Eugenio Scalfari: Il Mezzogiorno è povero ma c’è il governo. Invece non c’è.

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari, • 27 Dicembre 2015. Le anime morte. Ci sono molti problemi in ballo in Italia, in Europa e nel mondo intero. In particolare nel Mezzogiorno, nelle sue costiere e nelle sue isole. Ne abbiamo già parlato molte volte, ma da tempo è caduta su quel tema una coltre di silenzio, forse perché era stato in prima fila da quando il Regno d’Italia nacque nel 1861 e portò insieme ai fausti eventi che sempre accompagnano l’unità di una Nazione, anche un evento funesto che prese il nome di questione meridionale e causò addirittura una guerra che insanguinò tutte le regioni meridionali. Fu detta guerra del brigantaggio e coinvolse l’Abruzzo, le Puglie, la Campania, la Basilicata, la Sicilia, la Sardegna: mezza Italia, dove le truppe italiane furono dislocate e dovettero fronteggiare non solo bande di briganti dedite al saccheggio, alla rapina, al sequestro di persona, agli omicidi contro i traditori ed anche contro i pochi che predicavano pace e misericordia. Ma anche i politici locali che stavano con un piede nella politica locale e nazionale e con l’altro negli interessi dei rivoltosi che non erano soltanto briganti ma anche borbonici, clericali e assai più spesso capi-bastone che guidavano clientele di latifondisti ed avevano il potere del potere locale.
Gaetano Salvemini, anni dopo quando la guerra vera e propria era terminata ma gli eminenti locali e le organizzazioni mafiose erano in pieno rigoglio, li chiamò “ascari di Giolitti” che era allora il capo della politica italiana. In parte sbagliò ed in parte aveva ragione, Salvemini. Erano più di ascari, in gran parte delle campagne erano i capi delle clientele pronti a votare per il leader nazionale. Purché gli avesse lasciato campo libero per il loro potere locale. Questo ricatto ebbe luogo fino al 1910 quando questi capi appoggiarono le pretese dell’Italia verso la sua prima colonia mediterranea in Libia. Poi il ricatto diminuì o addirittura scomparve perché Giolitti aveva trovato l’appoggio dei cattolici di Gentiloni e la simpatia dei socialisti riformisti di Turati, di Anna Kulišëva, di Treves e di Bissolati. Ma il dibattito sulla questione meridionale continuò, anzi prese un tono molto più ampio di studi, di cultura, di misure economiche e sociali portate avanti da Giustino Fortunato, Sacchetti, Spaventa, Croce e molti altri a cominciare da Giovanni Amendola, Matilde Serao, Adolfo Omodeo, Piero Gobetti, Antonio Gramsci, Di Vittorio, Pasquale Saraceno, Francesco Compagna e Danilo Dolci. Ma negli ultimi trent’anni – con rare eccezioni – è calato il silenzio. Al suo posto è nata la questione settentrionale la quale al suo primo sorgere fu giudicata dal ceto colto italiano come un’uscita politica demagogica, priva di qualunque significato. Invece non era così, anche se fu presto determinata dall’uso politico che ne fu fatto dalla Lega di Bossi ma divenne anche uno strumento nelle mani di Berlusconi che era nato alla politica con idee molto prossime a quelle leghiste.
La questione settentrionale, quella seria, ha colto la povertà strutturale di alcune regioni padane tra le quali predominava allora il Veneto. Ma colse anche quel fenomeno – molto positivo da un lato e molto negativo dall’altro – che fu la piccola e piccolissima industria che ebbe grande espansione dagli anni Settanta e si impiantò in un gruppo di regioni estremamente importanti nella geopolitica italiana (il Veneto, la Lombardia centrosettentrionale fino alla foce del Po) e compose quella specie di triangolo industriale che fu il nord da Treviso al sud di Ferrara sconfinando poi con Ancona e Pescara. Una cometa la cui stella era allora il triangolo industriale Torino Genova Milano e la coda si allargava da Treviso fino ad Urbino e Pesaro, saldati poi nel bene e nel male con la Puglia di Foggia ed infine, attraverso il Salento, col profondo Sud.
La questione settentrionale è costituita dal fiorire della piccola e piccolissima impresa, quella che nasce dall’espansione delle grandi imprese del nord, la Fiat, la Montecatini, l’Ansaldo, i Falck, l’elettricità della Edison, i cantieri e la chimica di Marghera.
La grande impresa generò, insieme ad un grande sistema bancario, un importante “indotto” che creò le piccole e le piccolissime imprese dai 15 ai 5 operai, esentato proprio per le sue dimensioni dall’articolo 18 dello statuto sindacale, e incoraggiato continuamente ad accrescere fino a 30 o 40 dipendenti, che quasi mai però avviò questo percorso.
In tempi duri di congiuntura negativa e di crisi, è stata la piccola impresa al centro di una crisi congiunturale e strutturale fatta propria, come non è accaduto in altre parti del Paese, dalla politica che l’ha trasformata in una vera questione nazionale. Le due questioni contrapposte denunciano l’esistenza da secoli di un Paese duale. Duale in tutto, nella sua storia, la sua economia, la sua cultura, la sua politica e perfino la sua etnia. Non è il solo in Europa e nel mondo, ma è stato quello che più ne ha risentito.
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Ho letto sul Corriere della Sera del 21 dicembre scorso un articolo di Ernesto Galli della Loggia intitolato “Il Mezzogiorno datato”. Cito una frase di quell’articolo che traccia un crudele ma importante racconto: “Mi chiedo se al nostro presidente del Consiglio è mai capitato di trascorrere più di una notte in qualche città dell’Italia meridionale, se conosce appena un poco quella parte del Paese, se ha mai visto il terrificante panorama di Catanzaro o il centro antico di Palermo, se ha mai dato un’occhiata all’ininterrotta conurbazione napoletana che si stende da Pozzuoli a Castellammare. O magari per avere un esempio, ha provato a farsi fare una tac in un ospedale calabrese. L’addio al Mezzogiorno, prima che culturale è stato ideologico e politico”. La citazione è lunga ma assai pertinente. Della Loggia lavorò un tempo anche su questo giornale ma i problemi del Paese per fortuna continua a vederli nella giusta luce e ad affrontarli con la “verve” che è propria del suo giornalismo.
Forse ricorderà che nel 1963 l’Espresso effettuò un’inchiesta in varie puntate, affidata ai nostri più egregi redattori e collaboratori, con un titolo portante che diceva: “L’Africa in casa”. Fu molto seguita a quell’epoca (oltre mezzo secolo fa). Descriveva la miseria del cibo, la presenza in tutte le case di topi, pidocchi e scarafaggi, le morti molto numerose di neonati e di bambini e infine la fame, diffusa fino agli ultimi giorni dell’esistenza.
Fece molto chiasso quell’inchiesta e determinò anche qualche svolta politica, i cui prodotti furono non a caso chiamate cattedrali nel deserto e recarono semmai qualche beneficio all’economia del Nord: profitti alle banche e alle imprese, depositi bancari che affluivano agli istituti settentrionali, anche se il benessere del Sud non si spostò e le sue classi non si integrarono. Le cattedrali le costruiva lo Stato e quindi i fedeli (lavoratori) non avevano alcun dono ma i benefici del buon Dio andavano semmai riservati al Nord e/o alle già robuste organizzazioni mafiose. Se paragoniamo il reddito del Sud di oggi a quello di allora esso è certamente molto aumentato; ma se lo confrontiamo con quello del Nord il dislivello è enormemente aumentato. La questione meridionale non ha dunque fatto un solo passo avanti in tema di dualismo, cioè di diseguaglianza non solo tra i ceti ma tra le regioni.
Gli ascari e gli emiri ci sono sempre, anzi sono cresciuti di numero; le organizzazioni mafiose hanno ancora al Sud il comando strategico, ma il grosso degli affiliati e dei loro comandanti in loco ormai si sono spostati a Torino, a Milano, in Emilia, in Veneto, ad Amburgo e a Marsiglia, e nel frattempo hanno intrecciato contatti di solidarietà con le mafie della Bolivia, degli Usa, del Kosovo, del Montenegro e infine della Turchia, della Russia e del Giappone. Questa esportazione è dunque ormai mondiale, il Mezzogiorno italiano ne è una delle centrali principali. L’Italia in cento anni ha guadagnato in termini di profitto e di benessere ma il Mezzogiorno ha perduto in denaro e in prestigio. È una terra nella quale vegetano milioni di persone perbene ma sono come anime morte: il potere ce l’hanno i truffatori e i capi delle clientele.
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La deputata del Pd, Stefania Covello, incaricata di occuparsi del settore Sud per conto del partito, sull’Unità del 22 scorso ha risposto all’articolo del della Loggia, mettendo un titolo alquanto strano: “Il governo e il sud che c’è”. Singolare. Sarebbe stato molto più pertinente titolarlo così: “Il governo che c’è e il Sud che non c’è”. Per il Mezzogiorno qualcosa sarà fatto, ma il renzismo governa da tre anni e finora non si era neppure accorto di quell’Italia che comincia a Frosinone e continua a Pescara, a Taranto, a Cassino, a Gaeta, a Lampedusa, ad Agrigento, a Trapani, a Reggio Calabria, a Cagliari, a Sassari, all’Asinara e a Porto Empedocle.
Adesso finalmente hanno capito che c’è, anzi finora l’Italia è stata soltanto quella che precede Bologna. Governeranno fino al 2028, dunque un piano lo faranno e gli daranno anche inizio. Direi quindi che gli anni disponibili alla realizzazione degli obiettivi saranno quindici. Di solito però i loro annunci tardano tre anni prima di attuarsi, anche perché adesso sono in tutt’altre faccende affaccendati. È lecito dunque aspettarsi che l’annuncio inizierà la sua esecuzione nell’anno 2017. Undici anni per attuarlo, sperando che non sia ripetuto quanto avvenne tra Salerno e Reggio Calabria, progettata trent’anni fa e ancora in corso d’esser completata. Per risolvere la questione meridionale non ce la fece la destra di Ricasoli né la sinistra di Depretis, né Giolitti, né Mussolini, né Craxi. Di Berlusconi non ne parliamo. Ce la faranno Covello e Delrio? Speriamo. Renzi comunque ha ben altro di cui occuparsi. Lasciamolo tranquillo e forse avremo meno guai.

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Eugenio Scalfari: C’è solo acqua nella pentola che bolle sul fuoco

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari, • 28-Set-14. Intanto la pentola d’acqua comincia ad evaporare. C’è una massima di Giordano Bruno, citata martedì scorso da Michele Ainis sul Corriere della Sera, che serve egregiamente come epigrafe a queste mie riflessioni domenicali. Dice così: “Non è cosa nova che non possa esser vecchia e non è cosa vecchia che non sii stata nova”. E c’è un’altra massima, in questo caso del nostro Presidente della Repubblica in un suo recente intervento, così formulato: “Non possiamo più esser prigionieri di conservatorismi, corporativismi e ingiustizie”.
Infine mi si permetta di citare me stesso in una trasmissione televisiva guidata da Giovanni Floris e in un articolo precedente. Avevo scritto e detto che ” Matteo Renzi ha da tempo messo a bollire una pentola d’acqua ma finora non ha mai buttato nulla da cuocere“. Continuava a pensare che in quattro mesi avrebbe rifondato lo Stato non solo dando inizio alla riforma del Senato e alla legge elettorale ma cambiando anche la giustizia civile e penale, i rapporti tra Stato e Regioni, semplificato la Pubblica amministrazione, saldato tutti i debiti che essa ha presso imprese e Comuni. Visto che la tempistica dei quattro mesi (nella quale aveva più volte ripetuto di impegnare la propria faccia) non poteva funzionare, ha ripiegato sui mille giorni, aggiungendo a quel minestrone già annunciato il problema della crescita economica, la ripresa del lavoro specie quella dei giovani, la fine del precariato e la riforma radicale del sistema del welfare.
Intanto la pentola d’acqua (che è in sostanza il favore dell’opinione pubblica e dell’appoggio parlamentare) cominciava ad evaporare.
E comunque non avrebbe potuto cuocere tutto in una volta quell’immensità di problemi che si erano già presentati fin dai tempi di Aldo Moro quando lui e Berlinguer avevano realizzato un’alleanza tra i due partiti per risolvere i problemi di rifondazione dello Stato valutando che il tempo necessario sarebbe stato almeno di dieci anni.
Queste sono le epigrafi che illustrano l’attualità della quale è mio compito occuparmi.
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Domani, lunedì, Matteo Renzi, nella sua duplice veste di segretario del partito e presidente del governo, spiegherà alla direzione del Pd quali sono i problemi (già sopra indicati) che costelleranno i mille giorni che rimangono fino al termine della legislatura. Poi si voterà e i parlamentari dovranno attenersi a quanto la maggioranza avrà deliberato.
In realtà questa norma non esiste in nessuno statuto di partito. I parlamentari dissenzienti hanno pieno diritto di presentare emendamenti alle leggi proposte dal governo e addirittura di votare contro. Non si tratta di obiezioni di coscienza ma di diritti politici i quali trovano la loro tutela nell’articolo della Costituzione che sancisce la libertà del mandato parlamentare. Questo possono fare i membri delle Camere, sia con voto palese sia con voto segreto.
La tecnica elettorale che meglio tutela quelle libertà è il collegio uninominale, con o senza ballottaggio al secondo turno. Ma questo sistema del ballottaggio, che è il più perfetto per costituire una maggioranza parlamentare rappresentativa al tempo stesso della governabilità e della rappresentanza del popolo sovrano, è stato confiscato da tempo dalle segreterie dei partiti col sistema delle liste ed anche con quello eventuale delle preferenze. In un Paese di lobby e di mafie le preferenze sono quanto di peggio si possa concepire.
Incoraggiano negoziati piuttosto loschi e il voto di scambio il quale se provato è addirittura un reato previsto dal codice penale. Quindi la legge ideale sarebbe il collegio uninominale con ballottaggio al secondo turno tra i due meglio arrivati, ma mi sembra che le maggioranze esistenti sia sulla carta e nella realtà non sono di questo avviso.
Il Capo dello Stato ha anche indicato nel discorso di saluto al nuovo Csm e al vecchio che se ne va censure verso le correnti che dividono la magistratura e che diminuiscono la sua credibilità specie quando si tratta di nominare magistrati a nuovi incarichi o trasferirli come punizione o sottoporli a procedimenti disciplinari. Tutte cose necessarie e giustissime purché ciascuno dei magistrati che partecipa a queste procedure si dimentichi della sua appartenenza ad una associazione il che purtroppo non sempre avviene.
Concludo questa parte del mio ragionamento con una visione molto scettica di quanto accadrà nei prossimi mesi. L’Italia otterrà la flessibilità di cui ha estremo bisogno soltanto se e quando avrà portato avanti alcune riforme economiche che aumentino la competitività e la produttività del sistema. Mescolare queste riforme con tutta la massa di problemi elencati da Renzi significa aver perso (o non avere mai avuto) il ben dell’intelletto.
Mario Draghi ha già dato e ci darà nei prossimi giorni (non solo all’Italia ma all’Europa) tutto l’appoggio monetario e la liquidità che riesce ancora a tenerci a galla. Il tasso di cambio è già sceso all’1,27 nei confronti del dollaro e di molte altre monete. Ne deriva un appoggio concreto all’esportazione e alla domanda. Purtroppo la domanda interna, nonostante il famoso e ultra-lodato provvedimento degli 80 euro mensili al ceto medio-basso non ha minimamente spostato in alto i consumi. Quelli al dettaglio, che costituiscono il grosso di questo “fondamentale” dell’economia, sono diminuiti tra il 2013 e il 2014 dell’1,50 per cento nell’ultimo dato fornito dall’Istat. Chi ci ha messo e continua a metterci la faccia dovrebbe averla persa da un pezzo.
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Aspettiamo dunque i responsi della Commissione di Bruxelles e delle riunioni dei capi di governo per vedere come saranno giudicate le misure che nel frattempo avremo avviato (sempre se qualche cosa si avvierà). E aspettiamo la legge di stabilità che è il documento essenziale sul quale l’Europa giudica i Paesi membri e quindi se stessa.
L’interesse dell’Italia dovrebbe essere quello di rafforzare i poteri del Parlamento europeo, della Commissione e della Banca centrale per avviarsi sulla strada d’una Federazione.
Non mi pare che il nostro governo abbia questo in mente. Mi pare anzi che veda il centro del problema negli Stati nazionali i quali, qualora non cedano sovranità al sistema europeo e non rafforzino i poteri di rappresentanza del Parlamento, saranno sempre più degli staterelli, capaci forse di vendere i loro prodotti e trarne qualche profitto.
Si stanno affermando due fenomeni contrapposti ma allo stesso tempo analoghi: si accresce la spinta verso poteri globali e sorgono esigenze di spezzettare gli Stati nazionali. La voglia di referendum da un lato l’emergere di potenze continentali dall’altro, dovrebbero imprimere a Paesi come il nostro di scegliere il ruolo che fu indicato per primo da Ernesto Rossi e poi dal manifesto di Ventotene redatto dallo stesso Rossi, da Altiero Spinelli, da Colorni e da altri confinati o imprigionati dalla dittatura fascista.
Pochi sanno e pochissimi ricordano questa tradizione che fu uno dei suggelli della sinistra liberal-socialista italiana.
Ho letto con interesse l’articolo di mercoledì scorso del direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli. È un attacco in piena regola non tanto contro la politica di Renzi quanto sul suo carattere e il suo modo di concepire la politica.
Debbo dire: mi ha fatto piacere che anche il Corriere abbia capito che il personaggio che ci governa è il frutto dei tempi bui e se i tempi debbono essere cambiati non sarà certo quel frutto a riuscirci.
Il frutto dei tempi ha le caratteristiche del seduttore e noi, l’Italia, abbiamo conosciuto e spesso anche sostenuto molti seduttori. Alcuni (pochissimi) avevano conoscenza dei problemi reali e la loro seduzione ne facilitava la soluzione. Altri – la maggior parte – inclinavano verso la demagogia peggiorando in tal modo la situazione.
Aldo Moro si alleò con Enrico Berlinguer che era già uscito dal comunismo sovietico, e previde che per rifondare lo Stato ci sarebbero voluti almeno dieci anni di alleanza tra le due grandi forze popolari del Paese.
Dico questo pensando al tema dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Fu introdotto dall’allora ministro del Lavoro socialista Giacomo Brodolini membro d’un governo di centrosinistra presieduto appunto da Moro. La giusta causa per licenziare: prima lo si poteva fare a discrezione del “padrone”. Dopo fu la giusta causa una difesa da questa discrezionalità priva di motivazione, che avrebbe dovuto essere provata dall’imprenditore di fronte al giudice del lavoro. Il dipendente non perdeva infatti soltanto il salario ma anche la dignità di lavorare.
Adesso si dice che la giusta causa è già stata ridotta dalla Fornero a “discriminazione” ma la giusta causa è sempre stata una discriminazione e se licenzio un dipendente solo perché ha gli occhi azzurri o mi è antipatico o piace a mia moglie o è pigro, questo in alcuni casi è giusto in altri no.
Penso che bisognerebbe conservarlo l’articolo 18 così inteso e riconoscerlo anche ai lavoratori impiegati in aziende con meno di quindici dipendenti; penso anche che i precari che dopo un certo numero di anni ottengono il contratto a tempo indeterminato, abbiano anch’essi quella tutela.
Si dice però, anche da autorevoli fonti internazionali, che la giusta causa o discriminazione che sia costituisca un ostacolo contro l’aumento della competitività. Ammettiamo che sia così e poiché la competitività è una condizione per attirare investimenti, allora bisogna abolire l’articolo 18 per tutti e sostituirlo con tutele economiche e sistemi di formazione per favorire nuovi reimpieghi. L’America è su questo terreno il Paese più moderno e più reattivo che conosciamo.
Ma le risorse da mobilitare sono molto più cospicue di quelle di cui si parla. Non si tratta di due o quattro miliardi; per compensare chi perde il lavoro ce ne vogliono a dir poco dieci volte tanto e il periodo di sostegno non può essere limitato ad un anno.
L’abolizione dell’articolo 18 si può fare soltanto se compensa il lavoro con l’equità che deve essere massima se è vero che la nostra Costituzione si basa sul lavoro e questo dovrebbe essere l’intero spirito della nostra Repubblica.
I ricchi paghino, gli abbienti paghino, i padroni (con le loro brache bianche come cantavano le leghe contadine ai primi del Novecento) paghino e le disuguaglianze denunciate da Napolitano diminuiranno. Una politica di questo genere, quella sì ci darebbe la forza di indicare all’Europa il percorso del futuro.
Caro de Bortoli, sai quanto ti stimo e ti sono amico e quanto ho apprezzato il tuo articolo di mercoledì scorso. Ma permettimi di ricordarti che su questi temi il Corriere della Sera ha sempre rappresentato l’opinione e gli interessi della borghesia lombarda. Ha reso molti servizi agli interessi del Paese quella borghesia, sempre che il primo di quegli interessi fosse il proprio. Oggi non è più così. Bisogna ricreare una sinistra che riconosca le tutele anche ai cetibenestanti ma metta in testa quelle dovute ai lavoratori. A me non sembra che Renzi sia il più adatto e Berlusconi il suo migliore alleato. Ma questo è solo un aspetto del problema Italia. Gli altri sono ancora più impegnativi e vanno messi sul tavolo con tenace franchezza.

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Eugenio Scalfari: In casa Cupiello il presepio di Renzi piace a pochi

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari, • 14-Settembre- 2014. Il boy-scout post-ideologico della provvidenza ( mi permetto di aggiungere una mia personale nota: “Non tutti i boy-scout sono uguali al sig. Renzi!).
L’incontro informale dei ministri finanziari di tutti i Paesi europei, voluto da Renzi a Milano e concordato di comune accordo, per l’Italia si è aperto in un modo e si è chiuso in un altro. Questa è la vera novità che va registrata e che ha profondamente modificato la situazione in cui ci troviamo. Renzi direbbe che è cambiato il verso, ma questa volta non lo dirà perché il verso che è venuto fuori è esattamente l’opposto di quello che il nostro presidente del Consiglio aveva vagheggiato e disegnato nella sua mente da parecchi mesi come obiettivo di primaria importanza e d’un esito già raggiunto attraverso una serie di colloqui preliminari da lui svolti tra Bruxelles, Parigi, Berlino, Roma.
È insomma accaduto l’opposto e la sostanza è stata cambiata da vari episodi, battute, sortite su Twitter e conferenze stampa più o meno ufficiose con varianti riportate dal circuito dei media televisivi e giornalistici.
La situazione è ormai chiara e si può riassumere così: l’Italia dovrà avviare alcune riforme che l’Europa ritiene indispensabili.
Il testo e il calendario delle predette riforme, che regolano il lavoro, la competitività e la produttività, la semplificazione delle procedure sia della pubblica amministrazione ministeriale sia della giustizia civile sia la formazione e la scuola, dovrà esser sottoposto alla Commissione di Bruxelles dal prossimo mese d’ottobre e da quel momento sottoposto ad un monitoraggio che culmini in giugno e si chiuda nell’autunno del 2015.
Se l’Italia avrà adempiuto ai suoi impegni, la Commissione concederà una notevole flessibilità finanziaria, ma non prima di allora, salvo qualche briciola per alleviare la tensione sociale.
Nel frattempo però si dispiegherà in pieno la politica di liquidità della Banca centrale, con l’obiettivo di combattere la deflazione, portare il tasso d’inflazione verso l’1,5 per cento, il tasso di interesse delle banche a un livello compatibile e più basso di quello attuale, il tasso di cambio dell’euro nei confronti del dollaro verso l’1,20 per cento in modo da favorire le esportazioni.
Naturalmente anche la Bce monitorerà attraverso le banche il rispetto degli impegni e l’approvazione delle riforme concordate con la Commissione.
Non è una cessione di sovranità ma qualche cosa che le somiglia poiché sia la Commissione sia la Banca centrale sono affiancate nel monitoraggio e ciascuna ne trarrà le conclusioni e le conseguenze.
Come si vede, tutto ciò è esattamente l’opposto di quello che Renzi aveva immaginato. Non ci sarà la flessibilità se non dopo le riforme ritenute necessarie e solo in questo modo si potranno combattere i tempi bui che stiamo attraversando. Le implicazioni sulle parti sociali saranno numerose e preoccupanti. Il look è cambiato come vuole l’Europa e non come Renzi sperava.
Le ragioni sono evidenti e le aveva anticipate il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, in un suo intervento del 25 marzo scorso. Ne riporto qui la frase iniziale che in poche righe chiarisce la sostanza dei tempi bui che stiamo attraversando: ” La strada dell’integrazione europea è lunga e difficile, non è un percorso lineare, si procede spesso a piccoli passi ma a volte con strappi vigorosi. L’introduzione dell’euro è stato uno dei questi strappi e ci ha fatto compiere un passo deciso, ma non ha certo portato il cammino a compimento. L’euro è una moneta senza Stato: di questa mancanza risente. Le divergenze e le diffidenze che ancora caratterizzano i rapporti tra i Paesi membri indeboliscono l’Unione economica e monetaria agli occhi della comunità internazionale e a quelli dei suoi stessi cittadini. Questa incompletezza, insieme con la debolezza di alcuni Paesi membri, ha alimentato la crisi dei debiti sovrani dell’area dell’euro. Per l’Italia la soluzione di riforme strutturali che consentano un recupero di competitività è un passaggio essenziale per il rilancio del Paese. Gli interventi da attuare sono stati da tempo individuati e vanno effettuati al più presto”.
Ho già ricordato che queste parole sono state dette da Visco il 25 marzo scorso. A volte chi tiene le manopole della politica non ricorda o neppure conosce il contesto in cui opera. Molti dei nostri guai derivano da questa ignoranza che determina scelte del tutto diverse da quelle che sarebbero necessarie.
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Nella famosa commedia napoletana “Natale in casa Cupiello” Eduardo lancia la frase ormai diventata famosa: “‘O presepe nun me piace”, e la fa dire con cattiveria.
A quell’epoca dalle case di Firenze in giù l’albero di Natale era del tutto sconosciuto. I regali si facevano nel giorno dell’Epifania e il Natale era soltanto una festa religiosa. Il presepio era il solo gioco ammesso e noi bambini passavamo i giorni a prepararlo. Piaceva a tutti, piccoli e grandi. Ma a casa Cupiello no, a Eduardo no.
Perché?
Perché la concordia nella famiglia, ostentata dinanzi al presepio, era fasulla, covava conflitti, interessi contrastanti, bugie, torti fatti o subiti, prevaricazioni.
Oggi il presepio è tornato di moda nella politica, ma a molti non piace. Il 25 maggio numerosi italiani hanno votato Renzi nelle elezioni europee, dandogli un’altissima percentuale di consensi e molta forza all’interno e all’estero. Ma sono passati appena quattro mesi e la fiducia nel giovane leader si è alquanto erosa: il 70 per cento degli elettori teme che il Paese non ce la faccia a superare la crisi, il 90 per cento si attende molti e sempre meno sopportabili sacrifici. Infine la fiducia nel leader è scesa per la prima volta passando dal 74 al 60 per cento. È ancora molto alta ma il verso, come direbbe lui, è cambiato e non è da escludere che nelle prossime settimane scenda ancora di più.
Le ragioni ci sono. La pressione fiscale rilevata dalla Banca d’Italia, tra il 2013 e il 2014 è aumentata dal 43,8 al 44,1 per cento. Per erogare a 10 milioni di cittadini un bonus di 80 euro al mese le tasse sono aumentate per 41 milioni di contribuenti. Il governo ha fatto molti annunci e molte promesse ma ha realizzato assai poco. Secondo il capogruppo dei senatori di Forza Italia, Renato Brunetta, il tasso di realizzazione delle promesse di Renzi oscilla tra il 10 e il 20 per cento.
Analoghe conclusioni le ha fatte il vicepresidente della Commissione di Bruxelles, Jyrki Katainen e abbiamo visto che d’ora in poi le riforme saranno monitorate dalla Commissione e dalla Bce. L’obiettivo è agganciare la flessibilità necessaria a rilanciare la crescita, la competitività e l’equità sociale, ma nel frattempo i sacrifici non diminuiranno e qualcuno anzi aumenterà almeno fino alla metà del 2015. Tra questi c’è perfino l’ipotesi di abolire l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, cioè il divieto di licenziamento senza giusta causa. Il concetto di giusta causa verrebbe anch’esso abolito per legge conservando soltanto come ragione ostativa (naturalmente da documentare) la discriminazione.
Non sarà un’impresa facile anche se molti la ritengono necessaria per aumentare la competitività. Sergio Cofferati, all’epoca segretario generale Cgil, radunò al Circo Massimo e in tutte le strade adiacenti oltre due milioni di lavoratori provenienti da tutta Italia e bloccò la riforma che anche allora sembrava necessaria agli imprenditori. Probabilmente oggi uno scontro del genere sarebbe molto agitato mentre allora fu pacifico quanto fermissimo nel procedere ad oltranza se la riforma non fosse stata impedita. Ci sono altri modi di procedere per adeguare gli impegni suggeriti (ma a questo punto direi imposti) dall’Europa e dalla Bce? Ci sono. Riguardano anche i lavoratori dipendenti ma non soltanto e non soprattutto. Riguardano in prima linea il capitale e i suoi possessori, riguardano la finanziarizzazione delle aziende, riguardano nuovi progetti, nuovi prodotti, nuove tecnologie e nuovi investimenti. Riguardano la diminuzione delle diseguaglianze e lo sviluppo del volontariato produttivo oltre che quello assistenziale. Riguardano nuove energie, e la lotta all’evasione senza sconti.
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Ma che cos’è oggi il Pd ? Questa è la domanda di fondo che bisogna porsi nel momento in cui la ribellione dell’Europa mediterranea è rientrata di fronte all’accordo della Germania con la Spagna, all’enigma scozzese che, se vincessero i “sì” alla separazione, metterebbe a rischio l’adesione alla Gran Bretagna all’Ue e riguardano la crisi francese che allontana, anziché avvicinarla, la Francia dall’Italia.
Che cos’è il Pd? Anzitutto è un partito post-ideologico.
Abbiamo già affrontato altre volte il tema dell’ideologia.
Dai tempi dell’Urss e del comunismo staliniano per i liberali l’ideologia era una peste da cui liberarsi.
Perfino Albert Camus, che fu certamente un uomo di sinistra, detestava appunto come la peste l’ideologia.
Personalmente credo che l’ideologia sia una forma di pensiero astratto che esprime un sistema di valori e dunque penso che l’ideologia non sia eliminabile a meno che non si elimini il pensiero. Un sistema di valori è un’ideologia, le Idee platoniche sono la teoria ideologica della perfezione; le creature effettivamente esistenti sono imperfette perché relative e l’ideologia platonica è per esse un punto di riferimento. Abolite il punto di riferimento ed avrete un’esistenza day-by-day, la vita inchiodata al presente senza né passato né futuro.
Se torniamo ad un partito politico, la mancanza di ideologia ha lo stesso effetto: lo inchioda sul presente.
Nella Dc, Alcide De Gasperi era un politico con l’ideologia cattolico-liberale; Fanfani aveva un’ideologia cattolico-sociale; Moro un’ideologia cattolico-democratica. Andreotti non era ideologo, come ai suoi tempi Talleyrand. Voleva il potere subito e oggi. Con la destra, con i socialisti, con il Pci, con la famiglia Bontade, contro la famiglia Bontade.
Senza passato e senza futuro.
Ai tempi nostri Berlusconi è stato la stessa cosa. Scrive Giuliano Ferrara sul “Foglio” di giovedì scorso che al cavaliere di Arcore sarebbe piaciuto di governare la destra moderata guidando un suo partito di sinistra. Questo sarebbe stato il suo capolavoro. Del resto la sua azienda lavorava per Forlani e per Craxi: da sinistra per la destra. Non sarebbe stato un capolavoro? Per un pelo non ci riuscì e fu tangentopoli ad aprirgli le porte del potere. E Renzi? Nell’articolo intitolato (non a caso) “L’erede”, Ferrara scrive: ” Renzi sta costruendo una sinistra post-ideologica in una versione mai sperimentata in Italia e volete che un vecchio e intemerato berlusconiano come me non si innamori del boy-scout della provvidenza e non trovi mesta l’aura che circonda il nuovo caro leader?”.
Mi pare molto significativo quest’entusiasmo di un berlusconiano intemerato al caro boy-scout post-ideologico della provvidenza. Ma il Pd? Come reagisce la sua classe dirigente e soprattutto i parlamentari? I parlamentari, salvo qualche eccezione, sono molto giovani e per ora stanno a guardare. Gli interessa soprattutto andare fino in fondo alla legislatura. Ma la classe dirigente renziana ha una univoca provenienza: viene dalla costola rutelliana della Margherita. La documentazione è fornita con molta completezza (sempre sul “Foglio” dello stesso giorno) da Claudio Cerasa.
Non c’è un solo nome renzista che provenga dal Pci-Pds-Ds. Nessuno. Margherita rutelliana. Se non è Andreotti, poco ci manca.

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Eugenio Scalfari: Noi siamo bravi ragazzi e nessuno ci può fermar

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari, • 07-Settembre-2014.  Quando i santi marciano tutti insieme a me piacerebbe marciare con loro.
Da tre giorni a questa parte i casi nostri si concentrano in un nome, quello di Mario Draghi e sulla sua politica contro la deflazione che sta massacrando l’Europa e l’Italia in particolare.
La strategia di Draghi è stata da lui stesso illustrata in modo molto chiaro e si può riassumere così: ha già ridotto al minimo il tasso di sconto e sotto al minimo quello sui depositi a breve termine delle banche presso la Bce. Metterà a disposizione del sistema bancario europeo una quantità illimitata di liquidità con contratto a quattro anni; sconterà obbligazioni cartolarizzate di imprese europee; se necessario acquisterà titoli di debiti sovrani sui mercati secondari dei paesi in difficoltà.
Questa politica ha un obiettivo primario: rialzare il tasso di inflazione in prossimità al 2 per cento (attualmente in Europa è prossimo allo zero) e un obiettivo secondario ma interconnesso che è quello di abbassare il tasso di cambio dell’euro-dollaro almeno verso l’1,25 ma possibilmente all’1,20 contro dollaro. Questo risultato potrà essere anche attuato con interventi sui mercati di paesi terzi con monete diverse dall’euro, vendendo quote della nostra moneta e deprimendo così il cambio con riflessi sulle quotazioni del dollaro.
L’insieme di questi intenti non è di facilissima esecuzione ma la Bce e le Banche centrali nazionali dell’area europea sono perfettamente in grado di effettuarli con rapidità ed efficienza. Ma c’è un aspetto molto problematico: le imprese europee sono parte attiva di questo programma, debbono cioè essere disponibili a indebitarsi con le banche, sia pure a tassi di interesse abbastanza ridotti rispetto a quelli attuali.
Se hanno progetti di investimenti e se i governi le incentivano a investire, il sistema delle imprese farà quello che ci si aspetta; ma attualmente questa disponibilità non c’è o è comunque insufficiente, sicché questa seconda parte della strategia di Draghi rischia di non dare i risultati attesi.
La motivazione è evidente: la Bce, come tutte le Banche centrali, può agire sulla deflazione, ma gli strumenti per combattere la recessione-depressione non sono nelle sue mani ma in quelle dei governi ai quali non a caso Draghi raccomanda riforme adeguate sul lavoro, sulla competitività e sulla distribuzione più equa della ricchezza. La Banca centrale è perfettamente consapevole di questa situazione e lo è anche la Commissione europea e in particolare la Germania. Di qui l’alternativa (che non consente alibi) ai paesi più colpiti dalla depressione tra i quali al primo posto c’è purtroppo l’Italia: le riforme economiche sui temi che abbiamo prima indicato debbono essere fatte subito; soltanto dopo, quando saranno state varate e rese esecutive l’Italia potrà ottenere quella flessibilità che gli consenta d’avviare un rilancio della domanda e della crescita consistente e duraturo. Perdere tempo in altre iniziative è letale se ritarda questo tipo di riforme. Meglio in tal caso cedere alla Commissione una parte della propria sovranità nazionale affinché sia l’Ue ad avere la possibilità di emettere direttive direttamente applicate in materia di lavoro e di fisco.
Questo è ora il bivio di fronte al quale il nostro governo si trova.
Finora non sembra sia pienamente consapevole della drammaticità della situazione e delle proprie responsabilità. Renzi si sente politicamente forte nel Partito socialista europeo e per conseguenza anche di fronte all’altro partito, quello Popolare, che con i socialisti fa maggioranza nel Parlamento dell’Unione. Pensa – o almeno così dice di pensare – d’essere in grado di fare la voce grossa a Bruxelles e di ottenere così, almeno in parte, quella flessibilità che gli consenta di alleviare il ristagno della nostra economia.
Le riforme le farà ma ci vuole tempo. Il bivio configurato da Draghi è vero solo in parte e non si può bloccare la forza politica di Renzi. La nomina della Mogherini, secondo lui, ne è stata la prova.
A me, osservando i movimenti del nostro presidente del Consiglio, viene in mente quella vecchia canzone americana nota e canticchiata in tutto il mondo occidentale: “Noi siamo bravi ragazzi e nessuno ci può fermar”. E l’altra: “Quando i santi marciano tutti insieme a me piacerebbe marciare con loro”.
Ma bisogna essere bravi ragazzi o santi. Francamente non mi pare che siamo né l’una né l’altra cosa e basta guardarsi intorno per capirlo fin dalla prima occhiata.
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Dunque siamo arrivati a Matteo Renzi, al suo governo, alla montagna di problemi che si sono accumulati sulle sue spalle. Debbo dire che li porta molto bene, non perde l’allegria, le battute, la mossa.
La mossa per lui è importante, gli viene spontaneamente e riesce quasi sempre a bucare il video delle tivù e le prime pagine dei giornali. Pensate: sono tre giorni che i media hanno tra gli argomenti principali la decisione di Renzi di non andare al “salotto buono” di Ambrosetti a Cernobbio. Ci saranno cinque dei suoi ministri, due o tre premi Nobel, i principali industriali italiani e la stampa di mezzo mondo ma lui ha deciso che andrà a Brescia per festeggiare la ripresa d’attività d’una azienda che aveva avuto alcuni incidenti di percorso. Tre giorni e ancora se ne parla. Mi sembra incredibile.
Mi piace citare un passo scritto da Giuliano Ferrara sul Foglio di venerdì: “Non vorrei che tutti gli elogi alle grandi doti di comunicatore, per Renzi oggi come per Berlusconi ieri, alludano all’artista compiaciuto di sé che prende il posto dello statista. Finché non faremo un discorso alla nazione, sorridente quanto si voglia, ma pieno di verità, non ce la caveremo. Renzi ha già metà del piede nella tagliola che in Italia non tarda mai a scattare”.
Così Ferrara. Personalmente mi auguro che la tagliola non scatti perché allo stato dei fatti non abbiamo alternative. L’ho scritto più volte. Criticavo Renzi per parecchi errori compiuti ma al tempo stesso dicevo: votate per lui, che altro si può fare? Erano in vista le elezioni europee del 25 maggio dove infatti prese il 40,8 per cento dei voti. Non certo per merito mio, ma ne fui contento sperando che cambiasse. Invece è peggiorato. È un artista della comunicazione come scrive Ferrara, io lo definirei un seduttore come Berlusconi, ma tutti e due si credono statisti e questo è il guaio grosso del paese.
L’ultimo mutamento renziano è stato quello dell’annunciazione (meglio che chiamarla “annuncite”, come dice lui) del programma dei mille giorni che durerà fino alla fine della legislatura.
Vi ricordate la fase dell’annunciazione? Un giorno diceva: nel prossimo giugno faremo la riforma del lavoro e in un mese la porteremo a termine; io ci metto la faccia, se non si fa me ne vado.
Il giorno dopo annunciava per il mese di luglio la semplificazione della pubblica amministrazione con le stesse parole e metteva sempre la faccia in gioco. Il giorno successivo annunciava per settembre la riforma della scuola. Idem come sopra.
La sola volta in cui riuscì fu la prima approvazione della riforma costituzionale del Senato: la voleva per l’8 agosto e l’ottenne. Quella era a mio avviso una sciagura e si vedrà nei prossimi mesi se e come finirà, ma la ottenne anche perché ci furono i voti di Berlusconi. Due seduttori uniti insieme possono fare uno statista ma di solito di pessima qualità.
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Dunque dall’annunciazione ai mille giorni, perché si è capito che in un mese una riforma che mira a cambiare una parte dello Stato non è neppure pensabile. La faccia non ce l’ha messa. È una fortuna perché oggi ci troveremmo senza un governo, senza un programma, schiacciati dalla recessione e della deflazione proprio nel momento in cui spetta all’Italia ancora per tre mesi la presidenza semestrale dell’Unione europea.
È una fortuna, ma anche una sciagura perché il nostro Renzi, che snobba Cernobbio (e chi se ne frega), adesso interferisce anche con Draghi.
All’esortazione di fare subito almeno la riforma del lavoro per trattare con la Commissione (e con la Merkel) una dose accettabile di flessibilità, ha risposto: “Subito? Ma che dice Draghi? Ci vuole il tempo che ci vuole per una riforma di quell’importanza”. Ma lui non ci aveva messo la faccia per farla in un mese?
Io so in che modo la si può far subito: con i voti di Berlusconi il quale altro non vuole che stare nella maggioranza non solo per le leggi costituzionali ma anche per quelle economiche. Per tutte. E non pretende nemmeno che Renzi glielo chieda. Anzi, Renzi dirà che non chiede niente a nessuno, è un bravo ragazzo e nessuno lo fermerà.
Ma Berlusconi si sente un santo, anzi un padre della Patria che vuole marciare con tutti gli altri fino al 2018. Così poi lo vedremo inserito nell’album della storia d’Italia accanto ai volti di Mazzini, Garibaldi e Cavour.
Uno schifo, ma temo assai che finisca così.
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Ci sarebbero tante altre cose da trattare, sulle coperture finanziare che non ci sono, sul taglio lineare di tutti i ministeri, sul blocco per il quinto anno agli stipendi degli statali e sul taglio a quelli delle Forze dell’ordine. Ma tralascio. Una notizia però viene dalla Calabria, anzi due. È una delle regioni più povere d’Italia ed anche purtroppo delle più corrotte.
Non a caso la ‘ndrangheta è la mafia più forte d’Europa ed ha ormai i suoi centri più attivi a Milano, Torino, Lione, Amburgo, Bogotà.
La prima notizia arriva dal sindaco di Locri che l’ha resa pubblica, l’ha affissa sui muri della città e l’ha comunicata al presidente della Repubblica e anche a papa Francesco: il Comune ha 125 dipendenti e da tre anni quelli in servizio (non sempre gli stessi) sono 25; gli altri cento stanno a casa o in ospedale perché ammalati o perché l’autobus non funzionava o perché la moglie li ha abbandonati o per altre ragioni più o meno comprensibili.
Il sindaco li ha ammoniti, puniti, ne ha proposto il licenziamento ma il consiglio comunale, la segreteria, i partiti, le famiglie, lo hanno di fatto impedito. I 125 ci sono sempre, i 25 al lavoro anche, i cento assenti pure. Il sindaco si chiama Calabrese ed ama la sua terra. Forse papa Francesco farà un miracolo. Speriamo bene.
La seconda notizia riguarda una sentenza del Tar di Catanzaro ottenuta dall’avvocato Gianluigi Pellegrino che a suo tempo ne aveva ottenuta una analoga sul consiglio comunale di Roma presieduto dalla Polverini.
Nel caso di Catanzaro si trattava della Regione, presieduta da Scopelliti. Indagato per malversazioni varie, Scopelliti fu condannato in primo grado e sei mesi dopo la condanna si dimise dalla Regione. Per automatismo anche il consiglio regionale si sciolse ma prima approvò un atto in extremis: tolse al prefetto il potere di indire le elezioni e lo affidò al vicepresidente del consiglio regionale nonostante anche lui fosse dimissionario.
Nel frattempo il Consiglio dimissionario continuò a riunirsi regolarmente, votare progetti, assunzioni, appalti, incarichi, senza che né la destra (che governava il Comune) né i consiglieri Pd si astenessero da comportamenti indebiti.
A quel punto un comitato di cittadini da tempo esistente, che ha per fine quello di combattere i soprusi e gli illeciti della Pubblica amministrazione, incaricò Pellegrino di citare dinanzi al Tar quanto accadeva a Catanzaro. Contemporaneamente il suddetto comitato e il suddetto avvocato informarono di quanto avveniva la presidenza del Consiglio chiedendone l’intervento. La lettera e l’intera pratica furono passate al capo del Dipartimento uffici giudiziari di Palazzo Chigi, diretto da certa Antonella Manzione, già capo dei vigili urbani di Firenze quando il sindaco era Renzi.
Come un capo dei vigili possa assumere la guida dell’ufficio legislativo della presidenza del Consiglio è un fatto misterioso. Forse si sperava in un mistero gaudioso ma non sembra che sia così. Infatti di fronte al ricorso contro il consiglio regionale di Catanzaro la Manzione non ha trovato di meglio che rivolgersi al ministero dell’Interno per suggerimenti sul da fare e la pratica è ancora ferma lì.
Per fortuna il Tar ha provveduto: le elezioni sono state indette per il 10 ottobre e il commissario ad acta è di nuovo il prefetto.
Malgrado la ‘ndrangheta, anche alcuni calabresi sono bravi ragazzi e testardi per natura. Sicché “nessuno li può fermar”. Meno male.
Evento 'Il Cortile dei Giornalisti'

Non mi è chiaro dove iniziano le buone e dove finiscono le cattive notizie per la Scuola

La-BUONA-SCUOLA_-12-puntiMatteo Renzi annuncia “La buona scuola“, il piano di riforma della scuola che prevede più punti (vedi immagine): l’ambizioso piano per assumere 150mila insegnanti e risolvere il problema dei precari, una rimodulazione dei programmi scolastici (più musica, arte ed educazione fisica), un rapporto più stretto tra istituti professionali e mondo del lavoro, un maggior impegno orario per tutti gli insegnanti e il compimento dell’attesa digitalizzazione della scuola.
Nel contempo, arriva anche la notizia della blocco  del contratto – fermo  già da quattro anni –  per un altro anno  e l’eliminazione degli scatti stipendiali legati all’anzianietà ( che era stato oggetto di un accorso sindacale: della serie i diritti acquisiti non sono uguali per tutti ).
A pochi giorni dall’inizio delle lezioni.
Paola

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1000 giorni per cambiare L’Italia… ( che non si tratti solo di buone intenzioni )

Si tratta di una sorta di agenda che Renzi lancia al Paese.
L’agenda web che mostrerà ai cittadini (mese per mese, giorno per giorno) i progressi del suo programma. La sensazione però è che ultimamente, nonostante i buoni propositi, si stia segnando il passo, e che di questo passo si farà fatica a cambiare l’Italia, rischiandoci di metterci troppo tempo: perché non si può aspettare fino al 2017, dobbiamo accelerare e iniziare a fare vedere risultati, portando a termine quelle riforme già intraprese. E’ il Paese stremato a chiederlo.

Eugenio Scalfari: Il cavallo è assetato ma non beve la panna montata

giornale La Repubblicadi Eugenio Scalfari, • 31-Agosto-14.  Oggi ci troviamo di fronte ad un abilissimo Pifferaio e ad una deflazione dalla quale solo Draghi potrà salvarci. Il venerdì del 29 agosto, che avrebbe dovuto essere per il governo una marcia trionfale, è stato invece un venerdì nero. Il mondo è sconvolto, non riesce a trovare un asse intorno al quale si possa organizzare una convivenza accettabile. L’Europa è sconvolta per le stesse ragioni; in un mondo multipolare ogni area continentale deve avere i propri punti di riferimento che contribuiscono all’equilibrio generale, ma in Europa quei punti di riferimento mancano, ogni nazione fa da sé e per sé e la multipolarità diventa a questo punto ragione di conflitto e di guerre.
Può sembrare assai strano a dirsi, ma l’Europa fotografata ieri, 30 agosto 2014, sembra il Paese dove l’equilibrio c’è o almeno è maggiore che altrove. Prevale il renzismo che, allo stato dei fatti, non ha alternative. Una società senza alternative è al tempo stesso fragile e robusta; fragile nella essenza, robusta nell’apparenza. La durata di questa situazione sarà l’elemento decisivo: una durata lunga rafforza l’apparenza fino a trasformarla in sostanza. Renzi lo sa e da questa sua consapevolezza è nato il programma dei mille giorni che finiscono più o meno alla metà del 2017. Solo allora si vedrà se gli annunci sui quali il renzismo è nato circa un anno fa daranno i loro frutti.
Attenzione però: il cambiamento affidato al maturare di quei frutti può essere di buona o di cattiva qualità dal punto di vista della democrazia. Può spodestare il popolo sovrano e sostituirlo con un sovrano individuale assistito da una corte o un’oligarchia. Sono due schemi molto diversi che hanno costellato l’intera storia del nostro Paese, dall’Unità fino ad oggi.
La destra storica che fondò e amministrò nei primi sedici anni lo Stato italiano, fu un’oligarchia. Giolitti fu a mezza strada tra l’oligarchia e la corte. La Democrazia cristiana, soprattutto a partire dagli anni Sessanta, fu una serie di emirati in competizione tra loro ma uniti per mantenere il potere nelle mani della confraternita.
Mussolini fu una dittatura personale, non ci fu né corte né oligarchia, faceva tutto da solo e da solo fu punito insieme alla povera Claretta Petacci.
Una corte l’ebbe a suo modo Bettino Craxi. Voleva creare l’alternativa alla Dc; ma non riuscendovi cambiò l’antropologia del suo partito e ne fece una banda, cioè una corte retribuita.
Gli italiani, nella loro ampia maggioranza, si rifugiano nell’indifferenza, gli piace avere un sovrano purché gli lasci piena libertà privata. Da questo punto di vista il loro ideale è stato Silvio Berlusconi, un sovrano che meglio di tutti i suoi predecessori ha rappresentato le tendenze profonde del Paese, confiscando nelle sue mani il potere politico, tutelando i propri interessi aziendali, rispettando gli interessi dei suoi governati, dando libero sfogo ai suoi privati piaceri, coltivando il proprio narciso come a tutti piacerebbe quando si fanno vincere dal proprio io senza porvi alcuna limitazione.
Questo è stato il berlusconismo. E Renzi?
Non è come lui anche se per alcuni aspetti le somiglianze sono notevoli. Solo che Berlusconi ha governato quando la crisi economica mondiale non era ancora esplosa, perciò dell’Europa poteva infischiarsene.
Berlusconi però non è ancora uscito di scena. Non è più il protagonista ma un comprimario, questo sì e Renzi lo sa. In realtà lo sanno tutti, dal Capo dello Stato ai vari partiti e movimenti che operano nella politica, alla classe dirigente economica, ai “media”, alle parti sociali. Questa situazione mette Renzi in una tenaglia: Berlusconi da una parte, l’Europa dall’altra. Con in più un terzo elemento non trascurabile: i cittadini consapevoli che vorrebbero ripristinare la democrazia restituendo al popolo quella sovranità che gli viene riconosciuta in apparenza ma gli è stata confiscata nella sostanza.
Questa è la fotografia del 30 agosto, mentre era riunito il Consiglio europeo.
***
Ha scritto venerdì sul nostro giornale Federico Fubini: “Viviamo un tempo di deflazione del denaro e inflazione di parola. Impossibile tenere il conto di quante volte al giorno la classe politica parla di “fiducia” e di “riforme”. Il governo Renzi rischia di trovare la sua sindrome nella serie di annunci ai quali non seguono i fatti”. Segue un lungo elenco che tra ieri e oggi si è fortemente arricchito. Il provvedimento concernente la scuola, la sua modernizzazione e l’assunzione di centomila precari entro il 2015, cui altri ne seguiranno, è stato rinviato a data da destinarsi per mancanza di copertura e dispute sull’assegnazione delle cattedre.
La giustizia penale è stata trasferita da decretazione d’urgenza a legge-delega che funzionerà quando e come funzionerà. Nel frattempo Alfano ha ottenuto l’accettazione di due principi che la destra ha sempre sostenuto sulle intercettazioni e sulla giurisdizione.
La giustizia civile è stata sottoposta a una cura dimagrante per smaltire rapidamente (così si spera) 5 milioni di processi arretrati, affidando all’avvocatura un anno di tempo per una conciliazione con la controparte di fronte ad un giudice che assiste le parti e convalida il loro accordo. Funzionerà? Gli avvocati hanno forti dubbi e la loro collaborazione non sarà entusiastica. Del resto ogni anno nuovi processi vengono aperti per una cifra molto prossima allo stock da smaltire, sicché il numero delle liti in corso non sarà affatto diminuito.
Infine per quanto riguarda la giustizia penale c’è la norma (annunciata ma non ancora approvata) che se l’esito del processo sarà il medesimo nei primi due gradi di giudizio, il ricorso in Cassazione sarà abolito.
C’era poi l’annuncio di un vasto programma di lavori, cantieri di opere, nuovi investimenti spesso a livello comunale ma non escluse alcune grandi opere (tra le quali la linea ferroviaria ad alta velocità Bari-Napoli, già programmata e avviata da Fabrizio Barca quando era ministro della Coesione territoriale nel governo Monti).
Questi programmi sono stati preparati dai due precedenti governi Monti e Letta e i fondi di copertura in gran parte già contabilizzati nelle relative leggi di stabilità. Gli ostacoli alla loro realizzazione sono in gran parte causati dal patto di stabilità imposto ai Comuni. Quello è stato uno dei tanti buchi neri che solo con fatica si sta risolvendo. Le coperture ci sono ma il contrasto Stato-Comuni è solo parzialmente risolto. Ciò avveniva con Monti e Letta ma è stato ancora un ostacolo per Renzi. Insomma niente di nuovo sotto il sole, anzi sotto la nebbia della deflazione che sta impoverendo il Paese.
Il venerdì del 29 agosto, che avrebbe dovuto essere per il governo una sorta di marcia trionfale dell’Aida, è stato invece un venerdì nero perché mentre Renzi cercava di nascondere la necessaria ritirata verso il programma dei mille giorni molto favorito dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che rinvia l’attuazione degli annunci al 2017, l’Istat forniva le cifre di una stagnazione estremamente preoccupante dell’economia italiana in tutti i suoi vari “fondamentali”: il Pil, la domanda, i consumi, il dissesto delle aziende, il bilancio strutturale, l’ammontare del debito. Una deflazione selvaggia che ha toccato una cifra identica a quella egualmente elevata del 1959, ma con una differenza fondamentale rispetto ad allora: nel ’59 si stava preparando quello che fu chiamato “il miracolo italiano” e che cominciò nel 1960 e durò fino all’inizio degli anni Settanta. Si realizzò la piena occupazione, le imprese lanciarono nuovi prodotti, a cominciare dall’auto Fiat “Seicento”; il reddito e la domanda complessiva in pochi mesi fecero un salto verso l’alto che durò almeno dieci anni. Il pilota? Il governatore della Banca d’Italia, Guido Carli.
Mi permettano i lettori di ricordare che nacque allora la mia amicizia con Carli, che durò poi per tutta la vita e si estese poco dopo a quella con Carlo Ciampi. È per dire che quegli anni io li ho vissuti e sono quindi in grado di distinguerli da quelli di oggi.
***
Tralascio ulteriori osservazioni sul venerdì nero dell’altro ieri, salvo una: la norma che abolisce ogni intervento della Cassazione nel caso in cui l’esito dei processi nei due precedenti gradi di giudizio sia conforme. Questo obiettivo (naturalmente annunciato ma non ancora raggiunto) è motivato dalla necessità di abbreviare la durata dei processi e di smaltire le ampie giacenze processuali ancora pendenti presso la Suprema Corte.
Io penso che si tratti di un obiettivo del tutto sbagliato; somiglia terribilmente all’abolizione del Senato come effettiva Camera legislativa; la filosofia è la stessa: diminuire e indebolire lo Stato di diritto, cioè il preliminare indispensabile d’ogni democrazia che non sia una favola per bambini il cui protagonista è il Pifferaio di Hamelin.
Nel caso del terzo grado di giudizio spettante alla Cassazione il codice di procedura stabilisce che la Cassazione non si occupa dei fatti accertati nei primi due gradi di giurisdizione. Nel caso di sentenze conformi nei primi due gradi, i fatti sono accertati senza più ombra di dubbio e le modalità dell’illecito o del reato coincidono.
La Cassazione si occupa di altro e cioè della legalità delle precedenti sentenze. La Corte d’Appello può aver applicato malamente la procedura ai fatti accertati. Abolendo l’intervento della Suprema Corte si diminuisce, anzi si abolisce il controllo di legalità. È mai possibile un provvedimento di questo genere? Una lesione così palese dello Stato di diritto?
Sicuramente ci sarà un magistrato – se il provvedimento sarà approvato – che solleverà il caso dinanzi alla Corte costituzionale. Personalmente mi aspetto che lo stesso Presidente della Repubblica eccepisca la lesione che così si arreca allo Stato di diritto. Ho fatto un parallelo sulla riforma del Senato che lo declassa dal potere legislativo. Sono tutte démarches che indeboliscono fortemente lo Stato di diritto e come tali dovrebbero essere respinte..
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Concludo con poche considerazioni sugli appuntamenti europei del nostro Pifferaio. Ieri si sono discusse le nomine e la Mogherini è stata nominata Alta autorità europea degli Esteri e della Difesa. Ho già scritto più volte che questa nomina non ha alcun contenuto di sostanza. Lo avrebbe – e sarebbe anzi positivo – se ci fosse preliminarmente una cessione di sovranità degli Stati nazionali all’Ue, della politica estera e di quella della difesa. Senza quelle cessioni Mogherini può esercitarsi nell’emettere pareri e via col vento.
Mi domando perché, sapendo perfettamente tutto questo, Renzi abbia puntato su quella carica e non su altre ben più consistenti: gli affari economici, la concorrenza, l’eurozona, la gestione del bilancio comunitario, l’assistenza dell’Unione alle zone economicamente depresse e tante altre mansioni che la Commissione esercita.
La risposta è semplice: dopo aver ottenuto la carica suddetta, il nostro Pifferaio la sventolerà come una bandiera di successo mentre è soltanto un segno di debolezza.
Molti anni fa scrissi sull’Espresso un articolo su Gianni Agnelli del quale ero buon amico e tornai ad esserlo dopo un anno di gelo che seguì a quanto avevo scritto su di lui e al titolo che suonava così: “L’Avvocato di panna montata” un po’ lo era, il suo narciso non conosceva limiti. Le sue ricchezze, le sue aziende, il suo charme, la sua notorietà nazionale e internazionale glielo consentivano.
Oggi ci troviamo di fronte ad un abilissimo Pifferaio e ad una deflazione dalla quale solo Draghi potrà salvarci. La frase per definire il crollo della domanda, usata nei circoli finanziari è: il cavallo non beve, ed è appunto quanto sta accadendo.
Perciò non vi stupirete se quest’articolo, accoppiando due immagini fortemente connesse con la realtà che scorre sotto i nostri occhi, è titolato: “Il cavallo è assetato, ma non beve panna montata”. Spero che sia chiaro il suo significato.

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