E sì, anche di molto razzismo, perchè di razzismo si è trattato.

Il 2018 è stato l’anno del raid di Macerata, di Firenze, di Riace e di Lodi. E’ stato l’anno delle violenze razziste mascherate da “goliardate” come quella di Pinerolo. E l’anno in cui la criminalizzazione della solidarietà è tracimata al punto di negare l’approdo a navi colpevoli di aver salvato vite umane, come l’Acquarius.

E’ stato l’anno della legge 132/2018, i cui effetti, al di là di stime più o meno attendibili, diventeranno maledettamente concreti e visibili per migliaia di persone, soprattutto nei prossimi mesi.

Ma c’è anche un’altra storia. Una storia di speranze.

Le speranze dei ricorsi antidiscriminazione ( promossi da molti cittadini) che sono stati accolti contro ordinanze, regolamenti sindacali e norme regionali ingiusti. I bei gesti delle tante persone che non sono rimaste a guardare inermi e si sono ribellate di fronte alle violenze razziste.  Le decine di spazi occupati e di famiglie che accolgono richiedenti asilo e rifugiati facendo ciò che uno Stato civile dovrebbe fare e non intende fare, e che invece vengono sgomberati come fossero discariche di rifiuti, ci raccontano un’altra storia.
Così come i molti i Comuni (come oggi Palermo) che hanno preso una posizione netta contro le politiche governative.

Siete, siamo moltissimi a rifiutarci di seguire l’onda di intolleranza che si è alzata dietro la spinta di sapienti incantatori del rancore ed è riuscita a trascinare con sé una parte grande dell’opinione pubblica.

Le nostre onde sono più basse, ma sono più lunghe, ne siamo convinti. Il nostro augurio è che si moltiplichino e si alzino ancora di più.

Insieme per un anno migliore, per un 2019 all’insegna  del: #primagliesseriumani.

 

L’ inventario della quotidiana intolleranza

3/05/2018 Senigallia AN Marche

Una donna di origine senegalese, Fatima Sy, 40 anni, mamma di due bimbi che vivono in Senegal, comincia a lavorare in prova presso un istituto per anziani, la casa di riposo Opera Pia Mastai Ferretti. Dopo alcune giornate di lavoro senza particolari problemi, in cui era anche piaciuto il suo modo di lavorare e porsi con gli anziani, si è vista rifiutare il contratto di lavoro. Alcuni ospiti si sono lamentati della sua presenza, non gradita a causa del colore della pelle, anche con affermazioni apertamente razziste (“non ci piaci, sei nera”), riferite poi ai responsabili della Cooperativa Progetto solidarietà. I datori di lavoro hanno ritenuto di non lasciarla in un ambiente non del tutto benevolo per provare “a inserirla in un’altra realtà meno ostile”.

Fonte: Ansa

Solidarietà al dottor Andi Nganso

Il  degrado culturale,  è questo uno dei  uno dei problemi più evidenti e dilaganti del nostro Paese. Una decadenza triste, segnata dal ripetersi di episodi  squallidi ed inqualificabili.

L’ultimo episodio di questo degrado,   ha visto come  vittima un giovane, Andi Nganso, 30 anni nato in Camerun,  da 12 anni in Italia, di professione medico. Questo giovane come tanti nostri giovani laureati in medicina – per cercare di guadagnare  qualcosa ed aiutare i genitori nel sostegno alle spese universitarie di specializzazione –  presta la sua attività presso l’ambulatorio della guardia medica ( in questo caso a  Cantù).
Poche sere fa gli si è presentata davanti una paziente che, senza girarci troppo intorno, gli ha vomitato addosso un glaciale e sprezzante esclamazione razzista: “Non mi faccio visitare da un negro”.

Non possiamo che rimanere esterrefatti in silenzio, di fronte a questi gravi episodi di razzismo, e non possiamo non domandarci il perchè di questi fatti.
Basta con il ripetersi degli episodi di razzismo.

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Al dottor  Andi Nganso tutta la mia solidarietà e vicinanza e l’invito ad andare avanti nei propri studi ed impegno, l’Italia non è quella imbecille che purtroppo ha incontrato. In nessun settore lavorativo, e in particolare in quello medico, devono esistere distinzioni di colore della pelle, cultura o religione. Siamo tutti uguali, tutti esseri umani che abbiamo bisogno del nostro reciproco aiuto e competenze.

Paola
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Tutta la mia vicinanza e fraterna solidarietà alla comunità Nigeriana che vive nella nostra Regione.

Chimiary ed Emmanuel dovevano sposarsi in Nigeria, ma le persecuzioni e il clima di terrore che , si vive nella terra africana li hanno spinti ad affrontare le difficoltà di un viaggio verso l’Europa. Dopo aver sfidato le violenze dei trafficati di essere umani, le peripezie e i rischi di una traversata su un gommone dove la giovane donna ha provato il dolore e la sofferenza della perdita del bimbo che aveva in grembo, era arrivata comunque la speranza di una vita migliore nelle nostre Marche: a Fermo.
Ma oggi la loro speranza si è infranta per mano della cieca violenza di due vili ed assassini fermani riconducibili alle frange delll’estrema destra razzista che hanno aggredito e picchiato a morte il giovane nigeriano reo di aver difeso l’onore della propria compagna.

Emmanuel***
Tutta la mia vicinanza e fraterna solidarietà alla comunità Nigeriana che vive nella nostra Regione.
Paola

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Riflessioni di Alex Zanotelli: Natale e l’esempio di noi cristiani

Riflessioni di Alex Zanotelli, missionario comboniano, che è stato a lungo direttore della rivista Nigrizia prima di vivere per oltre dieci anni in una delle baraccopoli più grandi del mondo, Korogocho, a Nairobi. Da diversi anni ha scelto di vivere in un piccolo appartamento della periferia di Napoli, ma ciò non gli ha impedito di lavorare sui temi dell’acqua, dei rifiuti, dell’antirazzismo e della nonviolenza, promuovendo reti e iniziative. 

indifferentiMa che Natale celebra questo paese? Ma che Natale celebrano le comunità cristiane d’Italia?
I gravi eventi di questi giorni ci obbligano a porre questi interrogativi. Le immagini del video- shock: migranti nudi e al gelo, nel Cie di Lampedusa, per essere ‘disinfestati’ dalla scabbia con getti d’acqua. Immagini che ci ricordano i lager nazisti.
Le foto degli otto tunisini e marocchini del Cie di Ponte Galeria a Roma con le labbra cucite in protesta alle condizioni di vita del centro. Bocche cucite che gridano più di qualsiasi parola!
immigrati 541Ed ora il deputato Khaled Chaouki che si rinchiude nel Cie di Lampedusa e inizia lo sciopero della fame, per protestare contro le condizioni disumane del centro e in solidarietà con i sette immigrati che, per le stesse ragioni, digiunano.
Sono le urla dei trecento periti in mare il 3 ottobre a Lampedusa, le urla dei quarantamila migranti morti nel Mediterraneo che è diventato ormai un cimitero.
Tutto questo è il risultato di una legislazione che va dalla Turco-Napolitano che ha creato i Cie, alla Bossi-Fini che ha introdotto il crimine di clandestinità e ai decreti dell’allora ministro degli Interni, Maroni, che trasudano di razzismo leghista. Possiamo riassumere il tutto con una sola parola: Razzismo di Stato.

Le domande che sorgono sono tante e angoscianti.
Come mai un paese che si dice civile ha permesso che si arrivasse ad una tale legislazione razzista e a una tale tragedia?
Come mai la Conferenza episcopale italiana sia rimasta così silente davanti a un tale degrado umano?
Come mai la massa delle parrocchie e delle comunità cristiane non ha reagito a tante barbarie?

“Sono venuto a risvegliare le vostre coscienze – ha detto papa Francesco quando è andato a Lampedusa – La cultura del benessere ci rende insensibili alle grida degli altri”.
Ma allora viene spontaneo chiederci: “Ma che Natale celebriamo noi credenti?” Natale non è forse fare memoria di quel Bimbo che nasce sulle strade dell’Impero (“non c’era posto per lui nell’albergo”) e diventa profugo per fuggire dalle mani di Erode? Natale è la proclamazione che il Verbo si fa carne, carne di profughi, di impoveriti, di emarginati. “La carne dei profughi-ci ha ricordato papa Francesco – è la carne di Cristo”. E allora se vogliamo celebrare il Natale, sappiamo da che parte stare, con chi solidarizzare.
Ecco perché dobbiamo avere il coraggio di chiedere al governo italiano, come dono di Natale, l’abolizione delle leggi razziste emanate in questi anni dalla Turco-Napolitano alla Bossi-Fini, e il varo di una legislazione che rispetti i diritti umani e la Costituzione. Inoltre chiediamo che in questa nuova legislazione venga introdotto il diritto all’asilo politico e allo ius soli.
E altrettanto chiediamo, come dono di Natale, ai vescovi italiani un documento che analizzi, in chiave etica, la legislazione razzista italiana e proponga le strade nuove da intraprendere per arrivare a una società multietnica e multireligiosa. Proprio per evitare quel pericolo che papa Francesco ha indicato nel suo discorso a Lampedusa: ”Siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del levita, di cui parla Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci sentiamo a posto”.
Auguro a tutti di posare davanti al presepe dove troverete un Bimbo-profugo vegliato da una famiglia transfuga e attorniato dal bue e dall’asino che ci ricordano le parole del profeta Isaia:
“Il bue conosce il proprietario
e l’asino la greppia del padrone,
ma il mio popolo non comprende”.

Buon Natale, Alex Zanotelli  Napoli,23 /12/2013