La scuola riapre, a tutti “Buon Anno Scolastico ! “

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La scuola riapre, un evento che è importante per l’intera comunità cittadina. Ricomincia o inizia ( per i più piccoli) il viaggio verso l’apprendimento, il confronto, la creatività, la conoscenza, il coinvolgimento e la socializzazione per costruire una comunità, una società un po’ migliore.
Porgo il mio augurio a tutti i protagonisti: gli studenti, i dirigenti scolastici, le famiglie, a tutto il personale amministrativo ed ausiliare, ai “nonni vigilanti” che garantiranno la loro presenza davanti agli istituti cittadini negli orari di entrate e uscita degli alunni ed alla comunità locale tutta.
Agli studenti rivolgo l’invito a vivere con gioia e speranza questo periodo.
Un augurio particolare a tutti i colleghi, all’ azione quotidiana, alla fatica, alla passione, al rinnovato entusiasmo, ai piccoli passi che ogni giorno ognuno di noi fa’, per l’educazione e la formazione dei bambini e dei ragazzi.
A tutti auguro un caloroso e sincero ” Buon Anno Scolastico !!  buon lavoro a tutti noi !!

La Presidente del Consiglio Comunale di Osimo
                   Paola Andreoni

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Il calendario scolastico 2016/2017 della Regione Marche prevede:
Vacanze di Natale: dal 24 dicembre 2016 al 6 gennaio 2017
Vacanze di Pasqua: dal 13 al 18 aprile 2017
– Data ultimo giorno di scuola: 8 giugno 2017
– Altre festività e ponti: 2 novembre 2016

 

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Non mi è chiaro dove iniziano le buone e dove finiscono le cattive notizie per la Scuola

La-BUONA-SCUOLA_-12-puntiMatteo Renzi annuncia “La buona scuola“, il piano di riforma della scuola che prevede più punti (vedi immagine): l’ambizioso piano per assumere 150mila insegnanti e risolvere il problema dei precari, una rimodulazione dei programmi scolastici (più musica, arte ed educazione fisica), un rapporto più stretto tra istituti professionali e mondo del lavoro, un maggior impegno orario per tutti gli insegnanti e il compimento dell’attesa digitalizzazione della scuola.
Nel contempo, arriva anche la notizia della blocco  del contratto – fermo  già da quattro anni –  per un altro anno  e l’eliminazione degli scatti stipendiali legati all’anzianietà ( che era stato oggetto di un accorso sindacale: della serie i diritti acquisiti non sono uguali per tutti ).
A pochi giorni dall’inizio delle lezioni.
Paola

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Non rassegnarsi alla stanchezza

Da un po’ di tempo seguo con interesse gli articoli di Alessandro D’Avenia un giovane “appassionato” collega professore e scrittore. L’ultimo articolo in ordine di tempo è uscito oggi – 3 settembre –  su La Stampa.  Una riflessione in vista dell’inizio della scuola che riguarda noi tutti: insegnanti, genitori, ragazzi che condivido ed alla quale vi rimando.

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giornale La Stampa” Cari studenti non rassegnatevi alla stanchezza” di Alessandro D’Avenia, LaStampa 3 settembre 2014.
 ……La società della stanchezza
. Così un filosofo ha definito il nostro tempo. Una cultura costruita attorno alla prestazione inevitabilmente porta all’esaurimento del desiderio, della gioia di vivere, del tempo buono e paziente da dedicare alle relazioni, che invece si riducono a controllo, manipolazione, soggezione. La conseguenza è il logorio del corpo e dello spirito. Questo comincia con i bambini del nostro tempo, che un libro definisce “competenti”: quando stanno ancora imparando a camminare è pronto uno zaino di prestazioni che li schiaccerà, dal momento che la loro esperienza e vita emotiva non è capace di sostenerne il peso e usarne il contenuto di per sé valido. Bisognerebbe invece giocare con loro, guardarli giocare, lasciarli crescere al ritmo della vita.
La stanchezza riguarda a pieno titolo la scuola. Vedo tanta stanchezza in tutte le componenti della relazione educativa: stanchi gli insegnanti, stanchi i genitori, stanchi gli studenti, ancora prima di cominciare. E a chi è stanco non rimane spesso che lamentarsi, recriminare, incolpare, abbandonare la tensione e la tenzone. La relazione educativa ridotta a prestazione perde l’ampiezza della sua essenza: portare i soggetti in gioco al possesso di sé, al desiderio di trascendersi, all’apertura al mondo, al perfezionamento reciproco grazie allo scambio gratuito (e non mercenario) di bene che ogni persona porta.
Cosa mi auguro allora per l’anno scolastico incipiente? Un po’ meno di stanchezza per tutti. Ma come ritrovare, ciascuno nel suo ruolo (insegnanti, genitori, ragazzi), una rinnovata gioia di vivere le ore scolastiche, nonostante fatica, fallimenti, difficoltà (più acute in contesti scolastici “periferici”)?
La strada da imboccare, non la soluzione (tutta da costruire strada facendo, altrimenti diventa un’altra prestazione), me la suggeriscono le tante lettere di ragazzi che ricevo. Scelgo due esempi rappresentativi, uno al femminile e uno al maschile.
Una ragazza mi scrive della sua fatica a vivere a casa a motivo della separazione dei genitori: l’assenza del padre e la madre che deve barcamenarsi tra lavoro e doppio ruolo educativo l’hanno portata a diventare invisibile, c’è il corpo ma lei è altrove. A scuola nessun insegnante vede (guarda) la sua difficoltà. I voti peggiorano drasticamente, ma nessuno si chiede dove sia finita la ragazza diligente e appassionata di prima. Fino a che una professoressa, nella pienezza del suo ruolo (guardare l’allievo come soggetto e non soltanto ottenere risultati da un oggetto), le fa una domanda pertinente alla materia, ma lei, assente-presente, non risponde. L’insegnante questa volta però non demorde e aspetta il crollo del muro. In una classe attonita le due si fronteggiano in silenzio per vari minuti. La ragazza racconta che il mondo attorno era sparito, c’erano solo lei costretta a tornare in sé perché guardata e quella professoressa che la guardava, proprio al momento del fallimento della prestazione sulla domanda. La ragazza dopo un quarto d’ora di silenzio ininterrotto è scappata via in bagno, a piangere. Da lì è nato una confidenza, a tu per tu prima, a tre poi (madre, professoressa, ragazza) per affrontare la crisi insieme. Si sta riprendendo dalla sua stanchezza di vivere, tutto a partire da uno sguardo sostenuto con coraggio quasi imbarazzante, che le ha consentito di esserci in tutta la sua fragile incompletezza, che spesso è la completezza che un adolescente può permettersi.
Un ragazzo mi aveva scritto (in quanto insegnante-scrittore) di sentirsi abbandonato dai suoi genitori, benché siano vivi e gli garantiscano agi e oggetti. Si lamentava del fatto che fossero troppo presi dal lavoro e quindi di avere poco tempo per stare con lui in cose semplici come guardare una sua partita di calcio. Gli avevo suggerito di parlarne con loro, con questo risultato: “Ho provato a parlare con loro e fargli capire quali fossero i valori importanti della vita, ma niente, sono stato giudicato come viziato. Sembra assurdo anche a me, ma sono arrivato a combinare guai apposta anche solo per farmi mettere in punizione (cosa che non è mai successa) e impegnare una parte dei loro pensieri. Sono deluso perché tutto ciò che avrei voluto mi fosse insegnato da loro è ciò che dovrei insegnare io, non riconosco più in loro il ruolo di genitori! Sono orfano sebbene fisicamente esistano i miei genitori! L’unica cosa che ho imparato e che uno sguardo o un abbraccio sono in grado di annientare tutti gli oggetti che esistono e sarà la prima cosa che insegnerò ai miei figli!”.

Non credo che queste righe abbiano bisogno di commenti: chiedono uno sguardo. A volte la famiglia non riesce a dare questo sguardo e potrebbe essere la scuola, con insegnanti chiamati ad essere ottimi conoscitori della loro materia, ma anche capaci di guardare agli studenti, e non solo a dare dei voti a prestazioni, necessarie certo ma insufficienti se non inquadrate all’interno della relazione educativa nella sua ampiezza.
La controproposta alla società della prestazione è la relazione, di cui famiglia e scuola sono portatrici indispensabili alla società, se sostenute nella loro vocazione originale e originaria.
Qualche giorno fa sostavo su una spiaggia e ascoltavo il rumore del mare e di bambini che giocavano sulla battigia. In particolare intercettavo la voce di una bambina che costruiva qualcosa con le sue formine di plastica. A intervalli regolari chiedeva al padre, perso in un libro, di guardare cosa aveva fatto. Il papà la accontentava sollevando lo sguardo dalle pagine, ma ad un certo punto la piccola gli ha chiesto di andare a vedere da vicino: voleva lo sguardo del padre tutto intero. Lui si è alzato e ha ammirato le composizioni della figlia, che gliele ha illustrate una per una.
Il mio augurio a genitori e insegnanti (a me in primo luogo) quest’anno parte da questa bambina e da questo padre: avere la pazienza e il tempo di ascoltare i richiami alla relazione, senza fermarsi soltanto a giudicare la prestazione, spesso inadeguata (e da segnalare senz’altro come tale), ma andando oltre, nell’ampiezza della vita (perché non affrontare i colloqui con gli insegnanti prima che i figli ricevano i voti?). Alla bambina interessava sì ciò che aveva fatto, ma soprattuto che il papà guardasse lei. Perché tutto quello che aveva fatto esistesse veramente. Perché lei esistesse agli occhi di qualcuno non distratto. E non uno qualunque, ma qualcuno i cui occhi la ri-guardavano, cioè erano chiamati a guardarla ancora e ancora.

Una lettera al premier Renzi da parte della maestra Rosalinda

Ho ricevuto questa lettera che   sottopongo anche alla Vostra riflessione. Si tratta della lettera di Rosalinda G. – maestra di una primaria – al premier Renzi ed è pubblicata anche nel sito di Silvia Chimienti (M5S).

Caro Matteo,
scusami se mi permetto di usare un tono così confidenziale ma siamo coetanei, anzi tu sei anche più giovane di me, e il tuo modo di fare è molto “social” e quindi penso con difficoltà ad un approccio più formale.
Ti dico subito che non sono un’elettrice del Pd, lo sono stata, ma attualmente appartengo alla folta schiera dei disillusi della politica, pur avendo molti amici militanti e riconoscendo che al suo interno ci sono persone di un certo valore. Se tu sia una di queste, ti dico in tutta onestà non l’ho ancora capito.
Ci sono cose che dici che mi fanno sperare bene (prima fra tutte la necessità di mettere in busta paga un po’ di soldi ai redditi bassi, credimi 80 euro, se non li toglierete in fase di conguaglio, fanno davvero comodo, altrimenti saranno una iattura) ed altre che mi lasciano molto perplessa.
Quando è iniziato il tuo tour nelle scuole mi ha molto colpito il fatto che tu abbia mandato una mail in cui chiedevi di segnalare i problemi della scuola e mi sono sempre ripromessa che lo avrei fatto. Sono un’insegnante da che mi ricordi, pur avendo appena 40 anni, lavoro da 22 e ho visto e vissuto tutte le sue trasformazioni. In questi giorni i rumors su una possibile riforma della scuola diventano sempre più insistenti e dato che di solito, storicamente, tra luglio ed agosto si sono consumate le peggiori nefandezze politiche ai danni della scuola, vorrei porgerti il punto di vista di un’insegnante, pedagogista e mamma.
Mi permetto però di cominciare non da un’analisi di tipo politico – sono certa che avrai chi saprà fartela molto meglio di me – ma di parlarti partendo dal mio vissuto personale e familiare, che in parte è anche il tuo. Penso che l’errore più grande quando si mette mano politicamente alla scuola sia che non ci si ricordi che dietro un capitolo di spesa importante, perchè a garanzia di un servizio importante, ci sono persone : alunni, docenti, famiglie. Non sono molto amante di gossip, ma tempo fa leggevo su un sito di informazione scolastica, che Agnese, la tua signora, nostra collega, ha scelto di sospendere la sua attività d’insegnante perchè i tuoi figli soffrivano la mancanza del padre.
So che difficilmente ci troveremo d’accordo su questa cosa, perchè il mio disappunto nei tuoi confronti è nato quando, nel bel mezzo della battaglia legale che noi docenti meridionali abbiamo dovuto intraprendere per vederci riconosciuto il diritto alla mobilità territoriale, sottratto dalla Gelmini riprendendo un’idea di Fioroni (lei non ha pagato per la norma introdotta e riconosciuta incostituzionale, noi pur avendo vinto la battaglia legale stiamo ancora pagando) tu affermasti in tv che, avendo una moglie precaria, conoscevi la faccenda e ritenevi ingiusto che ci venisse riconosciuto il diritto alla mobilità, perchè questo toglieva lavoro ai docenti del luogo.
E’ proprio questo il fatto: noi abbiamo fatto ricorso, i tribunali ci hanno riconosciuto vincitori e siamo partiti separando spesso le nostre famiglie ma non Firenze- Roma, nel mio caso specifico Palermo-Bologna. Tu dirai “è stata una tua scelta”, il problema è proprio questo: noi non scegliamo mai. La tua signora ha potuto scegliere, noi siamo sempre obbligati, perchè l’alternativa nel mio caso era, dopo 20 anni d’insegnamento, laurea e vari diplomi post laurea, nutrire la grossa fila di disoccupati presenti al sud. Noi abbiamo fatto le valigie e siamo partiti, noi abbiamo asciugato le lacrime dei nostri figli, abbiamo gestito le loro altalene emotive, abbiamo rassicurato i nostri mariti lontani, abbiamo pagato con i nostri 1250 euro affitti e trasferte, sotto il fuoco incrociato di chi, come te, non ci voleva al nord perchè toglievamo lavoro e di chi desiderava che mai più tornassimo al sud per non “togliere lavoro” (ai precari rimasti).
E ti posso assicurare che il mio è il lavoro più bello del mondo ma svolto per pochi spiccioli al netto di queste enormi spese economiche, emotive e spesso anche fisiche può diventare veramente usurante. Ti dico questo, non per puro populismo, ma per farti capire che la politica va esercitata nel rispetto delle persone e delle leggi.
Le riforme vanno contrattate, studiate, sperimentate e per essere efficaci il più delle volte devono partire da un investimento e non da un taglio imposto.
Altrimenti si cerca di spacciare una economia per riforma. Inoltre non basta avere una “opinione su una faccenda”: in questo caso la tua opinione e quella della Gelmini e di Fioroni erano sbagliate. La legge è stata fatta lo stesso, anche se incostituzionale, nessuno ha pagato tranne noi che l’abbiamo subita. Nella scuola ciò succede spesso. E’ questo uno dei motivi per cui sono contraria alla valutazione a cui affidare eventuali “avanzamenti di carriera”.
Gradirei che prima di valutare magistrature e insegnanti, il Parlamento si facesse oggetto stesso di valutazione e nel caso in cui si commettono degli errori ne rispondesse, senza alcuna immunità. Perchè questi non sono “reati di opinione”, queste sono inefficienze, danni erariali.
Altro motivo è che la scuola martoriata dai tagli si basa molto sulla “solidarietà” tra colleghi: lo scambio di materiali, il regalo di tempo, lo scambio d’informazioni. Far diventare gli alunni il terreno di scontro, per una manciata di soldi in più, a discrezione del dirigente, che in quanto persona potrebbe non essere scevra di pregiudizi, errori di valutazione o preferenze, non mi sembra una buona idea. E nemmeno legare le retribuzione al rendimento. Perchè concorrono moltissime variabili a tale obiettivo: condizioni economiche, sociali, culturali… e spesso il “successo scolastico” assume connotazioni diverse in ambienti diversi. La prima cosa che farei io, al tuo posto, sarebbe cercare di offrire una medesima offerta di servizio, ad esempio un tempo pieno uguale al sud e al nord: questo aiuterebbe le famiglie, senza sostituirsi ad esse.
La scuola è infatti un luogo di cultura dove si costruiscono persone e menti, non un parcheggio. Non mi sembra una buona idea tenere i ragazzi dalle 7 alle 22, con 30 giorni di “ferie”. Non sarebbe più un luogo a misura di bambino, forse sarebbe più economico, anche per le famiglie, ma di certo non rispondente alle esigenze del ragazzo.
La scuola, dobbiamo ricordarci, non è dei genitori, non è della politica, la scuola è dei ragazzi. La sospensione delle attività didattiche, che come saprai è in linea con gli altri paesi europei, diventa per i nostri ragazzi il “laboratorio” in cui, rielaborando le conoscenze acquisite, sperimentandole nel quotidiano, diventano competenze.
Sono maestra di primaria, ogni volta che inizio una prima i bambini studiano fino a dicembre, poi c’è la pausa. E succede il miracolo….nei giorni successivi alle vacanze anche chi era più in difficoltà nell’acquisizione del processo di letto-scrittura, spesso riesce. Cosa è successo? Niente…ha soltanto avuto tempo di “sedimentare” e rielaborare in un contesto diverso. Tutte le maestre lo sanno.
Il contesto extrascolastico diventa laboratorio, luogo per rielaborare le conoscenze acquisite, sperimentarle, trasformare l’ “ozio” (nella concezione greca) in apprendimento. Perchè i ragazzi hanno bisogno di “annoiarsi”, di non avere la vita programmata sette giorni su sette, 11 mesi l’anno con 32 giorni di ferie. Sono ragazzi non impiegati o detenuti. In Francia, ad esempio, oltre al sabato e alla domenica, c’è il mercoledì libero. Sono mamma di bambine piccole, conosco la necessità di noi genitori di “parcheggiare” i nostri figli, ma so anche che la scuola non è il posto giusto e che noi insegnanti non siamo i “parcheggiatori” giusti.

“…La SCUOLA sarà sempre meglio della merda.”

Mario Pancera è un giornalista,  scrittore fra i miei preferiti. In questo articolo parla di scuola, lo propongo per condividerlo con tutti i colleghi che ogni giorno incontrano-dialogano con i ragazzi.

«…LA SCUOLA SARÀ SEMPRE
MEGLIO DELLA MERDA…»


Così rispose un allievo di don Lorenzo Milani ad alcuni borghesi. Da ricordare, per non finire nei nuovi letamai.

Un giorno di tanti anni fa, arrivarono a Barbiana  alcuni conoscenti di don Lorenzo Milani, i quali parlarono con i suoi giovanissimi allievi. Barbiana è, come ormai tutti sanno, la frazione di Vicchio nel Mugello, dove don Milani fu mandato dai suoi superiori alla fine del 1954: era una evidente punizione, ma quel luogo sperduto è diventato, per merito suo, un esempio d’importanza culturale e sociale senza confini. Oggi si parla tranquillamente di “scuola di Barbiana” e tutti sanno che indica una rivoluzione.
I conoscenti di don Milani – tutti bravi borghesi istruiti – domandarono ai ragazzi che cosa fosse per loro la scuola. Uno di essi rispose: «Sarà sempre meglio della merda». Don Milani spiegò poi che il ragazzo, prima di essere mandato da lui, doveva «sconcimare la stalla a trentasei mucche». Non ricordo l’anno di questo incontro, ma ricordo bene le frasi. Gli ascoltatori erano intellettuali, che volevano conoscere «i segreti» dell’insegnamento milaniano, e immagino come siano rimasti.
Ci sono ancora oggi ragazzi in condizioni assai simili, e non soltanto sull’Appennino, ma nelle grandi città. Alcuni si rendono conto della differenza tra il lavoro dei loro genitori (ovvero della condizione familiare, modesta o povera, se non misera) e la loro condizione di studenti, altri no. Cioè, i loro genitori sono come quelli del ragazzo toscano: schiacciati dalla vita, ultimi, i quali sperano che almeno i loro figli facciano un po’ di strada pulita. Vogliono che i loro figli studino.
I genitori sono badanti, camerieri, accompagnatori di cani, operai saltuari, portinai, muratori improvvisati, e così via. Spesso vengono da lontano, fuggono dalle guerre del mondo e dalla fame. Le stalle, oggi, hanno tanti nomi. Le strade, la promiscuità, le baraccopoli, i fatiscenti aggregati popolari, la precarietà economica, il mito della droga, dell’azzardo, del crimine sono l’equivalente delle stalle d’un tempo. E questi ragazzi sono l’equivalente dei contadini dell’Appennino di don Milani: non puliscono le stalle dal letame, ma hanno una vita al limite della sussistenza.
Ricordo queste tre cose perché, per le strade e sui mezzi pubblici di Milano, ho visto e vedo centinaia di giovani che, invece di guardarsi attorno o di leggere un libro o un giornale, stanno inebetiti con gli auricolari ad ascoltare le musiche del nostro tempo. Molti di costoro, mi dice un amico che frequenta un doposcuola gratuito per studenti delle scuole medie superiori, non leggono giornali né libri nemmeno in casa; qualcuno è ”obbligato” a leggere un libro dall’insegnante di italiano, ma lo fa di malavoglia e molte volte non lo capisce. Non conoscono l’importanza di pensare. Sono indirizzati alla manovalanza.
Provate ad arrivare da una periferia o dalle Filippine o dall’Egitto e trovarvi davanti «I sepolcri» di Foscolo o l’addio di Didone ad Enea di Virgilio. Dovete farne anche una sinossi (ai miei tempi si diceva “riassunto”) per evitare di avere dei debiti ovvero gli esami. Foscolo è ricordato anche da don Milani, il quale probabilmente mai avrebbe pensato che sarebbe arrivato, tale e quale, fino ad oggi, catapultato nel linguaggio contemporaneo. E la povera Didone? «…E perché deggio, lassa, viver io di più?». Con questa nozione dei “debiti”, inoltre, fin dalla scuola veniamo indotti a pensare al mercato e al denaro; e per di più in termini deprimenti.
I giovani vanno incoraggiati allo studio. I ricchi ci pensano da soli; quelli che ricchi non sono e sembrano destinati alla continua ricerca di un posto di lavoro, vanno aiutati. Di qualsiasi provenienza e religione, sono il nostro prossimo. Idee banalissime, ma soltanto per invitare chi può, chi ha tempo e sente di averne la capacità, a cercare le associazioni di volontari che si occupano dei giovani e a dar loro il meglio di sé. Non un’elemosina, ma un impegno. A Barbiana la scuola si faceva tutti i giorni, anche d’estate, e tutto diventava materia di studio e di dibattito.
Milani era durissimo come maestro Voleva che i ragazzi imparassero soprattutto a leggere, a capire, a esprimersi. Imparare a pensare. Oggi la società è come ieri: vuole servi. Lui voleva che un contadino non si sentisse “diverso” da un cittadino istruito. Insultava coloro che perdevano tempo a leggere i giornali sportivi, accusandoli di fare il gioco di chi li sfruttava. Adesso si va direttamente agli scontri negli stadi. Diceva: per leggere di sport basta conoscere trecento parole; i “padroni” come il dottore, il manager, il farmacista, l’avvocato, il magistrato, il politicante e così via ne conoscono tremila. Così hanno sempre la meglio: «Ogni parola che non conosci è una fregatura in più, è una pedata in più che avrai nella vita».
Una voce in cortile: E a che serve la scuola?
Seconda voce: Per sfuggire alla schiavitù dei nuovi letamai.

Il nostro compito: educare menti pensanti

“L’insegnante è la persona alla quale un genitore affida la cosa più preziosa che possiede suo figlio: il cervello.
Glielo affida perché lo trasformi in un oggetto pensante.
Ma l’insegnante è anche la persona alla quale lo Stato affida la sua cosa più preziosa: la collettività dei cervelli, perché diventino il paese di domani.”

(Piero Angela)

Sentenza del TAR da’ ragione ai professori.

La questione si riferisce al precedente anno scolastico ed ha  come protagonista un liceale di Udine. E’ successo che  il Consiglio di Classe aveva decretato  la bocciatura e i genitori nonostante l’andamento scolastico tutt’altro che roseo, si oppongono alla decisione ricorrendo al Tar  contro la scuola e l’intero Consiglio di Classe (ricordo che la responsabilità è in solido e quindi anche i docenti che non giudicano negativo il profitto degli studenti rispondono della bocciatura).
Il Tar del Friuli – Venezia Giuli, chiamato a giudicare,  con sentenza a non solo dà ragione ai docenti ma, in un certo senso, bacchetta i genitori. Secondo il parere dei giudici  si è rivelato «pretestuoso il tentativo della famiglia ricorrente di mettere in discussione l’attendibilità e la veridicità dei voti indicati nel tabellone, peraltro sottoscritto da tutti i docenti secondo la tempistica indicata nel verbale, tanto da poter essere considerato parte integrante e sostanziale del verbale stesso, o nella pagella sostitutiva dell’originale inviata alla famiglia.
Nella sentenza l’operato della scuola è giudicato inappuntabile: “È incontestabile, infatti, che il minore, in particolare nel secondo quadrimestre, ha avuto un rendimento scolastico insufficiente in plurime discipline e di un tanto sono stati notiziati i suoi genitori – scrivono i giudici del Tar –. Nelle verifiche di matematica, fisica, latino e scienze ha conseguito, pressoché costantemente, voti insufficienti o gravemente insufficienti, non ha dimostrato particolare interesse a recuperare l’insufficienza in matematica riportata nel primo quadrimestre, in una materia caratterizzante lo specifico corso di studi seguito. Anche perché è documentato che il giovane si è prenotato per dieci incontri da un’ora ciascuno con vari docenti e si è presentato soltanto a tre incontri, senza preoccuparsi di avvisare che sarebbe stato assente “.
Una lezione extra, insomma, da parte dei giudici allo studente che forse aveva sperato di risparmiarsi la bocciatura. Il suo comportamento infatti è stato giudicato “di disinteresse per la scuola e ciò che essa rappresenta: altra lettura non pare possibile offrire della mancata consegna della relazione sull’esperimento di laboratorio svolto durante le lezioni di fisica, di un tentativo di copiare il compito di scienze e, ancora una volta, della mancata frequenza alle lezioni di recupero di matematica per le quali si era prenotato”.
Desta perplessità che i ricorrenti manifestino stupore di fronte al giudizio conclusivo emesso nei confronti del loro figliuolo, visto che il suo andamento “sarebbe dovuto essere loro ben noto, altro non fosse per il dovere gravante sui genitori di dare assistenza morale ai propri figli, nel cui ambito pare possa trovare spazio anche il dovere di vigilare costantemente sul loro comportamento e andamento scolastico, al fine di apprestare, in caso di necessità, tempestivi e idonei interventi correttivi o di sostegno”.
Alla fine il TAR ha condannato la famiglia del ragazzo al pagamento di 2mila euro per le spese sostenute dalla scuola per far fronte al ricorso, fin da subito ritenuto infondato e ingiusto.
Insomma, non è che i docenti abbiano sempre ragione, ma la maggior parte delle volte sì. Specie se lavorano seriamente e si assumono la responsabilità delle proprie decisioni.
[fonte: Messaggero Veneto]